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Il mondo di Guatri

2026/9

Giovanni Guatri (Marsiglia 1893 - Milano 1976)

Gennaio 1995

Caro Luigi,

Come mi hai affettuosamente chiesto, ti invio alcune informazioni salienti su mio padre Giovanni.

Vorrei dirti innanzitutto del carattere e del comportamento verso i familiari. Forse non sarò obiettiva – mio padre è ancora nei miei pensieri più cari – perché gli ho voluto un bene infinito e sempre da lui mi sono sentita compresa. Questo è il massimo per una figlia.

Era una persona molto affettuosa – ci seguiva in tutto – era sempre con noi nelle ore possibili.

Durante il periodo della guerra e per alcuni anni successivi abitavamo a Porta Venezia. Era un vivere «umano». In quella piccola casa io mi sentivo a mio agio. Mi piaceva quel vivere «uno per l’altro»: come si direbbe oggi, quasi «in comunità».

Ricordo un’anziana signora che si era fratturato il femore. Mio padre per mesi ogni sera, al ritorno dal lavoro, si recava da lei e l’adagiava sulla poltrona.

Prima di coricarsi andava a rimetterla a letto fino alla sera successiva.

Un ricordo terribile di quel periodo in cui fu inserito nell’elenco degli antifascisti per essere inviato in un campo di lavoro in Germania.

A quell’epoca lavorava all’Innocenti, trasformata dai tedeschi in fabbrica di bombe. Fortunatamente conoscevamo un giovane dirigente (ex vicino di casa) a cui mio padre si rivolse e con molta comprensione fu depennato dalla lista. Di quei deportati ben pochi ritornarono!

In famiglia ne fummo informati «a cose risolte».

* * *

Ma è chiaro che la vita di mio padre non inizia in quel periodo.

Nato a Marsiglia il 22/2/1893 da genitori (i nostri nonni) emigrati in Francia da qualche anno.

A 8 anni viene rimandato a Trezzo dai nonni materni, agricoltori.

Dopo poco tempo rientrano a Trezzo anche i genitori e i fratellini. Può studiare solo pochi anni com’era spesso in uso a quei tempi.

Prosegue qualche anno di scuola. Troppo pochi: a causa dei molti anni passati in Francia e in Argentina, il suo modo di scrivere sarà spesso un misto di italiano, francese e spagnolo.

Il peso di una numerosa famiglia (quella paterna) esige il suo contributo di lavoro. Zia Severina (la maggiore), giovanissima, manifesta il desiderio di farsi suora di clausura. Viene non poco contrastata, poiché di lei ci sarebbe bisogno in famiglia (ci sono fratelli piccoli e deve ancora nascere Domenico).

In Italia in quegli anni non vi è lavoro: a soli 18 anni, mio padre con un gruppo di compaesani trezzesi è costretto a emigrare in Argentina munito del solo biglietto di andata.

Vi trascorre anni di grandi sacrifici, e di lavoro duro nelle pampas, di solitudine e tanta nostalgia.

Non se ne scorderà per tutta la vita.

Lavoravano «da sole a sole» cioè dal primo mattino a sera: senza qualsiasi contratto di stabilità.

Il pensiero era sempre rivolto alla famiglia; e ogni risparmio era spedito a casa dei genitori.

Ricordo lettere toccanti di tuo padre Edmondo, che ringraziava degli aiuti economici generosamente dati alla famiglia.

Appena gli è possibile si trasferisce a Buenos Aires svolgendo il lavoro che gli era congeniale: il cementista.

Affitta una piccola casetta e cerca di frequentare una scuola serale. Conservo due piccoli libri del 1910 – scritti in spagnolo – di matematica e geografia.

Ritorna a Trezzo dopo qualche anno per la visita di leva (ha un braccio fratturato sul lavoro). Nell’occasione tiene a battesimo il piccolo Domenico. Riparte e resterà a Buenos Aires complessivamente 10 lunghi anni.

