Il mondo di Guatri
2026/12
Victor Uckmar
Il più grande tributarista italiano. Le sue opere, tradotte in più lingue, sono note nel mondo, libri di testo in America Latina. È, come me, amico dell’Argentina, dov’è stato più volte e in varie forme protagonista
Annovero Uckmar tra i miei più cari e affezionati amici (foto a p. 159). Il nostro rapporto risale a lungo nel tempo, all’incirca agli anni Sessanta del secolo scorso. Parto tuttavia da un momento particolare: quando ci incontrammo nella sua bella villa di Arenzano[53], noi ex amministratori e sindaci di Montedison. Era l’estate del 1993 e sia Cagliari (in carcere a San Vittore) sia Gardini (in piazza Belgioioso a Milano) si erano da poco suicidati.
Victor accoglieva tutti sorridente, ma in realtà si parlava di fatti tristi. Si trattava più precisamente di scrutare «cosa» potesse accadere. Si facevano i conti, s’ipotizzavano realizzi: quasi sempre si concludeva che il valore dell’azione non si sarebbe annullato, che forse sarebbe stata conservata la parità.
L’assemblea tumultuosa di Montedison
Il prodomo a tutto ciò fu la tumultuosa assemblea degli azionisti di fine giugno. Mi trovavo ad Arenzano quando mi giunse la chiamata dell’avvocato Enrico Pizzi, verso le 11 di sera. «Professore, è necessario modificare il bilancio. Il presidente lo aspetta domani mattina alle sette». Giunsi – inevitabilmente – con ritardo e sentii solo le conclusioni.
Il diktat pare fosse venuto da Mediobanca, in veste di «protettrice» di Montedison: era necessario cambiare in modo sostanziale alcune voci di bilancio. Perché mai? Nessuna risposta… (Pizzi non lo sa?). Io la Edison la conosco bene; eppure non avrei mai immaginato…
L’assemblea era (per fortuna) presieduta da un giurista illustre, Guido Rossi, che si oppose con piglio e sicurezza alle richieste di diversi azionisti che volevano fosse promossa azione di responsabilità… contro questo o quello: non vi era in ciò una ragione che non fosse l’ira degli azionisti.
Il «personaggio» Victor Uckmar
È una storia… esplosiva. Victor nasce da Antonio, avvocato e giurista originario di Gorizia, e da Bianca Helena, cilena. Da giovane frequenta il liceo D’Oria a Genova (dove il padre aveva aperto uno studio di avvocato). Le cronache dicono che Victor ebbe come insegnante di Religione l’odierno Cardinale Siri. Finì durante la guerra gli studi a Novi Ligure, ove era sfollato. Qui partecipò alla Resistenza, che in Liguria – com’è noto – fu molto attiva. Victor è sempre stato coraggioso: non poteva mancare all’appello!
La vita ad Arenzano
Conosco Arenzano da 60 anni: da quando un mio (allora) giovane assistente della facoltà di Economia e Commercio mi portò in visita in questo piccolo paese turistico (un tempo di pescatori…). Begli alberghi, buoni ristoranti, discreta organizzazione. Poi, dagli anni Sessanta, la Pineta: il vasto pianoro a 100 m di altezza sul mare, con un piccolo golf a 9 buche circondato di pini.
Dopo alcuni periodi trascorsi in alberghi e case varie (compresa la casa al porto), decisi con mia moglie Lina di comprare un lotto di terra in via del Quadrifoglio 31 e vi costruimmo una villa a poche centinaia di metri da Victor. Villa che ancora oggi gode, con altre tre o quattro, di una posizione impareggiabile[54].
Ad Arenzano andammo per le vacanze (invernali ed estive) per molti anni, finché non subimmo il fascino dei Caraibi (Casa de Campo) dal 1988, e in Pineta si andava quindi, durante l’anno, per brevi vacanze (Pasqua ecc.).
L’11 aprile 1991 (la settimana di Pasqua) nel porto petroli Multedo (Voltri) saltò in aria la petroliera Haven alle 12,30. Ci affacciammo tutti alle balconate per vedere lo spettacolo infernale. A seguito di ciò il Comune di Arenzano fece causa all’armatore cipriota per il risarcimento dei danni. La spiaggia era stata, infatti, seriamente danneggiata (e, in parte, lo è tuttora).
Con Victor redigemmo, gratuitamente, le consulenze tecniche di parte. Di ciò il sindaco di Arenzano volle solennemente ringraziarci nella piazza principale del paese.
Victor e l’Argentina
Quante volte, con Victor, abbiamo parlato dell’Argentina! È una terra cui siamo entrambi molto legati. Ma Victor ha fatto grandi cose per l’Argentina e vi ha assunto gravosi impegni.
Raccontano le cronache che il legame di Victor con l’Argentina sia nato quasi per caso. Mentre esplorava le Ande, tra il Cile e l’Argentina, la comitiva fu costretta a trovare rifugio sul versante argentino a Salta (una cittadina a varie centinaia di chilomentri a nord di Buenos Aires). Di questa terra Victor s’innamorò. Acquistò, in primis, una grande fazenda, la cui piantina spiccava in bella vista nella sua villa di Arenzano; e ne parlava volentieri, quasi con entusiasmo. Nel contempo cominciò a insegnare (la sua vera passione!) all’Università Cattolica di Salta, dove i suoi libri di diritto tributario erano già noti. Nel 1989 divenne a Buenos Aires anche consulente del ministro degli Esteri Cavallo.
L’Argentina giunse, nel 1996, a un buon livello di stabilità, coi bilanci in regola[55]. Ma già nel 1997 i ricavi pubblici delle privatizzazioni erano terminati; e la Borsa – dopo una fase di entusiasmo – si avviò verso la depressione. Così che per pagare il debito estero rimanevano i settori «forti» delle esportazioni (agricoltura e allevamento). È opinione di Victor che né negli USA né l’Unione Europea l’abbiano voluta aiutare. Eppure sarebbe – sottintende – bastato poco.
Secondo Victor il vizio permanente e pesantissimo dell’Argentina è peraltro l’evasione fiscale (qui mi sembra possibile un parallelo con l’Italia, specialmente del Sud…).
