Il mondo di Guatri
2026/11
L’industria italiana, una storia di aspetti peculiari
Cos’era la nostra industria nell’Ottocento: una necessaria premessa
È difficile fare la storia dell’industria italiana nel Novecento se non riflettiamo che cos’era la nostra industria nell’Ottocento. Lo ricorda con parole durissime, in un recente libro, Giampaolo Pansa1:
C’è una paura nuova che leggo negli occhi di molte persone. È il timore di ritornare poveri, di andare incontro a un futuro difficile, di non sapere quale sarà il destino dei figli. Qualche anno fa, non era così. Ma in questo 2011 tutto è cambiato in peggio.
Crudele. Possiamo ricordarlo soltanto così l’Ottocento. Fu un secolo di grandi asprezze, feroce, senza pietà per chi non possedeva niente: i poveri, i pezzenti, i miserabili. In quel tempo erano davvero tanti: la grande maggioranza della gente che viveva in Italia.
Non dobbiamo pensare all’Ottocento come a un’epoca preistorica che non ci riguardi più. Molti di noi sono stati cresciuti da genitori e spesso da nonni nati in quel secolo. E li hanno sentiti raccontare la grande difficoltà di vivere incontrata da tanti di loro.
Dietro un ordine apparente, covava il grande disordine che sarebbe sfociato nella prima guerra mondiale. Fu allora che si consumò il massacro dei poveri in divisa, vissuto anche da mio padre Ernesto, arruolato a 18 anni. Un macello destinato a concludersi con una contesa rabbiosa tra rossi e neri, chiusa dell’avvento del fascismo. Poco o niente è il ritratto del nostro passato e un monito per il futuro che ci attende, pieno di incognite. Ci farà tremare e sorridere, perché la vita è fatta così.
Un quadro della storia dell’industria italiana dal 1925 al 2002
1925 Privatizzazione dei servizi telefonici. Confindustria e sindacati fascisti firmano un patto che attribuisce a questi ultimi il monopolio della rappresentanza dei lavoratori.
1926 Soppressione del diritto di sciopero. Con la nuova legge bancaria viene attribuito alla Banca d’Italia il monopolio del potere di emissione. Costituzione dell’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP).
1927 Definizione della nuova parità della lira con l’oro e, di conseguenza, con il dollaro e la sterlina (92,46 lire). Da quest’ultimo valore le norme di stabilizzazione diventeranno note come «quota 90».
1931 Creazione dell’Istituto Mobiliare Italiano (IMI), con lo scopo di smobilizzare i titoli industriali delle grandi banche miste e di costituire un circuito alternativo dei capitali.
1933 Fondazione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) che acquisisce il controllo delle banche miste e delle imprese controllate. Creazione dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS) e dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL).
1934 La settimana lavorativa viene ridotta a 40 ore.
1936 Approvazione della legge bancaria che di fatto sancisce la separazione fra il credito a breve e quello a medio-lungo termine. La Banca d’Italia viene trasformata in istituto di diritto pubblico.
1937 L’IRI viene reso ente permanente e trasformato in holding.
1938 Vengono promulgate le leggi razziali con l’esproprio degli immobili appartenenti a cittadini di origine ebraica e la loro destituzione da cariche pubbliche.
1939 La FIAT inaugura lo stabilimento di Mirafiori, il più grande d’Italia.
1940 L’Italia entra in guerra.
1943 Caduta del regime fascista e firma dell’armistizio.
1945 Fine dalla seconda guerra mondiale.
1946 Costituzione di Mediobanca.
1948 Entra in vigore la Costituzione repubblicana. Avvio dell’European Recovery Program (ERP), conosciuto anche come piano Marshall, che prevede un programma di aiuti da parte degli Stati Uniti per la ripresa economica europea. Varo del piano Sinigaglia per la ristrutturazione del settore siderurgico.
1950 Istituzione della Cassa per il Mezzogiorno allo scopo di gestire le risorse finanziarie dell’intervento straordinario per l’economia del Sud. Approvazione della legge per la creazione dei Mediocrediti regionali per il finanziamento a medio termine delle piccole e medie imprese.
1951 Trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) a cui aderisce l’Italia. Riforma fiscale con l’introduzione dell’obbligo della presentazione della dichiarazione dei redditi.
1952 Istituzione del Mediocredito Centrale con lo scopo di coordinare l’attività dei Mediocrediti regionali. Istituzione del Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari (CNRN).
