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Il mondo di Guatri

2026/12

Rino Invernizzi

È stato amico per una vita, fin dalla giovinezza.#Trevigliese purosangue, ha passato la vita a Milano.#Dove ha avuto successo e una famiglia perfetta, che l’ha adorato. Il suo cruccio fu sempre di non aver potuto studiare all’Università Bocconi. Ha, purtroppo, anche molto sofferto

Questo capitolo si divide, necessariamente, in due parti: i tempi lontani (fino a che i figli di Rino non sono ancora nati o sono bambini o ragazzi: qui la fonte unica è necessariamente l’Autore); i tempi recenti (quando i figli di Rino divengono adulti: e qui la fonte essenziale sono ovviamente loro, Massimo e Giorgio Invernizzi). Solo per piccola parte le fonti si intersecano.

All’Istituto Oberdan di Treviglio

Con Rino Invernizzi mi sono trovato compagno di classe all’Istituto tecnico commerciale di Treviglio nel 1938 (foto a pp. 151-152). Entrambi superammo l’esame di ammissione (che all’epoca era molto difficoltoso: qualcosa inimmaginabile oggi). Era una selezione rigidissima. Ci si preparava per mesi, durante la quinta elementare, che io frequentai nella vicina Caravaggio (dove mio padre era il capo-zona della società elettrica Orobia, del gruppo Edison).

Per due anni raggiunsi Treviglio da Caravaggio: in primavera e nel primo autunno si viaggiava in bicicletta; d’inverno (spesso con la neve, con la nebbia, con il gelo) si viaggiava in corriera. Alle 13,30 eravamo a casa, dove mia mamma Rosa mi preparava il pranzo.

Nel 1940 ci trasferimmo a Treviglio (dove nel frattempo era stata trasferita la sede dell’Orobia, conglobando anche quella di Caravaggio: le due cittadine sono a 5 km di distanza). Qui mi trovavo quando il 10 giugno scoppiò la seconda guerra mondiale. Ricordo come fosse oggi il discorso del Duce cha annunziava la dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna, accolta da grandi applausi in piazza Crivelli (prossima a via Crivelli 2, la nostra casa)[40].

Il gioco del calcio e le corse in bicicletta

Il massimo impegno che sentii fino a 13-14 anni fu il calcio. Mi assalì con una tale passione, che divenne il primo dei miei pensieri. Rino era sempre con me, al mio fianco (foto a p. 152). Anche se era un giocatore mediocre, non consentii mai che fosse messo «fuori squadra». A tal fine mi accordai anche con il migliore dei nostri compagni-giocatori, Beppe Randon (all’epoca ci chiamavamo per cognome, a scuola e fuori: Rino era in realtà, all’epoca, Invernizzi; Beppe Randon era Randon).

Con Randon raggiunsi l’accordo (scritto!) affinché Invernizzi giocasse sempre. Quale fu il compenso? Semplice: assunsi l’impegno di passargli tutti i compiti di matematica, che io completavo con anticipo (le due ore destinate alle equazioni si riducevano spesso per me a mezz’ora o anche meno: avevo tutto il tempo di lasciarglielo copiare). Oggi, da professore emerito, mi vergogno, ma da ragazzo non sentivo rimorso di alcun genere.

Invernizzi non era un grande calciatore ma faceva del suo meglio: si decise di comune accordo affinché giocasse da mediano (come si diceva un tempo: quando la squadra, oltre che dal portiere, era fatta da due terzini, tre mediani e cinque attaccanti). Un po’ alla volta aumentai le pretese: decidevo io anche chi dovesse battere i rigori. Io ero l’ala destra (e talvolta il centro-avanti): correvo come un cavallo imbizzarrito e segnavo anche gol[41].

Non meno importante del calcio erano le corse in bicicletta. Il percorso tipico era Treviglio-Cassano d’Adda, con volata finale lungo la strada che porta al ponte. Qui ci disputavamo sempre lo sprint io e Tresoldi: eravamo i più veloci (Tresoldi era un nostro compagno di scuola, che oggi ho perso di vista). In alternativa la corsa consisteva in una decina di giri della circonvallazione di Treviglio (detta «le fosse»).