Si giunge così al default dell’Argentina, nel 2001. Quando molti italiani, anche incoraggiati dalle banche, investirono nei rischiosi bond: molti di loro si dimenticarono che maggior rischio significa – inesorabilmente – maggiore probabilità di perdita (e le banche non sempre li avvertirono). Mi pare di ricordare che Victor ed io, pur sentimentalmente amici dell’Argentina, avessimo privatamente segnalato la circostanza. In noi non vi era (come nelle banche, se del caso) alcun conflitto d’interesse[56].
L’evasione in Italia
Victor ha tenuto il 15 dicembre 2011 un’audizione al Senato della Repubblica. Ha parlato di molte cose, ma ciò che più mi ha colpito è quanto ha detto sull’evasione fiscale.
L’evasione è il male endemico del nostro Paese: vasta è la letteratura in proposito che ne ha indicato le origini e le cause, storiche, addirittura patriottiche, politiche, di costume, di ripetuti condoni, di comportamenti di mal governo della finanza pubblica, talvolta di necessità: già Einaudi diceva che con l’osservanza delle leggi si avrebbe un eccesso di prelievo rispetto al reddito conseguito.
Sovente nelle riunioni – come mi è occorso recentemente – durante i Venerdì di Diritto e Pratica tributaria, invito gli astanti a segnalare chi avesse preteso la fattura per le prestazioni dell’idraulico o dell’imbianchino o dell’elettricista per lavori domestici: silenzio assoluto. In un seminario dello scorso settembre all’Università pontificia è stata auspicata, per una giusta tassazione, la maggiore considerazione dell’etica per combattere l’evasione: mi sono permesso avanzare dei dubbi anche per l’esperienza delle vicende incorse dagli istituti finanziari del Vaticano coinvolti in riciclaggio e nell’attuazione di operazioni di tangenti. Eppure nella Città del Vaticano dovrebbe imperare l’etica!: è occorsa una summa del Sovrano Pontefice che impone norme repressive similari a quelle vigenti in Italia.
Certo è auspicabile che i costumi degli italiani, anche in materia tributaria, siano ispirati a principi morali e di solidarietà sociale, ma purtroppo passeranno decenni e decenni di educazione per acquisirli: adoperiamoci per la introduzione di chiare norme giuridiche e per la severa osservanza.
E nel frattempo utilizziamo l’evasione nel bene, e cioè l’avere determinato un rilevante «tesoro» che secondo le stime si aggirerebbe sui 120-150 miliardi. La lotta, per trovarlo, è strenua ma l’amministrazione finanziaria e la polizia tributaria hanno dimostrato di saperci fare tanto che negli ultimi tre anni hanno ricuperato circa 30 miliardi.
E sarebbe un valido contributo per ridurre la pressione fiscale.
Ho accennato che una delle cause dell’evasione è la pessima gestione della finanza pubblica. Nel nostro Paese gli studi di diritto tributario hanno raggiunto un buon livello e la speranza è che siano profittevoli anche per la classe politica dirigente. Mancano, invece, anche nelle università, approfonditi studi per la disciplina della spesa: a mio avviso fondamentale per una giusta imposta è la giusta spesa, così da sfatare il detto: è più facile introdurre un tributo che tagliare le spese, specie quelle di favore.
ACBGroup
Quando penso a Victor mi ricordo del grosso peso che gli ho lasciato sulle spalle: la presidenza di ACBGroup. Era un’idea che era venuta, nel 1999, a un gruppo di commercialisti italiani, di varie provenienze, che si riuniva periodicamente nella «vecchia» sala del Consiglio dell’Università Bocconi in via Sarfatti 25.
Si dibatteva per mattine (o pomeriggi) interi. Nell’estate del 2000, durante le vacanze estive a Casa de Campo, in una settimana scrissi d’impulso un documento di 150 pagine che traduceva quei lunghi discorsi nel «Progetto ACB – Società italiana dei Consulenti Economici Aziendali SpA». È datato 20 giugno 2000. Ne presento alcuni stralci.
Premessa
Il presente documento delinea il quadro di riferimento e le finalità strategiche di ACB – Società Italiana dei Consulenti EconomicoAziendali SpA in via di costituzione per operare nell’area della consulenza alle imprese (ACB sta per Academics and Consultants for Business).
Il documento enuncia per sommi capi le linee guida sulle quali il progetto sta concretamente realizzandosi.
ACB – La mission
ACB si propone di acquisire una quota significativa del mercato italiano della consulenza alle imprese, nell’intento di pervenire in breve a posizione di rilievo almeno in alcune aree, nelle quali già si dispone direttamente o indirettamente di alte qualificazioni professionali.
La particolare struttura organizzativa di cui ACB intende dotarsi, aperta all’esterno in logica di business idea, impone peraltro il perseguimento naturale e coerente di una crescita sinergica con la rivalutazione (immagine, ampiezza e spessore delle competenze) della figura del commercialista in quanto consulente economico-aziendale dell’imprenditore.
ACB – Il disegno stategico
ACB ritiene di poter costruire la propria leadership di mercato sui seguenti vantaggi competitivi:
- un forte nucleo promotore che garantisce l’adesione di altri partners qualificati e la qualità dell’operato;
- una struttura organizzativa motivata, ben radicata sul territorio;
- un’organizzazione per la produzione dei servizi selezionata per eccellenza professionale, con la presenza personale in alcune aree dei massimi esperti del nostro Paese;
- un portafoglio completo, integrato di nuovi servizi sviluppati ad hoc, dal M&A all’area Internet Economics;
- iniziative adeguate per la promozione e lo sviluppo del marchio;
- alleanze strategiche forti, sul piano sia nazionale che internazionale (in particolare, si disporrà di una merchant bank «alleata», cui saranno direttamente e indirettamente interessati Studi promotori e soci);
- meccanismi operativi incentivanti;
- un management e una struttura agili ma molto qualificati.
ACB – La struttura societaria

* FGGU: Ferrero, Guatri, Gnudi, Uckmar.
** Tra gli esperti sono compresi i nominativi di FGGU (a titolo personale) fino a un massimo del 20% nell’insieme.
Non era ancora stato registrato il marchio, che un piccolo studio di commercialisti sito nei pressi di Milano (a Opera) ci precedette nella registrazione del marchio ACB, costringendoci – dopo una spiacevole e ricattatoria trattativa – a differenziarlo in ACBGroup. Vergogna!
