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Il mondo di Guatri

2026/1

Intervento del Professor Sergio Vaccà

Sergio Vaccà, professore ordinario di Economia delle fonti di energia. Pro-rettore dell’Università Bocconi di Milano

1) Mi piace iniziare questo breve discorso, ricordando un dato di fatto dell’attività di studioso di Luigi Guatri: il suo primo libro è stato pubblicato nel 1949; nei due anni successivi (1950, 1951) ben altri suoi quattro volumi vedono la luce. Dunque cinque volumi in tre anni che rappresentano un contributo significativo per l’economia d’impresa. Per offrire un criterio di riferimento, e quindi di valutazione, posso dire che — pur avendo quasi la stessa età — io ho pubblicato il mio primo libro — che per caso, come il primo libro di Guatri, riguardava l’impresa cotoniera — solo nel I960. Luigi Guatri ha dunque dimostrato una singolare rapidità di elaborazione scientifica, che peraltro si è accompagnata fin dall’inizio con una spiccata originalità delle enunciazioni. Originalità che a mio parere è marcatamente dimostrata anche dal fatto che Luigi Guatri fin dai suoi primissimi lavori ha assunto, nei riguardi del Maestro Gino Zappa, ben differenziate posizioni di metodo e di elaborazione concettuale, che cercavano di superare alcuni limiti e rigidità del pensiero zappiano, nel mentre ne confermavano il significato innovatore per gli studi di economia aziendale. Certo per valutare l’importanza della posizione critica allora assunta dal giovane Guatri occorrerebbe riportarci a quegli anni per riuscire ad apprezzare quale effetto paralizzante ed inibitore avesse spesso sugli allievi e sui collaboratori l’autorevolezza e il comportamento non confidenziale di alcuni Maestri della nostra Università, come certamente fu Gino Zappa.

Non è difficile immaginare quale avrebbe potuto essere il contributo di Guatri all’evoluzione del pensiero economico-aziendale se avesse continuato ad impegnarsi nell’attività di ricerca come nei primissimi anni della sua carriera scientifica. Sarebbe stato un compito senza dubbio molto arduo parlare di lui, qui oggi, come studioso se non avesse rallentato — come osserva Maria Martellini nell’introduzione alla raccolta di studi in onore -di Luigi Guatri — «il ritmo frenetico e senza precedenti della sua produzione scientifica».

2) Mi chiedo però se Luigi Guatri, assertore convinto da un lato dell’esigenza di pervenire ad interpretazioni dei problemi aziendali che fossero dotati di rilevanza teorica e quindi di validità generale, ma dall’altro lato pure convinto della necessità di immergersi nella vita delle imprese per coglierne gli aspetti rilevanti sotto il profilo teorico, avrebbe potuto prescindere e quindi rinunciare ad un fattivo coinvolgimento diretto nella vita aziendale.

Io credo che, anche vista con il senno di poi, la scelta di Luigi Guatri è stata corretta e lo è oggi ancor più di quanto forse si potesse pensare nel passato. Infatti oggi siamo consapevoli che i fatti fondamentali nei quali si sostanzia la vita delle imprese sono di per sé in larga misura privi di senso e di valore, ovvero sono muti. Né è solo perfezionando i procedimenti di rilevazione e di descrizione che i fatti acquistano un senso. I fatti con cui si manifesta la vita dell’impresa, assumono invece un significato, e sono pertanto utilizzabili teoricamente, solo in quanto esprimono uno scopo definito e perseguito intenzionalmente dalle soggettività imprenditoriali, mediante l’elaborazione di specifici progetti di impresa che sono anche il prodotto della storia della stessa impresa. Progetti che comunque spesso sono precari e contingenti ed esposti al rischio di insuccesso. Se questa è la natura dei fatti con i quali deve misurarsi l’analisi teorica, lo studioso non può assumere una posizione del tutto esterna all’oggetto da conoscere: l’oggettività della conoscenza non sembra infatti garantita da una attività di ricerca che intenda rimanere esterna ai fatti, cioè alla vita dell’impresa. Al contrario, il ricercatore deve calarsi, per quanto possibile, all’interno del mondo dell’impresa che intende conoscere e in una certa misura deve divenire quindi un osservatore-sperimentatore. Qualora ciò non avvenga, l’economia di impresa rischia di avvitarsi su se stessa; la complessità in continuo aumento dell’ambiente in cui l’impresa opera, diviene infatti sempre più opaca alla tradizionale strumentazione razionalistica della scienza.

