Vai al contenuto principale Vai in fondo alla pagina

Il mondo di Guatri

2026/11

Introduzione

Ma come è accaduto? Come è potuto accadere che l’Italia si sia così impoverita? E in così breve tempo? Ricordo il titolo di un libro in vendita alcuni anni fa. Diceva: Eravamo Poveri, Ritorneremo Poveri. Mi sembrava forzato. Era profetico.

Profetico solo per l’Italia? Non esattamente. A una prima occhiata non è che gli altri soci del G7, poi diventato G8, e tuttora paradossalmente considerati ricchi, se la passino meglio. Anche loro rischiano di essere schiacciati dalla montagna dei debiti sovrani. Quelli del Giappone, tanto per fare un esempio, sono pari al 235% del PIl, il doppio dell’Italia. Quelli degli Stati Uniti sono pari al 100%, che diventa un 135% se si considerano i passivi abissali di Fannie Mae e Freddie Mac, cioè delle due agenzie federali all’origine del collasso dei subprime (autunno 2008).

Secondo un calcolo di Robert Samuelson pubblicato dal Washington Post, il debito americano nel suo complesso è ben più alto degli ufficiali 17 trilioni (un trilione uguale mille miliardi) di dollari, che in termini nominali corrispondono al doppio del debito dell’intera area dell’euro. Samuelson parla di circa 33 trilioni perché nel conto mette anche il debito privato, il debito dei 50 Stati federati, i buchi dell’assistenza sanitaria diventati ancora più grandi per l’infelice e pasticciata riforma di Obama.

E poi diamo un’occhiata alla stessa Germania, che si mette in cattedra e impedisce alla Banca Centrale Europea di funzionare come una vera banca centrale. Nel lanciare i suoi diktat al ventre molle dell’Europa la Germania si rivela meno virtuosa di quanto ci abbia fatto credere la signora Merkel: il suo debito si avvia a raggiungere il 90% del PIl. Se poi teniamo conto di un altro indice, l’indice di sostenibilità, che comprende sia il debito esplicito che quello implicito, legato all’invecchiamento della popolazione, se dunque lo mettiamo nel conto, vediamo che la Germania è messa peggio dell’Italia (studio condotto poco più di un anno fa dalla Stiftung Markwirtschaft di Berlino, diretta dagli economisti Michael Elfort e Bernd Raffelhueschen).

Perché questo libro

Ma allora, in questo desolato panorama di mali comuni, perché l’Italia è quella che soffre di più fra i grandi Paesi dell’Unione Europea?

Con il suo 130% di debito, sempre rispetto al PIl, non è poi messa molto peggio della Francia. E se consideriamo l’ultimo rapporto budget/ PIl è sicuramente messa meglio: 2,9% di deficit per l’Italia contro 4,8 per la Francia.

In altri termini, l’Italia è rimasta al di sotto del tetto stabilito dai parametri di Maastricht. La Francia no. Eppure l’Italia per rifinanziarsi in questi anni ha dovuto spendere 3-4 volte più della Francia, come misurato dal famoso spread, cioè dalla differenza di rendimento fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi. Mentre si è vista negata dagli eurocrati di Bruxelles quella flessibilità che ha invece consentito ai francesi deficit crescenti e incompatibili con gli impegni comunitari.

E allora torniamo alla domanda di cui sopra: perché l’Italia è penalizzata dai mercati pur con una contabilità pubblica non peggiore e in qualche caso migliore dei suoi partner europei?

Il perché è un condensato e un sovrapporsi di peccati antichi e nuovi. Li troverete enunciati in questo libro a più mani. Un libro unico, nel senso che unica nella sua originalità è l’idea che ne sta alla base: mettere a confronto le due Italie, quella che venne costruita negli anni del dopoguerra e quella che ci ritroviamo ora che gli architetti di quella costruzione vivono di glorie lontane e scrivono le loro memorie.

È un libro unico anche perché unici sono gli autori dei contributi. Tutti primi della classe. Ci sono il manager, il clinico, il tributarista, l’economista, il banchiere, il religioso, l’architetto, gli accademici. Nomi noti, anzi notissimi: Marchetti, Veronesi, Uckmar, Artoni, Apeciti, Gregotti, Billari, Tancredi Bianchi, Guatri.

Cito per ultimo Luigi Guatri, l’ormai mitico Rettore che dell’Università Bocconi è l’anima e il cuore come tutti sanno, perché mi consente una considerazione supplementare. Quando mi anticipò la sua idea, due anni fa circa, ne rimasi entusiasta. Non che avesse bisogno di incoraggiamenti, ma erano tali e tanti gli impegni da far temere sui tempi di realizzazione.

