Il mondo di Guatri
2026/16
Mia madre e mio padre
Sono nato a Trezzo sull’Adda il 19 settembre 1927, da genitori trezzesi – Edmondo e Rosa Cereda (foto a pp. 345 e 348). A Trezzo ho vissuto i miei primi sette anni: fu lì che frequentai la prima e la seconda elementare; più tardi vi tornai, ospite di Giovanna Monzani, per un altro anno. Come mio fratello Beppe, sono nato in via Santa Caterina 25, una casa civile per i tempi, con un piccolo cortile e una scala che ci portava al primo piano.
Mio padre Edmondo, pur di modesta famiglia, era uno dei pochi di Trezzo ad avere studiato. Dalla sua intelligenza era stato colpito il prevosto del paese, don Grisetti, che aveva appoggiato i suoi genitori affinché potesse studiare, per i cinque anni del ginnasio, in una scuola cattolica, il collegio degli Artigianelli a Brescia. Edmondo fu un valente studente: da bambino ho avuto occasione di leggere i suoi temi ginnasiali dai quali ho imparato l’arte di scrivere (che poi ho seguito per tutta la vita).
Tra il 1916 e il 1921 (con la parentesi della guerra) Edmondo studiò a Milano una materia per i tempi nuova, l’elettrotecnica, che gli consentì di essere assunto presso la centrale di Trezzo sull’Adda del Gruppo Edison (Forze Idrauliche di Trezzo sull’Adda), dove rimase fino al 1934, allontanandosene solo per ragioni di carriera.
Di quei lontani anni ricordo bene la madrina di battesimo, la “Nina” (Giovanna Monzani; foto a p. 345), che gestiva un piccolo negozio di stoffe in via Jacopo da Trezzo 2-6. Un legame affettivo che merita di essere ricordato proprio per le singolari origini.
La sorella minore di Giovannina era Luigia (foto a p. 345), anch’ella una delle poche persone ad avere studiato in paese (era maestra). Luigia fu la prima fidanzata di mio padre; sennonché morì appena al di là dei vent’anni (nel 1925). Io presi da lei il nome. Dopo qualche tempo Edmondo, che voleva farsi una “sua” famiglia, s’innamorò di una delle più belle giovani di Trezzo: Rosa Cereda, che aveva 23 anni e che sposò nel 1926.
Mamma Rosa veniva da una famiglia relativamente agiata, proprietaria di un poco di terra, che all’inizio del XX secolo esercitava un’attività di trasporto, mediante carri trainati da cavalli, sotto le cui ruote persero la vita sia il padre sia i fratelli. Rimasta orfana in tenera età, fu allevata da una lontana parente, la “zia” Bambina (nome diffuso a Trezzo).
Mia mamma andava, da giovane, a lavorare in filanda, a Crespi d’Adda (2 km di distanza).
La nostra vita a Trezzo fu quella di una tranquilla famiglia: un ambiente ideale per noi ragazzi (nel 1930 nacque anche mio fratello Giuseppe, detto “Beppe”).
A Trezzo, oltre alle cugine paterne Bianca e Giuseppina Guatri di cui ho scritto nel precedente capitolo, erano nate anche le mie quattro cugine materne, le sorelle Perego (figlie di mia zia Maria Cereda, sorella di Rosa): Lina, Ines, Anna, Erminia. Tra queste ultime spicca Anna, un poco più grande di me, dolce e bellissima. Ebbe però la sfortuna d’un matrimonio sbagliato, che la condusse a morte prematura. Cara Anna, so che la tua tomba è nel piccolo cimitero di Concesa, dove un giorno ti ho portato un bianco fiore!
Valbondione (1934/37)
Tra i 7 e 10 anni vissi a Valbondione, dove mio padre divenne il vicedirettore di una delle più grandi centrali idroelettriche dell’epoca: la centrale dei Dossi, dal nome della frazione del comune di Valbondione, parte terminale della Valseriana, nel bergamasco. La nostra casa (foto a p. 346) era nei pressi della centrale. Di quel periodo ricordo specialmente i lunghi inverni.
