Il mondo di Guatri
2026/12
Gerolamo Grecchi e Roberto Romagnoli
Un binomio efficiente, che mi aiutò moltissimo nel salvataggio della IMMI di Gerolamo Grecchi, il massimo stabilimento di Copiano. Con loro debbo ringraziare Luigi Campi, bravo commercialista di altri tempi
L’amministrazione controllata della IMMI
Il 2 febbraio 1971 il Tribunale Civile di Milano (nelle persone dei magistrati Francesco Gianni, presidente, Eduardo Masciani e Pasquale Miccinelli) ammette l’IMMI – Industria Meccanica Metallurgica alla procedura di amministrazione controllata[36].
Giudice delegato viene nominato Fernando Ciampi, un nome che tornerà più volte nel corso della mia vita professionale: lo ricordo specialmente come presidente dell’8a sezione del Tribunale di Milano: quella che tratta delle società. Lo rammento burbero con gli avvocati, ma con me era sempre cortese – forse aveva capito che ero uno dei pochi «esperti» in circolazione.
Commissario giudiziale viene nominato Luigi Campi, commercialista milanese, con studio in via Nirone 2/A (nei pressi di corso Magenta). Un personaggio simpatico, estroverso, intelligente: fu una fortuna per Gerolamo Grecchi incontrarlo!
La IMMI aveva lo stabilimento a Copiano, nel pavese, e sede legale a Milano in via Lorenteggio.
Tra i miei ricordi più vivi vi è, nel 1981/82, l’amministrazione controllata della Rizzoli/Corriere della Sera: una delle poche finite bene. In via Rizzoli passai due anni della mia vita professionale (senza tuttavia interrompere gli impegni accademici all’Università Bocconi). Il commercialista di Grecchi era Roberto Romagnoli (foto a p. 151) con studio a Pavia in viale Lungo Ticino Visconti 5. Si trattava di uno degli studi più accreditati di quella città, tant’è che entrò in AGBGroup, un insieme di una cinquantina di studi di commercialisti noti, collegati tra di loro: l’idea era buona (e io, a Casa de Campo, avevo dedicato almeno due mesi alla scrittura del progetto) e oggi ne è presidente Victor Uckmar[37].
La lettura dei documenti che accompagnano l’opera del Luigi Campi suscita ricordi lontani di cos’era il «mondo» di quei tempi, come quelli sono scritti «a macchina» (la solita Olivetti) e corretti a mano (Riquadro 1), quali l’«Accertamento di crediti ai fini della maggioranza di cui all’art. 189 L. F.», e la relazione (a stampa) è scritta con un linguaggio ottocentesco (si veda il Riquadro 2).
Il Consiglio della IMMI in quel momento era così composto:
- Mario Grecchi, nato a Milano il 5 dicembre 1900, domiciliato a Copiano (PV);
- Angelo Grecchi, nato a Copiano (PV) il 12 maggio 1924, domiciliato a Copiano (PV);
- Franco Grecchi, nato a Copiano (PV) il 13 maggio 1933, domiciliato a Milano in via Lorenteggio 39;
- Francesco Forte, nato a Busto Arsizio (MI) l’11 febbraio 1929, domiciliato a Torino in corso Francia 7;
- Ferdinando Lucchetti, nato a Teglio (SO) il 5 febbraio 1928, domiciliato a Pavia in via Bonetta 3;
Riquadro 1 Scritti di Luigi Campi

Riquadro 2 Scritti di Luigi Campi
Delle cause del dissesto
La determinazione delle cause del dissesto di un’impresa è sempre compito arduo giacché, esse, sono sempre varie ed è dal loro confluire che viene a determinarsi il dissesto dell’azienda.
Ad avviso del Commissario, nel caso della IMMI hanno avuto molto peso le agitazioni precedenti la stipulazione del nuovo contratto di lavoro per i dipendenti di aziende metallurgiche, determinando il cosiddetto autunno caldo 1969.
Si può calcolare che gli scioperi hanno condotto alla perdita di ben 289.000 ore di lavoro operai, pari al 12,50% di ore lavorative annue e a 4.600 ore lavorative per gli impiegati, pari al 3,80% delle ore di calendario.
Queste agitazioni non hanno consentito all’impresa di attuare il piano di lavoro (cioè il raggiungimento di un fatturato di oltre 10 miliardi, cosa possibile dati gli impianti nuovi che attualmente costituiscono l’attrezzatura principale dell’azienda e che sono costati ben 2.435 milioni).
