Il mondo di Guatri
2026/12
Giuseppe Antonio Banfi
È parte dei caravaggini che rimasero miei amici nel tempo. Mi portò alla Banca Popolare di Bergamo.#Dove fece tutta la propria carriera, divenendone il direttore generale per 13 anni. Mi parlava in dialetto bergamasco. Fa parte della piccola schiera dei nati negli anni Venti del secolo scorso ancora viventi
L’incontro a Caravaggio
Caravaggio è una cittadina della bassa bergamasca, a 5 km da Treviglio. Io vi giunsi nella primavera del 1937 (non avevo ancora 10 anni) seguendo gli spostamenti della mia famiglia (mio padre Edmondo divenne il direttore della zona di Caravaggio per la distribuzione dell’energia di una società elettrica del Gruppo Edison, Forze Idrauliche di Trezzo sull’Adda, presto fusa con l’Orobia). In quell’anno si formò un quartetto di giochi fra ragazzi dai 9 ai 12 anni: il più grande era Pino Banfi, il più piccolo Tancredi Bianchi, in mezzo stavamo io e Aldo Banfi (il fratello di Pino); qualche volta partecipava anche Angelo Castelli (il futuro avvocato e deputato).
I nostri incontri si svolgevano quasi sempre nel giardino della villetta Banfi sul viale del Santuario; lì nacque e si cementò la nostra amicizia. Ragazzini destinati, tutti, a grandi successi nella vita, grazie non solo all’intelligenza (per qualcuno straordinaria), ma per il duro impegno nello studio (e poi nel lavoro), per l’integrità morale, per la semplicità e genuinità.
Pino Banfi possedeva tutte queste qualità; inoltre, giovanissimo si trovò orfano del padre e, ancora imberbe, dovette aiutare la madre nella guida della famiglia. Proprio per questo, appena diplomato ragioniere, dovette rimboccarsi le maniche ed entrare come impiegato nell’amministrazione del cappellificio Ferri di Caravaggio: addio università, addio sogni di gloria? Non fu certamente così.
Mi tornano alla mente questi ragazzini che, negli ultimi anni Trenta, si recavano ogni giorno – pedalando per 5 chilometri – da Caravaggio a Treviglio per frequentare l’Istituto tecnico inferiore Oberdan, dove erano i primi delle rispettive classi. Solo quando, come accadeva nei duri inverni di allora, sulla pianura bergamasca cadeva la neve, partivano alle 7 con la corriera e rientravano alle 14 (Angelo Castelli e Aldo Banfi presero poi altre vie: alla fine il primo si laureò in giurisprudenza, il secondo in architettura). Per me e per Tancredi Bianchi la strada era già tracciata: l’Università Bocconi. Per il ragioniere Pino Banfi il destino era il vertice direzionale della Banca Popolare di Bergamo.
Infatti, uscendo dal piccolo cappellificio Ferri (dove già si era, pur giovanissimo, distinto per la sua intraprendenza), passò dopo qualche anno alla filiale di Caravaggio della Banca Popolare di Bergamo: da qui cominciò una carriera travolgente, che lo portò, all’inizio degli anni Settanta, alla vicedirezione generale di Bergamo, a fianco di Gaetano Gulinatti (dal 1962 direttore generale). In questa mansione l’avvocato Suardi (il presidente) ebbe modo di conoscerlo e di apprezzarlo. Nel 1979, col ritiro di Gulinatti, compì l’ultimo balzo e divenne direttore generale (con due condirettori generali, che pure ho conosciuto molto bene: Giovanni Riva e Andrea Gibellini, che sarà un giorno il mio direttore generale al Credito Varesino).
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Di Caravaggio ricordo due case che abitai con la mia famiglia: la prima in via Strepparola, che dava su di un cortile; la seconda in via Polidoro Caldara, con bel giardino dove correvo in bicicletta, a pochi metri dalle scuole elementari, ove frequentai gli ultimi due anni (4ª e 5ª) col maestro Castelli, padre del giovane amico Angelo. Sulla piazza delle scuole elementari feci la prima partita di calcio. In breve mi furono scoperte doti… insospettabili. Ero veloce, correvo come un pazzo, segnavo anche qualche gol. Anche se il vero periodo del calcio fu, qualche anno dopo, quello di Treviglio, dove fino a 17 anni – quando partii per la Bocconi – giocai su campi veri (ma anche sulla piazza: ogni occasione era buona!). La bicicletta era, all’epoca, per tutti il mezzo essenziale (anzi, l’unico) di spostamento. Mio padre mi donò, su mia insistenza, una bicicletta da corsa, con la quale andavo alle scuole medie a Treviglio. Così un giorno, correndo, finii in un fossato che fiancheggiava la strada: fu Pino Banfi ad aiutarmi a uscire! Sono episodi accaduti 75 anni orsono; eppure nitidamente impressi nella mia mente (in quanto, come ho scritto più volte, i vecchi ricordano meglio i fatti remoti di quelli recenti…).
