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Il mondo di Guatri

2026/12

Pietro Onida

È venuto dalla Sardegna per studiare a Ca’ Foscari con il Maestro dei Maestri, Gino Zappa. A sua volta è stato Maestro di «grandi» dell’economia aziendale: Ferrero e Capaldo. I figli sono di straordinario livello scientifico e intellettuale

Pietro Onida (foto a p. 156) nasce a Villanova Monteleone (Sassari)[46] il 12 gennaio 1902. Gino Zappa – il nostro Maestro – ricordava che venne dall’isola con pochi mezzi. Fa parte di quegli studiosi – come me – di modeste origini che si fanno strada solo con l’intelligenza e la loro forza. Nessuno li sostiene, finché un docente (bene se di alto livello, cioè un Maestro) li nota e solo per meriti apre loro la strada.

Non vorrei essere presuntuoso nel mettermi a confronto: ma (vedi caso) ambedue giungemmo a 33 anni alla cattedra: Onida nel 1935 fu «ternato» e chiamato nella difficile Torino (dove rimase per ben 25 anni); io nella esuberante Parma (dove rimasi per 9 anni).

Gli incontri a Brunate

Con Onida e la moglie Franca non giungemmo mai, Lina ed io, a diventare veri amici: una generazione ci separava (1902 contro 1927 tra di noi… professori). Ci davamo del lei, si tenevano, insomma, come in uso a quei tempi, «le distanze». Ciò non significa affatto che mancasse la stima e la considerazione: ma ciò è altra cosa…

Gli incontri a Brunate avvenivano nella villa di Dell’Amore o di Antonelli (noi si aveva pure casa a Brunate, ma ben più modesta, ai cosiddetti Piani, a picco sul lago).

L’etichetta era stressante (e oggi inconcepibile): i signori e le signore in stanze differenti; affinché ciascuno potesse parlare (solo) degli argomenti di propria competenza. Ma mia moglie Lina (anch’ella di un’altra generazione) problemi omogenei non ne aveva: i suoi figli erano ancora bambini, mentre quelli delle altre signore erano adulti talvolta già affermati nella vita lavorativa (professionale, accademica ecc.) oppure figlie a loro volta già mamme…

La summa: Economia d’azienda

La summa dell’opera di Onida è Economia d’azienda, la cui prefazione merita di essere interamente letta[47]:

In questo volume, l’economia d’azienda è trattata non unicamente nelle astrazioni proprie dell’indagine che contempla i fenomeni d’azienda nell’aspetto economico e accoglie ipotesi più o meno concordanti con la realtà e più o meno utili a interpretarla, ma è considerata pure nei complessi atteggiamenti dell’amministrazione concreta.

L’amministrazione d’azienda è attività pratica rivolta a fini umani, in quanto questi fini siano raggiungibili mediante la produzione o l’uso di beni economici. Essa si risolve essenzialmente in scelte economiche.

Sennonché, le concrete scelte dell’amministratore non sempre sono puramente economiche e tanto meno sono interamente interpretabili secondo gli astratti schemi della meccanica economica.

Nell’amministrazione, invero – come in ogni altra attività umana – è tutto l’uomo col suo spirito, e fattori entelechiani o «vitali» operano in essa, sottraendola agli schemi meccanicistici e deterministici, in larghe zone d’indeterminazione.

Le scelte amministrative non sempre sono effettuate solo in base a elementi economici misurabili. La dinamica economico-sociale nella quale s’inserisce e sulla quale agisce la condotta delle singole aziende è determinata anche da elementi e fattori non economici, che sfuggono alla stessa espressione quantitativa.

Di più: l’amministrazione non è azione di soggetti economici operanti, per teorica ipotesi, secondo fini astratti e semplificati rispetto alla concreta realtà umana e sociale; ma è azione di uomini, storicamente calata in questa realtà, nella quale l’economico – a parte il suo apprezzamento, spesso incerto – non è mai ultimo scopo, anche quando ha funzione di forza sollecitante.