Se si aggiunge che, per ammodernarsi la società IMMI ha impiegato i mezzi finanziari ricavati dall’operazione IMI, il che ha costretto l’azienda a ricorrere in misura maggiore agli aiuti bancari (nell’esercizio 1969 gli interessi bancari maturati ammontano a ben L. 280.482.109) e si tiene presente che le banche hanno rallentato il fido, ci si rende conto come la IMMI si sia trovata in difficoltà finanziarie.
Peraltro, come già detto in altra parte della relazione, già nell’anno 1965 il bilancio denunciava una perdita di L. 85 milioni 260.245. Il bilancio al 31 dicembre 1967 denunciava una perdita di L. 13.299.709 e, finalmente, il bilancio al 31 dicembre 1969 si è chiuso con una perdita di L. 83.057.382.
Hanno pure sicuramente influito sul cattivo andamento aziendale:
- la flessione dei prezzi di vendita per l’accresciuta concorrenza che è venuta a crearsi sul mercato;
- la crisi nell’edilizia che ha avuto riflessi particolarmente gravi nel settore IMMI;
- l’aumento dei prezzi delle materie prime, dei contributi (defiscalizzazione ecc.);
- la non redditibilità di alcuni prodotti;
- il nuovo contratto di lavoro prevede l’aumento del 24% sui salari degli operai e del 10% sugli stipendi degli impiegati.
Questi aumenti hanno gravato sull’esercizio 1969 e 1970 e continueranno a gravare anche per il futuro, tenuto presente che le sole indennità di anzianità pregresse hanno inciso sulle risultanze dell’esercizio 1969 per ben L. 80.875.000.
Della condotta del debitore
Nulla ha rilevato il commissario giudiziale di colpevole nell’operato degli amministratori e nulla di conseguenza questi può dire di riprovevole in merito alla condotta della società debitrice (costituita sotto la forma di società per azioni) e per essa, quindi, in merito alla condotta dei suoi rappresentanti.
I requisiti formali sono stati rispettati, sicché, come si rileva esaminando gli allegati alla istanza:
- la società ha tenuto una regolare contabilità depositata in Cancelleria unitamente alla domanda;
- la società non è mai stata dichiarata fallita, né ammessa a procedure di concordato preventivo. A dimostrazione di ciò viene allegato il certificato della Cancelleria del Tribunale (allegato n. 5 all’istanza);
- gli amministratori della società non sono mai stati condannati per bancarotta o per delitti contro il patrimonio, la fede pubblica, l’industria e il commercio, come risulta dai certificati per carichi pendenti che pure vengono allegati all’istanza (allegati 6-7-8-9-10-11).
Il sistema contabile in uso da parte della IMMI è la cosiddetta contabilità meccanica a ricalco (quindi registrazioni sul giornale e sui conti di mastro) con un unico giornale generale le cui operazioni sono completate delle schede dei diversi conti patrimoniali ed economici, secondo gli ortodossi canoni della contabilità a ricalco.
[…]
Le considerazioni sopra fatte inducono il commissario giudiziale a esprimere parere favorevole alla continuazione dell’amministrazione controllata. Nell’esaminare le cause del dissesto, il commissario giudiziale ha fatto presente che esse vanno ricercate anche nella non redditibilità di alcuni prodotti.
Ed è per eliminare queste cause che egli ha approvato l’allargamento del Consiglio di Amministrazione e ha sollecitato la nomina di un Comitato esecutivo. Sarà compito di questo, nel rinnovato clima di fiducia e collaborazione, lo studiare la nuova organizzazione da dare all’impresa, onde pervenire non solo all’intero sfruttamento dei moderni impianti della IMMI, raggiungendo così, attraverso una nuova organizzazione di vendita il maggior importo di fatturato possibile (si potrebbe raggiungere l’importo di L. 12 miliardi), ma altresì all’eliminazione di quegli articoli e settori di produzione antieconomica.
Giacché, ad avviso dello scrivente, non devesi aver presente solo la procedura di amministrazione, che è un fatto contingente, ma, soprattutto, l’avvenire di questa antica e rinomata azienda che assicura il lavoro della pressocchè intera popolazione di Copiano (il personale in forza alla metà di marzo risultava essere complessivamente di 1.150 persone).
- Carlo Lavezzari, nato a Menconico (PV) il 2 agosto 1924, domiciliato a Varzi (PV);
- Edoardo Tiraboschi, nato a Monza il 31 ottobre 1921, domiciliato a Monza in via Talamoni 3.