Di Caravaggio, più precisamente di una piccola frazione contadina chiamata Vidalengo (a 2 km da Treviglio), conservo un personale e straordinario ricordo: lì incontrai nel 1943 mia moglie Lina, «sfollata» da Milano con la famiglia a causa dei bombardamenti.
A Caravaggio, all’epoca abitava anche mio zio Mario, direttore di uno stabilimento di ceramica. Abitava nella piazza centrale, dov’era la Casa Comunale. Lì giunse nel 1938 la ferale notizia che mio zio Domenico, perito industriale, era morto in un incidente di lavoro a San Marino, mentre collaudava un impianto elettrico. Fatti che a quei tempi accadevano (e lo sapeva bene mio padre, che ebbe la vita abbreviata dal dolore della perdita di alcuni suoi operai della «zona» di Caravaggio). Zio Domenico oggi riposa nel cimitero della nostra cittadina natia: Trezzo sull’Adda.
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Degli amici caravaggini il libro dedicato a Banfi[11] mi fa tornare alla mente alcune figure che, nei decenni, si erano sbiadite nella mia mente, come Tino Pernigoni, Sergio Donzelli (che si laureò alla Bocconi e dolorosamente morì ancor giovane), il già citato e vulcanico Angelo Castelli, il fratello Aldo, la madre Tognina. Nel giardino di casa Banfi, sul viale del Santuario, giocavamo da ragazzini, sotto gli occhi attenti della mamma. Con noi era ovviamente l’«amico di una vita», Tancredi Bianchi. Siamo cresciuti assieme, tutti provenienti da famiglie della media borghesia (non «ricchi»), tutti o quasi destinati a «carriere» importanti.
Tra tutti questi solo io scelsi come sede permanente, subito dopo la laurea, Milano. Gli altri rimasero fedeli alla terra bergamasca. Del resto, quando abitavamo a Caravaggio e poi a Treviglio, mia mamma Rosa ricordava sempre a me e a mio fratello Beppe: «Ragazzi, noi siamo di Trezzo d’Adda, non siamo bergamaschi!». L’Adda fu per secoli un confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia: solo il fiume (e oggi due grandi ponti: storico quello di ferro della strada provinciale; recente quello dell’autostrada più trafficata d’Italia) li divideva. A 200 metri di distanza si parlano ancora oggi dialetti diversi: il milanese di Trezzo e il bergamasco di Capriate.
Il direttore generale della Banca Popolare di Bergamo
Banfi (foto a p. 147) è stato il direttore generale della Banca Popolare di Bergamo per 13 anni, dal 1979 al 1992. E lo fu in modo ineccepibile. Infatti, «è stato un direttore generale onnipresente, competentissimo, conoscitore profondo delle persone e dei “meccanismi” della banca» (non per niente veniva dalla gavetta). Quanto poi ai motivi specifici di merito che gli vengono attribuiti, come ricorda Giorgio Frigeri[12], si citano soprattutto: l’estensione dell’attività della Banca Popolare di Bergamo al credito agrario di esercizio, autorizzata dalla Banca d’Italia per tutta la Lombardia, e la riorganizzazione del sistema informativo, che giunse fino a rilevare il costo di ogni singola operazione (1978).
Scrive Frigeri[13] che un giorno Banfi gli disse:
Abbiamo scoperto che emettere un benestare ci costa poco meno di 20.000 lire, mentre dal cliente percepiamo mediamente non più di 8.000 lire e non possiamo farci niente perché dobbiamo stare alla concorrenza. Ci resta solo una soddisfazione: noi almeno sappiamo quanto ci perdiamo!
Questo significa avere le idee chiare.