Detto questo, occorre peraltro aggiungere che non si può fare della buona amministrazione senza una conoscenza non superficiale dell’economia e, in particolare, dell’economia d’azienda.

I fini dell’azienda sono stabiliti dall’uomo e la scienza economica, in quanto li assume come postulati, è detta appunto scienza di mezzi e non di fini. La finalità domina evidentementei fenomeni economici. Tuttavia l’uomo nel determinare i fini, nel proporsi mete il cui raggiungimento sia condizionato dall’impiego di mezzi economici limitati in quantità, deve badar bene di non scambiare i fini ragionevolmente conseguibili con i desideri. La consapevole determinazione dei fini implica la cognizione dei mezzi necessari e concretamente disponibili per il loro raggiungimento.

In questo senso, la conoscenza dell’economia è richiesta anche per stabilire convenientemente i fini, almeno entro certi termini. In particolare la detta conoscenza permette di percepire sia i limiti nei quali dati fini sono raggiungibili, in determinate condizioni, o le condizioni subordinatamente alle quali i fini considerati possono perseguirsi, sia la contraddizione o la totale o parziale incompatibilità economica che può aversi tra il raggiungimento di fini diversi, tutti per se stessi buoni, e quindi il migliore eventuale contemperamento di fini differenti nella formulazione di scopi complessi da assegnare alla concreta condotta dell’azienda.

Questa condotta, evidentemente, non può essere indirizzata a piacimento, seguendo soltanto i gusti e senza ponderare gli ostacoli.

S’illude chi crede di operare con successo, poco badando a questa elementare avvertenza: l’illusione purtroppo è facile e diffusa perché gli errori in economia, spesso, solo a lungo andare si manifestano nei loro nefasti effetti.

L’amministrazione saggia dev’essere umana non solo in quanto essa non è – come già detto – pura economia, astratto calcolo di convenienza fondato soltanto su quantità economiche misurabili, ma pure in quanto, d’altro lato, deve umilmente-riconoscere i limiti che l’uomo incontra nella realizzazione delle cose desiderabili: limiti fra i quali debbono sempre considerarsi attentamente quelli che provengono appunto da elementi economici.

Nel subordinare l’economico all’etico e al politico bisogna guardarsi dal vieto pregiudizio che l’economico si opponga al sociale, e dal conseguente facile errore di ignorare o di trascurare l’economico così da tradire, per questa ignoranza o trascuranza, gli stessi fini etici e politici che si vorrebbero perseguire.

L’economia, come ogni altra cosa, non può essere convenientemente posta a servizio dell’uomo ove non sia conosciuta nei suoi caratteri e nelle sue leggi. I moralisti, i sociologi e i politici consapevoli non ignorano questa esigenza; ma è purtroppo ancora diffuso – anche presso persone colte – l’abito di trattare problemi di economia pubblica o privata, quali sono appunto quelli di economia d’azienda, senza sufficiente cognizione dei loro reali termini.

In questo lavoro – nel quale abbiamo avuto occasione, in varie parti, di riprendere e rimeditare anche materia di nostri anteriori studi – dopo l’esame dell’azienda nei suoi caratteri e nelle sue fondamentali condizioni di vita, come istituto sociale, si considerano le linee generali dei più comuni problemi di organizzazione e di gestione, nonché i metodi e l’interpretazione delle determinazioni quantitative di maggiore e più frequente rilievo agli effetti dell’amministrazione.

La materia vasta e varia rende arduo – in un’opera di sintesi, come questa – il compito della sua delimitazione e della sua effimera trattazione in aspetti spesso molteplici, nella pluralità delle ricerche che entro il complesso campo dell’economia d’azienda variamente si combinano integrandosi, e variamente si ramificano specializzandosi, in un processo incessantemente alimentato e rinnovato dal progresso stesso degli studi.