Mia mamma era aiutata, per le faccende domestiche, da una giovane e robusta ragazza, Maria. Figlia di un operaio di nome Sperandio, Maria mi accompagnava – a piedi in inverno e in bicicletta per la maggior parte dell’anno – a Gavazzo o a Valbondione. La ricordo ansimante in salita, quando si andava in bicicletta. Con mio fratello Beppe combattevamo dure battaglie coi ragazzi dei Dossi (che erano ben più numerosi): le davamo e le prendevamo. Finché un giorno persi la pazienza (come succede alle persone tranquille) e riempii di botte uno dei nostri avversari. Al fine di passare il tempo, la nostra fantasia si scatenava: come quando con mio fratello centrammo con un sasso il vetro della corriera che ogni giorno saliva da Clusone. Nostro padre dovette risarcire il danno.
A Valbondione ho rivisto la chiesa dove la domenica mi recavo a messa con mamma e papà. All’epoca le regole religiose erano ferree (ben più di oggi): per prendere l’eucarestia occorreva non bere né mangiare dalla mezzanotte. Così, dopo la messa la mamma mi portava in un caffè per prendere una veneziana (un dolce morbido, coperto di qualche granello di zucchero) e un bicchiere d’acqua.
Caravaggio (1937/40)
Mio padre fu molto felice quando riuscì a farsi trasferire come capozona delle Forze Idrauliche dall’aspra Valbondione alla pianura bergamasca, a Caravaggio, dove avrei incontrato alcuni amici che sarebbero rimasti tali per tutta la vita. Prima di tutti Tancredi Bianchi, illustre collega bocconiano, e Giuseppe Banfi, divenuto nel tempo direttore generale della Banca Popolare di Bergamo.
Alla fine della 5a elementare sostenni a Treviglio (5 km di distanza) l’esame di ammissione alla scuola media. Una prova, ai tempi, non agevole che decideva della possibilità di continuare gli studi (a parte il “censo” che da solo escludeva la maggior parte dei licenziati della scuola elementare).
A Caravaggio cominciai anche a giocare al calcio: qualche talento naturale l’avevo in quanto, pur non avendo mai giocato, fui subito apprezzato dai miei compagni (anche se il vero periodo del calcio fu più tardi, quello di Treviglio).
Cominciai anche ad andare (e correre) in bicicletta. A Treviglio, dove nei periodi senza neve mi recavo da Caravaggio con i miei amici appunto in bicicletta (anche “da corsa”, cioè col manubrio ricurvo) per frequentare l’Istituto Oberdan. Mi ricordo che un giorno, costeggiando un fossato, vi caddi dentro; e Banfi mi aiutò a uscirne.
Nel periodo di Valbondione e di Caravaggio (per 6 anni) si partiva d’estate per un mese di “colonia”: un periodo di vacanza gratuita per i figli dei dipendenti del Gruppo Edison. I primi tre anni sul lago Maggiore, gli ultimi tre a Marina di Massa. Qui nell’estate del 1938 si presentò per una visita Edda Ciano Mussolini. La direttrice della colonia istruì tutti con grande cura. Quando Edda ci passò in rassegna, l’accogliemmo al grido di «Duce, Duce, Duce...»: era lo stile dell’epoca fascista.
Treviglio (1940/60)
Nel 1940 l’Orobia SpA incorporò le Forze Idrauliche di Trezzo sull’Adda: così la mia famiglia si trasferì a Treviglio. Qui si svolse uno dei periodi più felici della mia e della nostra vita familiare. Abitavamo al primo piano di via Crivelli 2 (foto a p. 346).