Ma non ci perdemmo d’animo. E – tra successi ed errori – continuammo per la nostra strada. Victor ebbe la fortuna di avere un successore (il figlio Antonio) che credette nel progetto; io non l’ho ancora avuto. Ma spero di averlo presto con mio figlio Giorgio.
La messa domenicale ad Arenzano
Ad Arenzano il nostro incontro alla messa delle 10,30 in Pineta è tradizionale (almeno da 6 anni) da quando sono tornato alla pratica religiosa, che per un lungo tratto di tempo avevo abbandonato, limitandomi alla messa di Natale e Pasqua, al contrario di mia moglie Lina che la «fede» non perse mai.
Questo incontro era anzi usato da Lina verso i miei figli (che non sono praticanti) come un mezzo per convincerli: «ma come, se persone del livello di vostro padre e del professor Uckmar sono praticanti, perché mai non lo siete voi?».
Nella messa dei piccoli paesi (e Arenzano né è un esempio) qualche volta le prediche al Vangelo lasciano a desiderare, nel senso che non sono proprio esempi di arte oratoria, specialmente quando divagano sui fatti del giorno. «Dovrebbero attenersi al Vangelo», dicevamo spesso con Victor.
Nei passi della messa cantata, mi ricordava Victor negli ultimi anni, la voce intonata di Lina aiutava noi (che non sappiamo cantare) a mantenere il tono. Poi non me lo disse più, perché si accorse che ogni volta mi venivano le lacrime agli occhi…
Il rapporto di amicizia
Come ho raccontato in Li ho visti così [57]5:
In quella parte finale del luglio 2007 mi trovavo a Casa de Campo per le ferie. Alle 6 del mattino sentii bussare con violenza alla porta della mia camera. Mi alzai e una trafelata Anna Gigante mi mostrò sul telefonino un sms appena pervenuto da mio figlio Giorgio. Era composto da una sola parola: «Prosciolto!». Si riferiva al caso Parmalat. Dopo pochi minuti squillò il telefono di casa: era Victor Uckmar che mi esprimeva la sua soddisfazione; seguirono, a distanza di pochi minuti, altre chiamate di colleghi e amici che volevano tutti comunicarmi per primi l’attesa notizia. Mai mi resi conto, come in quel frangente, di quanti affezionati amici ed estimatori avessi al mondo! Infatti, dopo un’ora ero affaticato e dissi a mia moglie (che naturalmente era stata svegliata) e ad Anna Gigante che ringraziassero a mio nome.
Al compimento dei suoi 80 anni Victor diede una festa nella sua bellissima villa di Arenzano in via dell’Erica. Alla presenza di tutte le autorità di Genova, della Regione Liguria e di altre provenienze: nessuno dei personaggi di rilievo mancava (politici, accademici ecc.). C’ero anch’io, naturalmente con Lina: fu una serata indimenticabile. Pur non amico delle feste (al contrario di Lina, che le adorava) me ne ricordo ancora oggi.
In tale occasione (era il 2 giugno 2005) La Repubblica gli ha dedicato un articolo (tutto vero!) che ricorda – tra l’atro – molte cose che, per modestia, non mi ha mai detto di sé:
Essere Victor Uckmar significa festeggiare sabato sera a Arenzano un compleanno importante, ottant’anni, con i figli e gli amici. Essere Victor Uckmar, significa essere il più famoso fiscalista e tributarista italiano, docente in università italiane e straniere, primo contribuente di Genova. Essere Victor Uckmar significa, anche, aver inventato un’espressione, meglio una risposta, che è diventata famosa. All’ambasciatore Usa che gli chiedeva: «Genoa? Where’s Genoa?» (dov’è Genova?) lui rispose: «It’s near Portofino», è vicina a Portofino. Essere Victor Uckmar, adesso, significa pensare a stabilire rapporti commerciali con la Cina. E, infine, accettare di ricordare gli anni da compiere, l’adolescenza, la sua storia. Il professore si racconta nel suo studio, a Corvetto, con la pipa in mano, la musica di sottofondo, i capelli bianchissimi, i modi affabili. L’età che proprio non dimostra.
Professor Uckmar, il ricordo più intenso per un compleanno importante? «Il vento di tramontana che saliva su per via Corridoni, quando in corso Gastaldi non c’erano ancora case. Noi abitavamo lì, papà, mamma e io. Sono figlio unico e mi sono trovato benissimo. La mia fortuna è stata avere genitori severi: papà mi negava il bacio se combinavo qualcosa di non corretto e mia madre usava gli scappellotti, fino a 16 anni, quando per raggiungermi doveva usare l’ombrello. Papà veniva a casa a pranzo e trovava il tempo per parlare con me, mia madre lo salutava dalla finestra quando andava al lavoro. Una vita piena di affetti. L’altra fortuna è stata il liceo D’Oria, Baget Bozzo era mio compagno; c’era, a insegnare, Giuseppe Siri: per un quarto d’ora parlava di religione, il resto era dedicato a discorsi in libertà, dalla politica all’educazione sessuale».
Scoppia la guerra e il giovane Victor finisce il liceo a Novi Ligure, qui incontra Piero Ottone: «Bravissimo, aveva imparato l’inglese da solo ascoltando Radio Londra». Torna a Genova, si iscrive a Giurisprudenza dove insegnano docenti che si chiamano Giuliano Vassalli, Salvatore Satta, Roberto Lucifredi, Riccardo Orestan e Marico Casanova per esempio. La laurea è il 22 luglio del 1947, in Diritto civile, viene accolto come assistente a Economia e Commercio perché a Giurisprudenza insegnava suo padre. Un giorno, il professor Mauro Fasiani gli disse: «Senta Uckmar domani mi sostituisca lei, a lezione». È stata la sua prima avventura? «In un certo senso. Davanti avevo giovani che non avevano potuto finire gli studi per via della guerra, a me non era capitato, sono stato solo partigiano per un po’ sulle colline di Novi».
