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Il mondo di Guatri

2026/16

Gli amici scomparsi

Luigi Antonelli

Forse non avrei mai avuto come Maestro (e poi amico: mi invitò a dargli del “tu” quando avevo solo 26 anni) Luigi Antonelli (foto a p. 367) se, nel 1951, non avessi casualmente incontrato presso la società Zari di Bovisio (una cittadina prossima a Desio) Bortolo Termine, un ottimo commercialista milanese, nato sulla riva orientale del Garda.

La Zari era tra i più importanti mobilifici della Brianza, all’epoca controllata dalla Lagomarsino (una società nota e rilevante per la costruzione delle macchine addizionatrici, i computer di sessant’anni or sono). La Lagomarsino SpA trattava la cessione della Zari e il candidato all’acquisto, su proposta di Giorgio Pivato, che ne era il consulente per le operazioni di Borsa, aveva fatto il mio nome: era l’inverno del 1950/51.

Il mio compito era di condurre una due diligence per stabilire se la società fosse stata appunto “gestita con diligenza” e, in ogni caso, accertare che non avesse “magagne”; cosa che il potenziale e ricco candidato-acquirente soprattutto temeva. In pochi giorni ebbi la certezza che le “magagne” non mancavano: anzi, erano anche troppe. Tanto che, resosi conto che queste venivano inesorabilmente a galla, il direttore generale (purtroppo un bocconiano) se n’era andato in tutta fretta, lasciando la Zari allo sbando.

In pochi giorni presentai una “relazione” particolareggiata al potenziale acquirente, il quale capì subito che doveva abbandonare il progetto e mi ringraziò ripetutamente per lo “scampato pericolo”. Per informarne i Lagomarsino (che non si occupavano direttamente della gestione, nonostante tenessero la presidenza della Zari), inviai una loro copia della mia relazione.

Poche ore dopo il presidente della Lagomarsino, ragioniere Spreafico, mi telefonò per pregarmi di incontrarlo con urgenza. Lo raggiunsi nel suo ufficio. Discussi con lui i temi della due diligence. Ne fu sconvolto (non se lo sarebbe mai aspettato!) e alla fine mi chiese, giacché avevo esplorato a fondo la società e conosciuto le sue “magagne”, se potevo per qualche mese sostituire il fuggiasco direttore generale (contro il quale, nel contempo, era stata iniziata un’azione di responsabilità).

Per alcuni mesi, nel 1951, pur senza la minima esperienza manageriale, feci la spola tra Bovisio e la Bocconi, tenendo sempre informata la Lagomarsino. Divenni, per le rappresentanze sindacali della Zari, che mi presero (chissà perché) in simpatia, il duturin (il “dottorino”): avevo infatti 24 anni.

* * *

Fu in quei mesi che giunse a Bovisio Bortolo Termine: era stato nominato consulente tecnico del Tribunale di Milano per la causa di “responsabilità” contro l’ex direttore generale fuggiasco.

Facemmo conoscenza. Gli esposi – fornendogli adeguata documentazione – tutte le “magagne” riscontrate: mi chiese se potevo scrivere un documento completo, che servisse da base al suo compito. Provvidi in pochi giorni. Quando lo lesse, mi telefonò subito e mi disse: «Lei ha scritto la mia relazione». E aggiunse: «Non poteva essere fatta meglio».

Pochi mesi dopo (forse settembre 1951) mi telefonò ancora, chiedendomi se potevo raggiungerlo nel suo studio di via Agnello 1. Quando gli feci visita, mi propose di associarmi alla sua attività di commercialista. Decisi per il sì e ne fissammo l’inizio per il gennaio 1952 (dovevo informare degli avvenimenti e delle mie nuove prospettive il professor Zappa, del quale ero assistente effettivo all’Università Bocconi, che subito approvò).

Il 13 dicembre dello stesso anno mi venne comunicata a Treviglio una ferale notizia: tra le lacrime, la moglie, la dolcissima signora Alba (che non avevo mai incontrato prima), mi disse al telefono che il dottor Termine, colpito da infarto, era deceduto. Feci appena in tempo a partecipare alla straziante cerimonia funebre.

In quella stessa occasione, terminata la cerimonia, salutata la signora Alba, qualcuno (non ricordo bene chi fosse, certo un amico della famiglia Termine) mi avvicinò e mi chiese a nome della moglie, che evidentemente era al corrente di tutti i precedenti, se volessi – da subito – prendere possesso dello studio di via Agnello, che sarebbe altrimenti rimasto del tutto sguarnito (mentre i “clienti” non potevano aspettare).

Non riuscii a dire di no, anche se avevo molte incertezze (come faccio da solo – mi dicevo – senza alcuna esperienza, senza alcun rapporto con gli uffici pubblici, senza conoscere nessuno dei clienti, ad assumere questo impegno? Saprei da solo esercitare una professione difficile, che non avevo mai svolto, neppure per un giorno? E via di questo passo).

Fissammo un incontro a breve. Con la signora Alba erano presenti il dottor Luigi Antonelli e il professor Arturo Dalmartello, cari amici dello scomparso; con loro l’ingegnere Emilio Zacchi, fedele e affezionato cliente del dottor Termine. Riflettemmo insieme per almeno un’ora sul da fare: alla fine, ci venne la giusta idea. Avremmo costituito, in modo informale, un’associazione: io, Luigi Antonelli e la stessa signora Alba Termine.

L’accordo era questo: sarei rimasto da solo in via Agnello per poco tempo, poi mi sarei trasferito presso lo studio AntonelliTrentin (l’anziano e storico socio di Antonelli) in via dei Bossi: qui la nostra “associazione” avrebbe preso sede.

Fu una decisione, per me, storica poiché, di fatto, entrai nello studio Antonelli. L’anziano e caro dottor Trentin ci lasciò poco dopo e io subentrai nel suo studiolo, forse 20 metri quadrati, nel quale lavorai 13-14 anni: lo ricordo perfettamente e con gioia ancora oggi. Fu così che Luigi Antonelli divenne il mio Maestro nella professione.

Con Antonelli, sempre nella vita generosissimo, convenni che avrei peraltro, sempre in via dei Bossi 4, potuto assumere in autonomia mie personali iniziative professionali.

* * *

Vorrei cominciare a raccontare di quei “quasi tre lustri”, e più in generale della figura storica di Luigi Antonelli, partendo da un commosso saluto che gli dedicai post mortem. Purtroppo il destino non volle concedergli lunga vita: morì, tra il generale rimpianto (e l’angoscia della sua amatissima famiglia) a soli 71 anni. Era nato a Isernia il 2 marzo 1901, morì a Milano il 18 maggio 1972, quasi in perfetta coincidenza (sono le dure scelte del destino!) con la morte di mio padre Edmondo, che pure non ebbe lunga vita. In un anno se ne erano andati due dei miei Maestri.

Nel 1974 pubblicai con l’editore Giuffrè un libro collegiale, che gli dedicai di tutto cuore e che reca nelle prime pagine un’epigrafe. Essa, pur riflettendo l’assoluta verità storica, vuol gridargli tutta la mia riconoscenza. Il Riquadro 1 riporta la parte essenziale del testo.

* * *

Il ricordo del periodo di via dei Bossi è indelebile. Fu il periodo della mia giovinezza e dell’attivismo frenetico, in ogni campo (professionale e accademico).

Da quel cortile di via dei Bossi 4, dalle 8,30 del mattino fino alle 20, ogni giorno (sabato compreso, come si usava allora), entravo e uscivo più volte al dì con macchine sempre più veloci (per non perdere tempo), in una frenesia di incontri presso aziende (dalle quali eravamo sempre più richiesti) e per tenere lezioni in diverse sedi universitarie: non solo in Bocconi, l’alma mater, ma anche al Politecnico, in Cattolica, all’Università di Parma (dove nel 1960 avevo avuto la mia prima cattedra).

Riquadro 1 Luigi Antonelli: in memoriam

Luigi Antonelli fa parte della ristretta pattuglia dei pionieri della professione del dottore commercialista in Italia. E vi ha svolto un ruolo fondamentale. Non solo perché ha ricoperto per quasi vent’anni le cariche più prestigiose dell’ordine professionale (dieci anni presidente dell’Ordine di Milano; otto anni presidente dell’Ordine nazionale), ma anche e soprattutto per il modo come ha inteso e svolto la professione.

Egli univa alle doti essenziali per essere un grande professionista, cioè l’intelligenza, la cultura, la preparazione specifica, alcune altre doti forse più rare; e che per di più possedeva in misura eccezionale.

In primo luogo, il senso profondo del dovere, che lo rendeva capace di qualsiasi sacrificio; e che faceva scaturire dal suo fisico esile e apparentemente fragile energie insospettabili, elevandolo a eccezionali capacità di lavoro.

In secondo luogo, l’onestà scrupolosa, senza compromessi, spinta (anche se ciò sembra paradossale) all’eccesso.

La sua pazienza e la sua tenacia erano proverbiali. Grazie ad esse, riuscì più d’una volta a raddrizzare situazioni aziendali compromesse e sulle quali molti si sarebbero ben presto arresi.

Pur dotato di approfondite conoscenze tecniche e di vaste esperienze, non fu mai un esclusivo tecnocrate. La sua visione del mondo professionale teneva giustamente conto di elementi di profonda umanità, di larga comprensione del prossimo, escludendo i giudizi assoluti e senza appello.

La naturale signorilità di comportamento e l’eleganza dell’argomentare gli attribuivano anche esteriormente uno stile inconfondibile.

I dottori commercialisti devono molto a Luigi Antonelli: un uomo che ha posto l’affermazione di questa categoria professionale tra gli scopi non secondari della propria vita e ha attivamente operato per essa.

(Scritti in memoria di Luigi Antonelli, Giuffrè, Milano, 1974)

 

Come facessi a tenere quel ritmo oggi non so spiegarmelo: il fatto è che Luigi Antonelli, che aveva all’incirca l’età di mio padre, teneva un ritmo analogo (alle lezioni universitarie sostituiva i molti impegni nella presidenza dell’Ordine a Milano e Roma). In questo, più che simili, eravamo eguali, “fatti della stessa pasta”.

E altrettanto accadeva nell’affetto: ci volevamo bene. Mia moglie Lina, che di quel periodo fu testimone nei rapporti extraufficio, diceva sempre: «Antonelli ti vuole bene».

Alle 11 del mattino, quali che fossero gli impegni, quando eravamo presenti, nulla ci impediva però il sollievo del caffè: duecento metri fino al Biffi Scala, parlando tra di noi fittamente. Lì non era raro che incontrassimo, in quei mitici anni Cinquanta, l’avvocato Adolfo Tino ed Enrico Cuccia (rispettivamente presidente e consigliere delegato di Mediobanca). Luigi Antonelli non mancava, col conterraneo Tino, di scherzare un po’... Naturalmente solo per il tempo di sorbire il caffè: poi tutti, a passo svelto, tornavamo ai nostri uffici.

* * *

Le funzioni di segreteria – quando nel febbraio del 1952, appena ventiquattrenne, entrai nello studio di via dei Bossi – erano svolte da due giovanissime ragazze, formalmente non diplomate né laureate (come all’epoca era d’uso), ma di estrema bravura, intelligenti, sempre all’erta, infaticabili: dalle 8,30 del lunedì fino alle 13 del sabato scrivevano a macchina, archiviavano o ricercavano documenti, correvano avanti e indietro per l’ufficio, senza soste. Quando necessario (e lo era quasi sempre) erano disponibili anche al pomeriggio del sabato e la mattina della domenica.

La prima era “la Bruna”; la seconda “la Laura”, di pochi anni meno (del 1934), la sua allieva prediletta, che in pochi anni fu all’altezza della “maestra” (e che più tardi mi seguì nelle nuove destinazioni).

Bastavano per tutto: si sarebbero offese solo all’idea che, nei momenti di maggior lavoro, chiamassimo qualche aiuto per alleggerire i loro compiti. Dai loro ammaestramenti non potevano (più avanti, quando si rese indispensabile chiamarle) che uscire altre giovani segretarie di grande bravura e impegno.

* * *

Arrivai in via dei Bossi nel febbraio 1952. Luigi Antonelli, che aveva poco più di 50 anni, era già pienamente affermato nella professione. Di quel periodo ricordo distintamente le fasi finali della liquidazione coatta della notissima e antica fabbrica automobilistica Isotta Fraschini. L’operazione era ormai nella fase conclusiva e le riunioni di lavoro si tenevano in via dei Bossi. Prova evidente del successo che Antonelli aveva raggiunto.

Incominciammo, insieme, con la liquidazione delle Industrie Binda, una fabbrica meccanica di antica rinomanza, ma ormai in serie difficoltà, alla quale occorreva porre riparo, considerata anche l’avanzata età del protagonista, Ambrogio Binda, che non era più in grado di operare efficacemente.

Ludovico Prinetti, noto legale milanese, di primo piano e di nobili origini, si rivolse ad Antonelli per chiedergli di condurre in porto una liquidazione volontaria, che soddisfacesse tutti i creditori e non lasciasse strascichi di sorta. Mi fu chiesto di assumere, nel lavoro, funzioni rilevanti. La certezza di una conclusione positiva pareva garantita dall’importanza dell’immobile su cui sorgeva lo stabilimento Binda: all’angolo tra viale Campania e via Sismondi, a Milano.

Era la mia prima liquidazione di una società di capitali. Antonelli diresse i lavori e fornì le garanzie professionali per il buon fine dell’operazione. Io assunsi compiti sempre più rilevanti (fino a diventare procuratore del liquidatore) col progredire delle operazioni: prima con il controllo dei risultati e poi con i piani finanziari. In ultimo partecipai con Antonelli alla trattativa conclusiva per la cessione dell’area industriale (ma sita in zona urbana e quindi aperta al cambio di destinazione d’uso), che garantiva il successo della liquidazione, ormai sicuramente senza strascichi di sorta. La trattativa fu eseguita con il più grande costruttore dell’epoca: la notissima Società Generale Immobiliare, allora ai vertici della fama. E si concluse in breve e a ottime condizioni.

Alla fine l’avvocato Prinetti (genero di Binda) volle solennemente ringraziarci del lavoro collegiale (anche altri collaboratori di studio vi avevano partecipato). Fui sorpreso quando, terminato l’incontro, mi prese da parte e mi disse che desiderava integrare il compenso per me stabilito ab inizio, perché «il mio contributo era stato eccellente».

* * *

Abbiamo anche conosciuto molte situazioni poco chiare, e difficilissime da gestire, soprattutto per il comportamento di titolari... disinvolti. Ma li abbiamo sempre rintuzzati, qualche volta anche con gravi rischi personali. Il coraggio non ci mancava.

Nel giugno 1955 fu chiesto a Luigi Antonelli di occuparsi di un caso estremamente complesso: la crisi dell’Oleificio Fratelli Vismara, con stabilimenti a Concorezzo-Vimercate e anche in Puglia, a Grottaglie. I Vismara erano entrati in serie difficoltà finanziarie: avevano molti debiti bancari insoddisfatti, una contabilità confusa e inaffidabile, perdite che sembravano irreversibili.

Le banche – all’epoca non aduse a simili ingenti scoperture senza garanzie – erano allarmatissime, alcune... disperate. Cercavano di salvare il salvabile. Oltre ciò, gli stravaganti e inattendibili Vismara, che del ricatto facevano un’arma abituale (come vedremo), “imputavano” la poca fiducia loro accordata dalle banche al loro consulente finanziario (tenuto all’oscuro delle loro difficoltà e dei loro intrighi), cioè all’eccellente amico e collega Giorgio Pivato.

Fu anche per questo che con Antonelli studiammo un progetto risolutore, quasi inusitato all’epoca: una cessio bonorum[9], il che significa, in breve, che le attività (cedute nel caso ai creditori bancari) sarebbero state liquidate al meglio e il ricavato netto (stralciati i creditori non bancari) sarebbe stato suddiviso tra di questi, quale ne fosse la percentuale ricavata.

Furono necessari mesi di discussione nei quali la capacità di convinzione di Luigi Antonelli si rivelò determinante. Alla fine tutte le banche si resero conto che questa via sarebbe stata per loro “la più conveniente” (o “la meno peggio”). Fu così fissato il termine ultimo alle ore 12 del 14 agosto 1955 per le adesioni alla convenzione. Antonelli nel pieno di quel caldissimo periodo attese paziente fino al mezzogiorno di quella vigilia ferragostana per raggiungere l’auspicata (e necessaria) unanimità di consensi delle banche.

Nei primi tempi la direzione tecnica, sotto il nostro rigido controllo, fu lasciata ai fratelli Vismara: ricordo i viaggi quotidiani a Concorezzo, dove la posta veniva aperta davanti a me, la contabilità era quotidianamente sottoposta al mio vaglio, severi guardiani diurni e notturni controllavano tutti i movimenti di merci eccetera.

Uscivo da via dei Bossi verso le 10 del mattino e, sulle scorrevoli strade del tempo, percorse ancora da rare automobili, attraversando il Parco di Monza giungevo in mezz’ora allo stabilimento e alle 13 ero già di ritorno.

Un giorno ci rendemmo conto (con l’aiuto dei nostri guardiani) che sotto terra giacevano nascoste ingenti quantità di prodotti. Non ci restò che togliere ai Vismara la direzione tecnica e porre la società in liquidazione.

Antonelli suggerì al comitato di controllo delle banche di nominarmi liquidatore (Antonelli, a parità di poteri, si qualificò “procuratore della liquidazione”). I Vismara vennero, com’era ovvio, estromessi. Fu attuata tutta una serie di pesanti provvedimenti che, alla fine, ci consentirono di raggiungere risultati che le banche apprezzarono.

Non però i Vismara, che non riuscirono – come speravano – a sottrarre nulla. Fu per questo che cominciarono a piovere su via dei Bossi 4 crescenti minacce (non troppo nascoste) contro di noi, in puro stile mafioso. Fummo perciò consigliati (credo dalle forze dell’ordine) di allontanarci, con le nostre famiglie, per un breve periodo, da Milano (cosa che non mi successe mai più nella vita!).

Ricordo che organizzammo, nell’autunno del 1956, un viaggio la cui destinazione (solo a noi nota) fu Peschiera sul lago di Garda. Qui trascorremmo una settimana piacevole con l’intera famiglia Antonelli (compresi i bravissimi ragazzi, Claretta e Roberto); con noi era la piccola Fiorella, di poco più d’un anno. Visitammo tutto il possibile: dai campi di battaglia di Solferino alle terme di Catullo sulla penisola di Sirmione, da Desenzano alla Verona storica dell’Arena e del balcone di Giulietta.

Poi, d’incanto, tutto si calmò. La cessio bonorum era finita!

* * *

Nella primavera 1957 il presidente del Tribunale fallimentare di Milano, il dottor Celoria, chiese insistentemente a Luigi Antonelli di divenire commissario giudiziale per il concordato di una raffineria di Fiorenzuola d’Arda (Piacenza), che aveva fatto a suo tempo (specie nella prima guerra mondiale) la storia del nostro Paese, anche grazie ai suoi giacimenti petroliferi (allora rarissimi) situati sull’Appennino emiliano.

Da qui il petrolio grezzo veniva trasportato a Fiorenzuola (senza oleodotti!) e raffinato. Ne venivano, in parte, la benzina e il gasolio che muovevano verso le zone di guerra (e nelle zone di guerra) i nostri... poveri automezzi del ’15-18. Fu un momento di gloria; poi, poco alla volta, specie nel secondo dopoguerra, i giacimenti s’impoverirono e la raffineria gradualmente divenne obsoleta. Fino a entrare in crescenti difficoltà nei primi anni Cinquanta.

Nel 1957 si era ormai al dissesto. Validi legali di Milano e di Piacenza – tra i quali ricordo l’avvocato Biscardi e l’avvocato Panni – presentarono al tribunale milanese, dove la società aveva la sede sociale, domanda di concordato preventivo “con cessione dei beni”, cioè garantita solo ed esclusivamente dalle proprie attività. Il cui valore era all’epoca di ardua, forse impossibile, stima. In Italia non vi era alcuna esperienza di stima di giacimenti e di raffinerie, oltretutto (questo venne chiaramente in luce più avanti) ormai superate e destinate a perdite durature, salvo nuovi rilevanti investimenti.

Il presidente Celoria si era convinto che gestendo per qualche tempo l’azienda, conservandone la funzionalità (e i dipendenti tutti), alla fine si sarebbe ottenuto un prezzo di realizzo importante, con soddisfazione generale. Intraprese coraggiosamente tale strada e vide in Luigi Antonelli l’unico esperto che potesse giungere a risultati soddisfacenti.

Tutto, per più d’un anno, si basò su questa premessa, che nessuno mise mai in discussione. I nostri viaggi a Fiorenzuola – percorrendo di “gran carriera” l’antica via Emilia – si fecero settimanali o addirittura bisettimanali. Le perdite peraltro – lo sapevano bene tutti – si accumulavano: ma tutti facevano credito al concordato, così che i debiti “in prededuzione” si accumulavano.

Giunse, alla fine, il momento tanto atteso: l’asta dell’intero complesso (raffinerie e miniere) davanti al presidente del Tribunale. E qui cadde... l’illusione: le offerte furono irrisorie, non raggiungevano neppure l’importo dei debiti prededucibili.

Alla fine, non rimase che dichiarare il fallimento. Il presidente Celoria, sentito Antonelli, mi chiese che ne divenissi il curatore.

Il fallimento Petroli d’Italia si protrasse a lungo e pose problemi rarissimi, che suscitarono l’interesse (teorico) di molti esperti giuristi: si doveva (o poteva) comporre, nella distribuzione dell’attivo tra i creditori prededucibili (del concordato), una graduatoria qualsiasi (privilegiati o non; ordine di privilegi e non; eccetera, eccetera) o tutti si dovevano porre “alla pari”?

Nacquero dispute tra magistrati, legali ed esperti. Alla fine, l’illusione collettiva si sciolse, lasciando tutti senza parole. Fu una delle più strane storie della nostra vita professionale; furono scritte montagne di carte; furono compiute valanghe di operazioni, furono fatte ricerche in ogni parte del mondo. Alla fine non ne uscì nulla.

Era, pur sempre, stato fatto il possibile e perfino l’impossibile ma talvolta anche i più grandi sforzi non bastano. Qui emerse con certezza solo una cosa: l’errore era stato fatto in partenza. Quella che era stata presentata al Tribunale di Milano non era più un’azienda recuperabile, era un complesso di ferri vecchi!

* * *

La municipalizzazione del gas di Milano (1961/62) rappresenta una parte rilevante della prima storia post-fascista del Comune di Milano: noi, Antonelli e io, vi partecipammo, sia pure con funzioni diverse. Si trattava di definire quanto il Comune dovesse sborsare, in base alla concessione originale tra i due enti, per riscattare gli impianti di proprietà della Edison, all’epoca guidata dall’ingegnere Giorgio Valerio.

Nel 1961 cominciarono a spirare sull’Italia e su Milano i venti socialisti; nell’anno seguente, col compromesso storico, Nenni esigerà anche la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che colpirà nuovamente la Edison (e altre aziende elettriche) ben più pesantemente.

La municipalizzazione delle aziende del gas (non foriere di utili ingenti, come lo era l’industria elettrica) venne accolta senza troppi rimpianti da Edison, che molto semplicemente faceva dipendere ogni sua decisone dalle misure che il nominando Collegio arbitrale avrebbe stabilito come “valore di riscatto” degli impianti.

Il Consiglio di Edison volle, fin dall’inizio, nel 1961, predisporre un’ampia nota metodologica, che, interpretando le norme in vigore, stabilisse con chiarezza e autorevolezza (sic) «i criteri per l’equa determinazione della indennità di riscatto». Il binomio scelto dal Consiglio di Edison fu: Pietro Onida (il massimo aziendalista dell’epoca) e Luigi Guatri. La metodologia venne definita in un volumetto a stampa (a firma congiunta) datato 30 settembre 1961.

L’ho riletto in questi giorni e debbo ancor oggi rilevare che non trovava all’epoca alcun riferimento ad altri casi significativi, e concludere che aprì quindi una nuova strada, lungo la quale s’incamminarono le numerose municipalizzazioni in Italia degli anni Sessanta e Settanta (in molte di queste, specie negli anni Settanta, fui poi chiamato come presidente dei Collegi arbitrali di stima)[10]. Nell’anno successivo (1962) venne alfine designato il Collegio arbitrale. Uno dei tre arbitri fu Luigi Antonelli. Per evitare, com’era nel nostro rigido costume, qualsiasi ombra, decisi (con Antonelli e anche con Onida) di rinunciare alla consulenza di parte per Edison. Mi limitai a suggerire a Onida (che era tutto salvo che un matematico: nei suoi libri si cercherebbe invano una “formula”, nella scia del Maestro Gino Zappa) di ricorrere a Eugenio Levi, ordinario di Matematica all’Università di Parma; il che avvenne.

Alla fine, e per concludere, il Collegio eseguì regolarmente il proprio compito e, vedi caso (una volta tanto!), il valore di riscatto accontentò le due parti...

Credo di aver saputo valutare le persone e selezionare chi doveva supportare – e sopportare – la qualità e il ritmo del mio lavoro. Ma sono altrettanto convinto di aver sempre beneficiato di molta fortuna.

* * *

E ora solo una citazione della liquidazione del Cotonificio Bellora di Lainate, del quale ho peraltro un ricordo molto sfumato (anche per avervi partecipato marginalmente). La ricordo per una ragione precisa: per seguire le fasi della liquidazione vennero in via dei Bossi da Lainate due giovani ragazze: Enrica e Piera (quest’ultima ancora giovanissima).

Finita la liquidazione Bellora, rimasero da noi ed ebbero come maestre Bruna e Laura, dalle quali impararono il lavoro e l’efficienza. Enrica rimase qualche anno; Piera rimase per sempre con gli Antonelli (per ben 52 anni – dato su cui mi aiuta Roberto Antonelli). La ricordo molto bene: nei primissimi anni Sessanta le dettai, di sabato e domenica, un lungo trattato di ragioneria – destinato a diffondere negli istituti tecnici commerciali superiori il pensiero zappiano – che stenografò impeccabilmente (allora non esistevano altri mezzi per procedere molto celermente).

Credo che nessuno avrebbe saputo farlo meglio. Ho ancora vivo il ricordo di questa ragazza seria, impegnatissima e intelligente, che divenne nel tempo un “pilastro” dello studio Antonelli in via Borgonuovo.

* * *

È vero, ho sottolineato la mia cordiale entente con Luigi Antonelli. Egli mi lasciò mano libera, al di là della (prevalente) collaborazione tra noi, per iniziative professionali autonome. Ne posso citare due, a titolo d’esempio, dei primi anni.

Nel 1954 la conquista del controllo della E. Isolabella e figlio SpA; in quell’occasione mi fu a fianco, come legale di fiducia, Ettore Antonelli, il più giovane dei tre fratelli di Luigi, col quale i rapporti professionali furono nel tempo ripetuti e soddisfacenti. Nel 1956, la liquidazione volontaria della Contatori Brunt SpA, controllata italiana della SIC (Société Industrielle des Compteurs di Parigi), con sede a Milano in viale Certosa (all’angolo per l’ingresso alle autostrade Nord).

La SIC aveva a Milano due collegate e stava creandone una terza a Napoli. La prima, pur rilevante, era diventata superflua. Fui nominato unico liquidatore (a 28 anni) e da solo condussi a termine, comprese le lunghe trattative sindacali, la liquidazione (non vi erano, evidentemente, rischi d’insolvenza).

Ogni sera viaggiavo in macchina col mio amico Pierre Péhau – rappresentante di SIC in Italia – da Milano verso Selvino (Bergamo) per raggiungere le nostre famiglie (eravamo nei mesi di luglio e agosto). Ovviamente continuavamo a lavorare: ci scambiavamo soprattutto opinioni sul da farsi. Alla fine tutto si concluse felicemente e Péhau mi chiese di indicargli il costo della mia opera. Cominciai col dire che non volevo applicare alla lettera e tanto meno nei massimi la tariffa professionale: ma egli mi contraddisse vigorosamente e volle scrivermi, seduta stante, un assegno d’importo più elevato.

Fu il massimo onorario di quegli anni, un importo che a mio padre Edmondo – che a Selvino soggiornava con tutta la famiglia – parve enorme. Luigi Antonelli, che sempre consultavo in questi casi, mi disse invece che la cifra era giusta e meritata.

* * *

Per lunghissimi anni, quando (di giorno o di sera) non sapevo dove Antonelli si trovasse, potevo andare a colpo sicuro: era all’Ordine dei commercialisti. Dal dopoguerra, conclusa la breve e altamente significativa presidenza di Giordano Dell’Amore, all’Ordine di Milano le votazioni democratiche espressero sempre il nome più rappresentativo, come a quei tempi si usava.

Su Luigi Antonelli cominciarono a concentrarsi votazioni plebiscitarie. Il compito era però impegnativo. «Come puoi fare?», gli chiedevo. «Sta bene il tuo attaccamento all’Ordine, ma il tempo dedicato non è troppo? E poi, i viaggi a Roma per l’Ordine nazionale, le manifestazioni periodiche che devi presiedere, i convegni annuali, le beghe che devi affrontare... Ne vale la pena?». Ma Antonelli è sempre andato avanti, imperterrito.

Giunse anche a trascinarmi, come relatore, ai convegni nazionali. Ricordo bene il primo a Palermo, sia per il viaggio sia per la sede nella stupenda Villa Igiea. Il viaggio fu immaginato, in linea con le peculiarità dei tempi, in vagone letto fino a Napoli, seguito dal traghetto notturno fino a Palermo.

Fu una delle notti indimenticabili della mia vita. Non solo (e non tanto) perché stavo con la mia giovane e bella moglie Lina, ma per la burrasca notturna che mi sconvolse profondamente: un malessere così acuto e perdurante non credo di averlo mai provato. Fu per me il pedaggio da pagare per godere i tre giorni del soggiorno idilliaco a Villa Igiea, dove il convegno si svolgeva.

A quei tempi il mare davanti era cristallino, di azzurro smalto: tra tuffi e relazioni sulle aziende e sui bilanci, circondato da amici, trascorsi tre meravigliose giornate.

Antonelli mi trascinò più volte sul palco, poiché la mia prolusione (ero un giovane non ancora trentenne) aveva colpito i presenti: fin da allora non ero un conformista, tanto che (se la memoria non mi tradisce) dimostrai per filo e per segno come il bilancio annuale “non si dovesse fare”, e comunque “non si potesse fare”, senza conoscere bene quei valori esclusi dal bilancio che furono poi chiamati “intangibili” (e che allora indicavamo con denominazioni più o meno improvvisate). Dissi anche – lo ricordo fin troppo bene – che erano finiti i tempi in cui i commercialisti dovevano occuparsi solo di “fisco” e di bilanci “azzoppati” (se non artefatti). Qualche volta Antonelli mi chiedeva di non eccedere; ma capivo bene che tutto questo, in realtà, gli provocava compiacimento.

Quando finì il lungo periodo della presidenza milanese passò a quella – ancor più impegnativa – dell’Ordine nazionale (con sede a Roma). Un poco alla volta, smisi anche di sconsigliarlo da quel pesante (e secondo me poco utile) impegno: dovetti convincermi che non serviva. Ma, tolte alcune decine dei migliori – mi chiedevo fin da allora e mi chiedo ancor oggi a distanza di oltre 40 anni –, i colleghi di tutta Italia gli saranno (o saranno stati) grati?

* * *

Nel 1964 Antonelli si rese conto che lo studio di via dei Bossi 4 era diventato troppo angusto. Quando gli offrirono di acquistare in via Borgonuovo – nell’edificio dove, al piano superiore, abitava Giorgio Pivato (che credo gli avesse segnalato la disponibilità dei locali) – prese in seria considerazione la possibilità di un trasloco. Io, con l’angoscia nel cuore, mi trovai davanti a un bivio. Da un lato Antonelli, che già mi aveva assegnato un nuovo ufficio in via Borgonuovo; dall’altro il progetto di mettermi assieme a mio fratello Beppe e all’amico Giordano Caprara, che con lui condivideva lo studio in via Meravigli 3. Ma avevamo constatato che né in via Borgonuovo né in via dei Bossi c’era abbastanza spazio per tutti.

