Il mondo di Guatri
2026/16
La “mia” Bocconi (1969/1999)
Pur non avendo mai lasciato l’Università Bocconi dal dicembre 1949, quando mi chiamò Gino Zappa come assistente effettivo (perché vi svolgessi incarichi per materie “complementari”, lezioni al corso serale per dirigenti d’azienda, dirigessi istituti di ricerca come lo IEFE ecc.), solo nel 1969 vi fui chiamato come professore ordinario. Questa era la regola ai nostri tempi: dopo aver vinto il concorso andavamo a “farci le ossa” presso università minori e poi i più meritevoli venivano richiamati.
In quell’anno Giordano Dell’Amore, il capo riconosciuto degli aziendalisti dell’epoca, mantenne la promessa che mi aveva fatto sei anni prima e mi chiamò – con voto unanime del Consiglio di facoltà – come ordinario di Tecnica industriale e commerciale in Bocconi. Presi servizio presso l’omonimo istituto, all’epoca diretto da Giorgio Pivato, col quale ebbi sempre una coesistenza felice. Pivato era un vero amico e non dimenticherò mai che, nel 1960, mi aveva portato a vincere il concorso a cattedra, con la conseguente “chiamata” a Parma.
Nel 1971 alla mia cattedra fu attribuita la denominazione di Economia delle aziende commerciali (che per me significava il marketing).
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Quando Giorgio Pivato, la cui salute da qualche tempo lasciava a desiderare, raggiunse i limiti di età e uscì dai ruoli, secondo le regole del tempo avrebbe potuto conservare per cinque anni la direzione dell’Istituto. Ma egli volle che subito l’assumessi io. Ciò accadde il 1° novembre 1981 (cioè di fatto a valere dall’anno accademico 1982/83). Furono – credo – gli anni più impegnativi della mia lunga vita bocconiana, in quanto in quel periodo alla direzione dell’Istituto aggiungevo la carica di consigliere delegato (dal 1974) e, di lì a poco, alle due precedenti si sarebbe assommata anche quella di Rettore.
Nei vent’anni in cui ressi l’Istituto di Economia delle Aziende Industriali ebbi l’opportunità di chiamarvi alcuni miei allievi; non tutti quelli che avevo messo in cattedra, che sono ben undici. Mi rimane il rammarico di non aver potuto aiutare i più giovani collaboratori (quali Laura Zanetti e Andrea Amaduzzi), che non feci in tempo a portare in cattedra, anche se l’avrebbero ben meritato.
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Proprio in extremis, quando stavo per uscire dai ruoli, fui chiamato a dirigere l’Istituto di Amministrazione, Finanza e Controllo, che accorpava anche il precedente istituto. Vi rimasi fino al 1999.
Alla fine del lungo e faticoso processo di risanamento delle finanze bocconiane e di rinnovamento delle strutture didattiche e scientifiche, Giovanni Spadolini, nel suo ultimo discorso (pronunciato il 25 ottobre 1993) in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno accademico, avrebbe orgogliosamente affermato:
E voglio affermare come Libero Lenti amasse sottolineare proprio lo sforzo compiuto dalla Bocconi per trasformarsi – sono sue parole – da “una specie di salotto della borghesia milanese in un crogiolo dove si fondono e si mescolano giovani d’ogni provenienza sociale”. Un risultato conseguito grazie alla graduazione delle tasse e ai sacrifici che la Bocconi ha saputo imporre con equità per restare un’università libera, sottratta a tutti i condizionamenti e a tutte le pericolose sponsorizzazioni.
Nel settembre del 1974 Furio Cicogna (foto a p. 365), allora presidente dell’Università Bocconi, aveva infatti convocato presso la sede del Banco Lariano (di cui pure era presidente) il piccolo gruppo, una dozzina di persone, che costituiva il Consiglio di facoltà (compreso il Rettore Giordano Dell’Amore e il preside Innocenzo Gasparini) per informarlo che il bilancio dell’università andava male, anzi malissimo.
Aveva perciò pensato a una soluzione radicale. Occorreva che i docenti ordinari approvassero un “prodotto” di grande qualità e di sicuro richiamo (il DES, corso in Discipline EconomicoSociali, un corso full time con contenuti e regole proprie e di alto livello). Anche perché, aveva sottolineato, il DES era una delle vie (o degli stimoli) per ottenere dal Gruppo Banco Ambrosiano un rilevante contributo annuale: ben 500 milioni di lire, ossia tre volte gli introiti delle tasse accademiche dell’epoca. Questo straordinario “prodotto” accademico sarebbe stato il mezzo (a fianco del contributo di 500 milioni) per ottenere il rilancio della Bocconi.
