Il mondo di Guatri
2026/16
Guatri tra Ottocento e Novecento
La storia della famiglia posso ricostruirla a partire dal secolo XIX.
Mio nonno Giuseppe, nato nel 1864, era di modesta condizione: bidello della scuola elementare di Trezzo sull’Adda, in provincia di Milano. Il luogo dove la famiglia ha posto le prime radici.
Il Riquadro 1 presenta la famiglia di Giuseppe Guatri. Come si evince non ho mai conosciuto mio nonno, essendo io nato nel 1927, mentre di mia nonna Francesca ho solo ricordi sbiaditi. La ricordo nell’età estrema. Oggi giace, col nonno, nel cimitero di Trezzo.
La famiglia (foto a p. 343) era composta, oltre che dai miei nonni, da Mario, Rinaldina, mio padre Edmondo, Maria Luisa, Domenico, Severina e Giovanni (gli ultimi due non sono però presenti nella foto).
Riquadro 1 La famiglia di Giuseppe Guatri (1824/1926)
Sposa Francesca Mapelli nel 1889
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1890 |
nasce a Trezzo |
Severina |
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1893 |
nasce a Marsiglia |
Giovanni |
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1896 |
nasce a Marsiglia |
Maria Luisa |
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1900 |
nasce a Marsiglia |
Edmondo |
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1907 |
nasce a Trezzo |
Rinaldina (Dina) |
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1909 |
nasce a Trezzo |
Mario |
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1913 |
nasce a Trezzo |
Domenico |
Severina (Madre Maria Carmela)
Severina, nata nel 1890, è stata la prima di tutti i figli di Giuseppe Guatri. Ancor giovane (18 anni), volle a tutti i costi (e col contrasto del padre) ritirarsi in clausura. Un detto milanese recita:
«Beada quela spusa che per prima la ga una tusa» («Beata quella sposa che per prima ha una figlia»).
Zia Severina, come molti dei Guatri, era di viva intelligenza e dotata di capacità manageriali! Perciò il suo ordine la inviava dove nascevano situazioni problematiche: così fu a Sanremo, come a Genova pochi anni dopo (foto a p. 343). Conobbi la zia a Sanremo nell’estate del 1946, quando avevo 19 anni. Nel convento sulla collina passai il primo e il più lungo periodo di vicinanza: una settimana. Lì diedi lezioni di latino a un fraticello, anch’egli ospite. Ella mi chiedeva di spronarlo a studiare. Quando lo punivo con un basso voto, mi pregava di consolarlo, attribuendogli nella prova successiva un voto migliore.
Rividi la zia a Roma nell’estate 1950, Anno Santo. Lì le presentai colei che sarebbe stata mia moglie. Ci fermammo al convento per due, tre giorni, con il mio giovane amico Tancredi Bianchi.
Nel periodo, tra il 1961 e il 1969, dei miei frequenti viaggi a Roma per ragioni universitarie o professionali, la tappa al convento di via Aurelia Antica 236 era d’obbligo, anche se con visite spesso brevi, col taxi che mi attendeva alla porta.
Come non ricordare la dolcezza commovente di quel piccolo “parlatorio”? Con un tavolino e due sedie che ne componevano l’immutabile arredamento.
Nel febbraio 1970 avvenne l’ultimo incontro. Come al solito non avevo preannunziato la mia visita («tanto sono sempre certo di trovarti in casa» le dicevo scherzando). Si levò a fatica dal letto e scese in “parlatorio”. Lessi sul suo viso il preannunzio della morte.
Il 2 aprile 1970 zia Severina morì (aveva 80 anni). Le sue “sorelle” cantavano angelicamente. Aveva sul volto un’espressione di tranquillità. Per tutta la vita si era preparata a quel momento; da anni stava preparando anche noi (quante volte mi ha detto «è ormai l’ora della mia partenza»).
La bara scese la scaletta della cappella, fu caricata su un automezzo, partì per la tomba del cimitero Verano, in Roma. Ciò che nessuno sa è che cercai, invano, di portarla nel cimitero di Trezzo sull’Adda. Ma le sue “sorelle” piangevano e io non seppi resistere. Fu meglio così.
Nel trigesimo della morte le sue “sorelle” scrissero pagine commoventi. Ne riporto alcuni brani.
Nel 1910 il 6 aprile fu ammessa fra le Cappuccine di Sant’Urbano dove si fece subito notare per le sue eccezionali doti di mente e di cuore; tutta protesa verso l’ideale francescano di semplicità e ardente amore a Gesù.
Col passare degli anni, la comunità osservava la sua rara intelligenza, prudenza e serietà: “era un modello di religiosa”, tanto che a trentadue anni fu eletta Abbadessa, ufficio che disimpegnò con onore per ben 38 anni, compresi gli 11 trascorsi tra Sanremo e Genova, dove l’Obbedienza la volle.