Avevo, rispetto a Beppe, iniziato la professione in tempi diversi (3-4 anni prima) e in luoghi diversi. Beppe, partito dallo studio di Ernesto Cattaneo (zio del professor Mario Cattaneo), si era poi trasferito, aprendo uno studio con Giordano Caprara (anch’egli giunto più tardi alla professione), nel palazzo di via Meravigli. Non vi era mai stata l’occasione di metterci insieme. Nel 1964 (io avevo 37 anni, Beppe poco più di 34) i tempi sembravano maturi: allora o mai più! Ne parlai con Luigi Antonelli: ne fu tremendamente dispiaciuto, ma fu generoso come sempre. «Lo studio di via Borgonuovo è a tua disposizione; decidi tu se e come occuparlo» (anche part-time, intendeva).

Convenimmo di tenere riservata questa decisione per qualche tempo. Io avrei visto gradualmente e con calma gli sviluppi. Non si oppose neppure a che portassi con me Laura Soriani, ormai la mia segretaria insostituibile (cosa che ben pochi avrebbero consentito).

Fu così che in quell’anno, in attesa di soluzioni definitive, con Beppe e Giordano ci trasferimmo (io abitavo già in via Massena 18) in uno studio provvisorio in via Ferruccio 6, appena al di là del parco sul quale si affacciava la mia casa.

In quegli anni d’oro della vita (tra i 35 e i 40, quando il mondo sembra pronto a farsi conquistare) fui travolto da una serie ravvicinata di incarichi professionali (con Montedison, con Enel per tutte le consulenze tecniche derivate dalla nazionalizzazione, con l’amministrazione controllata Salamini a Parma, con l’Ignis di Borghi e così via). Beppe mi divenne prezioso e insostituibile, come lo divenne poco dopo il ragioniere Francesco Comotti, che insieme chiamammo da Treviglio. A Beppe passai anche – con poche eccezioni – tutti i clienti “ordinari” e tenni per me i rapporti con i grandi clienti.

In breve, in via Borgonuovo non potei entrare, anche se col cuore non l’avevo mai dimenticato, come mai avrei dimenticato i “quasi tre lustri” passati al fianco di Luigi Antonelli, che rimase sempre – oltre che profondo amico – il mio Maestro. I rapporti familiari continuarono “tali e quali”: il nostro affetto rimase immutato, il nostro legame non si attenuò.

Non passò, purtroppo, molto tempo che accadde ciò che nessuno poteva prevedere (già mi ero trasferito in via Massena 12/7). Un giorno (mi trovavo a Roma) fui informato da mia moglie che Luigi Antonelli «non stava bene». Credevo si trattasse di un malanno passeggero. Seguì la notizia ferale: Luigi Antonelli si era spento. Rientrai di corsa, ma era troppo tardi! Non feci in tempo neppure a salutarlo, potei solo piangerlo.

Non ho fatto in tempo a salutare Gino Zappa; non sono arrivato in tempo neppure per Luigi Antonelli, che pure abitava nella mia stessa casa. Il destino, quando vuole, sa essere spietato. Inutile ovviamente ogni intima recriminazione, ma molto spesso mi sono ripetuto: «Se l’avessi immaginato, avrei potuto rinviare tutto di qualche anno». Indietro non si torna.

Rinaldo Ossola

Rinaldo Ossola (foto a p. 367) giunse al Credito Varesino quando quest’ultimo era appena uscito da una storia travagliata (Riquadro 2). Scrive Tancredi Bianchi, con la sua tipica lucidità[11]:

Con l’acquisto del Credito Varesino e con il conseguente “salto” dimensionale, la Banca Popolare di Bergamo si avviò ad occupare una posizione consolidata di rilievo nel panorama del sistema bancario italiano. Divenne una banca di “aggregazione”, alla testa di un gruppo creditizio, con il core business di sostenere le piccole e medie imprese di un’area particolarmente vigorosa dell’economia lombarda e nazionale.

Il Credito Varesino aveva un azionariato di minoranza molto frazionato, per molti aspetti omogeneo a quello della capogruppo. Ma ritrovare occasioni simili in banche costituite nella forma di società per azioni, in un tempo in cui il processo di privatizzazione del sistema bancario non era ancora iniziato, non era certo agevole né probabile. Credo che uomini come Lorenzo Suardi, Emilio Zanetti e Giuseppe Antonio Banfi avessero già allora ben chiarita l’idea che non si può costruire un gruppo creditizio senza che sia possibile una forte coesione di persone, di soci, di combinazioni produttive e di coordinazioni finanziarie. O l’operazione Credito Varesino era un episodio, o era l’inizio di una via da seguire, con la tenacia e con la pazienza di chi guarda, nell’economia delle aziende, al lungo periodo. Maturava il tempo in cui Emilio Zanetti sarebbe divenuto il nuovo presidente della Banca Popolare di Bergamo e avrebbe dovuto fare fruttare i semi gettati con la presidenza Suardi.

Considero una vera fortuna di aver incontrato, entrando nel maggio 1984 nel Credito Varesino come presidente dei sindaci, un presidente di eccezionale levatura, con una storia di successi; e per di più bocconiano “purosangue”, qual era Rinaldo Ossola (un cognome tipicamente lombardo: era nato a Lecco nel 1913). Vi era entrato da un anno (giugno 1983), designato dal Nuovo Banco Ambrosiano, che come si è detto all’epoca, attraverso La Centrale, controllava la maggioranza delle azioni della banca. E vi rimase fino alla morte, che avvenne nel dicembre del 1990, cioè per oltre sette anni.

La gestione di Calvi del Credito Varesino aveva lasciato crediti in sofferenza per cifre rilevanti: circa 90 miliardi di lire nei con fronti di tre banche peruviane, oltre a 60 miliardi di lire nei confronti del Gruppo Rizzoli. Sul punto Ossola cercò in assemblea di tranquillizzare i piccoli azionisti: il “fondo rischi” era adeguato.

Riquadro 2 Breve storia del Credito Varesino

Il Credito Varesino venne fondato a Varese il 27 marzo 1898 con la denominazione di Banca Cooperativa di Varese e Circondario per iniziativa di un gruppo di imprenditori locali e iniziò a operare nel giugno dello stesso anno con uno sportello nel centro di Varese.

L’istituto crebbe in parallelo con lo sviluppo produttivo della zona, indirizzando la propria attività verso le medie aziende e l’artigianato fino ad assumere una posizione preminente nel settore creditizio in provincia di Varese. Nel 1906 assunse l’attuale denominazione trasferendo la sede sociale in via Veneto 2.

Legato tradizionalmente alla provincia di Varese ma presente fin dal 1935 a Milano, iniziò nel dopoguerra una fase fortemente espansiva. All’inizio del 1973, il 27% del Credito Varesino venne acquistato da La Centrale, che nei successivi esercizi aumentò gradualmente la sua partecipazione fino a raggiungere nel 1977, con oltre il 57% del capitale, il controllo della banca, sostituendosi alla Invest del gruppo Bonomi.

Nel 1975 entrò a far parte del Consiglio d’Amministrazione Roberto Calvi e nel 1976 Giuseppe Bolchini lasciò la carica di presidente. Da quel momento l’influenza del Banco Ambrosiano divenne dominante e La Centrale assunse il compito di ammodernare le procedure informatiche dell’istituto.

L’attività del Credito Varesino si sviluppò con una posizione molto spinta sul mercato dell’interbancario, che nel 1981 raggiunse il 33% del totale della provvista e il 53% degli impieghi. Alla vigilia del tracollo del Banco Ambrosiano il Credito Varesino aveva un’ottima clientela e un buon patrimonio (63 miliardi di lire).

Purtroppo l’influenza del Banco Ambrosiano lasciò pesanti eredità. Infatti, oltre alla perdita di 9 miliardi subita sulle azioni del Banco Ambrosiano detenute in portafoglio, il Varesino fu coinvolto in un’azione giudiziaria con tre banche aventi sede nell’America centrale e meridionale che, come riporta il bilancio al 31 dicembre 1982, «non hanno provveduto al rimborso, alle rispettive scadenze, di nostri depositi, adducendo pretestuosi collegamenti di gruppo in relazione a loro crediti vantati verso una consociata estera del Banco Ambrosiano».

La vertenza, conclusasi nel 1984, comportò per il Credito Varesino una perdita di 78 miliardi.

(C. Bellavite Pellegrini, Storia del Banco Ambrosiano, Laterza, Roma-Bari, pp. 419-421; informazioni tratte dallo scritto di G. Frigeri in M.A. Romani, op. cit., p. 288)

 

Per rafforzare il patrimonio, in ogni caso, l’assemblea decise anche la vendita di azioni proprie alla Banca Popolare di Bergamo.

Nell’assemblea di bilancio del maggio 1984 sei consiglieri d’amministrazione furono confermati (tra di essi, oltre a Rinaldo Ossola, rimasero anche altri già amministratori: Giovanni Babini, Angelo Corbella, Roberto Marcora, Sergio Orandi e Cesare Mazzola Conelli). I bergamaschi entrarono in cinque: oltre a Andrea Gibellini e Giovanni Riva (condirettori della Banca Popolare di Bergamo), i dirigenti Iacherini, Berera e Manzoni.

Il Consiglio post-assemblea elesse – oltre a Rinaldo Ossola come presidente – due vicepresidenti: Cesare Mazzola Conelli e Giovanni Riva. Direttore generale rimase Pietro Forti (una figura molto stimata), che assicurava la continuità della gestione operativa della banca.

* * *

I sette anni, trascorsi partecipando ai rituali Consigli d’Amministrazione mensili, alle assemblee annuali, agli incontri richiesti da ragioni speciali, mi consentirono di apprezzare le straordinarie doti di Ossola. Non avrei mai creduto, un giorno, di diventarne il successore.

I sette anni di presidenza Ossola sotto il controllo della Banca Popolare di Bergamo diedero eccellenti risultati. La raccolta da clientela passò da 2.665 a 3.993 miliardi di lire (+ 50%); gli utili netti da 19,7 a 35,3 miliardi di lire (+ 79,2%); gli accantonamenti annuali si moltiplicarono per 4,6 volte.

Con la scomparsa di Rinaldo Ossola, si pose il problema di sostituirlo. A Bergamo credo si sia discusso parecchio su come si potesse procedere. Mi resi conto che, stranamente, pur essendo il presidente del collegio sindacale del Varesino, non venivo consultato (come sempre accadeva in simili occasioni).

Dopo qualche tempo, Zanetti e l’avvocato Calvi (l’ascoltato vicepresidente di Banca Popolare di Bergamo) chiesero d’incontrarmi: credetti che volessero appunto consultarmi per la sostituzione.

Con mia vivissima sorpresa, mi chiesero, invece, di assumere la presidenza della banca (sia pure per qualche tempo, mentre si studiava la “fusione”). Cercarono di rassicurarmi e di alleggerirmi l’impegno: mi avrebbero dato come direttore generale Andrea Gibellini, un manager di alto livello, che era stato a lungo il vice di Banfi in Banca Popolare di Bergamo, che conoscevo benissimo e apprezzavo altrettanto.

Tra i miei dubbi (oltre all’impegno non trascurabile) era proprio la probabile incompatibilità con la presenza nel collegio sindacale di Banca d’Italia, cui già partecipavo da dieci anni. Quegli incontri mensili col Consiglio superiore, col direttorio, col Governatore Carlo Azeglio Ciampi mi sarebbero mancati...

I miei due amici insistettero, perciò decisi di telefonare al direttore della sede di Banca d’Italia di Milano, Alfio Noto. Egli, col consueto garbo, mi espresse subito i suoi seri dubbi, pur riservandosi di chiarirli immediatamente con Roma. La risposta fu, ovviamente, negativa; «anche se, considerata la motivazione – mi rassicurò l’autorevolissimo dottor Noto – avrei incontrato la comprensione del Governatore e del direttorio».

In conclusione, accettai: al 50 per cento per non dispiacere ai miei amici (in particolare a Zanetti); e al 50 per cento perché attratto – come non di rado mi è accaduto nella vita – dal desiderio di una nuova e importante esperienza: che ben sapevo sarebbe stata quella di guidare la banca verso la fusione, compito che mi era congeniale. Divenni così il presidente del Credito Varesino.

Partecipando per l’ultima volta al Consiglio Superiore di Banca d’Italia, pochi giorni dopo, il Governatore Ciampi, in un pranzo di commiato, alla presenza di tutto il direttorio, dei consiglieri, dei sindaci, mi salutò con parole di apprezzamento: al di di ogni mia attesa. Quando, in veste di Presidente della Repubblica, lo incontrai nel corso del suo settennato (all’Università Bocconi, all’ISPI o in altre occasioni) mi salutò con aperta cordialità, qualche volta anche al di delle strette formule del protocollo (aveva conservato, dunque, un buon ricordo: le dimissioni non avevano lasciato alcuna traccia!).

* * *

Rinaldo Ossola è uno dei personaggi che, con la vita e l’esempio, hanno contribuito a fare grande la Bocconi. Anche per questo, oltre a quanto mi ha insegnato in quei sette anni a Varese, lo ricordo con ammirazione e affetto.

Riassumere in poche frasi la vita di un personaggio del genere non è facile. Ma tento di farlo.

Dopo la laurea in Bocconi, vi rimase per due anni accademici (1937/38 e 1938/39) come assistente alla cattedra di Scienze delle finanze e diritto finanziario, col professor Gino Borgatta, suo relatore alla tesi di laurea. Ma questo non era il suo destino (pur avendone tutti i numeri): nel 1939 entrò nell’Ufficio Studi e Ricerche della Banca d’Italia (spesso la fucina dei massimi dirigenti).

Della Banca d’Italia divenne prima il rappresentante a Lisbona (per tutto il periodo bellico) e poi a Parigi. In quegli anni, fu protagonista di molte idee in tema di leggi valutarie, di riforma di cambi, di prezzo dell’oro e di convertibilità delle valute. Entrò poi nel direttorio di Banca d’Italia col Governatore Guido Carli come vicedirettore generale (1969/1975), e poi col Governatore Paolo Baffi come direttore generale (1975/76).

In quell’anno (luglio 1976) fu chiamato da Giulio Andreotti a far parte, in qualità di esperto, del governo come ministro del Commercio estero: non fu mai parlamentare, non fu mai un politico. Nella sua veste di ministro, dove pure fece cose eccellenti, gli accadde di essere costretto dagli eventi (e dalla politica) a emanare nel 1976 la legge 159 sulla violazione delle leggi valutarie. Uscì pertanto da Banca d’Italia (dove come direttore generale gli succedette Mario Ercolani).

Conclusa la non breve parentesi ministeriale, Rinaldo Ossola, dopo un rapido passaggio al Banco di Napoli con Cesare Geronzi (che pure veniva da Banca d’Italia, come responsabile dei cambi), arrivò finalmente al Credito Varesino, che lo ebbe come presidente autorevolissimo, di assoluta correttezza, assiduo – come già si è detto – per oltre sette anni.

Giuseppe Antonio Banfi

Caravaggio è una cittadina della bassa bergamasca, a 5 km da Treviglio. Io vi giunsi nella primavera del 1937 (non avevo ancora 10 anni) seguendo gli spostamenti della mia famiglia, come abbiamo visto nel capitolo 2. In quell’anno si formò un quartetto di giochi fra ragazzi dai 9 ai 12 anni: il più grande era Pino Banfi, il più piccolo Tancredi Bianchi, in mezzo stavamo io e Aldo Banfi (il fratello di Pino); qualche volta partecipava anche Angelo Castelli (il futuro avvocato e deputato).

I nostri incontri si svolgevano quasi sempre nel giardino della villetta Banfi sul viale del Santuario; lì nacque e si cementò la nostra amicizia. Ragazzini destinati, tutti, a grandi successi nella vita, grazie non solo all’intelligenza (per qualcuno straordinaria), ma per il duro impegno nello studio (e poi nel lavoro), per l’integrità morale, per la semplicità e genuinità.

Pino Banfi (foto a p. 367) possedeva tutte queste qualità; inoltre, giovanissimo si trovò orfano del padre e, ancora imberbe, dovette aiutare la madre nella guida della famiglia. Proprio per questo, appena diplomato ragioniere, dovette rimboccarsi le maniche ed entrare come impiegato nell’amministrazione del cappellificio Ferri di Caravaggio: addio università, addio sogni di gloria? Non fu certamente così.

Mi tornano alla mente questi ragazzini che, negli ultimi anni Trenta, si recavano ogni giorno – pedalando – da Caravaggio a Treviglio per frequentare l’Istituto Oberdan, dove erano i primi delle rispettive classi. Solo quando, come accadeva nei duri inverni di allora, sulla pianura bergamasca cadeva la neve, partivano alle 7 con la corriera e rientravano alle 14 (Angelo Castelli e Aldo Banfi presero poi altre vie: alla fine il primo si laureò in giurisprudenza, il secondo in architettura).

Per me e per Tancredi Bianchi la strada era già tracciata: l’Università Bocconi. Per il ragioniere Pino Banfi il destino era il vertice direzionale della Banca Popolare di Bergamo.

Infatti, uscendo dal piccolo cappellificio Ferri (dove già si era, pur giovanissimo, distinto per la sua intraprendenza), passò dopo qualche anno alla filiale di Caravaggio della Banca Popolare di Bergamo: da qui cominciò una carriera travolgente, che lo portò, all’inizio degli anni Settanta, alla vicedirezione generale di Bergamo, a fianco di Gaetano Gulinatti (dal 1962 direttore generale). In questa mansione l’avvocato Suardi (il presidente) ebbe modo di conoscerlo e di apprezzarlo. Nel 1979, col ritiro di Gulinatti, compì l’ultimo balzo e divenne direttore generale (con due condirettori generali, che pure ho conosciuto molto bene: Giovanni Riva e Andrea Gibellini, che sarà un giorno il mio direttore generale al Credito Varesino).

* * *

La bicicletta era, all’epoca, per tutti il mezzo essenziale (anzi, l’unico) di spostamento. Mio padre me ne donò, su mia insistenza, una da corsa, con la quale andavo alle scuole medie a Treviglio. Così un giorno, correndo, finii in un fossato che fiancheggiava la strada: fu Pino Banfi ad aiutarmi a uscire! Sono episodi accaduti 75 anni orsono; eppure nitidamente impressi nella mia mente (in quanto, come ho scritto più volte, i vecchi ricordano meglio i fatti remoti di quelli recenti...).

* * *

Degli amici caravaggini il libro dedicato a Banfi[12] mi fa tornare alla mente alcune figure che, nei decenni, si erano sbiadite nella mia mente, come Tino Pernigoni, Sergio Donzelli (che si laureò alla Bocconi e dolorosamente morì ancor giovane), il già citato e vulcanico Angelo Castelli, il fratello Aldo, la madre Tognina.

Nel giardino di casa Banfi, sul viale del Santuario, giocavamo da ragazzini, sotto gli occhi attenti della mamma. Con noi era ovviamente l’“amico di una vita”, Tancredi Bianchi. Siamo cresciuti assieme, tutti provenienti da famiglie della media borghesia (non “ricchi”), tutti o quasi destinati a “carriere” importanti. Tra tutti questi solo io scelsi come sede permanente, subito dopo la laurea, Milano. Gli altri rimasero fedeli alla terra bergamasca.

Del resto, quando abitavamo a Caravaggio e poi a Treviglio, mia mamma Rosa ricordava sempre a me e a mio fratello Beppe: «Ragazzi, noi siamo di Trezzo sull’Adda, non siamo bergamaschi!». L’Adda fu per secoli un confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia: solo il fiume (e oggi due grandi ponti: storico quello di ferro della strada provinciale; recente quello dell’autostrada più trafficata d’Italia) li divideva. A 200 metri di distanza si parlano ancora oggi dialetti diversi: il milanese di Trezzo e il bergamasco di Capriate.

* * *

Banfi è stato il direttore generale della Banca Popolare di Bergamo per 13 anni, dal 1979 al 1992. E lo fu in modo ineccepibile. Infatti, «è stato un direttore generale onnipresente, competentissimo, conoscitore profondo delle persone e dei “meccanismi” della banca» (non per niente veniva dalla gavetta).

Quanto poi ai motivi specifici di merito che gli vengono attribuiti, come ricorda Giorgio Frigeri, si citano soprattutto: l’estensione dell’attività della Banca Popolare di Bergamo al credito agrario di esercizio, autorizzata dalla Banca d’Italia per tutta la Lombardia, e la riorganizzazione del sistema informativo, che giunse fino a rilevare il costo di ogni singola operazione (1978).

Più che su singoli provvedimenti o iniziative, tuttavia, la forza straordinaria di Banfi si manifestava nella continuità e assiduità della presenza su ogni fatto, nella capacità di semplificare i problemi più difficili, nella prontezza d’intuito e di scelta, nell’attaccamento all’istituzione che “serviva” ogni giorno, nel modo di trattare i collaboratori, nella modestia e semplicità dell’approccio alle persone (compreso l’uso del bergamasco con gli amici).

Nei 26 anni in cui fui presidente del Collegio sindacale della Banca Popolare di Bergamo (o almeno fin che Banfi fu presente in Consiglio) mi parlava in dialetto, inizialmente (pensando all’epoca di Caravaggio), chiamandomi Ginetto (diminutivo di Gino, ovvero Luigi). «Ma come, – gli dicevo – in Banca d’Italia il direttore generale Lamberto Dini mi chiama Magnifico (era l’epoca in cui ero Rettore della Bocconi) e tu mi chiami Ginetto, e per di più parlandomi in bergamasco». «L’è mia ira» (“non è vero”), mi rispondeva – ovviamente in dialetto.

Debbo dire che a quei tempi l’uso del dialetto in Consiglio non era solo di Banfi: anche altri (non il presidente Emilio Zanetti) lo usavano. Per comprendere quel che si diceva era meglio conoscerlo, anche se non proprio indispensabile.

Tra le figure di quell’epoca ricordo nitidamente in Consiglio, oltre all’avvocato Calvi, il notaio Antonio Parimbelli e l’onnipresente Alfredo Gusmini.

* * *

Il padre Silvio muore nel 1937 quando Pino non ha ancora 13 anni. Un duro colpo, sopportato con forza. Matura precocemente, forse troppo, nel silenzio, nella solitudine. Carattere volitivo e forte, si sente capo famiglia, severo e amoroso.

Rivive l’immagine del padre che gioca a carte al bar della Stazione, I Caferì. Un’immagine che mi è familiare. Anch’io rivedo a Treviglio mio padre in un bar di piazza Crivelli dove gioca a carte con gli amici. È la semplicità dei tempi e dei paesi. Inimmaginabile per chi vive come me a Milano. Ma sono i luoghi o i tempi? Nel 1953 sposa Renata Severgnini nella chiesa arcipretale dei SS. Fermo e Rustico a Caravaggio.

Da ragazzi, forse, soltanto una conoscenza furtiva – duecento metri separano le rispettive abitazioni –, da giovani l’innamoramento. È d’uopo il “Lei”. Lunghe passeggiate fra il piano, i colli, le montagne; il ballo, passione di entrambi, si consuma all’albergo Gallo d’Oro, gestito dal padre della sposa. Renata indossa un abito alla Rossella O’Hara in Via col vento. Pranzo ai Tre Re a pochi passi dal Santuario, numerosi invitati. Sono assenti gli amici di sempre Sergio Donzelli e Tancredi Bianchi: in viaggio di nozze.

* * *

Nel pomeriggio di un sabato d’estate del 1952, la mamma Tognina interrompe all’improvviso il pisolino del figlio: lo attende l’avvocato Gianni Ruffini. Il lunedì successivo è a Bergamo presso la direzione centrale della Banca Popolare di Bergamo.

Nel 1952 muore quasi improvvisamente Luigi Agliardi, banchiere umanista, presidente della Banca e direttore centrale per circa 35 anni. Gli subentrerà Guido Zanetti, che risale al vertice dell’Istituto, retto dal 1933, e che con sensibilità tutta sua aveva lasciato, riconoscente, lo scranno presidenziale al direttore, dimissionario per raggiunti limiti di età.

Prima destinazione di Banfi, a Gazzaniga, il 1° luglio 1952, per un apprendistato professionale che i superiori prospettano breve. Entra in filiale con Il Sole 24 Ore sottobraccio, una consuetudine per lui.

Non è da tutti, però, e desta lo stupore dei colleghi e del direttore. Tre mesi dopo assume la direzione della filiale di Caravaggio: la “stoffa” del giovane funzionario, ventisettenne, è stata testata. Tutto secondo le previsioni.

C’è l’obbligo di risiedere nei locali soprastanti l’agenzia e così avviene, nonostante villa Banfi non sia più di tanto distante. Conosce la città nativa per filo e per segno, i bisogni della sua gente, la volontà di riprendere quelle energie che la guerra aveva umiliato. Crea un ambiente di lavoro confidenziale, rispettoso dei ruoli d’ufficio, decisamente produttivo. Lamenta presso la direzione centrale certe difficoltà sulla competenza territoriale che gli procura la succursale di Treviglio. Ne parla direttamente a Guido Zanetti e Giacomo Bertacchi. Sono dalla sua parte.

* * *

Ho vissuto in larga parte la carriera di Banfi alla Banca Popolare di Bergamo e rammento a grandi linee le varie fasi. Io vi rimasi fino al 3 maggio 2007, cioè per 26 anni, fino a quando non ebbe termine la BPU (Banche Popolari Unite) e avvenne l’incorporazione delle banche bresciane che diede origine all’UBI. Banfi era ormai uscito dal Consiglio.

Quel giorno Emilio Zanetti mi ringraziò del servizio prestato, come presidente del Collegio sindacale per tanti anni, premiandomi con una medaglia d’oro, che conservo tra i miei più cari ricordi. E mi pregò pure di spiegare, considerata la mia competenza specifica, come fosse stato calcolato il rapporto di cambio. Impresa non agevole (non a caso Emilio me lo chiese) perché il premio concesso alle banche bresciane era veramente difficile da spiegare.

* * *

«Il sigillo della vita semplice», il capitolo scritto da Tancredi nel libro di M.A. Romani, Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo, merita di essere interamente letto, come del resto tutto quanto Tancredi ha scritto nelle sue numerose opere. Ne riporto alcuni brani...

Nel settembre del 1939, un mese che se ben ricordo fu molto piovoso, conobbi Pino presso la sua villa di Caravaggio. Invero, io mi ero recato colà per incontrare il fratello Aldo. Le nostre mamme avevano scoperto che saremmo stati compagni di scuola, alla prima media inferiore, presso l’istituto Guglielmo Oberdan di Treviglio; scuola frequentata anche da Pino, di tre anni più anziano di me. Allora i corsi di studio erano di quattro anni per le inferiori e di quattro per le superiori, e Pino stava per giungere al traguardo del primo ciclo.

E mi ricordo che mi invitò a essere compagno di Aldo in senso ampio, tenendolo informato dell’assiduità nello studio, giacché il fratello ripeteva la prima media. Incidente che non gli capitò più in seguito. La mia amicizia con Aldo fu altrettanto solida e affettuosa; in sostanza studiavamo separati da Pino, ma poi giocavamo tutti insieme. E il ragazzo, ormai quasi giovanotto, orfano giovanissimo di padre, rappresentava per noi un riferimento; a scuola era uno dei primi della classe. [...] Ci sposammo a pochi giorni di distanza nel 1953. Le nostre vite correvano parallele di nuovo. Pino stava percorrendo la carriera bancaria; io avevo iniziato la carriera accademica in tecnica bancaria.

Così i temi dei nostri incontri riguardavano spesso le banche. Intuii che la carriera di Pino sarebbe finita con la direzione generale della Banca Popolare. Gli predissi quel traguardo un giorno a Cesenatico. Fu un capo azienda di alte qualità. Conosceva la Banca Popolare come le sue tasche; conosceva tutti i collaboratori e in particolare i capi delle filiali. Mi capitò sovente di viaggiare in automobile con lui, quando ormai il telefono, per chiamare e ricevere dal mezzo, era divenuto un accessorio irrinunciabile. Chiamava in continuazione, si informava e dava consigli, che per vari aspetti erano anche ordini. Scambiavamo opinioni. Così, come io con lui, mi chiese talvolta pareri. Per esempio, quando si trattò di indicare il comune amico di infanzia Luigi Guatri come presidente del Collegio sindacale della Banca. «Ho pensato a Ginetto». Ovvio che lo incoraggiai. O quando si trattava di studiare qualche acquisizione di altra banca. Avessimo potuto decidere solo io e lui, la Banca Provinciale Lombarda sarebbe passata sotto il controllo della Popolare e del Creberg.

Non potrò mai dimenticare, però, quanto mi disse un giorno. Tra di noi si è sempre parlato in dialetto, ma scrivo in italiano. «Vedi Tancredi, io posso lasciare in qualsiasi momento la banca, perché è già pronto chi può sostituirmi». Solo un grande manager può affermare che l’azienda non avrebbe soluzione di continuità nella guida, qualsiasi cosa a lui possa accadere.

* * *

Finita l’opera presso la Banca Popolare di Bergamo, l’ormai anziano Banfi non voleva fare il pensionato. Ma scelse un impegno gravosissimo: la presidenza del Banco di Sicilia (in questo assomiglia a me e a Tancredi, che anche da “vecchi” vogliamo sempre rimanere occupati, sia pure in modi diversi).

Tancredi lo incoraggiò ad accettare; io, al contrario, gli chiesi se non fosse una scelta temeraria. Pino, infatti, non viaggiava da Bergamo a Palermo in aereo, bensì in macchina (ogni volta un viaggio stressante per la nostra età). Oltre a ciò, Palermo e la Sicilia sono, per noi lombardi, luoghi in cui risulta difficile operare.

Ricordavo per me i tempi della So.Fi.S. (Società Finanziaria Siciliana) dove nei primi anni Sessanta ero stato come consulente dei grandi gruppi del Nord (Edison, Fiat, Pirelli ecc.) alle assemblee e per altri fini. Quando raggiunsi col vertice della So.Fi.S. l’accordo per cedere le partecipazioni di minoranza detenute, alle società minoritarie furono rilasciate cambiali con l’avallo della Regione Sicilia: sennonché andarono tutte in protesto e la Regione non pagò mai nulla. Ma i miei clienti, piuttosto che rimanere, furono felici di perdere tutto e mi ringraziarono sempre. Perciò dicevo a Pino: come puoi “lavorare” in questo ambiente?

È morto il 10 agosto 2013 a Bergamo. Aveva 88 anni.

Luigi Chiaraviglio

La duplice laurea di Luigi Chiaraviglio (foto a p. 367) fu uno dei primi casi in Italia di saggia integrazione di competenze professionali. Nel 1946 infatti si laureò “anche” in giurisprudenza acquisendo una duplice, utilissima formazione accademica, economica e giuridica.

Anche per questo il suo notissimo studio professionale, a Milano in largo Augusto 3, era uno degli ancoraggi sicuri della Milano imprenditoriale. E anch’io ho avuto più volte l’occasione di trarne notevoli benefici redigendo, con il suo aiuto, documenti ineccepibili in tempi strettissimi.

* * *

Luigi fu per me, sempre, un amico sicuro, intelligente, preparato, disinteressato. I nostri incontri avvenivano, indifferentemente, in largo Augusto 3 o nella casa che avevamo costruita assieme nel 1962/64, in via Massena 18. I Chiaraviglio erano (e sono) i condomini del terzo piano, i Guatri quelli dell’ottavo: allora come oggi. Il suo profilo mi è stato fornito da suo figlio, l’avvocato Gianmaria Chiaraviglio (Riquadro 3).

Riquadro 3 Profilo di Luigi Chiaraviglio

Nasce a Milano il 1° marzo 1912; la famiglia è di origine piemontese, il padre, Giovanni, è funzionario di banca, la madre è Anna Maria Manusardi, sorella del fondatore dell’omonima banca.

Trascorre la maggior parte dell’età scolare a Voghera, dove la famiglia si è trasferita da che Giovanni è stato designato a reggere la locale filiale della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, ma frequenta l’Istituto tecnico Cattaneo, a Milano, dove si reca in treno quotidianamente.

Conseguito il diploma si iscrive all’Università Bocconi, dove si laurea il 31 ottobre 1933; nel 1934 tenta da privatista di sostenere la maturità classica nella sessione di giugno: gli riuscirà a ottobre essendo stato rimandato in alcune materie; si iscrive a Giurisprudenza.

Lavora presso il Macello Comunale di Milano come addetto all’amministrazione. Presta servizio militare in Africa orientale.

Alla fine degli anni Trenta, ufficiale di complemento di artiglieria, a Piacenza, conosce Angela Negri, che sposa nel 1940: nel 1942, 1946 e 1948 nasceranno tre figli.