Di recente C. Demattè[1] dopo aver sottolineato la centralità del rapporto impresa-ambiente, ricorda che G. Zappa, specialmente nella fase terminale della sua produzione, si dimostrava molto scettico circa la possibilità di prevedere l’ambiente, nei suoi diversi aspetti. Orbene, è fuori discussione che il mondo (l’ambiente) in cui agisce l’impresa è sempre più complesso (e quindi la varietà e variabilità delle situazioni e dei problemi sono in continua crescita), ma ciò non deve essere interpretato solo e tanto nel senso che l’ambiente è sempre meno trasparente, sempre più imprevedibile e quindi meno governabile da parte dell’impresa. In realtà l’ambiente è anche un insieme di opportunità, di potenzialità, che l’impresa può selezionare e utilizzare progettualmente e sperimentalmente. La complessità dell’ambiente non è solo qualcosa dalla quale l’impresa si deve difendere, cercando di circoscriverla, di ridurla. La complessità deve invece suscitare nell’impresa la formazione di una capacità di utilizzarne le opportunità e potenzialità, anche se il risultato è che l’impresa, nel mentre traduce la complessità in vantaggi per il suo sviluppo, contribuisce inevitabilmente attraverso le sue scelte, le sue innovazioni, ad accrescere la stessa complessità dell’ambiente. Con altre parole, come è stato osservato da E. Rullani, la grande varietà e variabilità delle opportunità che presenta l’ambiente «impone a tutti gli atto­ri una logica dell’azione che non può più essere quella lineare — e semplice — dall’ottimizzazione, ma deve divenire quella evolutiva della espansione della varietà accessibile, della intelligenza manageriale selettiva da esercitarsi sulla stessa, e dell’esplorazione sperimentale dei processi prescelti».

Del resto che questa sia la via da adottare è confermato anche dal fatto che oggi, in misura molto più frequente che nel passato (si pensi a Ford e a Rathenau) imprenditori e manager, quando si lasciano prendere dal gusto spassionato di razionalizzare il loro comportamento, sono in grado di offrire apporti conoscitivi sotto forma di illustrazioni di progetti, di sperimentazioni di nuovi percorsi, che sono non solo di particolare importanza, ma insostituibili per stimolare l’economista di impresa, per farlo uscire dal recinto protettivo delle sue certezze, e spingerlo ad accettare la sfida di misurarsi con nuovi problemi e soprattutto con nuovi interrogativi teorici adeguati alla complessità delle situazioni da analizzare.

In realtà anche per l’economia di impresa ogni assetto teorico non è altro che una stazione di transito al prossimo sviluppo. Non solo, ma se vogliamo recepire con il nostro pensiero il significato o i significati dei mutamenti accelerati che hanno nell’impresa una sintesi dinamica ed essenziale, dobbiamo per il futuro occuparci più di problemi e meno di confini disciplinari. Alcune discipline nelle quali si suddivide la ricerca scientifica possono in tutto o in parte deperire, i problemi invece si muovono e si moltiplicano di continuo e richiedono di essere affrontati dalla ricerca scientifica! Da questo punto di vista devonsi ormai considerare con sufficiente attenzione critica le preoccupazioni, frequenti nel passato, di dare un fondamento autonomo all’economia aziendale, insistendo sulle differenze d’oggetto rispetto all’economia politica, sia per il diverso livello di astrazione del metodo di indagine, sia per gli obiettivi disciplinari da perseguire. «È solo il caso di aggiungere che sforzi classificatori o di sistemazione geografica di questo genere sono stati compiuti solo dagli economisti aziendali, nella generale indifferenza degli economisti tout court»[2].

3) Le rapide considerazioni fin qui proposte consentono di richiamare due aspetti del pensiero di Luigi Guatri che mi appaiono di particolare rilievo. Innanzitutto il realismo delle sue ipotesi di ricerca, ovvero la costante preoccupazione di misurarsi con la concreta esperienza aziendale, di immergersi nei problemi concreti, nella storia dell’impresa per riuscire a rappresentarne e a prefigurarne le trasformazioni in atto. Da ciò è derivato un certo distacco e un senso di insofferenza di Luigi Guatri per le diatribe astratte e nominalistiche.

Credo che possa essere largamente condiviso che la storia del pensiero economico-aziendale si è anche caratterizzata per una insistente predilezione per dispute astratte di ordine metodologico, e anche per analisi semantiche, che in ultima analisi esprimevano la preoccupazione, peraltro legittima, di consolidare e diffondere una immagine di scientificità dell’economia aziendale.

In questo faticoso processo, che è stato anche di ricerca di una propria identità, l’economia aziendale ha sviluppato una serie di impegnative ricerche su temi e concetti di validità generale.

