Il mondo di Guatri
2026/1
Intervento del Professor Tancredi Bianchi
Tancredi Bianchi, professore ordinario di Economia delle aziende di credito presso l’Università Bocconi di Milano
Prendo la parola, in questa sede, non senza qualche emozione. Il mio sodalizio con Luigi Guatri è di mezzo secolo, dagli anni della scuola media. Un’amicizia lunga, singolarmente rispettosa delle vie talora diverse, talora parallele, percorse.
Comincerò con un ricordo: la prima volta che lo vidi in cattedra. Era ancora studente di scuola media superiore e la guerra determinava difficoltà di presenza di alcuni docenti. Venne incaricato dal professore di linguale letteratura italiana di spiegare alla mia classe un canto della Divina Commedia. Lui, di un solo anno più anziano! Iniziai ad ammirare l’amico come docente, sicuro nell’esporre, ricco di singolare lucidità nell’argomentare.
Qualche anno dopo, lui appena laureato, io ancora discente alla Bocconi, lo aiutai a correggere le bozze delle sue prime monografie. Fui così lettore privilegiato dei testi, prima dell’edizione a stampa dei medesimi. Mi rimproverava di non essere un buon correttore di bozze: ma io ero dominato dalle argomentazioni, dalla coerenza logica dei ragionamenti, dalle eccellenti intuizioni, dalla lettura dei fatti; le doti, insomma, dello studioso di razza.
Dalle tante nozioni che appresi, rimasero in me alcuni principi, che credo abbiano non poco influito sui miei successivi studi nel campo dell’economia di azienda. Posso oggi pagare il tributo della riconoscenza per quegli influssi dottrinari.
Le radici sono comuni: i medesimi professori alla scuola media superiore; gli stessi Maestri alla Bocconi; una spesso analoga scelta di letture e di incontri con studiosi non bocconiani, pure eccellenti.
Un saggio del Nostro di cui rimasi sempre ammirato è quello sui «rendimenti», che io sempre collego con una celeberrima nota di Aldo Amaduzzi nel volume sulla «variabilità del processo produttivo nelle imprese industriali». Lo spunto che mi colpì, mentre leggevo le bozze, fu l’affermazione, assolutamente vera sul piano scientifico, che vi sono eventi a «ripercussione totale» sull’economia delle imprese ed altri a «ripercussione parziale». Fra i primi, appunto, i rendimenti dei fattori produttivi usati. L’Amaduzzi aveva affermato che un prezzo pagato per l’acquisto di un fattore produttivo non è alto o basso di per sé, ma solo in rapporto al rendimento di quel fattore nell’ambito dell’attività di impresa. E l’analisi finanziaria e di bilancio applicata a campioni di imprese chiarisce come il margine operativo — prima dei costi di lavoro, delle spese generali, degli ammortamenti e accantonamenti, degli oneri finanziari e tributari — può non essere, se rapportato al valore delle vendite, significativamente diverso da un’impresa all’altra del medesimo ramo produttivo, a riprova che molti prezzi-ricavi e prezzi-costi tipici di quel settore sono quantità economiche a ripercussione parziale. Da quel margine operativo al risultato netto stanno varie incidenze di componenti negativi di reddito che dipendono dai «rendimenti» propri della data impresa: quantità economiche a ripercussione totale.
Di qui il Nostro trova il collegamento fra costi fissi e rendimenti elastici e costi variabili e rendimenti rigidi. Sette lustri successivi di analisi e ricerche scientifiche e di esperienze su casi concreti confermano la validità di quell’assunto, che è di sicuro originale di per sé, ma che certo risentì di suggestioni della lettura di testi precedenti dello Schmalenbach e del De Minico.
Così ritrovai il filo grosso di quelle mie prime suggestioni quando lessi il volume sui costi di azienda. A quell’epoca, per vicende piccole che ogni docente potrebbe raccontare riandando nei ricordi, i miei interessi convergevano già sull’economia delle aziende di credito e il capitolo sul quale la mia attenzione a lungo si fermò fu appunto quello sui costi bancari.