Un partigiano giovanissimo. «Sì, decidemmo d’ impulso, con altri due amici. Io mi chiedevo come avrei potuto dirlo a mio padre, sempre molto severo, ma lui, alla fine, mi abbracciò». Uckmar, cognome croato? «Friulano, di Gorizia. Il mio bisnonno, per irredentismo, si trasferisce nelle Marche; mio padre, Antonio, nel 1919 si sposta a Genova. Lui si era laureato durante il servizio militare, poi la guerra. Mia madre la conosce qui, si chiama Bianca Helena, era nata in Cile dove il nonno andò quando un amico gli disse che là non sapevano che cosa fossero le persiane. Annunciò che sarebbe tornato appena raggiunto un milione di lire. E così fece. Era una somma enorme, berlusconiana».
È un film che ricorda con affetto, quello della sua infanzia (foto a p. 158). «Sono stati anni sereni, importanti. Mio padre era rigidissimo, un marchio che mi impresse. Si occupava di diritto del lavoro, volle che i miei primi due anni li passassi comunque in uno studio penale». Ma lei è diventato poi un fiscalista. Come ha scelto? «A me interessa tutto il diritto, diciamo che mi occupo al 40% di fiscale e al 60% di diritto societario. Ricordo che presi un ufficetto, a Milano, dove dormivo anche la sera».
Professore, sia sincero, qual è la qualità intellettuale che si riconosce? «L’impegno al 60%, un 20% di attitudine, il 20 che resta alla fortuna. La mia fortuna attuale è occuparmi della rivista di diritto tributario, fondata da mio padre, che mi costringe a rivedere sempre la materia. La rivista ha raddoppiato, con quella di diritto tributario internazionale». Diritto tributario, dunque tasse. Professore, l’Italia è un Paese di furbi? «Sì, è il nostro difetto, anche se a volte siamo furbi, magari all’estero, perché obbligati dalla necessità». Lei, invece, ha sempre presentato altissime dichiarazioni dei redditi. Esempio dell’Italia dei ricchi e onesti? «Del mio egoismo, direi. Considero la libertà il bene più grande e voglio essere libero, voglio che nessuno possa dir qualcosa di me». È vero che mette alla porta chi le chiede di evadere il fisco? «Guardi qui, è uscito un dossier, “Risparmiare sulle tasse in venti modi”, mi sono ricordato di avervi contribuito anch’io. Per rispondere, c’è differenza tra elusione e studiare maniere per alleviare la pressione fiscale».
Anni fa, dichiarò di avere due sogni: la zona franca e la questione dell’acciaio. Oggi lo ridirebbe? «Sto cercando di realizzare una zona franca per i cinesi. Genova è il porto in and out per l’Europa, rende aprire i container, non solo portarli qui. E allora se i cinesi potessero aprire i loro container per adeguare a Genova le loro merci alla nostra normativa, sarebbe un modo importante per mettersi in contatto con loro. Del resto, ho creato zone franche nell’ex Unione Sovietica, in Uruguay, ho provato a farlo a Genova. Ma qui nessun imprenditore mi ha mai cercato. E poi mi sono occupato di joint venture, alla fine degli anni Settanta come consulente del governo cinese, negli anni Novanta in Russia».
L’Argentina, dove lei insegna all’Università di Salta, come entra nella sua vita? Come sta adesso quel Paese? «Entra per la joint venture, un progetto che si sviluppò poi solo a livello accademico. Come sta adesso? È un paese ricco di materie prime, ha tutto, ma c’è ancora disordine nel governo, nella magistratura, nella scuola».
Perché l’hanno chiamata Victor? «Fu mia madre, mio nonno si chiamava Vittorio, lei lo giudicò un nome troppo da anziano, preferì Victor». Quando va in ferie, sceglie la barca a vela? «Non vado mai in ferie, mi diverto, giro il mondo, mi considero sempre in ferie. La vela è una passione recente, prima c’è stato lo sci. Ma dal 1972 in cinque amici abbiamo sempre la stessa barca (Baglietto, Dufour, Ghigliotti, Cipollina: un Swan, 37 piedi, KI del 1970). Un record, credo».
Lei ha un figlio maschio e due femmine. Che tipo di padre è stato?
«Piuttosto pesante, severo, esigente. A me era piaciuto, ho cercato di essere padre alla stessa maniera del mio. Ho dei figli magnifici, Antonio si occupa del WTO, l’organizzazione mondiale del lavoro, Alessandra fa la casalinga e il pomeriggio viene qui in studio da me, Francesca è la più turbolenta, liceo artistico, matrimonio, facoltà di Giurisprudenza a Milano, ora va avanti».
Con chi festeggerà il compleanno? Famiglia e amici? Sono gli stessi di sempre? «Saremo a Arenzano, dove abito, con i miei figli. L’amicizia? Per me è un valore importante, e forse proprio per questo a volte ho avuto delusioni, soprattutto in campo universitario. Ma gli amici veri non sono cambiati e saranno con me».
Nell’estate del 2010 si svolse nella mia villa del Quadrifoglio, ad Arenzano, la lunga consulenza tecnica d’ufficio (CTU) per il cosiddetto Lodo Mondadori (la causa del gruppo Berlusconi contro il gruppo De Benedetti). I 3 CTU erano: Luigi Guatri, Maria Martellini, Giorgio Pellicelli: accademici di varia estrazione (Università Bocconi, Università di Brescia, Università di Torino).
Al pranzo, che Lina organizzava sempre nelle giornate dei lavori, veniva invitato Uckmar (benvisto da tutti), che qualche volta – a motivo del ritardo rispetto all’ora prevista – poteva sentire anche involontariamente alcuni momenti di discussione.
Un giorno mi disse: «Ma quanto è dura Maria, specialmente nei confronti del mite e intelligentissimo Pellicelli» (chissà se avesse sentito quanto ci dicemmo a Milano il giorno della seduta finale per la firma del documento! Quel giorno anche il mio mite figlio Giorgio, sempre delicato con tutti, andò… fuori dai gangheri!).
In occasione della celebrazione della messa in suffragio di Lina nella chiesa di San Ferdinando dell’Università Bocconi, chiesi a Victor se volesse affiancare Tancredi Bianchi (che svolse una commemorazione indimenticabile: la conosceva fin da ragazza, quando eravamo ancora fidanzati). Victor naturalmente era presente, ma quando, salutandolo, gli chiesi come stava, quella volta mi rispose «sto male» (non gliel’avevo mai sentito dire): alludeva al fatto di non aver potuto aderire all’invito (e dopo aver sentito la commemorazione di Bianchi s’era confermato nel convincimento che non avrebbe potuto aderire).