A 84 anni Guatri era tornato al vertice della Bocconi, perché il suo «carissimo Mario» era andato a Palazzo Chigi. Onori e oneri, in aggiunta alla sua riconosciuta e intensissima attività editoriale. Ce l’avrebbe fatta? Il libro sarebbe già dovuto uscire l’anno scorso. Esce invece quest’anno. Ed è una coincidenza editoriale opportuna, anche se non felice, perché nel frattempo il governo Monti non c’è più, mentre c’è sempre l’emergenza che quel governo avrebbe dovuto contenere. È andata come sappiamo. L’emergenza si è aggravata e un nuovo governo, il primo a grande coalizione nella storia repubblicana, ha ridato la parola ai politici dopo la contestata performance dei tecnici.

I meravigliosi anni Sessanta

Ora comunque il libro è pronto. Anzi – se Guatri mi permette – i libri sono pronti. Nove libri raccolti in una cornice tematica epocale. Ne sono autori coloro che, a partire dagli anni Cinquanta, al di là e a dispetto dell’instabilità e della frammentazione politica dei decenni successivi, hanno contribuito a fare l’Italia del miracolo.

Agli anni Cinquanta fecero seguito i davvero «meravigliosi» anni Sessanta (come li ricordano coloro che oggi hanno l’età giusta). Sono gli anni durante i quali l’Italia in Europa divenne quello che oggi è la Cina per il mondo: il Paese dalla crescita sbalorditiva. La ricchezza nazionale aumentava del 5, dell’8, persino dell’11% all’anno.

Confrontandola con la crisi attuale c’è da rimanere increduli. E se quelli di una «certa età» ne parlano ai giovani che oggi non trovano lavoro o se lo trovano è precario o se non è precario è pagato poco o se è pagato poco non possono consentirsi di vivere da soli, di sposarsi, di avere figli e sono costretti a fare i «bamboccioni» sino a 40 anni, se dunque lo raccontano ai figli, non saranno creduti.

Quella era un’epoca di poveri che lavoravano sodo per diventare ricchi, che erano animati da entusiasmo e da fiducia, dalla convinzione di migliorare sempre e di superarsi, di lasciare alle generazioni prossime venture un’Italia forte e moderna, risorta dalle macerie della guerra, un’Italia che da agricola diventava industriale e la cui produzione era di tale livello da conquistare i mercati d’Europa.

Ricordo il mio primo incarico all’estero. Fu in Germania. Arrivai a Bonn nel settembre 1971 come corrispondente per i giornali del Gruppo Monti Riffeser (Il Resto del Carlino e La Nazione, ai quali poi si aggiunse Il Giorno).

Bonn – come si sa – era la capitale della mezza Germania rimasta in Occidente. Così aveva voluto il cancelliere Adenauer per sottolineare il carattere provvisorio della designazione. Un giorno la capitale sarebbe dovuta tornare a Berlino, in una Germania di nuovo riunita. Che è quello che è avvenuto, come si sa, con il crollo del Muro e la disintegrazione dell’«impero del male» (secondo la famosa definizione di Reagan).

Ma tornando al mio trasferimento a Bonn, la prima sorpresa non fu tanto il respiro provinciale di quella cittadina sul Reno. Ero preparato. Un collega americano mi aveva avvisato: Bonn è grande quanto il cimitero di Chicago, ma due volte più morta. Ed ero preparato anche al clima: sembrava di essere sempre in novembre. Pioggia, umido, nebbie, forti sbalzi di temperatura. La Wehrmacht ci stazionava per qualche settimana i reparti dell’Afrika Korps prima di spedirli a combattere. Se resistevano a Bonn, ce l’avrebbero fatta anche nel deserto e nella foresta.

No. La mia maggiore sorpresa fu notare quanto massiccia fosse la presenza italiana. E non mi riferisco ai gastarbeiter, che allora lavoravano nell’edilizia e nelle fabbriche. Mi riferisco alle auto in circolazione, agli elettrodomestici in commercio, all’abbigliamento nelle vetrine dei negozi. Ricordo che quando parcheggiavo la mia Alfa Romeo Quadrifoglio davanti alla Pressehaus, dove avevo l’ufficio, si radunava presto un capannello di curiosi. Che linea! Che rifiniture!

