Il mondo di Guatri
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Il giovane docente (1949-1960)
2.1 Assistente effettivo di Gino Zappa, il Maestro
Ancora prima di laurearmi fui assunto presso l’Ufficio studi economici della Montecatini (la grande Montecatini di Faina) da Ferdinando Di Fenizio. Vi rimasi solo pochi mesi: nel novembre 1949 divenni assistente effettivo di Gino Zappa (al 1° anno di Ragioneria). Qui ha inizio il mio rapporto con la «Bocconi»1.
Quando Zappa chiese al Dott. Girolamo Palazzina, il mitico «direttore» della Segreteria (in realtà la persona che contava più di tutti in Bocconi) nell’autunno 1949 di creare per me un posto di assistente effettivo (che all’epoca erano in tutta la Bocconi cinque o sei), questi non esitò un momento a far assumere la delibera al Consiglio d’Amministrazione.
Palazzina era noto per la «politica della lesina», della quale anch’io divenni vittima; così, quando gli feci presente che il mio trattamento economico (che era in Montecatini di 55-60.000 lire al mese) si sarebbe ridotto a 19.000 lire, mi disse – con grande affetto ma con altrettanta fermezza – che quello era il compenso massimo che l’università poteva erogarmi; ma che, d’altro lato, non avrei avuto difficoltà a integrare i miei redditi svolgendo attività professionale e fu lui stesso ad adoprarsi per farmi entrare nel mondo delle professioni. Così, non appena il senatore Roda, all’epoca (1950) curatore del fallimento Caproni, gli fece richiesta di un giovane docente che lo coadiuvasse in quelle complesse procedure fallimentari, Palazzina gli propose il mio nome. La raccomandazione dovette essere di tale efficacia che il senatore stesso venne personalmente a pregarmi di dedicare un certo periodo alle carte Caproni. È ovvio ricordare che accettai immediatamente l’incarico e che, per tre-quattro mesi, trascorsi i miei pomeriggi negli uffici della società, in via Manara a Milano, analizzando i documenti contabili dell’azienda al fine di far luce sulle cause del dissesto. Nel contempo ponevo le basi empiriche del comportamento dei costi «costanti» per i libri che stavo preparando. In compenso, quando l’anno successivo – a seguito della tragica morte di un collega – fui costretto a raddoppiare il mio impegno, estendendolo anche al corso di secondo anno, il direttore della segreteria si guardò bene dall’aumentare la mia retribuzione; salvo poi, con il ritorno alla normalità – quando, con la sostituzione del collega scomparso, tornai a svolgere le lezioni di un solo anno (il secondo) –, dirmi che le difficoltà di bilancio lo costringevano a suddividere con il nuovo arrivato il compenso di 19.000 lire; aggiungendo amabilmente di essere felice che mia attività professionale si svolgesse ormai con esiti molto positivi (quasi a sottintendere che ormai per me la modesta retribuzione bocconiana era del tutto marginale).
* * *
Soldi pochi, ma alti riconoscimenti morali. Per non fare che un esempio, il 15 dicembre 1952, quando Luigi Einaudi, professore di scienze alle finanze alla Bocconi dal 1902 al 1925 – e in quell’anno Presidente della Repubblica – presenziò in Aula Magna alla celebrazione del primo cinquantennio dell’Università, anch’io ero presente sul palco tra i docenti.
2.2 Docente al fianco di Masini e Rossi (1952-54)
Gli anni successivi (1952-54), nei quali continuai a insegnare Ragioneria al fianco di Carlo Masini e di Napoleone Rossi, sostituendo il Maestro, ormai divenuto cieco e ritiratosi a Venezia, nella sua bella casa sul Canal Grande, furono un periodo in cui studiai e pubblicai molto: la mia tesi in primis. Ricordo ancora oggi con quale emozione, giovane laureato, entrai nell’estate 1949 nella sede della casa editrice Giuffrè – in Corso Italia – per dare alle stampe L’economia delle imprese cotoniere, la mia tesi di laurea, discussa con Gino Zappa, che era stata premiata dal Maestro con un 110 e lode ed elogiata con parole che avrebbero dato slancio alla mia carriera accademica. Alla stessa sarebbero seguiti, di lì a un anno, I rendimenti e La produzione e il mercato nelle ricerche e nelle rilevazioni di impresa; nel 1951 La diversificazione dei prezzi e Il costo di produzione e, tre anni dopo, L’analisi del bilancio e I costi d’azienda. Tutti pubblicati da Antonino Giuffé, un bocconiano della prima ora.