Non ci illudiamo che il nostro lavoro riesca ad assolvere bene codesto compito, ma saremo paghi se esso potrà portare un contributo anche modesto alla conoscenza dell’economia d’azienda, convinti come siamo che l’avanzare di questa conoscenza sia fattore di progresso della concreta amministrazione, non solo in senso economico-teorico, ma nel più profondo senso umano e sociale.

* * *

Del capitolo III, «I costi di prodotto», ecco tre passi salienti[48]:

Nella reale economia delle aziende, i costi monetari distintamente attribuiti a prodotti diversi o a singole unità di dati prodotti, in qualunque modo vengano determinati, costituiscono sempre non già quantità economiche aventi un proprio valore assoluto obbiettivamente accertabile, ma entità astratte e complesse, variamente configurabili secondo i limiti e le ipotesi che reggono le astrazioni razionalmente ammissibili; variano, poi, a loro volta, secondo gli aspetti che dell’economia d’azienda i costi dovrebbero porre in rilievo.

In concreto, i costi attribuiti a distinti prodotti o a singole unità di prodotto non possono determinarsi che stabilendo relazioni fra fattori o processi produttivi, da una parte, e i considerati prodotti, dall’altra: relazioni in funzione delle quali i costi dei fattori o dei processi produttivi divengono componenti elementari del costo dei prodotti, o comunque concorrono a formare, per sintesi, il detto costo.

[…]

Le configurazioni di costo che nella pratica comunemente si determinano sogliono essere diverse o per le classi di componenti che si fanno concorrere a formare il costo o per i criteri che si seguono nella determinazione dei componenti di ciascuna classe.

In rapporto alle classi di componenti, si fa, di solito, distinzione fra il «primo costo», il «costo complessivo» e il «costo economico-tecnico». Il primo costo suole essere costituito unicamente da componenti diretti o speciali per quanto riguarda l’impiego o il consumo dei fattori produttivi di cui si tratta (materie prime, mano d’opera diretta, ecc.) o anche in taluni componenti indiretti (es. quote di costi generali di stabilimento). Il costo complessivo comprende anche quote dei costi comuni o indiretti di ogni specie. Il costo economico-tecnico si distingue dagli altri specialmente in quanto si fanno concorrere alla sua formazione anche «interessi di computo» sui valori che sono o si suppongono investiti nel prodotto, dall’inizio alla fine del ciclo produttivo: interessi determinati in guisa da porre in rilievo – nell’esame di costi comparati – la diversa misura che al costo può attribuirsi quando, a parità di altre condizioni, sia diversa la lunghezza dei cicli produttivi e dei tempi intercorrenti tra il momento, reale o supposto, dei vari investimenti di valori nelle produzioni considerate e il termine del ciclo. […]

Le astratte configurazioni di costo che si attribuiscono a distinte unità di prodotto possono anche mutare in relazione, da un lato, alle ipotesi che si pongono sui volumi di produzione attuabili in dati tempi, dall’altro, alla diversa elasticità e variabilità di molti costi d’esercizio, correlativamente al variare dei suddetti volumi.

Vale poi la pena leggere interamente le conclusioni sul significato dei costi di prodotto[49]:

Secondo l’intento espresso in pagine precedenti, ci siamo intrattenuti, negli ultimi paragrafi, su alcuni tipici procedimenti di determinazione dei costi di prodotto, in quanto l’esame di questi procedimenti può far comprendere con evidenza forse maggiore di quella propria delle generiche argomentazioni il carattere astratto del costo attribuibile, nell’azienda, a distinte unità di prodotto, specialmente quando si tratti di configurazioni di costo complessivo. Le cose dette, invero, confermano chiaramente che nella determinazione dei diversi componenti di costo intervengono astrazioni e ipotesi numerose e di varia natura; che i detti componenti vengono comunemente configurati in base a medie riferite a periodi di gestione più o meno estesi e a diversi e complessi volumi di produzione (effettivi medi o supposti), sicché il costo di dati prodotti non ha mai in se stesso alcuna autonomia; che i componenti di costo non sogliono essere omogenei quanto al tempo, essendo determinati, alcuni, con riferimento a condizioni passate di azienda e di mercato, a condizioni attuali, e altri ancora, a presunte condizioni future; che col mutare delle ipotesi e delle astrazioni accolte, il costo complessivo di dati prodotti può essere espresso da valori assai diversi e che non ha significato parlare in senso assoluto del «vero costo» o dell’«esatto costo», anche quando questo viene attribuito a produzioni effettuate nel passato; che le astrazioni e le ipotesi, i criteri e i procedimenti razionalmente accoglibili nelle determinazioni dei costi di prodotto possono mutare secondo il significato che ai costi si vuole attribuire o, in altre parole, secondo le conoscenze richieste alle suddette determinazioni di costo; che la comparazione dei costi di prodotto, nel tempo e nello spazio, può riuscire facilmente ingannevole per insufficiente omogeneità dei criteri di loro determinazione o per la mancanza della «parità di condizioni» che sotto svariati aspetti i significativi confronti esigerebbero. Queste considerazioni bastano a far comprendere come i costi di prodotto abbiano significato non solo relativamente limitato, ma pure così vario e mutevole che solo un’attenta interpretazione può far correttamente percepire.

Si aggiunga che le stesse conoscenze convenientemente domandabili alle determinazioni di costo possono variare, tra l’altro, secondo l’organizzazione dell’azienda, la struttura economica della gestione e le condizioni di svolgimento della medesima.

E gli schemi «pratici» di «contabilità dei costi» che talora si richiedono vengono vanamente pretesi ove s’intendano come schemi applicabili in ogni condizione, che forniscano conoscenze di significato unico ed evidente e che dispensino dal pensare coloro che li applicano.

Nella concreta amministrazione d’azienda, le sintetiche determinazioni di costo di prodotto, e specialmente di costo complessivo, trovano possibilità di utile impiego forse minori di quanto comunemente si creda. Correttamente interpretati, tuttavia, i costi di prodotto, di volta in volta determinati in configurazioni e con criteri adatti allo scopo conoscitivo cui servono, possono fornire conoscenze utili a diversi effetti: dai controlli di efficienza dell’attività produttiva, ai giudizi di convenienza comparata di diversi ordinamenti economico-tecnici della produzione, all’offerta di prezzi in gara con la concorrenza, alla complessa politica delle vendite ecc. Occorre, per altro, ricordare che, anche quando i costi di prodotto, correttamente interpretati, possono riuscire utilmente conoscibili, i giudizi di convenienza e di efficienza, nella complessa e dinamica economia d’azienda, non sogliono essere così semplici da poter trovare unico fondamento in astratte configurazioni di costo, comunque determinate.

Pietro Onida (è chiaro) non intende affatto discostarsi dall’ottica di Gino Zappa: non si possono determinare i costi dei singoli prodotti. Una tesi che è sempre rimasta incomprensibile in tutto il mondo. Ricordo bene come il suo primo allievo, Giovanni Ferrero (fedelissimo al Maestro) mi ripetesse spesso: «noi siamo d’accordo su tutto»: lo diceva in quanto mio amico; e io non osavo replicare. Ma in realtà eravamo in assoluto disaccordo. I concetti e il linguaggio erano quelli di Pietro Onida (cioè, in ultima analisi, quelli di Zappa, aggiornati e ampliati, ma basicamente fermi). I commenti critici su Onida, così come lo sono stati nel tempo quelli sui concetti zappiani (il comune Maestro), consentono tuttavia di mantenere verso i Maestri l’atteggiamento di rispetto e d’omaggio loro dovuto. Discostarsi da (alcune) loro idee non significa per nulla mancare loro di rispetto: è piuttosto il progresso inesorabile della scienza ciò che lascia alle spalle le loro idee, le supera, fa prevalere il nuovo. Come accadde a me con Zappa, nessuno imputerà a Pellegrino Capaldo di avere, con le sue opere innovative e di alto livello, superato il Maestro: gli ha anzi fatto onore.