Altre (più rare) volte il percorso era lungo e difficile, specie con quelle pesanti biciclette del tempo: Treviglio-Bergamo-Selvino (a circa 1000 m d’altezza). In quella salita sempre io e Tresoldi si arrivava con larghi anticipi (anche di mezz’ora o più).

L’ultimo anno

Anche dopo i 13-14 anni praticavamo il calcio: ma non era più in cima ai nostri pensieri. Ricordo che imparammo l’importanza dello studio: io, in particolare, in breve tempo divenni il primo della classe. Qualifica che conservai, sempre a Treviglio (e poi alla Bocconi negli anni successivi). Ma Rino non mollava: mi seguiva, anzi, da vicino, con impegno e dedizione (non completò però la Bocconi: era di famiglia modesta, aveva bisogno di lavorare).

Ricordo l’ultimo mio anno all’Istituto Oberdan (1944), quando in classe eravamo solo in quattro: oltre a noi due anche Fratelli e la Castellazzi. Era l’unica ragazza e veniva da Melzo, un paesino a una ventina di chilometri da Treviglio, priva di scuole secondarie di qualsiasi genere. La trattavamo come una sorella, le volevamo bene, perché era dolce, ma claudicante e non particolarmente carina.

A un certo punto – lo ricordo come fosse ieri – decisi di prepararmi per il 3° e 4° anno, contemporaneamente. I professori (eravamo in guerra) erano diventati modesti; decisi che mi conveniva studiare da solo in casa e andare in classe solo di quando in quando. Finché un giorno sulla porta di casa in via Crivelli si presentò – in persona – il preside, il professor Pigozzi. Mi disse, con calma, che sapeva bene che studiavo sempre (giorno e notte), ma che il mio comportamento era un affronto ai professori (che egli, del resto, ben sapeva modesti). Quando mi presentai all’esame finale, fu tra quelli che m’interrogarono approfonditamente. E mi promosse a pieni voti. Il che, l’anno seguente, mi permise di entrare alla Bocconi (dove sono tuttora, 68 anni dopo).

Le ragazze

Verso i 16 anni imparammo a seguire le ragazze (solo guardandole, come si usava a quei tempi, senza mai sfiorarle con un dito). Per lo più si passeggiava con loro lungo il viale della Stazione ferroviaria; oppure si facevano passeggiate (di giorno s’intende!) in bicicletta, specialmente dalla primavera all’autunno. Poi cadeva la neve…

In un primo momento decisi con Rino che avrei passeggiato con Alba Saporiti (una compagna di scuola, più giovane di me di un anno) e Rino avrebbe cercato di seguire in bicicletta o a piedi Lina Fusa, sfollata nel 1943 a Vidalengo (a 2 km da Treviglio) da Milano. E così fu per qualche mese. Finché io non m’innamorai sul serio (a 17 anni) di Lina. Alba un poco si dispiacque[42], mentre per Rino non fu un problema: per lui il vero gioco si aprì più tardi, con Bruna Zampol, la sua adorata Bruna.

La voce di queste passeggiate in bicicletta giunse presto anche all’orecchio dei genitori di Lina, in particolare di sua madre Italia, che un giorno si recò (a piedi) da Vidalengo al cimitero di Treviglio – di cui il padre era custode e dove Rino perciò abitava in una casetta all’entrata – e chiese di lui. Rino si presentò: la signora Italia gli fece presente come fossero un poco sconvenienti quelle passeggiate in bicicletta, troppo spesso ripetute. Rino rimase interdetto. Si era ben reso conto dello scambio di persona: ma, per non «tradirmi», tacque ostinatamente. Corse peraltro subito a riferirmi dell’accaduto: fu così che io decisi, per toglierlo dall’impaccio, di presentarmi a Vidalengo dai genitori di Lina, che apprezzarono la mia iniziativa. E da quel momento ebbero piena fiducia.

Il gruppo dei rivoluzionari

A 15-16 anni si è quasi sempre… rivoluzionari. Degli 8-10 studenti rivoluzionari di Treviglio io ero il capo riconosciuto, e Rino era sempre con me. Ci riunivamo in qualsiasi luogo, al freddo o al caldo. Io raccontavo quanto appreso dai libri all’indice che il nipote del parroco prelevava dalla biblioteca del clero: Rousseau, D’Annunzio… Si discuteva un poco (non molto: la nostra cultura era improvvisata, da ragazzi appunto). Tutti convenivano con me, e ciascuno tornava a casa… dalla mamma.