Il cavalier Gerolamo Grecchi era il presidente e i fratelli Angelo Grecchi e Franco Grecchi consiglieri delegati. Ricordo con chiarezza che proprio Angelo, l’ingegnere, non capiva nulla della situazione e ci diede del «filo da torcere». È proprio vero che per essere imprenditori non occorre avere studiato, ma è necessario possedere capacità imprenditoriali (che non derivano dallo studio). Per esempio, io ho studiato per molti decenni, ho diretto istituti universitari, sono stato Rettore ecc., eppure non sono un imprenditore.
Il concordato preventivo
Il 3 marzo 1972 la «IMMI Industria Metallurgica Italiana Cav. Gerolamo Grecchi SpA» veniva ammessa alla procedura di concordato preventivo. Scrive il Tribunale (presidente Ferruccio Rubini, giudici delegati Guido Roda Bogetti e Fernando Ciampi):
Ritenuto che la sommaria indagine svolta attraverso l’esame della situazione contabile e patrimoniale della società e la valutazione dei beni e delle garanzie offerte, consiglia l’ammissione della ricorrente alla procedura di concordato preventivo, prospettandosi la ragionevole previsione che il beneficio di cui la stessa sembra meritevole si risolva in vantaggio per tutti gli interessati ciascuno dei quali dovrà essere chiamato a pronunciarsi sulla convenienza e sull’opportunità della soluzione offerta;
Considerato, in particolare, che i contatti in corso con la GEPI fanno, allo stato, ritenere che si possa arrivare a una sollecita vendita delle immobilizzazioni tecniche e di gran parte del magazzino (materie prime, semilavorati e prodotti finiti) così come prospettato dalla ricorrente;
Considerato che nella posta attiva «crediti» sono state indicate solo le partite di più tranquillante esigibilità e di più prossima scadenza sì da farne un’appostazione solida e sicura;
Rilevato che, in ogni caso, la proposta di concordato è munita di un’ampia garanzia che appare idonea a coprire ogni eventuale e non previsto mutamento nelle condizioni di realizzo dei beni o dei crediti assicurando così l’adempimento del concordato;
Considerato che il contrario parere espresso dal Pubblico Ministero non risulta ancorato a considerazioni specifiche e articolate sul merito della proposta che consentano di comprendere l’assunta irrealizzabilità dei fini della procedura
P. Q. M.
Dichiara cessati gli effetti della procedura di amministrazione controllata e ammette la Soc.p.Az. Immi Cav. G. Grecchi, con sede in Milano, via Lorenteggio 39 alla procedura di concordato preventivo di cui all’art. 160 2° comma N. 1 l.f.
Commissario giudiziale fu confermato Luigi Campi.
Perché mai si giunse a tanto? Rispondevano con una nota i consulenti di Grecchi, in primis Roberto Romagnoli:
I risultati economici degli ultimi esercizi – in modo particolare l’anno 1968, durante il quale l’azienda avrebbe potuto conseguire un adeguato autofinanziamento – furono vanificati nel 1969 quando una serie di pesanti scioperi hanno portato la perdita di ben 289.000 ore lavorative.
Di conseguenza i nuovi contratti collettivi di lavoro e le successive trattative aziendali portarono a notevoli aumenti dei costi di lavoro i cui effetti si sono prodotti a far tempo al 1° gennaio 1970. Tali aggravi (aumenti tabellari, riduzione orario settimanale, altri miglioramenti attinenti alla gratifica natalizia, alle ferie, all’indennità di quiescenza) hanno comportato per l’azienda un aumento del costo orario del lavoro pari al 33%. Tale aumento è stato in parte controbilanciato dai miglioramenti della produttività ottenuti in seguito ai rilevanti investimenti degli ultimi anni; ma la compensazione non è stata sufficiente e comunque non poteva essere immediata e totale. Inoltre la flessione dei prezzi di vendita per l’accesa concorrenza che è venuta a crearsi sul mercato, la crisi nell’edilizia che ha avuto riflessi particolarmente gravi nel settore della società, l’aumento dei prezzi delle materie prime, la defiscalizzazione dei contributi nonché la non redditività di alcuni prodotti hanno contribuito ad aggravare maggiormente la situazione economica della società.
Nacque così la seconda operazione della GEPI (costituita nel 1971).