Come molti degli aziendalisti (compreso il maestro Zappa), Onida non fu alieno dall’assumere e svolgere (ad alto livello, nel Suo caso) incarichi professionali. Uno di questi ebbi l’onore di assumerlo con lui. Si trattò di comporre una nota metodologica che stabilisse con chiarezza e autorevolezza (sic) «i criteri per l’equa determinazione dell’indennità di riscatto» dell’azienda municipale del gas di Milano. La Edison (dell’ingegner Valerio: eravamo nel 1961) mi fece l’onore di chiamarmi per l’incarico con lui, il massimo aziendalista del tempo.

Gli allievi

Ricordo come Zappa dicesse che Onida non faceva (molti) allievi[50]. Certo, ne fece due di alto livello, ambedue miei amici: Giovanni Ferrero e Pellegrino Capaldo. E li fece in luoghi e tempi diversi.

Giovanni Ferrero «appartiene» al lungo periodo in cui tenne cattedra a Torino (era torinese di Poirino). A lui, purtroppo deceduto giovane (nel 1992 a soli 66 anni), ho dedicato un capitolo in Li ho visti così 3[51]. Pellegrino Capaldo, invece, risale al periodo romano, presso «La Sapienza»: gli succede nel 1970 a soli 31 anni. Capaldo è più giovane di Ferrero: è nato ad Atripalda (Avellino) nel 1939: 13 anni meno. Sembra un destino, ma tutti vengono dalla provincia: come del resto è vero nel mio caso visto che sono nato a Trezzo sull’Adda (MI) e ho vissuto da giovane a Treviglio, nella bassa bergamasca.

L’omaggio di Capaldo

 Nel libretto Omaggio a Pietro Onida[52] Pellegrino Capaldo scrive:

Voglio dirvi invece qualcosa dell’uomo: dell’uomo che ho avuto la fortuna di frequentare pressoché quotidianamente, proprio a partire dall’autunno del 1960 quando io, fresco di laurea, divenni suo assistente.

Dell’uomo colpiva subito la serenità, la grande serenità che non era distacco né disinteresse per le persone e le cose; così come colpiva la grande comunicativa, che non era cameratismo ma capacità di mettere a proprio agio tutti gli interlocutori. La sua grande serenità era il frutto di grande pace interiore e di assoluta coerenza di comportamento. Personalmente ammiravo di lui certo l’intelligenza, la cultura, la capacità di scavare nei problemi. Ma queste cose le conoscevo bene, ad esse ero abituato e, alla lunga, non mi facevano più effetto.

Mi colpiva l’attenzione che – al di là dai modi in apparenza un po’ burberi – aveva per gli studenti; il senso di sconfitta che provava quando doveva bocciarli. E sì che li bocciava! Ma lo faceva sempre con evidente sofferenza; cercava sempre di spiegare il perché della bocciatura anche quando magari lo studente ere già convinto che fosse più che meritata.

Pietro Onida era allergico agli onori e ai riconoscimenti e dunque non li cercava. Ma a volte erano gli onori e i riconoscimenti che cercavano lui. In questi casi egli li scansava con grande destrezza e con altrettanta eleganza per non procurare dispiacere a chi glieli proponeva.

[…]

L’Economia aziendale paga sostanzialmente un’ambiguità e un equivoco che si trascinano fin dalla sua origine: non distinguere nettamente tra impresa e azienda e, soprattutto, non trarre tutte le conseguenze da tale distinzione. Non è stato esplicitato con sufficiente chiarezza che – ai fini dell’analisi economica – l’azienda è categoria più ampia che include, tra i propri innumerevoli modelli, anche l’impresa capitalistica. È mancata una teoria generale dell’azienda, intesa come centro organizzato per la produzione sistematica dei beni e servizi o – ciò che è sostanzialmente lo stesso – come la «coordinazione economica» di cui parla Zappa. È mancata, in altre parole, una teoria generale dell’azienda capace di inglobare – come caso particolare – una teoria dell’impresa.

Il ricordo dei figli

Pietro Onida ha generato due figli straordinari, che hanno avuto grandi successi nella vita: Valerio e Fabrizio (foto a p. 157).