Di fatto Madre Carmela non deluse le aspettative della comunità, fu veramente Madre... amava... senza misura tutte senza distinzione, tanto che ognuna poteva sentirsi sua beniamina...
Nel suo lungo governo rifulse di tutte le virtù; come un diamante che manda luce di diversi colori a seconda si guarda, da una parte o dall’altra... univa in sé le virtù apparentemente più contrastanti: intelligentissima e umile, prudente e semplice, forte quasi irremovibile, magnanima, molto comprensiva e docile, amabile, dolce e cordiale, sapeva usare con le sue figlie quelle sfumature della carità che annullano ogni distanza tra superiora e suddite: “La si temeva e amava moltissimo”. Mai si potrà dimenticare il sorriso che perennemente le fioriva sulle labbra.
Finché visse fu esatta nell’osservanza regolare, fedele fino allo scrupolo nella puntualità agli atti comuni; benché fosse attaccatissima alla regolare osservanza e buoni usi del Monastero, aveva vedute larghe, il suo sguardo profondo scrutava animi e avvenimenti.
Negli ultimi anni per Lei tanto dolorosi, pregava tutto il giorno, a chi le suggeriva di non dire tante orazioni vocali, rispondeva con amabilità: “Prima potevo darmi molto all’orazione mentale, ora non posso fare più nulla, la mia testa non regge più; perciò supplisco con le preghiere vocali”. Fu pure fedelissima fino alla morte, di consacrare l’ora del grande silenzio in unione e onore della Madonna ai piedi del Tabernacolo... e questo con grande disagio...
La vera agonia non durò neppure mezz’ora... nessun segno di lotta, s’addormentò nel bacio del Signore, calma, serena, com’era vissuta, circondata dalla comunità in commossa preghiera.
Ricomposta, divenne ancora più bella, quasi sorridente, di aspetto maestoso, molto più giovane dei suoi 80 anni!
Giovanni Guatri, con Bianca e Giuseppina
Ho conosciuto Giovanni, e per un tempo molto più lungo ho conosciuto le mie cugine Bianca e Giuseppina, sue figlie (foto a pp. 343 e 344).
Giovanni nacque a Marsiglia nel 1893 e morì a Milano nel 1976, a 83 anni. Era un uomo buono, intelligente, “tutto d’un pezzo”: non si piegò mai alla dittatura fascista anche a costo di gravi rischi personali. Si giunse perfino al suo inserimento nell’elenco degli “antifascisti”, al fine di essere inviato in un campo di lavoro in Germania. Fu depennato all’ultimo minuto.
Giovanni sposò la trezzese Maria Rosa Riva nel 1925. Da lei ebbe tre figlie: Bianca, Giuseppina, Jonia.
Facciamo un passo indietro. La famiglia di nonno Giuseppe, povera, aveva bisogno del suo aiuto. Nel 1911, a soli 18 anni, Giovanni dovette emigrare, con un gruppo di compaesani, in Argentina. Rimase molti anni nelle pampas, dove svolse un lavoro durissimo. Quanto guadagnato veniva spedito in Italia ai genitori. Ho trovato nelle mie vecchie carte lettere di mio padre Edmondo che lo ringrazia del generoso aiuto.
Appena gli fu possibile si trasferì a Buenos Aires, dove rimase altri 10 anni. Qui svolse il lavoro che gli era congeniale, il cementista. Secondo il vocabolario della lingua italiana Zingarelli: «Operaio che costruisce particolari architettonici prefabbricati di cemento, come cornicioni o altro». Ma Giovanni non è un operaio, è un artista, tanto perfette sono le sue opere!
Giovanni torna definitivamente in Italia, a Trezzo sull’Adda, nel 1925: dove si sposa. Qualche anno dopo – quando Bianca ha 7 anni e Giuseppina 4 – si trasferirà con la famiglia a Milano. La piccola casa di ringhiera in via Rosolino Pilo la conosco bene anch’io. Appena laureato avevo preso in affitto una stanza nella stessa zona, in via Morgagni. Facevo colazione presso la mensa della Bocconi (dov’ero assistente del professor Zappa) e pranzavo a casa di zio Giovanni. Che allegria (eravamo giovani!) con le cugine Bianca e Giuseppina.
Nel 1945, ancor prima di laurearmi, entrai all’Ufficio Studi Economici della Montecatini. Lì lavoravano, in contabilità, Giuseppina, Bianca e il suo futuro marito, Edgardo Costanzi. Furono per me nove mesi bellissimi.