Durante la guerra presta servizio in Albania e in Grecia: in Atene occupata viene nominato difensore d’ufficio (pur non avendo conseguito la laurea in Giurisprudenza o, forse, proprio per ciò) nel Tribunale Militare di Guerra composto da ufficiali tedeschi.

L’8 settembre 1943 rimane il più alto in grado presso il Comando dell’Armata italiana; mercé appoggi e conoscenze riesce a cambiare in sterline oro la somma ingente di lire che costituiva la cassa dell’Armata e la distribuisce fra i soldati dicendo loro di cercare di tornare in Italia (per anni, a guerra finita, ogni tanto si faceva vivo qualche soldato che dava conto di quel che aveva speso, e, a volte, consegnava il resto).

Nel settembre 1943, viene fatto prigioniero dai tedeschi e internato nei campi prima di Biala Podlaska (Polonia) poi Wietzendorf (Brema): con lui vi sono il medico del suo reparto, Giuseppe Dones, che non dirà mai ai tedeschi di essere un dottore per poter stare vicino agli internati delle baracche; il dottor Giulini, dottore commercialista, fratello del direttore d’orchestra; lo scrittore Giovanni Guareschi.

Rientra in Italia dopo la fine della guerra, nel giugno 1945.

Consegue la laurea in Giurisprudenza il 25 maggio 1946 e si iscrive all’Ordine degli Avvocati: da quel momento si dedica all’attività di libero professionista incrementando costantemente, nei successivi quarant’anni circa, il livello di prestigio del suo studio.

All’inizio degli anni Sessanta viene designato membro, per l’Italia, della Commission Européen des Experts Contables.

Pubblica numerosi interventi in materia giuscommercialistica e fallimentare e ottiene particolare successo e risonanza con una relazione predisposta per il Congresso di Venezia dei dottori commercialisti nell’anno 1978 intitolata «Le procedure concorsuali previste dalla legislazione vigente e la attuale realtà economica e sociale».

Negli anni Sessanta e Settanta presta la propria opera professionale in numerose vicende al centro dell’attenzione del mondo economico, tra cui: Bastogi, Borletti, Rizzoli, Vallardi, Cotonificio Vallesusa, Mittel, Gruppo Lepetit, Banco Ambrosiano. Assai frequentemente lavora di concerto con due colleghi avvocati Emilio De Longhi e Carlo Majno oltre che con Guido Servegnini, commercialista.

 

Il mio primo incontro con Luigi avvenne, come detto, in sede accademica, alla Bocconi, negli anni Cinquanta: eravamo tutti e due docenti del corso biennale serale per dirigenti d’azienda (antesignano dell’odierna SDA) diretto da Giordano Dell’Amore.

Nel 1954/55 io insegnavo, tra le materie “obbligatorie”, Costi di produzione e di distribuzione al primo anno; Chiaraviglio Responsabilità civili e penali nella direzione d’impresa al secondo anno. Inoltre nel 1973 Furio Cicogna, presidente dell’Università Bocconi, costituì una “commissione dei sostenitori”, che si occupasse dei programmi futuri dell’università, allora in serie difficoltà economiche e ridotta a dipendere, per i propri equilibri di bilancio, dal Gruppo Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Nella commissione entrarono due noti bocconiani: il direttore del Banco di Desio e della Brianza Marcello Veneziani in rappresentanza delle banche private e Luigi Chiaraviglio in rappresentanza del Gruppo Banco Ambrosiano. Io ne ero il presidente. Della commissione facevano parte anche aziende industriali, commerciali, assicurative, enti pubblici e associazioni. Segretario era il direttore amministrativo, Enrico Resti.

La commissione si mise attivamente a studiare i piani per il futuro dell’università ma mi servì, di fatto, soprattutto, per prepararmi a diventare, l’anno successivo, consigliere delegato dell’università. In realtà, il presidente Cicogna non credeva nei piani: «Come si fa, in questo mondo imprevedibile, dove è difficile decidere quello che si fa mese per mese, prevedere un futuro di anni?». Tuttavia, mi lasciava fare...

* * *

Un paio d’anni prima di morire (1975) Giovanni Borghi, col suo “fiuto” straordinario, decise di cercare una combinazione azionaria col suo maggior “terzista”, la grande Philips di Eindhoven (per la quale produceva ogni anno centinaia di migliaia di elettrodomestici bianchi, coi frigoriferi a basso prezzo in prima linea).

Perciò mi incaricò (ero già da alcuni anni suo consulente e suo consigliere d’amministrazione, insieme al professor Giordano Dell’Amore) di iniziare trattative, unitamente a Luigi Chiaraviglio e col supporto di Vittorio Ponti (per noi essenziale), per cedere il 50% della Ignis alla grande multinazionale olandese.

Quando, dopo un’accurata verifica generale (durata varie settimane), arrivò l’offerta, Chiaraviglio e io dovemmo faticare non poco per spiegarne l’accettabilità.

Borghi non voleva saperne e ripeteva: «Ma come, se solo gli impianti valgono di più di questa cifra?». Dovemmo fargli notare: «Già, ma ci sono anche i debiti... E per di più i conti economici sono sempre meno floridi...».

Sudammo le proverbiali sette camicie; e Chiaraviglio seppe anche essere molto duro, nell’interesse del cliente, come egli diceva. Osò perfino accennare all’alea del fallimento. Questo non gli fu mai più perdonato dal suscettibilissimo Borghi (che non sapeva leggere un bilancio). Ma infine accettò la proposta di Philips (e come andò a finire lo vedremo a breve parlando appunto di Giovanni Borghi).

* * *

Per ragioni che non mi sono note (o che, forse, non ricordo) quando il presidente Adolfo Cefis lasciò la guida di Montedison e di Gemina, sostituito dal senatore Giuseppe Medici, Chiaraviglio lasciò la presidenza del collegio sindacale delle due società, non ancora privatizzate. La stessa posizione in Montedison e in Gemina mi fu offerta e io accettai.

In Montedison ero ben conosciuto sin dall’epoca dell’ingegnere Giorgio Valerio, quando la società si chiamava Edison (cioè dai primi anni Sessanta, quindi prima della fusione con Montecatini), soprattutto nel campo delle valutazioni.

Rammento la stima del concambio per la fusione ChâtillonPolymer-Rhodiatoce (uno dei primi casi rilevanti di fusione in Italia) per la costituzione di Montefibre (la grande Châtillon era un conglomerato che comprendeva anche banche, in prima linea il Banco Lariano). Ancora: l’arbitrato per la municipalizzazione (acquisendola dalla Edison) dell’Azienda Gas di Milano (condotto con Luigi Antonelli e Pietro Onida: due grandi, della professione il primo e dell’Accademia il secondo). Quando, durante gli anni Sessanta, con il mio amico Salvatore Sassi diedi una serie di consulenze all’Enel nelle cause per gli indennizzi derivanti dalla nazionalizzazione delle ex società elettriche di tutta Italia, esclusi l’assistenza tecnica contro le società del Gruppo Edison per via dei legami di amicizia con l’avvocato Enrico Pizzi (il quale non poco si dispiacque che il professor Sassi l’avesse preceduto nella richiesta di collaborazione con l’Enel).

Perciò l’Edison e, dal 1966, la Montedison sono stati per me un ambiente familiare.

* * *

Un gravoso impegno è stato per me «L’operazione E. Isolabella e figlio-Cofia-Velvis»: mi occupò dal 1978 al 1982 e rappresentò la “punta massima” del mio rapporto di collaborazione e di amicizia con Luigi Chiaraviglio.

Nel 1978 esplosero, improvvise, gravi difficoltà per la E. Isolabella e figlio, una delle più note aziende di liquori milanesi di quei tempi (possedeva marchi rinomati – come l’Amaro 18, il Mandarinetto ecc. – di livello nazionale e anche internazionale), all’epoca condotta dal bocconiano Guido Isolabella. Della Isolabella mi ero occupato per decenni, a partire dal 1950 (compresa la mia prima presidenza a partire dagli anni Cinquanta).

Fui incaricato di rimettere ordine nell’azienda e mi rivolsi, per gli aspetti legali, al mio grande amico Luigi Chiaraviglio che, con la sua straordinaria esperienza e prontezza, concordò con me i passi più urgenti. Il primo incontro fu addirittura nella sua abitazione di via Massena 18. Egli volle – e ottenne subito – da Guido una lettera-confessione (che doveva soprattutto assicurarci che non ci fossero stati occultati altri fatti negativi).

Raccolta tutta la documentazione, passai quindi le vacanze natalizie 1978/79 ad Arenzano, approntando una documentata (e che risultò poi convincente) domanda d’amministrazione controllata che, con l’accordo pieno di Chiaraviglio, fu presentata al Tribunale di Milano. L’amministrazione controllata passò a vele spiegate e il Tribunale nominò (cosa che non accade sempre) un commissario di alto livello professionale.

Da quel momento cominciò la parte sostanziale del mio intervento: quella che portai a termine in pochi mesi fu un’operazione difficilissima che – a parte le ansie e il lavoro massacrante che mi procurò – annovero tra i miei più importanti successi professionali (al quale associo, di tutto cuore, Luigi Chiaraviglio).

Il problema nasceva infatti dalla necessità di trasformare l’amministrazione controllata in un salvataggio definitivo dell’azienda, passando attraverso un concordato preventivo “garantito”.

Per fare questo occorreva sostanzialmente:

  • disporre di 6-7 miliardi di capitali “freschi”, cioè raccolti da nuovi soci (e immessi in una società cui sarebbe stato apportato lo stabilimento Isolabella, con la maggior parte dei marchi, compreso l’Amaro 18). La nuova società avrebbe poi assunto la denominazione di Cofia-Isolabella SpA;
  • realizzare altri 1-2 miliardi cedendo un marchio “minore”, il Mandarinetto, a una società del settore.

In pochi mesi riuscii a realizzare questo secondo progetto, incontrando per il Mandarinetto l’interesse dell’ILVA di Saronno. Più complesso fu il problema della nuova SpA Cofia-Isolabella destinataria dell’apporto, a prezzi correnti, di tutti i beni (tangibili e intangibili) della vecchia E. Isolabella e figlio: per raccogliere i mezzi necessari, a titolo di capitale, parlai con tre amici, che accettarono in misure diverse e con motivazioni diverse. I tre amici erano:

  • Giuseppe Carminati, industriale e immobiliarista, amico di gioventù a Treviglio, il quale mi disse che l’iniziativa, nella sua ottica, non gli interessava molto, ma vi avrebbe partecipato perché ero io a proporgliela;
  • Ivan Bisson, il grande campione sportivo del basket, genero di Giovanni Borghi (aveva sposato la figlia Midia). Era alla ricerca di iniziative industriali personali, aveva capitali disponibili: ne fu subito interessato e fu l’unico a occuparsene direttamente;
  • il terzo cui pensai fu l’amico comune (mio e di Guido Isolabella) Uberto Visconti. Mi recai ad Atlanta, gli esposi l’operazione. Gli dissi che non potevo garantirgli che fosse «il migliore investimento possibile», ma che tuttavia – se ben condotta – l’operazione poteva essere promettente. Non volle sapere altro; aggiunse che desiderava soprattutto aiutare l’amico Guido.

Nel viaggio Atlanta-New York-Milano ebbi tutto il tempo di riflettere e di abbozzare il piano definitivo: la Cofia-Isolabella era pronta a nascere; e nacque in breve tempo.

* * *

Una questione meno complessa fu quella della Velvis (la Velluti Visconti, marchio di grande qualità, giustamente famoso), che si trovava in difficoltà dopo l’affidamento della direzione all’IFIL (del Gruppo Agnelli). Il piano redatto con l’aiuto determinante di Chiaraviglio (questa volta in qualità di “nostro” consulente) riguardò la redazione di un “piano di uscita” morbido, che si basava su due punti:

  • consentire l’uscita dall’IFIL a “costo zero” (cioè senza ulteriori contribuzioni);
  • cercare un imprenditore interessato a rilevare il 100% di Velvis.

La prima parte del progetto si realizzò in poco tempo. Ho ritrovato nel mio archivio una lettera del 2 marzo 1982 diretta al nuovo consigliere delegato di IFIL, un mio caro amico, il bocconiano Mario Garraffo, con la quale gli trasmettevo la decisione arbitrale assunta da Alberto Bertoni, che definiva nullo il valore della Velvis.

Inoltre, agli inizi del 1982, trovai un possibile interessato al rilievo dell’intera Velvis: lo stesso Ivan Bisson, genero di Borghi, entrato tra i soci di Cofia-Isolabella. Chiaraviglio si batté con intelligenza e determinazione, e condusse il piano alla felice conclusione. Di ciò Uberto e io gli siamo sempre stati grati.

* * *

Un giorno del novembre 1990, mentre rientravo a casa in via Massena 18, vidi un’autoambulanza. Corsi nell’atrio e m’imbattei in una barella della Croce rossa, sulla quale giaceva, con un filo di bava alla bocca, Luigi Chiaraviglio. Era cosciente, ma non poteva parlare... Mi avvicinai, con le lacrime agli occhi, gli toccai la mano e mormorai a fatica: «Torna presto...». Ma non tornò più. Una malattia cardiaca lo aveva stroncato. Morì il 17 novembre 1990. Addio, amico carissimo! Sento, ancora oggi, a distanza di venticinque anni, di doverti molto!

Salvatore Sassi

Salvatore Sassi (foto a p. 368) era un napoletano purosangue che amava la sua città, ma nel contempo “aperto al mondo” e apprezzato in tutto il Paese. Oggi sarebbe, senza dubbio, un personaggio di livello internazionale. Rimase lucido e operoso fino all’estrema età. Quando non si occupò più di economia aziendale, si occupò di storia: lo fece nel corso della vita attiva (con gli studi sulla storia della ragioneria) e da anziano con un ponderoso volume su Alcide De Gasperi (pubblicato postumo nel 2007).

Il 21 giugno di ogni anno, in serata, mi faceva una telefonata: per farmi gli auguri per l’onomastico (san Luigi). Una consuetudine che mi dava una grande gioia. Questo accadde sempre, anche quando al Nord gli auguri per l’onomastico caddero in disuso: neanche i miei figli se ne ricordavano...

* * *

Ho più volte scritto, nel corso della vita, che vedevo negli aziendalisti napoletani un’“oasi felice” nel Sud d’Italia: in essa si formò, a partire dal professor Domenico De Minico, una “scuola” seria e impegnata, che generò risultati e docenti di alto livello, come invece altrove, nel “deserto meridionale”, era molto difficile incontrare. Tra gli allievi di De Minico almeno due, che conobbi bene, erano di altissimo livello: Salvatore Sassi e Domenico Amodeo (che frequentai per molti anni come sindaco di Banca d’Italia).

E da un Maestro come Sassi non potevano che derivare allievi di valore. Ricordo, tra gli altri, Stefano Ecchia, Lucio Fiore, Emilio De Tommasi.

* * *

Ho incontrato per la prima volta Sassi a Napoli nel 1952, quando volli personalmente informarlo che lo avrei sostituito per l’anno accademico 1952/53 come professore incaricato alla cattedra di Tecnica industriale e commerciale a Genova, cattedra cui egli era stato chiamato per l’anno accademico 1951/52, dopo la vittoria nel concorso a cattedra.

Era un gesto di cortesia, che egli apprezzò molto. Io giovanissimo (25 anni!) desideravo informarlo del programma che avrei svolto, anche per raccordarlo al suo (a Genova era l’epoca del grande Aldo Amaduzzi, uno dei migliori allievi di Zappa a Ca’ Foscari).

Iniziò così un rapporto che durò a lungo e ben presto si estese alle nostre famiglie. Mi trattò – pur così giovane – subito da amico e da collega: non volle saperne che gli dessi del Lei né di interferire sul mio programma a Genova.

Gli raccontai dell’esperienza professionale che avevo da poco iniziato nello Studio Antonelli a Milano, circostanza che apprezzò molto. Anch’egli considerava utile, come fece per gran parte della vita (fino ai 70 anni), l’esperienza professionale (che è l’“esperimento” di noi aziendalisti). E in questo campo iniziammo presto una stretta collaborazione.

* * *

Nel 1956 la SIC (Société Industrielle des Compteurs, società francese, con sede principale a Parigi), che possedeva il 100% della SIM (Società Italiana Misuratori SpA), pensò di creare a Napoli una nuova società, la Società Meridionale Contatori SpA, con stabilimento nei pressi dell’aeroporto di Capodichino. Fui invitato ad assumerne la presidenza, che tenni per molti anni.

Sassi ne fu il consulente: interveniva a tutte le assemblee, che si tenevano a Napoli, presso lo stabilimento; manteneva i rapporti con l’Isveimer e con le banche locali, interessate a finanziare l’interessante iniziativa industriale. La sua opera divenne preziosa e i soci francesi mi ringraziarono più volte che l’avessi loro presentato.

Ricordo qualche aspetto curioso di questo rapporto. Le assemblee annuali (o periodiche), sempre convocate presso la sede napoletana, erano fissate per le ore 11. Noi “milanesi”, viaggiando in vagone letto, giungevamo sempre puntuali (ovvero 10 o 15 minuti prima dell’ora fissata). Lo stesso valeva per i francesi. Il professor Sassi giungeva tranquillamente verso le 12/12.30, come fosse la cosa più naturale. Un po’ alla volta tutti si abituarono; così che il ritardo (che a Milano avrebbe stupito tutti) divenne “normalità”. Poi, verso le 14/14.30, si andava tutti a pranzo in uno dei locali caratteristici della città, nei pressi di Castel dell’Ovo; e l’Hotel Vesuvio divenne il nostro albergo.

Ma per le sue grandi capacità tutto gli veniva perdonato. In quegli anni il bocconiano Carlo Dessy era socio e consigliere delegato di una società di rilievo, la Dumont SpA, produttrice di televisori. Un giorno mi chiese di incontrare Sassi, della cui consulenza aveva bisogno, e ci invitò nella sua villa a Posillipo. Qui parlammo a lungo; e di ciò Dessy mi fu sempre grato: gli avevo presentato, mi disse, il «più grande esperto finanziario di Napoli».

* * *

Scrive il figlio Adolfo, nella premessa al libro del padre (pubblicato postumo) Alcide De Gasperi e il periodo asburgico:

Nel 1962, in coincidenza con la costituzione dell’Enel, viene nominato amministratore provvisorio di tutte le aziende elettriche del Gruppo SME, con il compito di curarne il trasferimento al predetto ente di Stato, per il quale curerà, in prosieguo di tempo, ancora una volta in veste di amministratore provvisorio, anche gli adempimenti amministrativi connessi con la successiva nazionalizzazione delle attività elettriche dell’Ente Autonomo Volturno.

Il rapporto professionale con l’Enel proseguirà poi, per circa un ventennio, fino al momento della cessazione dell’attività professionale di Salvatore Sassi, con le prestazioni di consulenza da Lui rese in relazione al contenzioso instauratosi con le imprese elettriche nazionalizzate.

Chiamato proprio da Salvatore Sassi, partecipai attivamente al quasi ventennio del contenzioso delle aziende elettriche nazionalizzate. Fui consulente tecnico per l’Enel in molte cause (esclusa quella riguardante Edison, visto che avevo con l’azienda precedenti rapporti professionali, che m’avrebbero potuto mettere in difficoltà). Ricordo bene quando Enrico Pizzi, capo dell’ufficio legale e Segretario del consiglio, mi chiamò per propormi quanto Sassi già mi aveva chiesto di fare e che io avevo accettato. L’avvocato Pizzi si dolse molto; ma gli dissi che «era arrivato in ritardo». Cominciarono in tal modo i viaggi, sempre più frequenti, a Roma, miei e dei miei collaboratori (tra i quali mio fratello Beppe e il ragioniere Francesco Comotti), per discutere, spesso alla presenza dello stesso Sassi, di ogni singola società; e si prendevano le decisioni.

Ci dovemmo occupare di quasi tutte le società nazionalizzate (esclusa la Edison e le sue controllate).

All’epoca di Sassi, la facoltà di Economia di Napoli era un piccolo edificio in via Partenope, dove era l’Istituto di Tecnica Bancaria diretto da Salvatore Sassi, ch’egli da piazza San Pasquale – dove abitava – poteva tranquillamente raggiungere, con una breve passeggiata in uno scenario incantevole (lo stesso che si “godeva” anche dall’edificio di via Partenope).

* * *

A Napoli fui alcune volte – con altri colleghi milanesi – nel 1987 per perizie valutative delle importanti partecipazioni del Banco di Napoli. Qui incontrammo il professor Ferdinando Ventriglia, mio coetaneo, all’epoca direttore generale. Ventriglia aveva alle spalle, dopo un iniziale periodo da giovane assistente di Economia politica (alla facoltà di via Partenope), una lunga permanenza a Roma (al Banco di Roma, in Banca d’Italia) al Ministero del Tesoro, con quel singolare e per certi versi “grande” professore che fu Giuseppe Palomba (che pure conobbi bene).

Quando entravamo al Banco di Napoli al “Rettifilo” (via Roma) bastava dicessimo all’usciere: «Abbiamo appuntamento col professore!» e tutti scattavano e solennemente venivamo accompagnati all’ufficio del direttore generale, dove eravamo ricevuti con grande garbo dalla segretaria, che subito ci annunciava.

È bene ricordare che il Banco di Napoli aveva partecipazioni in vari campi e per importi ingenti: anche se espressi in lire appaiono, ancor oggi, di tutto rispetto. Tra le principali: Isveimer al 44,8%; IMI al 4,3%; Sem, l’editrice del giornale Il Mattino, al 100%; la FIME, Finanziaria Meridionale, al 67%; Banca d’Italia al 6,33% (il Banco di Napoli, prima dell’Unità d’Italia, era una banca di emissione!); Istituto Enciclopedia Italiana al 20%; BN Factoring al 100% ecc. ecc. (il valore totale delle partecipazioni fu stabilito in 5.892 miliardi di lire; e la quota del Banco in 1.063 miliardi).

Fin che fu possibile, cercai di approfittare di quegli sporadici viaggi a Napoli per salutare l’amico Salvatore Sassi, che da tempo si era però estraniato dal mondo professionale: con grande piacere lo trovavo sempre lucido, quasi giovanile, amico affezionato.

* * *

L’ultimo viaggio a Napoli risale al 2009 per il convegno annuale dell’AIDEA (Associazione Italiana degli Aziendalisti). Mi ci recai con mia figlia Fiorella; naturalmente prendemmo posto all’Hotel Vesuvio. Ma ormai Salvatore Sassi non c’era più. Per la prima volta vidi il grande palazzo dell’Università Federico II: mi piacque molto meno della facoltà di via Partenope.

Quella volta venne a prenderci all’Hotel Vesuvio un altro studioso napoletano pure di grande livello: Lucio Sicca, diventato dopo l’epoca Sassi la riprova – per me – che Napoli rimaneva sempre una validissima «isola nel deserto del Sud»[13]. In quella occasione lessi queste poche righe, che certo sarebbero piaciute a Salvatore Sassi:

Illustri amici accademici,

considero un onore, che accetto di tutto cuore, la nomina a socio onorario dell’Accademia Italiana di Economia Aziendale. L’Economia aziendale, fin da quando nel 1949 entrai nel corpo docente della Bocconi come assistente “effettivo” di Gino Zappa, è stata la “stella polare” della mia vita. Questa Accademia è oggi il riferimento più importante per difendere la nostra storia e le nostre radici culturali. Esse anche in tempi di “internazionalizzazione” non debbono mai essere dimenticate; poiché perdere le proprie “radici” equivale a perdere la propria “anima”. Ma voi, cari colleghi, certamente quest’ultima la difenderete strenuamente!

* * *

Aveva solo 31 anni Salvatore Sassi quando, nel 1940, scrisse un libro, dal titolo Il sistema dei rischi d’impresa, che riscosse, nel mondo aziendalista di quei tempi, apprezzamenti presto diffusi in tutto il Paese. Un libro che ottenne, anche all’Università Bocconi, vaste adesioni dagli aziendalisti dell’epoca zappiana.

L’opera fu pubblicata dalla casa editrice Vallardi (Milano, 1940) nella collana dei Commercialisti nell’economia corporativa (ossia all’inizio della guerra, quando eravamo ancora in epoca fascista: una collocazione temporale che non influenzò minimamente il lavoro di Sassi).

Quest’opera porterà l’autore – dopo il periodo bellico e il successivo quinquennio durante il quale i concorsi furono sospesi – alla conquista della cattedra. Trovo, non senza stupirmi, nell’ultimo brano, sottolineato il concetto di “approssimazione” nelle stime aziendali: concetto che si affermerà, con forza, solo 50-60 anni più tardi.

Per chiudere possiamo ricordare un’altra opera del professore partenopeo La vita di una banca attraverso i suoi bilanci. Il Banco di Roma dal 1980 al 1993 – che ebbe notevole eco. Sulla rivista bocconiana Finanza Marketing e Produzione, all’epoca da me diretta, scrissi nel 1986 una recensione di questo pregevolissimo lavoro esprimendo il mio più vivo apprezzamento.

Alfonso Garagiola

Alfonso Garagiola (foto a p. 368), con le sue cure attente e intelligenti, ha protratto la vita di mia moglie Lina di decenni. Quando, per le ripetute trasfusioni (in una primaria clinica milanese!), Lina contrasse l’epatite in forma grave (cosiddetta C1), trovò un rimedio che, almeno all’epoca, muoveva i primi passi: con l’interferone le protrasse la vita per decenni, restituendola gradualmente a una vita “normale”.

Di ciò Lina e io, con tutti i nostri figli, gli serbiamo una riconoscenza imperitura. Garagiola aveva verso di Lei una grande pazienza; passava ore e ore al suo letto per ascoltare attento i suoi racconti, le descrizioni dei malanni (in parte veri, in parte immaginari, forse): la confortava, la convinceva su come curarsi ecc.

Quando nel 1964 ci trasferimmo da via Sismondi 6 a via Massena 18, Lina andò disperatamente alla ricerca di un “medico di famiglia” affidabile. Una cortese amica le suggerì di “provare” col dottor Alfonso Garagiola avvertendo peraltro che era ricercatissimo (e da “vecchia” cliente si diede da fare per convincerlo: ottenne il risultato desiderato e di ciò le saremo sempre grati).

Alfonso Garagiola fu per tutti noi un medico impareggiabile. Anch’io, sempre indaffarato (qualche volta all’eccesso), mi recavo periodicamente nel suo studio di via Sanzio 35, dove mi visitava meticolosamente: quando serviva l’intervento di uno specialista (dal cardiologo al dermatologo, all’urologo, al chirurgo...) mi indirizzava a medici di alta capacità (e nel contempo non esosi: fu anche sempre attento a questo aspetto). Facevo il suo nome: mi ricevevano subito e mi seguivano con grande attenzione.

Alfonso Garagiola è stato il medico di tutta la famiglia: ha conosciuto uno per uno i miei figli e per tutti mi ha dato (e ha dato loro) consigli. Qualche volta mi rimproverava garbatamente di essere, verso taluni di loro, troppo... prodigo. «Sta bene aiutarli, ma non in tali misure: devono capire che occorre impegnarsi... Essere così indulgente è eccessivo...».

A lui confidavo tutti i miei problemi: di me conosceva tutto, nel bene e nel male.

* * *

Con Alfonso Garagiola abbiamo effettivamente avuto in comune una (oggi sempre più rara) condizione: una sola moglie per tutta la vita. Per lui, Marisa Pirocchi, una milanese, ma che visse la giovinezza a Nese, in provincia di Bergamo; per me, Lina Fusa, una veneta di Vicenza. La sola differenza importante è però che Lina mi ha lasciato... morendo prima di me.

Garagiola sposò per amore la sua Marisa. Ricordo quanto fosse felice il giorno in cui presentammo, alla libreria dell’Università Bocconi in via Sarfatti, il bellissimo libro di Marisa, A mio figlio Federico. Era felice per il luogo scelto e per le brevi parole con le quali presentai il libro, che ancor oggi giudico di alto livello artistico e di grande interesse umano. Se lo avessi saputo per tempo, l’avremmo certo pubblicato con Egea, la casa editrice della Bocconi.

Non solo è dolcissima, tenera, commovente, ma, da vera scrittrice qual è, Marisa Garagiola Pirocchi ha scritto pagine di altissimo livello. In un certo senso, riprendono il discorso di A mio figlio Federico (Riquadro 4), che chiude con le parole: «Il giorno dopo sono andata a sposarmi». Eccone un saggio da «Alfonso dottore»:

In tempo di guerra, quando a causa dello sfollamento abitava a Como in una piccola villa con giardino e pollaio, ed era studente di medicina, non potendo ancora fare nulla per alleviare i mali degli umani – che naturalmente non si fidavano di lui – si sfogava con le galline (della cui fine si doveva incaricare prima che fossero messe in padella) e per non farle soffrire, le anestetizzava con l’etere, così poteva esercitare una funzione che avesse almeno una qualche attinenza con la sua futura professione.

Suo padre che era un farmacista convinto, in un momento in cui la voglia di divertirsi che si ha a diciotto anni stava prevalendo sulla voglia di studiare, aveva minacciato suo figlio esortandolo, se non si fosse impegnato di più, a cambiare facoltà e iscriversi a Farmacia, una laurea di meno studio e sicuramente più remunerativa in tempi brevi.

Lui, che aveva sempre detto, fin da ragazzino, che da grande avrebbe fatto “il dottore”, aveva preso questa “lavata di testa” come un’offesa gravissima da parte di suo padre, che sembrava voler distorcere i suoi sogni futuri verso una professione ben diversa da quella che lui aveva in mente. Comunque la “lavata di testa” deve essere stata salutare.

Tornato a Milano, dove abitava con i suoi genitori in piazza Wagner e laureatosi, aveva cominciato subito, con quella frenesia che metteva in ogni cosa che voleva ottenere, a cercare di fare il medico; trovato uno studio in via Lazzaretto, l’aveva preso in affitto per un anno, senza minimamente pensare all’ubicazione dello stesso e sulla porta aveva apposto un cartello:

Dott. ALFONSO GARAGIOLA

Medico chirurgo Orario di ricevimento:

8.30-12.30 14-19.30

 

Nonostante la generosissima disponibilità, quasi nessuno si presentava in quell’ambulatorio tanto che lui aveva pensato di pregare alcune sue parenti che abitavano in zona di occupare almeno per qualche ora la sala d’attesa altrimenti deserta e quelle, ben felici, vi venivano ogni giorno a sferruzzare e a chiacchierare piacevolmente. Ma clienti niente.

Quella era una zona densa di popolazione già accudita dai moltissimi medici che vi abitavano da anni; lui comunque si è sempre vantato di non essere mai più stato lasciato da quei pochissimi – da contarsi su una mano – che ha continuato per anni a visitare a casa loro anche se per fare questo doveva attraversare tutta la città.

Nel frattempo però era diventato il dottore del cuore delle amiche delle amiche delle amiche della sua mamma, alcune delle quali teneramente e rispettosamente lo chiamavano el dutur de piasa Wagner” (con la “gn” pronunciata all’italiana), un appellativo del quale ha sempre sorriso compiaciuto, come di un imprimatur popolare, ma significativo.

L’esperienza negativa di via Lazzaretto aveva insegnato che bisognava rivolgersi a una zona in espansione, anche se meno prestigiosa.

Il prestigio a lui non interessava, gli interessava fare il dottore”!

E, prima in via delle Viole e poi in via Inganni, ha cominciato a farlo sul serio, quando gli si presentavano patologie di tutti i tipi e di tutte le gravità, comprese quelle che esigevano la sua presenza solo perché avevano litigato marito e moglie e non si sapeva come risolvere il problema.

Quelli sono stati gli anni in cui si è fatto una grande esperienza “sul campo”. Di ogni “caso” che gli si presentava, lui se ne faceva carico totalmente; per risolverlo era disposto a riprendere i libri in mano al fine di riempire le lacune che gli studi universitari non avevano colmato, non senza consultare gli specialisti del caso dei quali affermava di avere approfittato sempre per carpirne “conoscenza” a piene mani.

Allora, quando la gente pensava agli ospedali come a dei lazzaretti dove, entrando, si poteva solo languire senza speranza e quando la gente non aveva soldi sufficienti per pagarsi una clinica privata, lui si prendeva spesso la responsabilità di curare “a casa” malattie gravi come gli infarti, le epatiti o altro, non tanto per eccessivo spirito missionario, ma proprio perché se ne sentiva capace.