Nella stessa motivazione del Tribunale sta la ragione del salvataggio dell’IMMI. Si parla di «magazzino (materie prime, semilavorati e prodotti finiti)»: non si citano gli stampi. Questa fu la salvezza dei Grecchi. Avevo visto con immediatezza dove saremmo finiti. Il valore degli stampi sarebbe stato un’integrazione importante! Ne avvertii solo Roberto Romagnoli, pregandolo di tenere riservato il fatto: e così fu. Basta, talvolta, un’idea innovativa per mutare il corso degli eventi (e forse anche un po’ di fortuna!). Gerolamo Grecchi negli ultimi anni non ne aveva avuta: ma bisogna sempre avere fede in Dio.
La GEPI
La GEPI (acronimo di Gestioni e Partecipazioni Industriali) fu una finanziaria pubblica costituita nel 1971, con capitale posseduto per il 50% dall’IMI e per l’altra metà suddiviso in parti eguali tra IRI, ENI ed EFIM. Il suo compito istituzionale fu quello di entrare nel capitale di aziende industriali private in crisi e di agevolarne la ristrutturazione per poi uscirne. La sede sociale e gli uffici furono stabiliti a Roma.
Al fine di comprendere le ragioni per le quali lo Stato intervenne per la fondazione della GEPI dobbiamo rifarci al cosiddetto «autunno caldo». Scrive Valerio Castronovo[38]:
Dalla metà degli anni Sessanta si venne delineando una svolta radicale nella vita economica. Fino allora gli aumenti di produttività avevano sopravanzato gli aumenti delle retribuzioni, e ciò non soltanto aveva favorito la crescita dei saggi di profitto ma assecondato la marcia ascendente dell’industria italiana sui mercati internazionali. È stato calcolato, infatti, che l’incremento delle nostre esportazioni fra il 1955 e il 1963 fu dovuto, per quasi il 60% del totale, alla maggiore competitività (in termini di prezzi relativi) delle merci italiane, determinata soprattutto dal divario fra aumenti della produttività e aumenti del costo del lavoro. Dopo il 1963 il costo del lavoro per unità di prodotto salì nell’industria manifatturiera di oltre dodici punti, mentre il margine di profitto diminuì di otto punti. Si ebbe l’impressione che l’avvento del centrosinistra dovesse determinare non soltanto una modifica dei precedenti assetti politici, ma importanti mutamenti anche negli equilibri economici e sociali. Si spiega pertanto l’irrigidimento della Confindustria, già scesa in campo nel 1962 contro la nazionalizzazione dell’industria elettrica e contro altri progetti di riforma avanzati dalla nuova maggioranza governativa allargatasi ai socialisti.
La maggior parte delle imprese, per recuperare i precedenti margini di profitto, reagì all’aumento dei salari con l’aumento dei prezzi di vendita dei propri prodotti. Questa circostanza – aggiungendosi all’espansione della domanda globale indotta dal miglioramento generale delle retribuzioni – contribuì a mettere in moto la spirale dell’inflazione. Fino allora la domanda globale era cresciuta a un saggio pari al 7,8%, inferiore al tasso di crescita degli investimenti mantenutosi intorno al 10%. Per tutte queste ragioni, a un lungo periodo di stabilità monetaria subentrò improvvisamente una fase convulsa caratterizzata da crescenti spinte inflazionistiche. Dal momento che il sistema dei pagamenti internazionali era basato ancora sul principio dei cambi fissi e che le autorità monetarie non intendevano consentire un’eventuale svalutazione della lira, la Banca d’Italia, retta da Guido Carli, decise nel luglio 1963 di procedere a una severa restrizione creditizia, giustificandola con l’esigenza di ridar ossigeno alle imprese strette fra la crescita dei salari e la stabilità dei prezzi interni.