Più che su singoli provvedimenti o iniziative, tuttavia, la forza straordinaria di Banfi si manifestava nella continuità e assiduità della presenza su ogni fatto, nella capacità di semplificare i problemi più difficili, nella prontezza d’intuito e di scelta, nell’attaccamento all’istituzione che «serviva» ogni giorno, nel modo di trattare i collaboratori, nella modestia e semplicità dell’approccio alle persone (compreso l’uso del bergamasco con gli amici).
Nei 26 anni in cui fui presidente del Collegio sindacale della Banca Popolare di Bergamo (o almeno fin che Banfi fu presente in Consiglio) mi parlava in dialetto, inizialmente (pensando all’epoca di Caravaggio) chiamandomi «Ginetto» (diminutivo di Gino, ovvero Luigi). «Ma come, – gli dicevo – in Banca d’Italia il direttore generale Lamberto Dini mi chiama Magnifico (era l’epoca in cui ero rettore della Bocconi) e tu mi chiami Ginetto, e per di più parlandomi in bergamasco». «L’è mia ira», mi rispondeva – ovviamente in dialetto.
Debbo dire che a quei tempi l’uso del dialetto in Consiglio non era solo di Banfi: anche altri (non il presidente Emilio Zanetti) lo usavano. Per comprendere quel che si diceva era meglio conoscerlo, anche se non proprio indispensabile.
Tra le figure di quell’epoca ricordo nitidamente in Consiglio, oltre all’avvocato Calvi, il notaio Antonio Parimbelli e l’onnipresente Alfredo Gusmini.
L’uomo
Il padre Silvio muore nel 1937 quando Pino non ha ancora 13 anni. Un duro colpo, sopportato con forza.
Rivive, ancora, l’immagine del padre che gioca a carte al bar della Stazione, I Caferì. Quasi un documentario che si ripete nel tempo. Matura precocemente, forse troppo, nel silenzio, nella solitudine; il suo pensatoio è il giardino che accarezza ogni giorno con pazienza, perizia, passione, puntiglio. Carattere volitivo e forte, si sente capo famiglia, severo e amoroso[14].
Questa immagine mi è familiare. Anch’io rivedo a Treviglio mio padre in un bar di piazza Crivelli dove gioca a carte con gli amici. È la semplicità dei tempi e dei paesi. Inimmaginabile per chi vive – come me – a Milano. Ma sono i luoghi o i tempi?
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Nel 1953 sposa Renata Severgnini nella chiesa arcipretale dei SS. Fermo e Rustico a Caravaggio.
Da ragazzi, forse, soltanto una conoscenza furtiva – duecento metri separano le rispettive abitazioni – da giovani l’innamoramento. È d’uopo il «Lei». Lunghe passeggiate fra il piano, i colli, le montagne; il ballo, passione di entrambi, si consuma all’albergo Gallo d’Oro, gestito dal padre della sposa. Renata indossa un abito alla Rossella O’Hara in Via col vento. Pranzo ai Tre Re a pochi passi dal Santuario[15], numerosi invitati. Sono assenti gli amici di sempre Sergio Donzelli e Tancredi Bianchi: in viaggio di nozze[16].
Anche qui trovo parallelismi tra le nostre vite. Io mi sposo a Milano, nella chiesa di San Babila nel 1954 con Lina Fusa, che sarà fino alla morte (nel dicembre 2010 a Casa de Campo) mia moglie. Anche per noi passeggiate in bicicletta tra Treviglio e Vidalengo (frazione di Caravaggio) dove Lina nel 1943 era «sfollata» per la guerra e i bombardamenti alleati. Al mio matrimonio era presente, come testimone, Tancredi Bianchi.
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La nostra giovinezza (seppure l’abbiamo avuta, a causa della guerra) trascorse nel periodo fascista. Al sabato fascista (il pomeriggio non lavorativo) tutti eravamo obbligati a marciare col fucile «di latta» a passo romano; l’altro riferimento tipico era l’oratorio, dove ricordo che andavo soprattutto per poter giocare al calcio. Forse a Banfi il calcio non piaceva, ma il sabato fascista era obbligatorio, per tutti. Sergio Beretta che scrive la nota biografica[17]7 è evidentemente troppo giovane per saperlo e perciò cade in un’involontaria inesattezza[18].