Il primogenito Valerio Onida è nato a Milano il 30 marzo 1935; giurista insigne, è oggi docente di Giustizia istituzionale presso l’Università degli Studi di Milano. È stato giudice costituzionale, eletto dal Parlamento nel gennaio 1996, e presidente della Corte dal 30 gennaio 2005, succedendo a Gustavo Zagrebelsky. Ha suscitato in me qualche meraviglia quando Valerio è sceso in campo (contro Pisapia e altri) come candidato a sindaco di Milano. Il Riquadro 1 riporta alcune delle sue opere.

Riquadro 1 Le opere di Valerio Onida

  • Gli statuti regionali di fronte al Parlamento: rilievi critici su una vicenda parlamentare (con Franco Bassanini), Giuffrè, Milano, 1971
  • Problemi di diritto regionale (con Franco Bassanini), Giuffrè, Milano, 1971
  • L’ordinamento costituzionale italiano dalla caduta del fascismo all’avvento della costituzione repubblicana. Testi e documenti, Cooperativa. libraria universitaria, 1976
  • L’ordinamento costituzionale italiano: materiali e documenti, Utet, Torino, 1990
  • Costituzione. Perché difenderla, come riformarla (con Giancarlo Bosetti), Ediesse, Roma, 1995
  • Il giudizio di costituzionalità delle leggi (con Marilisa D’Amico), Giappichelli, Torino, 1998
  • Viva vox Constitutionis, Giuffrè, Milano, 2003
  • La Costituzione, il Mulino, Bologna, 2004
  • Compendio di diritto costituzionale (con Maurizio Pedrazza Gorlero), Giuffrè, Milano, 2009

 

Il secondogenito Fabrizio è un mio caro amico. È nato a Milano il 15 marzo 1940 e si è laureato in Bocconi nel 1964 (15 anni dopo di me!). È professore ordinario di Economia internazionale presso l’Università Bocconi dal 1983 nonché presidente del CESPRI – Centro di Ricerca sui Processi di Innovazione e Internazionalizzazione. Dal 1989 al 1995 è stato coordinatore del corso di laurea in Economia Politica. Ha insegnato in precedenza nelle Università di Milano e di Modena. È stato delegato italiano presso il Consiglio OCSE per la politica della scienza e della tecnologia, presidente dell’Istituto per la Ricerca Sociale di Milano, presidente dell’Istituto per il Commercio Estero. Il Riquadro 2 riporta le sue pubblicazioni principali.

Riquadro 2 Le principali pubblicazioni di Fabrizio Onida

  • Multinational firms, International Competition and Oligopolistic Rivalry: Theoretical Trends, St Martin’s Press, 1992
  • «Integrazione internazionale e vincolo estero alla crescita dell’economia italiana: una riconsiderazione», in UIC, Studi per il Cinquantenario, Laterza, Roma-Bari, 1995
  • Protezionismo strategico (a cura di), SIE-Il Mulino, Bologna, 1996
  • «The Uruguay Round and International Diffusion of Innovation», in R. Faini, E. Grilli (eds.), Multilateralism and Regionalism after the Uruguay Round, Macmillan, 1997
  • «Trade Policy and Competition Policy», in M. Motta, F. Onida, Giornale degli Economisti e Annali di Economia, vol. 56, n. 1-2, 1997
  • «Integrazione economica internazionale, povertà, standard sociali, diritti umani», in Moneta e Credito, n. 204, 1998
  • «Crescita, competitività e dimensioni d’impresa nella proiezione internazionale del sistema produttivo dell’Italia», in Economia Italiana, n. 3, 2002
  • «Eastern enlargement: opportunity for Lombardy-based enterprises», in Transition Studies Review, 34, vol. X, 2, 2003
  • Se il piccolo non cresce. Le PMI italiane in affanno, Il Mulino, Bologna, 2004
  • «US, Europe and the developing world: transatlantic challenges for world integration», ISPI 70th Anniversary Conference, 20-21 February 2004
  • «Foreign Ownership and Firm Performance: The case of Italy» (con S. Mariotti e L. Piscitello), in H. Huizinga, L. Jonung (eds.), The Internationalisation of Asset Ownership in Europe, Cambridge University Press, 2005
  • «La nueva Europa: amenza o amenazada? (The New Europe: challenger or challenged?)», in Boletìn Informativo Techint, 318, Septiembre-Diciembre 2005
  • «L’integrazione economica USA-UE e il rafforzamento del clima per gli investimenti», in Secchi C., Sassoon E. (a cura di), Alleanze alla prova. Europa e Stati Uniti tra cooperazione e conflitto, Università Bocconi Editore, Milano, 2006