La politica deflazionistica provocò una brusca caduta degli investimenti e, di conseguenza, una flessione della produzione e dell’occupazione. Soprattutto nell’industria tessile, in quella conciaria, nella meccanica e in quella automobilistica si registrarono fra il 1963 e il 1965 notevoli riduzioni nell’andamento della produzione. In complesso gli occupati nell’industria manifatturiera, che avevano raggiunto nel 1963 la cifra di 5.400.000 addetti, scesero nel 1965 di altre 140.000 unità dopo la contrazione già subita l’anno precedente, mentre l’emigrazione tornò a toccare indici considerevoli sino a 100.000 persone l’anno. In questa situazione il potere contrattuale dei sindacati si abbassò di colpo. La stessa sorte toccò ai redditi da lavoro dipendente nell’industria manifatturiera, la cui quota scese fra il 1963 e il 1966 dal 65 al 57%. Ma non furono questi gli unici risultati della svolta deflazionistica. La capacità concorrenziale dell’industria italiana e la reintegrazione dei suoi margini di profilo vennero sorrette anche da vasti piani di ristrutturazione aziendale, sviluppatisi con un’intensità sconosciuta in passato quando l’opera di riconversione si era distribuita su un arco di tempo tra i dieci e i quindici anni. Vennero introdotte importanti modifiche di carattere organizzativo e si procedette, nelle principali fabbriche, a un’estensione del lavoro straordinario, all’aumento degli incentivi individuali e a un parziale decentramento di alcune lavorazioni, attraverso il mercato delle commesse, su un ventaglio di piccole imprese che potevano far conto su più bassi costi di lavoro e su una maggiore flessibilità nell’impiego della manodopera. Inoltre furono portate a compimento numerose operazioni finanziarie di concentrazione sia nell’industria privata sia in quella pubblica.
In complesso la produttività oraria nell’industria manifatturiera crebbe, nel periodo 196369, a un tasso del 6,4% l’anno, mentre gli investimenti diminuirono in misura sensibile: nel 196869 gli investimenti industriali risultavano addirittura inferiori al livello del 1963. Nel frattempo, fra il 1961 e il 1966, la produzione industriale era cresciuta complessivamente del 58% quando invece l’occupazione non era aumentata che dell’1,6%, ossia di circa 100.000 unità, con incrementi minori di manodopera proprio nei settori più dinamici (metallurgia, meccanica, chimica e fibre sintetiche). Si ebbe, in altri termini, un aumento della produttività – assai più rapido dell’aumento delle retribuzioni per lavoratore occupato – senza uno sviluppo soddisfacente nella composizione e nel volume complessivo degli investimenti in macchinari e attrezzature.
L’intensificazione dei ritmi di lavoro e lo sfruttamento dei differenziali salariali non furono gli unici motivi della riesplosione nel 1969 delle lotte operaie. Vi concorsero altre cause di varia natura: innanzitutto, la nuova ondata di migrazioni verso il Nord, avvenuta in coincidenza con la ripresa produttiva del 19651968, che aggravò i problemi sociali delle grandi agglomerazioni urbane concentrate nel «triangolo industriale» (rincaro delle abitazioni, difficoltà di trasporti secondari, insufficienza di scuole, di servizi sanitari ecc.). In assenza di adeguate misure d’intervento pubblico e di controllo generalizzato sui prezzi nel settore delle costruzioni e nell’intermediazione commerciale, si ebbe un rincaro di molti servizi pubblici e privati, offerti alla collettività a prezzi rapidamente crescenti.
A fare le maggiori spese di questa situazione fu, in definitiva, il potere d’acquisto degli operai salariati, ridottisi dopo il 1965 a lavorare più intensamente ma a disporre di una minore quantità di beni reali. L’economia italiana giunse così a pagare tutto d’un colpo l’assenza di una valida politica di programmazione, rimasta sempre sulla carta, l’abdicazione dell’interventismo statale alle ragioni dell’assistenzialismo clientelare, e l’insufficienza dell’amministrazione pubblica a tradurre in atto i provvedimenti legislativi varati dai governi di centrosinistra in materia di riequilibrio regionale, di riconversione dell’agricoltura di sviluppo delle infrastrutture e dell’edilizia popolare. Pertanto, il «round» salariale del 1969 non fu determinato soltanto dal progressivo esaurimento dell’esercito industriale di riserva. La conflittualità operaia, soprattutto nelle principali aree urbane, fu alimentata anche dall’inflazione strisciante, dovuta ai ritardi del settore agricolo e dei servizi (case, trasporti, assistenza ecc.) nei confronti dell’evoluzione della domanda e delle crescenti aspettative individuali verso un reale miglioramento del tenore di vita.
Tutte queste circostanze spinsero la classe operaia a rivendicare sia un notevole aumento dei salari, per recuperare le posizioni perdute dopo il 1963, sia una revisione delle condizioni normative d’impiego, in modo da bloccare l’accelerazione dei ritmi di lavoro. Furono, in particolare, le assemblee e i collettivi operai a elaborare gli obiettivi della lotta sindacale, facendo leva sul nuovo istituto della contrattazione aziendale e affidandosi per il resto alla forte carica di combattività delle leve più giovani, composte in gran parte da manodopera immigrata, non ancora integrata nell’ambiente d’arrivo, disorientata dall’impatto con la fabbrica e insofferente verso la disciplina imposta dai procedimenti tayloristi. Nel 1969 le ore perdute per agitazioni operaie nelle fabbriche superarono, nell’industria manifatturiera, la cifra di 200 milioni e la durata degli scioperi risultò superiore di oltre tre volte e mezzo quella del 1962.