Il 10 giugno 1940 scoppiò la guerra. In piazza Crivelli, a un centinaio di metri dalla nostra abitazione, corremmo tutti perché alla radio parlava Benito Mussolini. Gli altoparlanti diffusero il fatidico discorso: «un’ora segnata dal destino... batte nel cielo della nostra Patria...».
a guerra ha segnato tutta la mia giovinezza. Per diversi anni non potemmo muoverci da Treviglio. Che si poteva fare? Si camminava per le vie del centro in compagnia di amici, si correva in bicicletta, si giocava a calcio, prima all’oratorio, poi sul campo della Trevigliese (foto a pp. 346 e 347).
Più tardi, da adolescente, un dolce ricordo sono i primi sguardi alle ragazze. Mi parve, per esempio, di innamorarmi di una bella ragazza: passavo e ripassavo davanti a casa sua. Non le dissi mai una parola.
Una parola la dissi invece (avevo 16 anni) ad Alba Saporiti, di un anno più giovane di me (compagna di classe di Tancredi Bianchi): ebbi il coraggio di chiederle se la potevo baciare. Mi guardò un poco sbigottita e mi porse la guancia (non le labbra, certamente!).
Dello stesso periodo è l’esordio come “giornalista” su Il Popolo Cattolico, settimanale di Treviglio (40 cent di lira al numero!). Ho ritrovato tra le mie carte il numero del 25/9/1943 nel quale scrivo l’articolo «Poesia» (Riquadro 1). A quei tempi firmavo “Guatri Luigi”.
Riquadro 1 Poesia di Luigi Guatri
Stamani il cielo è azzurro: d’un colore infinito, senza confini, che s’estende ovunque lo sguardo si volga, l’occhio miri, l’attenzione s’arresti. I trilli delle rondini ci giungono ora scintillanti di gioia quasi primaverile, ora da lungi, flebili, e sembrano piangenti d’una mestizia autunnale. Ché il tempo prima di essere nell’atmosfera e nelle condizioni meteorologiche, è nel canto delle rondini, nello squillo argentino della voce d’un uccello, nel melodioso rintocco d’una campana. E l’uno e l’altro, e l’altro ancora, ci parlano al cuore, ci dicono una poesia d’una dolcezza che non ha pari. Il fiore appena sbocciato, ridente ai raggi del sole che in fronte lo sfiorano, non commuove e rende felici?
E la natura parla, col suo linguaggio che sol può comprendere l’animo gentile, ma che al rozzo è negato. Parla la natura, ma la sua voce si trasforma in un cantico, di note gravi e solenni, lievi e giocose, fiere e tremende, spensierate e soavi.
Canta in ogni cosa, in ogni essere che senta o non senta, che conosca o ignori, e le note uscenti da una cosa, s’uniscono alle altre note, formano l’inno più grande, che inebria e attira, affascina e solleva.
Mentre le verdi foglie sonnecchiano beate sull’albero, lor dimora e ausilio. Eolo per un solo istante apre l’otre sua, e il vento che, degli altri più ratto, è fuggito, s’avventa, le sveglia, le batte, le fa gemere e, spietato, le toglie da lor seggi e porta lontano.
Il pensiero segue la misera foglia, che rapita, invano si difende, la vede, ancor quando l’occhio più non la scorge, alzarsi e ricadere, poi risalire e di nuovo precipitare. Ed esso pure, quasi fosse foglia, si leva per breve ora, e poi pesante ripiomba, quando crede di spaziare alfine libero, è scaraventato al basso, e il colpo lo stordisce. Nel frattempo il sole, che all’alba svogliatamente s’è levato, ride d’un riso largo e pieno alla terra e agli astri. È giunto alla metà del suo cammino, faticosamente salendo; ora ridiscenderà. E così ogni giorno sale e scende, come è pur dell’umane cose costume. Si scala un monte: gloria e grandezza; ma questo ha una vetta, ed essa raggiunta, bisogna tornare ai piedi. L’alte montagne, ov’è perpetua signora la candida neve, ricevono anch’esse, e prima d’ogni altra mortale cosa, il raggio benefico: lo scintillio d’una intensità tremenda, bellissima, impedisce allo sguardo di mirarlo: volgi altrove, o uomo, i tuoi raggi, che non sei degno di guardar tanto candore!