1953 Creazione dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) sotto la guida di Enrico Mattei. Creazione degli istituti di credito speciale: ISVEIMER (Mezzogiorno), IRFIS (Sicilia) e CIS (Sardegna).
1954 Approvazione del piano Vanoni per lo sviluppo dell’occupazione e del reddito.
1955 La FIAT presenta la 600, primo esempio italiano di utilitaria.
1956 Istituzione del ministero delle Partecipazioni statali cui viene assegnato il compito di controllo sull’IRI e sulle aziende del gruppo.
1957 Firma dei Trattati di Roma con cui si istituiscono la Comunità Economica Europea (CEE) e l’Euratom, agenzia nucleare europea. Viene sancito il monopolio statale dei servizi telefonici.
1958 Le imprese pubbliche escono da Confindustria e danno vita a un nuovo sindacato, l’Intersind. Istituzione dell’Ente Gestione Aziende Minerarie (EGAM) che viene attivato soltanto nel 1971.
1959 L’Olivetti presenta il primo elaboratore elettronico, ELEA 9003, progettato in collaborazione con l’Università di Pisa.
1962 Approvazione della legge per la nazionalizzazione dell’industria elettrica che prevede l’istituzione dell’Ente nazionale per l’energia elettrica (ENEL) e l’esproprio degli impianti appartenenti alle imprese elettro-commerciali, escluse le municipalizzate. Istituzione dell’Ente Partecipazioni e Finanziamento Industria Manifatturiera (EFIM) che assume il controllo delle imprese meccaniche e successivamente anche di altri settori del polo pubblico.
1964 Viene completata e inaugurata l’Autostrada del Sole. Presentazione del progetto di programmazione quinquennale.
1966 Viene realizzata, con la creazione della Montedison, una delle più importanti fusioni, quella fra Montecatini ed Edison, nella storia dell’industria italiana.
1968 ENI e IRI entrano nel sindacato di controllo della Montedison rafforzando considerevolmente la presenza pubblica in una delle principali imprese italiane.
1969 Con l’«autunno caldo» si apre una fase di forti scontri sociali.
1970 Istituzione delle regioni a statuto ordinario. Approvazione dello Statuto dei lavoratori.
1971 Crisi del sistema monetario internazionale con la sospensione della convertibilità del dollaro. Istituzione delle Gestioni E Partecipazioni Industriali (GEPI) per aiutare le piccole e medie imprese nei processi di ristrutturazione.
1973 Primo shock petrolifero in seguito alla guerra dello Yom Kippur. Il prezzo del greggio sale rapidamente da 2,5 a 11 dollari al barile.
1974 Istituzione della Commissione nazionale per le società e la Borsa (Consob), organo di controllo autonomo per le società di capitale.
1979 Secondo shock petrolifero in seguito alla rivoluzione iraniana. Il prezzo del greggio sale da 13 a 30-35 dollari al barile.
1981 Prima legislazione antitrust limitata al settore dell’editoria.
1983 Avvio di un programma di privatizzazione di alcune aziende dell’IRI.
1984 Abolizione della «scala mobile».
1986 Privatizzazione dell’Alfa Romeo, che viene ceduta integralmente alla FIAT, che supera la concorrenza della Ford.
1988 Viene privatizzata Mediobanca con la costituzione di un sindacato di controllo. Viene liquidata la Finsider.
1990 Riforma parziale della normativa bancaria con l’introduzione della legge Amato che prevede la trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni. Viene istituita l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) che allarga la legislazione antitrust a tutti i settori economici. Viene sancito l’abbandono della produzione elettronucleare, in seguito al referendum del 1987.
1992 Firma del Trattato di Maastricht che prevede, fra l’altro, l’introduzione della moneta unica europea gestita dalla Banca Centrale Europea (BCE). La lira viene colpita da una speculazione internazionale che conduce a una forte svalutazione.
1993 Avvio di un ampio programma di privatizzazioni che hanno inizio con la cessione del Credito Italiano. Il nuovo testo unico bancario sancisce l’abolizione definitiva della specializzazione delle attività di credito.
