Il mondo di Guatri
2026/9
Severina Guatri (poi Madre Carmela) (1890-1970): un ricordo dell’aprile 1970
Per quasi tutta la vita «zia Severina» fu per me solo un’idea ed una voce. Fu solo un’idea fino a diciotto anni; la conoscevo solo per le descrizioni che ne faceva mio padre, sempre ammirate ed affettuose; per le sue belle lettere, dalle quali sprigionava la bontà e la costante esortazione al bene1. Poi divenne anche una voce, che proveniva da dietro una spessa grata. Una voce indimenticabile, ferma e dolce al tempo stesso. Una voce che chiedeva premurosa notizie di tutti e di tutto, nominando uno a uno i suoi cari, anche quelli che non aveva mai visto. Solo negli ultimi anni, con la vecchiaia, si sentiva talvolta abbandonata dalla memoria; e la rivedo nell’atteggiamento di ricordare una persona della quale non rammentava il nome e nell’attesa che glielo suggerisse Suor Maria
Felice, il suo «angelo custode» nell’età estrema.
Una voce che usciva dai fori della grata sicura, chiara, serena, mai alterata, rare volte accorata anche per i più gravi fatti terreni, poiché questi ultimi erano sempre interpretati in chiave di un altro mondo, definitivo, così come questo era giudicato di fugace passaggio epperciò non meritevole di troppi pensieri.
Una voce profondamente giusta. Sensibile a una giustizia applicata contro se stessa; ed il più possibile a favore degli altri. Nei moltissimi anni nei quali rivestì l’ufficio di abbadessa o altri uffici non mancava di ricordare i doveri che da ciò le derivavano, prima di tutto quello dell’esempio. Rigidissima nell’applicare a sé le ferree regole della clausura, per le quali chiedeva delicatamente scusa ai parenti ai quali non poteva mostrarsi in date epoche od ai quali poteva dedicare solo poco tempo, per non sottrarne troppo al servizio della comunità.
Una voce che mi sembrava celestiale. Per me, per tutti noi familiari, Ella era il vero tramite con Dio. Anche nei momenti meno felici e più dolorosi sapevamo di poter contare sulla Sua intermediazione. Nelle crisi di coscienza e nei periodi bui dell’anima Ella era il faro luminoso, il più sicuro punto di riferimento (ed ora, zia Severina, ora che non sei più, chi ci guiderà nella bufera…?).
Solo in tempi più recenti, forse per l’attenuazione della regola, cominciai a distinguerla un po’ meglio tra le maglie allentate della grata, ne vidi il volto. Ma nell’interezza della persona, zia carissima, ti vidi solo in questi giorni, in una luminosa giornata di primavera, nella linda cappella del convento: ma Tu giacevi nella bara e la Tua voce non si faceva più sentire.
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Sanremo, estate del 1946. In questa occasione feci conoscenza della «voce». In quel bel convento nella collina passai il primo ed il più lungo periodo di vicinanza, soggiornando una settimana nel convento. Qualche volta pranzai sotto i suoi occhi luminosi al di là della grata. In quel breve periodo ricordo che diedi lezioni di latino a un fraticello. Ella mi esortava prima a spronarlo allo studio; quando poi lo punivo di qualche errore con un basso voto, ed egli ne rimaneva addolorato, mi pregava di consolarlo, attribuendo alla prova successiva un voto migliore. Mi doveva poi accadere, nella vita, di esaminare migliaia di studenti per studi più severi in molte Università: ma non ricordo nessun altro esame col piacere delle prove del fraticello di Sanremo. Soprattutto non ebbi mai un assistente abile e solerte come zia Severina.
Devo anzi confessare che nelle rare volte in cui agli esami universitari incontrai suore, di non so quale ordine, pensai alla mia «assistente» di Sanremo e mi sfuggì qualche voto superiore ai meriti. Ma so che Lei l’avrebbe approvato2.
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Roma, estate del 1950, anno Santo. Presentai alla zia colei che sarebbe stata mia moglie. Ci fermammo due o tre giorni al convento, con un mio (allora) giovane amico, oggi professore all’Università di Roma (il professor Tancredi Bianchi). Tutto fu così bello, che perdonammo anche quella campana che suonava alle quattro o alle cinque del mattino (un’ora per noi straordinaria, quasi fuori dalla realtà) e che ci toglieva il sonno. Giorni intensi di giovanile felicità, di puro amore, di comunione spirituale; come pure di interminabili camminate, di lunghe attese, di poco sonno: ma che importava?
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Roma, novembre del 1960. I giorni del mio finale successo universitario, della conquista della cattedra. Non credo di aver detto alla zia il motivo per il quale mi trovavo a Roma; non volevo crearle angustie. Seppe, ma dopo qualche tempo, del mio successo; ma non da me. Ho sempre avuto l’impressione della inutilità, davanti alla elevatezza dei suoi pensieri (l’eternità, l’immensità ecc.) delle piccole nostre cose di ogni giorno, anche se per noi di estrema importanza. Anche nelle molte occasioni successive che ebbi di visitarla, per viaggi di studio o di professione, raramente ebbi a descriverle ciò che facevo. Non che Ella non se ne interessasse; ma io rispondevo vagamente; così capiva come non fosse il caso di insistere e per lo più chiudeva il discorso dicendo che, dopo tutto, anche se le avessi spiegato minutamente ciò di cui m’occupavo, di «quelle cose» non avrebbe capito nulla. Forse, poiché «quelle cose», nella mia vita di studioso e di professionista di problemi economici, potevano essere il denaro, il reddito, i ricavi, i costi ecc., un po’ me ne vergognavo. In quello stanzino angusto, con poca aria (e per di più sempre con le finestre chiuse: la zia, poveretta, temeva le correnti d’aria), in quello stanzino dallo strano arcaico nome di «parlatorio», i miei discorsi su «quelle cose» sarebbero stati del tutto fuori luogo.