L’«autunno caldo» non fu che il prologo di una stagione particolarmente intensa di vertenze sindacali che si prolungò sino al 1971, quando il numero delle ore perdute per scioperi risultò raddoppiato rispetto al 1966/68. Dietro la spinta dei delegati di reparto e di altri organismi di rappresentanza operaia, del tutto nuovi, i sindacati riuscirono a imporre agli imprenditori notevoli modifiche sia di carattere salariale sia di carattere normativo. Fra queste ultime, la più rilevante fu senz’altro la limitazione (divenuta col tempo sempre più rigida) alla mobilità della manodopera fra impianti e reparti. Non meno importanti furono la concessione per tutti i lavoratori di 150 ore annuali per attività formative e l’eliminazione delle cosiddette «gabbie salariali», ossia delle differenze territoriali sui salari minimi contrattuali fra i lavoratori dell’industria meridionale (meno retribuiti) e quelli delle regioni settentrionali. Inoltre, le «indennità di nocività» si trasformarono in altrettante norme vincolanti per la modifica degli impianti e il miglioramento dell’ambiente di lavoro. Lo Statuto dei lavoratori, votato dal parlamento nel 1970, sancì anche sul piano formale questo imponente complesso di conquiste sindacali e la fine di ogni forma di autoritarismo e discriminazione politica nelle fabbriche.
[…]
Tuttavia il risultato più significativo dell’«autunno caldo» fu l’avvento di particolari vincoli, sempre più rigidi, sul modo d’impiego della forza lavoro. Dal 1969, specialmente nei grandi complessi, la classe operaia cominciò a rifiutare attraverso forme spontanee di micro conflittualità (dagli scioperi a singhiozzo all’assenteismo, al rallentamento dei ritmi di lavoro) sia i sistemi di cottimo e le retribuzioni a incentivo sia il sistema tayloristico là dove esso si traduceva, con la catena di montaggio, in forme più estese di parcellizzazione del lavoro. Inoltre, Io sviluppo della scolarizzazione e il ridimensionamento dell’occupazione femminile precaria, per effetto dell’azione sindacale e delle nuove disposizioni legislative sull’uniformità dei livelli contrattuali e sulla disciplina dell’apprendistato, integrate dalle garanzie dello Statuto dei lavoratori, ridussero la possibilità di far ricorso a frange di manodopera marginali collocabili nelle qualifiche più basse. Per tutti questi motivi, si chiuse con la fine degli anni Sessanta una lunga stagione di sviluppo industriale, cominciata nel dopoguerra, che nell’adattamento della forza lavoro alle esigenze della produttività aveva trovato uno dei suoi punti di maggior forza. Ma le conseguenze degli aumenti salariali e delle conquiste normative del 1969/71 non sarebbero state così pesanti per il sistema economico italiano se negli anni precedenti non si fosse ridotto il volume degli investimenti e se i cambiamenti già emersi nell’andamento del mercato internazionale (progressi tecnologici, aumento dei prezzi delle materie prime, maggior costo del denaro), destinati a generare robuste spinte inflazionistiche, fossero stati individuati e affrontati con tempestività, attraverso un’efficace politica di programmazione.
Va ricordato che l’intervento della GEPI determinò una procedura di amministrazione straordinaria nel corso della quale non potevano avvenire «sequestri conservativi» da parte di terzi e si cassavano gli effetti di quelli già concessi.
Gianmario Grecchi a Copiano
Il 12 novembre 2012 sono ritornato a Copiano, dove oggi si trova l’ICS. Ci sono andato con Paolo Romagnoli (figlio di Roberto), che lavora nello stesso ufficio dove un tempo si trovava il padre (viale Lungo Ticino Visconti 5) avendo come socio più giovane il fratello.
Il percorso è breve e avrei dovuto ricordarmelo. Ma i 41 anni trascorsi dalle precedenti visite (dell’ormai lontano 1971) l’avevano cancellato dalla mia mente. Tant’è che pur con l’autista Nicola ho dovuto chiedere a Paolo Romagnoli di farmi da guida: mi ha preceduto con la sua macchina. A Copiano, l’IMMI di Gerolamo Grecchi era una grande azienda, che dava lavoro a quasi tutto il paese.