1995 Inizia il processo di privatizzazione dell’ENI. Creazione dell’Authority per l’energia.
1997 Inizia il processo di privatizzazione di Telecom Italia.
1998 Istituzione dell’Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni.
1999 Viene fissato il tasso di cambio lira/euro. Viene privatizzata la prima tranche dell’ENEL.
2000 Aggiudicazione della gara per l’assegnazione delle licenze di telefonia mobile di terza generazione (UMTS).
2002 La lira viene sostituita dall’euro.
Alcune foto d’epoca, tratte da: 1900-1960. Cartoline d’epoca (Banco Desio, opera fuori commercio) e riportate in fondo al capitolo rendono visivamente l’idea del secolo scorso.
Due osservazioni personali:
a. La Liguria è il caso più sconcertante. Ma non è difficile comprendere come una regione ricca di mezzi, ma altrettanto «avara» da escludere rischi imprenditoriali di sorta, possa avere perso tanta strada nel campo industriale (e non solo!);
b. non va dimenticato che il Mezzogiorno è per il nostro Paese un serio problema, che tende a trascinare il Paese «verso l’Africa». Le eccezioni vi sono sempre; ma questa è la durissima realtà. Ad essa non si sfugge.
Il rapporto Svimez3 riferisce che il divario Nord-Sud ha raggiunto oggi il 59%.
«C’è solo un periodo in cui le regioni del Sud recuperano terreno. Comincia nel 1951, dura una ventina d’anni e coincide con la prima stagione della Cassa del Mezzogiorno, che ha pompato verso il Sud 140 miliardi di euro tra sprechi, qualche miracolo e molte cattedrali nel deserto».
Un momento saliente: la nazionalizzazione dell’industria elettrica (1963)
Il 27 novembre 1962 la Camera dei deputati approvava la legge per la nazionalizzazione delle società produttrici di energia elettrica e l’istituzione di un’impresa di Stato per l’energia elettrica, l’ENEL, che avrebbe gestito il servizio. Il fatto venne presentato da gran parte della stampa come un esproprio, una spoliazione illecita da parte del governo. La nazionalizzazione fu invece operata ricorrendo a indennizzi calcolati sulla media dei corsi azionari dei titoli delle società quotate alla Borsa di Milano tra il 1° gennaio 1959 e il 31 dicembre 1961. Nel periodo indicato i titoli delle società elettriche risultavano sovrastimati rispetto ai valori normali e rispetto al valore azionario al 15 giugno 1962, il momento dell’operazione.
Secondo il calcoli della rivista Fortune4, con cui concordano del resto anche altre stime, la valutazione delle società elettriche, in base alle quotazioni 1959-61, sarebbe stata di circa 1.480 miliardi di lire, superiore cioè di circa 490 miliardi al valore complessivo dei capitali sociali, delle riserve e dei fondi conguaglio delle stesse aziende. Gli indennizzi erano inoltre superiori di circa il 30% ai valori degli stessi titoli al 15 giugno 1962. A questi 1.480 miliardi di lire vanno aggiunti gli indennizzi delle società non quotate in Borsa, di cui il valore netto degli impianti ammontava a circa 415 miliardi. Apportando le debite rettifiche a questi ultimi valori e aggiungendovi gli accertati 1.480 miliardi, è possibile stimare che per la cosiddetta «espropriazione» siano stati versati indennizzi pari a un valore di circa 2.000 miliardi di lire. Essi furono versati direttamente in contanti alle società, in venti rate semestrali, con un aggravio dal 1° giugno 1963 di un interesse del 5,50% annuo, e non in obbligazioni o titoli di Stato come avvenne in analoghe operazioni in Inghilterra e in Francia.
L’operazione fu finanziata con l’emissione di obbligazioni da parte del nuovo ente pubblico, l’ENEL, che così nasceva indebitato e con l’obbligo decennale di assicurare una rendita alle società nazionalizzate. Le società beneficiarie della cosiddetta espropriazione furono quindi in grado di sviluppare attività finanziarie proprie, grazie al flusso ininterrotto di denaro ricevuto, che rimase costante anche durante la stretta creditizia e che continuò fino al 1972, fruttando oltretutto interessi del 5,50%. Gli sviluppi delle attività finanziarie di questi gruppi, alcuni dei quali a partecipazione statale, sono parte integrante, e non certo secondaria, degli avvenimenti del decennio successivo.
L’Italia perse un’occasione straordinaria per abituare gli investitori privati alla Borsa (come accade nei Paesi più avanzati) quando l’ENEL fu quotata. La quotazione, dopo un modesto + 3,3% nel primo anno (2000), perse il 20,7% nel 2001 e il 14,6% nel 2002. Gli investitori privati si trovarono così con un terzo circa di valore in meno, oltre all’inflazione.