La giovinezza
Victor Uckmar si è laureato a Genova in Giurisprudenza nel luglio 1947, conseguendo la dignità di stampa per una tesi di Diritto civile, discussa con il professor Ruggero Luzzatto, sul contratto preliminare di compravendita.
I suoi studi erano stati indirizzati prevalentemente sulle materie classiche della facoltà di Giurisprudenza, il diritto tributario era ignorato; docente di Scienza delle finanze e Diritto finanziario era Jacopo Tivaroni, economista, e così presso tutte le facoltà di Giurisprudenza e di Economia.
L’inizio della carriera
Il suo primo contatto con il diritto tributario avvenne quando il padre, lo stesso giorno della laurea, lo invitò a versare una quota per concorrere alle spese di casa (viveva, figlio unico, con i genitori). Si domandò come si sarebbe procurato i mezzi e il padre gli offrì un compenso per revisionare le bozze del commentario alle tre imposte straordinarie sul patrimonio, introdotte nel 1947, nonché della nuova edizione de La legge del registro e avviare un codice della stessa imposta in modo innovativo. L’interessamento si sviluppò con il programma del padre di riprendere la pubblicazione della rivista Diritto e pratica tributaria sospesa durante la guerra: era stata fondata nel 1926. La pubblicazione era uscita anche quando il padre si occupava prevalentemente di diritto corporativo (anche come docente a Genova della materia) e questo altresì nell’esercizio dell’avvocatura, soprattutto nelle controversie collettive di lavoro, quale consulente della confederazione dei lavoratori dell’industria. Ottenne grandi risultati, come la disciplina del cottimo e l’adozione dell’indennità per la risoluzione dei rapporti di lavoro. Se ne distaccò quando l’offerta, da parte dell’onorevole Di Vittorio, di mantenere la consulenza fu condizionata dalla iscrizione a un partito della «triade».
La passione che il padre dedicava all’insegnamento lo sospinse ad avvicinarsi alla carriera universitaria; fu così accolto come assistente volontario da Mauro Fasiani, titolare della cattedra di Scienza delle finanze e Diritto finanziario nella facoltà di Economia di Genova, economista purissimo che non dava spazio al diritto[58].
Fu il professor D’Albergo a rendersi conto del suo interesse a inserirsi nella vita universitaria: da ciò l’incarico, nel 1954, alla facoltà di Economia dell’Università di Pisa: la materia era etichettata Scienza delle finanze e diritto finanziario, ma due terzi dell’insegnamento erano dedicati al diritto tributario, a questo sollecitato dal preside professor Giannessi[59] e dal professor Ricci.
Un giorno ricevette una telefonata: «Sono l’avvocato Sindona, ho sentito parlare di lei, desidererei incontrarla. Bene per lunedì». Alla sera, tornato a Genova (viveva ancora con i genitori) riferì della telefonata. Sindona era allora molto noto nell’ambiente fiscale, ma Victor non ne conosceva le ragioni (i rapporti particolari con alcuni funzionari): il padre immediatamente lo invitò, quasi gli impose, di cancellare l’incontro. Era consapevole di come operava Sindona e quindi doveva evitarlo.
Nelle puntate milanesi Victor ebbe l’occasione di frequentare lo studio di Tullio Ascarelli (grande amico del padre, morirono nella stessa clinica di Roma nel novembre 1959) e quindi entrare in amicizia particolarmente con Ariberto Mignoli, Uberti Bona, Raffaele Nobili e fu incaricato di redigere per la Rivista delle società, appena fondata, una rassegna di giurisprudenza per le imposte gravanti sulle imprese e quindi di un tema sostanziale per il diritto tributario.
Esperienza che gli fu poi utile anche per la monografia Principi comunitari di diritto costituzionale tributario (successivamente pubblicata in Brasile e in Argentina) e per l’offerta di partecipare all’International Tax Program, all’Università di Harvard, con il volume sull’Italia (a causa di altri gli impegni, gli subentrò Francesco Forte).
Ascarelli e Mignoli determinarono i primi contatti di Victor con Bruno Visentini, e quindi con Antonio Berliri e Cesare Cosciani (il mondo dell’Assonime). Così Victor incominciò a interessarsi della finanza pubblica e dell’assetto dell’ordinamento tributario in termini concreti, anche per l’impegno di suo padre, presidente dell’Associazione Nazionale Tributaristi Italiani.
Gli sviluppi professionali
Il primo incarico professionale di rilievo derivò dalla casualità che nell’estate del 1959 Victor si trovasse a Madras, in India, per verificare, su suggerimento di Valentino Dominedò[60] (di cui fu assistente, sempre «volontario», nella cattedra di Economia politica), l’applicazione in concreto della Expenditure Tax, di cui era propugnatore Nicholas Kaldor.
Isolati dal mondo, dopo due settimane chiusero l’accordo e ritornarono a Madras, dove Victor trovò decine di telegrammi con i quali mamma lo informava che a papà era stato diagnosticato un tumore e aveva deciso il ricovero a Roma a Villa Sanatrix, ove operava Valdoni. E così la soddisfazione per il lavoro svolto con successo si mutò in preoccupazione per la sorte del padre.
L’impegno divenne ancor più intenso a seguito della sua scomparsa (nel 1959) e ciò anche nella professione, che fino allora lo aveva poco assorbito. Con la morte del padre si trovò nella necessità di salvaguardare lo studio professionale (oggetto di invidia e di tentativi di «preda» da parte di molti avvocati, specialmente professori universitari).
L’audacia lo ha aiutato a conservare l’intera clientela acquisita dal padre e in ufficio era solo: c’era l’avvocato Giuseppe Antoldi, «giovane» di studio, ma quasi un coetaneo di suo padre, che si occupava solo di controversie di lavoro; ed era appena entrato Corrado Magnani, ancora dottore, laureatosi col padre.
All’inizio dell’agosto 1962, l’avvocato Domenico Borasio, presidente dell’Eridania, molto legato al padre, lo chiamò per riferirgli che era stato incaricato dal CNEL di svolgere una relazione sul contenzioso tributario.