Dallo studio per settori, che aveva connotato il mio primo lavoro, i miei studi si sarebbero indirizzati, in seguito, su altre vie. Inizialmente in perfetta sintonia con Zappa, ma tuttavia gradualmente spostandomi verso la quantificazione dei fenomeni indagati, con formule, ecc. (si ricordi che tutti i libri di Zappa non contengono alcuna formula, sono sempre descrittivi). Ma soprattutto mi avviai a infrangere uno dei tabù che coinvolse per parecchi anni la scuola zappiana: la misura del costo di prodotto. Pare oggi quasi incredibile: ma molti degli epigoni del Maestro avrebbero continuato a sostenere questa tesi.
Non fu per me agevole prendere le distanze dal Maestro. Lo rimarcò, con la sua consueta schiettezza, Sergio Vaccà scrivendo anni dopo per un convegno in Bocconi: «La sua ricerca sui costi si colloca però in una prospettiva differente e tale da rappresentare una reazione critica a un’imperante esasperazione di tipo teologico fondata sull’indeterminazione dei costi, sull’impossibilità di una fondata misurazione. Recuperare una teoria del costo che consentisse di disporre di uno strumento concettuale necessario per l’economia aziendale, è stato l’obiettivo perseguito da Guatri».
«A molti anni di distanza questa reazione (ben più articolata rispetto a questi brevi cenni) di Luigi Guatri al pensiero economico-aziendale dominante, può anche sembrare normale, cioè rispondente a uno dei tanti passaggi evolutivi che contrassegnano il progresso del pensiero scientifico. Sennonché le cose allora si presentavano meno semplici e la cautela usata dal Nostro nell’esporre le sue riflessioni senza dubbio rifletteva anche il fatto che Gino Zappa non condivideva le conclusioni raggiunte da Guatri nella sua ricerca»2.
Più tardi, quando mi occupai di «valutazioni di aziende», il fenomeno si acuì. Ricordo che il mio carissimo amico Giovanni Ferrero (allievo di Pietro Onida, zappiano «della prima ora») scrisse un libro su questo tema. Ma era quasi… timoroso che si potesse misurare il valore. «Ma com’ è possibile – gli dicevo – valutare un’azienda se non si conclude con una misura, cioè con un numero, una grandezza?»
Non ci fu verso: egli continuò a scrivere di «supposte» (!) grandezze: per non dispiacere al suo Maestro. E ci volle molto tempo per demolire questo tabù: oggi sembra quasi incredibile. Solo molto tempo dopo, con il libro La qualità delle Valutazioni. Una metodologia per riconoscere e misurare l’errore3, completai la mia ricerca. Si legge sul risguardo di copertina del libro: «I risultati delle valutazioni aziendali sono spesso intesi (e proposti) come dati certi: siano essi espressi entro definiti “intervalli”, o ancor più con una cifra unica che vorrebbe lasciar intendere una precisione quasi infinitesimale. Nulla di più falso! Simili convincimenti sono pure illusioni, remote dalla realtà.
Nell’Economia aziendale (e in quella sua branca che si occupa delle valutazioni aziendali), come in tutte le scienze, l’errore è un “ospite indesiderato” delle stime; ma ciò nonostante sempre incombente su di esse. E anche qui, come in tutte le scienze, la misura dell’errore è “assolutamente necessaria per conoscere la qualità delle soluzioni e dei risultati”.
Sia i teorici sia i pratici si sono tuttavia sempre tenuti lontani dall’affrontare il tema. Tanto più che mettere in evidenza gli errori significa, almeno sul piano delle applicazioni, dispiacere a qualcuno o andare contro alcuni interessi (talvolta potenti). Il che ha invogliato i più a trascurare queste ricerche. Esse, tuttavia, sono oggi diventate ormai indispensabili e appaiono come un approccio innovativo e, a nostro parere, anche di grande rilievo sia teorico, sia – e forse soprattutto – pratico. L’analisi (e la storia) degli errori sono infatti uno dei modi più efficaci e diretti per comprendere come essi possono essere evitati per il futuro.