È noto che il Nostro fu a quel tempo, e credo sia tuttavia, su una posizione un po’ differenziata rispetto a quella più generale della scuola zappiana. L’impossibilità logica di una determinazione oggettiva dei costi va conciliata con la necessità di conoscere i medesimi con un margine di errore non troppo alto. Ciò premesso, è evidente che il rapporto fra costi comuni e costi primi diviene di prima importanza, così come la massima attenzione va posta alla congiunzione tecnica delle produzioni.
Due circostanze, mi si consenta la digressione verso il campo più proprio dei miei studi, che fanno del capitolo sui costi bancari un contributo rilevante per gli studi dell’economia delle aziende di credito. In effetto l’industria bancaria è distinta da notevoli quote di costi comuni, da una insopprimibile connessione dei prezzi, da una congiunzione tecnica di produzione alquanto evidente.
Il Nostro prese spunto da studi allora recenti e da un’analisi condotta dal prof. Mazzantini su «Moneta e Credito» e su «Bancaria». La Sua deduzione finale fu che il margine di errore, se si volevano determinare i costi di singoli tipi di operazioni, sarebbe stato alto.
Circa tre lustri più tardi anch’io sul tema, con un approccio che muoveva da una impostazione cara a Gino Zappa: quella che le negoziazioni tipiche delle banche commerciali originavano debiti e crediti non numerari. Di qui l’inevitabile riaffermazione di una congiunzione tecnica spiccata e altre difficoltà per una determinazione dei costi quale vorrebbero i cultori del controllo di gestione applicato alle aziende di credito. Un campo, dunque, tutto ancora da coltivare, arandolo prima in profondità.
Il nesso degli studi sui costi con quello delle politiche di prezzo è molto evidente: il Nostro ha potuto dare al proposito contributi di primo rilievo.
La riflessione porta ad intendere che l’economia delle aziende, in particolare di quelle di produzione per il mercato, è disciplina che meglio si addice a studiosi che abbiano ampia visione delle cose e non curino il campo di investigazione per singoli, talvolta piccoli, solchi.
Credo che appunto l’ampia visione delle cose abbia indotto il Nostro a fermare la mente sui risanamenti aziendali, nella comprensione di eventi che la pratica professionale sovente propone all’esame.
Parafrasando Maffeo Pantaleoni, Gino Zappa scrisse che anche in economia aziendale vi erano solo due scuole: quella di coloro che sanno e l’altra. Ebbene unicamente quelli della seconda scuola possono immaginare che l’imprenditore possa sbagliare solo per malizia: altrimenti le imprese dovrebbero restare in equilibrio. Si sbaglia per non sapere cogliere in tempo fattori di divergenza destabilizzanti dell’equilibrio, sempre contingente sempre da ricercare.
Nei primi studi il Nostro fu attratto dal meditare scelte di limitazione della concorrenza per dare stabilità alle aziende di produzione. Era la scuola di pensiero fra le due guerre, ma tuttavia radicata nel mondo imprenditoriale dei primi anni del secondo dopoguerra. Poi riemerse lo studioso delle quantità economiche a ripercussione totale e dunque lo studioso attento alla letteratura statunitense che tanta enfasi dà agli aspetti funzionali: marketing, organizzazione, formazione professionale, e via numerando.
Gli equilibri poggiano sull’armonia fra capitali da collocare e suscettibili di essere mobilitati; abilità professionali di prestatori d’opera; efficienza organizzativa; flessibilità all’ambiente. In altre parole: avere i mezzi e le risorse umane per innovare e adattarsi a un ambiente cangiante.
La storia di molte crisi aziendali è nel non avvedersi con tempestività che l’impresa perde in capacità innovative e in flessibilità. La possibilità di risanamento sta nel ritrovare quelle condizioni.