Qui ho trovato Gianmario Grecchi, consigliere delegato (presidente è oggi Paolo Romagnoli), e la signora Mariuccia, la segretaria per antonomasia di Gerolamo Grecchi (ora in pensione con i suoi 73 anni).
Gianmario Grecchi è un uomo ancor giovane (61 anni) che guida, con piglio di vero imprenditore, l’ICS. Mi ha raccontato di aver iniziato, a suo tempo, gli studi d’ingegneria a Milano, ma di non averli potuti concludere, per gli impegni conseguenti l’attività dell’ICS.
Si è quasi commosso raccontandomi come suo padre, quando la IMMI cadde in amministrazione straordinaria, perse tutti gli amici che prima lo osannavano. Quando lo incontravano, «fingevano di non vederlo». Gianmario Grecchi vide, più volte, suo padre piangere. Sic transit gloria mundi: il detto latino, com’è provato da tutta la storia umana, corrisponde a verità.
Scampi e calamaretti sul Lungotevere
Nel 1971 mi recai con Luigi Campi e Roberto Romagnoli alla sede romana della GEPI sul Lungotevere, della quale a quell’epoca era direttore generale Franco Alfredo Grassini. Grassini era un collaboratore all’Università di Genova, presso l’IRES, di Sergio Vaccà, che è stato un mio grande amico.
Ma chi era esattamente Grassini? Era – dice il suo curriculum – un ligure nato in provincia di Savona, a Millesimo, il 15 novembre 1930, quasi un mio coetaneo. Ma soprattutto era un politico e un dirigente industriale: fu deputato nella VIIa legislatura nel gruppo democristiano e membro della Commissione per la ristrutturazione industriale. Aveva, quindi, tutte le doti per svolgere egregiamente le funzioni che gli erano state assegnate alla GEPI.
Quel giorno ci stavamo recando da Grassini proprio per discutere del valore degli «stampi» che la GEPI (affinché l’IMMI potesse funzionare) doveva acquistare. Prima di incontrarlo ci intrattenemmo in una frugale colazione in un ristorante vicino. Al momento dell’ordinazione, Campi fece una battuta che ricordo come fosse ieri: ordiniamo scampi e calamaretti, che erano nel menù del giorno.
Con Grassini si discusse di chi potesse essere l’esperto cui conferire, con un accordo tra le parti (IMMI e GEPI), l’incarico di valutare gli stampi. Mi venne un’idea felice, nel ricordo della storia genovese di Grassini: Sergio Vaccà. Fummo subito d’accordo, ambedue avevamo fiducia in lui.
La perizia di Sergio Vaccà
La perizia di Sergio Vaccà fu decisiva per il buon esito della procedura di amministrazione straordinaria. Ma chi era Sergio Vaccà? Lo racconto in Li ho visti così 3[39]:
Nel 1974, in Bocconi, ero il consigliere delegato. Dall’anno seguente, 1975, Innocenzo Gasparini divenne Rettore (e lo fu sino al 1984). In quello stesso anno il presidente Furio Cicogna ci lasciò (1975) e gli subentrò – su designazione dell’Istituto Javotte BocconiAmici della Bocconi – Giovanni Spadolini. Si creò una situazione per cui, sui fatti accademici, l’accoppiata GaspariniGuatri assunse la piena «regia» della vita dell’ateneo. Agli inizi degli anni Ottanta, decidemmo di rompere la sino ad allora ferrea regola del fifty-fifty nell’assegnazione delle cattedre (50% agli «aziendalisti» e 50% agli «altri», economistigiuristimatematicistorici ecc.), che resisteva dai tempi in cui Giordano Dell’Amore «governava» l’ateneo. Fu così che, riconoscendo in Sergio Vaccà sia le caratteristiche dell’aziendalista (sia pure anomalo) sia dell’economista, lo chiamammo alla cattedra di Economia delle fonti di energia, collocata nel Dipartimento di Economia Politica. Divenne anche direttore dell’Istituto delle Fonti di Energia.
[…]
Conoscevo ovviamente l’attenzione di Sergio per questo campo di studi. Già nel 1974 gli avevo chiesto di affiancarmi nella direzione della rivista Economia internazionale delle fonti di energia (nel 1974 già giunta al 18° anno di vita: era nata nel 1957!). Io mantenni la qualifica di direttore, ma di fatto gli chiesi di prendere gradualmente «in pugno» la rivista. Non si fece pregare. E già con il primo numero del 1975 la rivista cambiò editore (da Giuffrè a Franco Angeli, l’editore cui Sergio fu sempre fedele; come io lo fui a Giuffrè, fino alla fondazione della casa editrice bocconiana, Egea). A dimostrazione della continuità, la rivista riporterà nel frontespizio la dizione «Numero 11975 – Anno XIX».