Per giocare a calcio si continuava tuttavia a frequentare l’oratorio. Fu così nell’annuale gara di catechismo mi presentai – con Rino – alla commissione giudicatrice, che mi sottopose alle domande di rito. Rispondemmo al meglio. Alla fine proprio io, il capo dei rivoluzionari, fui dichiarato vincitore. Dissi a Rino che mi vergognavo un po’: ma avevo solo risposto… onestamente e sarebbe stato peggio «sbagliare di proposito». Rino convenne.

La malattia di Lina

Mia moglie Lina, ancora giovane (ma già fidanzata con me), si ammalò seriamente e dovette recarsi in una colonia marittima in Liguria per le cure: si trattava di un male grave (di cui era stato, sia pure in tempi più difficili per le cure, colpito un suo zio professore a Vicenza, da dove la sua famiglia proveniva). Fui ammonito da diverse persone (non dai miei familiari, che non erano informati) che poteva essere pericoloso per me: sarebbe stato anche difficile avere figli con lei (mai pensiero si dimostrò più infondato: dopo 4 anni di matrimonio avevamo già tre figlie e in dieci anni arrivammo a 5!). In questi frangenti affidai al fidatissimo Rino il compito delicato di «esplorare» la situazione: lo fece diligentemente (perfino scrivendo alla stessa Lina in Liguria, dicendole che si trattava di un’iniziativa propria). Ma alla fine (quanto è bello ricordarlo!) prevalse l’amore. Decisi di correre il rischio: e così fu. In conclusione: dove mai si può trovare un amico così?

La Bruna e la Laura

Conobbi Bruna Zampol in via dei Bossi 4 nello studio di Luigi Antonelli[43]. Qui le funzioni di segreteria erano svolte da due giovanissime ragazze, di estrema bravura, intelligenti, infaticabili. Erano appunto Bruna Zampol e Laura Soriani.

Due figure che vivono nei miei ricordi e che rimarranno indimenticabili. Bruna era nata nel 1929, Laura nel 1934 (di poco più giovane). Non vollero per anni e anni alcun aiuto: si faticò, quando il lavoro in comune con Luigi Antonelli si ampliò notevolmente, a convincerle che la situazione esigeva nuove forze…

Dopo quasi tre lustri, Antonelli acquistò uno studio più importante in via Borgonuovo e consentì che Laura venisse con me in via Massena 12/7, dove rimase per oltre trent’anni. Bruna, naturalmente, rimase in via Borgonuovo, che non lasciò fin che le forze la sorressero.

Cosma Antonelli

Cosma Antonelli (come tutti gli Antonelli miei amici provenienti da Isernia) fu il nostro medico di famiglia fin che abitammo in via Sismondi 2, a Milano. Aveva abitazione e studio nella vicina via Compagnoni: fu sempre scrupoloso e amichevole nei nostri confronti. Fu sempre inflessibile nel non avere mai da me alcun compenso, nonostante ogni mia preghiera.

Cosma aveva per compagna la madre di Bruna, Valentina Bressan in Zampol, cui era – ricambiato – affezionatissimo.

Quando questa mancò, Cosma (che a Bruna, e di riflesso a Rino, era affezionatissimo) volle rimanere con loro prima in via Compagnoni, nei pressi di viale Campania, poi in via Bergognone. Sennonché – pur con tutti i suoi pregi – Cosma era… di carattere difficile (come ammetteva anche il fratello Luigi, al contrario di buon carattere). Per Bruna e per Rino non era facile sopportarlo: lo fecero per affetto.

Lo sottraevo un po’ (e per breve) a questa situazione, quando la domenica, con i miei cugini Edgardo e Sergio (coniugi di Bianca e Giuseppina Guatri), ci recavamo allo stadio di San Siro per le partite dell’Inter e del Milan (di cui io e Rino eravamo tifosi). A quei tempi San Siro era incredibilmente diverso da oggi: con solo anello, con poco fragore: insomma di dimensione più… umana.