La carriera nella Banca Popolare di Bergamo
Nel pomeriggio di un sabato d’estate del 1952, la mamma Tognina interrompe all’improvviso il pisolino del figlio: lo attende l’avvocato Gianni Ruffini. Il lunedì successivo è a Bergamo presso la direzione centrale della Banca Popolare di Bergamo[19].
Nel 1952 muore quasi improvvisamente Luigi Agliardi, banchiere umanista, presidente della Banca e direttore centrale per circa trentacinque anni. Gli subentrerà Guido Zanetti, che risale al vertice dell’Istituto, retto dal 1933, e che con sensibilità tutta sua aveva lasciato, riconoscente, lo scranno presidenziale al direttore, dimissionario per raggiunti limiti di età.
Prima destinazione di Banfi, a Gazzaniga, il 1° luglio 1952, per un apprendistato professionale che i superiori prospettano breve. Entra in filiale con Il Sole 24 Ore sottobraccio, una consuetudine per lui. Non è da tutti, però, e desta lo stupore dei colleghi e del direttore. Tre mesi dopo assume la direzione della filiale di Caravaggio: la «stoffa» del giovane funzionario, ventisettenne, è stata testata. Tutto secondo le previsioni.
C’è l’obbligo di risiedere nei locali soprastanti l’agenzia e così avviene, nonostante villa Banfi non sia più di tanto distante. Conosce la città nativa per filo e per segno, i bisogni della sua gente, la volontà di riprendere quelle energie che la guerra aveva umiliato. Crea un ambiente di lavoro confidenziale, rispettoso dei ruoli d’ufficio, decisamente produttivo. Lamenta presso la direzione centrale certe difficoltà sulla competenza territoriale che gli procura la succursale di Treviglio. Ne parla direttamente a Guido Zanetti e Giacomo Bertacchi. Sono dalla sua parte[20].
Scrive Piluso in Banca Popolare di Bergamo 1969-2009. Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo[21]:
A Bergamo, nell’aprile 1959, gli viene affidata la responsabilità dell’Ufficio Merci ed Estero dove, con meticolosità certosina, prende a esaminare ogni carta, anche la più recondita. La complessità della materia lo induce a organizzare, con il collega Osvaldo Candiano, dei corsi di formazione. Il passo successivo è la sede di Bergamo, nell’ottobre 1960, di cui assume la vicedirezione il 1° aprile 1964. Il suo diretto superiore è Carlo Gasparini, uomo di relazioni, di sintesi e di scrittura che, qualche anno dopo, individua in Banfi il «funzionario giusto» da elevare «ai piani superiori» per affiancare il nuovo direttore generale, Gaetano Gulinatti, poco dopo la morte di Mario Gamba, condirettore. Lui, il Gasparini, vi rinuncia, si sente quasi prossimo al… pensionamento. Gulinatti accoglie la proposta.
Il Consiglio di Amministrazione la delibera. Dicembre 1967. Giorni difficili, i primi, nel nuovo incarico. Il tempo, ritmato dal pendolo di un’artistica sveglia da tavolo, sembra non scorrere: non si fa subito sera. Poi un’energica immediata ripresa, le funzioni si rivelano sempre più congeniali alla sua personalità professionale già ben espressa in filiale e nella sede, ancor più arricchita dall’esperienza fatta al «Ferri» di Caravaggio.
Dopo una breve parentesi in Borgo Santa Caterina, si trasferisce in un appartamento di via Palazzolo, all’angolo con via Quarenghi, e successivamente in via Nullo alta dove risiede ancor oggi.
Nel settembre 1969, anno centenario della fondazione della Banca, Pino Banfi viene nominato vicedirettore generale. Diciassette anni di servizio, che coprono quei capitoli della vita aziendale definiti, con realistica diagnosi, anche riferita al contesto economicofinanziario nazionale: «gli anni del miracolo: la scoperta delle piccole e medie imprese (19531963)», «gli anni dell’incertezza: una banca dinamica (19641970)».
Nei primi anni Settanta Banfi associa alle sue specifiche competenze, prevalentemente riferite al mercato e alle filiali, «il rischio» dell’innovazione, che si accrescerà nel tempo, circondato da giovani leve di cui intuisce sia le capacità sia l’autentico spirito propositivo, che produce quasi una sfida a tutto il sistema bancario: è «l’inizio di una storia di successo», in sintonia con Gaetano Gulinatti.