Il gruppo dei presenti fu colpito dalla pesante situazione del bilancio (che quasi tutti, io compreso, non conoscevano): una premessa che non consentiva di discutere molto sulla proposta. Neppure Giordano Dell’Amore (il presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, che pure si faceva carico ogni anno di un rilevante contributo di circa 100 milioni di lire) ebbe da obiettare. Innocenzo Gasparini manifestò un’adesione piena: il DES era il “prodotto” da lui proposto, nel quale credeva con entusiasmo...
Si alzò solo un’esile voce in opposizione, del più giovane e inesperto dei presenti, l’ultimo arrivato: ero io. Dissi che, visto il programma del DES, di alta qualità ma destinato certamente a produrre nuove perdite, la debolezza economica strutturale della nostra Bocconi non ne avrebbe tratto alcun giovamento; e rimediando solo con una grande contribuzione privata (sia pure concessa senza alcuna condizione) avremmo messo a rischio la nostra indipendenza.
Quello del DES era un grande sogno, ma solo un sogno (nell’aspetto degli equilibri di bilancio, il vero obiettivo di Cicogna); il contributo dell’Ambrosiano risolveva i problemi immediati “di cassa”, ma l’università avrebbe nel lungo termine peggiorato e non migliorato le sue prospettive.
Fui ascoltato da Furio Cicogna con grande attenzione. Ma alla fine mi disse che non si poteva fare altro. E tutto fu approvato. Nacque così il nostro rapporto con Roberto Calvi e con quelli che, anni dopo, Spadolini definì «gli eccessi del mecenatismo privato».
Credetti che Cicogna si fosse un poco offeso. Ma così non era: nel settembre dello stesso anno, cioè pochi mesi dopo, ricevetti da lui la richiesta di un incontro urgente. Mi recai di nuovo alla presidenza del Banco Lariano: Cicogna mi propose di accettare la nomina nel Consiglio della Bocconi e di assumere la carica di consigliere delegato, con tutti i poteri.
Chiesi 15 giorni per riflettere (avevo già molti impegni professionali oltre a quelli accademici); mi concesse 48 ore. Il giorno dopo accettai e in quella carica rimasi per 25 anni.
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Fu nella veste di importante mecenate che Roberto Calvi (vedi anche il Riquadro 1) entrò come vicepresidente nel Consiglio dell’università (era l’unica condizione che pose), sia pure senza alcun potere, che del resto non richiese mai. Dopo poco tempo Furio Cicogna morì (eravamo nel gennaio del 1976) e al suo posto fu nominato il senatore Giovanni Spadolini. Da quel momento si creò questa curiosa triade: Spadolini, presidente; Calvi, vicepresidente; Guatri, consigliere delegato (a me furono di fatto delegati tutti i poteri amministrativi e finanziari).
Riquadro 1 Chi era veramente Roberto Calvi?
Nasce a Milano nel 1920. Dopo il diploma di ragioneria, si iscrive alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università Bocconi. Dove dirige l’ufficio stampa e propaganda dei Gruppi universitari fascisti (GUF) fino all’entrata in guerra dell’Italia. Arruolato in cavalleria, partecipa alla campagna in Russia. È tra i non molti che ritornano vivi (ma alla Bocconi non si laurea).
Nel 1947, a 27 anni, entra come impiegato al Banco Ambrosiano; è il tipico ragiunatt milanese.
Comincia a scalare i gradini che portano ai piani alti fino a raggiungere, alla fine degli anni Sessanta, il ruolo di segretario generale, cioè di segretario del direttore centrale Alessandro Canesi, cui subentra nel 1969. Diventa direttore generale nel 1971 ed entra nel Consiglio d’Amministrazione; nel 1975 diventa presidente del Banco. Ma ciò che maggiormente pesa è l’acquisto (!) della maggioranza delle azioni del Banco, che acquisisce coi mezzi dello stesso Banco.
