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Il mondo di Guatri

2026/1

Intervento del Professor Luigi Guatri

Luigi Guatri, professore ordinario di Economia delle aziende industriali. Magnifico Rettore dell’Università Bocconi di Milano

Non è facile, credetemi, al di là di un sentito ringraziamento, rispondere a tante manifestazioni di stima e d’affetto. A tutti voi che avete voluto oggi essere qui presenti, la mia commossa gratitudine: voi mi onorate largamente al di là dei miei meriti; e di ciò sono consapevole. Ai colleghi, agli allievi, agli studiosi che hanno partecipato con i loro scritti a queste poderose pubblicazioni, un caldo ringraziamento: essi hanno voluto dimostrarmi un apprezzamento ed un affetto per i quali sono loro infinitamente grato.

Quanto agli amici carissimi che hanno preso la parola, non so se realmente parlassero di me o mi avessero confuso con qualcun altro: a tratti ne ho avuto il dubbio. Perché so bene che i miei contributi all’Economia aziendale sono meno rilevanti di quanto hanno detto; e so comunque che avrebbero potuto essere più consistenti se, nella vita, altre incombenze, spesso pressanti, non avessero oltre misura assorbito le mie energie ed il mio tempo. Di ciò desidero, in via preliminare, fare pubblica ammissione.

Dico questo non tanto per una professione di modestia; ma soprattutto per affermare con chiarezza che mi sento in debito verso le discipline aziendali: sento di dovere loro qualcosa. E se Dio mi conserverà ancora per un po’ l’intelletto e la salute, desidero saldare o tentare di saldare questo debito.

Il momento, del resto, è propizio. Come scrivevo nell’editoriale dell’ultimo numero della nostra rivista «Finanza Marketing e Produzione», è esperienza comune a tutte le discipline che periodicamente il loro bagaglio teorico, i fondamenti ed i principi stessi che reggono l’elaborazione dottrinale debbano essere riveduti. Le scienze progrediscono anche correggendo i loro errori.

Nel nostro Paese il corpo centrale delle dottrine aziendali risale ad oltre 50 anni or sono. Si tratta, beninteso, di una elaborazione dottrinale solida ed equilibrata, che per lungo tempo ha in sostanza risposto egregiamente allo scopo. Essa ha consentito, ad esempio, la corretta comprensione di gran parte degli avvenimenti, spesso tumultuosi, che in campo economico — ed ispecie nel mondo delle aziende — si sono succeduti dal dopoguerra. Così come, per altro verso, ha consentito la valorizzazione di molte ricerche ed esperienze specifiche, dì tipo funzionale, che sono stati realizzati in questo mezzo secolo.

Ma ormai si è giunti al limite. Quei principi non hanno solo bisogno di un’opera di adattamento: abbisognano di una vera e propria ristrutturazione. I progressi realizzati in questi ultimi decenni in molti campi sono di un’importanza enorme; la storia dell’uomo, dei suoi strumenti di produzione e di vita, corre con una velocità impensabile ancora nel secolo scorso. In questo mondo i fatti e le relazioni su cui si costruiscono le teorie mutano sostanzialmente anche in periodi limitati. Perciò è destino fatale delle teorie di essere rapidamente superate, di esigere periodicamente importanti interventi.

A ciò si aggiunga che l’enorme mole di esperienze riferite al mondo delle aziende, investigato da legioni di ricercatori (accademici e non), la quantità senza paragone col passato di materiale raccolto e la sistematica elaborazione di tale materiale, mettono a disposizione dei teorici un supporto empirico un tempo impensabile. Basti citare un esempio. Fino a 4-5 anni or sono, nel nostro Paese, le operazioni rilevanti di acquisizione e fusione di aziende erano ben poche: credo, in media, una o due all’anno e forse anche meno. Negli ultimi anni la casistica si è arricchita enormemente, con decine di casi interessanti e significativi ogni anno. E questo si ripete per molti campi, dalla finanza al marketing, dalla strategia alla produzione. Tale ampio supporto di conoscenze empiriche è base essenziale per l’opera di revisione e di miglioramento del corpo dottrinale dell’Economia aziendale.