Gli incarichi delicati in cui fu mio collaboratore

In diversi incarichi delicati, nel corso della vita, chiamai Rino a collaborare. Vi adempì puntualmente. Ricordo tra questi:

  • l’amministrazione straordinaria (ex lege Prodi) della Redaelli e Fratello, con sede in corso Monforte. Era al mio fianco – per esempio – quando visitavo (tra grandi difficoltà e anche pericoli) la sede dell’acciaieria a Rogoredo, come del resto negli uffici contabili in corso Monforte, la nostra base;
  • fu sindaco di alcune società da me seguite (tra mille dubbi e incertezze) del cosiddetto finanziere Filippo Rapisarda, sempre a fianco dell’avvocato Mario Adornato (altro mio grande amico, oggi malato, che ricordo con affetto). In tali società operava al fianco di Francesco Comotti anch’egli trevigliese e di Agostino Giorgi, miei stretti collaboratori in via Massena 12/7;
  • fu sindaco nella Siani SpA (che ricordo negli anni d’oro e identifico ancor oggi in Maria Ruggeri).

La morte improvvisa

Nell’agosto del 2008 ad Arenzano (dove mi trovavo con Lina) la ferale notizia. Mentre passava l’estate tranquillo al mare di Grado, Rino era mancato. Il nostro autista Nicola era in ferie: perciò prendemmo a nolo un’auto e corremmo a Milano alla chiesa del Rosario, dove si tenevano le esequie. Riconobbi subito la sorella più giovane di Rino, che corse ad abbracciarmi. Riconobbi parenti e amici; tra questi rividi Giuliana, la moglie di Giorgio Pivato, che avevo conosciuto giovanissima quando andavo in casa loro nei pressi di via Borgonuovo a Milano, e che già aveva avuto la prima figlia Gabriella (oggi nonna felice, che abita in via Massena 18, al secondo piano, il piano degli Antonelli).

Celebrate, tra il cordoglio generale (ricordo come Lina piangesse e io fossi commosso), le esequie, Rino partì per il cimitero di Treviglio, il luogo della sua (e nostra) giovinezza. Raccomandai alla sorella Franca di salutarmi Treviglio e Michele Motta: colui, di qualche anno più vecchio di noi, laureato in Economia e Commercio alla Cattolica di Milano (e nostro docente), nel quale identifico tutti i trevigliesi. «Il dottor Motta – mi disse Franca – la sta aspettando e mi ha detto di portarle i suoi saluti».

La tomba di famiglia

Ieri 29 febbraio 2012, dopo parecchi anni sono tornato a Treviglio per salutare Rino nella sua tomba (in quel cimitero dove in tempi ormai lontanissimi la famiglia abitava). Ho pianto con mia figlia Fiorella su quella tomba. Ho rivisto nella tomba di famiglia anche suo padre, sua madre, suo fratello (che conoscevo bene). Sua moglie Bruna. E poi, con sorpresa, vi ho visto Cosma Antonelli e la sua amata Valentina, la madre di Bruna.

Gli Antonelli provengono tutti da Isernia, perciò non me l’aspettavo. Cosma Antonelli, medico di valore, fu per molti anni – come già scritto – il nostro medico di famiglia quando abitavamo in via Sismondi 4. Ricordo nitidamente quando, dopo un grave incidente di macchina, mi sottopose a visite per giorni e giorni, per poi concludere che, per fortuna, non avevo serie ferite.

Mi sono, in quell’occasione, anche reso conto che tra Rino e Cosma Antonelli vi era del sincero affetto, così come l’averlo avuto in casa per molti anni era stato un grande vantaggio: si è certamente prodigato per Massimo e Giorgio, i figli di Rino e Bruna, di cui credo sia stato il mentore.

Rino nel ricordo dei figli

A questo punto la parola passa ai figli dell’amico di una vita (foto a p. 155), Massimo e Giorgio Invernizzi. Trascrivo tal quali le note di Massimo, che scrive pagine commoventi.

La famiglia. Mio padre è nato a Treviglio il 28 maggio1927 da Giuseppe Invernizzi (19 ottobre 1895-17 settembre 1981) e Nina Crippa (1 gennaio 1899-17 gennaio 1972).

Il fratello maggiore è Angelo (11 marzo 1923-29 agosto 1992), burbero ma generosissimo. Muore dello stesso male che colpirà papà (tumore al pancreas)[44].

La sorella Franca (30 maggio 1934), rimasta vedova il 24 aprile 2008 e senza figli, vive tra la riviera ligure e casa mia, perché ho grande piacere a ospitarla.