Soddisfatto per il lavoro che prontamente Victor gli consegnò, Borasio – affiancato da Giuseppe De Andrè – gli affidò la consulenza del gruppo e innanzitutto la redazione di una memoria conclusionale per la Commissione centrale in merito a una vertenza di interesse della collegata Cavallino rosso snc.
Ultimata la memoria, Victor ebbe l’infelice idea di chiedere all’amministratore, dottor Pazzi, un appuntamento per sottoporgli il suo elaborato di una ventina di pagine. Questi lo lesse parola per parola e alla fine si distaccò dallo scrittoio, aprì il cassetto e gli consegnò un blocchetto di inviti per l’ingresso in cinema romani (era il presidente dell’associazione), aggiungendo che… talvolta i biglietti sono più produttivi degli argomenti giuridici.
Come ci rimase male! Ebbe più volte a rammentare l’episodio allo stesso Pazzi, con il quale aveva stretto buoni rapporti (divenne presidente della Consob), mettendolo al corrente di episodi della vita romana, e specie dei suoi stretti rapporti con Giulio Andreotti. Si frequentavano alle corse dei cavalli e alla sera giocavano a scopa: nel mentre per parte sua esaltava i meriti e le capacità di Andreotti, una volta Pazzi obiettò: «In tutto eccelle, meno che nei numeri: quando giochiamo a scopa, spesso sbaglia, ma… a suo favore».
Alla fiducia da parte dell’Eridania conseguì quella dell’Agricola finanziaria, di Monti e poi Ferruzzi, Gardini, Schimberni e quindi Montedison, di cui fu consigliere di amministrazione, della SOPAF, del Credito Italiano, Credito Italiano UK e di Class Editori, di cui diventò presidente e di cui era amministratore delegato il suo ottimo studente a Genova, Paolo Panerai.
La corrente favorevole fu alimentata da una sua «invenzione»: era un periodo di acquisti da parte di armatori italiani di navi straniere, la cui importazione doveva essere soggetta all’IGE; prospettò con successo anche in Cassazione che il tributo non era applicabile in quanto il trasferimento di navi è in sostanza parificabile alla cessione di azienda, operazioni non soggette al tributo.
La sua notorietà si accrebbe nel 1980 quando sostenne, con successo, dinanzi alla Corte Costituzionale, la tesi (artt. 3 e 53 Cost.) secondo la quale i lavoratori autonomi, al pari dei dipendenti, non dovevano essere assoggettati all’ILOR. La notizia lo portò all’effige su Capital, distribuita nelle edicole di tutta Italia, il che gli creò anche… qualche invidia da parte di colleghi.
Il concorso
Il lavoro fu molto intenso, dovendo egli svolgere l’attività professionale e ultimare una monografia da presentare per il concorso («A questo lavoravo notte tempo dalle 23 alle 5 del mattino. Dormivo due ore dopo cena e dalle 5 alle 7,20 più mezz’ora di “pennichella”»).
Nel 1958 era stato previsto un concorso di ordinariato per Scienza delle finanze e Diritto finanziario: appena dopo il decesso del padre alcuni professori, che avevano manifestato appoggio alla sua candidatura, se ne dimenticarono. Ma un gruppo di giuristi – sospinti da Salvatore Satta e Francesco Brambilla della Bocconi e coordinati da Lorenzo Acquarone (allievo di Roberto Lucifredi) con l’appoggio della scuola napoletana (in particolare di Alfonso Tesauro e Giuseppe Abbamonte) – fece un’intensa campagna elettorale. Gli economisti furono sopraffatti e risultarono eletti Satta, Lucifredi, Abbamonte, Nigro e Silvestri e così, nel 1967, vinse il concorso bandito dall’Università di Ferrara e lo stesso giorno fu chiamato alla cattedra di Genova.
Successivamente furono chiamati dalla facoltà di Giurisprudenza di Genova i suoi allievi, Corrado Magnani e Gianni Marongiu, con i quali venne fondata la cosiddetta Scuola genovese di Diritto tributario e istituito il primo dottorato di Diritto tributario internazionale, che si avvalse anche di autorevoli docenti stranieri e per primo di Jaap Van Hoorn. Nel contempo, a partire dal 1970 più volte Innocenzo Gasparini, allora preside, Francesco Brambilla e Ariberto Mignoli gli proposero il trasferimento alla istituenda cattedra di Diritto tributario presso l’Università Bocconi, ma non se la sentì per ragioni familiari (specie la mamma anziana e la cura di tre figli, essendo divorziato) e per l’attaccamento alla facoltà natale, ma accettò di assumere l’incarico (fu il primo insegnamento, in Bocconi, della materia) fondando nel 1975 il Centro di ricerca tributaria delle imprese (CERTI), che acquisì notevoli incarichi anche da parte di governi ed enti pubblici.
Nel proprio ambito istituì il master in Diritto tributario, uno dei primi in Italia. E l’incarico alla Bocconi perdurò dal 1968 al 2000.
Nelle due università si formarono numerosi allievi, fra i quali Raffaello Braccini, Guglielmo Maisto, Giuseppe Marino, Angelo Contrino, Andrea Manzitti, Mario Miscali, Salvatore Muscarà, Giuseppe Corasaniti.
L’interesse di Victor per la finanza pubblica si accrebbe anche nella funzione di membro del Consiglio superiore delle finanze, che purtroppo ha operato poco. Intenso fu anche l’impegno di membro del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (per designazione del professor Visentini) in particolare, coadiuvato dal Segretario generale Valentino Valentini, per quanto riguarda la direzione del gruppo costituito per la richiesta del ministro Goria di una ricerca per un «fisco ordinato» dalla quale scaturirono importanti provvedimenti quali lo Statuto del contribuente, la tassazione dei redditi di capitale, i rapporti internazionali, il contenzioso ecc.