Fare il medico di famiglia, quello era il suo orgoglio. Mai avrebbe voluto fare lo specialista, lo riteneva un lavoro troppo routinario per lui, troppo specifico, addirittura noioso... Diceva sempre: curare sempre occhi o nasi o pance o ossa... gli avrebbe impedito di indagare le persone nella loro affascinante complessità, come lui voleva fare.

In quel periodo la Topolino era stata il suo strumento di lavoro per gli spostamenti, sostituita dopo un certo tempo dalla 600 bicolore (!). Quando io l’ho conosciuto lui possedeva la 600 bicolore e con quella mi ha accompagnata una sera per presentarmi ai suoi genitori. La sua mamma si era messa in vedetta dietro i vetri della finestra del primo piano della loro casa per vedere in anticipo la futura nuora e quando ha visto scendere dalla 600 bicolore una stangona vergognosamente truccata, coi capelli ossigenati, i tacchi a spillo e un abito assolutamente inadeguato, si è messa le mani nei capelli e disperata ha chiamato in soccorso suo marito, che d’altra parte non avrebbe potuto cambiare le cose, dicendogli «O Signur, per Carità... ven chi a vedè, Ovidio... ven chi a vedè...». Per fortuna la 600 bicolore aveva gli stessi colori, ma non era quella di suo figlio.

Noi ci siamo conosciuti durante una gita con amici per andare a fare il bagno sul lago di Garda.

Lui stava su un materassino gonfiabile mentre io e la mia amica F. cercavamo di esibire le nostre abilità natatorie. Dopo un po’, visto che lui era sempre a galleggiare spavaldamente un po’ più al largo, ho detto alla mia amica «Quello deve saper nuotare benissimo; forse non si vuole immergere perché non ci vuole umiliare». Invece lui non sapeva nuotare per niente e se il materassino si fosse rovesciato sarebbero stati guai seri.

Dopo tre mesi ci siamo sposati (io gli ho insegnato a nuotare e lui mi ha insegnato a sciare) e siamo andati ad abitare in via Raffaello Sanzio e lì ha trasferito, a piano terra, il suo studio che sarebbe stato quello definitivo.

Io lavoravo alla Ormonoterapia Richter (una consociata della Lepetit) presso la direzione tecnica e l’ho fatto con molto piacere e soddisfazione fino a quando sono nati i nostri gemelli; a quel punto ho smesso senza rimpianti e ho fatto la mamma a tempo pieno.

Questa nascita straordinaria e assolutamente inattesa aveva suscitato grande sorpresa e compiacimento tra tutti i suoi pazienti che ne venivano a conoscenza, molti dei quali, mi diceva lui ridendo, esprimevano entusiasmo a un punto tale come se lo apprezzassero ancora di più come medico, visto che era stato capace di fare due figli in una volta sola!

Quando è nato Federico, il nostro terzo figlio, la casa di via Sanzio era diventata troppo piccola e ci siamo trasferiti in affitto in via Pallavicino, una strana casa, piena di fascino e di trabocchetti, senza scala di accesso – raggiungibile per alcuni anni solo con un vecchio montacarichi – (adatta unicamente per una matta come me, anzi per due matti come noi perché, dopo parecchie reticenze iniziali, anche lui l’ha amata molto) e l’abbiamo abitata per più di trent’anni.

Quella casa ha visto scorrere la nostra vita costellata di tanti eventi, dolci, amari, grandi, piccoli e piccolissimi, ha visto i Natali, le riunioni di famiglia, le feste e i lutti, le torte di compleanno e le malattie, le novantanove candeline per mia suocera della cui longevità suo figlio si vantava sempre giustamente e orgogliosamente... e ha visto me perennemente in “atteggiamento di attesa”... attesa di lui che “non arrivava mai”.

Se dopo cena dovevamo uscire con gli amici, lui rientrando in ritardo, afferrava due fette di prosciutto dal piatto di portata, se le mangiava in piedi in fretta e furia e poi, per non perdere altro tempo, la tazzina del caffè, che si beveva con me in ascensore, la lasciava su una mensola dell’atrio a piano terra, come un segnale per dimostrare la sua impossibilità a rispettare orari più confacenti, nonostante la buona volontà e senza minimamente preoccuparsi dello stupore o della disapprovazione dei condomini. Evitare un gesto solo perché sarebbe stato contrario al conformismo della gente, quello non lo avrebbe fatto mai. Quello era il suo stile.

Se quella casa, durante tutti quegli anni, è sempre stata animata da una quantità di persone, parenti, amici, conoscenti e pazienti lo si deve al fatto che quella era “la casa del dottore”, dove a lui si riconosceva quel certo carisma che andava anche oltre la sua professionalità ma che proprio a causa della sua professionalità si era meritato.

Nel 1998 abbiamo acquistato l’appartamento di via Rasori. Alfonso, durante la sua vita, aveva spesso ripetuto di non temere la morte, quasi che questa affermazione dovesse diventare il coronamento della sua vita umana e professionale e lo ha dimostrato quando, dopo avere appreso il responso della risonanza magnetica che lo condannava inesorabilmente, prima di comunicarlo a me e ai miei figli, ha tenuto per sé la notizia per più di una settimana perché non voleva turbare l’atmosfera gioiosa di quei giorni in cui avevamo presso di noi i nostri nipotini.

Da noi ha preteso solo che non ne facessimo una tragedia e non facessimo di lui una vittima. Una cosa che non sopportava era di essere compassionato.

Si è occupato, con il chirurgo e gli specialisti, di organizzare l’intervento che avrebbe dovuto subire, volendone conoscere minuziosamente in anticipo tutti i particolari, come se il suo tumore cerebrale non fosse stato il suo ma quello di un altro; in seguito ha accettato di sottoporsi alla radioterapia ma ha rifiutato risolutamente la chemioterapia perché la sua esperienza “dettava” che sarebbe stata inutile per il suo caso.

Quando è tornato dall’ospedale, sentendo che la sua lucidità gliene dava ancora modo, ha ripreso a vedere i suoi pazienti e lo ha fatto fino a quando lui stesso ha deciso che “era ora” di smettere.

E di diventare lui stesso “paziente”.

Non voglio parlare di mio marito dal punto di vista professionale, ma voglio dire ciò che più di tutto io apprezzavo in lui: la sua continua ricerca per scoprire quel nesso che doveva esistere, diciamo così, tra corpo e anima dei suoi pazienti come se, per curarne il corpo, dovesse prima catturarne l’anima.

Per quanto riguarda me, sono effettivamente nata a Milano dove mio padre, che era primo cugino – “cugino povero” – dell’allora senatore Antonio Pesenti gestiva la sede milanese della società Italcementi. Ho però trascorso lunghi periodi della mia infanzia e della mia adolescenza presso i miei nonni materni a Nese – mio nonno vi dirigeva un cotonificio della società Valle Ticino e, in seguito, lo sfollamento e tutte le mie successive vacanze di ragazza nella villa “la Cardea” (perduta più tardi per dolorose vicende familiari) che era stata acquistata dopo la morte di mio nonno, sempre a Nese.

Inoltre, mio padre era nato in Abruzzo per combinazione, ma era bergamasco per parte di madre.

A Bergamo ho tuttora molti parenti con cui intrattengo festosi e affettuosi rapporti e quando mi reco da loro, nonostante lo stravolgimento avvenuto in tanti anni, mi torna la nostalgia della mia terra bergamasca, del profumo delle sue colline e la cosiddetta gorga del dialetto che ancora si sente nel loro italiano di oggi, mi commuove profondamente.

Per tutto questo, mi va benissimo che mi si chiami una “bergamasca di Nese” anche se sarebbe più appropriato una “milanese di Nese”. Per quanto riguarda i miei figli, Alberto ha scelto di studiare Medicina con gran gioia di suo padre (che addirittura avrebbe voluto altri “tre dottori” in famiglia). Andrea ha fatto Architettura, è sposato e ha due figli maschi. Federico non è sposato e vive tuttora con me.

Quali siano stati i rapporti con il loro papà, mi piacerebbe farlo dire a loro, non sta a me dirlo. Certamente, quando lui si è ammalato, il loro affetto si è materializzato nel dargli cura, attenzione, presenza, delicatezza e tutto quanto si può dare, come meglio non avrebbero potuto; questo sì posso dirlo.

* * *

Riquadro 4 Da A mio figlio Federico

(...) Ma, si sa, ero la prima figlia e la prima nipote. La nonna lo diceva sempre mi ghe voeuri un gran ben a tut i me neudt, ma a la mia Marisin... e poi si perdeva con lo sguardo in una specie di lontana, inaccessibile beatitudine, che io quando la guardavo mi sentivo anch’io come in una nuvola di madreperla. Lei dichiarava la sua preferenza apertamente, senza il minimo ritegno, quasi come un vanto; tanto, chi la conosceva bene sapeva che il suo cuore era pieno d’amore e del suo amore ce n’era per tutti, senza misure, né grandi né piccole.

Anch’io l’ho amata immensamente e quando sono stata più grande e lei ha cominciato a invecchiare, ho pregato Dio che ce la lasciasse il più a lungo possibile, prima per me, poi per i miei figli e poi per tutti quelli che sarebbero venuti dopo di loro. Sognarmela eterna avrei voluto! Io, i primi anni della mia vita li ho vissuti più a Nese che a Milano perché la mia nonna era felicissima di tenermi, prima me e la mia balia e poi me da sola. (p. 5) (...) La nonna lo diceva sempre «l’importante è fare il proprio dovere» e io lo facevo, non solo perché lo diceva lei, ma proprio perché me ne ero fatta una mia convinzione personale. Mi sembrava che, per legge naturale, ogni cosa dovesse essere conquistata con uno sforzo e mi pareva anche giusto. Per questo studiavo con impegno, perché quello era il mio dovere. Anche se certi esami non mi interessavano minimamente organica, farmaceutica I, farmaceutica II, bromatologia... cose che facevo una fatica a mettermi in testa, tutte quelle formule assurde... tutti quei CH3 che andavano da tutte le parti, che volavano via dalla mia testa come moscerini, tutte quelle reazioni stupide e inutili – chissà poi se anche i professori le sapevano? Forse no, infatti poi non te le chiedevano mai, ma tu però dovevi saperle lo stesso. La farmaceutica non era proprio il mio interesse, primario, né secondario, né terziario... io pensavo a “realizzare la mia personalità”, a leggere, a chiacchierare con le amiche, a imparare tutto quello che potevo e tutto quello che non potevo; volevo mettere le mani e il cervello insieme: la maglia, il ricamo, la sartoria e aggiustare il ferro da stiro – non ci riuscivo quasi mai – e rifare gli abat jour della famiglia. (p. 152)

(...) E dalla finestra socchiusa venivano delle ventate leggere di aria tiepida... era primavera... come un soffio sottile e sfumato che portava il profumo dei tigli di via Benedetto Marcello; un profumo che ti entrava nelle narici e ti invadeva tutta l’anima. Profumo di decotto di tiglio, quello che mi faceva la nonna quando ero piccola. Lo faceva così bene, denso, biondo, scuro, con dentro una cucchiaiata di miele filante. (p. 153)

(...) Il Giorgetto non era poi quel gran tipo che sembrava e per di più fuori corso tutti e due da un bel po’. Quando lui ha cominciato a venire a casa mia a preparare gli esami, sua madre deve aver pensato che io volessi accalappiarlo (“accalappiare un marito” era ritenuto allora il fine primario di utte le ragazze per bene) e questo doveva essere perché io ero una povera diavola al loro confronto, anche se abitavo in una bella casa... ma poi, quando ha visto che gli esami gli andavano bene e alla fine è anche riuscito a laurearsi, allora mi ha fatto una telefonata storica e mi ha detto «Signorina, Giorgio le deve la laurea». A quel punto lì, forse non le sarebbe neanche spiaciuto tanto che io lo accalappiassi, ma io non ci pensavo proprio.

Anche la mia mamma che ci vedeva sempre insieme per gli esami e all’università, un giorno, forse solo per sondare il terreno, mi ha detto «Magari, quando sposerai il Giorgio...» ma io le ho risposto subito precipitosamente «Ma io non voglio mica sposarlo, veh!». Al momento lei è sembrata delusa, ma poi è tornata serena. Credo che il Giorgetto non piacesse molto neanche a lei. Io sognavo l’amore e aspettavo un uomo di ben altra levatura. (pp. 154-155) (...) Non parliamo poi del mio impatto con l’Università! Istituti sparpagliati per tutta la città: le chimiche da una parte, al capolinea del tram, Farmacologia in centro, in un vecchissimo palazzo pieno di antri oscuri e nel punto più oscuro dell’antro stava piazzato l’unico microscopio a disposizione dei circa quattrocento che eravamo. Quando riuscivi a metterci l’occhio per un secondo, era già tanto. Molti avevano un microscopio a casa loro, si portavano a casa le polveri e le studiavano là. Io non avevo nessun microscopio e le polveri le ho solo potute immaginare. Per fortuna avevo molta fantasia. Prima di orientarti ci mettevi tre mesi e sempre con la paura di quelli che ti volevano fare il papiro, che naturalmente erano anche quelli di sesso maschile. La segreteria era da un’altra parte ancora; quella la conoscevo perché ci ero andata a iscrivermi. (p. 156)

(...) Improvvisamente sono scoppiata a piangere. Non piangevo da quando era morto il papà. Piangevo come se fossi disperata per qualche grande dolore, con i singhiozzi che si accavallavano e mi toglievano il fiato, con le lacrime che non riuscivo a frenare e mi bagnavano le mani e il vestito... io stessa non sapevo perché piangevo e mi disperavo maggiormente perché non mi potevo spiegare. Avrei voluto dire che certamente piangevo di felicità, ma non potevo perché solo il pensiero mi commuoveva ancora di più. Avevo paura che la mamma si preoccupasse, che pensasse male, che fossi pentita, che avrei cambiato idea... volevo dirle che no, che io ero felicissima... e cercavo di calmarmi senza riuscirci. Invece lei, con il suo sublime intuito, aveva capito prima di me perché piangevo. Senza dire niente, si è seduta sulla poltrona, mi ha steso una mano e con l’altra si batteva su una gamba per invitarmi. Io ho lasciato che mi prendesse la mia e mi sono seduta sulle sue ginocchia, sempre piangendo. Lei mi ha circondata con le sue braccia. Lei non diceva niente. Io piangevo sempre. Lei non diceva niente, un po’ mi batteva dolcemente sul dorso e un po’ mi accarezzava. Io ho pianto tutte le mie lacrime, a lungo, a lungo, per tanto tempo, non so più quanto... non avevo parole... ero diventata piccola come quando lei mi cullava... La nonna era di là. Certamente aveva sentito tutto, ma non si era mossa. Il giorno dopo sono andata a sposarmi. (pp. 173-174)

 

Il 2007/08 è stato per Alfonso Garagiola l’annus horribilis. Agli inizi di quell’anno, mentre camminava, cadde due volte a terra. Può succedere a tutti ma il figlio Alberto, per il modo in cui era accaduto, ebbe dei dubbi e gli chiese di sottoporsi a esami.

Il massimo esperto in materia era il professor Orso Bugiani (primario dell’Istituto di Neurologia “Carlo Besta” a Milano), genovese di origine. Al termine della visita fu costretto a emettere la diagnosi peggiore: si trattava di un cancro alla testa. Decise subito per un intervento che appariva disperato e che, purtroppo, risultò inutile: si trattava di una delle forme peggiori e irrimediabili! La sopravvivenza, di solito, poteva essere di un anno o poco più.

In quel periodo Alfonso mostrò la sua fibra d’acciaio. Non lasciò mai il suo posto di lavoro (il suo studio, i suoi pazienti); continuò a lavorare come se nulla fosse.

Quando, in quel periodo, mi recavo in via Sanzio 35 (dove lo vedevo ancora con la cicatrice nella testa), mi rattristavo profondamente. Ma anch’io stavo al gioco: mi comportavo... come se nulla fosse. Si parlava solo dei miei (modesti) malanni, mai del suo (gravissimo).

Meglio di quanto potrei fare io racconta della dolorosa fine di Alfonso il figlio Alberto, anch’egli medico, che ha diagnosticato per primo il male del padre e che poi ha seguito da vicino l’evolversi della malattia:

Nel luglio 2007, proprio mentre si festeggiava il suo compleanno con parenti e amici nella casa di Agra, venne colpito da una crisi di debolezza posturale che agli accertamenti successivi si rivelò una malattia a prognosi infausta.

Dopo aver superato l’intervento chirurgico con postumi di lieve menomazione visiva e motoria, volle ancora riprendere a fare alcune visite che portò a termine con fatica ma con lucidità e coerenza. Intorno a novembre/dicembre 2007 volle effettuare una sorta di passaggio di consegne nei miei confronti rianalizzando insieme alcuni tra i casi che conosceva meglio e che aveva seguito quasi esclusivamente fino a quel periodo. Tra gli altri anche il percorso clinico dei coniugi Guatri. Nei successivi mesi di malattia, durante il 2008, volle sempre tenersi informato sulle vicende dei suoi pazienti e nonostante il progredire dei suoi disturbi che gli provocavano notevole ottundimento riuscì ad accogliere le notizie con estrema lucidità, dimostrando anche di essere sempre focalizzato sui “suoi casi” di cui ricordava con straordinaria precisione moltissimi elementi.

Per papà l’amore per il suo lavoro era così forte che riuscì a darmi qualche consiglio anche nelle fasi avanzate della malattia per la quale volle essere informato di tutto. Anche nei primi periodi subito dopo essere stato operato e durante le ultime apparizioni che fece allo studio, raccontò sempre a tutti con grande dignità quali erano le sue prospettive, senza scoraggiarsi minimamente.

Ho vaghi ma intensi ricordi delle descrizioni sentite (allora non ero ancora nato) a proposito dei primi ambulatori di Alfonso giovane medico, nelle realtà della medicina di famiglia verso la fine degli anni Cinquanta; a quei tempi ogni sanitario che esercitava la medicina generale, e non aveva incarichi specialistici, doveva occuparsi veramente di un po’ di tutto.

Per inciso: nella formazione professionale post-laurea, Alfonso aveva acquisito anche le specialità in malattie del sangue e ricambio (oggi chiamate ematologia ed endocrinologia) e in malattie dell’apparato digerente (oggi gastroenterologia) che all’epoca si potevano ottenere contemporaneamente. Lo scibile medico di allora era assai limitato in confronto a quello contemporaneo.

Non esistendo a quell’epoca una rete assistenziale per le emergenze (pronto soccorso) e mancando una vera rete ambulatoriale per la specialistica, il medico di famiglia doveva far fronte a ogni problema, basandosi quasi solo sulle sue conoscenze, ed era spesso spinto ad affrontare problematiche cliniche o azioni di intervento medico (medicazioni, suture, steccature per fratture non complicate, tamponamenti per emorragie, drenaggi di ascessi) in modo quasi pionieristico.

In certi casi l’agire del medico dipendeva in parte da conoscenze dirette teoriche o acquisite sul campo e in parte da un modo di operare legato alla necessità e urgenza del caso ed era in qualche modo quasi empirico.

Il lavoro di Alfonso cominciò proprio a contatto con realtà difficili, in ambulatori periferici e in quartieri popolari ove il livello di istruzione mediamente basso non facilitava certamente l’iter clinicodiagnostico. All’epoca non vi era una vera e propria cartella clinica e non esisteva ancora il concetto di prevenzione, per cui l’attività assistenziale era volta quasi solo a risolvere i problemi emergenti.

Tuttavia ricordo che papà mi raccontava che fin dai primi tempi era solito annotare e tenere un archivio scritto sui trattamenti o eventi positivi del lavoro o anche di contatti collegiali secondo lui validi e istruttivi. Dopo alcuni ambulatori periferici tenuti per poco tempo, il primo ambulatorio che raggiunse un certo avviamento fu quello in via Inganni ove, in pochi anni, egli accumulò un pacchetto numeroso di assistiti che gli avrebbe garantito una posizione lavorativa solida e con prospettive altamente probabili di ulteriore crescita professionale e di fiducia nel rapporto con i pazienti, che gli dimostravano sempre maggiore attaccamento.

In quel periodo dei primi anni Sessanta, con la nascita mia e di mio fratello Andrea (gemelli) e quindi del terzo figlio Federico, le responsabilità del sostegno familiare diventavano importanti; tuttavia Alfonso ebbe il coraggio di dare una svolta rischiosa, anche se ben calcolata, alla sua vita professionale. Fece rilevare lo studio da un collega fidato (suo stretto amico da sempre nonché compagno di studi superiori e universitari) e lasciò via Inganni per trasferirsi in via Sanzio 35 e ricominciare “da zero assistiti” (si intende proprio così poiché nella nuova sede non subentrava ad alcun collega).

Poiché spesso la fortuna aiuta gli audaci, Alfonso ebbe il conforto di veder arrivare al suo studio, in relativamente poco tempo, un flusso notevole di pazienti che lo avevano conosciuto durante un periodo di assistenza come medico fiduciario dei dipendenti Pirelli; inoltre fu anche raggiunto da alcuni volonterosi assistiti della zona precedente che, anche se abitavano lontani, erano disposti a sobbarcarsi anche un bel viaggetto pur di ritrovare un medico che era diventato per loro un punto di riferimento.

Bisogna ricordare che il periodo tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta rappresentò, per la medicina generale, un momento di transizione assai rilevante grazie alla formazione delle prime strutture di pronto soccorso, all’organizzazione di divisioni specialistiche ospedaliere sempre più differenziate, alla comparsa del servizio assistenziale della guardia medica per i festivi: eventi tutti che incisero, di riflesso, sul lavoro del medico di famiglia.

Ricordo che quando ero piccolo papà era spesso chiamato in piena notte (con il risveglio anche della famiglia) con una frequenza di una, due uscite per settimana, senza possibilità di recupero il giorno seguente. O che, quando si partiva per i week-end, bisognava sempre tornare presto con gran dispiacere di mia mamma, poiché papà poteva essere chiamato a espletare lavoro assistenziale anche nei giorni festivi.

In una zona più centrale e con una popolazione in espansione (numerosi palazzi del quartiere nascevano o erano appena stati costruiti nel quartiere di via Frua), papà cominciò un percorso lavorativo di ulteriore crescita professionale e umana, che grazie a un non comune spirito di iniziativa personale e a un’infaticabile attività documentativa lo portò a estendere sempre di più il gruppo di assistiti e di conoscenze.

Ho molti ricordi di come papà “osava” contattare gli specialisti, direttamente a casa o in ospedale, per avere chiarimenti e stabilire relazioni professionali e collegiali nell’ottica di un’assistenza sempre più aderente ai bisogni dei pazienti o alle problematiche diagnostiche anche difficili e non alla sua portata.

Attraverso questo minuzioso lavoro di contatti e di relazioni, spesso recandosi direttamente in ospedale o in clinica, aveva la possibilità di apprendere moltissimo e di farsi accettare per successivi contatti. Altro aspetto che voglio sottolineare era l’enorme esperienza che Alfonso si era costruito grazie alla sua costante e metodologica attenzione alla semeiologia clinica (ossia la parte riguardante l’obiettività e gli aspetti pratici della visita del paziente), un po’ per necessità agli inizi della professione quasi priva degli ausili diagnostici e laboratoristici, ma anche per costanza applicativa mantenuta per lungo corso. Alcune di queste manovre papà le praticò assiduamente e con sempre maggiore sicurezza durante tutta la sua vita professionale durata ben 54 anni (era nato nel 1926 e si era laureato a 26 anni nel 1952 o 1953). Quando ero agli ultimi anni del liceo (fine anni Settanta) rammento che aveva eseguito qualche volta a malati affetti da tumore una manovra, la toracentesi (ossia l’aspirazione di liquido dal cavo pleurico pungendo la parete toracica), che oggi viene fatta solo in ospedale, da personale esperto e con le manovre di asepsi. Ma erano altri tempi! Oggi nessun medico di famiglia mette più un catetere vescicale eppure Alfonso aveva la mano anche in quello!

Un insegnamento molto valido che mi trasmise quando studiavo medicina e vedevo le prime immagini radiologiche fu: «Ricordati che si guarda sempre prima la lastra e poi il referto». Questa forma sistematica di “doppio controllo” dopo quello del radiologo gli fu propizia in almeno due casi che ricordo, per i quali l’indagine era stata interpretata come non patologica dallo specialista radiologo pur avendo invece un quadro sottostante prognosticamente rilevante.

Parallelamente al paziente accumulo di esperienza clinica, papà ebbe modo, attraverso la consultazione diretta ed epistolare con gli specialisti, di accrescere sempre più il patrimonio di conoscenze teoriche (non di rado venendo a conoscere alcuni trattamenti innovativi o alcune tecniche diagnostiche proprio nelle fasi più precoci della loro diffusione e applicazione estensiva). Grazie alla sua scrupolosità e puntigliosità nella raccolta delle indagini anamnestiche esercitò anche come medico fiduciario delle Assicurazioni Generali per un quindicennio, fino agli inizi degli anni Novanta, occupandosi di effettuare le visite per idoneità lavorativa. Nel tempo Alfonso riuscì ad avvicinarsi a diversi e numerosi “grandi specialisti” con i quali il consulto, effettuato con la presentazione diretta del caso e i quesiti relativi, evitava aspetti dispersivi e inconcludenti. La passione per il suo lavoro lo spinse a frequentare regolarmente incontri di aggiornamento serali anche prima che divenissero obbligatori per legge e pure in vacanza era solito portarsi le “sue pagine” di approfondimento medico.

Alfonso voleva così bene ai suoi pazienti che era sempre disposto a seguirli a domicilio o in ospedale o anche nei posti di vacanza! Quando venne meno l’incarico come medico di famiglia per i raggiunti limiti di età (70 anni), continuò a esercitare infaticabilmente l’attività di medico dicendo che avrebbe lavorato fino a 80 anni e poi avrebbe smesso (ma nessuno gli ha mai creduto). Infatti, anche dopo il mio subentro, arrivava allo studio negli orari più diversi e ritrovando i suoi assistiti di una volta incrociava battute e distribuiva commenti rassicuranti a tutti.

Alfonso aveva sempre goduto di buona salute e raggiunto un’età considerevole senza disturbi importanti, forse aiutato anche da un aspetto costituzionale non comune vista la longevità dei fratelli e di sua madre, che era morta a quasi 100 anni. Fino alla primavera del 2007 giocava ancora a tennis con gli amici, sport che, iniziato molto tardi, aveva praticato con costanza per quarant’anni una o due volte alla settimana e che per lui era un diversivo irrinunciabile nonostante le levatacce per recarsi sul campo alle 7,30!

* * *

Nel dicembre 2007, sentendo ormai prossima la fine (in questo caso: quanto... è duro essere medici e capire esattamente ciò che sta accadendo!), il dottor Garagiola convocò prima me e poi, separatamente, mia moglie nello studio di via Sanzio. Ci sedemmo di fronte a lui e al figlio Alberto. Sul tavolo pose le annotazioni di decenni, che elencavano e spiegavano le nostre magagne storiche. Le spiegò dettagliatamente, chiedendoci talvolta precisazioni (o fornendone lui stesso): consegnò il tutto ad Alberto, che da quel momento sarebbe divenuto il nostro medico.

A me, separatamente, confidò: «Per Alberto sarà facile continuare con lei; meno facile sarà con sua moglie» (sottointendeva: Ella non troverà più nessuno disposto a passare ore e ore al suo letto per ascoltarla!). L’episodio delle “consegne” è l’emblema della forza, del coraggio, della dedizione alla professione medica: quanti altri l’avrebbero fatto?

La stessa considerazione fu fatta e me la esternò più volte – dal professor Orso Bugiani, il suo medico curante nell’annus horribilis, quando ebbe frequenti incontri con me e con mia moglie (quest’ultima si era presa cura delle sorti del figlio di una sfortunata collaboratrice domestica, colpito da una grave forma epilettica).

Alfonso Garagiola mancò venerdì 25 ottobre 2008 nella casa di via Rasori, tra il cordoglio generale. Il 28 ottobre del 2008 si tennero nella chiesa di Santa Maria Segreta in piazza Tommaseo a Milano le sue esequie. In quell’occasione il parroco officiante pronunciò un’omelia toccante. Prendendo spunto dalla parabola del buon samaritano che «seppe farsi prossimo per soccorrere il viandante ferito», definì Alfonso Garagiola un medico “popolare” del rione, sempre disposto ad aiutare il prossimo in difficoltà e senza mezzi.

Quando gli segnalavo qualche persona in ristrettezze che aveva bisogno di cure – ha testimoniato il parroco – il medico Garagiola non esitava a dirmi: me lo mandi allo studio (oppure: passerò io a vederlo...): s’intende gratuitamente.

Ho cercato più volte di avere il testo dell’omelia (avremmo potuto riprodurla con le altre testimonianze), ma il parroco l’aveva pronunciata “a braccio” e non ne aveva il testo scritto. Tuttavia le sue parole sono nel cuore di tutti i presenti, come la commozione vivissima che suscitò e che è rimasta nei miei più cari ricordi.

Giovanni Ferrero

Con Giovanni (per gli amici: Gianni) Ferrero (foto a p. 368), abbiamo fino a un certo punto percorso due vite parallele: egli torinese purosangue, io milanese purosangue. Del nostro periodo insieme a Parma ho già parlato nel quarto capitolo. Qui invece presento due documenti: una tabella che evidenzia una serie di curiose analogie fra la mia attività nelle università e la sua (particolarmente evidenti nel periodo tra la fine degli anni Quaranta e la fine degli anni Ottanta) e un riquadro che riassume la vita accademica del mio amico Gianni Ferrero tratto dallo scritto di L. Puddu nel libro Ricordando Giovanni Ferrero del 2009.

Tabella 1 I “parallelismi”

 

Riquadro 5 La vita accademica di Giovanni Ferrero

- 22 giugno 1926: nasce a Poirino, in provincia di Torino;

- 26 novembre 1948: si laurea in Economia e Commercio avendo come relatore il professor Pietro Onida;

- anno accademico 1948/49: svolge le funzioni di assistente volontario alla cattedra di Ragioneria generale applicata;

- nel novembre 1962 è chiamato a coprire la II Cattedra di Ragioneria dellUniversità di Parma dove, con decorrenza dal 1° novembre 1963, è nominato professore straordinario di Ragioneria;

- il 1° novembre 1965 è chiamato allUniversità degli Studi di Torino, facoltà di Economia e Commercio;

- dal 1971 al 1976 è preside della facoltà di Economia e Commercio di Torino;

- dal 1983 al 1986 è membro del CUN;

- 14 novembre 1992: muore a Torino.

 

Gianni, colpito da un primo infarto agli inizi degli anni Settanta, si riprese abbastanza bene, tanto da durare senza grossi problemi per una decina d’anni ancora. Ma un secondo e più severo insulto ne stronca la fibra il 14 novembre 1992. Il cordoglio è generale e tocca profondamente non solo gli amici, ma tutta l’Accademia italiana.

* * *

Nel settembre 1993, in occasione del convegno dell’AIDEA (Associazione Italiana degli Economisti d’Azienda), mi recai – in qualità di presidente della “Commissione Premi” – a Torino per conferirgli in memoriam il premio della Fondazione Gallioli.

Quell’estate del 1993 non stavo bene. Ma non potevo mancare a Torino, al convegno, per ricordare Giovanni Ferrero. Poiché non ero in grado di affrontare un trasferimento in auto, organizzai un viaggio che si rivelò alla fine anche un’avventura. Noleggiai da Genova (aeroporto Colombo, a pochi chilometri da Arenzano) un aereo privato e, accompagnato dalla fidata Anna Gigante, atterrai in 15 minuti all’aeroporto di Torino Caselle. Mi presentai all’assemblea AIDEA e consegnai – con un breve discorso che rivelava tutte le mie difficoltà – il premio al figlio Fabrizio, che mi ringraziò commosso.

Chiusa la cerimonia, ripartimmo subito da Caselle per Genova.

Ma qui si era scatenata una bufera di vento (non rara in Liguria) e l’atterraggio divenne avventuroso. Il comandante dell’aereo era dubbioso, ma io insistetti per l’atterraggio: che alla fine – dopo che per una decina di minuti eravamo stati, come un fuscello nell’aria, sbattuti da ogni parte – riuscì bene. Scesi da quell’aereo pallido, affaticato, ma nel contempo felice: ero riuscito a portare il mio ricordo all’amico Gianni!