«Quanto fa?», mi chiedevano. Mentendo rispondevo: «220». Plausibile. Allora sulle autostrade non c’erano limiti di velocità. «Eine Rakete», un razzo, esclamavano con una certa invidia. I tedeschi all’epoca non avevano nulla di paragonabile. La loro produzione automobilistica era più o meno quella dell’anteguerra. La Volkswagen era ferma al Maggiolino. Le ammiraglie della Mercedes avevano la grazia dei panzer. La Bmw praticamente non esisteva. Macchine resistenti, affidabili, ma pesanti e ineleganti.

L’import dall’Italia – non solo quello delle auto – era invece più originale, esclusivo e soprattutto aveva un migliore design. Esattamente come capita ora con l’import dalla Germania. I commercianti dicevano: certo la roba italiana costa di più, ma è un’altra cosa!

Un socialista del ripudio ideologico

Passò qualche anno. Poi, nel 1974, mi accorsi che le cose stavano cambiando, rapidamente e radicalmente. In peggio. Accadde quando accompagnai a Bellagio sul lago di Como l’allora cancelliere Helmut Schmidt. Schmidt era un socialista, ma un socialista diverso. Nel senso che governava come avrebbero potuto fare i suoi predecessori cristiano-democratici, Erhard, Adenauer. Era ideologicamente figlio del gran ripudio di Bad Godesberg (1959), quando la SPD si sbarazzò una volta per tutte di ogni pregiudiziale marxista. Di suo ci aveva messo il pragmatismo di chi aveva capito che, per avere successo nella pratica di governo, un socialista una volta al potere avrebbe dovuto rinnegare ogni dogmatismo ideologico. Insomma, non avrebbe dovuto comportarsi da socialista.

Fu il primo di una generazione di socialisti post-marxisti e come lui pragmatici. Gli altri – ne cito solo alcuni – furono l’italiano Craxi, lo spagnolo Gonzales, il britannico Blair. Furono gli interpreti di una sinistra liberale e liberista. È presto per dire se della privilegiata pattuglia entrerà a far parte Enrico letta. Vedremo.

A Bellagio dunque Schmidt incontrò il capo del governo italiano, Mariano Rumor, un democristiano psicologicamente condizionato dal timore che la sinistra – ancora massimalista e filosovietica – stesse per conquistare il potere. Rumor aveva bisogno di ossigeno per scongiurare la minaccia. E chiese un prestito di due miliardi di dollari. Non era una gran somma. Eppure la Bundesbank era contraria. Ma Schmidt capì il pericolo che incombeva sull’Italia e la convinse a cedere. Chiese in cambio e ottenne che l’Italia garantisse il prestito con le riserve d’oro.

lo scontro era indicativo già allora delle differenze concettuali, genetiche oserei dire, nelle filosofie economiche dei due Paesi.

  • Da una parte, in Germania, il rigore monetario; dall’altra, in Italia, le ripetute svalutazioni.
  • Da una parte la politica della spesa sostenibile; dall’altra, il ricorso sempre più frequente al debito.
  • Da una parte la compatibilità imprenditoriale fra costi e profitti; dall’altra, il teorema assurdo del salario «variabile indipendente» teorizzato da un luciano lama, che oltretutto veniva preso sul serio.
  • Da una parte, infine, la moderazione, anzi la collaborazione fra sindacati e imprese. La Mitbestimmung, la partecipazione dei sindacati alla gestione delle aziende, che nacque appunto nella Germania del dopoguerra. Dall’altra parte, l’irresponsabilità e le continue rivendicazioni sindacali come quella devastante della scala mobile che, nell’arco di un solo anno, fece aumentare il costo del prodotto finito del 33%.

La Bundesbank predicava che l’Italia avrebbe dovuto fare come la Germania: risparmiare nei momenti di magra. E quelli erano momenti di magra. L’Occidente era stato investito dallo choc petrolifero del 1973. Ma all’inflazione e alla perdita del potere di acquisto la banca centrale tedesca aveva reagito con una politica monetaria restrittiva e aveva imposto al governo l’austerità in fatto di spesa pubblica.

Risultato: il marco si apprezzò vertiginosamente. E le imprese tedesche, anziché lasciarsi andare alla disperazione, si impegnarono in una radicale opera di ristrutturazione. La parola d’ordine fu: innovare. E assistetti sbalordito alla velocità con la quale l’industria automobilistica – comparto trainante dell’economia – diversificò, moltiplicò, arricchì, abbellì la produzione.

la Volkswagen lanciò la Golf affidandone il disegno a Giugiaro, che poi avrebbe disegnato anche la Passat e la Scirocco. La Bmw chiamò Zagato. La Mercedes Pininfarina. Analogo processo nel settore degli elettrodomestici e dei macchinari per l’industria.

