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Il mondo di Guatri

2026/9

Mario Guatri (Trezzo Sull’adda 1909 - Buenos Aires 1988)

Il terzo dei fratelli Guatri è Mario. Nasce a Trezzo sull’Adda nel 1909 e sposa Lina Milesi di Canonica nel 1936. Nel 1937 a Caravaggio (BG) nasce il loro primo figlio Franco; nel 1941 nasce a Canonica d’Adda Domenico (si era ormai nel pieno della guerra mondiale)1, nel 1944 nasce a Milano il terzo figlio Silvano, che io tengo a battesimo2.

Mario, in quegli anni, abitava a Milano (vi si era trasferito da Canonica d’Adda) in via Marcantonio del Re (una trasversale di Viale Certosa), dove feci verso la fine della guerra diverse visite a Milano: egli mi ospitava in quella bella casa al 4° piano del palazzo.

Grande esperto in ceramica (utile anche alla produzione di guerra, che lo esentò dal richiamo), era responsabile della produzione in ceramica in quegli anni della Triplex, stabilimento di Milano.

Di questo periodo il mio amico-scrittore trezzese, Romano Tinelli, racconta un episodio clamoroso. Scrive Tinelli3 che il 25/4/1945 Mario Guatri fu arrestato dai partigiani, su delazione (assolutamente erronea di qualche suo operario, o di altri) e condotto in un grande locale nei pressi di Piazza del Duomo, dove fu (per caso) notato da partigiani trezzesi, che in quel momento erano di guardia. Ma i Guatri – dissero tra loro – non sono «fascisti»: questo è uno sbaglio! (Da quel «locale» nei pressi di piazza Duomo non si usciva praticamente mai vivi…). Perciò i due «partigiani» trezzesi lo avvicinarono con prudenza e gli chiesero il motivo di quell’arresto: sennonché Mario non ne sapeva nulla («mi hanno preso e mi hanno, senza darmene alcuna ragione, condotto qui»). Finsero di prenderlo in custodia, lo portarono all’esterno e gli dissero: «vattene subito prima che se ne accorgono». Così Mario fu liberato.

Nel 1947 (io ero studente di 1° anno dell’Università Bocconi) Mario era stato richiesto da un imprenditore argentino, che ricercava «specialisti» di ceramica. Zio Mario mi chiese di fargli da consulente: si fece – a colazione – un incontro a quattro in un ristorante all’Hotel Cavalieri, in piazza Missori (con Giuseppina) – e lì lo aiutai a stendere il contratto-accordo. Ottenne condizioni (l’Argentina era, ai tempi un Paese ricco: oggi pare quasi incredibile…) brillanti: il doppio o il triplo dello stipendio che percepiva in Italia.

Egli fu, dunque, tutt’altro che un «emigrante» in cerca di lavoro (com’era stato per altri Guatri emigranti in Argentina molti decenni prima: vedi l’esempio di Giovanni Guatri).

* * *

Con Mario si apre dal 1945 la storia dei Guatri d’Argentina, cioè che diventano – a tutti gli effetti – tali. Anche se di loro solo Mario (che dell’Italia sente la nostalgia e vi ritorna più volte: venne ancora qui che già aveva quasi ottant’anni!); e poco Franco – della seconda generazione – sentono la nostalgia; e, molto più avanti, viene Gustavo che tuttavia già non conosce l’italiano, è ormai (com’è ovvio) un argentino puro. Ricordo bene che Gustavo non ha mai visto la cappella dei Guatri a Trezzo, dove oggi riposano i suoi bisnonni; non sa neppure da chi abbia preso il nome suo padre Domenico (suo zio che pure riposa a Trezzo sull’Adda dal 1938). È insomma, più un turista che un nostalgico.

I Guatri di Buenos Aires hanno come capostipite Mario, i cui figli sono Franco (nato a Caravaggio – BG – nel 1937), Domenico (nato a Canonica d’Adda – BG – nel 1941) e Silvano (nato a Milano nel 1944, da me tenuto a battesimo come «padrino», secondo l’uso cattolico). Quando nel 1947 partono per nave per l’Argentina a salutarli e, tra i Guatri, mia cugina Giuseppina, che ne è la testimone: li vede partire tutti e cinque («avevano passato – mi dice – la notte in Convento presso zia Severina – Madre Carmela –, in quel periodo Madre Abbadessa del Convento di Genova)4.

Nei diversi viaggi a Buenos Aires (specialmente nel periodo dell’UADE), incontro Franco, coi numerosi figli, e Domenico; mentre Silvano è già defunto.

Su questi viaggi ho giù scritto molto nel primo dei miei libri «Li ho visti così» (Egea, Milano, 2009). Ne riporto alcuni passi significativi.

«Ma, appena giunto all’uscita, una quindicina di persone (alcune di media età, altri giovani e perfino bambini) mi attendevano con gioioso calore: erano i Guatri del ramo argentino, capitanati dai miei cugini Franco e Domenico. Che mi abbracciarono e mi baciarono tutti: erano venuti a prendermi. Dovetti scusarmi con le autorità accademiche, dando loro appuntamento più tardi».