* * *

Ho sentito molte volte Gianni pronunciare frasi come queste: «Siamo perfettamente d’accordo su tutto» (l’allusione era ai concetti fondamentali dell’economia aziendale); «le nostre idee si sposano perfettamente» ecc. ecc. In realtà, se fossimo andati a fondo, ciò non avrebbe corrisposto al vero. Ma non mi sentivo di dirgli chiaramente che su alcune idee basilari non eravamo affatto d’accordo: eppure non ce lo dicemmo mai esplicitamente, la nostra amicizia prevaleva su tutto (erano i nostri scritti a parlare per noi, e talvolta dicevano addirittura il contrario).

Faccio un esempio per tutti: il libro che Ferrero dedica nel 1967 alle valutazioni d’impresa. L’opera mette in luce, pur con i vincoli e le titubanze che i maestri dell’economia aziendale all’epoca suggerivano (tra i quali il suo Maestro, Pietro Onida), l’intento di iniziare un discorso di quantificazione. Ma non ho mai pienamente compreso se questa impostazione dipendesse da vero convincimento o, piuttosto, dal desiderio di non disconoscere i miei primi tentativi di approfondire questo tema (espressi nel mio libretto sull’avviamento), tanto profondo era il sentimento di stima e di amicizia che ci legava. Riguardo al tema del tasso e della necessaria distinzione tra tasso senza rischio e maggiorazioni per i rischi, Ferrero afferma che la tesi è

validamente sostenuta con il rigore che distingue coloro i quali, con lodevole tenacia, tentano la via della “quantificazione” nell’ambito delle ricerche aziendali, ormai mature per varcare i confini della tradizionale “analisi descrittiva” pura e semplice.

Come si nota, da ogni tentativo di “quantificazione”, secondo lo spirito prevalente all’epoca, si prendono... cautelativamente le distanze (bisogna evitare, a ogni costo... l’orrore di una qualsiasi formula!). Infatti il mio amico sottolinea subito dopo che «la scelta si basa su mere convenzioni». Ferrero scrisse su questo specifico argomento:

L’accennato procedimento, del resto poiché tende a configurare un “modello quantitativo” di determinazione del saggio di capitalizzazione – non può che riflettere il carattere analitico della valutazione non soltanto del rischio d’impresa, ma anche del saggio in base al quale si perviene al calcolo del “valor capitale” dei redditi presunti futuri. Sennonché, la valutazione analitica di questo saggio implica la scomposizione in parti costitutive dell’unitario rischio di impresa di per se stesso concettualmente suscettibile soltanto di osservazione globale: ed è appunto in questo “frantumare” ciò che per sua natura è inscindibile che si deve ricercare l’origine del rilevato carattere convenzionale del procedimento in oggetto.

D’altro lato, la valutazione globale del rischio d’impresa qualunque sia lo scopo che orienta la valutazione medesima non è neanch’essa immune dalla arbitraria ipotesi che rendono convenzionali i corrispondenti computi; e nemmeno può prescindere dall’analisi tendente a considerare – se non “quantificare” – le diverse circostanze di manifestazione del rischio che incombe sul sistematico processo di produzione per il mercato.

Tutto ciò è in linea con l’idea-base che la valutazione del “capitale economico” sia una pura astrazione, cioè qualcosa di non fattibile nella pratica. Infatti:

Da queste considerazioni deriva che il capitale economico d’impresa – come valore logicamente derivabile dalla capitalizzazione economica del flusso di redditi connesso alla dinamica futura – non è suscettibile di coerente determinazione se non in astratto.

Così concepito, il valore economico del capitale d’impresa è certamente, nel suo assoluto teorico, una configurazione ideale lontana dalla pratica operante.

In conclusione: se la stima del capitale economico è una pura astrazione, che cosa mai può fare la “pratica”, che deve definire delle grandezze? A questa domanda non si può dare, sul piano puramente descrittivo, alcuna risposta.

* * *

Ho tentato più volte, in questi ultimi decenni, di spiegare i nostri comportamenti, diversi (anche se solo in parte) nei confronti dei nostri due Maestri.

  • Pietro Onida è praticamente contemporaneo di Giovanni Ferrero (tenuto conto della diversa durata della loro vita): il primo nasce in provincia di Sassari nel 1902 e muore nel 1982; il secondo nasce in provincia di Torino nel 1926 e muore nel 1992. L’uno e l’altro furono espressione di gran parte del Novecento;
  • Gino Zappa, il mio Maestro, nasce a Milano nel 1879; nel 1951, diventato cieco, si ritira a Venezia e non esce più dalla sua casa sul Canal Grande, dove qualche volta andai a fargli visita per una decina d’anni; io nasco in provincia di Milano nel 1927 e mi laureo con lui nel 1949, divenendone per due anni assistente effettivo in Bocconi.

Sia Onida sia Zappa (Maestro che egli ha sempre onorato) furono sempre refrattari a formule e “modelli” (cioè alle impostazioni “quantitative”) che dilagavano nel mondo: sia Il reddito d’impresa (scritto negli anni Venti) sia il testo fondamentale di Onida L’economia d’azienda (1960) sono privi di qualsiasi notazione quantitativa, sono cioè “descrittivi” per scelta.

Ferrero, che ha al fianco il suo Maestro («che fu sempre refrattario a rotture traumatiche»), lo seguì con piena convinzione su questa strada.

Io, che ho perso presto il mio Maestro e che credo a fondo che la scienza possa progredire solo con l’innovazione (portando avanti e anche, se del caso, contraddicendo le tesi dei Maestri, pur riconoscendone sempre la grandezza), non ho remore a incamminarmi verso “il nuovo”.

* * *

Pellegrino Capaldo fu uno dei grandi amici di Ferrero. Lo dimostra, se ce ne fosse la necessità, la commossa commemorazione che si svolse a Torino il 22 settembre 2007, a quindici anni dalla scomparsa.

Conobbi Gianni all’inizio del 1961. Il Professor Onida aveva appena lasciato Torino per Roma (il 1° novembre 1960); io, laureato da poco, mi accingevo a fare il concorso per assistente ordinario. Gianni veniva spesso a Roma per parlare con il suo maestro al quale era molto legato. E poi in quel periodo era sotto concorso per ordinario, un concorso che nell’opinione di tutti lo avrebbe visto sicuro vincitore. Ricordo ancora il primo incontro con lui. Eravamo all’Istituto di piazza Borghese.

Quel palazzetto di Piazza Borghese a Roma lo ricordo anch’io: era la vecchia sede della facoltà di Economia e Commercio. Ed è uno dei ricordi sgraditi della mia vita. Fui nominato commissario per la libera docenza di una strana materia (Tecnica delle ricerche di mercato) voluta all’epoca dal “potente” professor Antonio Renzi. Con il quale io ero membro (credo voluto dallo stesso Renzi) della commissione di cui faceva parte anche il grande statistico Pierpaolo Luzzatto-Fegiz. La contesa, all’epoca, era tra aziendalisti (che volevano la materia come propria) e gli statistici (che erano dell’opinione contraria). Quanti viaggi tra Milano e Roma per una contesa... senza senso: infatti, la materia esigeva entrambi i punti di vista. Ma Renzi non sentiva ragioni: voleva a tutti i costi che solo gli aziendalisti (meritevoli o meno poco importava) ottenessero il riconoscimento; che, al contrario, agli statistici andava negato (meritevoli o meno) a ogni costo. Un modo singolare di fare giustizia.

Io, appena trentacinquenne, mi trovavo nel mezzo della singolare contesa e qualche volta – quando a mio avviso ne era il caso – sostenevo l’aziendalista di turno: Renzi si compiaceva e sia alla partenza di quel giorno sia al ritorno successivo a Roma mi faceva accompagnare alla stazione in macchina dall’autista.

Quando, al contrario, colpito dai ragionamenti del grande Luzzatto-Fegiz, mostravo comprensione per lo statistico di turno, lasciava che chiamassi un taxi (e lo stesso al ritorno per la seduta successiva).

Ma torniamo a Pellegrino Capaldo, che redasse scritti interessanti sull’amico Ferrero: ho scelto alcuni brani dai suoi lucidi interventi:

Qual è la connotazione del lavoro scientifico di Ferrero? Secondo me è quella, per così dire, del conservatore illuminato che si muove nel solco della tradizione ma è attento al “nuovo”, senza essere filoneista, e ricusa il “vecchio” solo dopo averlo passato al setaccio ed essersi reso conto che non ha più nulla da dare. E così il conservatore illuminato finisce, spesso, per innovare più di tanti dichiarati progressisti. Ferrero si è mosso con grande intelligenza nel solco della tradizione; ha lavorato su molte idee-guida, su molti concetti base della nostra disciplina e li ha affinati, li ha torniti, puntualizzati, precisati.

Concordo pienamente con Pellegrino Capaldo. Che poche pagine più in là prosegue dicendo:

Ferrero è stato un vero maestro. Lo dimostra il rimpianto e l’affetto dei suoi allievi a distanza di 15 anni dalla sua scomparsa. L’affetto era ricambiato. Gianni mi parlava spesso dei suoi allievi. Li conosceva in profondità, conosceva di tutti le inclinazioni e le attitudini. Sicché accadeva che, parlando di possibili temi di ricerca, egli indicava i suoi diversi allievi che avrebbero potuto studiarli. Come tutti i veri maestri non imponeva ma consigliava, suggeriva.

Dei molti allievi di Ferrero, desidero menzionarne uno, Flavio Dezzani, che ha fatto molto per la Ragioneria, facendo onore al Maestro. Ricordo tra i suoi lavori, tutti di alto livello e spesso rivolti al mondo operativo (anche da ciò il loro successo editoriale), il recente manuale sugli IAS-IRFS. Con le sue 2.700 pagine Dezzani ha messo alla portata di tutti (consulenti, commercialisti, manager, amministratori di società ecc.) una materia ardua e lontana dalla nostra cultura. Di ciò gli va reso merito.

Prosegue Capaldo:

Ferrero era maestro anche in un altro senso. Era molto attento alle sorti dei nostri studi. Si doleva, a volte, che i posti messi a concorso fossero tanti: ciò che agevolava comportamenti non commendevoli e permetteva che persone non meritevoli ottenessero la cattedra. Ricordava con orgoglio quando, a metà degli anni Sessanta, fu membro della commissione giudicatrice di un concorso per una materia specialistica. Egli era convinto che nessuno dei candidati fosse meritevole e propose di chiudere il concorso senza vincitori. Inizialmente trovò l’ostilità di tutti ma poi, con le sue profonde e pacate argomentazioni, convinse tutti e l’esito fu quello da lui voluto.

Questo episodio lo ricordo molto bene, poiché ero uno dei membri di quella commissione (che, come si disse, “mandò la terna in bianco”). Colui che Ferrero più faticò a convincere fui proprio io. Mi trovavo, infatti, in una posizione ben più difficile della sua e degli altri: avevo un ottimo candidato, seppure non specialista di quella strana materia (che non aveva alcuno “specialista”): il mio candidato, ottimo studioso di ragioneria, era Luigi Selleri (allievo di Masini, che poco più avanti vinse il concorso di ragioneria).

Mi convinse, infine, l’idea che si dovesse dare una dimostrazione di severità, poiché nel nostro Paese il lassismo stava sempre più prendendo piede. Ma fu una goccia nel mare: era impossibile combattere contro le “trame” di commissari sempre più proclivi a quei “comportamenti non commendevoli”.

Con l’ausilio di Sergio Vaccà combattemmo (anche col ricorso a relazioni di minoranza) una battaglia disperata. Alla fine vista l’inutilità dei nostri sforzi abbandonammo.

Ma il peggio doveva ancora venire: con le promozioni ope legis, con l’abbandono della classica “terna”, coi concorsi a base locale ecc. ecc. E il decadimento continua ancora oggi. Quando – mi chiedo – ci si deciderà a tornare seri e a discutere solo di merito?

Carlo Dessy

Prima di raccontare di Carlo Dessy (foto a p. 368), delle sue irrequietezze e delle molte svolte che impresse al suo modo di affrontare la vita, devo fare una premessa: Carlo lasciò nei libri che scrisse ampie testimonianze delle sue vicende personali, spesso interessanti. Tratteggiare sia pure sinteticamente il suo personaggio diventa facilissimo citando ovvero “saccheggiando” i suoi scritti. Cosa che io farò puntualmente.

L’ultima volta lo vidi a Santo Domingo isola nella quale soggiornava vari mesi all’anno –, era allegro, vispo come sempre, in calzoncini rossi: pur con i suoi quasi 84 anni (era nato a Napoli nel 1923) stava benissimo ed era diretto alla spiaggia di Las Minitas per fare una passeggiata. Eravamo a fine gennaio 2007 e io mi preparavo a tornare a Milano: era passato a salutarmi.

Ai primi di febbraio mi giunse a Milano, dai figli, la notizia dolorosa: era improvvisamente defunto. Circa quindici giorni dopo, con mia moglie Lina, ci recammo per dargli l’ultimo saluto nella chiesa parrocchiale di Arenzano, cittadina nella quale si era stabilito quando aveva cessato il lavoro attivo.

Povero Carlo – si diceva con Lina – doveva proprio accadergli a Santo Domingo! Non avrei mai supposto che, meno di quattro anni dopo, una sventura simile dovesse accadere anche a mia moglie (anche lei dopo quattro mesi avrebbe compiuto gli 84 anni).

* * *

Carlo Dessy nacque a Napoli nel 1923. Il padre Renato, che era un alto dirigente del Credito Italiano, vi rimase fino al 1928, prima di trasferirsi, come direttore, alla sede di Genova e quindi, sempre come direttore, a quella di Milano. Fu così che Carlo abitò a Milano (in via Pagano 38), ove nel 1938 si iscrisse alla Bocconi, laureandosi il 1° luglio 1946, al ritorno dalla guerra (come moltissimi altri nati nel 1923). Pur senza conoscerci, ci incrociammo in Bocconi, dove mi ero iscritto nel 1945. A Genova, dunque, rimase fino ai 15 anni: perciò la considerava la sua “città di adozione”, la città della sua adolescenza. E infatti scrive in Qualcosa rimane sempre:

A quindici anni si è nel pieno dell’adolescenza e in taluni casi, come nel mio, si è già adulti. La giovinezza non la conosco perché mi è stata rubata dalla guerra. Il periodo di formazione del mio carattere, e in buona parte della mia personalità, s’identifica con quello passato a Genova. In questa città ho trascorso anni meravigliosi ed esperienze indimenticabili.

A Genova, con tutta la famiglia (padre, madre, una sorella e tre fratelli), visse in via privata Ausonia 7, sulle pendici di una collina che si affaccia sul centro città, alle quali si arriva da via Bertani.

* * *

Nel 1942, quando il nostro Paese era in guerra e molti insegnanti erano al fronte, egli ebbe la prima esperienza di docente:

Nel 1942 l’Istituto tecnico Mosè Bianchi di Monza rimase senza professore di ragioneria e computisteria. Il Provveditorato si rivolse all’Università Bocconi perché segnalasse uno studente, libero da obblighi militari, in grado di ricoprire il ruolo. Fu fatto il mio nome essendo io due anni avanti negli studi, non avevo ancora diciannove anni.

(...) Il lunedì mattina giunsi puntuale. Per essere a Monza a quell’ora mi svegliai alle cinque e mezzo. Presi la “Circonvallazione” fino a Porta Venezia, e quindi una specie di trenino che veniva chiamato “gamba di legno” per la sua lentezza.

(...) Un giorno Castoldi, un giovanottone biondo del quarto corso, giocatore di hockey, alzò la mano. Avuta l’autorizzazione a parlare, disse: «Scusi, professore, Lei è per caso parente del giocatore di pallacanestro?».

Compresi subito che aveva formulato una domanda di cui conosceva già la risposta. «Sono io», risposi. I ragazzi si guardarono in segno d’intesa. Da allora, il lunedì venivano a scuola con la Gazzetta dello Sport in mano, e commentavano con me i risultati del basket e della domenica.

* * *

Lascio ancora il racconto della discussione della tesi di laurea (luglio 1946) allo stesso protagonista:

Seduta di laurea; il corpo accademico era seduto a tavoli disposti a ferro di cavallo. Al centro, una scrivania per me. Dietro studenti e persone che assistevano.

Compresi subito che il mio relatore non aveva neanche aperto il fascicolo. Eppure quell’anno alla Bocconi si laurearono solo un’ottantina di studenti, e ogni professore non aveva più di tre o quattro tesi da discutere.

Mi furono rivolte poche domande. Poi i presenti, me compreso, furono invitati a uscire dall’aula. Attesi molto tempo, oltre mezz’ora. Sentivo le voci concitate dei docenti che discutevano. Pensai che qualcuno volesse la pubblicazione della tesi, che veniva concessa, oltre alla lode, ai più meritevoli.

Finalmente fui chiamato. Dopo le frasi di rito mi fu detto: «Noi la nominiamo dottore in scienze economiche e commerciali con punti 110 su 110».

Ma non gli bastava. Carlo, conscio degli ottimi risultati raggiunti lungo l’intero corso di studi, si attendeva per lo meno la lode. Non si arrese e dopo un attimo, certo dei suoi diritti e deciso a difenderli (anche perché attribuiva la mancanza della lode a supposti motivi politici), rispose:

Lorsignori sanno benissimo che le votazioni ottenute nei vari esami legittimano l’aspettativa di laurea con lode. Rinuncio pertanto alla nomina. Chiedo di ritirarmi e ripetere la tesi con il professor Zappa.

Una pausa permise di consultare le norme relative a questo punto e giunse l’interpretazione del regolamento:

è previsto che uno studente possa ritirarsi agli esami. Nulla è detto per la tesi. Perciò Lei è obbligato ad accettare la votazione assegnatale.

Carlo Dessy fu dunque “costretto” a laurearsi. Quando ho letto di questo episodio nel libro di Carlo gli ho chiesto, mostrando tutta la mia meraviglia: «Perché di questo fatto, molto grave, non mi hai detto nulla per quasi trent’anni e lo scrivi solo oggi? Non sarà la tua fantasia di scrittore ad accentuare il fatto?». Mi rispose: «No, è andata proprio così; ma solo scrivendo del passato certi fatti tornano alla memoria».

Ho compiuto alcune verifiche che confermano pienamente (anche se, a quell’epoca, le lodi erano una o due all’anno e non centinaia, come oggi) che Dessy aveva voti altissimi: 29,04 su 30 come media delle materie scientifiche, una media generale (dunque comprese le lingue) di 28,76 e 4 lodi. Ve n’era più che a sufficienza per attribuirgli la tanto sospirata lode.

Perciò, quando nella primavera del 1996 presentammo il libro del mio amico Carlo in un’aula dell’Università Bocconi, cercai di rasserenarlo. Al termine degli interventi, chiesi al pubblico: «Vogliamo porre rimedio alla carenza di quarant’anni orsono? Conferiamo a Carlo Dessy la lode che ha ben meritato?». L’aula applaudì.

* * *

Le pagine del libro Napoli punto e a capo, che racconta la sua vita attiva a Napoli, dove prima fu commerciante e (soprattutto) industriale, contiene pagine di altissimo sentimento dedicate alla moglie Liana: un matrimonio durato 33 anni (1948/81), allietato da tre figli (Francesca, Alberto e Gabriella).

Qualche giorno dopo la laurea raggiunsi la mia famiglia, che era a Chiavari in villeggiatura.

Nel gruppo di amici ritrovai una ragazza che conoscevo da circa otto anni. Si chiamava Liana. Amica di mia sorella, era laureata in lingue e letterature straniere. Mi resi conto di non aver mai apprezzato abbastanza le sue qualità intellettuali e fisiche.

Due anni dopo ci sposammo. Il nostro matrimonio è durato trentatré anni, dopo i quali si è sciolto non per nostra volontà. Durante la cerimonia nuziale il sacerdote aveva detto: «finché morte non vi separi...». La morte ci ha separati. Sono sicuro che Liana mi sta aspettando in un’altra dimensione, nella quale non vi sono orologi, né calendari, né stagioni, né età. Dove non esistono il tempo e il disfacimento. Dove tutti, prima o poi, ci ritroveremo.

Liana fu il suo vero punto di riferimento nella vita, gli fu sempre al fianco; con la sua dolcezza sapeva, nel caso, consigliarlo e controllarlo nelle sue esuberanze (e, in anni difficili, anche nelle inevitabili difficoltà). La ricordo ancora, con infinita tristezza, nella mia casa di via del Quadrifoglio nella Pineta di Arenzano: con mia moglie Lina era diventata anche grande amica.

* * *

Come ho già raccontato nel quarto capitolo, fu durante l’amministrazione controllata della Elettrodomestici Salamini di Parma, di cui per un anno fui commissario giudiziale (1967/68), che incontrai per la prima volta Carlo Dessy. Carlo da consigliere delegato dell’azienda di televisori napoletana (la Dumont) aveva – secondo quanto spesso accadeva all’epoca – scambiate con Salamini tratte emesse su clienti, senza corrispondenti vendite, per rendere possibile lo sconto bancario. Da lì lo scontro con il mio assistente di allora Michele Burnengo.

In anni seguenti, durante le mie visite periodiche a Napoli presso la Società Contatori Meridionale controllata dalla francese SIC, Société Internationale des Compteurs, vedevo regolarmente Salvatore Sassi che ne era consulente. Dessy mi chiese di farglielo incontrare: gli interessava una presentazione presso l’Isveimer e il Banco di Napoli.

Dessy ci ricevette nella bellissima casa di Posillipo, davanti alla quale si spalancava l’intero golfo di Napoli, con il Vesuvio incombente. Parlammo a lungo e il nostro ospite si adoperò – come sapeva fare, con assoluta correttezza – per agevolare la Dumont (che peraltro era una delle “glorie” dell’industria locale).

Più tardi, con mio fratello Beppe e Francesco Comotti, si fecero studi e ricerche sui bilanci della Dumont per assicurare altri contatti con banche milanesi. Cercammo, insomma, di aiutarlo: e di questo mi fu sempre grato.

Ricorro come al solito ai suo scritti per raccontare quanto avvenne:

Nei primi mesi del 1963 il proprietario dell’industria straniera di cui avevamo l’esclusiva per il Mezzogiorno mi invitò a Milano per farmi una proposta: «Io vado a dirigere una casa concorrente americana e utilizzerò l’attuale stabilimento per costruire i televisori di quella marca. Potrei cedere senza problemi la licenza ad altri operatori economici. Prima di farlo do l’opzione a te e a tuo fratello. Volete rilevare il marchio?».

L’importo richiesto, molto elevato, esulava dalle nostre possibilità. Perciò cercammo altri soci, li trovammo e diventammo industriali. Andai negli Stati Uniti, perfezionai la voltura della licenza e visitai lo stabilimento, il più grande e funzionale tra i molti che avevo visto fino ad allora.

Entrando in fabbrica fui colpito da un grande cartello su cui era scritto: «Attraverso questa porta passano gli operai che costruiscono i televisori della marca più famosa nel mondo per la qualità». Mi piacque e ne collocai uno con le stesse parole all’ingresso dell’industria sorta a Napoli.

(...) Mio fratello e io combattevamo in prima linea. I soci stavano nelle retrovie. Attacchi esterni, lotte intestine, incompetenze e gelosie ci resero la vita difficile. Ma la tenacia riuscì a superare tutte le avversità. I nostri apparecchi conquistarono molti mercati stranieri, fra cui quello tedesco, benché all’epoca la Germania fosse la nazione leader nella produzione di televisori.

D’improvviso, la tragedia (era l’8 dicembre 1969): lo stabilimento prese fuoco:

Le fiamme si levarono verso il cielo, senza lasciare alcuna speranza di scampo. Spettacolo suggestivo e terrificante assieme. Tutto quanto si trovava dentro l’immobile si ridusse a un cumulo di lamiere contorte e di rottami incandescenti. A mezzanotte erano arrivati i miei famigliari, le telecamere, i giornalisti e una folla di curiosi. Liana mi disse: «Ti rifarai. Pensa a chi è stato colpito nella salute». Mia figlia Francesca piangeva disperatamente.

Alle prime luci del giorno uscii dal cancello: c’erano operai e impiegati. Piangevano tutti. Una ragazza si gettò tra le mie braccia singhiozzando. Io ero come un fantasma che cammina. Non ebbi la forza di dire una parola né di liberare una sola lacrima.

Nel capitolo finale, che reca lo stesso titolo del libro, Dessy racconta quale fu l’epilogo della tragedia:

La notte successiva tutti i soci si riunirono. Come spesso accade in situazioni drammatiche ognuno aveva punti di vista e prospettive differenti. Ci separammo all’alba senza aver preso alcuna decisione né concordato una strategia comune. Feci un rapido calcolo, e mi resi conto che il danno patrimoniale era irreparabile e di gran lunga superiore a quanto avrebbe pagato l’assicurazione.

Due proposte mie e di mio fratello, una delle quali intesa a salvare il posto di lavoro alle maestranze, non furono approvate perché non aggregavano la percentuale di voti prevista dalla legge. A questo punto non restò che regalare agli altri soci le nostre azioni, che erano soltanto dei pezzi di carta bruciacchiati, e uscire dalla società per evitare di assumere gravi responsabilità.

* * *

Fu una cortese, incalzante telefonata a imprimere una nuova svolta alla vita di Dessy. Ecco come la racconta l’interessato:

Una mattina del maggio 1970 mi trovavo alla Fratelli Dessy & C. quando giunse una telefonata da Genova... «... Mi ha riconosciuto? sono Scotti, come sta?».

Il ragionier Scotti continuò: «Parlo anche a nome dei soci... Le propongo di esaminare la possibilità di venire nella nostra società per rimetterla in sesto». (...) «Contratto di tre anni rinnovabile, nomina a amministratore delegato dopo sei mesi di reciproco esperimento. Qualifica iniziale di libero professionista, emolumento avallato da una banca».

Per la prima volta, dopo molti mesi, fiducia e buon senso prevalsero sulla depressione. «Se ne può parlare...». «Bene, io sono stato incaricato di risolvere il problema “uomo” entro brevissimo tempo, perciò le chiedo se può venire presto a Genova per vedere la fabbrica, i bilanci, conoscere i soci... Va bene mercoledì della prossima settimana? C’è un aereo Lufthansa che parte da Napoli alle due e mezzo del pomeriggio e arriva a Genova un’ora dopo. Verrò a prenderla all’aeroporto».

(...) Partii da Napoli il 5 settembre. Lasciavo la villa che non avevo potuto godere abbastanza e nella quale non avrei mai più rimesso piede. Decisi di raggiungere Genova in nave.

(...) Pensai a mia moglie, sempre umile nella buona sorte e dignitosa in quella avversa. Milanese di nascita, emiliana da generazioni, aveva “abbracciato” cultura e mentalità partenopee ed eletto Napoli a sua patria di adozione. Certamente soffriva per il suo prossimo trasferimento in una città che le era estranea come abitudini e filosofia di vita. Ma non ne aveva fatto un dramma. Almeno non lo aveva dimostrato. Si sarebbe trovata bene in qualsiasi posto fosse stata con la sua famiglia. Pensavo ai miei figli. Due di loro erano adolescenti, come lo ero io quando la mia famiglia si trasferì da Genova a Milano.

Partito il 5 settembre 1970 da Napoli, Carlo Dessy assunse la carica di consigliere delegato di una società a partecipazione regionale che si occupava di elettronica. Una società in palesi difficoltà.

Dopo poco tempo mi chiese (e mi fece chiedere dai soci) di entrare in Consiglio. La cosa andò in porto dopo una serie di incontri in centro città. Pur senza particolari traumi, i risultati del lavoro in azienda non miglioravano di molto. Ricordo che spesso Carlo veniva a trovarmi ad Arenzano e ci scambiavamo opinioni. Fu così che diventammo amici.

Dopo aver costruito una villa nella Pineta di Arenzano (1974), chiesi a Carlo se volesse acquistare la mia casa in via del Golf. Ci mettemmo d’accordo. Fui contento di cederla a lui e a Liana: erano nostri amici. Tuttora la famiglia Dessy (oggi, alcuni dei figli) ne ha fatto la sua dimora per le vacanze.

Anche Carlo, dopo qualche esitazione, cominciò a giocare a golf nel campo della Pineta, costruito nel 1960. Era un poco più “arretrato” di me: non mi raggiunse mai... Su questo, a volte, si scherzava: ma il golf è tecnica e time e Carlo, sempre scattante, non era il giocatore da imitare. «Guarda che il basket, di cui sei stato campione, non ha nulla a che vedere con questo sport», gli dicevo. Non se ne convinse mai del tutto.

Ricordo gli anni di Arenzano come tra i più belli della mia vita. La mia casa del Quadrifoglio era, la sera, la sede degli incontri di “gin” (un gioco di carte allora in voga) con Carlo e mia moglie Lina, la signora Pucci Guido e Benedetto (il maestro di golf), e saltuariamente altri amici. Mia moglie Lina e la Pucci erano le migliori e vincevano sempre o quasi sempre: solo che la “posta” era simbolica. Liana assisteva, ma non giocava. Tutti i Capodanno si passavano al ristorante “da Umberto” (poi divenuto “da Otello”). Eravamo allegri, soprattutto eravamo ancora giovani...

Oggi, che molti di loro sono scomparsi (Liana nel 1981, Carlo nel 2007, mia moglie il 14 dicembre 2010), mi avvedo che quel mondo è scomparso!

* * *

Un giorno Carlo decise di lasciare la società genovese, che faticava a riprendere quota. Mi chiese se si potesse studiare un’iniziativa, distinta ma collegata al mio studio professionale di Milano, ovviamente con una propria sede, che si occupasse di crediti agevolati, oltre che di consulenza finanziaria in generale.

Ne parlammo parecchio ad Arenzano. A Milano ci incontrammo anche con Carlo Scognamiglio e Stefano Podestà. Alla fine si decise che Dessy assumesse la maggioranza di Studio Finanziario e io una quota minoritaria.

Il dottor Alberto Venanzetti, il ragioniere Valerio Devalle e per qualche tempo Alberto Dessy e mia figlia Betty, entrambi bocconiani, ne costituirono l’ossatura nella sede di via Paleocapa 1. Io passavo qualche volta a visitarli, per esaminare i bilanci o i nuovi “prodotti” ecc. Tuttavia, in quegli anni, per me occupatissimi, dedicavo a Studio Finanziario ben poco tempo.

Dessy non venne mai ad abitare a Milano: per molti anni durante la settimana stava al residence Maria Clotilde in corso Sempione, e a fine settimana tornava ad Arenzano. Nel periodo milanese, che si protrasse per circa vent’anni (1975/95), collaborò con me per altri incarichi, tra cui l’amministrazione straordinaria della Redaelli, in corso Monforte.

Giunto verso i 70 anni decise, ancora una volta all’improvviso, che fosse ora di cessare il lavoro attivo. Mi diceva sempre: «Ho cominciato a lavorare che avevo 19 anni, all’Istituto Mosè Bianchi di Monza: da allora sono passati più di 50 anni! Ora posso fare altro!». Fu così che divenne scrittore a Casa de Campo, che aveva eletto a suo domicilio a Santo Domingo.

* * *

Alcuni anni dopo la scomparsa di Liana era fatale che l’ancor giovane Dessy (nel 1981 aveva solo 58 anni!) cercasse una compagna. Di solito, in questi casi, è “il minore dei mali”.

Aveva all’incirca 60 anni, quando accadde. Maria Grazia era un’insegnante di Novara e passava l’estate ad Arenzano, in un piccolo appartamento in Pineta, che abitava con la madre. L’uno e l’altra, per abitudine, si recavano sulla stessa spiaggia. Così si conobbero e fecero amicizia. Non ebbero mai un’abitazione in comune, salvo che a Casa de Campo, dove Carlo-scrittore passava molti mesi ogni anno. Ma la “fiamma” non durò molto, credo solo per pochi anni. Poi andò via via affievolendosi, pur resistendo per diversi altri anni (in totale furono una quindicina).

Maria Grazia era carina, riusciva simpatica agli amici, anche se in casa si diceva non fosse facile: pretendeva perfino di insegnare a Carlo-scrittore come dovesse scrivere i suoi libri. Era, insomma, una “maestrina” di una piccola città, più attenta alla punteggiatura, all’uso del congiuntivo che all’arte e alla fantasia. Qualche volta mi metteva a parte delle difficoltà, delle incomprensioni, perfino dei litigi: «Certo una donna come Liana sapevo che non l’avrei mai potuta trovare... ma avrei potuto scegliere meglio...». Gli rispondevo: «Attento, si può anche cadere dalla padella nella brace». Poi venne, clamorosa, la rottura: non poteva finire diversamente!