 

Fabrizio, su mia richiesta, così mi scrive del padre:

Diplomato in ragioneria (credo che allora non si chiamasse maturità) nel 1921; subito dopo, per un anno, aveva lavorato a Genova al Credito Italiano, dopodiché, volendo studiare all’università, si licenziò e si iscrisse a Ca’ Foscari, dove in quattro anni si laureò con Zappa superando tutti gli esami a giugno e guadagnandosi d’estate, a Sassari, con lezioni private, il necessario per mantenersi (molto, molto frugalmente) a Venezia l’inverno successivo.

Laureato nel 1925, fu subito assistente di Zappa, che in quel periodo, credo, diede vita all’Istituto di economia aziendale della Bocconi. Si stabilì a Milano, dove visse fino al 1962.

Sposato nel 1930 con mia madre Francesca Di Giovanni, conosciuta a Venezia, dove anche lei era andata per studiare a Ca’ Foscari, nonostante le pressioni di suo padre che avrebbe voluto trattenerla a Palermo come prezioso aiuto contabile-amministrativo nella attività di piccolo commercio tessile. Tenne a lungo (fino al 1961, mi pare) l’incarico alla Cattolica, pur vincendo poi la cattedra di Torino nel 1935 (primo ternato nel concorso bandito da quella Università).

Ricordiamo che da Milano partiva tutti i martedì sera per Roma (treno letto cabina «Speciale alto» per risparmiare…), dove ebbe incarichi all’EFIM e all’IRI, per poi spostarsi a Torino, per tornare a casa solo il sabato sera. Non interruppe l’attività accademica e di studio nemmeno durante la guerra (non andò sotto le armi, era stato «riformato» per la bassa statura): viaggiava fra Milano e Torino (noi eravamo sfollati a Viggiù dal 1942) usufruendo del furgone che portava a Torino i giornali (credo il Corriere). Negli anni immediatamente successivi alla guerra si dovette occupare di riconversione e riorganizzazione di grandi imprese come la Breda (nell’ambito dell’EFIM): e in quelle sedi metteva in pratica le sue idee sull’azienda come comunità, di cui fanno parte i lavoratori (il lavoro non è una merce comprata e venduta sul mercato).

1

Si tratta di un piccolo comune (oggi di 2.444 abitanti) nei pressi di Alghero. Da Sassari sono venuti molti grandi della politica italiana, tra i quali due capi di Stato: Segni e Cossiga, ambedue democristiani. Anche Onida, come loro, fu noto per la religiosità (lo dimostrano, tra l’altro, i 24 anni di incarico passati alla Cattolica di Milano).

2

Pietro Onida, Economia d’azienda, Utet, Torino, 1a ed. 1965, pp. V-VII.

3

Ivi. I tre passaggi sono tratti rispettivamente da pp. 629 ss., p. 631 e p. 638.

4

Ivi, pp. 662-664.

5

In Cattolica ebbe un solo assistente noto: Ardemagni, che peraltro non giunse mai alla cattedra.

6

Luigi Guatri con Ermes Zampollo, Li ho visti così 3, Egea, Milano, 2012, pp. 117-143.

7

Pellegrino Capaldo, Omaggio a Pietro Onida, Salerno Editore, Roma, 2010.