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Il mondo di Guatri

2026/16

La prima cattedra: Università di Parma

Quando vinsi il concorso a cattedra, la prima sede che mi fu assegnata fu l’Università di Parma, dove passai nove bellissimi anni. Quando vi entrai la facoltà di Economia si trovava in via D’Azeglio, nella sede storica dell’università parmense (nata nel XII secolo). Noi ordinari eravamo solo in sei (foto a p. 358): Eugenio Levi, preside; Ugo Sorbi, fiorentino; Francesco Costanzo, romano; Ugo Feroldi, milanese; Carlo Masini, milanese; Luigi Guatri, milanese (attenzione: ero il più giovane, 33 anni!).

Occupavamo poche aule e pochissimi uffici: gli spazi erano ristrettissimi, si lavorava “gomito a gomito” (solo il preside aveva un piccolo ufficio proprio).

Quando Carlo Masini nel 1962 passò alla cattedra di Ragioneria alla Bocconi, rimasi l’unico aziendalista: proposi senza indugio ai sette membri della nostra piccola facoltà parmense il nome di Giovanni Ferrero. Quel giovane allievo di Onida piaceva a tutti.

Ferrero fu subito chiamato e in breve s’integrò perfettamente con noi. Personalmente, lo incontravo per la prima volta, ma ben conoscevo il valore dei suoi scritti. Avevamo all’incirca gli stessi anni, credevamo egualmente nell’importanza della ricerca e della docenza (non mancavamo mai alle nostre lezioni), nella serietà degli esami. La vera differenza era che Ferrero dedicava a Parma più tempo: sia perché doveva seguire due corsi (primo e secondo anno di Ragioneria) e io uno solo (Tecnica industriale e commerciale di terzo anno); sia perché io mantenevo in quegli anni altri impegni accademici (alla Bocconi, al Politecnico di Milano, per breve tempo anche alla Cattolica, dove Tommaso Zerbi mi voleva come ordinario) e, soprattutto, professionali. In breve, Ferrero si fermava per tre giorni ogni settimana; io arrivavo, con auto velocissime, da Milano per l’ora di lezione alle 16,30 di ogni martedì; di solito pernottavo a Parma e, dopo le due ore (9-11) del mercoledì ripartivo subito. Ferrero più di una volta mi chiese amichevolmente se non “abusassi” troppo, con questo frenetico dinamismo, delle mie forze. Gli davo ragione, ma di fatto non lo ascoltavo.

In quell’unica serata in cui ci ritrovavamo, si pranzava all’Hotel Jolly Stendhal, nel pieno centro della città, dove parlavamo a lungo e così diventavamo sempre più amici; più tardi, concludevamo la serata in un cinema.

* * *

A mezzogiorno facevamo (tutta la facoltà) colazione in un piccolo ristorante, dove lo ricordo bene un solo e sveltissimo cameriere serviva tutti. Come ben si sa, a Parma si mangia bene. Anche le inaugurazioni degli anni accademici finivano con un pranzo.

* * *

All’arrivo di Ferrero a Parma, la nostra piccola facoltà si trovava ancora nell’unica sede centrale della storica università. Ma, proprio in quegli anni (1962/66), fu deciso che la facoltà di Economia e Commercio – che in pochi anni si era fatta un “buon nome”, così che il numero degli allievi era cresciuto rapidamente – costruisse una sede propria, a non più di 600-700 metri di distanza, appena al di là degli storici Giardini della Pilotta[5].

Si cominciò dal progetto e (naturalmente) ci fu la battaglia per la destinazione degli spazi: io e Ferrero rappresentavamo gli “aziendalisti”. Chiedemmo che ci fossero assegnati spazi adeguati per tre istituti. Oltre ai nostri, Economia aziendale e Tecnica industriale e delle ricerche di mercato, ottenemmo anche gli spazi per Tecnica bancaria e professionale, dove pochi anni dopo arrivò Ettore Lorusso, naturalmente bocconiano, che ancora però si esprimeva con l’accento barese, la città dove era nato.

Poi, con l’aiuto degli architetti, distribuimmo gli spazi (aule, uffici direzionali, uffici per docenti ecc.), fissandone persino le dimensioni. Una fatica non da poco. Quando alla fine tutto fu pronto, Ferrero ritornò a Torino (dove andò per sostituire Edoardo Petix, il docente siciliano “ternato” con Ferrero, che a Torino peraltro si era visto poche volte – “fortunatamente” sottolineavano quelli che avevano letto le sue pubblicazioni).

Mi fu anche assegnata una giovane e capace segretaria, che rimase con me fino al mio rientro in Bocconi.