1946: si diploma a Treviglio e si iscrive all’Università Bocconi.

4 aprile 1947: è ricoverato all’Istituto Climatico Emanuele Filiberto Duca d’Aosta a Cuasso al Monte fino all’11 ottobre 1947 per «Tbc nodulare apico-sottoclaveare ds. esiti di epidemia sin.» e lascia l’Università. Papà credo abbia sofferto molto l’impossibilità di proseguire e lo dimostra il fatto che non ne abbia mai parlato con noi se non molto vagamente; sarebbe stato un ottimo studente e quanto ci tenesse l’ho capito il giorno della mia laurea e successivamente a quella di mio fratello (foto a p. 153): era orgoglioso, come se la vita gli avesse restituito ciò che gli aveva tolto un tempo. Il tutto sempre con la sua solita compostezza, senza lasciar trasparire eccessive emozioni. Ciò non significa che non fosse un uomo dotato di grande sensibilità, ma semplicemente evitava di esternare troppo. Forse la volta che l’ho visto più felice, alzando le braccia al cielo come per un gol del suo amato Milan, è stata quando l’ho informato che sarebbe diventato nonno per la prima volta.

1948: si iscrive alla Compagnia Stabile di Prosa del Teatro Filodrammatici di Treviglio.

Giugno 1956: affitta un appartamento a Milano in viale Piave 17. Dicembre 1957: si fidanza con Bruna Zampol.

3 giugno 1959: matrimonio con Bruna nella chiesa di Santa Croce a Milano. Vanno a vivere a Milano in via Calzecchi 2.

11 maggio 1960: nasce Massimo all’Ospedale San Giuseppe in via San Vittore a Milano.

1962: la famiglia si trasferisce in viale Campania 29.

15 marzo 1964: nasce Giorgio all’Ospedale San Giuseppe in via San Vittore a Milano.

1969: la famiglia si trasferisce in via Bergognone 31.

26 agosto 2008 alle 00,30: muore a Milano (casa di cura Pio X). Funerale a Milano (chiesa di Santa Maria del Rosario in piazza del Rosario a Milano) e tumulazione a Treviglio il 29 agosto 2008.

Papà ha sempre ricordato con grande tenerezza gli anni della sua giovinezza a Treviglio e gli amici mai dimenticati, con i quali ha sempre mantenuto i contatti, primo fra tutti l’amico fraterno Luigi Guatri e poi Ruggero Fratelli, Eugenio Esena, Gianni Carsana, Giulio Carminati (detto «sincero»), Giuseppe Poletti, Nino Zamuner, Vincenzo Marinoni, Gianfranco Conti, Pino Banfi, Ambrogio Arrigoni, Augusto Parigi, Tancredi Bianchi. Ricordo i racconti di quegli anni felici e il piacere provato nel riabbracciare gli amici nelle riunioni di classe alle quali ha partecipato.

E fra tutti papà ci ha sempre parlato dell’amicizia e della profonda stima che provava per Luigi Guatri.

Ha sempre mantenuto i legami con Treviglio (anche per ragioni familiari) e con le tradizioni, che lo portavano ogni anno alla Madonna delle Lacrime (festa della cittadina l’ultimo giorno di febbraio)[45].

E per rispettare le tradizioni venivano «santificate» tutte le feste in famiglia per le quali era l’anfitrione perfetto, oppure i grandi pranzi di Ferragosto aperti anche agli amici del mare. La famiglia e l’amicizia erano sacre e questo fortissimo spirito ci ha sempre tenuti molto uniti.

La passione per il teatro non lo ha mai abbandonato, come quella per la lirica e soprattutto per i libri: dovendo noi figli, inevitabilmente, svuotare la casa dei nostri genitori ci siamo resi conto di quanto fornita ed eclettica fosse la sua biblioteca, ma in particolare riguardo l’arte e la storia.

Ed era un bravissimo pittore. Sinceramente non l’ho mai visto dipingere, ma i suoi quadri giovanili sono bellissimi e li stiamo recuperando tutti dai vari scantinati in cui li aveva lui stesso relegati.

Ed è stato bellissimo poter sfogliare tutti i suoi ricordi, dagli album di fotografie (circa cinquanta) che con precisione ricostruiscono una vita, a tutti i piccoli oggetti (foglietti di appunti, lettere ecc.) che ha custodito quasi religiosamente.