Emblematico a questo proposito è stato l’impegno quasi inarrestabile manifestato sul tema del costo di produzione. C’è stata infatti una lunga stagione degli studi di economia aziendale durante la quale era ben difficile che uno studioso, specie se giovane, riuscisse a resistere al fascino del tema dei costi dell’impresa. A questo fascino, o forse a questa sorta di passaggio obbligato, non si sottrasse lo stesso Guatri.

La sua ricerca sui costi si colloca però in una prospettiva differente e tale da rappresentare una reazione critica ad un’imperante esasperazione di tipo teologico fondata sull’indeterminazione dei costi, sull’impossibilità di una fondata misurazione. Recuperare una teoria del costo che consentisse di disporre di uno strumento concettuale necessario per l’economia aziendale, è stato l’obiettivo perseguito da Guatri.

La disputa sulla non calcolabili dei costi, sulla loro inevitabile indeterminazione ha rappresentato un modo discutibile di far teoria e soprattutto un modo per non costruire un rapporto reale con la vita concreta dell’impresa, con le sue scelte e con i suoi comportamenti fondata su costruzioni di costo dei processi produttivi. Guatri, insistendo sul concetto di determinazione oggettiva e soggettiva dei costi, fa di quest’ultima (la determinazione soggettiva) — in armonia con l’esperienza aziendale — una costruzione elaborata dai soggetti, utile per illuminare sui problemi dell’economia di impresa, se ed in quanto si tratti di una costruzione di cui si possa valutare l’attendibilità dei risultati, così da rendere tollerabili i limiti e gli errori sottolineati dalla costruzione o misurazione oggettiva del costo.

A molti anni di distanza questa reazione (ben più articolata rispetto a questi brevi cenni) di Luigi Guatri al pensiero economi- co-aziendale dominante, può anche sembrare normale, cioè rispondente ad uno dei tanti passaggi evolutivi che contrassegnano il progresso del pensiero scientifico. Senonché le cose allora si presentavano meno semplici e la cautela usata dal Nostro nel- l’esporre le sue riflessioni senza dubbio rifletteva anche il fatto che Gino Zappa non condivideva le conclusioni raggiunte da Guatri nella sua ricerca.

Io credo che su questo, come su altri temi, le ricerche di economia aziendale abbiano non poco risentito di un certo stato di isolamento nel mondo dell’accademia italiana. Stato di isolamento al quale certamente non sono estranee le incomprensioni e le critiche degli economisti ortodossi, specie nei confronti dei modi in cui procedeva la sistemazione scientifica della nuova disciplina. Chi ha vissuto le vicende dell’economia aziendale converrà che in ultima analisi gli studiosi di questa disciplina hanno spesso manifestato un complesso di inferiorità, che fin dall’inizio esprimeva la preoccupazione molto forte di dare fondamento scientifico alla disciplina, attribuendole un ruolo complementare, ma non meno rigoroso di quello rappresentato dalla tradizione consolidata del pensiero economico. Io credo che spesso si è finito per accreditare l’ipotesi che fosse possibile valorizzare il proprio dell’economia aziendale, la sua autonomia e dignità scientifica non attraverso un’interazione sistematica con il pensiero economico complessivo, bensì tracciando i confini di una nicchia esclusiva, isolabile con opportune delimitazioni metodologiche.

Se mi sono un poco dilungato su questi aspetti è solo per meglio precisare che Luigi Guatri è sempre rifuggito da questioni del genere, convinto che il modo più efficace per dimostrare il valore scientifico di una disciplina consista nel perfezionare propri metodi e categorie in un rapporto continuo con la realtà dell’impresa e dell’ambiente in cui opera.

4) L’altro aspetto del pensiero di Luigi Guatri sul quale desidero brevemente intrattenermi riguarda i rapporti fra l’economia di impresa e l’economia «tout court». L’importanza di questo rapporto è stata più volte richiamata da Luigi Guatri che non ha trascurato di sottolineare la sterilità scientifica di certe contrapposizioni fra i concetti dell’economia aziendale e quelli dell’economia politica.

Io credo che l’economia aziendale e l’economia di impresa si trovino oggi di fronte ad un problema che non è eludibile: come sviluppare un’analisi più realistica dell’impresa — e più precisamente dell’evoluzione dell’impresa — senza perdere il contatto con il contesto macro, ovvero con il macro-sistema che genera l’impresa e con il quale l’impresa interagisce attivamente così da caratterizzare la sua stessa razionalità e storicità.