Leopoldo Pirelli

Considero un grande privilegio aver conosciuto l’ingegnere Leopoldo Pirelli (foto a p. 369) e averne avuto la fiducia per tanti anni: a partire dal 1976, all’epoca della Union Pirelli-Dunlop, come membro e, dall’anno dopo, come presidente del Collegio sindacale di Industrie Pirelli, fino al 1991, quando l’ingegnere (a soli 66 anni) uscì da Pirelli SpA lasciando, negli anni successivi (1992/95), le altre cariche non esecutive.

Molte dure prove hanno caratterizzato la sua presidenza, che parte dall’aprile 1965, cioè dal ritiro del padre Alberto (e quindi dura per 25 anni).

Se a essi si sommano i nove anni di vicepresidenza, i due anni di consigliere d’amministrazione e i quattro anni di tirocinio subito dopo la laurea, del 1950, si arriva a 40 anni di attività.

Posso ricordare i momenti salienti della sua gestione. Entrò in Pirelli, raccontano i suoi biografi, per senso del dovere, perché così aveva voluto un destino che appare segnato. Scrive Giuseppe Turani nella “Lettera finanziaria” su la Repubblica del 24 gennaio 2007:

(...) sembra che tutto venga fatto per dovere, semplicemente perché così stanno le cose. Non è sicuro che gli piacesse proprio fare l’industriale. Ma il fratello Giovanni, più grande di lui, aveva scelto di fare altro. Comandante partigiano e scrittore, ha pubblicato alcuni libri molto belli, ma è diventato famoso soprattutto per la raccolta delle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”. I due sono sempre rimasti molto legati (Giovanni è morto in un incidente stradale sulla Milano-Genova in cui è rimasto seriamente ferito anche Leopoldo), ma aveva escluso subito la possibilità di fare l’imprenditore e di guidare l’impero di famiglia (ormai giunto alla terza generazione).

E così è toccato a Leopoldo, che ha accettato senza discussioni, come una cosa ovvia e naturale.

* * *

Leopoldo Pirelli giunse alla presidenza in un momento veramente difficile e dovette immediatamente affrontare una seria crisi, originata dal ritardo tecnologico sugli pneumatici radiali (rispetto alla Michelin, che aveva portato sul mercato il “radiale metallico”). Le conseguenze, scrisse Gavino Manca in Pirelli e dintorni (Egea, 2005), furono terribili: perdite di quote di mercato, sia nel primo equipaggiamento sia nel ricambio; caduta di immagine per una società che aveva posto i suoi punti di forza nella qualità e nell’avanzamento dei prodotti; avvio di una spirale sempre più profonda di risultati economici negativi.

Il distacco dai maggiori concorrenti venne colmato con un duro lavoro. Scrive sempre Gavino Manca:

Infine, il prezzo pagato per l’operazione risultò molto, troppo elevato. L’uscita dal tunnel avvenne dieci anni dopo, a metà degli anni Settanta, con la presentazione della serie P7 e P3.

Leopoldo, nella ricerca innovativa, ricorse a intese con il mondo universitario, con il Politecnico di Milano in primis. Ma v’erano anche evidenti problemi di “scala”: le dimensioni non erano adeguate a reggere la fortissima concorrenza internazionale e su questo punto Leopoldo ingaggiò una battaglia difficilissima, che gli creò più angustie che vantaggi; e che gli fu avara di successi.

A cominciare dalla Union con l’inglese Dunlop, nel decennio 1971/81 (è in questa fase che anch’io entro nel gruppo, nella Industrie Pirelli SpA).

Scrivono ancora i biografi che la formula finanziaria adottata per l’integrazione fu strana, tanto che si dovette forgiare un nuovo termine, Union. Infatti, tecnicamente, non si trattava né di una fusione né di una acquisizione: fu “un’integrazione speculare”. Per usare le parole di Leopoldo Pirelli all’assemblea straordinaria del 1970:

Il Gruppo Pirelli acquisirà il 49 per cento delle attività Dunlop in Inghilterra, Irlanda e Paesi del Mercato Comune e il 40 per cento delle attività Dunlop nel resto del mondo, in cambio del trasferimento alla Dunlop del 49 per cento delle attività Pirelli in Italia e nei Paesi del Mercato Comune e del 40 per cento delle attività Pirelli nel resto del mondo. Per consentire lo scambio paritetico delle partecipazioni era necessario rendere le strutture delle due società tra loro corrispondenti; per questo venne costituita in casa Pirelli la Industrie Pirelli SpA, scorporata dalla Pirelli SpA a sua volta trasformata in holding.

Gavino Manca, che visse direttamente quell’esperienza in posizioni di responsabilità, illustra peraltro anche i diversi vantaggi (sul piano dello scambio di esperienze tra diverse culture, per esempio) che la Union riuscì a produrre:

Fare un bilancio di questo tentativo fallito è, ritengo, impossibile e ora anche inutile; le energie umane erogate furono notevolissime, ma l’esperienza fu fonte di rilevanti arricchimenti culturali, soprattutto per il confronto di mondi e mentalità diverse; e sarebbe oltremodo riduttivo limitarsi a dire che i manager Pirelli uscirono dalla union almeno con un attestato di perfetto bilinguismo.

L’operazione fallita trasmise un’importante “lezione”, importante perché così fu colta da Leopoldo Pirelli: quella che in una impresa, come avrebbe dovuto essere la Union, non si può comandare in due. Una lezione che, un paio di secoli prima, aveva lasciato chi se ne intendeva di strategie, almeno militari, Napoleone: quella della “unità di comando”.

Certo, da quell’esperienza chiusasi negativamente nascono i passi successivi sulla via difficile dell’accrescimento dimensionale. Infatti, a partire dalla metà degli anni Ottanta la Pirelli comincia una caccia accanita, quanto sfortunata, ad aziende internazionali produttrici di pneumatici, al fine di raggiungere una dimensione adeguata. Ma il mercato europeo è troppo frammentato: Pirelli, Continental e Michelin detengono quote a livello mondiale dall’8 al 15 per cento, che (specie per le prime due) sono giudicate insufficienti.

Dopo l’acquisto dell’austriaca Metzeler (che cambia di poco la situazione), solo nel 1989 Pirelli assume una decisione di grande rilevanza: tenta di acquisire l’americana Firestone (in difficoltà). Viene lanciata un’OPA di 1.200-1.300 miliardi di lire (assai pesanti per le spalle di Pirelli). Ma i giapponesi della Bridgestone mettono sul piatto della bilancia un investimento di ben 3.000 miliardi di lire, che spiazza inesorabilmente la Pirelli. La quale ripiega su un’acquisizione negli Stati Uniti assai più modesta: la Armstrong, che peraltro (come la Metzeler) risulta deludente. Tra il 1988 e il 1990 il fatturato estero pneumatici del gruppo sale solo del 6 per cento.

Dopo il collocamento in Borsa, ad Amsterdam nel 1989, del 25 per cento di Pirelli Tyre Holding (la società che raggruppava tutte le attività pneumatici fuori d’Italia), la società si prepara all’iniziativa decisiva: la conquista del controllo di Continental. Il cui annuncio (dato personalmente da Leopoldo) arriva il 15 settembre 1990. L’operazione avrebbe consentito, unendo le attività pneumatici delle due società, di pervenire al 16 per cento del mercato mondiale, cioè al quarto posto.

Il piano prevedeva di aggiungere, alle azioni Continental già direttamente acquisite sul mercato, altre rivenienti dal conferimento in quella società delle attività pneumatici di Pirelli Tyre Holding, in modo da ottenere il controllo.

Leopoldo confermava che il piano poteva contare sull’appoggio «di un gruppo di azionisti che possiede la maggioranza del capitale di Continental». Ma il 24 settembre, la Deutsche Bank (che, oltre a possedere il 5% della società, attraverso le deleghe dei piccoli azionisti dominava l’assemblea) si dichiarava contraria all’accordo nella formulazione indicata da Pirelli. Dopo dure schermaglie, purtroppo il sogno non si realizza.

Il 2 dicembre 1991, sfumata l’intesa, la Borsa si accanisce duramente su tutti i titoli del Gruppo Pirelli: Pirelli SpA chiude a Milano in ribasso del 23,45 per cento, Pirelli e C. del 22,20 per cento; a Zurigo SIP perde il 16 per cento.

* * *

A seguito dell’insuccesso dell’operazione Continental, a fine 1991 Leopoldo Pirelli lasciò la presidenza della Pirelli SpA. Assistetti (come presidente del Collegio sindacale) con profondo rammarico al tradimento che subì dal Consiglio di sorveglianza della tedesca Continental. Alle cui precise promesse prestò fede, ma che su pressioni pare di Deutsche Bank (l’House Bank la “banca principale” di Continental, secondo il cosiddetto “modello renano”) – furono all’ultimo minuto ritrattate. Il timore tipicamente nazionalistico di perdere il controllo del grande gruppo dei pneumatici (che si sarebbe integrato perfettamente con Pirelli, portando i due gruppi fusi a livello degli altri grandi concorrenti internazionali) impedì ai vertici di quella società di mantenere la parola data.

Ricordo con profondo rammarico il giorno in cui egli comunicò al Consiglio di Pirelli (che per l’operazione aveva già sopportato costi ingenti: i giornali hanno scritto di 1.000 miliardi di lire, ma la cifra mi sembra esagerata) la delusione per il tradimento subito. Rammento con chiarezza la frase con cui riassunse la fine infausta della trattativa (che aveva svolto con l’appoggio di Enrico Cuccia), affermando: «Mi sarò lasciato ingannare [nel credere alla parola datami NdA] ma non sono uno stupido» [cioè: “avevo capito bene, è il presidente di Continental che ha ritrattato la parola e gli impegni assunti” – NdA].

Ecco come Giuseppe Turani su la Repubblica del 24 gennaio 2007 bene riassunse questa fase della vita dell’ingegner Pirelli:

Con il suo stile severo verso se stesso prima che con gli altri capisce che dopo l’avventura tedesca il suo tempo è finito. Non può più rimanere alla testa di un gruppo industriale al quale ha causato (peraltro senza colpe) un danno economico così grande. E così se ne va; fra il 1992 e il 1995, lascia tutte le cariche del gruppo. Non protesta, non si lascia dietro una scia di rampogne o di veleni.

E Paolo Panerai su Milano Finanza del 7 dicembre 1991, in “Orsi & Tori” scriveva:

Leopoldo Pirelli non è una sorpresa, ha meritato in questa sciagurata scalata in terra tedesca l’onore delle armi, come gli ha giustamente tributato Luigi Guatri con un coraggioso articolo su Italia Oggi di martedì 3 dicembre.

A distanza di tanti anni mi sento ancora felice d’aver scritto quell’articoletto su Italia Oggi: era quanto potevo fare per sostenere un uomo che ho sempre ammirato. Dopo l’uscita mantenne al secondo piano della sede centrale di Pirelli in via Negri a Milano (il piano della direzione generale) un ufficio appartato, nel quale lo incontravo talvolta per scambiare un saluto o per commentare brevemente i fatti generali del Paese e del mondo. Sempre con il suo modo di fare amichevole, che ispirava fiducia. Qualche volta gli ho mandato uno dei miei nuovi libri: rispondeva sempre personalmente, commentando brevemente lo scritto. In qualche delicato frangente della vita professionale mi fu amichevolmente vicino. Una fiducia che gli ho sempre ricambiato di tutto cuore.

Antonio Ratti

Verso la fine degli anni Ottanta fui ufficialmente invitato dal commendatore Antonio Ratti (foto a p. 369) a fargli visita nel “cuore” della sua società, la Ratti SpA, famosa per il modo di lavorare e utilizzare le sete, a villa Socota: una splendida villa del Settecento, a picco sul lago di Como poco prima di Cernobbio. Nelle belle giornate tutto splendeva: bastava affacciarsi a una qualsiasi finestra per essere inondati dal sole.

A villa Socota (la piccola sede centrale, ma soprattutto il “centro” delle idee di prodotto, di colori, di disegni, di stile, alle quali Antonio Ratti soprintendeva circondato dai suoi collaboratori e specialisti) il commendatore mi attendeva in cima alla scala, sorridente. Mi chiese d’un fiato: «Il dottor Cuccia e Mediobanca vogliono portare in Borsa la mia società e me ne hanno convinto; debbo ora mettere in ordine gli organi collegiali; vuol essere il presidente del Collegio sindacale? Per me sarebbe un onore...». «Caro commendatore, e chi non sarebbe onorato di svolgere un simile ruolo, lavorando al suo fianco? Sono con lei...».

Già da alcuni anni conoscevo in altra veste il commendatore Ratti: era azionista della RCS e membro del Consiglio dell’Editoriale Corriere della Sera. C’incontravamo quattro, cinque volte all’anno a Milano in via Solferino, nelle mitiche stanze della direzione del Corriere. Ma in quelle occasioni era di pochissime parole. Non lo udii mai parlare della Rizzoli e del Corriere: solo quando, spinto dalla curiosità di conoscere il personaggio, gli chiedevo qualche informazione su Como e sulla seta, allora il suo viso si illuminava e quasi si trasfigurava. Il suo investimento in Rizzoli era peraltro non trascurabile: all’inizio di 4 miliardi di lire (il 2,25% del capitale).

* * *

Villa Socota era la sede dei Consigli d’Amministrazione: più volte all’anno, in religioso ordine, si tenevano le riunioni trimestrali, durante le quali i documenti ufficiali venivano ordinatamente discussi e approvati. Ma il momento di maggior interesse dell’incontro era la visita che, subito dopo, Antonio Ratti mi faceva compiere attraverso le sale della villa, dove venivano studiati i nuovi prodotti.

Lì la sua espressione mutava; e in luogo del mite presidente del Consiglio d’Amministrazione appariva il genio della seta e dei suoi multiformi prodotti: anch’io, che non ho mai capito nulla di arte e di moda, mi sentivo rapito. Non mi sono però mai lasciato tentare dall’indossare una di quelle sgargianti cravatte, che tutti anche a casa mia lodavano.

Mentre passeggiavamo per le stanze, il commendatore mi faceva i suoi commenti riservati: «Caro professore, cosa mi dice, questi grandi manager devo lasciarli fare? Forse saranno bravi, ma non hanno lo slancio che io sento in me, non hanno il fuoco sacro...»; «Qui ci vogliono uomini d’ordine, caro commendatore, i geni non sono sostituibili...».

* * *

Le assemblee annuali avvenivano presso il grande, luminoso, ordinatissimo stabilimento di Guanzate, l’unità produttiva più grande della Ratti e uno dei più fantastici stabilimenti tessili al mondo. Lì convenivano – secondo gli usi del tempo – alcune decine di azionisti. Una grande sala li accoglieva (avrebbe potuto accogliere un numero decine di volte maggiore di soci); di anno in anno, era distribuito un bilancio-strenna costruito con fantasia. Qualche volta era tanto bello, stravagante e complesso che gli azionisti, pur felici, avevano problemi a portarlo con sé: era il “vero” dono di Antonio Ratti, una serie di “bilanci” a stampa che credo nessuna società al mondo abbia mai prodotto.

Il commendatore Ratti non desiderava presiedere l’assemblea, ai cui formalismi mal si adattava: lo sostituiva nel compito, con piacere ed entusiasmo, il suo coetaneo ingegnere Eugenio Radice Fossati, che sbrigava celermente le formalità. I soci erano peraltro sempre attenti a che nessuno desse ad Antonio Ratti, da tutti osannato, il benché minimo fastidio... Nella mia lunga esperienza di assemblee, credo di non avere mai visto nulla di simile. Era un omaggio alla genialità e contemporaneamente alla simpatia che l’uomo ispirava.

* * *

Nell’anno 1992, dopo un decennio di buoni risultati, il Gruppo RCS ricadde in una seconda crisi (dopo esserne uscito a vele spiegate nel 1984), per complesse ragioni, che indussero i suoi grandi azionisti (da Mediobanca a Fiat, a Pirelli ecc.) a decidere l’integrale svalutazione del capitale sociale e la sua ricostituzione (la perdita della Rizzoli Editore nel 1994 fu di 440 miliardi). Nei conti di tutti gli azionisti (Ratti compreso) la partecipazione in RCS dovette essere azzerata (e solo chi versò un eguale importo poté ripristinarla...).

La Ratti SpA non aveva le forze (né i motivi, dopo tale inattesa e quasi incredibile perdita, velata da ragioni che non furono mai esaurientemente spiegate, se non da seri errori gestionali, dovuti ad alcuni manager) per ripristinarla. Da ciò, nel 1994, l’ineluttabile perdita di 4,8 miliardi, più dell’intero utile della prima semestrale 1994 della società. Ma così non fu. Il commendatore Ratti si presentò al Consiglio di bilancio dicendo molto semplicemente, come fosse la cosa più naturale del mondo:

Cari amici, la perdita della partecipazione in RCS è un fatto del tutto personale, che nulla ha a che vedere con la seta e con il tessile; è stata una mia idea e un mio sogno, nel quale credevo d’incontrare un investimento di grande interesse. Mi sono sbagliato: ma per ciò stesso diventa un fatto mio, del quale devo tenere esente la società e i suoi azionisti.

Acquistò perciò dalla società a prezzo pieno nel primo semestre 1994 le azioni ormai svalutate al 100 per cento.

Dal bilancio della Ratti la perdita scomparve. Quando ne vennero a conoscenza, gli azionisti in assemblea tributarono al commendatore Ratti un grande applauso. «Era mio dovere», mi disse quel giorno, seduto al mio fianco a Guanzate. «Forse, ma quanti l’avrebbero fatto?», pensai.

* * *

Lasciai con vero dispiacere e rimpianto la Ratti SpA quando da un lato mi stancai di vedere il mio nome sempre citato in testa o nelle prime posizioni delle speciali classifiche che i giornali finanziari del Paese riportano ogni anno con il numero degli incarichi in società quotate (come se ciò sottintendesse una possibile trascuratezza nell’esercizio di tali impegni); e dall’altro nacque in me il desiderio di dare impulso all’attività di ricerca (il che significò anche allontanarmi dal Paese per alcuni mesi ogni anno). Uscii dalla Ratti SpA quasi contemporaneamente allo stesso fondatore, che nel 1996 lasciò le cariche operative divenendo presidente onorario della società (lasciando peraltro il timone in buone mani: quelle della figlia Donatella).

Da allora non lo vidi più: ma il mio ricordo di lui non è mai venuto meno. E ho sempre pensato che un giorno lo avrei ricordato nei miei scritti.

Tra i molti articoli che alla sua morte (avvenuta nel 2002, quando aveva 86 anni) ne descrissero la vita, le opere, il carattere, mi sembra esemplarmente puntuale l’articolo che gli dedicò Gaetano Afeltra sul Corriere della Sera, ricordando che il suo punto di partenza furono 10.000 lire lasciategli dal padre: con quella piccola somma, il 25 aprile 1945 fondò la Tessitura Serica Antonio Ratti. La stessa società che, su consiglio del dottor Cuccia, portò in Borsa nel 1989.

Antonio Ratti fu anche un grande mecenate. Con un’importante e raffinata collezione di tessuti storici, istituì, nel 1985 a Como, il Museo Tessile della Fondazione Ratti (oggi guidata dalla figlia Anny). E nel 1995 il Metropolitan Museum of Modern Art di New York gli dedicò una sezione di storia del tessile, l’Antonio Ratti Textile Center. Una vera gloria per il nostro Paese.

Giovanni Borghi

Nella primavera/estate del 1969 Giovanni Borghi (foto a p. 369) mi chiamò a Comerio e mi spiegò le ragioni per le quali chiedeva la mia consulenza continuativa: almeno due mezze giornate alla settimana, da passare presso i suoi uffici direzionali. Con tre scopi: assistere i suoi massimi dirigenti nelle politiche e nelle strategie finanziarie e di bilancio; partecipare come membro al Consiglio d’Amministrazione della capogruppo Ignis (ne vedremo poi le vere ragioni); assisterlo nelle trattative straordinarie (acquisizioni, cessioni ecc.).

Passai metà del mio tempo a Comerio – nei tre, quattro anni in cui si giunse alla prima cessione a Philips – a consigliare quattro, cinque dirigenti un po’ grezzi (salvo uno: il dottor Vittorio Ponti, rara avis) ma fedeli al capo fino alla morte, oltre che onesti. Furono anni di viaggi sul lago di Varese, che Comerio domina dall’alto, dai quali ho anche – per quanto inaspettatamente – imparato molto. E varie cose mi fanno ancora rimpiangere l’Italia rampante dell’epoca e la frenetica attività dell’azienda “fordista” di allora.

Precisate le esigenze consulenziali, il commendatore adottò, per stabilire i miei emolumenti, una procedura singolare. Mi fece consegnare una lettera bianca con busta e mi disse di scrivere lì la mia richiesta. La scrissi: solo una cifra, senza nessuna spiegazione (che egli del resto non voleva). Raccolse la busta e uscì; tornò dopo un minuto e disse: «Va bene». L’accordo era concluso.

* * *

La Ignis aveva già raggiunto, all’inizio del 1969, il massimo della grandezza e dello splendore. Vi era giunta grazie allo straordinario intuito di Borghi. Egli previde che, dopo la guerra, i consumi degli italiani sarebbero esplosi. Tra questi gli elettrodomestici (prima il frigorifero, poi la lavatrice e la lavastoviglie i cosiddetti “elettrodomestici bianchi” – quindi la televisione) avrebbero avuto un posto di grande rilievo, passando da poche decine di migliaia a milioni di pezzi.

Per assecondare questa tendenza erano necessità assolute: la produzione a costi sempre più ridotti e l’innovazione. Accompagnate da una rete distributiva efficiente e da una pubblicità basata in buona parte sulle sponsorizzazioni degli sport più popolari (da ciò la pallacanestro Ignis Varese, il Varese Calcio in serie A, il pugilato, il ciclismo ecc.).

* * *

Fu nei primi anni Settanta che, su invito di Giovanni Borghi, assunsi più volte in Europa la funzione di capo delegazione della Ignis per due diligence finalizzate ad acquisizioni o controlli sulle principali filiali europee.

Alcuni di questi viaggi, fatti sempre con l’aereo personale di Borghi, cui partecipavano i miei più fidati collaboratori, li ricordo ancora. Ho in mente una settimana di incontri a Parigi e un’altra a Barcellona, dove la Ignis possedeva alcune tra le più importanti filiali europee. Con noi era sempre il ragioniere Tanzi, il fidato direttore amministrativo dell’Ignis (l’uomo che cercava, sia pure invano, di far capire i bilanci al “cummenda”).

Nella settimana di lavori a Parigi o a Barcellona, per esempio, gran parte della delegazione giungeva sul posto al lunedì; io la raggiungevo al giovedì, per trarre le conclusioni dagli accertamenti svolti. Ma non è tanto di queste verifiche, né delle loro conclusioni che mi ricordo (anche se qualche volta si ebbero risultati importanti), quanto del modo in cui la delegazione passava le serate. Quando io non c’ero, tutti si recavano nei locali più alla moda (con spettacoli non sempre castigati); appena giungevo al giovedì sera, si diffondeva l’allarme («Arriva il professore!») e tutta la delegazione si trasferiva in qualche ristorante tipico (per esempio, per gustare le migliori bistecche di Parigi o la migliore paella di Barcellona). Qualche volta, scherzando, chiedevo al mio fido Comotti: «Questo allarme è proprio necessario?».

Ricordo ancora le belle serate sugli Champs Elysées o sulle Ramblas di Barcellona: come eravamo tutti giovani a quei tempi! Oggi la mia delegazione risulterebbe composta tutta da ottantenni; e alcuni di quei cari amici, tutte persone per bene e fedelissime (come il ragionier Francesco Comotti), purtroppo non ci sono più; per la prima volta nella vita hanno voluto precedermi. Un giorno Borghi decise di aprire un grande negozio sulla Quinta Strada a New York. Data l’importanza dell’investimento vi andai con l’allora direttore generale Vittorio Ponti. Aprimmo una trattativa con uno dei massimi broker immobiliari: avevamo l’alternativa tra l’acquisto o l’affitto. Fummo ricevuti con i massimi onori (la Ignis era considerata un buon cliente anche a New York) e discutemmo per ore. Ci vollero però pochi minuti per rendersi conto che i prezzi erano straordinariamente elevati rispetto alle migliori zone della Milano di quei tempi.

Anzi cademmo per una mezz’ora proprio per questo (oltre che per la difficoltà del nostro inglese) in un equivoco incredibile: credevamo di trattare i prezzi d’acquisto e invece si discuteva dei prezzi per l’affitto, che per metro quadrato sulla Quinta Strada superava di più volte il prezzo d’acquisto per metro quadrato nel centro di Milano. Alla fine si decise, per il momento, di non farne nulla. Il commendatore ne fu un po’ deluso, ma si rese conto che un negozio di frigoriferi sulla Quinta Strada era una decisione impraticabile.

* * *

Giovanni Borghi faceva parte di quella leva di imprenditori che possedevano spiccate attitudini meccaniche e che per la gestione si basavano sull’intuito (come Antonio Zanussi e Aristide Merloni). Ma con il crescere delle dimensioni (circa 10.000 dipendenti e con ingenti movimenti economici e finanziari) era quasi ovvio che l’azienda potesse, un poco alla volta, sfuggirgli di mano. Basta ricordare come si svolgeva il Consiglio d’Amministrazione per l’approvazione dei bilanci. Il Consiglio era composto, con Giovanni Borghi presidente, da un generale dell’aviazione, da un prefetto, dal giovane figlio Guido, da quattro dirigenti fedeli (uno solo dei quali con formazione accademica), dal professor Giordano Dell’Amore (Rettore della Bocconi e presidente della Cassa di Risparmio) e – a partire dal 1969 – da me stesso.

La mia funzione, certa se non proprio dichiarata, era di rispondere alle domande di Dell’Amore sul bilancio (e su altri temi), sui quali né il presidente né altri avrebbero saputo dare le necessarie delucidazioni.

Così la discussione del bilancio divenne un argomento per noi professori della Bocconi.

Borghi non se ne occupava: non di rado gridava al fedelissimo ragioniere Tanzi (il direttore amministrativo, che partecipava al Consiglio) che dei suoi numeri non sapeva che farsene (come dire: gli utili li conosco io, non me li racconta la contabilità).

Erano i prodromi della inevitabile perdita del controllo del gruppo.

Più e più volte, in colloqui privati con Dell’Amore, lo informai del rischio crescente, mentre i risultati ancora permanevano positivi; ma il gruppo dava i primi segni di rallentamento. Lo stesso feci con Ponti, che cercava con tutte le sue forze (ma isolato) di aprire a nuove strategie, a una più moderna organizzazione eccetera. Fatica in gran parte vana.

Malauguratamente proprio in quegli anni, ormai divenuti di particolare delicatezza, l’ingegnere Borghi (una laurea honoris causa l’aveva gratificato) divenne cagionevole di salute; un serio infarto lo fermò per qualche mese. Mentre solo per poco spense l’ansia del viaggio settimanale a Cap Ferrat, per passare la notte al Casinò di Montecarlo.

* * *

Mentre stava imboccando la pericolosa discesa, l’intuito straordinario dell’uomo ebbe un soprassalto: decise, da un giorno all’altro, che si doveva studiare una combinazione con il suo più grande “terzista”, la Philips di Eindohven (per la quale produceva centinaia di migliaia di apparecchi “bianchi”).

La decisione era necessaria e la scelta di Borghi fu intelligente. Infatti, incaricò me e l’avvocato Chiaraviglio (con l’aiuto di Ponti, per noi essenziale) di intavolare trattative per cedere il 50 per cento della Ignis alla grande multinazionale olandese. Da qui più viaggi con l’aereo personale, da Malpensa al quartier generale di Eindohven. Egli seguiva tutto ma non partecipava personalmente: attendeva, a piè fermo, l’offerta della Philips.

Quando, dopo un’accurata verifica generale (durata settimane), arrivò l’offerta, Chiaraviglio e io dovemmo faticare molto per spiegarne l’accettabilità. Borghi non voleva saperne: «Ma come, se solo gli impianti valgono di più di questa cifra?». Già, ma ci sono anche i debiti... E per di più i conti economici sono sempre meno floridi... Sudammo le proverbiali sette camicie; e Chiaraviglio seppe anche essere molto duro, nell’interesse del cliente, come egli diceva. Osò perfino accennare all’alea del fallimento. Questo non gli fu mai più perdonato.

Borghi infine accettò la proposta di Philips: fu costituita, previo apporto della Ignis, una nuova società paritetica con Philips. Tutti tirarono un sospiro. Anch’io entrai in IRE (Industrie Riunite Elettrodomestici SpA) come presidente del Collegio sindacale; ma di Chiaraviglio, l’eccellente consulente che più di tutti aveva portato la trattativa al successo, non volle più saperne. Un’impuntatura assurda: ma il solo fatto di avere evocato il rischio (non altro!) del fallimento aveva per sempre rotto la possibilità di qualsiasi rapporto. Altre figure minori vennero chiamate a sostituirlo. Non passò molto tempo che tutta la IRE fu ceduta a Philips.

* * *

Nel 1975 Giovanni Borghi moriva. L’affascinante avventura, la fantastica galoppata era durata poco più di vent’anni. Ma quanto è stata bella l’Italia rampante degli anni Sessanta e Settanta, quando nel mondo ancora si contava qualcosa! La sintesi più indovinata della figura di Giovanni Borghi, al solito, fu dell’avvocato Agnelli: è stato «il simbolo più felice dell’imprenditoria italiana sullo scacchiere europeo».

César Marzagalli

Quello con l’Argentina è prima di tutto un legame familiare, arricchito da calde amicizie e da un’intensa e proficua collaborazione accademica. La “colpa” dei miei viaggi, effettivamente numerosi, in America Latina è di César Marzagalli (foto a p. 369), presidente e poi Rettore per oltre un decennio dell’UADE (Universidad Argentina de la Empresa).

Numerose volte mi convinse a lunghi viaggi a Buenos Aires, tra il 1988 e il 1997, per portarvi segni di collaborazione e amicizia della Bocconi, per tenervi seminari, per presentare miei libri in spagnolo; perfino per ricevere onorificenze.

* * *

Quando vi andai per la prima volta nel 1988, per celebrarvi davanti al Presidente della Repubblica Raúl Ricardo Alfonsín (foto a p. 363) il 25° anniversario dell’UADE, le ragioni della mia presenza furono subito chiare all’aeroporto di Ezeiza: vennero ad accogliermi, appena sceso dall’aereo, il presidente Marzagalli e il Rettore Vergara de Carril, che mi accompagnarono all’uscita facendomi passare la dogana senza alcun controllo (siamo pur sempre in Sud America!).

Ma, appena giunto all’uscita, una quindicina di persone (alcune di media età, altri giovani e perfino bambini) mi attendevano con gioioso calore: erano i Guatri del ramo argentino, capitanati dai miei cugini Franco e Domenico. Che mi abbracciarono e mi baciarono tutti: erano venuti a prendermi. Dovetti scusarmi con le autorità accademiche, dando loro appuntamento più tardi.

Fui profondamente commosso da quella accoglienza; è un ricordo che è rimasto nella mente mia e di mia moglie Lina, che in quell’occasione era con me. Con me erano anche il professor Carlo Secchi (che chiamavo il mio “ministro degli Esteri”); e la dottoressa Mirka Giacoletto, che allo spagnolismo nei rapporti con le signore diede in quel frangente dure lezioni... (si fece fermamente accettare nella sala da pranzo del Jockey Club, da sempre rigorosamente riservata ai soli uomini).

* * *

Il 14 settembre 1988 cadeva il 25° anniversario dell’UADE (fondata su iniziativa de la Camera de Sociedades Anónimas nel 1962). Marzagalli, un ex industriale e manager di origini piemontesi, innamorato dell’Argentina (come tutti gli abitanti di origine italiana che vi ho conosciuto, compresi i Guatri), era impegnato al 100 per cento nella presidenza dell’università, alla quale aveva saputo trasmettere un grande dinamismo.

Questo si era tradotto nella realizzazione di imponenti edifici sulla Calle Lima, in pieno centro della città, a fianco dell’Avenida 9 de Julio, una delle più ampie e lunghe del mondo. Marzagalli aveva però compreso che senza appoggi culturali e riferimenti ad altre grandi università del mondo l’UADE non avrebbe mai raggiunto livelli di eccellenza.