In Russia
L’attività portò alla consulenza a governi stranieri, quali la Repubblica Popolare Cinese (per la normativa sugli investimenti esteri attraverso joint venture, l’arbitrato e il catasto), l’Unione delle Repubbliche Sovietiche (con una scuola per funzionari addetti alle joint venture), l’Argentina (fra l’altro promuovendo un accordo per intervento del ministro Domingo Cavallo tra il ministero delle finanze e l’AFIP per la riforma dell’ordinamento tributario), il CIAT (organismo di collegamento governativo fra i 27 Stati dell’America Latina) e con numerose università, fra le quali l’UBA di Buenos Aires, che gli ha conferito la laurea honoris causa, e l’Università Cattolica di Salta: il rettore Patricio Colombo Murua lo nominò presidente dell’Instituto de Derecho Tributario.
Ma torniamo all’Unione Sovietica. Venne l’invito per un certo mercoledì: avendo il giorno successivo udienza in Cassazione, dove patrocinava la US Navy per una controversia discendente da Sigonella, pose come condizione l’assoluta necessità di imbarcarsi su un aereo per Roma, via Vienna, nello stesso mercoledì.
La conferenza era nell’ampia aula della Camera di commercio di Mosca, con oltre mille partecipanti. Nel ringraziare per essere uno dei primi invitati stranieri a parlare degli effetti della perestrojka per lo sviluppo degli investimenti dall’estero, li ammoniva sulla necessità di modificare le regole di accesso: «avete impiegato un mese e mezzo per rilasciarmi il visto d’ingresso. Di certo le imprese straniere disposte a operare nell’Unione Sovietica non sarebbero state disposte a tanta lungaggine per inviare loro tecnici, specie nel caso di interventi d’urgenza». Grandi furono gli applausi ogni qual volta sottolineava la necessità di revisione dello stato di polizia. Molte furono anche le domande di come strutturare le joint venture.
Victor fu condotto in albergo per ritirare la sua valigia e rimase intrappolato nell’ascensore. Alla fine riuscirono a liberarlo e fu fatto salire su un’auto della polizia, che partì a sirene spiegate.
In dicembre lo chiamò Popoff, ministro dell’Economia, chiedendo la sua disponibilità a collaborare per la redazione di un codice fiscale. Rispose che non se la sentiva di assumere tale incarico: a parte il fatto che di parlare di tasse ne aveva abbastanza in Italia, era deluso per il silenzio dinanzi all’offerta di istituire una scuola.
Fu molto aiutato, per organizzarsi a Mosca, da Abel G. Aganbegyan, membro dell’Accademia delle scienze dell’URSS, che aveva molta influenza, anche per lo stretto rapporto con Gorbaciov, e con cui ebbe molte occasioni di incontro. Gli fu riservata una palazzina con sistemazione alberghiera: la prima mattina, con il tè, gli fu portata una porzione, abbondante, di caviale. Fece presente che non era abituato a tanto lusso, gli bastava un frutto; la mattina seguente al posto del caviale trovò un pomodoro. Poco dopo si accorse in quale difficoltà li aveva posti: di pomodori non c’era mercato, venivano portati da contadini della Georgia che, quando trovavano posto in aereo, in sacchetti portavano nella capitale prodotti della loro terra.
Nel 1989 fu pubblicato anche il volume Le società miste ItaliaURSS, con edizioni sovietica e italiana del Sole 24 Ore e presentazione da parte di Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, e dal ministro Kostantin Katuscev, ministro delle Relazioni economiche con l’estero. Victor ricorda un episodio: la presentazione italiana doveva essere predisposta dal ministro Renato Ruggiero, ma tardava ad arrivare; lo disse ad Andreotti, in occasione della Fiera Italia 2000, che si offrì di predisporla e lo fece durante il viaggio di rientro. Così il volume uscì ed ebbe un’immensa diffusione in Unione Sovietica con ripetute presentazioni in televisione: il che fece colpo su Gardini quando con Reviglio andò a Mosca per creare una joint venture con i sovietici e la Occidental, peraltro non attuata.
Durante tale attività, Victor fu nominato presidente della Camera di commercio italo-sovietica ed ebbe molti contatti, sempre proficui, con l’ambasciatore Sergio Romano, che poi fu dimesso, si dice, per non aver compiutamente informato il governo della rivoluzione risultante dalla perestrojka.
E nello stesso periodo partecipò, in rappresentanza dell’Italia, alle riunioni del Committee on the development of trade dell’Economic and Social Council delle Nazioni Unite a Ginevra, particolarmente per sorvegliare gli sviluppi dei rapporti economici con l’Unione Sovietica, e fu nominato membro del board dell’International Chamber of Commerce a Parigi.
Nel contempo prese l’iniziativa per il salvataggio del Corriere della Sera e per indurre un gruppo di imprenditori ad avviare La Voce con la direzione di Indro Montanelli, dismessosi dal Giornale. In quel periodo Victor intensificò il rapporto con me, che da professionale divenne di affettuosa amicizia: fu per tutti una grande gioia. E così con la creazione di ACBGroup e la chiamata in un gruppo di autorevoli studiosi bocconiani per delineare le linee guida per le valutazioni incorporate nel volume Linee guida per le valutazioni economiche – pubblicato da Egea nel 2009 – che porta il nome di Victor accanto al mio, e ancora, nel 2011, la fondazione della rivista Strumenti finanziari e fiscalità, pure questa nell’ambito della Bocconi.
La professione forense
Unitamente – non a scapito, semmai a vantaggio per la conseguente osmosi – all’attività di insegnamento Victor svolge la professione di avvocato. E ciò anche per il fine – così mi dice – di «reperire i mezzi economici per affrontare le necessità della vita, non coperti dallo stipendio dei docenti universitari. Senza mirare alla ricchezza se non quella per una vita agiata: casa, salute, famiglia e così anche evitando le ansie degli investimenti speculativi». Negli anni il lavoro si era notevolmente accresciuto e quindi non era più sufficiente la dedizione personale. Era necessaria una collaborazione collettiva e così fu fino al 2000, con Corrado Magnani e Gianni Marongiu (suoi colleghi anche all’università). La vita li portò più tardi a separarsi, in un periodo duro, quando
Victor aveva anche problemi familiari.