A questo aggiungo un ricordo personale.
Al quasi ventennio del contenzioso delle aziende elettriche nazionalizzate partecipai anch’io assiduamente, chiamatovi dal professor Salvatore Sassi. Fui «consulente tecnico» per l’ENEL in molte cause, esclusa la Edison (dove avevo precedenti rapporti professionali, che m’avrebbero potuto mettere in difficoltà). Ricordo bene quando l’avvocato Pizzi, il capo dell’ufficio legale e segretario del Consiglio, mi chiamò per propormi quanto Sassi già mi aveva proposto e io avevo accettato. Enrico Pizzi si dolse molto, ma gli dissi che «era arrivato in ritardo».
Cominciarono in tal modo i sempre più frequenti viaggi a Roma, miei e dei miei collaboratori (tra i quali mio fratello Beppe e il ragionier Francesco Comotti), dove spesso alla presenza di Sassi si discuteva di ogni singola società e si prendevano le decisioni. Quante ne facemmo di quelle «consulenze»? Per quasi tutte le società nazionalizzate, esclusa la Edison (e le sue controllate). Nei miei archivi, pur dopo alcuni decenni, ho ritrovato diverse di queste «consulenze tecniche».
La distribuzione territoriale
Nella distribuzione regionale la Lombardia mantiene, per l’intero periodo, la prima posizione nel ranking delle regioni in termini di occupazione manifatturiera. Al contempo, il Piemonte, dopo aver ricoperto la seconda posizione fino al 1981, la perde, a partire dal 1991, a vantaggio del Veneto e, nel 2001, anche dell’Emilia Romagna. Tale «sorpasso» riflette un fenomeno più generale che vede lo spostamento del baricentro industriale del Paese. L’area del Nord-Ovest, quella del «triangolo industriale», motore del processo industrializzazione a cavallo del Novecento e poi anche del «miracolo economico» del secondo dopoguerra, ridimensiona notevolmente il suo peso passando da 47,4% del 1911 al 37,2% del 2001, dopo aver toccato i livelli massimi nel 1951 quando raccoglieva il 52,9% degli occupati delle industrie manifatturiere italiane.
Parallelamente emergono le regioni del Nord-Est-Centro, che, a partire dagli anni Settanta, incrementano notevolmente il loro peso arrivando ad assommare, nel 2001, il 46,4% del totale degli addetti manifatturieri del Paese. Particolarmente rilevanti sono i progressi registrati dall’Emilia Romagna, che passa dal 6,5% del 1911 all’11,0% del 2001, e dal Veneto che, nello stesso periodo, aumenta il suo peso sull’occupazione manifatturiera italiana dal 7,4 al 13,6%.
Le regioni del Sud mostrano, invece, un andamento meno omogeneo: se infatti il peso complessivo del Sud passa dal 20,9% del 1911 al 16,4% del 2001, alcune regioni – come la Calabria, la Sicilia e specialmente la Campania – perdono quote consistenti del loro peso sul totale dell’occupazione manifatturiera; altre, come la Puglia e la Sardegna, si mantengono sostanzialmente sui livelli iniziali; mentre l’Abruzzo e il Molise – considerati congiuntamente – sembrano beneficiare della contiguità con le regioni del Nord-Est-Centro presentando aumenti di notevole consistenza. Va comunque tenuto presente che il peso dei livelli occupazionali del Sud sul totale dell’occupazione manifatturiera italiana è certamente sottostimato, poiché le statistiche sull’occupazione non tengono conto del lavoro «sommerso» che nel Sud ha un’incidenza molto superiore rispetto al Nord.
I distretti industriali
Il cosiddetto sistema dei «distretti industriali» è stato, a partire dagli anni Settanta, uno degli aspetti peculiari dell’industria italiana. Infatti, la nostra industria manifatturiera si fonda su alcune particolari caratteristiche:
- una dimensione media d’impresa più piccola di quelle dei Paesi nostri concorrenti (10 addetti in Italia contro i 17 in Giappone, 25 in Germania, 60 negli USA, 85 nel Regno Unito);
- un modello di specializzazione industriale in cui un ruolo importante è giocato da settori ad alta intensità di know-how, design, gusto e creatività e a bassa o medio-bassa intensità di capitale;
- una presenza significativa di sistemi locali d’impresa, di cui circa un centinaio sono distretti industriali.