L’inizio del declino nazionale

A sud delle Alpi si delineava un processo inverso. Lo slancio si era arrestato. Le imprese italiane erano semiparalizzate. Persero in pochi anni le quote di mercato conquistate nel ventennio precedente. E questo nonostante le svalutazioni monetarie. Ricordo bene che quando ero arrivato a Bonn il cambio marco-lira era 180. Dopo quattro anni era il doppio. Ma la continua rivalutazione non compromise l’espansione dell’export tedesco. Anzi. Lo fece crescere. La spiegazione stava nella qualità, nella puntualità delle consegne, nell’affidabilità dell’assistenza. E nella produttività delle maestranze.

A proposito del crescente calo di competitività dell’export italiano, voglio ricordare questo episodio. Avevo comprato un’Alfa 33 e con mia moglie avevamo deciso di trascorrere un weekend a Parigi. Da Bonn, attraverso il Belgio, ci saremmo arrivati in poco più di quattro ore. Nulla in confronto alle distanze alle quali mi avrebbe poi abituato l’America.

Bene, anzi male: sull’autostrada presso Mons, a 180 km all’ora, mi rimase il cambio in mano. Attimi di terrore. Riuscii ad accostare e chiamai il carro attrezzi col quale tornammo a Bonn. Il giorno dopo telefonai alla sede centrale dell’Alfa a Milano e raccontai la cosa.

Mi risposero sconsolati:

«Ci dispiace ma può capitare?»

«Come può capitare?»

«Cerchi di capire. Scioperi selvaggi. L’assemblaggio dei pezzi ne può risentire.»

Qualcuno mi potrà domandare perché mi lasci andare ai ricordi personali. Il perché è semplice: pur non avendo la presunzione di elevarli a paradigma, mi aiutano a rimettere a fuoco la situazione di quegli anni. Rispetto ai miei colleghi che la vedevano dall’interno, io che stavo all’esterno presumevo di avere il vantaggio di una più panoramica e distaccata valutazione. E così sotto i miei occhi si consumava l’involuzione.

Il miracolo italiano ripiegava su se stesso. Sarebbe mai riemerso? Cominciavo a dubitarne. Visti dal di là delle Alpi, visti cioè dal Paese della Mitbestimmung e delle solide istituzioni, la conflittualità sociale permanente appariva un suicidio collettivo, sia a me sia agli osservatori tedeschi. I quali in particolare se la prendevano con l’instabilità politica cronica. Criticavano i governi che duravano una stagione, che vivevano alla giornata e si dimostravano incapaci di programmare un’azione di lungo respiro. Per cui i problemi si sommavano ai problemi. E quanto a risolverli, beh! la pratica in uso sembrava essere quella di non fare assolutamente nulla. Prevaleva la rassegnata accettazione dell’immobilismo andreottiano: riporre i problemi nel cassetto, prima o poi si sarebbero risolti da soli.

Questa era l’immagine proiettata all’estero. Ma ce n’era un’altra, complementare e altrettanto importante che all’estero sfuggiva e di cui in Italia era (ed è) difficile parlare: il ricorso alla conflittualità sindacale per scardinare il sistema. Il PCI utilizzava la CGIl come il braccio armato per una rivoluzione alla quale non aveva ancora rinunciato o – in subordine – per un’immediata associazione al potere. Prodotto di questa politica fu – a mio parere – l’eurocomunismo, che segnò la nascita del compromesso consociativo che aveva anticipato e avrebbe dovuto portare a quello storico.

Se questa interpretazione è giusta, come meravigliarsi dell’instabilità politica, della permanente conflittualità nel mondo del lavoro, della consapevole azione disgregatrice del sindacalismo guidato dal PCI, del progressivo decadimento del Made in Italy? l’Italia s’azzoppò come un cavallo costretto a misurarsi con ostacoli troppo alti.

In questo libro Roberto Artoni ci spiega che la crisi aveva purtroppo investito la macroeconomia.

… la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta si segnalarono per grandi tensioni sociali in tutti i paesi avanzati e per un rallentamento congiunturale che ebbe origine negli Stati Uniti. L’Italia ne fu pienamente coinvolta con il famoso autunno caldo del ’68 (che proseguì negli anni successivi) e per un forte rallentamento dei ritmi di crescita della nostra economia (si parlò allora con una certa drammatizzazione di congiuntura più lunga, alludendo all’eventualità che il nostro Paese fosse entrato in uno stato di irreversibile stagnazione), oltre che per una ripresa delle esportazioni di capitali privati.