Nel 1978 la Banca d’Italia svolge un’ispezione che diventerà decisiva. Nel rapporto degli ispettori si legge che gli amministratori dell’Ambrosiano «hanno adottato accorgimenti volti ad eludere i controlli dell’Organo di vigilanza». E ancora: «L’amministrazione del Banco è imperniata sul presidente e consigliere delegato signor Roberto Calvi che coadiuvato dai fedelissimi membri di “direttorio” è divenuto praticamente in seno alla società di ogni iniziativa di rilievo in ciò favorito [...] dalla supina acquiescenza degli altri componenti degli organi collegiali».
Il 17 giugno 1982 la situazione precipita. Crollano in Borsa le azioni del Banco Ambrosiano. Roberto Rosone, vice di Calvi, informa che le esposizioni delle banche estere, fino a quel momento rimaste occulte, ammontano a 379 milioni di dollari. Al Consiglio d’Amministrazione non rimane che sciogliersi e deliberare il commissariamento, affidato alla Banca d’Italia. Nel pomeriggio delle stesso 17 giugno la segretaria di Calvi, Graziella Corrocher, si toglie la vita gettandosi dalla finestra del suo ufficio.
Il 18 giugno alle 7,25 un impiegato delle poste di Londra, che sta andando al lavoro lungo la via del Tamigi, nota un corpo che pende da una corda legata a un traliccio sotto il Blackfriars Bridge. È quello di Roberto Calvi.
(Molte informazioni qui riportate sono basate sul libro di Mario Almerighi, La Borsa di Calvi, Chiarelettere, Milano, 2015)
Con Spadolini ebbi subito un discorso franco: gli illustrai un piano di quattro, cinque anni (che discussi, con incontri riservati in casa mia, con alcuni più giovani colleghi, tra i quali ricordo Ruozi, Coda, Demattè). La linea strategica che proposi fu: ripristinare, con graduale ma sensibile aumento dei contributi accademici richiesti agli studenti (con il supporto di un’adeguata comunicazione, di un miglioramento di tutti i nostri “prodotti culturali”, dell’introduzione del numero chiuso di iscrizione ecc.), l’equilibrio del bilancio; conservare i contributi dei privati, ma renderli in quattro, cinque anni «non più necessari».
Il presidente Spadolini accettò con entusiasmo: non vedeva l’ora che potessimo «contare solo su noi stessi».
La presenza in Consiglio di Roberto Calvi (che pure in diversi anni ben poche volte prese la parola e, soprattutto, non chiese mai nulla per sé, pur continuando nella contribuzione che suddivise pro quota tra le sue numerose controllate – La Centrale, la Toro, il Varesino, la Banca Cattolica del Veneto ecc.) divenne nel tempo, per Spadolini, un vero incubo. Fin dall’inizio mi disse che Calvi, nel caso di sua assenza (i suoi impegni politici divennero sempre più importanti, fino alla presidenza del Consiglio dei ministri e alla presidenza del Senato), non avrebbe mai dovuto presiedere il Consiglio.
In tali occasioni mi spediva una lettera in cui, motivando l’assenza, mi chiedeva di presiedere in sua vece il Consiglio. Il che feci più e più volte; senza, invero, che Calvi mai eccepisse alcunché; anzi, come fosse cosa naturale.
Da Roberto Calvi ci giunse, dopo alcuni anni, solo una richiesta: mi invitò con Enrico Resti (il fidatissimo direttore amministrativo della mia epoca) presso la presidenza del Banco Ambrosiano, dove accennò all’eventualità di una laurea honoris causa. Gli facemmo presente che non era nella tradizione della Bocconi, che non era mai accaduto prima e che l’orientamento unanime era di continuare su quella strada: non eccepì nulla; non ne parlò mai più.
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I dubbi in questo senso di Spadolini non erano del tutto immotivati. Qualcuno all’epoca mi riferì (vero o non vero che fosse) che Calvi andava dicendo: «Con 500 milioni all’anno ho acquisito la Bocconi».
Del resto, anche Panerai ebbe qualche anno dopo a scrivere di Calvi e del suo “salvataggio” della Bocconi[7]:
Sechi mi faceva sedere sempre vicino a Calvi perché riuscissi a carpirgli qualche segreto negli anni in cui era portato in palmo di mano, anche per aver salvato la Bocconi con un generoso finanziamento che, prima dell’era di Luigi Guatri e della trasformazione dell’università in un’efficiente azienda, gli valse la poltrona di vicepresidente. Nonostante i miei stimoli, Calvi non parlava mai. Al massimo raccontava dei suoi polli e dei suoi vitelli che allevava a Drezzo vicino al confine con la Svizzera.