Il fatto che, fino a oggi, la metodologia di misura dell’errore nelle valutazioni aziendali sia stata una pagina interamente bianca non può che ripercuotersi con pesanti conseguenze anche sui giudizi d’errore in sede giurisdizionale. In questo àmbito (che ha proprie specificità), l’esperto non dispone di alcuna metodologia condivisa: perciò o sa improvvisarne una propria (il che è raro e comunque genera spesso conclusioni opinabili), oppure non è in grado di operare se non a rischio frequente di superficialità e di giudizi fallaci».
2.3 Dal corso biennale per dirigenti alla Scuola di direzione aziendale (1954-1971)
Nel 1954 Giordano Dell’Amore diede inizio, con il pieno consenso del Consiglio d’Amministrazione (presidente Furio Cicogna) al Corso biennale di specializzazione per la preparazione dei quadri direttivi d’azienda (brevemente detto Corso biennale per dirigenti).
Era la prima scuola universitaria di management in Italia, anche se più vicina alle forme tradizionali di insegnamento ex cathedra che non alle business school anglosassoni (alle quali ci si avvicinò dopo la riforma del 1969, dalla quale emerse la Scuola di direzione aziendale (SDA), a guida della quale fu posto Claudio Demattè un giovane – all’epoca – allievo di Dell’Amore, che dimostrò subito straordinarie doti manageriali.
Fin dal primo anno partecipai al biennale per dirigenti tenendo il corso sui «Costi di produzione e di distribuzione». Proprio nel 1954, come ho scritto in precedenza; avevo infatti pubblicato, nella collana dell’Istituto di Ricerche Aziendali, il volume I costi di azienda, che in quelle lezioni (tenute a giovani laureati di varia estrazione – da Economia, da Legge, da Ingegneria in particolare – già impegnati nelle aziende e quindi dotati di esperienze di lavoro) trovò importanti riscontri e verifiche.
Sostenuto dal vigore di Dell’Amore e grazie alla possibilità – di cui disponeva – di chiamare a raccolta i più noti esperti dei vari settori del management italiano, il Corso per dirigenti si resse con successo per molti anni. Esso divenne tuttavia gradualmente obsoleto negli anni ‘60 più per problemi di modalità e di strumenti d’insegnamento che non di contenuti: mancava una didattica interattiva e partecipativa, mancava la discussione dei casi, secondo le regole ormai affermatesi nelle business school anglosassoni.
La presa di coscienza che il modello formativo sino a quel momento adottato risultava inadeguato a soddisfare la domanda di formazione proveniente da aziende e da istituzioni pubbliche e private, indussero il consiglio direttivo a sospendere per un anno il Corso, chiedendo a Vittorio Coda e a Roberto Ruozi di procedere alla riprogettazione radicale e innovativa dello stesso. Lo sforzo dei due giovani aziendalisti sarebbe stato, di lì a poco, supportato dal contributo di Claudio Demattè, rientrato dagli Stati Uniti, dopo una stimolante esperienza fatta in una business school d’Oltreoceano.
Il gruppo primigenio fu integrato da 12 persone (sei capi area e sei assistenti di area). Precisamente:
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Settori |
Capi area |
Assistenti di area |
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Organizzazione |
Airoldi |
Salvemini |
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Controllo |
Amigoni |
De Vecchi |
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Marketing |
Podestà |
Valdani |
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Strategia |
Demattè |
Canziani |
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Produzione |
Brugger |
Ferrata |
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Finanza |
Onado |
(n.r.) |
Le riflessioni del gruppo di studio, proseguite sino alla primavera del ’73, condussero alla riformulazione dei programmi e dei metodi didattici e alla decisione di ampliare l’offerta culturale ad attività volte a consentire «lo sviluppo e la diffusione di una cultura direzionale rispondente ai bisogni delle aziende operanti nel Paese e […] a favorire la formazione dei laureati all’esercizio del management in un contesto ambientale dinamico che richiede sempre maggiori capacità di gestire situazioni in cambiamento e in sviluppo»4. Iniziative che avrebbero trovato un unico coordinamento in seno a una «Scuola superiore di Direzione Aziendale, dotata di personalità giuridica e autonomia amministrativa, didattica e disciplinare»5, di cui Demattè sarebbe stato il primo direttore.