* * *

A Parma evitai accuratamente di farmi trascinare in impegni professionali locali; salvo che nel 1967, quando mi lasciai coinvolgere nell’avventura dell’amministrazione controllata della Elettrodomestici Salamini: un nome noto in Italia poiché sponsorizzava corridori in bicicletta di fama. La Salamini produceva elettrodomestici di ogni tipo: televisori, frigoriferi, lavatrici ecc. Mi chiamò un giorno il Tribunale di Parma: sapendo che io insegnavo in città, mi chiese di diventare il commissario giudiziale di quell’azienda che presentava una situazione finanziaria problematica[6].

La decisione del Tribunale di Parma di chiamare da Milano uno specialista di quei problemi suscitò le proteste del Consiglio degli avvocati parmensi che giunse perfino a proclamare uno sciopero.

* * *

A Parma conobbi Carlo Dessy. Me lo presentò Girolamo Palazzina, l’indimenticabile protagonista della vita bocconiana dal 1907 al 1970, con una telefonata: «Il dottor Carlo Dessy desidera incontrarla a Parma. È un bocconiano; e questo credo possa bastare» mi disse.

Quando arrivò, ero occupato (in Tribunale, mi par di ricordare) e lo feci inizialmente ricevere dal mio allora assistente, Michele Burnengo, un uomo deciso e pratico. Dessy da consigliere delegato dell’azienda di televisori napoletana Dumont aveva scambiato – secondo quanto spesso accadeva all’epoca – con Salamini tratte emesse su clienti, senza corrispondenti vendite, per rendere possibile lo sconto bancario. Michele Burnengo, che sapeva essere “duro” (e non era affatto duttile), esordì: «Se io fossi il commissario, chiederei al Tribunale di dichiararla socio di fatto di Salamini». E gli animi si agitarono.

Quando, dopo qualche ora, arrivai, cercai appunto di calmare i due e, alla fine, con qualche fatica e molta buona volontà, si trovò una soluzione indolore.

Per tenere sotto controllo la società mi avvalsi dei miei collaboratori dello studio di Milano: in prima linea mio fratello Beppe e il ragionier Francesco Comotti. In poche settimane l’obiettivo fu realizzato.

A Parma il salvataggio della Salamini era richiesto da tutti: e il Tribunale si adeguò. Per consentire l’amministrazione controllata si fece di tutto, seppure in assoluta buona fede: come quando per il deposito per le spese (obbligatorio per legge) furono accettate dal giudice delegato “cambiali di clienti e tratte su clienti” (caso più unico che raro nella storia). Le attese in città erano tali che quando lessi la mia relazione e si procedette alla votazione per l’apertura dell’amministrazione controllata la gente era tanto numerosa che la sede delle udienze del Tribunale non poteva contenerla. Furono perciò installati degli altoparlanti in piazza. Nella mia relazione parlai anche del valore del marchio. Il brand Salamini Elettrodomestici era abbastanza noto e costituiva un bene immateriale di una certa importanza.

Dopo qualche mese, peraltro, mi erano sorti gravi dubbi che l’amministrazione controllata potesse andare a buon fine. Pensai perciò di rivolgermi, per un’opinione, a Giovanni Borghi, patron della Ignis di Comerio, di cui ero consulente (e anche membro del Consiglio della sua società). Borghi esaminò il caso e risolse in una frase tutti i miei dubbi: «La Salamini non la vorrei nemmeno regalata». Era per me la fine di un incubo. Ne informai il giudice, spiegando esaurientemente il problema: e l’amministrazione controllata ebbe fine.

Mi fu chiesto allora di tornare a essere il commissario giudiziale del concordato preventivo (con cessione di beni, come spesso accadeva), ma non mi sentii di accettare. Vedevo il futuro nero e così fu. Dopo pochi mesi la Elettrodomestici Salamini fu dichiarata fallita.

* * *

Sono tornato all’Università di Parma, su invito del preside, nel 2014. Del corpo accademico non riconoscevo quasi più nessuno (erano passati 45 anni!). Da giovane com’ero nel 1969, ero diventato vecchio. Feci ricercare per tutta la città la mia giovane e bella segretaria: ormai era un’anziana signora. Il tempo passa inesorabile per tutti!

1

Il palazzo della Pilotta è la reggia di Maria Teresa d’Austria, duchessa di Parma e Reggio Emilia: da ciò la “regalità” di Parma, capitale del Ducato.

2

La Elettrodomestici Salamini aveva due sedi: quella più importante era situata in prossimità del centro di Parma, in un edificio molto ampio, un quasi grattacielo. Un giorno si diffuse la notizia che le fondamenta non erano sicure: si dovette sgomberare, ma in realtà non era così (anche se qualche dubbio rimase in tutti).