Tacete, ora; ascoltate, in silenzio! Un fruscio lieve e sommesso, quasi timoroso, ma continuo, ferisce l’udito, e la pace e la calma danno all’animo una quiete che altrove non è. Un fresco, veloce, irruente rivo scende fra gli alberi che in omaggio s’inchinano al suo passaggio, riverenti e muti.
Ah, dolce poesia! L’animo più non trova parole, gli occhi lagrimano. Pare che lassù, tra il verde, un chiaror importuno voglia entrare, poi s’arretra e volge altrove. Le foglie battono e il ruscello corre, il lor suono s’unisce e confonde, diviene uno, sempre più potente: ora le note sono distinte, l’animo le sente e vede fondersi, unirsi, ordinarsi. Or s’ode l’inno che tutto canta, tutto è bello, grande, sopraumano: e la natura benigna, madre nostra, ci accarezza.
* * *
Il 25 luglio 1943 cadde il fascismo. Da un giorno all’altro scomparvero i distintivi che ne contraddistinguevano l’appartenenza. Dalla quasi unanimità di consensi si giunse quasi a zero, in un sol giorno. Alcuni gerarchi fascisti furono ricercati e picchiati (a Treviglio nessuno fu ucciso, come accadde altrove).
L’8 settembre 1943 l’esercito italiano, ormai sconfitto e rimasto senza ordini superiori, si disfece. Dalla casa di via Crivelli vedevo i militari fuggire (tornavano a casa, era il «si salvi chi può!»). Poco dopo Treviglio fu occupata dai tedeschi, al comando di un ufficiale.
Allora avevo solo 16 anni e quindi non ebbi alcun problema. Ma diversi amici, anche di pochi anni maggiori di me, ne ebbero parecchi. Dovevano decidere se presentarsi – a seguito del richiamo – ai repubblichini di Salò, o darsi alla macchia tra i partigiani (o nascondersi nelle cantine o nei solai in modo da non essere trovati). Alcuni di loro, in un modo o nell’altro, persero la vita.
Il fatto più importante del periodo trevigliese fu la nascita di Graziella (1943), la “sorellina”, che nacque nel pieno della guerra. Ricordo le notti di quell’estate passate nelle campagne o nei fossati, mentre centinaia di aerei alleati passavano sulle nostre teste. Erano diretti a Milano, che in quel periodo fu duramente bombardata e semidistrutta. Dopo qualche ora di ansia, si tornava a casa: a tutto ci si abitua, anche alla guerra.
Per mio padre il periodo trevigliese è stato quello della maturità vigorosa, dai 40 anni in avanti: un periodo di vita tranquilla, salvo la guerra. Stimato e ben voluto da tutti, era capace di guidare i suoi operai, ma anche affezionato a loro. In quei tempi ancora un poco avventurosi per la distribuzione dell’elettricità vi erano anche episodi di infortunio mortale per gli addetti ai lavori. Quando accadde a qualche “suo” operaio, Edmondo ne rimase sconvolto. Furono gli unici momenti in cui lo vidi disperato.
Quando ci trasferimmo a Treviglio mia mamma aveva 37 anni e la sua vita si svolgeva in casa: sbrigava le faccende domestiche con l’aiuto di una ragazza “a giornata” e curava personalmente la cucina. Il divertimento era rappresentato dal viaggio settimanale a Trezzo sull’Adda (10-11 km) con la Balilla (viaggio, peraltro, che talvolta facevo anche da solo in bicicletta).
Papà e mamma usavano tra di loro, ma non con noi, il dialetto milanese. Coi figli – questo era il diffuso pregiudizio del tempo – non si doveva parlare in dialetto: in caso contrario, non avrebbero imparato a esprimersi correttamente in italiano (pregiudizio che trovava conferma anche a scuola).