Le risposte delle forze politiche e delle autorità di politica economica furono prese sotto il segno dell’urgenza e foriere di conseguenze non sempre positive nel lungo periodo. Furono varate una serie di riforme nel campo previdenziale e in quello sanitario da lungo tempo oggetto di elaborazione, ma introdotte in un momento economicamente non favorevole; nello stesso tempo, l’attuazione della riforma tributaria, anche se approvata, fu posticipata al 1974, per le imposte dirette, e al 1975, per quelle indirette. La conseguenza della dissociazione delle riforme di entrata e di quelle di spesa fu la formazione di un rilevante disavanzo di bilancio per la prima volta nella storia repubblicana.

Il Mezzogiorno: una realtà impietosa

Non vorrei esprimere una forzatura, ma a mio parere l’Italia si fermò allora. Certo ci furono timide e temporanee riprese. Ma i ritmi di crescita erano inferiori a quelli dei nostri concorrenti continentali. Allora non c’era la globalizzazione. La Cina era ancora maoista e dunque lungi dall’adottare il paradosso di Deng, quello di un’economia di mercato calata in un sistema totalitario. Paradosso micidiale, perché con la sua concorrenza sleale avrebbe poi messo in ginocchio le nostre economie.

E se questo è avvenuto dobbiamo ringraziare la miopia dei governanti a cavallo fra XX e XXI secolo. Fu Clinton a volere la Cina nella World Trade Organization. E furono i governi europei dell’epoca, quasi tutti di sinistra, a seguirlo. L’Occidente stava per vendere, anzi per regalare, all’ultima superpotenza comunista la corda con la quale ci avrebbe poi strangolato. Lenin docet.

Ma allora la questione capitale era un’altra, del tutto endogena. Era la questione meridionale: il Mezzogiorno d’Italia era già un serio problema che tendeva a trascinare l’intero Paese verso l’Africa. Le eccezioni vi sono sempre ma questa era ed è la durissima realtà. Realtà, davanti alla quale risulta inutile, anzi controproducente tentare pietose coperture storiche o sociali. Ce lo ricorda quel grande accademico e acuto analista che risponde al nome di Luigi Guatri.

Guatri che – come suaccennato – è stato anche l’ideatore, l’iniziatore, il realizzatore di quest’opera completa sull’Italia, sull’Italia che era, che sarebbe potuta diventare e che non è diventata, ci ricorda che dagli anni Cinquanta e sino a quando è esistita, la Cassa del Mezzogiorno ha pompato verso il Sud l’equivalente di 140 miliardi di euro. Risultato: il gap col Nord è aumentato, non diminuito. Il rapporto Svimez lo quantifica a quasi il 60%. Un disastro.

Dove sono finiti tutti quei soldi? Sono finiti in sprechi, in cattedrali nel deserto e soprattutto nella casse delle mafie, di quelle consolidate come in Sicilia e di quelle emergenti, come la camorra napoletana, la ‘ndrangheta calabrese, la Sacra Corona Unita delle Puglie.

Oggi, quando si parla di Italia nel suo complesso si commette un grave sbaglio concettuale. Non c’è un’Italia. Ce ne sono almeno due. E una delle due non è controllata dallo Stato, se non formalmente. Il potere ce l’hanno le mafie locali, senza il consenso delle quali è rischioso aprire persino un’edicola di giornali. «l’unità d’Italia – scrive Guatri – è basata (quasi unicamente) sulla lingua: altrimenti che ci starebbe a fare il Nord con il Sud, tanto diverso per molte, troppe ragioni?».

Guatri non teme di andare controcorrente, di urtare la retorica dello Stato unitario. Con meno della cifra sopraccitata, negli anni Novanta la Germania Ovest riscattò dal sottosviluppo l’intera Germania dell’Est recuperata alla libertà, alla democrazia, all’unità nazionale. Al contrario l’Italia del Sud si è allontanata ancora di più dall’Italia del Nord. E chi, nonostante tutto, continua a proclamare la necessità di investire in regioni il cui dissesto economico è ormai cronico, in realtà guarda al Sud come a un serbatoio di voti. E basta.

Oggi la custode più vocale della retorica patriottica appare la sinistra. Già proprio la stessa sinistra che sino a una ventina di anni fa sventolava la bandiera rossa perché quella tricolore era sinonimo di nazionalismo e fascismo. Così imponeva l’internazionalismo dei tempi della guerra fredda. Ma poi accaddero due cose che valsero a convertirla a un patriottismo di comodo: morì il comunismo e su questo sappiamo ormai tutto. E, secondariamente, nacque la lega Nord. La lega degli esordi con i suoi appelli alla secessione sembrava attentare all’unità nazionale. E dunque sembrava intenzionata a fare di Roma una ex capitale. Scenario devastante per i partiti nazionali, i quali si sarebbero visti ridotti a vuoti gusci della politica unitaria. Ecco perché – a mio parere – vennero ammainate le bandiere rosse e issate quelle tricolori.