Nella Bocconi aveva, con il suo intuito, visto un importante partner e, incontrandomi a Milano, aveva capito che ero sensibile al problema. E che in quei tempi la mia contemporanea posizione di Rettore e consigliere delegato gli avrebbe facilitato gli sforzi. E così fu.

Il primo rilevante compito che mi riservò fu il discorso per il 25° anniversario davanti al Presidente Alfonsín (“El Presidente de la Democràtia” com’egli lo chiamava: era succeduto, infatti, nel 1983 alla giunta militare; e fu uno dei presidenti più amati e rispettati).

Naturalmente mi ero portato il discorso ufficiale, già rivisto a Milano con Secchi e Giacoletto (e che avevamo fatto tradurre dal nostro professore di spagnolo). Marzagalli, da uomo pratico, mi mise subito al fianco il dottor Lisdero, al quale lessi una o due volte il discorso, che egli precisò in qualche punto: concluse che la lettura era buona. Concetto confermato, il giorno seguente, dagli addetti della presidenza della Repubblica, che si complimentarono ma che mi chiesero affabilmente – per ragioni di tempo – di leggerlo in italiano.

All’ora della celebrazione dell’evento, verso le 11 del mattino, quando nell’Aula Magna entrò Alfonsín, tutti si alzarono intonando a squarciagola l’inno nazionale. Tutti cantavano con forza, pronunciando chiaramente le parole: vedevo dal palco anche mio cugino Franco (che nonostante i suoi pressanti impegni di medico ospedaliero non aveva voluto mancare) cantare con entusiasmo. A tal punto che, pur non conoscendo le parole dell’inno, anch’io mi misi a farfugliare qualcosa.

Mi ero anche commosso; pensavo che questo non accadeva mai in Italia, dove solo l’ipotesi di aprire le cerimonie accademiche, pur in presenza di qualsiasi autorità, intonando l’inno nazionale sarebbe stata ancor peggio di una stravaganza... (ci vorranno gli anni di Ciampi per riportare al rispetto almeno il tricolore). Che emozione!

Il quotidiano La Nación, che dedicò all’avvenimento un articolo (sovrastato da una foto che inquadra Alfonsín tra me e Marzagalli), scrisse tra l’altro:

Alfonsín destacó el aporte de la UADE a la Nación en la formación de jóvenes y en el equipamiento humano de las empresas. Al dirigirse a los estudiantes, el Presidente les señaló algunas responsabilidades: «Cuando la igualdad de oportunidades todavía no es una verdad absoluta en la Argentina, quienes han llegado a la Universidad son privilegiados. Por eso, dijo, deben ser solidarios con el pais, y en tiempo de estudio solidaridad se llama estudiar. Trabajen, tengan sus propias empresas, pero recuerden que la propiedad tiene una hipoteca social que deberá volcarse en beneficio de la sociedad».

Vergara del Carril se refirió a la misión de las universidades privadas en America latina y recordó que hoy la UADE, especializada en la formación de dirigentes de impresa, cuenta con 6000 alumnos, 8000 egresados y un Instituto de Investigación Económica. El presidente de la Fundación, por su parte, habló de la importancia del convenio establecido con la Universidad Bocconi, que permitirá no sólo el intercambio de docentes y estudiantes, sino también la profundización de la investigación en el área de la organización empresarial y la orientación de la politica económica[14].

Il giorno precedente avevo tenuto, con il professor Carlo Secchi, un seminario nell’auditorio dell’UADE gremito di studenti e docenti sul tema: “Los requisitos humanos y técnicos, indispensabiles para el éxito de la empresa en el mundo moderno” (“I requisiti umani e tecnici, indispensabili al successo dell’impresa nel mondo moderno”).

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A Buenos Aires ho più volte tenuto conferenze e partecipato a tavole rotonde. Sempre parlando in italiano e capendo perfettamente lo spagnolo del luogo. Forse in nessun’altra città al mondo l’italiano è la lingua meglio compresa e gli italiani più facilmente comprendono lo spagnolo. Credo non vi sia molto da meravigliarsi: Buenos Aires è la città al mondo con il maggior numero di italiani d’origine, quasi il doppio di Roma e il triplo di Milano. Mi è rimasta impressa la visita a Buenos Aires di fine agosto 1992 per partecipare a un seminario sui processi di privatizzazione, che in quel tempo in Argentina erano in pieno svolgimento, sia pure tra successi ed errori (come, del resto, dal più al meno, avvenne anche in Europa), e che stavano facendo rinascere in quel Paese l’interesse per la Borsa Valori. Nell’agosto del 1992 passai a Buenos Aires giornate indimenticabili, per varie ragioni.

Al ritorno, pubblicai su Il Mondo del 14 settembre 1992 un articolo in cui ripercorrevo quell’esperienza, scrivendo:

Lavorate, abbiate le vostre imprese, ma ricordate che la proprietà ha un’ipoteca sociale che dovrà essere versata a beneficio della società». Vergara del Carril ha parlato della missione delle università private in America Latina e ricordato che oggi la UADE, specializzata nella formazione di dirigenti d’impresa, annovera 6000 allievi, 8000 laureati e un istituto di ricerca economica. Il presidente della Fondazione, da parte sua, ha sottolineato l’importanza dell’accordo stipulato con l’Università Bocconi, che permetterà non solo uninterscambio di docenti e studenti, ma anche l’approfondimento della ricerca nelcampo dell’organizzazione d’impresa e l’orientamento della politica economica.

A Buenos Aires, il 25 e il 26 agosto, si è svolto un incontro internazionale dedicato al confronto tra i processi di privatizzazione delle imprese, oggi in corso in tutto il mondo. E oggetto, in Argentina, di attenzioni e di interesse diffusissimi. Questo Paese ha effettuato, tra l’inizio del 1991 e il luglio 1992, vendite per oltre 6.600 milioni di dollari (per una parte a credito): una cifra imponente (equivale a quasi 7.000 miliardi di lire), che ha concorso, con altri provvedimenti, al ritorno della fiducia da parte degli operatori e dei risparmiatori (questi ultimi hanno talora sottoscritto anche rimpatriando capitali dall’estero). Il capitale internazionale ha ripreso, dopo vari decenni, ad avviarsi verso il Paese.

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Nello stesso 1992 presentai un mio articolo sui bienes inmateriales dal titolo “La diferential fantasma”: che nello stesso anno inaugurò la serie delle Editiones UADE (con altri cinque articoli sul n. 1 – año 1).

Nella prefazione scrive il presidente e Rettore Marzagalli:

 

Iniciamos la serie con un conjunto de seis artículos del eminente Profesor de la Universidad Luigi Bocconi, de Milán, Italia, Dr. Luigi Guatri, los que, bajo el título genérico de “EVALUACIÓN DE LAS EMPRESAS. Principios y Métodos”, fueron publicados en la revista “Finanza, Marketing e Produzione” de dicha Casa de Altos Estudios y traducidos bajo la supervisión profesional del Dr. Alfredo Lisdero, de nuesta Universidad[15].

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Lo ricordo fin troppo bene. Il Giorno così commentava, il 9 ottobre 1992, la presenza del Presidente argentino nell’Aula Magna della Bocconi:

Carlos Menem ha conquistato la Bocconi. Applausi e tanta simpatia hanno caratterizzato la puntata milanese della visita in Italia del Presidente argentino. Look da yuppie che l’ha fatto entrare nella hit parade degli uomini più eleganti dell’anno, capelli e basette curatissimi come sempre, battute efficaci dette al momento giusto, Menem è riuscito a calamitare l’attenzione della platea che gremiva l’Aula Magna della Bocconi in ogni ordine di posti. Un vero manager, che si è lasciato alle spalle quell’aria un po’ da cowboy, un po’ da playboy con cui era entrato dall’ingresso principale della casa Rosada, quel giorno del luglio 1989. (...) Zigzagando tra le disavventure familiari (il divorzio dalla moglie Zulema) e le critiche per il suo stile spregiudicato, ha rimesso l’Argentina su una carreggiata che sembra giusta e che fa invidia non solo ad altri sudamericani, ma anche a qualche italiano. «Grazie alle privatizzazioni a tutto campo, dai telefoni alle compagnie aeree, dalle ferrovie alle centrali elettriche ha detto Menem abbiamo eliminato in tre anni un’inflazione che si aggirava intorno al 26.000 per cento. Il cambio ora è stabile e il pesos vale un po’ più del dollaro».

Quell’8 ottobre 1992, quando porsi a Menem la medaglia d’oro a ricordo della visita e del suo discorso nell’Aula Magna della Bocconi, prima che me ne rendessi conto, mi stampò sulle guance due grandi baci. Così era l’uomo: come egli stesso ricordò in quel giorno, figlio di un emigrante siriano. «Mio padre era un venditore ambulante e noi l’aiutavamo. Nonostante molte difficoltà, riuscì a mandare all’università quattro figli. È lui che mi ha insegnato molto». Di lui si potrà dire tutto, ma non che non riuscisse simpatico.

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A Buenos Aires ho anche disputato un giorno una partita di golf, che i miei cugini avevano organizzato per farmi vincere. La sfida, un po’ addomesticata, si svolgeva contro un apprezzato notaio della città, che il golf conosceva molto meglio di me. Per quanto s’impegnasse al minimo e nonostante il tifo acceso di tutti i presenti, il risultato dell’incontro andava inesorabilmente a mio sfavore (oltretutto non ero in giornata positiva). La delusione serpeggiava sui volti di tutti... A breve distanza dalla conclusione, una pioggia liberatrice (poche gocce d’acqua) consentirono, per grazia ricevuta, di dichiarare l’incontro chiuso in pareggio. E tutti furono contenti.

Rino Invernizzi

Con Rino Invernizzi (foto a p. 370) mi sono trovato compagno di classe all’Istituto tecnico-commerciale di Treviglio nel 1938. Entrambi superammo l’esame di ammissione (che all’epoca era molto difficoltoso: qualcosa inimmaginabile oggi). Era una selezione rigidissima. Ci si preparava per mesi, durante la quinta elementare, che io frequentai nella vicina Caravaggio (dove mio padre era il capo-zona della società elettrica Orobia, del gruppo Edison).

Per due anni raggiunsi Treviglio da Caravaggio: in primavera e nel primo autunno si viaggiava in bicicletta; d’inverno (spesso con la neve, con la nebbia, con il gelo) si viaggiava in corriera. Alle 13,30 eravamo a casa, dove mia mamma Rosa mi preparava il pranzo.

Nel 1940 ci trasferimmo a Treviglio (dove nel frattempo era stata trasferita la sede dell’Orobia, conglobando anche quella di Caravaggio: le due cittadine sono a 5 km di distanza). Qui mi trovavo quando il 10 giugno scoppiò la seconda guerra mondiale. Ricordo come fosse oggi il discorso del Duce che annunziava la dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna.

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Il massimo impegno che sentii fino a 13-14 anni fu il calcio. Mi assalì con una tale passione, che divenne il primo dei miei pensieri. Rino era sempre con me, al mio fianco (foto a p. 370). Anche se era un giocatore mediocre, non consentii mai che fosse messo “fuori squadra”. A tal fine mi accordai anche con il migliore dei nostri compagni-giocatori, Beppe Randon (all’epoca ci chiamavamo per cognome, a scuola e fuori: Rino era in realtà, all’epoca, Invernizzi; Beppe Randon era Randon).

Con Randon raggiunsi l’accordo (scritto!) affinché Invernizzi giocasse sempre. Quale fu il compenso? Semplice: assunsi l’impegno di passargli tutti i compiti di matematica, che io completavo con anticipo (le due ore destinate alle equazioni si riducevano spesso per me a mezz’ora o anche meno: avevo tutto il tempo di lasciarglielo copiare). Oggi, da professore emerito, mi vergogno, ma da ragazzo non sentivo rimorso di alcun genere.

Invernizzi non era un grande calciatore ma faceva del suo meglio: si decise di comune accordo affinché giocasse da mediano (come si diceva un tempo: quando la squadra, oltre che dal portiere, era fatta da due terzini, tre mediani e cinque attaccanti). Un po’ alla volta aumentai le pretese: decidevo io anche chi dovesse battere i rigori. Io ero l’ala destra (e talvolta il centro-avanti): correvo come un cavallo imbizzarrito e segnavo anche gol.

Non meno importanti del calcio erano le corse in bicicletta. Il percorso tipico era Treviglio-Cassano d’Adda, con volata finale lungo la strada che porta al ponte. Qui ci disputavamo sempre lo sprint io e Tresoldi: eravamo i più veloci (Tresoldi era un nostro compagno di scuola, che oggi ho perso di vista). In alternativa la corsa consisteva in una decina di giri della circonvallazione di Treviglio (detta “le fosse”).

Altre (più rare) volte il percorso era lungo e difficile, specie con quelle pesanti biciclette del tempo: Treviglio-Bergamo-Selvino (a circa 1000 metri d’altezza). In quella salita sempre io e Tresoldi si arrivava con larghi anticipi (anche di mezz’ora o più).

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Anche dopo i 13-14 anni praticavamo il calcio: ma non era più in cima ai nostri pensieri. Ricordo che imparammo l’importanza dello studio: io, in particolare, in breve tempo divenni il primo della classe. Qualifica che conservai, sempre a Treviglio (e poi alla Bocconi negli anni successivi). Ma Rino non mollava: mi seguiva, anzi, da vicino, con impegno e dedizione (non completò però la Bocconi: era di famiglia modesta, aveva bisogno di lavorare).

Ricordo l’ultimo mio anno all’Istituto Oberdan (1944), quando in classe eravamo solo in quattro: oltre a noi due anche Fratelli e la Castellazzi. Era l’unica ragazza e veniva da Melzo, un paesino a una ventina di chilometri da Treviglio, priva di scuole secondarie di qualsiasi genere. La trattavamo come una sorella, le volevamo bene, perché era dolce, ma claudicante e non particolarmente carina.

A un certo punto decisi di prepararmi per il terzo e quarto anno, contemporaneamente. I professori (eravamo in guerra) erano diventati modesti; decisi che mi conveniva studiare da solo in casa e andare in classe solo di quando in quando. Finché un giorno sulla porta di casa in via Crivelli si presentò – in persona – il preside, il professor Pigozzi. Mi disse, con calma, che sapeva bene che studiavo sempre (giorno e notte), ma che il mio comportamento era un affronto ai professori (che egli, del resto, ben sapeva modesti). Quando mi presentai all’esame finale, fu tra quelli che m’interrogarono approfonditamente.

E mi promosse a pieni voti. Il che, l’anno seguente, mi permise di entrare alla Bocconi.

* * *

Verso i 16 anni imparammo a seguire le ragazze (solo guardandole, come si usava a quei tempi, senza mai sfiorarle con un dito). Per lo più si passeggiava con loro lungo il viale della Stazione ferroviaria; oppure si facevano passeggiate (di giorno s’intende!) in bicicletta, specialmente dalla primavera all’autunno. Poi cadeva la neve...

In un primo momento decisi con Rino che avrei passeggiato con Alba Saporiti (una compagna di scuola, più giovane di me di un anno) e Rino avrebbe cercato di seguire in bicicletta o a piedi Lina Fusa, sfollata nel 1943 a Vidalengo (a 2 km da Treviglio) da Milano. E così fu per qualche mese. Finché io non m’innamorai sul serio (a 17 anni) di Lina. Alba un poco si dispiacque, mentre per Rino non fu un problema: per lui il vero gioco si aprì più tardi, con Bruna Zampol, la sua adorata Bruna.

La voce di queste passeggiate in bicicletta giunse presto anche all’orecchio dei genitori di Lina, in particolare di sua madre Italia, che un giorno si recò (a piedi) da Vidalengo al cimitero di Treviglio – di cui era custode il padre di Rino e dove Rino perciò abitava in una casetta all’entrata e chiese di lui. Rino si presentò: la signora Italia gli fece presente come fossero un poco sconvenienti quelle passeggiate in bicicletta, troppo spesso ripetute. Rino rimase interdetto. Si era ben reso conto dello scambio di persona: ma, per non “tradirmi”, tacque ostinatamente. Corse peraltro subito a riferirmi dell’accaduto: fu così che io decisi, per toglierlo dall’impaccio, di presentarmi a Vidalengo dai genitori di Lina, che apprezzarono la mia iniziativa. E da quel momento ebbero piena fiducia.

* * *

A 15-16 anni si è quasi sempre... rivoluzionari. Della decina di studenti rivoluzionari di Treviglio io ero il capo riconosciuto, e Rino era sempre con me. Ci riunivamo in qualsiasi luogo, al freddo o al caldo. Io raccontavo quanto appreso dai libri all’indice che il nipote del parroco (!) prelevava dalla biblioteca del clero: Rousseau, D’Annunzio... Si discuteva un poco (non molto: la nostra cultura era improvvisata, da ragazzi appunto). Tutti convenivano con me, e ciascuno tornava a casa....

Per giocare a calcio si continuava tuttavia a frequentare l’oratorio. Fu così che nell’annuale gara di catechismo mi presentai – con Rino – alla commissione giudicatrice, che mi sottopose alle domande di rito. Rispondemmo al meglio. Alla fine proprio io, il capo dei rivoluzionari, fui dichiarato vincitore. Dissi a Rino che mi vergognavo un po’: ma avevo solo risposto... onestamente e sarebbe stato peggio “sbagliare di proposito”. Rino convenne.

* * *

In diversi incarichi delicati, nel corso della vita, chiamai Rino a collaborare. Vi adempì puntualmente. Ricordo tra questi:

  • l’amministrazione straordinaria (ex lege Prodi) della Redaelli e Fratello, con sede in corso Monforte. Era al mio fianco – per esempio – quando visitavo (tra grandi difficoltà e anche pericoli) la sede dell’acciaieria a Rogoredo, come del resto negli uffici contabili in corso Monforte, la nostra base;
  • fu sindaco di alcune società da me seguite (tra mille dubbi e incertezze) del cosiddetto finanziere Filippo Rapisarda, sempre a fianco dell’avvocato Mario Adornato (altro mio grande amico, oggi defunto, che ricordo con affetto). In tali società operava al fianco di Francesco Comotti, anch’egli trevigliese, e di Agostino Giorgi, miei stretti collaboratori in via Massena 12/7;
  • fu sindaco nella Siani SpA.

* * *

Nell’agosto del 2008 ad Arenzano (dove mi trovavo con Lina) la ferale notizia. Mentre passava l’estate tranquillo al mare di Grado, Rino era mancato. Il nostro autista Nicola era in ferie: perciò prendemmo a nolo un’auto e corremmo a Milano alla chiesa del Rosario, dove si tenevano le esequie. Riconobbi subito la sorella più giovane di Rino, che corse ad abbracciarmi. Riconobbi parenti e amici; tra questi rividi Giuliana, la moglie di Giorgio Pivato, che avevo conosciuto giovanissima quando andavo in casa loro nei pressi di via Borgonuovo a Milano, e che già aveva avuto la prima figlia Gabriella (oggi nonna felice, che abita in via Massena 18, al secondo piano, il piano degli Antonelli).

Celebrate, tra il cordoglio generale (ricordo come Lina piangesse e io fossi commosso), le esequie, Rino partì per il cimitero di Treviglio, il luogo della sua (e nostra) giovinezza. Raccomandai alla sorella Franca di salutarmi Treviglio e Michele Motta: colui, di qualche anno più vecchio di noi, laureato in Economia e Commercio alla Cattolica di Milano (e nostro docente), nel quale identifico tutti i trevigliesi. «Il dottor Motta – mi disse Franca – la sta aspettando e mi ha detto di portarle i suoi saluti».

* * *

Dopo parecchi anni, il 29 febbraio 2012, sono tornato a Treviglio per salutare Rino nella sua tomba (in quel cimitero dove in tempi ormai lontanissimi la famiglia abitava). Ho pianto con mia figlia Fiorella su quella tomba. Ho rivisto nella tomba di famiglia anche suo padre, sua madre, suo fratello (che conoscevo bene). Sua moglie Bruna. E poi, con sorpresa, vi ho visto Cosma Antonelli e la sua amata Valentina, la madre di Bruna.

Gli Antonelli provengono tutti da Isernia, perciò non me l’aspettavo. Cosma Antonelli, medico di valore, fu per molti anni – come già scritto – il nostro medico di famiglia quando abitavamo in via Sismondi 4. Ricordo nitidamente quando, dopo un grave incidente di macchina, mi sottopose a visite per giorni e giorni, per poi concludere che, per fortuna, non avevo serie ferite.

Mi sono, in quell’occasione, anche reso conto che tra Rino e Cosma Antonelli vi era del sincero affetto, così come l’averlo avuto in casa per molti anni era stato un grande vantaggio: si è certamente prodigato per Massimo e Giorgio, i figli di Rino e Bruna, di cui credo sia stato il mentore.

Giovanni Spadolini

Ho passato vent’anni al fianco di Giovanni Spadolini (foto a p. 370) nel Consiglio d’Amministrazione dell’Università Bocconi, in cui contemporaneamente entrammo il 1° novembre 1974 (Spadolini in qualità di rappresentante del Ministero della Pubblica Istruzione). Egli fu subito nominato vicepresidente (io consigliere delegato).

Dopo la morte di Furio Cicogna, il 22 gennaio 1976 fu nominato presidente (a tale carica designato dall’Istituto Javotte Bocconi – Associazione Amici della Bocconi, all’epoca presieduto da Libero Lenti).

Al telegramma di comunicazione dell’Istituto rispose accettando e dichiarando:

L’unanime designazione mi onora altamente quale testimonianza di stima da parte dell’organismo che vigila sulle sorti di questo glorioso Istituto Universitario, che è riuscito a salvaguardare la sua insostituibile libertà nel corso del nostro secolo, esempio altissimo di quel pluralismo universitario troppo poco diffuso nel nostro Paese.

In tale carica rimase fino alla morte, prematura, avvenuta a Roma il 4 agosto 1994.

Ricordo ancora con commozione che il nostro direttore amministrativo, Enrico Resti (foto a p. 370), mi teneva giorno per giorno informato dell’andamento, che volgeva al peggio, della malattia; finché quel 4 agosto mi telefonò a Seefeld, in Austria, dove mi trovavo in vacanza, per comunicarmi, con la voce rotta dall’emozione: «Il presidente è deceduto». Anch’io fui preso da un groppo alla gola: era la fine di un’epoca, per la nostra Bocconi, che era appunto durata quasi vent’anni.

* * *

Il 26 gennaio 1976 Spadolini presiedette il suo primo Consiglio bocconiano. La situazione che trovava (me ne ricordo bene, poiché da un anno circa avevo assunto la carica di consigliere delegato) non era facile: alla tradizionale serietà e al riconosciuto valore delle attività didattiche e di ricerca non si accompagnava, infatti, un’equilibrata situazione economica.

Tanto che il dottor Paolo Baffi – il non dimenticato governatore della Banca d’Italia di quei tempi – in quella seduta del Consiglio d’Amministrazione del 26 gennaio 1976 prese la parola per rivolgere espressioni non solo di rallegramento, ma soprattutto di ringraziamento al professor Spadolini per la prova di sensibilità, di coraggio e di dedizione dimostrata nell’accettare la presidenza dell’Ateneo:

(...) Indubbiamente la Bocconi si trova in un periodo storico difficile per una serie di ragioni e di circostanze a essa estranee, ma sono certo che il nuovo presidente designato sarà all’altezza dei suoi compiti e saprà tenere alti i valori dell’economia privata, in cui i maggiori esponenti della Bocconi hanno sempre creduto e che purtroppo negli ultimi anni si sono indeboliti.

* * *

L’opera di Spadolini presidente fu sempre improntata ad alcuni fondamentali principi, quali risultano nei pubblici interventi che coprono a cadenza almeno annuale l’intero periodo. Il primo è del 14 marzo 1977 in occasione della cosiddetta Conferenza d’Ateneo, che poi diventerà la Giornata Bocconiana d’inaugurazione dell’anno accademico; l’ultimo è del 25 ottobre 1993.

Quei principi ritornano in tutti i suoi interventi: con chiarezza fin dall’inizio, sempre ribaditi e poi verificati nella loro applicazione e nelle conseguenze che portano nei comportamenti e nello sviluppo della nostra università. Si tratta di principi che si ricollegano alle idee che avevano animato all’inizio del secolo i fondatori della Bocconi, che egli rielaborava e precisava nel corso del tempo. Lasciava poi a noi di tradurli in strategie operative: ma tutti sanno quanto sia rilevante, in qualsiasi organismo pubblico o privato, specialmente se destinato a produrre servizi di alta qualità, definire correttamente la “missione” da svolgere, gli obiettivi da realizzare, i criteri generali da seguire per tale scopo. Il magistero di Giovanni Spadolini in questo campo è stato esemplare e lascerà una traccia non effimera nella storia della nostra Bocconi.

Tra le varie enunciazioni che ne fece, scelgo l’esposizione all’inaugurazione dell’anno accademico 1984/85: l’ultima cui partecipò Innocenzo Gasparini, che dopo pochi giorni fu costretto a lasciare il rettorato e dopo pochi mesi scomparve.

Lo sapete meglio di me che il futuro di questa università è legato a pochi punti fondamentali; che rimanga un’Istituzione aperta, aperta a tutte le esperienze e capace anche di correggere i propri errori, perché nulla nella storia è mai compiuto e definitivo, e la storia è fatta proprio per correggere i propri errori.

Libera nel senso che è formalmente e sostanzialmente non sottoposta ai condizionamenti centralistici e burocratici dello Stato e nel senso che la sua impostazione culturale non è dipendente da alcun orientamento ideologico, ma mantiene invece un atteggiamento essenzialmente critico verso qualsiasi tipo di credenze aprioristiche.

Inoltre pluralistica proprio in quanto esprime una varietà di posizioni culturali e scientifiche e una varietà di iniziative attraverso le quali si può manifestare l’impegno professionale delle sue forze didattiche e di ricerca. Infine, autonoma.

Autonoma nel senso che il finanziamento delle sue attività avviene soprattutto cedendo servizi a utenti e sottoponendosi quindi anche a precise valutazioni di mercato. In ciò, e nella capacità di corrispondere con prestazioni giudicate utili dalla società civile, sta la legittimazione dell’Università Bocconi e la sua stessa capacità autonoma di sopravvivenza.

E ancora così si espresse sul tema:

Di tutte le iniziative del periodo della mia presidenza alla Bocconi, devo dire che io saluto sempre come la più significativa e la più degna di attenzione quella che ci ha permesso di realizzare l’autosufficienza economica, attraverso il graduale adeguamento dei contributi accademici.

Io giudico questo capitolo il più importante nella storia della Bocconi contemporanea: l’aver riportato il rapporto fra le spese complessive dell’università e i contributi accademici al livello di venti, trent’anni fa, sottraendosi quindi in parte al ricorso al mecenatismo privato, e muovendosi sul piano di quell’orgoglio che sempre deriva dal sapere trarre dalle proprie fonti di vita il sostegno principale.

Concetto che ribadì con forza ancor maggiore nella Prefazione al primo volume della Storia di una libera università (1992) ove scrisse:

Mi sia consentita una riflessione finale. Quando assunsi la presidenza dell’Università Commerciale Luigi Bocconi, a metà degli anni Settanta, il mecenatismo privato costituiva il maggiore gettito del libero Ateneo, che era sempre vissuto, nelle sue migliori stagioni, sui contributi degli studenti.

Le cosiddette “tasse scolastiche” coprivano appena il 17 per cento dei costi, rispetto al 60-65, che era la regola della vecchia Bocconi. Un fenomeno allarmante: perché dietro il mecenatismo privato – un termine più adatto al Rinascimento che a oggi – si annidano spesso interessi che possono essere alla lunga corruttori e inquinanti.

* * *

All’inaugurazione dell’anno accademico 1993/94 (il 25 ottobre 1993: l’ultima cui partecipò) ribadì con parole di Libero Lenti lo sforzo compiuto dalla Bocconi in quel ventennio per trasformarsi da «una specie di salotto della borghesia milanese in un crogiuolo dove si fondono e si mescolano giovani d’ogni provenienza sociale». Un risultato (aggiunse) conseguito grazie alla graduazione delle tasse e ai sacrifici che la Bocconi aveva saputo imporre con equità per restare un’università libera, «sottratta a tutti i condizionamenti e a tutte le pericolose sponsorizzazioni».

Quest’idea delle «pericolose sponsorizzazioni» o anche «degli eccessi del mecenatismo privato» si richiamava, è quasi inutile dirlo, ai primi anni, quando i bilanci bocconiani erano in larga parte sostenuti dai contributi del Banco Ambrosiano di Calvi. Certo, tra il 1975 e il 1980 il comune sforzo fu fondamentalmente dedicato proprio a rendere “non necessarie” le «pericolose sponsorizzazioni»: e ci riuscimmo con assoluto tempismo.

* * *

Spadolini partecipava e appoggiava l’evoluzione in senso moderno della nostra università. Ma il suo ricordo per la piccola e gloriosa Bocconi dei primi quarant’anni del secolo, quella di piazza Statuto, è sempre stato presente. Egli la identificò più di una volta con la figura di Luigi Einaudi che (così lo ricordava Libero Lenti) al termine di una lezione rivede sulla cattedra l’articolo scritto per il Corriere, che porta poi di persona in redazione percorrendo i cento metri che separavano la sede della Bocconi da quella del giornale di via Solferino. E che plasticamente così riassunse nel 1987.

Bocconi. Milano. Ottantacinque anni di vita. Una parabola che riassume intera la parabola della città, i suoi orgogli, le sue ambizioni, le sue conquiste. Un’università libera, sullo sfondo di un ordinamento centralistico e integralmente napoleonico. Un’università laica, nell’ispirazione dei fondatori e nella scelta delle stesse discipline. Un’università destinata a vivere di vita propria, con il principio – quasi americano e quindi per i tempi anticipatore – della fondazione. Facoltà di élite, che comprendeva poche decine di iscritti all’inizio ed è arrivata a cinquemila aspiranti o quasi nell’ultimo anno; di cui solo milleottocento possono seguire gli studi. Una storia indipendente dalle mode e dalle passioni politiche.

Vorrei idealmente sottolineare quest’ultima frase.

* * *

Tra i concetti basilari che più e più volte vennero da Spadolini vi fu l’auspicio che la Bocconi, protesa all’innovazione, sapesse sì innovarsi sempre, ma «nella coscienza della tradizione». Lo spirito che ci ha sempre animato è di continuare la tradizione nel solco dei fondatori: volta a tramandare – nel fare cultura economica – i caratteri sui quali da sempre si è basata la nostra università: che furono e restano caratteri di innovazione, di coraggio, di intraprendenza. L’innovazione ha sempre significato per noi crescere e confrontarci con le migliori istituzioni didattiche e di ricerca, anche a livello internazionale.

Obiettivo della Bocconi non era per Spadolini e non è per noi soltanto quello di formare lo specialista, che possiede ricette valide solo in particolari condizioni, ma soprattutto è quello di formare l’uomo, nel senso più ampio del termine, con capacità e voglia di affrontare la vita, disponibile sempre a imparare, a confrontarsi e a crescere.

Lo sforzo di coniugare innovazione e tradizione, come Spadolini raccomandava anche con l’esempio, ha sempre ispirato i docenti bocconiani (almeno quelli dei miei tempi). Anche quando le costruzioni teoriche dei nostri Maestri sono state da noi stessi superate, abbiamo sempre fatto tesoro dei loro insegnamenti; e ciò che abbiamo saputo costruire lo riconosciamo innanzitutto come dovuto a quanto essi hanno prodotto e ci hanno insegnato.

È pur vero che, a 15-20 anni di distanza da quei tempi, oggi il peso dell’internazionalizzazione è diverso: ma “internazionalizzarsi” deve proprio e solo significare omologarsi alla cultura dominante (quella anglosassone), fino al punto da trascurare la propria cultura e la propria storia?

Questo non potrebbe significare (uso un’espressione forte del nostro storico più accreditato, Marzio A. Romani) «perdere la nostra anima»? Mi scrisse una volta Romani:

Ma noi l’anima ce l’avevamo. Quando abbiamo cominciato a perderla? Forse quando l’università si è fatta sempre più portatrice di tecniche (sia pure sempre più raffinate) piuttosto che fucina di saperi critici.