Nel 2008 col figlio Antonio decise di costituire l’associazione con partecipazione paritaria nelle decisioni e compenso quantificato sulla attività dei singoli, insieme a giovani avvocati di eccezionale capacità: Giuseppe Corasaniti, Caterina Corrado Oliva e Paolo de’ Capitani di Vimercate, tutti e tre impegnati anche nella ricerca scientifica e nell’insegnamento. Insieme vararono il Manuale di diritto tributario internazionale (edito dalla Cedam), di cui è in corso la seconda edizione, con larga diffusione nell’America Latina ed edizioni in nove Paesi (è già stato pubblicato in Colombia, Brasile e Argentina), ciascuno con l’adattamento nella parte speciale al loro ordinamento. Per Victor da allora è iniziato un periodo di grande serenità e entusiasmo anche perché in quei giovani vi sono eccezionali capacità per affrontare difficoltà sempre crescenti, specialmente in materia tributaria, anche per l’apertura di nuovi e complessi fronti.
L’ufficio ha sede a Genova (dove Victor è allietato dall’affettuosa presenza, quasi quotidiana, della figlia Alessandra), Milano, Roma e Buenos Aires (con presidio anche della figlia Francesca e dell’avvocato Cristian Billardi). La famiglia di Victor è nel tempo cresciuta: otto nipoti e tre pronipoti (foto a p. 158).
La Fondazione Antonio Uckmar
Nell’anno 1999 è stata costituita la Fondazione Antonio Uckmar che ha lo scopo di proseguire l’opera del padre, promuovendo in sua memoria le ricerche e gli studi di diritto tributario e la gestione delle riviste, di cui ha la proprietà delle testate. Diritto e pratica tributaria sostiene i giovani (anche con stage e borse di studio) impegnati nello sviluppo degli studi, bandisce concorsi per partecipare a scuole di specializzazione, ospita studiosi anche stranieri. La Fondazione bandisce periodicamente il «Premio Antonio Uckmar»: per il 2012 aveva previsto una borsa di studio per la partecipazione al Visiting Research Scholar Program presso l’Institute for Austrian and International Tax Law (Università di Vienna) per un periodo di sei mesi, con il contributo di 10.000 euro.
Ogni lunedì – per l’intero anno – anche con la guida di Cesare Glendi e con riconoscimento di crediti di formazione – in collegamento con Milano e di recente con Roma – ospita un gruppo di giovani per esaminare la giurisprudenza pubblicata nella precedente settimana e ciò anche per avviarli alla collaborazione con le riviste.
La Fondazione ha proprie risorse per effetto degli iniziali conferimenti (fra i quali l’immobile ove ha sede) e tutti i diritti d’autore, ai quali spesso si aggiungono quelli generosi di autori della collana. L’attività continua nell’insegnamento, perché Victor è convinto di dover trasmettere ai giovani le nostre esperienze e aiutarli a entrare, preparati, in un settore importante della vita civile, la fiscalità, sia come professionisti che come funzionari e anche cittadini. E così, da professore emerito, è stato incaricato dell’insegnamento alla facoltà di Economia dell’Università di Bologna (undici ore di treno per due ore di lezione!) e altrettanto alla Luiss per Diritto tributario europeo e a Macerata (qui soprattutto per tutelare lo svolgimento di un concorso per ricercatore, da assegnare sperabilmente per merito del candidato – il che purtroppo non sempre avviene).
Nel contempo si impegna in attività dedicate alla sua città, fra l’altro come presidente della FILSE (la finanziaria regionale), della zona franca di Genova e dell’avvio dell’Expo mondiale del 1992 (sospinto dall’ambasciatore statunitense Max Raab) ma con molte delusioni: com’è ben noto, è difficile sospingere i genovesi nelle iniziative.
Arenzano è un paesino (a 20 km dal centro di Genova) dove la mia famiglia ha dimorato a lungo. Una delle figlie (Elena) era infatti cagionevole di salute: non sopportava lo smog di Milano. Perciò (per molti anni mia figlia vi frequentò anche le scuole elementari e medie, da 6 a 13 anni circa) mia moglie – suo malgrado – dovette stabilirsi lì. Io rimanevo a Milano, andandovi solo di sabato e di domenica (a Milano due donne premurose mi accudivano). Ad Arenzano, con una giovane governante, stavano due somali (marito e moglie: il primo faceva anche da autista). Solo nel 1973, peraltro, ci stabilimmo nella villa del Quadrifoglio 31 che avevamo fatto costruire. E questo dopo anni di tribolazioni a causa della nostra fermezza nel non pagare nessun permesso, se non per la cifra ufficialmente dovuta.
A breve distanza dalla villa di Victor era quella del collega bocconiano Francesco Brambilla: una delle figure mitiche della mia giovinezza, poi delle mie ricerche (fu uno tra i più assidui collaboratori della Rivista Internazionale delle fonti di energia ecc.).
In Li ho visti così 1 (Luigi Guatri con Ermes Zampollo, Egea, Milano, 2009, p. 148) si legge: «Mi è rimasta impressa la visita a Buenos Aires di fine agosto 1992 per partecipare a un seminario sui processi di privatizzazione, che in quel tempo in Argentina erano in pieno svolgimento, sia pure tra successi ed errori (come, del resto, dal più al meno, avvenne anche in Europa), e che stavano facendo rinascere in quel Paese l’interesse per la borsa valori. Nell’agosto del 1992 passai a Buenos Aires giornate indimenticabili, per varie ragioni».
Ricordo invece nitidamente come un giorno, in quei frangenti, mi giunse dai miei parenti medici di Buenos Aires un disperato appello, affinché trasmettessi loro una piccola somma necessaria per la gestione quotidiana della casa di cura geriatrica: le banche argentine avevano bloccato tutti i conti correnti. Lo feci attraverso una banca italiana (con filiali in luogo), dove i miei parenti avevano rapporti d’amicizia col direttore.
Luigi Guatri con Ermes Zampollo, Li ho visti così 2, Egea, Milano, 2010, p. 298.
Victor aveva evitato il servizio militare imposto dai repubblichini e dai tedeschi avendo aderito al movimento partigiani Volontari Armati Italiani. Si era nel gennaio 1948.
Il nome di Giannessi mi richiama ricordi lontani: era un aziendalista, legato al grande Aldo Amaduzzi. A Pisa era considerato il re degli aziendalisti.
Valentino Dominedò evoca in me ricordi incancellabili. Alla Bocconi era professore incaricato di Matematica finanziaria: due volte mi vergò sul libretto il trenta e lode.