Infine vorrei evidenziare l’amore che papà e mamma hanno pienamente vissuto per cinquant’anni (foto a p. 154). Sono certo che si siano amati veramente e continuamente, pur negli inevitabili screzi quotidiani. Erano due persone, anche se per versi opposti, con caratteri ben definiti e ritengo che la loro intelligenza e il forte sentimento reciproco li abbia legati indissolubilmente. Mamma ha avuto purtroppo molti problemi di salute e papà le è stato vicino, di vero supporto, sempre di poche parole e con la sua discrezione (a volte criticata dalla mamma che mi ha sempre detto, visto il mio carattere molto simile a quello di papà, di sforzarmi a essere un pochino più espansivo). Ricordo per tutti il 15 maggio 1974, quando la mamma era in condizioni critiche all’ospedale di Treviglio e l’intervento chirurgico di urgenza che stava per affrontare era rischiosissimo. Papà venne a prenderci a scuola (avevo 14 anni e mio fratello 10) e disse solamente «la mamma potrebbe non riuscire a superare l’intervento». Non disse altro per tutto il viaggio tra Milano e Treviglio.

La mamma quell’anno subì tre interventi (oltre a una grave epatite virale) ai quali se ne aggiunse un altro nel 1981. Da allora fu un lento declino fino all’insufficienza renale e alla dialisi che l’hanno accompagnata alla fine che, però, inaspettatamente, l’ha colta dopo papà e comunque a 81 anni.

La professione. Nel 1950 è impiegato alla Cesare Crippa SpA Legnami a Milano in viale Monza 18. Quindi, nel 1958, inizia la pratica professionale presso lo studio Antonelli-Guatri in via dei Bossi 4 a Milano.

Dal 1958 è collaboratore presso la Cinemeccanica SpA (e della famiglia Cecchi, azionista di maggioranza), dove successivamente diverrà consigliere di amministrazione, carica che manterrà fino al decesso (per 50 anni!). Dopo la morte di papà sono stato nominato sindaco della Cinemeccanica e ho provato una fortissima emozione quando il Consiglio di Amministrazione ha voluto ricordarlo con una breve ma intensissima cerimonia in cui il presidente, commosso, mi ha abbracciato. La testimonianza di stima e amicizia nei confronti di papà che i suoi colleghi e i collaboratori mi hanno dato mi ha profondamente colpito. Non solo lo stimavano, ma gli volevano veramente bene e ho visto piangere il ragionier Vimercati, il «giovane» ragioniere suo allievo che oggi, in pensione, è entrato nel CdA della società.

21 dicembre 1960: esame di abilitazione alla professione (prova orale). 1° gennaio 1961: iscrizione all’Albo del Collegio dei Ragionieri di Milano con il n. 412.

1961-1995: Studio Antonelli

Un altro rapporto professionale almeno trentennale è stato quello con la famiglia Fornaroli di Magenta. Anche in questo caso il rapporto è stato vario e si è sviluppato nel tempo (consulenza nei confronti della famiglia, tre fratelli e poi la seconda generazione, delle varie società con le relative cariche di consigliere e di sindaco).

Collaborazione esterna con lo Studio di Luigi Guatri:

1980, amministrazione straordinaria Gruppo Redaelli (commissario professor Guatri e, successivamente, professor Brugger).

1981, amministrazione straordinaria Gruppo Helen Curtis (commissario professor Podestà e, successivamente, dottor Schilke).

1982: amministrazione controllata Gruppo Rizzoli (commissario professor Guatri).

Liquidatore e sindaco di numerose società tra cui alcune società del Gruppo Rizzoli, di Finanziaria 2000 SpA (Università Bocconi), di Rivolta Carmignani SpA, di Maffei SpA, di Stoppani SpA, di Perlite Italiana SpA, di Coccinella Srl e, negli anni ’90, della Guccio Gucci SpA.

La malattia. La malattia di papà ha iniziato a palesarsi durante le vacanze di Natale 2007, proprio subito dopo la grande gioia per i tre nipotini (mio fratello Giorgio ha avuto due gemelli, Alessandro e Federica, il 18 dicembre 2007 e io sono diventato papà di Giorgio il 19 dicembre 2007).