Un caro ricordo sono anche gli anni passati all’Istituto tecnico-commerciale Oberdan: 4 anni “inferiori” e 4 “superiori” (che io svolsi in 3 anni, raggruppando gli ultimi 2). Qui mi diplomai ragioniere.
Alle “inferiori” ero il migliore studente ma distribuivo il tempo tra lo studio e il calcio: e non sempre lo studio prevaleva. Alle “superiori” mi tornò la ragione: lo studio divenne, forse fino all’eccesso, protagonista della mia vita. Vi dedicavo gran parte del tempo disponibile e studiavo spesso anche di sera, fino a notte inoltrata. La casa di via Crivelli era senza riscaldamento (il che d’inverno, vi assicuro, non era piacevole); perciò dopo le 23 (quando tutti erano andati a letto) mi ritiravo in cucina dove la stufa era stata tutto il giorno accesa.
Divenni bravo (e forse bravissimo) in matematica e italiano, come del resto in tutte le materie. Il professor Tappatà, docente di italiano, giunse al punto di attribuirmi ogni volta un 10 ancor prima di cominciare l’interrogazione. Nelle prove scritte di matematica eseguivo in 20 minuti le equazioni per le quali il tempo disponibile era di 2 ore.
Edmondo era conosciutissimo a Treviglio. Quale capo zona dell’Orobia SpA in bergamasco era detto el padrù de la lüs («il padrone dell’elettricità»). Aveva a disposizione una Fiat Balilla per il lavoro (un servizio di interesse pubblico, quindi con diritto alla benzina o al metano anche in tempo di guerra).
Nell’estate 1944, dopo la fine dei grandi bombardamenti, iniziai ad andare (in treno) ogni giorno all’Orobia di Bergamo per esercitarmi su come si tiene una contabilità. Mio padre si accordò col direttore, il ragionier Faletti, affinché affiancassi una brava impiegata – la quale mi ospitava per un pranzo frugale in casa propria. Come ai tempi si usava, a motivo della tessera annonaria, portavo con me il cibo e la giovane signora me lo riscaldava. Nel tragitto Treviglio-Bergamo (e viceversa) spesso i passeggeri dovevano scendere in gran fretta dalle carrozze in quanto un aereo delle forze “alleate” (confidenzialmente da tutti chiamato Pippo) si abbassava per mitragliarci. Era un mezzo usato dalle forze anglo-americane per tenere sotto pressione la popolazione civile. A Treviglio lasciò anche cadere una bomba sulla centralissima via Roma.
Nell’estate del 1945 (poco prima che m’iscrivessi all’Università Bocconi), seguii la mia famiglia per la prima vacanza estiva del dopoguerra, a Castione della Presolana, in Valseriana, nei pressi della più nota Bratto, dove noi – ragazzi e ragazze – andavamo in numerosa compagnia di sera: erano 2 km a piedi. Ci divertivamo. Per una ragazza che abitava nei pressi sentivo anche qualche “attrazione” fisica (peraltro mai manifestata). La bella Maria, un poco più grande di me, voleva trascinarmi al ballo serale a Bratto. Ma io non ho mai saputo ballare, non sentivo neppure il tempo. Mi trascinò allora (era studentessa di lingue) nello studio del russo, partendo dall’alfabeto cirillico. Per diverse ore studiavamo insieme, fianco a fianco, a casa sua. Eravamo soli: ella si attendeva... una mia iniziativa; e lo faceva chiaramente capire. Finché un giorno le dissi che a Milano mi attendeva una fidanzata. Qui finì lo studio del russo, del quale conservo peraltro un buon ricordo. Mio padre ci raggiungeva il sabato pomeriggio e tornava a Treviglio la domenica sera. Nella casa che ci ospitava eravamo un piccolo gruppo di ragazze e ragazzi (foto a p. 347). Un giorno, partendo alle 7 li trascinai in una lunga escursione verso montagne sconosciute; dopo 6-7 ore di ascesa ci apparve il lago d’Iseo: scendemmo a Lovere. Qui prendemmo una corriera che ci portò a Bergamo, appena in tempo per l’ultima corriera che risaliva a Castione. Dove i nostri genitori ci attendevano in ansia: erano ormai le 22! Una gita di 15 ore: ma eravamo giovani.