Quali le ragioni di tutto questo; che cosa ha spinto discipline con statuto e tradizioni molto diverse a omologarsi a un unico modello? Come spiegare la graduale metamorfosi verso una sterilizzazione delle solide tradizioni disciplinari autoctone, fondate e alimentate da grandi maestri quali Gino Zappa, Giovanni Demaria, Giordano Dell’Amore? Che cosa ha spinto giovani studiosi di discipline con statuti e tradizioni bocconiane internazionalmente accreditate a omologarsi sempre più remissivamente a modelli elaborati a partire da contesti socio-culturali e ambientali i cui caratteri fondanti sono idealmente ed empiricamente irriducibili ai nostri?

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Spadolini ha amato la Bocconi, e ha amato Milano. Della nostra città menziona più volte il primato in campo universitario. Così si espresse nel 1991:

Lasciatemi dire come omaggio alla mia Milano, che solo Milano offre un grande spaccato europeo nel momento in cui, accanto alla sua Università Statale giovane di anni ma ricca di esperienze e di successi, accanto al suo glorioso ed efficiente Politecnico, unisce le due massime università libere della Repubblica, l’Università Cattolica e l’Università Bocconi, le due espressioni diverse e diversamente atteggiate di quel pluralismo universitario che è condizione per l’avanzamento degli studi e per l’affinamento della ricerca, che sempre guadagna dall’emulazione e dal confronto, mai dalla stasi e dal monopolio, che sempre trae nuovo alimento dal fatto di potersi cimentare in esperienze diverse e diversificate.

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Il 25 ottobre 1993, nell’ultimo intervento all’inaugurazione dell’anno accademico (una manifestazione alla quale ha partecipato sempre, anche quando gli impegni politici lo ponevano in primo piano nella guida del Paese) così si espresse:

Certo nell’università si riflettono in maniera evidente tutti i problemi che caratterizzano la fase di transizione che stiamo vivendo. Ma noi sappiamo che proprio i periodi di transizione offrono grandi opportunità di cambiamenti positivi e che i cicli economici sono per l’appunto cicli. Per una libera università, come la nostra, fondata sui valori di emulazione e di concorrenza, si tratta di non rinunciare all’ottimismo e alla volontà di fare che ne costituiscono il patrimonio caratterizzante.

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Il 21 luglio 1989 tutti i giornali italiani inneggiarono alla firma, avvenuta il giorno precedente, dell’accordo tra l’Università di Leningrado e la Bocconi per far nascere nell’URSS, con una joint venture paritetica, il LIMI, cioè il Leningrad International Management Institute. Ecco i titoli coniati per l’occasione dai maggiori quotidiani: “E la Bocconi esporta il capitalismo in URSS” (la Repubblica); “Bocconi, lezioni di capitalismo in URSS” (Corriere della Sera); “Leningrado avrà dirigenti con il marchio della Bocconi” (Il Sole 24 Ore); “Quel bocconiano dell’Est” (Il Giorno); “Accordo tra Bocconi e Università di Leningrado” (l’Unità): quest’ultima con una nota più breve e meno entusiastica.

Quel 20 luglio 1989 avevo sottoscritto (come Rettore e consigliere delegato) con il professor Stanislav P. Merkuriev, un quarantaduenne fisico-matematico, Rettore dell’Università di Leningrado, l’accordo per il LIMI, cui si assegnavano obiettivi di ricerca e di organizzazione di corsi di management e di contabilità (in URSS, dopo 70 anni, era stata dimenticata anche la “partita doppia”!).

Spadolini mi aveva chiesto di definire positivamente quella trattativa, anche quando gli avevo detto: «Guarda che la bozza di contratto che i russi ci hanno sottoposto consiste, negli aspetti economici, in questa curiosa combinazione: tutti i costi sono nostri e tutti i ricavi sono loro!». «Ma dobbiamo pur aiutare Gorbaciov», fu la sua risposta.

Nell’anno seguente Gorbaciov, in visita in Italia, volle incontrarsi con l’intero corpo accademico bocconiano, riunito in toga al Castello Sforzesco di Milano (foto a p. 366), per ringraziare della nostra collaborazione. Spadolini era raggiante.

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Negli anni fra il 1976 e il 1982 Spadolini ebbe più incarichi ministeriali (Beni Culturali e Ambiente; Pubblica Istruzione; nel 1981/82 presidenza del Consiglio). Diverse volte non fu perciò in grado di presiedere i Consigli d’Amministrazione bocconiani. Ogni volta mi inviava una lettera formale con la quale mi chiedeva di scusare l’assenza presso i consiglieri, concludendo che in sua vece dovevo presiedere io, come consigliere delegato, la riunione (anche se vi era un vicepresidente...).

Sempre leggevo diligentemente la lettera, sperando che il vicepresidente Calvi non se ne avesse a male; ma ciò non accadde mai.

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Se Spadolini potesse vedere le ponderose relazioni di varie centinaia di pagine che, da qualche anno, i consiglieri delegati della Bocconi presentano al Consiglio e al pubblico (oltre ad altrettanto voluminose relazioni semestrali, per le quali non esiste alcun obbligo, e alle relazioni al budget: tutte di centinaia di pagine), sobbalzerebbe e ne sarebbe, a dir poco, sconcertato.

Quando, dopo alcuni anni di intenso lavoro, tra il 1976 e il 1977, raggiunse la tranquillità che il nostro bilancio fosse tornato in equilibrio (e che tale situazione fosse ormai stabile), i suoi interessi sul bilancio si attenuarono fortemente: gli bastava la mia assicurazione che avremmo potuto reggere senza difficoltà anche in assenza del “mecenatismo privato” (quello “pubblico” lo considerava invece necessario, anche per ragioni di solidarietà con le altre grandi università libere; e lo dichiarava).

Da quel momento mi chiese sempre di contenere nella minima dimensione possibile ogni relazione al bilancio e il tempo dedicato in Consiglio all’argomento. Gli piacque inoltre molto l’idea che il bilancio si chiudesse formalmente ogni anno in pareggio, accantonando a “fondi prudenziali” variamente denominati (ma tuttavia chiaramente “facoltativi” e come tali dichiarati) gli avanzi di gestione.

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Nelle manifestazioni pubbliche ho sempre ammirato il modo in cui riusciva a guidare le assemblee ascoltando i relatori e controllando tutto quanto accadeva nell’aula, scrivendo nel contempo a grandi caratteri e su molti fogli il testo dell’intervento che avrebbe poi pronunziato. Dice, sul Corriere della Sera del 1° agosto 2004, con la consueta bravura, Giovanni Sartori, che gli fu grande amico e collega al Cesare Alfieri di Firenze:

Aveva anche una memoria e una capacità di lavoro strepitose. Riusciva tutt’insieme a telefonare, scrivere un pezzo, e seguire un dibattito. In televisione lo abbiamo spesso visto così, “trifacente”, quando presiedeva una seduta al Senato.

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Gli ultimi mesi di vita di Spadolini furono penosi. Li vivemmo con crescente ansietà, anche se non ci rendemmo subito conto della gravità della situazione, sulla quale egli lasciava trasparire ben poco. Eppure gli ultimi mesi di vita furono particolarmente dolorosi per Spadolini, anche se fino all’ultimo li visse con serenità, con indomabile tenacia, con alto senso del dovere.

Il momento che ricordo con profondo dolore è la mancata rielezione alla presidenza del Senato (che aveva tenuto per due legislature) dopo le elezioni politiche del marzo 1994. Credo che la ricostruzione che ne ha fatto il Presidente Giorgio Napolitano sul Corriere della Sera del 4 agosto 2004 (nel decennale della scomparsa) sia la più commovente:

Non gli fu risparmiata però l’amarezza di una ricandidatura a presidente del Senato, che egli pensò potesse essere sostenuta da entrambi gli opposti schieramenti politici e che si risolse invece in una contesa, fino all’ultimo voto.

L’epilogo fu, anche umanamente, traumatico: l’annuncio, per un errore della conta, della vittoria prima e della sconfitta subito dopo. Corsi al Senato, per dirgli una parola di solidarietà, e lo trovai inebriato e fiero – lui così poco propenso a scontri frontali – per la battaglia combattuta ancorché perduta.

Ostentava tranquillità. Ma era stato colpito a morte.

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Durante un pubblico convegno in Aula Magna del giugno di quel 1994, dopo avere diretto con apparente disinvoltura, come sempre, la manifestazione, mi confidò che in quelle ore aveva avuto gravi sofferenze. Ricordo che ne fui sconvolto e rattristato, anche se confesso non colsi un presagio di morte. Poco dopo sapemmo che si trattava di un cancro e che gli restavano pochi mesi di vita. Ricordo che con il dottor Enrico Resti, il fedelissimo collaboratore di entrambi, ci confidammo i nostri foschi presagi: ma non così presto! Sempre nell’articolo sopracitato, Giovanni Sartori così descrisse le ultime due telefonate che gli fece da New York:

Nella sua penultima settimana di vita, in sul finire di luglio, sentii Giovannone vispo e contento. Sai, mi disse, sto molto meglio, forse riesco ad andare a fare i bagni a Castiglioncello.

Lo chiamai la domenica dopo, e sentii un filo di voce che non era più la sua. Mi disse: sai, sono peggiorato, faccio anche fatica a parlare. Io non capii che stava morendo, ma mi spaventai molto. Cosimo Ceccuti, che è stato al suo fianco fino all’ultimo, mi ha poi raccontato che la mia era stata l’ultima telefonata che aveva preso.

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Spadolini lo ricordano certamente i docenti e i dirigenti della mia generazione e di quella a noi successiva. Dubito che sia altrettanto per i docenti dell’ultima generazione: ma questa è la vita...

Certo la sua scomparsa fu celebrata in più occasioni con grande solennità. Di almeno due di queste occasioni conservo un ricordo chiarissimo.

In primo luogo, la commemorazione che si svolse in Aula Magna nell’autunno del 1999, con la presenza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel quinquennio della scomparsa. Mario Monti volle che fossi io ad affiancare Indro Montanelli nell’occasione: per quanto mi pesasse parecchio questo impossibile affiancamento al grande Indro, accettai per senso del dovere e per non perdere l’occasione importante di ricordare (avendone con lui condiviso per vent’anni la guida) quanto egli aveva fatto per la Bocconi.

Indro pronunciò, secondo il suo stile, una relazione “a braccio”. Fu allo stesso tempo magistrale, spiritosa e commovente (nel Riquadro 6 sono riportati, riproducendo fedelmente le parole pronunciate, alcuni passi del suo memorabile intervento).

Il 17 ottobre 1994, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1994/95 avvenuta pochi mesi dopo la sua scomparsa, mi rivolsi al presidente-amico con una promessa che sento ancora viva in me:

Caro presidente Spadolini, caro amico Giovanni, Ti assicuriamo che ottimismo e volontà non verranno mai meno in noi. Ti assicuriamo che i principi che hai trasmesso in noi saranno per lungo tempo la nostra guida.

Mi sembra giusto concludere, per il suo altissimo significato, con la citazione dell’omelia che il cardinale Carlo Maria Martini pronunziò lo stesso 17 ottobre 1994 nella celebrazione eucaristica nella chiesa di San Ferdinando:

La speranza, che ha superato la morte, che è andata al di là con lo sguardo, oltre la vita, riesce ad apprezzare a fondo la vita e a stimolare l’azione, la produzione, la giustizia, l’equità. Tale pensiero ci consola anche nella memoria di Giovanni Spadolini. Egli ha saputo guardare oltre: lo ha fatto con discrezione e con umiltà. E invita tutti noi ad allargare lo sguardo il più possibile, al di là dei nostri confini, per trovare quell’orizzonte che ci permette di operare, che vi permetterà di operare in questo anno accademico con verità e speranza.

Riquadro 6 Indro Montanelli in ricordo di Giovanni Spadolini

Io penso che debba parlare soprattutto, anzi esclusivamente, di Spadolini giornalista e non posso farlo senza prima chiedere scusa al Presidente Ciampi se sarò costretto a fare l’elogio di un fiorentino (abbia pazienza). Cercherò di contenerlo questo elogio proprio nelle cose... L’altro giorno il collega Afeltra ha rievocato sul Corriere Spadolini, dicendo che Spadolini ha avuto tre amori: Milano, la Bocconi e il Corriere della Sera. Io ce ne avrei aggiunto anche un quarto, l’amore per la politica, ma quello non mi riguarda.

E debbo dire che Spadolini veramente verso il giornalismo ebbe un rapporto curioso; il suo rapporto con il giornalismo non fu del tutto facile. Per vari motivi. Prima di tutto, per il passo napoleonico con cui lui aveva battuto i gradi della carriera giornalistica (ammesso che il giornalismo possa mai essere una carriera). A 32 anni, a 33, non mi ricordo, già direttore del Resto del Carlino e, dopo non molti anni, addirittura direttore del Corriere della Sera, cioè il massimo della gerarchia (...)

Spadolini arrivò, di forza propria, al Corriere e anche al Corriere non ebbe rapporti facili con la redazione; prima di tutto perché la redazione lo vide un po’ come un corpo estraneo (non veniva dalla gavetta, non aveva mai fatto il redattore): Spadolini era entrato come una specie di uragano nel mondo del giornalismo. Ripeto, era arrivato alla vetta “senza pagare dazio” (diciamo così) ai gradi intermedi (e questo lo doveva al suo talento). Ma questo era difficilmente accettabile da parte degli altri e, intendiamoci bene, come direttore qualche difetto lo aveva perché, ad esempio, Spadolini si curava, anzi fissava la propria attenzione, solo sulla politica, sulla politica interna, il resto – la cronaca, le altre pagine eccetera, le guardava poco perché non lo interessavano, e anche della politica gli interessava non tutto, ma soltanto la politica italiana. Mi ricordo che io allora viaggiavo un po’ in tutto il mondo, quando ritornavo lui non mi chiedeva mai che cosa avevo visto perché (io ero stato in Indocina, in Thailandia, in America) questo lo interessava poco. Lui voleva sapere le cose italiane, quindi era già destinato al passo che poi fece, grazie a La Malfa, cioè a dire all’entrata nella politica. E mi dispiace, signor Presidente, che non ci sia ancora Spadolini, che sarebbe stato anche per lei un interlocutore molto utile. Molto utile.

Lui aveva anche la passione politica. La passione politica comportava anche, fatalmente, la passione del potere (perché non si può far politica senza amare il potere). Ma il potere di Spadolini era nobile, cioè non era fine a se stesso: lo strumento per poter fare qualcosa, per poter fare qualcosa di buono.

Una volta, mi ricordo che chiesi a Spadolini – il quale, come sapete, passava la vita nel famedio del Risorgimento, della politica risorgimentale, quindi i suoi modelli erano lì: «Senti, ma tu chi ti saresti scelto come modello di questi personaggi, in mezzo a cui ti aggiri, e purtroppo qualche volta fai troppo aggirare anche noi?» (gli potevo dire queste cose, le accettava volentieri). E mi aspettavo dicesse, non so: Cavour, Giolitti, De Gasperi. Lui mi disse, invece «De Pretis». Dico: «Come De Pretis? De Pretis, si va be’, fu abile politico, siamo perfettamente d’accordo, ma non mi pare che possa essere preso a modello di un personaggio come te, che di te stesso hai un’opinione non modesta». Lo sapevamo tutti. E lui mi disse: «Sì, forse in questo hai ragione, ma ricordati bene che l’Italia non consentirebbe mai un Cavour, un Giolitti. Perfino De Gasperi le andava largo». E chissà che forse non avesse avuto ragione lui? Chi lo sa? Lei non mi deve credere, signor Presidente, mi raccomando. Lei non mi deve credere.

Spadolini aveva anche un’altra virtù, quella di non aversi mai a male delle cose che dicevano di lui, purché di lui si dicesse qualcosa! Questa fu sempre la sua regola. Lui ad esempio aveva collezionato tutte le vignette che erano state fatte su di lui.

Lui collezionava tutto! Non so, se avesse avuto dei calli avrebbe collezionato anche i calli, perché quello che apparteneva a Spadolini era appartenuto a Spadolini; cioè a dire, faceva parte del “patrimonio” della storia d’Italia. Questa sua concezione fu una grande forza per Spadolini. Fu un’enorme forza, ed effettivamente lui voleva essere pari all’immagine che lui aveva di Spadolini. E che non era modesta. Non era modesta. Era uno degli uomini più divertenti che ci fosse al mondo per le sue battute, per la sua cultura e uno degli uomini anche che più mi hanno fatto credere quel poco che credo, mi scusi Presidente, nella politica. Perché è stato un modello anche di pulizia morale, oltre che di altezza intellettuale. Magari ce ne fossero ancora di Spadolini.

Sergio Vaccà

Sergio Vaccà (foto a p. 371) era nato a S. Zenone al Lambro (in provincia di Milano) il 10 agosto 1927; è quindi coeva la nostra laurea (lui in Cattolica, io in Bocconi), dopo la quale egli rimase in Cattolica (il suo Maestro fu Pasquale Saraceno) e io in Bocconi, chiamato da Gino Zappa. Saraceno era stato allievo di Zappa: un aziendalista, tuttavia fortemente orientato ai problemi sociali. Al suo Maestro, Vaccà restò affezionato e, pur percorrendo strade proprie, era affascinato dai suoi studi e dalle sue ricerche. In un certo senso non fu mai un aziendalista “puro”.

Incontrai Sergio all’inaugurazione dell’anno accademico 1962/63 dell’Università Cattolica, dove il professor Zerbi (ordinario di Ragioneria e direttore dell’Istituto di Economia Aziendale) voleva mi trasferissi, da Parma, come ordinario di Tecnica industriale e commerciale, per subentrare allo scomparso Pasquale Saraceno. Al mio arrivo in Cattolica, Zerbi convocò Vaccà. E, dopo averlo informato che avrei condotto il corso diurno e lui quello serale (come, all’epoca, si usava), gli chiese di uniformarsi ai contenuti del mio corso o comunque di accordarsi con me. Io dissi subito a Sergio che continuasse a svolgere il suo programma in piena libertà.

Fu Zerbi a presentarmi al Rettore dell’epoca, il noto economista Francesco Vito (succeduto al fondatore, padre Agostino Gemelli), e a Giuseppe Lazzati (noto anche come animatore dell’Azione Cattolica lombarda).

Fu così che io, “bocconiano di ferro”, trascorsi in Cattolica un intero biennio, avendo ricevuto il placet di Giordano Dell’Amore (il quale, tuttavia, non consentì mai che vi assumessi la cattedra, malgrado le insistenze di Zerbi). In quegli anni partecipai in toga all’inaugurazione dell’anno accademico, che si concludeva, dopo il discorso del Rettore, con la relazione del presidente dell’Istituto Toniolo (il “custode delle sorti dell’Università”: il corrispondente del bocconiano Istituto Javotte Bocconi – Amici della Bocconi).

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Mi avvidi che, con il passare del tempo, il “cattolico” Sergio Vaccà si spostava sempre più a sinistra: nei primi anni Settanta, dopo essere diventato ordinario a Genova, quando in Italia giunse la contestazione, si schierò apertamente a favore dei movimenti studenteschi. Le nostre discussioni alla Pineta di Arenzano, dove spesso veniva a trovarmi, divennero sempre più accese. A un certo punto gli chiesi addirittura – con l’amicizia che ci consentiva di essere reciprocamente schietti – se stesse “ammattendo”.

Fu, naturalmente, una fase passeggera della sua vita: coi fumi del ’68 svanirono anche gli eccessi; e tornò a una visione meno rivoluzionaria/barricadiera e più realistica delle battaglie sociali.

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Nel 1974, in Bocconi, ero il consigliere delegato. Dall’anno seguente, 1975, Innocenzo Gasparini divenne Rettore (e lo fu sino al 1984). In quello stesso anno il presidente Furio Cicogna ci lasciò (1975) e gli subentrò Giovanni Spadolini (su designazione dell’Istituto Javotte Bocconi – Associazione Amici della Bocconi). Si creò una situazione per cui, sui fatti accademici, l’accoppiata Gasparini-Guatri assunse la piena “regia” della vita dell’ateneo.

Agli inizi degli anni Ottanta, decidemmo di rompere la sino ad allora ferrea regola del fifty-fifty nell’assegnazione delle cattedre (50% agli “aziendalisti” e 50% agli “altri” – economisti, giuristi matematici, storici ecc.), che resisteva dai tempi in cui Giordano Dell’Amore “governava” l’ateneo. Fu così che, riconoscendo in Sergio Vaccà sia le caratteristiche dell’aziendalista (seppure anomalo) sia dell’economista, lo chiamammo alla cattedra di Economia delle fonti di energia, collocata nel Dipartimento di Economia Politica. Divenne anche direttore dell’Istituto delle Fonti di Energia.

Conoscevo l’attenzione di Sergio per questo campo di studi. Già nel 1974 gli avevo chiesto di affiancarmi nella direzione della rivista Economia internazionale delle fonti di energia (nel 1974 già giunta al 18° anno di vita: era nata nel 1957!). Io mantenni la qualifica di direttore, ma di fatto gli chiesi di prendere gradualmente “in pugno” la rivista.

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Nell’autunno del 1984 divenni Rettore dell’Università Bocconi. Il primo problema che affrontai fu la scelta dei prorettori (tutte le cariche rettorali, a quei tempi, erano gratuite: esigevano impegni seri, senza alcuna contropartita monetaria!); la mia scelta cadde, infine, sul binomio Sergio Vaccà-Roberto Ruozi. Fu così che Sergio divenne prorettore. Di quegli anni alcuni ricordi sono indelebili. Come il viaggio in Giappone nel 1989 (erano con noi anche mia moglie Lina, la dottoressa Giacoletto, allora capo ufficio stampa, e Carlo Secchi, all’epoca responsabile delle relazioni internazionali della Bocconi). Di quel viaggio mi sono rimasti impressi tre momenti:

  • la visita all’Università Hitotsubashi, al nord dell’isola, col treno ad alta velocità (grande novità a quei tempi: correva a oltre 300 km/h) che in un paio d’ore consentiva di attraversarla; e l’orribile pranzo offertoci dal Rettore: accovacciati per terra, a base di pesce crudo, che dovemmo ingerire... per cortesia;
  • i nostri discorsi alla Camera di Commercio italo-nipponica (con traduzione simultanea: noi parlavamo cinque minuti e il traduttore si esprimeva talvolta in un minuto e altre volte in dieci: misteri del giapponese...). Alla fine dei nostri discorsi, dopo il ringraziamento, un autorevole signore si alzò e porse a ciascuno di noi, con un profondo inchino, un voluminoso pacco di yen!;
  • la visita a una delle grandi banche nel centro di Tokyo, parte essenziale delle disciolte Zaibatsu, di fatto rimaste tali o simili, tra la magnificenza di quadri di grandissimi autori stranieri (dagli impressionisti francesi in avanti), accolti con grande cortesia dal presidente, che ci salutò personalmente.

 

* * *

L’Istituto di Economia delle Fonti di Energia ha sempre avuto tre caratteristiche peculiari:

  • è sempre stato l’Istituto di ricerca dell’Università Bocconi con maggiori entrate;
  • si è sempre autofinanziato, grazie all’appoggio delle aziende interessate ai problemi energetici (senza mai gravare sul bilancio dell’Università);
  • ha sempre fruito di sedi importanti: agli inizi (1957) al primo piano di via Sarfatti 25 per oltre 30 anni (caso unico all’epoca); successivamente ai piani superiori di via Filippetti 9 in un grande edificio in locazione (con una biblioteca propria).

Vaccà lo diresse dal 1975 per circa un quarto di secolo.

* * *

Fin dagli esordi (1994) fui nominato presidente della commissione generale premi della Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi, che si divideva in tre settori: Medicina, Economia, Scienze alimentari. Per il settore Economia, la commissione giudicatrice per diversi anni fu così composta: Luigi Guatri (presidente), Mario Arcelli, Giacomo Becattini, Romano Prodi, Maurizio Rispoli. Per accordo assunto tra i membri fu deciso che la successione dei premi avvenisse assegnando ogni tre anni due volte il premio all’Economia politica e una volta all’Economia aziendale. Così nel 1994 il premio fu assegnato a Pier Paolo Sylos Labini e nel 1995 a Siro Lombardini; nel 1996 spettava, finalmente, all’Economia aziendale. Ricordo che non fu facile ottenere una simile successione: lo dovetti, in particolar modo, all’appoggio di Romano Prodi, che mi fu sempre amico.

La contesa si aprì tra i due nomi più “gettonati”: Tancredi Bianchi e Sergio Vaccà. Si discusse a lungo, poiché ambedue erano pienamente meritevoli. Mi venne allora l’idea di proporre un ex aequo (circostanza che non si era mai verificata). La tesi prevalse e divenne unanime.

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Finché Sergio rimase, come qualifica formale, tra gli aziendalisti (divisi per raggruppamenti), conducemmo insieme una difficilissima battaglia a favore di “Tecnica industriale e commerciale”, come allora si chiamava, lavorando per terne di vincitori in cui fosse data prevalenza al merito. Una battaglia, in questo nostro Paese, disperata e forse inutile poiché dove prevale il nepotismo non può prevalere la giustizia!

Noi ci occupavamo di concorsi e di elezioni dei commissari solo in prossimità dei concorsi, poi per anni d’altro (di fare ricerca, di scrivere ecc.), mentre altri nostri colleghi – specie al CentroSud – non si occupavano sostanzialmente d’altro che predisporre per tempo alleanze, in vista di reciproci favori: insomma di sostenere “a tutti i costi” i loro allievi.

Qualche volta, con Sergio, provammo a fare i conti: «Tanti voti a Milano, tanti a Genova, a Venezia, a Torino ecc. Forse possiamo raggiungere la maggioranza!». Invano: chi aveva lavorato per questo obiettivo per anni, alla fine prevaleva. E noi andavamo nelle commissioni a condurre battaglie disperate (e poche volte con risultati apprezzabili). Fu così che un giorno Sergio si stancò: e, divenendo economista, lasciò il raggruppamento.

* * *

Devo infine ricordare la sua ultima battaglia, condotta con ineguagliabile forza d’animo contro la malattia che lo costrinse all’emodialisi trisettimanale. L’ultimo periodo della vita di Sergio divenne “un calvario”, proprio quando, dopo essersi risposato, prendendo una nuova dimora a Milano in via Fogazzaro 20, la sua movimentata vita pareva essersi placata. Nei giorni di emodialisi si allontanava per buona parte della giornata dallo IEFE, ma in ogni altro momento era indomito alla sua scrivania in via Filippetti 9: e lì, imperterrito, continuava a studiare e scrivere. Quando passavo a salutarlo in quel suo “regno”, lo trovavo invariabilmente vivace e combattivo.

Anche quando, per raggiunti limiti di età, lasciò la direzione dello IEFE, non abbandonò mai la sua scrivania. La testa rimase come al solito lucida, cristallina; forse solo il suo carattere si era un poco addolcito.

Non so perché, ma non gli chiesi mai – malgrado l’amicizia – se fosse tornato credente (all’epoca, del resto, anch’io, pur credente, mi ero allontanato dalla pratica religiosa, alla quale sono tornato solo da sette, otto anni).

* * *

Sergio Vaccà cessò di vivere, tra il cordoglio generale dell’Accademia e dei molti suoi estimatori, il 17 aprile 2007 (aveva compiuto gli 80 anni). Le sue esequie si celebrarono nella chiesa di San Ferdinando all’Università Bocconi. Di quella giornata dolorosa, tra le tante manifestazioni di cordoglio, due episodi mi fanno ancor oggi dispiacere:

  • il fatto che i suoi figli si schierassero da un lato e la moglie (sposata in seconde nozze) dall’altro lato dell’emiciclo, senza (almeno all’apparenza, ma vorrei sbagliarmi) comunicarsi il dolore, che pure era nei loro occhi;
  • il fatto che, terminata con il Vangelo la commemorazione religiosa, nessuno dei suoi allievi si alzasse per una commemorazione accademica. Mi rivolsi al suo primo allievo genovese, Lorenzo Caselli, e gli chiesi perché nessuno di loro prendesse la parola. Caselli mi disse: «Lo faremo in un’altra sede...». «Ma perché non l’avete detto? – gli chiesi un po’... irritato – l’avrei fatto io, anche improvvisando...». La Bocconi non doveva e non poteva lasciare questo suo professore emerito (in senso “stretto”) senza una parola...

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Mi pare, infine, utile ricordare ciò che Sergio disse il 21 novembre 1988 nella presentazione degli “Studi” in mio onore.

(…) Emblematico a questo proposito è stato l’impegno quasi inarrestabile manifestato sul tema del costo di produzione. C’è stata infatti una lunga stagione degli studi di economia aziendale durante la quale era ben difficile che uno studioso, specie se giovane, riuscisse a resistere al fascino del tema dei costi dell’impresa. A questo fascino, o forse a questa sorta di passaggio obbligato, non si sottrasse lo stesso Guatri.

La sua ricerca sui costi si colloca però in una prospettiva differente e tale da rappresentare una reazione critica ad un’imperante esasperazione di tipo teologico fondata sull’indeterminazione dei costi, sull’impossibilità di una fondata misurazione. Recuperare una teoria del costo che consentisse di disporre di uno strumento concettuale necessario per l’economia aziendale è stato l’obiettivo perseguito da Guatri.

La disputa sulla non calcolabilità dei costi, sulla loro inevitabile indeterminazione ha rappresentato un modo discutibile di far teoria e soprattutto un modo per non costruire un rapporto reale con la vita concreta dell’impresa, con le sue scelte e con i suoi comportamenti, fondata su costruzioni di costo dei processi produttivi.

Guatri, insistendo sul concetto di determinazione oggettiva e soggettiva dei costi, fa di quest’ultima (la determinazione soggettiva) – in armonia con l’esperienza aziendale – una costruzione elaborata dai soggetti, utile per illuminare sui problemi dell’economia di impresa, se e in quanto si tratti di una costruzione di cui si possa valutare l’attendibilità dei risultati, così da rendere tollerabili i limiti e gli errori sottolineati dalla costruzione o misurazione oggettiva del costo.

A molti anni di distanza questa reazione (ben più articolata rispetto a questi brevi cenni) di Luigi Guatri al pensiero economico-aziendale dominante può anche sembrare normale, cioè rispondente ad uno dei tanti passaggi evolutivi che contrassegnano il progresso del pensiero scientifico. Sennonché le cose allora si presentavano meno semplici, e la cautela usata dal Nostro nell’esporre le sue riflessioni senza dubbio rifletteva anche il fatto che Gino Zappa non condivideva le conclusioni raggiunte da Guatri nella sua ricerca.

1

Ex art. 1971 e segg. del codice civile.

2

A Casa de Campo (Repubblica Domenicana) incontrai, all’inizio degli anni Novanta, un’ormai sperimentata golfista (che tutti chiamavano signora Garghetti), che volle ricordarmi i molti Collegi arbitrali che avevo presieduto per stabilire i valori di riscatto delle “officine del gas” di proprietà del marito (l’ingegner Garghetti). Le chiesi, ridendo, se ricordava le montagne di miliardi di lire che avevo liquidato alle aziende del coniuge. Rispose con risate molto più allegre e convinte delle mie: se lo ricordava perfettamente!

3

In M.A. Romani (a cura di), Banca Popolare di Bergamo 1986-2009. Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo, UBI-Banca Popolare di Bergamo, 2009, p. 374.

4

Dedica a un banchiere, a cura di Sergio Beretta, Bolis Editore, Bergamo, 2010.

5

Con Lucio Sicca ho scritto anche un libro: Strategie, leve del valore, valutazione delle aziende (Egea, Milano, 2000). Con lui e con l’adorabile moglie Pupa divenimmo amici e furono anche nostri ospiti a Casa de Campo. Con mia moglie li rivedemmo a Milano nel 2010, ci fecero visita in via Massena 18, alla vigilia della nostra partenza per Casa de Campo, da cui Lina non è più tornata.

6

Alfonsín ha evidenziato il contributo della UADE alla nazione nella formazione dei giovani nel capitale umano delle imprese. Rivolgendosi agli studenti, il Presidente ha sottolineato alcune loro responsabilità: «L’uguaglianzadi opportunità non è ancora una verità assoluta in Argentina; quindi, coloroche sono giunti all’università sono dei privilegiati. Per questo, dico, devono essere solidali con il paese, e nel periodo dello studio solidarietà significa studiare.

7

Iniziamo con un gruppo di sei articoli dell’eminente professore dell’Università Luigi Bocconi di Milano, Italia, il dottor Luigi Guatri, che, con il titologenerico di “VALUTAZIONE DELLE IMPRESE. Principi e Metodi”, sonostati pubblicati dalla rivista Finanza, Marketing e Produzione e tradotti con lasupervisione professionale del dottor Alfredo Lisdero, della nostra Università.