Più avanti, l’effervescente Sergio Vaccà ne trasformerà, aderendo a nuovi interessi di ricerca, il titolo in Economia delle fonti di energia e dell’ambiente.
[…]
Nell’autunno 1984, il professor Gasparini – colpito nell’estate di quell’anno da un pesante infarto – rassegnò le dimissioni da Rettore. Il presidente dell’Università Giovanni Spadolini mi chiamò d’urgenza e mi chiese a bruciapelo: «Ti voglio chiedere se sei disposto ad assumere il rettorato; ma a una condizione precisa, che conservi tal quale la carica di consigliere delegato». «Accetto» dissi. «Bene – e dichiarò solennemente – le consultazioni sono concluse!». Nei giorni successivi convocò il Consiglio di Amministrazione, propose e ottenne la mia nomina.
Il primo problema che affrontai fu la scelta del o dei prorettori (tutte le cariche rettorali, a quei tempi, erano gratuite: esigevano impegni seri, senza alcuna contropartita monetaria!); infine, come Lei ha ricordato, la mia scelta cadde sul binomio Sergio VaccàRoberto Ruozi. Fu così che Sergio divenne prorettore.
[…] in primo luogo debbo citare la disperata guerra per i concorsi a cattedra. Finché Sergio rimase, come qualifica formale, tra gli aziendalisti (divisi per raggruppamenti), conducemmo insieme una difficilissima battaglia a favore di Tecnica industriale e commerciale, come allora si chiamava, lavorando per terne di vincitori in cui fosse data prevalenza al merito. Una battaglia, in questo nostro Paese, disperata e forse inutile poiché dove prevale il nepotismo non può prevalere la giustizia!
Noi ci occupammo di concorsi e di elezioni dei commissari in prossimità dei concorsi, poi per anni d’altro (di fare ricerca, di scrivere ecc.), ma altri nostri colleghi – specie al CentroSud – non si occupavano sostanzialmente d’altro che predisporre per tempo alleanze, in vista di reciproci favori: insomma di sostenere «a tutti i costi» i loro allievi.
Qualche volta, con Sergio, provammo a fare i conti: «Tanti voti a Milano, tanti a Genova, a Venezia, a Torino ecc. Forse possiamo raggiungere la maggioranza!». Invano: chi aveva lavorato per questo obiettivo per anni, alla fine prevaleva. E noi andavamo nelle commissioni a condurre battaglie disperate (e poche volte con risultati apprezzabili). Fu così che un giorno Sergio si stancò: e, divenendo economista, lasciò il raggruppamento. Anche se, beninteso, il peggio doveva ancora venire […]
Come si evince dalla sua storia personale, Sergio Vaccà non era certamente un esperto di valutazioni. Mi consultò perciò ripetutamente, sapendo che lo ero. Gli spiegai i principi e le regole, cercando di non influenzarlo sul risultato. Sergio era un uomo di grande correttezza e fece del suo meglio.
Nella visita a Copiano del 2012 la perizia l’abbiamo ricercata invano tra i vecchi e polverosi faldoni di 40 anni or sono. Neppure la signora Mariuccia, la memoria storica, l’ha potuta ritrovare. Non sappiamo, quindi, quale ne sia stato il risultato. Sappiamo però benissimo che l’importo fu sufficiente per uscire dall’amministrazione straordinaria e fondare la ICS.
Si tratta di una procedura oggi scomparsa, ma che per decenni tentò di rimettere in piedi società non in grado di fronteggiare le proprie obbligazioni (art. 187 del codice civile del 1943, il cosiddetto Codice Rocco, promulgato durante il fascismo).
ACBGroup ha avuto, nel tempo, due sedi, sempre a Milano: in via Mascheroni, quando me ne occupavo personalmente e lo presiedevo, e in via Lanzone (nei pressi del pensionato femminile dell’Università Cattolica) negli anni successivi.
Valerio Castronovo, L’industria italiana dall’Ottocento a oggi, 2a ed., Mondadori, Milano, 1980, pp. 303307.
Luigi Guatri con Ermes Zampollo, Li ho visti così 3, Egea, Milano, 2012, pp. 49 ss.