Soleva dire il Maestro, Gino Zappa, ai discenti: voi diverrete i medici delle aziende. E un medico usa terapie di mantenimento, di prevenzione e per risolvere crisi patologiche.
Anche per l’imprenditore errare è umano, e il persistere nell’errore è cosa da sciocchi. Vi è un punto in cui l’imprenditore è di per sé trascinato a persistere nell’errore; ma all’estero non avremmo sperimentato operazioni di management by out se l’errore non potesse essere corretto.
Le valutazioni per i risanamenti sono sociali ed economiche: sono però fondate anche sul recupero di possibili sinergie e sul guadagno di tempo nel riporre in movimento una organizzazione rispetto al costituirla ex novo.
Nel mondo delle banche gli interventi in risanamento sono più vantaggiosi, nella generalità dei casi, rispetto alla liquidazione dei dissesti. I risanamenti esigono però mutamenti di uomini di vertice: bisogna cambiare coloro che ormai incapaci di non persistere nell’errore tirano a divenire sciocchi.
Così il Nostro torna a un ricordo antico: una delle domande chiave di esame del prof. Zappa. Ossia, i nessi fra capitale di bilancio e capitale economico d’impresa. E vi torna scrivendo e studiando la valutazione delle aziende, anche di quelle con badwill. Monografia invero singolare, dove i grandi principi della teoria trovano il conforto e il riscontro dei fatti.
E ancora qui un capitolo più difficile degli altri: come si valutano le banche e più in generale gli intermediari finanziari? Come mai per queste aziende risulta alla fine poco producente la trasposizione applicativa di strumenti tanto efficaci e significativi in altri casi?
Uno dei Maestri insigni della Bocconi, il prof. Ugo Caprara, affermò che moneta è credito, e il credito è quasi sempre moneta. Ma la moneta di base è quantità che sempre sfugge a qualsiasi regola di produzione a medio e lungo termine, sovente anche a breve andare. Sì che il moltiplicatore creditizio e quello monetario sono di difficilissima previsione e ciò rende particolarmente ardua la valutazione delle banche. In altre parole la valutazione di un’azienda ha possibilità di errori crescenti all’aumento dell’incertezza di previsione delle quantità economiche che ne determinano l’equilibrio nel corso del tempo.
Tuttavia il Nostro resta il più autorevole sistematore della materia valutativa delle imprese in funzionamento, perché il suo argomentare è insieme attento a considerazioni di stock e di flusso.
Dirò anch’io in conclusione che vi sono due categorie di studiosi: quella le cui opere si devono leggere e meditare e quella le cui opere si possono consultare. Alla prima si iscrive Luigi Guatri studioso eminente di economia di azienda.
Mi si potrà però rimproverare di avere trascurato una riflessione sulle monografìe che genericamente si dicono dedicate al marketing. Chi legga quelle opere vi ritrova tuttavia non una funzione aziendale ma l’economia di azienda.
Riflettevo nei giorni scorsi su una massima di Louis Pasteur: «Nel campo dell’osservazione il caso favorisce solo la mente preparata». Che è poi quanto dire che chi sa ricondurre fatti singoli a proposizioni generali e conoscendo queste correttamente interpreta i singoli fatti quello è un Maestro.
E che l’amico Luigi, che qui oggi onoriamo, sia un Maestro lo conferma un’altra massima: riandando il vecchio egli impara il nuovo.
È stato la consolazione dei suoi Maestri, giacché partendo dalle loro radici ha fatto progredire la scienza; e chi dalla cattedra non vive la speranza di essere superato dagli allievi? Che debbono tornare all’antico per imparare il nuovo.
Anche per apprendere l’esempio di chi costruisce la sua immagine sulla forza delle idee, che non si dissolve come la gloria del mondo. E anche in questo insegnamento Luigi Guatri è insigne.
Bergamo, 21-XI-1988