Il 9 gennaio 2008 ho accompagnato papà da un amico, medico internista, di cui mi fido moltissimo, che mi ha suggerito un approfondimento specialistico con un esperto che il 16 gennaio mi ha purtroppo comunicato la diagnosi di tumore al pancreas. Il successivo ricovero presso la clinica Pio X (18-23 gennaio) ha confermato il tutto e il 30 gennaio papà e io abbiamo incontrato il primario oncologo della clinica per decidere il piano terapeutico. Abbiamo subito escluso azioni più drastiche in quanto interventi chirurgici in quelle condizioni e a quell’età non avrebbero fatto altro che peggiorare la situazione, magari prolungando una difficile agonia. L’età e lo stato di avanzamento del tumore facevano comunque sperare in un progresso lento della malattia senza però definire in alcun modo l’aspettativa di vita.

La chemioterapia alla quale è stato sottoposto (iniziata il 5 febbraio) è stata sopportata abbastanza bene, anche se varie complicazioni hanno caratterizzato la primavera.

A fine giugno il ciclo di chemio è stato sospeso e papà ha potuto raggiungere la mamma nella sua amata Jesolo a godersi il giardino e i tre piccoli «quasi gemelli».

Domenica 27 luglio ho riportato papà a Milano; lunedì 28, è stato sottoposto a una serie di esami di controllo. La visita con il primario di oncologia il successivo 29 luglio è stata molto positiva e il professor Raina disse: «io la licenzio, le auguro un buon ritorno al mare, e le do appuntamento a settembre». Molto felici la sera uscimmo a cena e papà, forse per la prima volta, mi parlò della sua malattia e della tranquillità con la quale la stava affrontando. Era realmente sereno, tanto che non attese che anch’io potessi tornare a Jesolo e partì il giorno dopo in treno, di buon mattino, arrivando fino a Venezia, attraversandola a piedi fino in San Marco dove prese il vaporetto e, a seguire, l’autobus per Jesolo.

Il giorno di Ferragosto papà era tutto giallo e a sera iniziò una febbre molto elevata. Nonostante i giorni di festa (purtroppo Ferragosto cadeva di venerdì e quindi c’era un lungo ponte) sono egualmente riuscito a contattare l’oncologo a Milano per la prima terapia, aiutato dall’amico dottor Pagani di Mantova, che ha trascorso insieme a papà, a Jesolo, le estati degli ultimi 30 anni.

Lunedì 18 agosto papà e io siamo partiti per Milano con destinazione diretta la casa di cura Pio X dove, ovviamente, papà è stato immediatamente ricoverato.

I primi giorni sono stati difficili per la febbre alta e l’impossibilità (a causa del periodo feriale) di programmare un piccolo intervento (lo stesso che aveva già fatto ad aprile) che avrebbe riaperto le vie biliari.

Mercoledì 20 la situazione si è ulteriormente aggravata e non potevo fare nulla! In aggiunta dovevo cercare di tenere tutti tranquilli: mia mamma era bloccata a Jesolo dalla dialisi e in compagnia di mia moglie con il nostro piccolo di soli 8 mesi, mio fratello in vacanza in Grecia con la famiglia. Sono una persona molto razionale e riflessiva, ma per la prima volta ho provato la sensazione di essere solo e impotente. Mi sono quindi adoperato per riorganizzare il rientro anche della mamma, cosa non particolarmente facile per la carenza di posti per la dialisi a Milano: in agosto sembra che il mondo si fermi. Fortunatamente papà ha iniziato a migliorare e quando sabato 22 è rientrato mio fratello si è quasi stupito di trovarlo sfebbrato e sostanzialmente in buona forma, con appetito e pronto alla battuta. Sembrava quasi che il mio allarme fosse stato del tutto esagerato. Meglio così: il weekend è passato tranquillamente e lunedì 25 i medici ci hanno comunicato che l’intervento era programmato per mercoledì 27.

Lunedì sera, dopo cena, siamo andati nel salottino della clinica a chiacchierare tranquillamente e papà ha iniziato, pur blandamente, a contestare la mia decisione di far rientrare la mamma e tutta la tribù da Jesolo, sostenendo che dopo l’intervento avrebbe potuto lui raggiungerli. Ma poi è diventato serio e mi ha chiesto di occuparmi dei problemi di casa e in particolare della zia Franca, da poco vedova, che sarebbe stato opportuno convincere a venire a vivere con noi.