Il mio convincimento che sia oggi di somma importanza ritornare ai principi e discuterli criticamente è rafforzato dall’interesse senza precedenti che, negli Stati Uniti, i cultori di discipline manageriali dedicano ai problemi dell’impostazione teorica. Un ottimo docente mio allievo, tornato da poco da un lungo soggiorno in quel Paese mi riferisce che, ogni settimana, era invitato ad un seminario ove la grande maggioranza delle discussioni verteva sui problemi di metodo. Gli americani sembrano oggi quasi ossessionati dalle questioni epistemologiche.

L’economia delle imprese deve, anche nel nostro Paese, compiere un grande sforzo per affermare alcuni principi che possano essere universalmente o almeno largamente condivisi dagli studiosi; ma ciò non potrà avvenire mediando tra le contrapposte idee delle varie Scuole, bensì alla luce di nuove scoperte capaci, con la loro forza di convincimento, di attrarre il consenso di tutti.

Sulla base di ciò, vedo la possibilità di nuovi e rilevanti sviluppi per l’economia delle imprese. Sviluppi ai quali non desidero rimanere estraneo; nei quali anzi desidero impegnarmi al massimo. Le molte esperienze e l’ampia riflessione cumulate in quasi quattro decenni di vita accademica, ma nel contempo di attività professionale, talvolta combattute in prima linea, spesso vissute da osservatori di straordinario interesse, mi consentono una condizione privilegiata per partecipare a questa grande opera di rinnovamento.

Opera alla quale vi esorto tutti, amici ed allievi carissimi: poi- che solo un impegno corale potrà sortire gli effetti desiderati.

In tal senso il Trattato di economia delle aziende industriali, che in questi giorni sta per apparire, è un primo esempio. Quest’opera, frutto della collaborazione di 26 studiosi del nostro Istituto (oltre a quella di Sergio Vaccà, la cui partecipazione si lega ad una trentennale amicizia e ad un tenace sodalizio scientifico), è secondo me uno dei modi per la costruzione del nuovo edificio. Essa, ben inteso, è solo un primo passo.

Un altro passo è rappresentato dalla recente costituzione della Società per l’Economia d’impresa, nella quale studiosi di Economia delle imprese industriali e manager sensibili ai problemi della cultura si propongono di lavorare insieme, di mettere in comune le loro diverse esperienze, di elaborarle e di diffonderle.

Anche nel nostro campo, insomma, il futuro appare denso di possibilità e di promesse per chi intenda impegnarsi nell’ardua, ma affascinante strada della docenza e della ricerca scientifica.

Questa strada, cari allievi (a voi ora mi rivolgo), non è però sempre agevole. E per percorrervi un lungo cammino occorrono, oltre alle doti intellettuali, almeno tre altre qualità. In primis la tenacia, congiunta ad una buona dose di spirito di sacrificio: senza un impegno assiduo, che significa anche l’abbandono di forme di vita più comode e qualche volta perfino il trascurare gli affetti più cari, non si conseguono apprezzabili risultati.

In secondo luogo, occorre essere umili. Nessuno meglio dello studioso serio e preparato sa che, nella propria ricerca, si annidano possibilità d’errore, insufficienze, lacune; e che altri, nel tempo, supereranno i risultati raggiunti e forse li confuteranno. Occorre impegnarsi nel proprio lavoro senza pretesa di risultati immediati e senza l’attesa di riconoscimento a breve termine.

In terzo luogo, occorre credere con convinzione nella propria missione. E ciò significa difendere in ogni circostanza i valori che devono contraddistinguere la vita universitaria: che sono essenzialmente valori di libertà da qualsiasi condizionamento esterno, di obiettività nella ricerca, di equilibrio e serenità nei giudizi.

* *. *

In conclusione, consentitemi una nota personale. Mi rivolgo ai miei familiari, a mia moglie ed ai miei figli, che sono qui presenti.

L’omaggio che mi è stato fatto di queste importanti pubblicazioni lo considero dedicato anche a Voi, per compensarvi almeno in parte del tempo che non Vi ho potuto dedicare. Questi volumi li ricevo idealmente con Voi.

Grazie di nuovo a tutti