Io lavoravo in un ufficio con tre belle ragazze. Tra di queste ve n’era una (Marilena) per la quale sentivo un po’ d’attrazione. Fatto sta che alle 12,30, all’ora di pranzo, non scendevo (con le mie cugine) alla mensa, ma andavo con loro a nuotare in piscina.
Bianca ha avuto due figli: Dario e Roberto. Malauguratamente Roberto è deceduto ancora giovane. Bianca ed Edgardo sono stati colpiti dalla più dura sventura che possa accadere a una madre e un padre! Oggi, ormai di 90 anni, Bianca è perfettamente lucida, mentre Edgardo è gravemente sofferente e non esce più di casa.
Giuseppina ha sposato Sergio Agnati – purtroppo prematuramente defunto – e ha due figli: Claudio e Daniela. Quest’ultima è stata nell’estate 2015 nella mia villa in Liguria e mi ha commosso con la sua “fede”: si reca spesso a Lourdes, dove accompagna i sofferenti e si immerge in quella piscina miracolosa, dalla quale, malgrado l’immersione, si esce asciutti.
Negli ultimi anni Giuseppina è la cugina paterna che ho sentito più vicina. Non è mai mancata ad alcuna manifestazione (compleanni, convegni ecc.) che mi abbia riguardato, è spesso stata seduta al mio fianco. Vado diverse volte all’anno a trovarla a casa.
Maria Luisa Guatri in Arnaldi
Di lei ho ricordi solo sbiaditi e che non possono tradursi in nostalgia!
Rinaldina Guatri in Valli
Rinaldina (detta “Dina”; foto a p. 344) è nata a Trezzo sull’Adda nel 1907 ed è morta a Rugginello, frazione di Vimercate, nel 1986: aveva 79 anni. Da lei nascono quattro figli: Giuseppe, Domenico, Adelio e Piera (detta “Oliva”).
Zia Dina la ricordo bene. Era diventata, col passare degli anni, corpulenta. Nei primi anni Sessanta passava a trovare mio padre Edmondo a Milano, in via Dell’Ongaro. La mia famiglia abitava nelle vicinanze, in via Sismondi 6: mia moglie Lina preparava per lei una robusta sedia, che un giorno a causa del peso rilevante andò in pezzi. Eppure quella mole imponente si muoveva con grande agilità. Come molti Guatri era intelligente. È stata la nonna di don Norberto Valli. Mia cugina Oliva, quando parla di don Norberto, dice alle mie figlie: «Guardate che questo è un altro Luigi» (alludendo a me).
Mario Guatri
È nato a Trezzo sull’Adda nel 1909 ed è morto a Buenos Aires nel 1988 (foto a p. 344): aveva perciò 79 anni. Ha sposato Lina Milesi di Canonica d’Adda e hanno avuto tre figli: Franco, Domenico e Silvano.
Franco è nato a Caravaggio, nella bassa bergamasca, nel 1937 (aveva dieci anni meno di me); Domenico è nato nel 1941 a Canonica d’Adda; Silvano a Milano nel 1944.
Ricordo bene la casa dove lo zio Mario abitava a Caravaggio, nei pressi del palazzo del Comune. La famiglia di mio padre abitava, in quel periodo, sempre a Caravaggio, in via Strapparola, poco distante. Il 10 ottobre 1938 accadde un episodio gravissimo: la morte prematura di mio zio Domenico. Quel giorno giunse trafelato da Milano lo zio Giovanni, che avvisò mio padre Edmondo di quanto era accaduto. Io e mio fratello Giuseppe fummo inviati, di corsa, ad avvisare lo zio Mario. Quando lo informammo dell’accaduto cadde a terra svenuto; poco dopo si riprese e tutti corremmo in via Strapparola. Tutti piangevano: anche mia mamma Rosa. Una scena che non si dimentica e che 77 anni dopo ricordo come fosse ieri.
Mario Guatri è stato un rinomato esperto in ceramica. Essendo un prodotto utile anche ai fini bellici, venne esentato dal richiamo quando la sua classe venne chiamata.
Verso la fine della seconda guerra mondiale abitava a Milano, in via Marcantonio del Re, una trasversale di viale Certosa, dove andai alcune volte a fargli visita. Allora non conoscevo Milano (abitavo a Treviglio) e ricordo che una sera, dopo essere stato al Teatro Smeraldo per vedere uno spettacolo (audace per l’epoca) di ballerine ed esserne uscito stupefatto, non sapevo come tornare in via Marcantonio del Re. Ma zio Mario, previdente, mi era venuto a prendere, attendendomi a lungo fuori dal teatro.
