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Il mondo di Guatri

2026/10

Consigliere Delegato per 25 anni (1974-1999)

4.1 L’origine

Nel settembre del 1974 fui convocato da Furio Cicogna che mi ricevette presso la sede milanese del Banco Lariano, che in quel momento egli presiedeva. Cicogna mi propose di entrare a far parte del Consiglio di amministrazione della Bocconi e di assumere la carica di consigliere delegato, con tutti i poteri.

Chiesi quindici giorni per riflettere (allora avevo già molti impegni professionali oltre a quelli accademici); mi concesse 48 ore. Il giorno dopo accettai e in quella carica rimasi per venticinque anni.

Era l’epoca di Roberto Calvi, presidente del gruppo Banco Ambrosiano, che contribuiva con 500 milioni di lire all’anno al bilancio della

«Bocconi» (tre volte gli introiti delle tasse studentesche dell’epoca). Dopo la difficile direzione di Carlo Baccarini, chiamato dall’Università Statale di Milano (di cui era stato il direttore amministrativo) la Bocconi era in grandissime difficoltà, stava andando alla deriva.

Fu nella veste di importante mecenate che conobbi Roberto Calvi, che entrò come vicepresidente nel Consiglio dell’università (era l’unica condizione che pose), sia pure senza alcun potere, che del resto non richiese mai. Dopo poco tempo Furio Cicogna morì (eravamo nel gennaio del 1976) e al suo posto fu nominato il senatore Giovanni Spadolini. Da quel momento si creò questa curiosa triade: Spadolini presidente, Calvi vicepresidente, Guatri consigliere delegato.

Con Spadolini ebbi dall’inizio un rapporto molto franco: gli illustrai la difficile situazione in cui versava l’università e gli prospettai una ipotesi di piano a medio termine (che avevo discusso, con incontri riservati in casa mia, con alcuni più giovani colleghi, tra i quali ricordo Roberto Ruozi, Vittorio Coda, Claudio Demattè). La linea strategica che proposi fu quella di ripristinare, con un graduale ma sensibile aumento dei contributi richiesti agli studenti (e con il supporto di un’adeguata comunicazione, di un miglioramento di tutti i nostri «prodotti culturali», dell’introduzione del «numero chiuso» di iscrizione, ecc.) l’equilibrio del bilancio e di conservare per il momento i contributi dei privati, ma rendendoli in quattro o cinque anni «non più necessari». Spadolini accettò con entusiasmo il progetto: non vedeva l’ora che potessimo «contare solo su noi stessi».

La presenza in Consiglio di Roberto Calvi (che pure in diversi anni ben poche volte prese la parola e soprattutto non chiese mai nulla per sé, pur continuando nella contribuzione che suddivise pro quota tra le sue numerose controllate – La Centrale, la Toro, il Varesino, la Banca Cattolica del Veneto, ecc.) divenne nel tempo, per Spadolini, un vero incubo.

Fin dall’inizio mi disse che avrebbe fatto in modo da evitare che, in sua assenza (i suoi impegni politici divennero sempre più importanti, fino alla presidenza del Consiglio dei ministri), Calvi presiedesse il Consiglio. In tali occasioni mi spediva una lettera in cui, motivando l’assenza, mi chiedeva di assumere la presidenza in sua vece. Il che feci più e più volte; senza, invero, che Calvi mai eccepisse alcunché, anzi, come fosse cosa naturale.

Da Roberto Calvi ci giunse, dopo alcuni anni, solo una richiesta: mi invitò con il dottor Enrico Resti (il fidatissimo direttore amministrativo della mia epoca) presso la presidenza del Banco Ambrosiano, dove accennò all’eventualità che l’Università gli conferisse una laurea honoris causa. Gli facemmo presente che ciò non era nella tradizione della Bocconi; che non era mai accaduto prima e che l’orientamento unanime era di continuare su questa strada: non eccepì nulla, non ne parlò mai più.