«A Buenos Aires ho più volte tenuto conferenze e partecipato a tavole rotonde. Sempre parlando in italiano e capendo perfettamente lo spagnolo del luogo. Forse in nessun altra città al mondo l’italiano è la lingua meglio compresa e gli italiani più facilmente comprendono lo spagnolo. Credo non vi sia molto da meravigliarsi: Buenos Aires è la città al mondo con il maggior numero di italiani d’origine, quasi il doppio di Roma e il triplo di Milano».

«Quando Franco (3-4 volte all’anno) mi chiama per salutarmi a Milano o a Casa de Campo gli dico talvolta che, non appena sarò «vecchio» (…), lo raggiungerò nella clinica geriatrica che egli dirige a Buenos Aires, per farmi visitare da lui. Peccato che, in tal caso, non mi potrà più fare compagnia il mio caro amico Marzagalli.

Sarebbe stato bello, guardare in lontananza, ancora una volta tutti in compagnia le azzurre acque del Rio Paranà».

La moglie di Franco, anch’essa medico cardiologo (Pilar Hagen), è stata con Franco nella mia villa di Arenzano, durante una delle sue (non molte) visite in Italia. Credo sia per lui la moglie perfetta: a lei Franco deve molto.

Ricordo, nei miei viaggi a Buenos Aires, di aver fatto visita (almeno una volta a Monte Grande (al nord della città, verso l’aeroporto internazionale di Ezeiza), per il pranzo domenicale fondato sull’«hazado» tradizionale, al quale tutta la famiglia partecipava (compreso Domenico, moglie e figli).

Ricordo pure quando Franco m’invitò nell’area portuale – ricca di ristoranti famosi – per un pranzo serale. Dopo lunghe trattative, gli chiesi di non andare alle 21: «guarda a quell’ora i ristoranti non sono ancora aperti e non c’è nessuno». Aveva ragione: lì la «vita» vera comincia a ore per noi impensabili. Verso le 11–11,30, quando uscimmo, «la vita» cominciava: torme di persone stavano arrivando…

Una volta li invitai tutti all’Hotel Melia (nei pressi dell’elegante Plaza San Martin, dove sempre mi recavo). Sennonché appena terminata presso l’Aula Magna dell’UADE la cerimonia in cui ricevevo il 15.4.1997 la nomina a membro dell’Academia Nacional de Ciencias de La Empresa de Argentina (che ottenni contemporaneamente al grande imprenditore Felice Rocca, il «padre» della Techint, con sede nell’allora più alto grattacielo di Buenos Aires), ebbi un malore: con me era mio figlio Giorgio, che fece gli «onori di casa»: ma io non potei scendere. Franco volle però salire in camera mia per visitarmi: mi sentì il polso e disse di stare tranquillo per qualche ora, che «non è nulla». Il mattino seguente volle tuttavia seguirmi fino all’aeroporto, attese con me l’ora della partenza, mi sentì ancora i polso: «parti tranquillo». Ed ebbe ragione.

* * *

Da alcuni decenni ha creato e gestito (è il «Direttore») di una Residenza per anziani («Residential MG de Luis Guillon» - Residencia para la tercera edad; Quadri 1-2-3-4). Qui è sempre impegnato: perfino nelle ricorrenze festive talvolta ve l’ho trovato al lavoro.

Ricordo in qualche occasione di avergli detto per telefono (quando avevo già più di ottant’anni): «quando sarò vecchio mi piacerebbe venire da te per un’accurata visita. Ma oggi quel viaggio di 15 o 16 ore (che un giorno era facile) mi sembra oggi insostenibile: non so se vi riuscirò mai…

* * *

Da Franco è nata una numerosa progenie, anticipandomi su questo è anche diventano bisnonno. E perciò diciamo, con assoluta fondatezza, che i «Guatri di Argentina» sono ben più numerosi di quelli italiani.

Note

1. Nel periodo di Canonica d’Adda (1941-42) ricordo – come fosse stato ieri – che tenevo la contabilità di una società denominata «CERTA dei fratelli Guatri» (società «semplice» tra Edmondo e Mario Guatri). Mio padre Edmondo ne era il finanziatore: Mario il tecnico. Ma né l’uno né l’atro era «imprenditore». Perciò la società ebbe vita breve.

2. Negli anni ’30, per motivi di lavoro, si trasferisce con la madre Francesca (mia nonna) e col fratello Domenico a Milano, in via Pietro Borsieri (nei pressi di via Farini, in quello stesso quartiere cd. dell’»Isola» dove nasceranno anche Giovanni Borghi e Silvio Berlusconi). Ricordo, da bambino, alcune visite con mio padre Edmondo per salutare la madre e i fratelli. Sono ricordi ormai sbiaditi dal tempo e dalla mia giovanissima età. La zona è ormai oggi trasformata e quella casa non si riconosce più.

3. La mia è una libera traduzione dal trezzese del libro di Romano Tinelli. Ma i fatti sono rispettati tal quali.

4. Si veda la storia toccante di Severina Guatri - Madre Carmela.