Nei distretti operano da decenni 60.000 imprese con circa 600.000 addetti. Sono sistemi di imprese che, nelle fasi congiunturali difficili, hanno dimostrato una capacità di tenuta maggiore di quella media dei settori industriali.
I settori di specializzazione dei distretti riguardano prevalentemente i beni per la persona o per la casa e i beni strumentali. Il sistema moda (tessile-abbigliamento-calzature) e il sistema legno-arredo costituiscono una parte rilevante nel panorama dei distretti italiani, in cui sono rappresentati tutti i principali settori del Made in Italy. La tabella qui sotto riporta alcuni importanti distretti industriali italiani.
Comparti e distretti
In tutti questi settori a forte «concentrazione distrettuale» l’Italia ha saputo guadagnarsi una posizione di leadership sui mercati internazionali. Secondo dati ONU, nel 1993 l’Italia deteneva le quote di mercato riportate nella tabella che segue nella produzione mondiale.
|
Le quote italiane nella produzione mondiale (1993) |
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Piastrelle in ceramica |
54% |
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Gioielli |
32% |
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Macchinari per legno e per ceramica |
31% |
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Tessuti di lana e seta |
30% |
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Sedie |
29% |
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Calzature in pelle |
28% |
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Borse |
27% |
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Montature per occhiali |
22% |
Ancora nel 2011, in tempi difficilissimi, diversi distretti industriali sono una forza trainante dell’esportazione italiana. In particolare si distinguono i seguenti distretti5:
- metalli di Brescia (145 milioni di euro);
- polo fiorentino della pelle (117 milioni di euro);
- rubinetti e pentolame di Lumezzane (90 milioni di euro);
- metalmeccanica di Lecco (74 milioni di euro);
- metalmeccanica strumentale di Vicenza (60 milioni di euro);
- calzature di Fermo (57 milioni di euro);
- termomeccanica scaligera in più province del Veneto (49 milioni di euro);
- componenti e termoelettrica friulana (47 milioni di euro);
- orafo di Valenza (45 milioni di euro).
A ciò aggiungo alcuni ricordi personali.
a. Il distretto della piastrella a Sassuolo. Per diversi anni ho partecipato (come membro del consiglio d’amministrazione) a Granitifiandre SpA e al Gruppo Minerale Maffei SpA. Ambedue regno incontrastato di Romano Minozzi, modenese. Tra queste due società il Gruppo Minerale Maffei era allora quotato in Borsa (con un valore di 24 milioni di euro al 31 dicembre 2011).
Ricordo quei viaggi a Sassuolo e Castellarano (paese nelle vicinanze) percorrendo una strada trafficatissima di automezzi, che rendevano difficile nell’ultimo tratto il viaggio da Milano (e viceversa).
b. Il distretto della seta di Como, dove pure ho partecipato per diversi anni, all’epoca di Antonio Ratti, al consiglio d’amministrazione. Le visite periodiche nella meravigliosa Villa Socota, a picco sul lago di Como; e – per le assemblee degli azionisti – nello stabilimento di Guanzate (CO). Antonio Ratti è uno dei personaggi che ho più ammirato6.
La Ratti SpA è ancora oggi una società quotata: il valore è di 56,8 milioni di euro al 13 luglio 2013.
Un settore rappresentativo: gli autoveicoli
Da quando, in Italia, nei primi anni Quaranta hanno cominciato a circolare autoveicoli leggeri (automobili) e pesanti (autocarri) quanto si è progredito! Il grafico che segue con la serie storica 1946-2008 ne offre un’idea. Malgrado questo progresso, l’industria automobilistica italiana (che equivale sostanzialmente oggi al binomio Fiat-Crysler) ha dovuto, per motivi di produttività, affrontare problemi stressanti. Che solo un grande manager come Sergio Marchionne è riuscito, negli ultimi anni, a «contenere», evitando con fatica il dissesto.
Autoveicoli circolanti in Italia: la progressione dal 1946 al 2008

La concorrenza mondiale rende oggi tutto molto più difficoltoso. Le macchine costruite, per esempio, in Asia fruiscono di costi di personale molto più bassi. E in Cina e India i sindacati non esistono o sono… finti.
L’industria del calcio
Il calcio professionistico è tutt’altra cosa rispetto ai tempi della nostra giovinezza. Avevo sì e no 14 anni quando, con alcuni amici, mi recai (ovviamente in bicicletta) da Treviglio a Bergamo – 20 chilometri – per assistere allo stadio Brumana alla partita di calcio Atalanta-Livorno di serie A (terminata 2-1). E poi, un poco più avanti, Atalanta-Torino, il grande Torino caduto a Superga (terminata 0-2).