Il 19 aprile 1979 è direttore generale, affiancato da Andrea Gibellini e Giovanni Riva quali condirettori. Nessun cambiamento nel suo procedere professionale e quotidiano. È quello di sempre.
Riservato, all’apparenza solitario e severo. Assorto nei suoi pensieri, ti individua da lontano, ti affianca, abbozza un mezzo saluto, ma nel contempo ti riaggiusta il nodo della cravatta. Sulla sua scrivania le pratiche hanno vita breve: legge rapido e smista al volo con precisione. A ognuno il suo compito, senza indugi possibilmente. Non trascura i particolari, anche minimi, ama l’ordine. Non gradisce la vista di una giacca appesa all’interno di un ufficio, ma sulla maniglia di una porta a vetri.
Lo fa rilevare. Né tanto meno che alcune lettere del logotipo della Banca, apposto sul cosiddetto «torracchione» al casello di Bergamo dell’autostrada, siano spente. Salvo spiegargli della presenza di una nidificazione di rondini che ostruisce alcuni collegamenti elettrici. Allora le sue esigenze si compongono, con stupore, quasi scusandosi.
Naviga a fianco di due presidenti: Lorenzo Suardi, fino al 1985, ed Emilio Zanetti con cui terminerà il suo mandato. Due rapporti diversi, ma accomunati dalla competenza, dalla chiarezza, dalla reciproca stima. Non manca il dibattito, doveroso[22].
Ho vissuto in larga parte la carriera di Banfi alla Banca Popolare di Bergamo e rammento a grandi linee le varie fasi. Io vi rimasi fino al 3 maggio 2007, cioè per 26 anni, fino a quando non ebbe termine la BPU (Banche Popolari Unite) e avvenne l’incorporazione delle banche bresciane che diede origine all’UBI. Banfi era ormai uscito dal Consiglio.
Quel giorno Emilio Zanetti mi ringraziò del servizio prestato, come presidente del Collegio sindacale per tanti anni, premiandomi con una medaglia d’oro, che conservo tra i miei più cari ricordi. E mi pregò pure di spiegare, considerata la mia competenza specifica, come fosse stato calcolato il rapporto di cambio. Impresa non agevole (non a caso Emilio me lo chiese) perché il premio concesso alle banche bresciane era veramente difficile da spiegare.
Quel giorno il mio grande amico Tancredi, che assisteva all’assemblea, mi disse una frase che ricordo ancora oggi: «Noi paghiamo a loro un premio; e loro verranno qui a comandare». Non voglio aggiungere altro: ma così è stato.
L’opinione di Tancredi Bianchi («Il sigillo della vita semplice»)
Il capitolo scritto da Tancredi merita di essere interamente letto, come del resto tutto quanto ha scritto nelle sue numerose opere. Ne riporto alcuni brani[23].
Nel settembre del 1939, un mese che se ben ricordo fu molto piovoso, conobbi Pino presso la sua villa di Caravaggio. Invero, io mi ero recato colà per incontrare il fratello Aldo. Le nostre mamme avevano scoperto che saremmo stati compagni di scuola, alla prima media inferiore, presso l’istituto Guglielmo Oberdan di Treviglio; scuola frequentata anche da Pino, di tre anni più anziano di me. Allora i corsi di studio erano di quattro anni per le inferiori e di quattro per le superiori, e Pino stava per giungere al traguardo del primo ciclo. E mi ricordo che mi invitò a essere compagno di Aldo in senso ampio, tenendolo informato dell’assiduità nello studio, giacché il fratello ripeteva la prima media. Incidente che non gli capitò più in seguito. La mia amicizia con Aldo fu altrettanto solida e affettuosa; in sostanza studiavamo separati da Pino, ma poi giocavamo tutti insieme. E il ragazzo, ormai quasi giovanotto, orfano giovanissimo di padre, rappresentava per noi un riferimento; a scuola era uno dei primi della classe.