Tale forma di autogoverno, contemplata già nelle prime bozze di statuto dell’Istituzione, era intesa a garantire alla SDA l’indipendenza e la flessibilità necessarie a operare nel campo della formazione aziendale, con il solo limite rappresentato dalle risorse finanziarie necessarie per il sostentamento dell’iniziativa. L’autofinanziamento diventò ben presto un tratto essenziale della cultura organizzativa della SDA, obbligandola a confrontarsi con il mercato, a indirizzare le risorse su iniziative che presentassero possibilità di successo e a compiere massicci investimenti nella formazione del capitale umano.
La nuova Scuola, che prese forma all’inizio degli anni ’70, era dunque profondamente diversa dalla precedente: differenti i contenuti (la divisione atteneva ai problemi piuttosto che a strumenti specifici di analisi economico-aziendale) e diversa l’organizzazione, che prevedeva venti moduli ognuno dei quali affidato a un singolo docente, che si sarebbe avvalso di «testimoni privilegiati» (amministratori, managers, professionisti, consulenti) che esponessero le loro esperienze e discutessero i problemi concretamente affrontati.
Il successo della formula adottata andò ben oltre le aspettative: all’apertura del corso il numero programmato fu ben presto raggiunto e superato, spingendo i responsabili dello stesso ad avviare processi di selezione dei candidati, già ab initio auspicati, ma rinviati a un futuro che si riteneva non così prossimo.
Il modello didattico adottato ricalcava gli schemi proposti dalle business school anglosassoni, parzialmente riadattato alle specifiche esigenze del mondo economico italiano; ma ben presto la realizzazione di alcune significative esperienze avrebbe consentito di mettere in campo un’offerta ampia e differenziata di servizi formativi che spaziava dai
«Seminari» e ai «Corsi brevi», destinati a dirigenti e a quadri intermedi e volti a soddisfare differenti esigenze di formazione manageriale, al «Corso intensivo di introduzione alla gestione d’azienda», per giungere finalmente a ipotizzare e a realizzare un master in business administration.
2.4 Dal 1957 lo IEFE («Istituto di Economia delle fonti di energia»)
La fondazione dello IEFE (Istituto di Economia delle Fonti di Energia) nel 1957 fu una iniziativa di grande risonanza. Era un problema centrale del mondo moderno, quello dell’energia, che la Bocconi aveva percepito con grande anticipo sui tempi e al quale fu dedicato il primo centro di ricerca bocconiano: un archétipo sul modello del quale proliferarono nei decenni successivi numerosi «centri».
Dell’Amore e Cicogna erano stati gli ideatori dell’iniziativa, alla quale furono dedicati mezzi, spazi e dotazioni straordinarie per quell’epoca di ristrettezze (il centro era peraltro supportato finanziariamente dai massimi operatori dell’energia, in particolare società elettriche e petrolifere).
In quegli anni in Europa esisteva un solo istituto di questo genere: l’Energiewirtschaft Institute di Colonia, diretto dal professor Theodor Wessels, che ebbi occasione di visitare nel 1958 e dal quale traemmo ispirazione per l’organizzazione della nostra iniziativa. Conoscevo il tedesco, che peraltro avevo abbandonato nella pratica da alcuni anni: e perciò intendersi con Wessels non fu proprio facile. Ma alla fine riuscii a ottenere le informazioni e i consigli essenziali, che Wessels ci profuse a piene mani.