4.2 Le difficoltà

Per me, che avevo altri pesanti impegni di docenza e professionali1, svolgere le funzioni di Consigliere Delegato non era facile. Anche se ero ben aiutato da tre dirigenti capaci e fedeli (Enrico Resti, Salvatore Grillo, Umberto Dubini).

Come era in uso a quei tempi, la remunerazione era solo simbolica: 10.000 lire all’anno; all’incirca il compenso di un giorno di lavoro professionale. Ma non era per noi questione di soldi: lo sentivamo come un dovere. La funzione di rettore, del pari, era senza alcuna remunerazione: era un onore in sé. Ancora una volta, pensando all’oggi: quam mutatus ab illo! Oggi i docenti «non muovono un dito» senza un compenso…

Il compito di risanare il bilancio della Bocconi non fu affatto facile. Il concetto che ispirava il mio Piano era concettualmente semplice, ma di non agevole realizzazione. Si trattava di aumentare gradualmente, anno per anno, le tasse studentesche, così che i ricavi crescessero più dei costi. In tal modo, facendo tornare gradualmente il bilancio all’equilibrio, si sarebbero resi «superflui» i contributi esterni (sostanzialmente quelli di Calvi). Ci vollero, come previsto, quattro-cinque anni per ottenere tale risultato; ma vi riuscimmo.

Spadolini fu attento al bilancio dell’Università fin quando (poco prima della misteriosa scomparsa di Roberto Calvi) gli annunciai che quei «contributi» non erano più necessari: da quel momento al bilancio non si sarebbe mai più accennato!

* * *

Ecco, in breve, la storia del lungo processo di risanamento delle finanze della Bocconi letto attraverso i risultati di bilancio dal 1973 al 1979/802. Il bilancio dell’anno accademico 1973/74 (il primo che trovai) chiuse con una perdita di 90,9 milioni di lire (compresi i 500 milioni erogati da Roberto Calvi). I contributi versati dagli studenti ammontarono a soli 379,5 milioni (1/5 circa delle spese). L’anno seguente la perdita fu di 159 milioni di lire (sempre tenuto conto del contributo di Calvi); le tasse studentesche, che assommavano a 399,2 milioni di lire, ancora una volta non coprivano che 1/5 delle spese; mentre costi e ricavi della SDA – la Scuola di direzione aziendale – all’incirca pareggiavano.

I bilanci del 1975/76 e del 1976/77 risultavano ancora in perdita – rispettivamente di 469,3 e di 444,8 milioni di lire (compresa la solita erogazione di Roberto Calvi). I contributi studenteschi, passando da 424,7 a 792,6 milioni, segnarono un deciso incremento, passando (dal 20 al 29 per cento delle spese); mentre il conto della SDA, risultato per la prima volta, leggermente positivo nel ’75/76, ritornò con il segno meno nel 76/77.

Il bilancio 1977/78 chiude finalmente in pareggio e lo stesso avvenne per quello del 1979/80. Ma si trattava di un equilibrio solo formale; in realtà si accumulavano riserve latenti: il bilancio sarebbe stato in pareggio anche senza i contributi di R. Calvi. La lunga rincorsa era così terminata! Potevamo finalmente fare a meno di Calvi!

Spadolini ebbe solo un «ritorno di fiamma» quando – dopo la prematura morte di Innocenzo Gasparini – lo informai con cautela di una visita in corso della Guardia di Finanza, che – forse – collegava il nostro successo economico (ottenuto alla luce del sole) alla sparizione dei molti miliardi di Calvi (che certo avevano preso altre strade) e a tal fine stava interrogando Vincenzo Petiti, il povero ex-autista di Gasparini, che non poteva saperne nulla. Ma poi tutto si risolve in una «bolla di sapone» (ma con Enrico Resti e Umberto Dubini passammo, per l’ultima volta, giorni difficili…). Fu proprio Umberto Dubini ad assistere Petiti davanti al colonnello che lo interrogava.