[…] Ci sposammo a pochi giorni di distanza nel 1953. Le nostre vite correvano parallele di nuovo. Pino stava percorrendo la carriera bancaria; io avevo iniziato la carriera accademica in tecnica bancaria. Così i temi dei nostri incontri riguardavano spesso le banche. Intuii che la carriera di Pino sarebbe finita con la direzione generale della Banca Popolare. Gli predissi quel traguardo un giorno a Cesenatico. Fu un capo azienda di alte qualità. Conosceva la Banca Popolare come le sue tasche; conosceva tutti i collaboratori e in particolare i capi delle filiali. Mi capitò sovente di viaggiare in automobile con lui, quando ormai il telefono, per chiamare e ricevere dal mezzo, era divenuto un accessorio irrinunciabile. Chiamava in continuazione, si informava e dava consigli, che per vari aspetti erano anche ordini. Scambiavamo opinioni. Così, come io con lui, mi chiese talvolta pareri. Per esempio, quando si trattò di indicare il comune amico di infanzia Luigi Guatri come presidente del Collegio sindacale della Banca. «Ho pensato a Ginetto». Ovvio che lo incoraggiai. O quando si trattava di studiare qualche acquisizione di altra banca. Avessimo potuto decidere solo io e lui, la Banca Provinciale Lombarda sarebbe passata sotto il controllo della Popolare e del Creberg.
Non potrò mai dimenticare, però, quanto mi disse un giorno. Tra di noi si è sempre parlato in dialetto, ma scrivo in italiano. «Vedi Tancredi, io posso lasciare in qualsiasi momento la banca, perché è già pronto chi può sostituirmi». Solo un grande manager può affermare che l’azienda non avrebbe soluzione di continuità nella guida, qualsiasi cosa a lui possa accadere.
Il Banco di Sicilia
Finita l’opera presso la Banca Popolare di Bergamo, l’ormai anziano Banfi non voleva fare il pensionato. Ma scelse un impegno gravosissimo: la presidenza del Banco di Sicilia (in questo assomiglia a me e a Tancredi, che anche da «vecchi» vogliamo sempre rimanere occupati, sia pure in modi diversi).
Tancredi lo incoraggiò ad accettare; io, al contrario, gli chiesi se non fosse una scelta temeraria. Pino, infatti, non viaggiava da Bergamo a Palermo in aereo, bensì in macchina (ogni volta un viaggio stressante per la nostra età). Oltre a ciò, Palermo e la Sicilia sono, per noi lombardi, luoghi in cui risulta difficile operare. Ricordavo per me i tempi della So.Fi.S. (Società Finanziaria Siciliana) dove nei primi anni Sessanta ero stato come consulente dei grandi gruppi del Nord (Edison, Fiat, Pirelli ecc.) alle assemblee e per altri fini. Quando raggiunsi col vertice della So.Fi.S. l’accordo per cedere le partecipazioni di minoranza detenute, alle società minoritarie furono rilasciate cambiali con l’avallo della Regione Sicilia: sennonché andarono tutte in protesto e la Regione non pagò mai nulla. Ma i miei clienti, piuttosto che rimanere, furono felici di perdere tutto e mi ringraziarono sempre. Perciò, dicevo a Pino, come puoi «lavorare» in questo ambiente?
Dedica a un banchiere, a cura di Sergio Beretta, Bolis Editore, Bergamo, 2010.
In M.A. Romani (a cura di), Banca Popolare di Bergamo 1986-2009. Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo, UBIBanca Popolare di Bergamo, 2009.
Ivi, p. 268.
Ivi, p. 89.
Al Santuario di Caravaggio sono tornato nel 2012, dopo molti anni di assenza. E con mia figlia Fiorella abbiamo pranzato proprio ai Tre Re.
M.A. Romani (a cura di), Banca Popolare di Bergamo 1986-2009. Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo, op. cit., p. 91.
Ivi, pp. 89 ss.
«Non vive l’oratorio, ma neppure le adunanze dei balilla». Non è così: la tessera del partito fascista, o meglio della gioventù italiana del littorio GIL, era obbligatoria.
La carriera professionale di Giuseppe Antonio Banfi si svolge per più di cinquant’anni nella Banca Popolare di Bergamo di cui è direttore generale dal 1979 al 1992, consigliere d’amministrazione e vicepresidente fino al 2006. Dal 1993 al 1992 regge, quale presidente, il Banco di Sicilia.
M.A. Romani (a cura di), Banca Popolare di Bergamo 1969-2009. Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo, op. cit., pp. 90 ss.
G. Piluso, «Tra ricostruzione e sviluppo (19451970)», in Banca Popolare di Bergamo 1969-2009. Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo, op. cit., pp. 200229.
M.A. Romani (a cura di), Banca Popolare di Bergamo 1986-2009. Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo, op. cit., pp. 91 ss.
Ivi, pp. 46 ss.