Fui chiamato dal duo Dell’Amore-Cicogna prima come «Segretario generale» e poi come «Direttore» (agli inizi il direttore era lo stesso Dell’Amore). Ricordo come fosse ieri il duro impegno che dedicai nella calda estate del 1957 (mentre ero in vacanza in Versilia) a preparare un articolo per il numero di esordio della rivista bimestrale Economia delle fonti di energia, di cui assunsi la direzione. Il tema, per me e per tutti allora sconosciuto, era il costo dell’energia nucleare. Quando apparve nell’autunno 1957 il primo numero della rivista, Cicogna così lo commentò: «È un’opera seria». Nel suo linguaggio era il massimo elogio. Dell’Amore era raggiante: la sua nuova creatura aveva mosso con successo i primi passi!
Al tema mi dedicai negli anni successivi con entusiasmo. I risultati delle mie ricerche sarebbero stati raccolti in alcuni volumi attinenti all’economia delle fonti energetiche tradizionali e nucleari6; a questi si sarebbero aggiunti numerosi articoli apparsi tra 1957 e 1965 sulla rivista del Centro7.
Dopo tale anno il mio interesse per l’Istituto andò declinando; passai quindi la mano prima ai giovani collaboratori e successivamente al prof. Sergio Vaccà, che l’avrebbe condotto con mano ferma fino alla dolorosa morte. Grazie Sergio, per quanto hai fatto per la Bocconi!
Note
1 In Allegato 1 si riporta l’intervista di Marzio Romani a Luigi Guatri «I secondi cinquant’anni nel ricordo di un protagonista» (in Storia di una libera università. L’Università commerciale Luigi Bocconi dal 1945 a oggi, Egea 2002, pp. 473-497).
2 Atti della presentazione degli Studi in Onore di Luigi Guatri, Bocconi Comunicazione (Milano, 1989), p. 47 e segg.
3 Università Bocconi Editore (Milano, 2007).
4 ASUB – Archivio SDA. Busta 1. Bozza di statuto della costituenda Scuola Superiore di Direzione Aziendale. S.d. art. 2.
5 Idem art. 1.
6 Sono: Caratteristiche economiche della domanda di energia elettrica e Gli oneri inerenti agli investimenti nella formazione del costo dell’energia nucleare (Giuffrè 1951) e Ricerche di mercato nelle aziende elettriche e del gas e Ammortamenti e oneri finanziari nelle aziende elettriche (Giuffrè 1960 e 1961).
7 Gli articoli da me pubblicati sulla rivista dell’IEFE sono i seguenti:
- Contributo allo studio dei costi dell’energia elettronucleare, anno 1, n. 1, set.-ott. 1957
- L’obsolescenza delle immobilizzazioni tecniche nell’economia delle imprese, anno 2, n. 1, gen.-feb. 1958
- Note sull’economia delle aziende di pubblici servizi, anno 2, n. 3 mag.-giu. 1958
- Valutazione sintetica dei motivi di variazione del costo di produzione dell’energia elettronucleare nel triennio 1955-58 (sulla base dei dati e delle esperienze risultanti dalla II conferenza di Ginevra sugli usi pacifici dell’energia nucleare), anno 2, n. 5, set.-ott. 1958
- Introduzione allo studio dell’economia delle fonti di energia, anno 3, n. 2, mar.-apr. 1959
- Il saggio di remunerazione dei capitali nel calcolo del costo di produzione dell’energia elettrica, anno 3, n. 5, set.-ott. 1959
- Alcune caratteristiche della domanda del gas di città, anno 4, n. 1, gen.-feb. 1960
- Il mercato dell’energia, anno 4, n. 3, mag.-giu. 1960
- La validità, nello spazio e nel tempo, delle strutture di costo dell’energia elettrica di origine idraulica, anno 4, n. 6, nov.-dic. 1960
- Costi e diagrammi di carico nell’ industria del gas, anno 5, n. 2, mar.-apr. 1961
- L’analisi dei costi: significato e limiti, anno 6, n. 2, mar.-apr. 1962
- Nota sui procedimenti di calcolo dei costi dei prodotti congiunti, anno 6, n. 5, set.ott. 1962
- Considerazioni su alcune caratteristiche del mercato dei prodotti petroliferi, anno 6, n. 6, nov.-dic. 1962
- Relazioni fra la domanda ed i prezzi delle fonti di energia nel settore domestico, anno 8, n. 2, mar.-apr. 1964
- Gli elettrodomestici, fattore di progresso, anno 9, n. 4, lug.-ago. 1965