* * *

Quando, in quegli anni (dal 1975 in avanti), m’incontravo periodicamente con le rappresentanze studentesche (all’epoca ancora influenti) per discutere dell’aggiornamento delle tasse, chiedevo sempre al Rettore Innocenzo Gasparini di partecipare all’incontro. Incontro ch’egli aveva la pazienza di preparare molto scrupolosamente, trattando per ore e ore con gli studenti, affrontando i principali nodi problematici, chiarendo i punti oscuri, appianando i contrasti, – mediando insomma con la «consumata abilità» di grande diplomatico, che più volte ci aveva tratto d’impaccio nelle situazioni più spinose; in tal modo ci «spianava la strada». A questa sua fatica credo che la «Bocconi» debba molto: e anche per questo non possa e non debba dimenticarlo!

Alla fine di questo lungo e faticoso processo di risanamento delle finanze bocconiane e di rinnovamento delle strutture didattiche e scientifiche, Giovanni Spadolini, nel suo ultimo discorso (pronunciato il 25 ottobre 1993) in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico avrebbe orgogliosamente affermato: «E voglio affermare come Libero Lenti amasse sottolineare proprio lo sforzo compiuto dalla Bocconi per trasformarsi – sono sue parole – da “una specie di salotto della borghesia milanese in un crogiolo dove si fondono e si mescolano giovani d’ogni provenienza sociale”. Un risultato conseguito grazie alla graduazione delle tasse e ai sacrifici che la Bocconi ha saputo imporre con equità per restare un’Università libera, sottratta a tutti i condizionamenti e a tutte le pericolose sponsorizzazioni».

4.3 L’Istituto per il diritto allo Studio (ISU)

Il Consigliere Delegato era anche il presidente dell’ISU Bocconi, il cui consiglio era (nel 1990) così composto:

PresidenteAlessandro Migliavacca

Luigi GuatriGiuseppe Rambelli

Vice PresidentiMarco Arduini

Roberto MelloniGiorgio Branca

Cesare PedrazziEnrico Guarini

ConsiglieriPaolo Massari

Giacomo ProperzjAndrea Pacella

Stefano PodestàRaffaele Tangorra Silvio Brondoni

Riccardo CappellinRappresentante del personale ISU Bocconi

Marco MeneguzzoMaria Adele Invernizzi Salvadori

Franco SabaSegretario: Salvatore Grillo

Giovanni Battista Curami(Direttore ISU Bocconi)

Collegio dei revisori dei conti

Giuseppe Palazzi (Presidente), Paolo Palumbo, Roberto Sattin

Ricordo nitidamente, ancora oggi, come si svolgevano questi consigli, che riuscivo a far durare poco (1-2 ore), approfittando dell’«esuberanza» di Salvatore Grillo. Bastava che qualcuno (tipicamente: uno dei rappresentanti degli studenti) intervenisse, non sempre a proposito, perché Grillo con la solita arguzia, lo liquidasse con una battuta. Io, ammettendo quelle domande, rendevo breve lo svolgimento della riunione.

Grillo, notoriamente, è sempre stato a favore degli studenti, che ha protetto il più possibile. Era, in realtà, contrario solo a coloro che – con l’aiuto dei genitori – nascondevano i redditi per godere di indebite agevolazioni.

Note

1 Il 14 luglio 1986 il «Mondo» stilò «una classifica dei primi 12 re dei consigli d’amministrazione tenendo conto del numero di cariche detenute in società quotate in Borsa. Compilata la graduatoria sulla base di questo parametro, per ciascuno di loro sono state inoltre ricostruite e aggiunte le cariche più significative in società non quotate. Un medagliere che ha riservato qualche sorpresa per la sua ricchezza e varietà. Nella graduatoria finale è arrivato primo, con ben 12 consigli d’amministrazione e collegi sindacali di società di Borsa al suo attivo, Luigi Guatri, da due anni rettore della Bocconi, che siede anche nella stanza dei bottoni di altre 12 società non quotate. In tutto 24 incarichi, dalla Simmenthal alla Honeywell passando per la Montedison, di cui è presidente dei sindaci».

2 I bilanci della Bocconi degli esercizi dal 1973/74 al 1979/80 sono riportati nell’Allegato 2.