Mi sono un po’ turbato, l’ho riaccompagnato in stanza e l’ho lasciato quasi frettolosamente perché era mia intenzione passare da un supermercato per un po’ di spesa. Poco prima delle 21 l’ho salutato e l’ho baciato sulla fronte, gesto non certo usuale.

Verso l’una di quella notte ero ancora nel dormiveglia, e quando è suonato il telefono ho capito subito e ho iniziato a urlare «No, No!»: mi hanno dato la notizia che papà «se ne era andato» e per un impercettibile istante ho quasi creduto (sperato?!) che se ne fosse veramente scappato per tornare dalla sua adorata Bruna in quel di Jesolo. Mi sono seduto in bagno in preda a violenti brividi di freddo e sono stato in quella posizione per mezz’ora! Ero evidentemente in preda a uno choc che quasi mi paralizzava. Mi sono vestito, indossando un gilet di lana, nonostante fosse il 26 agosto, e salito in auto ho chiamato mio fratello che era rientrato a Ginevra, all’epoca la sua sede di lavoro.

Sono quindi andato in clinica, ho fatto quel che dovevo fare, ho raccolto le sue cose, ho pregato per lui, gli ho sfilato la fede dal dito e gli ho dato un ultimo bacio. Non piangevo da tanti anni, ma non sono riuscito a trattenermi.

Sono rientrato a casa dopo le 4 e mi sono concentrato su quella che è stata subito la mia più grande preoccupazione: come fare a informare la mamma!

La mamma era già molto malata e non potevo certo telefonarle nel cuore della notte; ho inviato un messaggio sul telefonino di mia moglie pregandola di chiamarmi al più presto, ma ovviamente dormiva. Nel frattempo, verso le 7, è arrivato mio fratello.

Alle 8,30 circa mi ha chiamato mia moglie, ignara, alla quale ho dato la brutta notizia, pregandola di passarmi la mamma e di starle vicino. Sono riuscito a fare questa cosa che è stata probabilmente la più difficile della mia vita e sono scoppiato a piangere insieme a lei e a mio fratello che era vicino a me.

Il resto è cronaca: siamo passati alla clinica, ho dovuto fare tutto io perché mio fratello non ha voluto vedere papà, siamo andati a Jesolo, ho riabbracciato la mamma in ospedale, dove faceva la programmata seduta di dialisi, e il giorno dopo abbiamo riportato tutti a Milano.

Venerdì 29 agosto si sono svolti i funerali: il mio bambino e i gemelli di mio fratello avevano 8 mesi, non potevano capire, ma li abbiamo portati fuori dalla chiesa per metterli in braccio alla mamma e, se possibile, distrarla. È stata una cerimonia commovente perché, pur coscienti della malattia, non era certamente ipotizzabile un evento così repentino. E mi sono commosso più volte abbracciando gli amici che piangevano come Lei, Professore, e ricordo benissimo la sua frase «Bravo, bravo», quando le ho confermato che papà avrebbe riposato a Treviglio.

1

Una casa «civile». Ma – come si usava in provincia a quei tempi – senza riscaldamento. Si studiava, pertanto, in cucina la sera dove la stufa riscaldava oppure coperto da una palandrana pesante, al freddo di giorno. Con me studiava, talvolta, mio fratello Beppe. Un fatto che oggi mi sembra impossibile. Ma eravamo giovani!

2

Ricordo il gol che segnai sul campo dei Salesiani alla squadra del Pagazzano. Raccolsi al volo un calcio d’angolo e misi in rete.

3

Tanto che dopo cinquant’anni, ormai vedova (non ha avuto figli), nostra ospite a Casa de Campo nella Repubblica Dominicana, mi dedicò una poesia in dialetto milanese: «mi s’eri inscii belina… e lü el vardava la Lina».

4

Si veda Luigi Guatri con Ermes Zampollo, Li ho visti così 2, Egea, Milano, 2010, pp. 345 ss.

5

Di lui si ricorda che, durante l’ultima guerra, fu catturato a Mantova dai tedeschi (8 settembre 1943: una data fatidica) e deportato in Germania nel lager di Dachau, rientrando in Italia il 15 maggio 1945.

6

Era la cosiddetta festa dei biligòcc (in dialetto bergamasco).