Il primo incontro con l’America

Nel frattempo tutto sembrava condannato al disfacimento. In primo luogo la macchina dello Stato, la pubblica amministrazione, di cui scrive Victor Uckmar. E con essa il corollario ovvio dell’evasione fiscale, nel senso che

l’evasione è il male endemico del nostro Paese: vasta è la letteratura in proposito che ne ha indicato le origini e le cause, storiche, addirittura patriottiche, politiche, di costume, di ripetuti condoni, di comportamenti di mal governo della finanza pubblica, talvolta di necessità: già Einaudi diceva che con l’osservanza delle leggi si avrebbe un eccesso di prelievo rispetto al reddito conseguito; questa era anche l’opinione pubblicamente espressa dal presidente Silvio Berlusconi.

E poi la crisi della giustizia. Piergaetano Marchetti ci ricorda quante condanne abbia subito l’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il cattivo funzionamento e le lentezze della giustizia italiana ci hanno fatto perdere non pochi punti di PIl oltre ad avere avvelenato, rovinato la vita di tanta gente assolta o prosciolta dopo anni e anni di tormenti.

Leggendo il prezioso contributo di Marchetti mi sono riconosciuto nelle emozioni dell’immediato dopoguerra. Il suo primo incontro con due soldati americani di colore che gli offrivano cioccolato ha riacceso un flash proustiano nella mia memoria. E mi sono rivisto in largo Garibaldi a Modena. Era il maggio 1946. Si ferma un camion con la stella dell’US Army, ne scende un soldato, un uomo di pelle nera. Lo guardo fra sbalordimento e timore. Mi offre una cicca, una chicle. La prendo per una caramella e la butto giù. Il soldato si fa una risata e riparte.

Quello fu il mio incontro con l’America. Come immaginare allora che un giorno in America ci sarei finito davvero, ne avrei preso il passaporto, avrei avuto nipoti americani, figli di figlie (le mie) tedesche di nascita, di cultura e di lingua?

Per la mia generazione l’America era il sogno. I grattacieli, le strade e le auto grandi, i grandi spazi, il grande cielo. Tutto era grande. E poi i ragazzi con i giubbotti, già in auto a sedici anni, i blue jeans, il cinema, le canzoni. Quando venni trasferito a Washington nel gennaio 1986 ebbi reazioni quasi infantili. Mi sorpresi a notare che sì, perbacco, gli americani si muovevano e si comportavano come nei film. Semplici, immediati, pratici. I poliziotti erano cowboy motorizzati. Immense le zone residenziali. Le case con i giardini aperti, la station wagon nel driveway, l’immancabile bandiera a stelle e strisce. E poi il linguaggio dell’informazione e della politica, conciso, piano, intellegibile. Altro che convergenze parallele!

Ma quello che mi impressionò di più fu il senso di libertà che si provava penetrando il tessuto sociale o viaggiando nell’immensa nazione continente. Libertà individuale in primo luogo. Quella libertà le cui radici affondavano nella dichiarazione jeffersoniana sui «diritti inalienabili» dei cittadini. Compreso – sorpresa nella sorpresa – il diritto (individualissimo) a «perseguire la felicità».

Ebbene, gli Stati Uniti degli anni Ottanta, quando ci misi piede, conservavano il carattere degli anni Cinquanta e Sessanta. Per il resto dell’Occidente, che a loro affidava la propria sicurezza, erano il termine di confronto e il modello. Difficile, se non attraverso le lenti deformanti dell’ideologia, contestarne il primato e ancora più difficile negare loro gratitudine. Ci avevano sfamato dopo la guerra. Il piano Marshall era quello che aveva dato il via alla ricostruzione. Gli stessi comunisti, pur con gli occhi rivolti a Mosca, non potevano non vedere l’American way of life. Preferivano gettarla sul politico e prendersela con l’imperialismo.

Ma i giovani della mia generazione ne erano entusiasti. E incuriositi. Ammiravano il senso di indipendenza dei loro coetanei. Li vedevano lasciare a diciotto anni la casa dei genitori. Li vedevano lavorare e studiare al tempo stesso, anche se appartenenti a famiglie facoltose. In Italia qualcuno li imitò. Vittorio Gregotti ci racconta di quando suo padre lo chiamò in fabbrica per «un’esperienza nel mondo del lavoro». Esperienza formativa, dati i successi a venire di quel grande architetto. Anche mio padre mi mandò un’estate – ricordo – a fare il muratore per due settimane in un cantiere. Altri tempi!