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Mio padre fu felice cha a fine estate 1945 m’iscrivessi all’Università Bocconi. Vi andai con Rino Invernizzi, che mi accompagnò pur non dovendosi iscrivere. Andammo da Treviglio a Milano sui “carri bestiame”, dato che la guerra aveva distrutto tutte le carrozze passeggeri (situazione che durò per diversi anni).
Nei quattro anni che passai come studente alla Bocconi, Edmondo mi seguì con grande attenzione: s’aspettava molto, ma io superai le sue attese. Nel 1949 lesse con orgoglio la lettera che mi aveva scritto il professor Zappa, dopo aver letto il primo capitolo della tesi di laurea. «Questo capitolo è sufficiente per la lode. D’ora in avanti scriva per la libera docenza».
Nel luglio di quell’anno mio padre era presente nell’aula dove si discusse la tesi e udì le parole con le quali il Maestro la presentò: «Questa tesi di laurea potrebbe essere il titolo per partecipare positivamente non dico a un concorso per libera docenza, ma una cattedra universitaria».
* * *
Ho sempre fatto in modo da non gravare sulla mia famiglia. Mio padre era un capo-zona dell’Orobia, non era ricco. Feci perciò tutto il possibile per aiutarlo: per orgoglio, non perché ne fossi richiesto.
A partire dal secondo anno mi venne attribuita l’unica borsa di studio di cui al tempo l’Università Bocconi disponeva. Oltre a ciò il dottor Palazzina mi propose al professor Giorgio Pivato come segretario della rivista La Borsa Valori, che egli dirigeva (era la seconda rivista periodica della Bocconi, dopo lo storico Giornale degli economisti).
Dall’aprile 1949 (tre mesi prima della laurea) fui assunto all’Ufficio Studi Economici della Montecatini, allora il più importante gruppo chimico italiano, dove percepivo un buono stipendio.
In questo periodo stavo “a pensione” in case private: prima in via Morgagni e poi in viale Lombardia. Qui ero ospite di due anziane signore di origine siciliana, le signore Cambiaghi (foto a p. 348). Salivo al quinto piano, senza ascensore. Scherzavo con loro, che mantenevano (dopo molti anni) l’accento originario. Furono presenti anche al mio matrimonio: mi si erano affezionate.
* * *
Gli ultimi anni a Treviglio (fino al 60°, quando andò in pensione) passarono tranquilli per papà Edmondo. Nella cittadina era conosciuto e benvoluto da tutti. A parte mamma Rosa e Graziella, che erano sempre con lui, amava rimanere il più spesso possibile coi due figli. Questo accadeva quando Beppe e io andavamo a trovarli alla domenica e quando organizzavamo vacanze estive insieme. Ricordo periodi passati insieme a Selvino e a Gromo, paesotti della Valseriana.
Quando raggiunse l’età della pensione, il primo pensiero di mio padre fu di venire a stare a Milano, dov’erano i suoi figli. Io abitavo allora, con la mia famiglia, in via Sismondi 6: una casa affacciata sul Tennis Club Lombardo. Per Edmondo comprare casa a Milano sarebbe stato difficile, ma io gli raccontai che avevo comprato un appartamento in via Dall’Ongaro, a poco più di 100 metri da casa mia, che lo pregai di occupare. Poco dopo, purtroppo, mamma Rosa si ammalò seriamente. Divenne sempre più apatica, svogliata, fino al punto di non sapere più badare a se stessa e aver bisogno di continua assistenza. Non si riprese più.