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Contemporaneamente a Calvi (che entrò a partire da fine 1974) nel Consiglio sedeva un bocconiano a piena ragione considerato una gloria della nostra università: il governatore Paolo Baffi (foto a p. 365). Una figura severa e solenne, di indiscussa capacità e moralmente ineccepibile. In quegli anni (forse nel 1978, mentre si svolgeva presso il Banco Ambrosiano l’ispezione condotta da Giulio Padalino, che intuì per primo l’esistenza dell’area “occulta” all’estero) assistetti con sorpresa (che poi i fatti avrebbero in parte spiegato) al tentativo di Calvi di scambiare qualche parola con Baffi: talvolta, quando quest’ultimo usciva dalla sala del Consiglio, seguendolo nel corridoio. Notai anche la ritrosia di Baffi a tali approcci. Nel 1979, a seguito di un’ingiusta inchiesta giudiziaria romana (Alibrandi-Infelisi), il capo della vigilanza di Banca d’Italia Sarcinelli fu arrestato e Baffi costretto alle dimissioni da governatore; si dimise allora anche dal Consiglio della Bocconi, con sommo dispiacere di tutti noi.
Solo in anni successivi, quando le vicende Calvi-Rizzoli-P2 divennero note, qualche organo di stampa suppose collegamenti tra l’attacco feroce a Baffi-Sarcinelli e l’avvicinarsi (con l’ispezione Padalino) della deflagrazione della vicenda Banco Ambrosiano. Forse nelle nostre (inconsapevoli) sedute si era svolto un dramma silente...
Alcuni stimati professionisti (avvocati, commercialisti, anche accademici) ebbero la sventura di essere chiamati dal presidente del Banco Ambrosiano a ricoprire cariche societarie nel gruppo: ne furono travolti e la loro vita ne uscì segnata: cito per tutti l’avvocato Giuseppe Prisco e il professore Antonio Confalonieri (quest’ultimo ne morì).
Eppure io, che li conoscevo bene, potrei mettere la “mano sul fuoco” che non furono consapevoli di nulla. Non si resero conto del fatto che Calvi – per il tramite di società off-shore alle Bahamas e in altri paradisi fiscali – aveva acquisito con i mezzi del Banco le azioni dello stesso Banco. Così Calvi aveva finito per controllare se stesso. Nel 1981 il “rischio” complessivo raggiunse la cifra di 1.400 miliardi di lire. Una voragine, la radice del dissesto.
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Ho il ricordo di un episodio del giugno 1982. Al campo di golf La Pinetina di Appiano Gentile (quello creato da Moratti), dove ogni fine settimana mi recavo per la mia partita di golf, mi venne incontro, evidentemente in affanno, un bravo e serio commercialista, che di quel golf era socio e mi chiese: «Luigi, dammi una tua opinione: Calvi non si trova più, si dice che il Banco Ambrosiano sia qualcosa di simile alle banche di Sindona: è mai possibile?». «Non credo proprio – fu la mia risposta – anche se quanto sta accadendo è sconvolgente...». Questo amico era un del tutto inconsapevole sindaco del Banco Ambrosiano. La sua vita, professionale e non solo, ne fu sconvolta.
In realtà, mi dice l’esperienza, quando in una grande società una persona e una sua più o meno ristretta “cricca” operano con lucidità in modi fraudolenti (e sono abbastanza abili da tenerlo nascosto), né gli amministratori né i sindaci (né i revisori) se ne possono rendere conto. Non fu questo il primo né l’ultimo caso. Varie persone, infatti, proprio per la loro sicura competenza professionale, furono condannate: in tutti i gradi di giudizio, quando pure vi giunsero. La formula tipica fu proprio «non potevano non sapere». Come dire: più uno è colto, più è in mala fede (!).
Una parola definitiva su questo argomento venne da una fonte indiscutibile, che univa esperienza diretta, informazione completa e specifica competenza. Pier Domenico Gallo fu, nella ricostruzione di questa vicenda, la fonte più affidabile ed esauriente[8]:
Il fatto che il Banco fosse posseduto da se stesso “attraverso una rete di portage” era nota all’interno del Banco Ambrosiano a pochissime persone: a Roberto Calvi, al direttore generale Roberto Rosone e ai quattro direttori dell’estero – che io licenziai in tronco al momento del mio ingresso in banca e per i quali la magistratura, a cui avevano fatto ricorso per il reintegro sul posto di lavoro, confermò il nostro provvedimento. Non era sicuramente a conoscenza di questo network la direzione della contabilità generale del Banco, che si limitava a recepire, come era uso allora, le situazioni contabili preparate dalle consociate estere.