Al di sopra dei nostri mezzi

I tempi nuovi ci portano lacrime e sangue. Siamo «vissuti al di sopra dei nostri mezzi» – ci ricorda Tancredi Bianchi – e abbiamo continuato a indebitarci. I timidi tentativi di resipiscenza sono stati soffocati dalle resistenze corporative a rinunciare alla politica dei pubblici disavanzi e ai tagli a uno stato sociale divenuto insostenibile. Lo stesso Mario Monti

con la riforma del mercato del lavoro, enunciata nel marzo 2012, dopo trattative con la maggioranza parlamentare e con le parti sociali, ha dovuto cedere molto alla «filosofia» di coloro la cui raccolta di scritti avrebbe per titolo Per la minore rinuncia dei privilegi presenti.

E ancora:

Il sogno della gioventù, degli anni cinquanta dello scorso secolo, del tempo dell’Oscar della lira, della stabilizzazione dei conti pubblici dopo l’inflazione post-bellica, di pensare a un futuro europeo, non si è avverato e tira tuttavia a dissolversi. La caduta dei valori che più mi preoccupa è di non volere correggere una situazione per cui il costo del nostro benessere sarà pagato dai nostri figli e dai nostri nipoti, Nei confronti dei quali abbiamo invece il dovere di trasferire il minore onere possibile. Manca l’ideale; il pensiero dominante è di difendere l’esistente. L’ultima speranza per il sogno della nostra primavera di vita è che l’Europa divenga irrinunciabile e ci costringa, a qualsiasi costo, a prendere atto che il debito pubblico non deve finanziare oltre la spesa corrente. E che l’Italia, come regione dell’Europa, debba accettarne le regole e le condizioni di competitività. Mi domando se nella mia funzione di educatore io abbia insegnato che il buon governo è quello che mira al miglioramento del benessere futuro, attraverso la graduale crescita economica presente.

Presumo che Tancredi Bianchi si attribuisca colpe che non ha. La qualità del suo insegnamento non è in discussione. Lo è invece presumibilmente la qualità degli studenti. Studenti avvelenati da un’ideologia livellatrice che sarebbe stata più tardi sconfessata dalla storia ma di cui in quegli anni non se ne percepiva il grado di intossicazione perché l’Italia andava ancora avanti per forza di abbrivio.

Il cavallo bianco di Veronesi

Erano gli anni successivi al poderoso miracolo. Si era allungata e di molto la vita media. Francesco Billari ci ricorda plasticamente che la speranza di vita alla nascita nel 1952 era pari a 63,7 anni per gli uomini e a 67,2 anni per le donne. Nel 2011 era salita a 79,4 anni per gli uomini e a 84,5 per le donne. Ma al tempo stesso il tasso di fecondità era sceso dal 2,34 all’1,41%. Ecco il sintomo allarmante. Meno figli perché minore era la fiducia nel futuro. Decrescevano le possibilità economiche delle giovani coppie e crescevano i pesi di un apparato statale in continua espansione. Soprattutto nel settore sanitario. Umberto Veronesi vi spiegherà quanto e perché sia aumentata la durata della vita umana. Vi spiegherà l’«esplosione della diagnostica per immagini» che consentì di curare malattie un tempo definite incurabili. Che progressi dai tempi in cui il dottor Oriani, il medico condotto, arrivava al casolare del giovane Umberto su un cavallo bianco!

Veronesi non entra se non di passaggio nella discussione sul sistema sanitario nazionale così come è stato realizzato in Italia. Non nasconde tuttavia la sua opposizione all’invadenza dei partiti affamati di posizioni e di prebende.

Ritengo che il sistema sanitario pubblico dovrebbe essere tenuto lontano dalla logiche partitiche così come da quelle aziendali. Per esempio trovo sbagliato aver trasformato gli ospedali in «aziende ospedaliere». È una dizione impropria perché l’azienda ha come fine il profitto e come riferimento il mercato, mentre l’ospedale deve avere come fine la salute del malato e come riferimento la scienza. […] Chi meglio del malato può decidere dove si colloca il suo punto di equilibrio fra invasività della cura e qualità della sua vita? Si sono così delineati negli ultimi decenni nuovi diritti per il malato che possono essere ricondotti a dieci punti;

  1. diritto a cure scientificamente valide;
  2. diritto a cure sollecite;
  3. diritto a una seconda opinione;
  4. diritto alla privacy;
  5. diritto a conoscere la verità sulla malattia;
  6. diritto a essere informato sulle terapie;
  7. diritto a rifiutare le cure;
  8. diritto a esprimere le proprie volontà anticipate;
  9. diritto di non soffrire;
  10. diritto al rispetto e alla dignità.