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Roma, 1961-1969. Nei miei viaggi a Roma, specie nei primi anni, la tappa a via Aurelia Antica era quasi d’obbligo. Poi, negli ultimi anni, il tempo mi era diventato così prezioso (ah, vana illusione!) che tra un aereo e l’altro non avevo talvolta la possibilità di visitarla. In questi casi non le telefonavo neppure, nel timore che potesse avere dolore per la mancata visita; e me ne ripartivo in silenzio, ma con un po’ di rimorso… Le visite furono sempre brevi, con rare eccezioni: come quando, in tre occasioni, accompagnai le mie prime figlie Fiorella Elisabetta ed Elena (Anna e Giorgio non hanno avuto il tempo di crescere abbastanza per compiere il viaggio dalla zia: spero che queste brevi note siano un giorno sufficienti a essi per conoscere almeno un po’ colei che non è più).
Eppure in quelle visite brevi, col taxi che m’attendeva fuori, quante cose ci siamo detti. E ce le siamo dette con poche parole: le vicende essenziali sulla vita della famiglia da parte mia, le notizie sulla salute e sulla vita della comunità da parte sua; un’esortazione sua a bene operare, a essere buon cristiano, negli ultimi anni l’annunzio ripetuto dell’attesa serena della morte e del Paradiso, la richiesta di una mia preghiera; l’assicurazione delle sue preghiere per tutti; un commento accorato, ma sempre rassegnato, per qualcuno dei nostri che soffriva spiritualmente o materialmente.
Pur lontana dalla famiglia fin dall’età giovanissima, Ella ci è sempre stata vicinissima; più di quanto noi lo siamo l’un altro anche quando abitiamo nella stessa città. In realtà Ella ci era vicina con l’affetto e con la costante preghiera; e noi sentivamo la sua protezione.
Come non ricordare per sempre la dolcezza commovente di quel piccolo «parlatorio»? Sublime nella sua povertà con il piccolo tavolo e le due sedie che ne compongono l’immutabile arredamento. Il «suo» convento è divenuto anche il «nostro». Ed ora che lei non è più, sento che quel convento è ancora «nostro», e le sue sorelle, che l’hanno amata come e più di noi, sono anche le nostre sorelle. Spero che esse ci ricordino per sempre e ci considerino in spirito parte della loro comunità.
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Roma, febbraio 1970. L’ultimo incontro. Come al solito, non avevo preannunziato la mia visita («Tanto – le dicevo scherzando – sono certo di trovarti in casa»). Si levò a fatica dal letto e scese in «parlatorio». Le lessi sul viso, per la prima volta e per l’ultima volta, il preannunzio della morte. Le promisi per la primavera una visita con mia moglie e con tutti i miei figli: ma Ella visse solo i primi giorni di questa primavera e Giorgio ed Anna non vedranno più la zia.
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Roma, 4 aprile 1970. In una radiosa giornata di primavera ci stringemmo attorno alla Sua bara, nella cappella del convento. Non fu una cerimonia triste. Le sue sorelle cantavano angelicamente, per noi invisibili, così che quel canto pareva scendere dal cielo. La zia aveva sul volto ormai gelido un’espressione di tranquillità. Per tutta la vita si era preparata a questo momento; da anni stava preparando anche noi (quante volte mi ha ripetuto: «è ormai l’ora della mia partenza…»).
La bara scese a fatica la scaletta della cappella, fu caricata su di un automezzo, partì per la tomba del Verano. Ti avremmo desiderato, cara zia, vicino ai nostri morti, a Trezzo; ma certo Tu avresti preferito – se ti fosse stato possibile scegliere – rimanere accanto alle tue sorelle, nella «vostra» tomba. E come avremmo potuto non esaudire quest’ultimo desiderio?3
Luigi Guatri, aprile 1970
Note
1. Zia Severina è nata a Trezzo sull’Adda nel 1890, prima tra tutti i fratelli (e sorelle) Guatri. Giovanissima (aveva sì e no 18 anni) volle – a tutti i costi, col contrasto di mio nonno Giuseppe – ritirarsi in clausura. Un detto in dialetto milanese diceva «Beada quela spusa che per prima la ga una tusa» (beata quella sposa che prima ha una figlia). Anche per questo – si dice – furono frapposte dal padre Giuseppe molte difficoltà [nota aggiunta il 14 agosto 2011, 31 anni più tardi].
2. Zia Severina, come molte dei Guatri, era di viva intelligenza e dotata di capacità manageriali. Perciò il suo «Ordine» la inviava dove si creavano situazioni problematiche, così fu a Sanremo, così fu a Genova pochi anni dopo (dove peraltro, non la vidi mai) [nota aggiunta il 14 agosto 2011, vedi sopra].
3. Si veda l’Allegato 3.