È tempo di riconoscere che una rigida divisione dei ruoli, cioè una rigida specializzazione scientifica tra chi studia gli aspetti macro-economici (le strutture del mercato, l’evoluzione dell’ambiente, lo sviluppo tecnologico, l’internazionalizzazione dei rapporti economici, ecc.) e chi studia gli aspetti micro (l’impresa e le sue scelte competitive e innovative) è metodologicamente inconsistente. L’impresa in effetti è l’agente prioritario del cambiamento del sistema industriale, il fattore dinamico che con il proprio comportamento induce gli stimoli, produce gli squilibri innovativi che determinano la reazione e l’evoluzione della concorrenza, dell’ambiente, della tecnologia, dell’economia a livello del macro-sistema. L’impresa, a sua volta, è l’agente che raccoglie le potenzialità del macro-sistema (si pensi allo sviluppo dell’economia globale) e le realizza, le «invera» nella storia.

In altre parole: l’impresa genera (o contribuisce in modo determinante) essa stessa il cambiamento che si osserva a livello di macro-sistema; e simmetricamente, il cambiamento del macro-sistema non è osservabile in modo teoricamente satisfattivo se non tramite la sua genesi e la sua incorporazione-integrazione nella realtà delle singole imprese. La dinamica evolutiva ed innovativa della realtà industriale connette infatti continuamente micro e macro, in una dialettica interattiva che non rende ormai comprensibile l’uno senza l’altro.

Se questo è vero si tratta in ultima analisi di ricostruire un rapporto fra dimensione micro e dimensione macro diverso da quello che si dà oggi nell’ambito dell’economia politica: l’impresa nella teoria neoclassica, rappresenta certamente una semplificazione (mercato perfetto, omogeneità dei prodotti, ecc.) che si giustifica in quanto rende possibile la sommabilità delle singole imprese, la loro compattazione nell’equilibrio del settore e infine nell’equilibrio generale. Il problema che oggi dobbiamo affrontare non è però quello di rivedere per approssimazioni successive l’impresa neoclassica per conferirle maggior realismo, maggiore rispondenza alla complessità delle condizioni storiche del capitalismo dei giorni nostri. La teoria neoclassica dell’impresa, con gli sviluppi e i perfezionamenti in atto, può continuare ad assolvere un ruolo indiscutibile per arricchire le tendenze o i modelli teorici macro-economici. Ciò che pertanto occorre è sviluppare una disciplina teorica di economia dell’impresa che si fondi sul concetto di fondo che l’evoluzione dell’impresa è prodotta dall’interazione con le fondamentali variabili del macro-sistema, ed è questa interazione che deve essere studiata, che deve divenire l’oggetto teorico privilegiato dall’economia di impresa, accantonando la concezione ed il culto dell’impresa astratta ed universale che resta sempre teoricamente uguale a se stessa, ma sottratta all’interazione con il suo contesto macro-economico.

5) Credo che uno dei modi con cui possiamo esprimere a Luigi Guatri il nostro riconoscimento per il ruolo da lui assolto come economista di impresa, sia di averci aiutato a guardare oltre l’enfatizzazione di singoli specifici ambiti disciplinari, evitando al tempo stesso di tracciare rigidi confini fra l’economia generale e l’economia di impresa. Ciò non tanto per riaffermare ancora una volta l’esigenza di valorizzare l’approccio interdisciplinare o l’essenzialità del confronto critico-dialettico fra discipline diverse, quanto perché la comprensione e interpretazione di alcuni fondamentali temi che tagliano orizzontalmente la macro e la microeconomia (si pensi all’internazionalizzazione dei sistemi economici, alle potenzialità di trasformazione dovute al progresso scientifico e tecnologico) richiede ormai una elevata interazione fra il modo di produrre conoscenza dell’economista di impresa e quello proprio dell’economista generale.

Quando due discipline sono così fortemente interdipendenti, quanto ai problemi da indagare, il progresso conoscitivo avviene in realtà attraverso successive contaminazioni: ciascuna disciplina può progredire solo se accetta le innovazioni concettuali e le acquisizioni conoscitive ricevute dall’altra.

In un mondo in continuo cambiamento le discipline scientifiche sono condannate ad evolvere esse stesse, a rigenerare il proprio ruolo attraverso i materiali offerti dalla realtà del mondo industriale attuale.

Per concludere penso che ci si debba augurare che Luigi Guatri possa con un robusto impegno dedicarsi ad approfondire e sviluppare i temi e i contenuti dell’economia di impresa, che è destinata certamente ad evolversi e a divenire forse parte di una disciplina più vasta che meglio connette le imprese all’economia complessiva e agli aspetti e fattori che la trasformano di continuo.

A Luigi Guatri e a quanti si sentono suoi allievi l’augurio di un buon lavoro! Di strada da percorrere ce n’è molta e c’è posto per tutti!

1

Cfr. C. Dematté, «Economia d’azienda e management», in Economia e Management, n. 1, 1988

2

S. Vaccà, «L’economia d’impresa alla ricerca di una identità», in Economia e Politica Industriale, n. 45, 1985.