La squadra nazionale italiana era composta solo da italiani veri (Olivieri, Foni, Rava, Ferrari, Piola, Meazza, Andreoli ecc.) e vinceva – nel 1934 e nel 1938 – due campionati mondiali (dal 1938 a oggi, cioè in 75 anni, ne abbiamo vinti a fatica altri due; né vi sono migliori prospettive per il futuro, forse ci vorrà un’altra generazione!).
I giocatori di calcio erano pagati con ingaggi modesti (in milioni di lire); oggi sono strapagati (con ingaggi di milioni di euro). E ciò nonostante non si accontentano: come scrive il Corriere della Sera del 18 aprile 2012 sotto il titolo «Pallone sgonfiato», oggi alcuni calciatori vogliono guadagnare anche «vendendo» le partite e il fenomeno è più diffuso di quanto si creda. Siamo ormai nel diritto penale: del calcio dovranno occuparsi i tribunali!
Sono stato personalmente al campo di calcio di un grande istituto religioso: i ragazzi si scambiano, tra di loro, parole irripetibili! Negli oratori e nei campetti improvvisati, giocavamo con assoluta correttezza (ricordo i tempi di Treviglio attorno al 1940). Oggi i campi di calcio sono enormi e rumorosi fino all’insopportabile con «tifosi incivili» e talvolta violenti; per esempio il campo del Genoa è stato recentemente squalificato. Perfino gli arbitri e i loro collaboratori sembrano diventati ciechi: non vedono neppure i palloni che entrano «in porta», e perfino in casi decisivi! Eppure tali campi fruttano una minima parte degli introiti, che la gran parte derivano dalla televisione, con Sky in prima linea. Quindi i nostri concittadini preferiscono assistere «in poltrona» alle partite; non fanno neppure la fatica di scomodarsi per andare (in macchina o in tram) fino al campo di calcio!
Conclusioni
Da decenni, dopo la grande ricostruzione del dopoguerra, un poco alla volta si è persa nel nostro Paese la voglia di lavorare. Si è dato grande credito ai sindacati. Ma soprattutto è cominciato il movimento inverso all’antica nostra emigrazione: si è lasciato il lavoro materiale a uomini e donne stranieri, gli immigrati. Cameriere e badanti sono tutte straniere. L’ideale, un poco alla volta, è diventato quello dell’impiegato, con uno stipendio fisso e spesso scarso impegno. Caratteristiche che crescono nell’impiego pubblico.
Gli immigrati qualche volta si sono raccolti volontariamente in loro «ghetti» (per esempio i cinesi), altre volte si sono sparsi liberamente ovunque. Varia (e per certi aspetti assurda) è stata l’opposizione all’immigrazione: era, in realtà, un fatto inevitabile. Si è inoltre sviluppata, a ritmo frenetico, l’immigrazione di intere aziende produttive (o parti di esse) verso i Paesi nei quali la mano d’opera è di gran lunga a prezzo minore: in Europa, per esempio, verso i Paesi del Sud-Est, e più tardi verso continenti lontani: Asia, Africa, e Centro/Sud America.
Dal 2007 è cominciata la grande recessione, che è stata un primo tempo finanziaria; ma poi è diventata «reale», peggiorando ulteriormente la condizione del Paese. Infatti, un bel giorno, non rimase che ricorrere al cosiddetto «governo dei professori», presieduto dal mio amico carissimo Mario Monti.
Note
1 Giampaolo Pansa, Poco o niente. Eravamo poveri, torneremo poveri, Rizzoli, Milano, 2011.
2 Renato Giannetti, Michelangelo Vasta, Storia dell’impresa italiana, Il Mulino, Bologna, 2005.
3 Corriere della Sera del 17 marzo 2012.
4 Fortune, n. 3-4, 1962, p. 61.
5 Corriere della Sera del 20 dicembre 2011.
6 Si veda Luigi Guatri, Li ho visti così 1, Egea, Milano, 2009, pp. 181 ss.
Il calzificio Giuseppe Longoni in Desio (anni Trenta)

La tranvia (anni Venti-Trenta)

Raduno di «squadristi» in epoca fascista

La scuola elementare «Giulio Gavazzi» (1936, XIV e.f.)