Faccio un passo in dietro. Negli anni Trenta, per motivi di lavoro, Mario si era trasferito con mia nonna Francesca e Domenico a Milano in via Pietro Borsieri, nel quartiere cosiddetto Isola, dove sono nati anche Giovanni Borghi e Silvio Berlusconi. Ricordo, da bambino, alcune visite con mio padre Edmondo per salutare la madre e i fratelli. La zona è ormai oggi trasformata e quella casa non si riconosce più.
Il mio amico scrittore trezzese Romano Tinelli racconta un episodio che ha dell’incredibile, pur essendo assolutamente vero. Il 25 aprile 1945, finita la seconda guerra mondiale e caduto il fascismo, Mario fu arrestato a Milano dai partigiani (su delazione erronea) e condotto in un grande locale nei pressi di piazza del Duomo, dove fu notato da partigiani trezzesi. «Ma i Guatri – dissero tra loro – non sono fascisti: questo è uno sbaglio!» (da quel locale di piazza del Duomo non si usciva praticamente mai vivi...). I partigiani trezzesi lo avvicinarono con prudenza, finsero di prenderlo in custodia e gli dissero: «Vattene prima che se ne accorgano». Così, Mario fu liberato.
Nel 1947 (ero studente di 2° anno della Bocconi) Mario fu richiesto da un imprenditore argentino, che ricercava specialisti in ceramica, e mi chiese di fargli da consulente per la stesura del contratto. Ottenne condizioni eccellenti: il doppio o il triplo dello stipendio che percepiva in Italia (erano altri tempi!).
Si apre così dal 1947 la storia dei Guatri d’Argentina, dei quali Mario fu il capostipite. Quello con l’Argentina è per me innanzitutto un legame famigliare, arricchito da un’intensa e proficua collaborazione accademica con l’UADE (Università Argentina de la Empresa), di cui era presidente un ex industriale e dirigente di origini piemontesi, César Marzagalli, che aveva ben compreso che senza appoggi culturali e riferimenti ad altre grandi università nel mondo l’UADE non avrebbe potuto raggiungere livelli di eccellenza. Nella Bocconi aveva, col suo intuito, visto un importante “compagno di viaggio” e incontrandomi a Milano aveva capito che ero sensibile al problema. E che – in quel tempo – la mia contemporanea posizione di Rettore e consigliere delegato gli avrebbe facilitato il compito. E così fu.
Andai per la prima volta a Buenos Aires il 14 settembre 1988 appunto, 25° anniversario dell’UADE, che disponeva di imponenti edifici a Buenos Aires sulla Calle Lima, in pieno centro della città. Le celebrazioni ebbero luogo nell’Aula Magna, davanti al Presidente della Repubblica Alfonsín (foto a p. 363), che Marzagalli chiamava “el Presidente de la Democracia” visto era succeduto nel 1983 alla giunta militare. All’aeroporto vennero a prendermi il presidente Marzagalli e il Rettore Vergara de Carril. Sennonché, all’uscita una quindicina di persone mi attendevano con calore: erano i Guatri del ramo argentino, capitanati dai cugini Franco (foto a p. 363) e Domenico. Che mi abbracciarono e mi baciarono tutti: erano venuti a prendermi. Fui profondamente commosso da quella accoglienza. È un ricordo rimasto impresso nella mia mente e in quella di mia moglie Lina, che in quell’occasione era con me.
Domenico Guatri
L’ultimo dei figli di mio nonno Giuseppe è Domenico (foto a p. 345), nato a Trezzo sull’Adda nel 1913 e morto nella Repubblica di San Marino, dove si trovava per ragioni di lavoro, nel 1938: aveva perciò 25 anni!
Era di grande intelligenza: lavorava di giorno e studiava di sera.
In tal modo si diplomò perito industriale con grande successo.
L’ho conosciuto poco: quando morì avevo 11 anni. Lo ricordo, tuttavia, quando veniva a trovarci a Valbondione, alla centrale dei Dossi, di cui mio padre era vicedirettore. Ricordo, in particolare, i suoi baffetti, la sua allegria, la sua voglia di vivere. Domenico era fidanzato con una giovane milanese, Adriana, che era molto legata a lui.
Pochi giorni dopo la morte, vi furono nella chiesa parrocchiale di Trezzo le esequie di Domenico. Il parroco, don Grisetti, officiò la cerimonia. Poi andammo tutti, parenti e amici venuti da Milano, al cimitero, dove Domenico fu tumulato in un grande colombario. Qui mio padre dettò l’epigrafe che dice tra l’altro «Lavoro e studio furono il suo vanto». È l’unica epigrafe per un Guatri del cimitero di Trezzo che non sia stata scritta da me. Mi si dice che Adriana, la fidanzata, per almeno 10 anni sia tornata ogni 10 ottobre sulla tomba del fidanzato.