Il mondo di Guatri
2026/10
Dal 1999 Vice-Presidente del Consiglio d’Amministrazione
6.1 La morte prematura di Giovanni Spadolini
Il 4 agosto 1994 scomparve prematuramente il Presidente Spadolini. La ferale notizia mi raggiunse a Seefeld, dove mi trovavo per le vacanze estive. Egli morì di una malattia irrimediabile all’ospedale militare del Celio a Roma.
Seefeld in Tirolo è una ridente cittadina in Austria, sulla strada che collega Innsbruck (al Sud) e Monaco di Baviera (al Nord).
L’avevo scelta anche perché è dotata di due bei campi di golf: uno grande e difficile dove si svolgevano gare importanti (e vi giocai con mio figlio Giorgio); e uno piccolo a sei buche (dove verso sera giocavo tutti i giorni con mia moglie Lina). Avevamo scelto un albergo importante che mi consentisse di studiare (in quell’anno scrissi «Turnaround. Declino, crisi e ritorno al valore», che Egea pubblicò in rinnovata edizione nel 2005).
Colto dalla notizia all’improvviso (mi telefonò affranto Enrico Resti) non ebbi neppure il tempo di recarmi a Roma per le esequie.
6.2 La visita di Mario Monti a Seefeld
Dopo qualche giorno mi telefona dall’Engadina Mario Monti, Rettore della Bocconi, che chiede di farmi visita. Mi raggiunge con la moglie Elsa dopo qualche giorno.
Dopo un pranzo frugale con Lina, Elsa, i miei figli Fiorella e Giorgio, la mia segretaria Anna Gigante, Mario chiede di parlarmi.
Ci ritiriamo nella mia suite. Mi dice che è venuto a Seefeld appositamente per chiedermi di succedere a Spadolini nella Presidenza della Bocconi. Ma io non ho esitazioni: gli dico che non mi sento di farlo e che quella carica si addice meglio a lui.
Telefono al Presidente pro-tempore dell’Istituto Javotte Bocconi – Amici della Bocconi (il Dott. Emanuele Dubini) e chiedo il suo accordo. Ne ottengo l’incondizionata approvazione. Io – assicuro a Monti – per qualche anno manterrò la carica di Consigliere Delegato e sarò, nel frattempo, il tuo Vice-Presidente.
6.3 La scelta migliore
Mi sono spesso detto – nella mia ormai lunga vita – che se qualcosa di buono ho fatto per la Bocconi, questa fu proprio la decisione assunta a Seefeld: di portare Mario Monti alla Presidenza dell’Università Bocconi.
Al ritorno a Milano alcuni colleghi si congratularono con me dicendomi che avevo compiuto la scelta migliore. Ebbi, insomma, un’approvazione unanime.
6.4 I miei predecessori alla Vice-Presidenza
Più di una volta ho detto scherzosamente agli amici che la carica «più pericolosa» in Bocconi è proprio quella di Vice-Presidente.
I miei due predecessori morirono infatti di morte violenta. Così fu, nel periodo fascista, per il filosofo Giovanni Gentile, che fu strenuo difensore dell’indipendenza della Bocconi e che non ebbe remore a recarsi dal «Duce» a perorare la causa del rettore Gustavo Del Vecchio e dello statistico Giorgio Mortara, colpiti dalle leggi antisemitiche del 1938 e più tardi per chiedere il reintegro di Giovanni Demaria, sospeso dall’insegnamento in seguito a una temeraria relazione tenuta a Pisa nel ’43 e che, nei primi mesi del ’44, prima di cadere sotto il piombo di un gruppo di gappisti fiorentini riuscì a salvare l’università dalla statizzazione imposta dal ministro della pubblica istruzione della repubblica di Salò.
E lo stesso accadde a Roberto Calvi, Presidente del Banco Ambrosiano, il grande finanziatore della Bocconi dell’epoca, trovato morto misteriosamente a Londra nel 1981, sotto il ponte dei «frati neri», dopo un’inaspettata fuga da Milano. Dal che nacque nel 1982-83, il biennio passato in via Rizzoli, a Milano, come Commissario dell’Amministrazione Controllata. Uno dei più complessi lavori professionali della mia vita.
6.5 Un intermezzo stressante
Prima dell’arrivo di Bruno Pavesi alla carica di Consigliere Delegato si ebbe un intermezzo breve, ma stressante: fu il periodo di Gianemilio Osculati nel 2007.
Questi, nell’anno circa che passò con noi (ad alto prezzo, va detto chiaramente) seppe catturare la simpatia dei docenti e – perché no? – anche la nostra. Era – tra l’altro – quel che si dice un grande show-man.
Improvvisamente si accorse, credo, che quel lavoro non gli piaceva e se ne andò «sui due piedi». Mario Monti e io, per due-tre mesi (nell’attesa che Bruno Pavesi, da me chiamato in soccorso, arrivasse da noi) dovemmo sobbarcarci il ruolo – non lieve – di Consigliere Delegato. Ruolo che a Monti non piaceva (non era per lui) e a me – ormai più che ottantenne – non si addiceva più. L’abbiamo fatto per amore della nostra «Bocconi». Ma è stato – lo ricordo bene – molto pesante.