Il rivoluzionario con il Vangelo

Per ultimo voglio citare monsignor Ennio Apeciti. Non a caso. Il saggista cattolico ci offre uno squarcio di storia della Chiesa che mi sta molto a cuore, perché di essa durante la mia carriera giornalistica sono stato testimone diretto. Mi riferisco agli eventi fra il 9 novembre 1979 e il 25 dicembre 1991, vale a dire fra il crollo del Muro di Berlino e la disintegrazione dell’Unione Sovietica.

Ero a Mosca quando la bandiera rossa venne ammainata dal più alto pennone del Cremlino. Avvenne nel giorno di Natale! Quale magnifico simbolismo! Dopo 74 anni di totalitarismo ateo, Cristo vinceva sull’Anticristo. Nikolai Romanov, l’ultimo zar assassinato nel 1918 dai bolscevichi con tutta la famiglia, veniva beatificato. Leningrado tornava a chiamarsi San Pietroburgo. Le chiese ritornavano a officiare senza il timore di vedere irrompere la polizia politica. E la Russia di Eltsin riscopriva i valori dello spirito nella sua tumultuosa transizione verso la democrazia.

Se tutto questo è accaduto si deve all’avvento di un cardinale polacco al soglio di Pietro. Era il 16 ottobre 1978. Poche ore dopo l’elezione in conclave, da Bonn – dove allora mi trovavo – mi portai a Berlino Ovest e da lì, attraverso il muro, a Berlino Est dove presi un Interflug per Varsavia. Il giorno dopo da Varsavia su un bimotore Antonov scesi a Cracovia. E mi incamminai subito verso il palazzo arcivescovile. La piazza era strapiena. Molti piangevano. Ne chiesi il perché. Mi risposero: «Da mezzo secolo aspettavamo questo momento, è l’inizio della nostra liberazione». È esattamente quello che accadde.

Un anno dopo sarebbe nato Solidarnosc. Un elettricista con solo la quinta elementare avrebbe guidato la prima rivoluzione bianca contro il comunismo sovietico. Lo incontrai a Danzica nella prima sede del primo sindacato polacco, un ex bordello per marinai.

In una camera al terzo piano, avvolto in una nuvola di fumo, c’era lui, Lech Walesa. Alle sue spalle su pareti dal damasco lurido i ritratti della Madonna di Cestochova e di papa Wojtyla. Su un tavolino un crocefisso e una copia del Vangelo. «lo vede?» – mi disse indicando il Vangelo – «È il solo libro che abbia letto in tutta la mia vita, è la sola arma di cui abbia bisogno».

Apeciti ci ricorda che

Giovanni Paolo II educò la Chiesa a «non avere paura» del mondo e per questo il 24 gennaio 1979 accettò l’invito a farsi mediatore nella guerra tra Argentina e Cile e a ricevere il ministro degli Esteri sovietico, Andrei Gromyko (27 febbraio 1985); né ebbe paura dei potenti di turno, neanche quando tentarono di ucciderlo (13 maggio 1981) o di minacciarlo, colpendo preti innocenti, come il martire don Jerzy Popielusko (20 ottobre 1984) e con sereno coraggio il 1° dicembre 1989 incontrò Mikhail Gorbaciov in Vaticano.

Vide così il tramonto misterioso del più grande e sanguinario impero della storia, quello rappresentato dall’Unione Sovietica e dai suoi satelliti, un impero misteriosamente liquefattosi in pochi anni, tra l’ascesa al potere di Mikhail Gorbaciov nel 1985 e le sue dimissioni il 25 dicembre 1991: il tentativo di rinnovamento del sistema – la perestroika – e di trasparenza – la glasnost – provocarono il collasso totale.

Quel famoso Natale passò alla storia. Segnò la fine dell’Unione Sovietica dopo quattro decenni di guerra fredda.

Quella guerra l’aveva vinta l’Occidente (leggi gli Stati Uniti d’America) senza sparare un colpo. E con la fine dell’Unione Sovietica – fatto ancora più importante – cadeva l’ultimo degli odiosi totalitarismi nati nell’Europa del XX secolo. Perdevamo il nemico. Qualcuno, come l’americano Francis Fukuyama, teorizzò la fine della storia. Solo l’Ovest e il suo modello erano sopravvissuti alla guerra fredda.

Ci attendevano tempi felici? Ahinoi no!

Washington, giugno 2013