Quando mi convinsi dell’estraneità della contabilità generale ai falsi dei bilanci arrivati dall’estero, proposi a Bazoli di nominare il capo del settore, Ferruccio Codeluppi, vicedirettore generale del Nuovo Banco, carica nella quale negli anni successivi diede un contributo decisivo...
Affermazioni precise e inequivocabili che inducono a una altrettanto precisa domanda: se il direttore della contabilità «non sapeva», come potevano sapere i sindaci, i revisori, gli amministratori non operativi?
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Io ero considerato all’epoca il massimo esperto di valutazioni aziendali in Italia. Calvi mi chiese qualche volta di fornirgli consulenze sui rapporti di cambio attinenti a fusioni di banche, sui valori di possibili acquisizioni eccetera. Ma quella che mi è rimasta indelebile nella mente fu la richiesta che mi fece (20-25 giorni prima della sua scomparsa) di modificare, capovolgendola, l’impostazione complessiva del Gruppo Ambrosiano.
Chiamò, oltre a me (che avrei dovuto occuparmi dei valori delle società), due illustri specialisti: Ariberto Mignoli, il grande studioso di diritto commerciale, e Victor Uckmar, il massimo fiscalista in Italia, di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo. Ci chiese, in sintesi, di studiare in 15 giorni una nuova organizzazione del gruppo, che vedesse ai vertici la Toro Assicurazioni e il Banco Ambrosiano come società controllata, come tutte le altre. Ci diede appuntamento dopo due o tre settimane, raccomandando vivamente di essere puntuali e indicando che i suoi collaboratori sarebbero sempre stati disponibili per qualsiasi informazione.
Quando si alzò e già aveva aperto la porta per uscire, si voltò e mi chiese: «Professore, i 500 milioni di quest’anno sono arrivati alla Bocconi?». «Sì, grazie, presidente».
Scomparve e non lo rivedemmo mai più. Dopo due giorni una valanga di carte ufficiali (con quintali di bilanci) invase i nostri studi: ma le nostre cure per la riorganizzazione (in articulo mortis) del Gruppo Banco Ambrosiano sarebbero state vane, oltre che fuori tempo massimo. Nessuna riorganizzazione avrebbe potuto chiudere i “buchi”, che noi non conoscevamo (e dei quali non ci aveva detto nulla).
Mi sono più volte chiesto: perché mai nel lasciare quella seduta (che per lui avrebbe dovuto – forse – essere un atto importante) l’ultima parola che mi aveva rivolto riguardava i contributi alla Bocconi? Sono i misteri insondabili della psiche umana.
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Ricordo molto bene quando, una volta all’anno, Spadolini veniva a pranzo nella mia casa di via Massena 18. Mia moglie Lina gli faceva preparare (anche chiamando allo scopo un cuoco) del cibo raffinato e abbondante, che Giovanni gradiva. Voleva presenti tutti i miei figli e generi, che gli ponessero domande. Poi il caffè in salotto.
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Verso la fine del 1989 (era da poco diventato Rettore Mario Monti, il mio successore nella carica) incontrammo il Presidente russo Mikhail Gorbaciov al Castello Sforzesco (foto a p. 366). Gorbaciov era venuto accompagnato dal Rettore dell’Università di Leningrado Stanislav P. Merkuriev. Volevano ringraziarci dei corsi che anche professori bocconiani (che sapessero esprimersi in lingua inglese) svolgevano gratuitamente a Leningrado (oggi San Pietroburgo).
Feci presente a Spadolini che vi era una “strana” condizione: che tutti i costi erano a carico dell’Università Bocconi e tutti i ricavi erano a favore dei russi: «Ma dobbiamo pur fare qualcosa per Gorbaciov» fu la risposta.
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Nella mia lunga vita “bocconiana” ho diretto tre riviste (foto a p. 366): Economia Internazionale delle aziende (1957), Finanza Marketing e Produzione (1983) e La valutazione delle aziende. Fin che le ho dirette io, senza alcun costo a carico della Bocconi.
Milano Finanza, “Orsi e Tori”, 29 luglio 1995.
Pier Domenico Gallo, Intesa Sanpaolo: c’era una volta un “fantasma inesistente”, Baldini, Castoldi, Dalai, Milano, 2007.