Quando infine ritorna a Trezzo, lavora sempre come cementista. Era una qualifica ai tempi richiesta nelle costruzioni: le migliori case erano rifinite con decorazioni in cemento.

Ancora oggi, ve ne sono alcune nel centro di Milano, molto artistiche.

A Trezzo nel 1925 sposa mia madre Maria Rosa Riva, nata a Trezzo il 21 ottobre 1901.

All’arrivo a Milano io avevo 4 anni, Bianca 7.

Verso il 1937 zio Domenico (già avviato a una splendida carriera) lo consiglia di mettersi in proprio costruendo panchine e tavoli da giardino, banchi di vendita ecc.

Tutti elementi di cemento imitazione di legno, perciò di lunga durata anche all’esterno, (ovviamente non esistevano i materiali d’oggi).

Zio Domenico arrivava a casa nostra sempre dopo le 10 di sera e per noi era «una festa», era tanto caro ed affettuoso. Giungeva tardi: le automobili erano per i ricchi; perciò doveva attraversare la città con mezzi pubblici.

Aveva organizzato per mio padre alcuni dépliants e una valigetta con gli oggetti in miniatura per le dimostrazioni. Un’idea favolosa. In altri momenti le cose avrebbero potuto anche andare bene, ma la sfortuna – ancora una volta – è stata dalla nostra parte, con la tragica morte nel 1938 di zio Domenico. Per tutti è stato un grande dolore. Poi l’avvicinarsi della guerra (1940-45), tragedia che ci avrebbe messo ben presto tutti in ginocchio.

Mio padre fu perciò costretto a lasciare il suo piccolo cantiere dove il suo estro poteva manifestarsi al meglio, per avviarsi a un lavoro fisso: allo stabilimento «Innocenti».

Ci si stabilisce nella zona di Porta Venezia1. Mio padre era antifascista e idealista.

Credeva nel valore dell’uomo in quanto persona prima di tutto: perciò praticava nella vita quotidiana gli ideali nei quali credeva, gli stessi che ci ha trasmesso nella sua opera educativa. Non accettò mai la tessera del partito fascista: e ciò a quei tempi presentava pesanti pericoli. Fu sempre coerente nella difesa della libertà.

Ricordo quando di notte, con una vecchia radio, ascoltava «Radio Londra», con quel tambureggiamento all’inizio della trasmissione che ancora oggi mi mette i brividi: ma esso usciva dai muri di casa nostra e i vicini sentivano. Ma, come ho già scritto, l’ambiente di Porta Venezia era molto familiare, nessuno avrebbe fatto il delatore.

Finita la guerra entrerà a far parte della «Coop. per la ricostruzione» – sempre nell’ambito dell’Innocenti – come socio fondatore.

Pensionato, trascorrerà infine una serena vecchiaia attorniato, amato, rispettato da figlie, generi e nipoti; e per ogni problema rilevante sempre consultato.

Questi sono i fatti salienti nei miei ricordi e sono lieta di averli scritti. Utilizzali come credi, è un modo per ricordare un grandissimo papà.

La tua aff.ma

Giuseppina

Nota dell’Autore

Ricordo benissimo mio zio Giovanni: era un uomo buono, intelligentissimo, «tutto d’un pezzo» (non si piegò mai alla dittatura anche a costo di gravi ri- schi personali). Ha fatto onore alla sua famiglia! M’inchino alla sua memoria. Giovanni Guatri è defunto nel 1976, all’età di 83 anni.

Note

1. [N.d.A.] Nella casetta «umana» di Porta Venezia nel 1949, appena laureato, di sera raggiungevo i miei zii e le mie carissime cugine Bianca e Giuseppina, a piedi, da via Morganti, dove per quel periodo avevo preso alloggio e pranzavo con loro. Era per tutti noi tre giovani, l’epoca della «Montecatini» (io all’Ufficio Studi Economici, col professor Di Fenizio; le cugine negli uffici della contabilità).