Edmondo, al contrario, era voglioso di continuare a lavorare. Divenne un piccolo imprenditore di un’azienda di viterie. Con poche persone s’organizzò e ottenne risultati, sia pur modesti, positivi. Ma anche per lui, purtroppo, un amaro destino era in agguato. Nel 1968, in un fine settimana che passavo ad Arenzano, mi telefonò mio fratello Beppe: mio padre era stato colpito da un grave infarto e ricoverato d’urgenza all’Ospedale San Carlo. Con mia moglie Lina ci precipitammo a Milano. L’infarto si rivelò molto grave: si era formato un aneurisma, con rischio di un’emorragia mortale. Per lui era la fine della vita attiva.
In quell’anno venne a trovarlo dall’Argentina la sorella maggiore, per noi “la zia Maria”. La portammo in visita a Edmondo, verso Como, dove papà passava l’estate. Ella gli parlò a lungo, poi mi prese da parte e disse: «Luigi sta attento, perché Edmondo è una carta velina».
* * *
Ai primi di marzo del 1971 Edmondo si trovava con mamma Rosa e Graziella nella casa di Beppe ad Arenzano. Una telefonata mi raggiunse nella mia casa del Quadrifoglio. Era Graziella:
«Papà è caduto in giardino, mentre cercava di alzare un ramo d’albero». Chiamai d’urgenza il medico, che non ebbe dubbi: «È infarto, chiamo un’autoambulanza». Su questa salirono Graziella e mia moglie Lina, mentre io li seguivo in auto.
L’autoambulanza si diresse verso il più vicino ospedale, Voltri, dove Edmondo venne sottoposto d’urgenza a esami. Dopo qualche tempo un medico apparve con viso rassicurante: «Non è nulla. È un falso allarme. Potete tornare a casa. Per la notte tutt’al più rimanga una persona».
Graziella si offrì subito e noi tornammo a casa. Alle 8 del mattino successivo ero a Voltri e trovai mio padre che leggeva il Corriere della Sera. Felice gli dissi: «Ci rivedremo settimana prossima».
Alle 21 dello stesso giorno mi giunse a Milano una telefonata di Beppe: «Vieni subito, dobbiamo andare a Voltri. Papà sta male».
Corsi di gran carriera con mia moglie a casa di Beppe, caricai tutti e mi precipitai verso Voltri. Non avevo capito, nell’ansia, quanto fosse davvero accaduto, fin che Beppe mi disse «purtroppo è già morto». Mia cognata Rosita si mise al volante e prese la strada per Voltri. A lungo stetti in silenzio, cercando di domare il dolore.
Giunto sul luogo, trovai mio padre già nella camera mortuaria: ebbi il tempo di vederlo brevemente, di baciargli la fronte gelida e di tagliargli una ciocca di capelli (che conservo a suo ricordo).
Fu il primo che entrò nella cappella di famiglia a Trezzo sull’Adda e io gli dedicai questa epigrafe:
Ebbe unanime riconoscimento
di elette virtù intellettuali,
di serenità di giudizio,
di capacità realizzatrice nel lavoro.
Il suo spirito rimase giovanilmente vivo
fino all’età estrema.
Fu marito e padre indimenticabile.
Mamma Rosa alla “sera” della sua vita si ammalò seriamente e noi tutti cercammo di alleviare la sue pene. Ricordo che per alcuni anni, ovunque mi trovassi nel mondo, le telefonavo ogni giorno. Sapevo di trovarla in casa, in quanto non usciva più. Abitava nei pressi di mia sorella Graziella, che sempre le fu vicina.
Morì di polmonite nel 1978 presso la clinica milanese La Madonnina, dove l’avevo ricoverata. Perciò prima di morire mi chiese di Edmondo e io le ripetei l’affettuosa menzogna di sempre: «Stai tranquilla, sta bene...».
Fu la seconda che entrò nella cappella di famiglia a Trezzo sull’Adda e io le dedicai questa epigrafe:
È stata la nostra buona dolce mamma.
Non ci ha dato solo la vita, ci ha dedicato l’esistenza.