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Il mondo di Guatri

2026/16

Maestri e colleghi bocconiani

Gino Zappa

Gino Zappa (foto a p. 359) è stato il mio Maestro. Avevo da poco superato 22 anni (era il novembre 1949) quando mi chiamò alla Bocconi in qualità di “assistente effettivo”. Accettai, abbandonando dopo soli nove mesi l’Ufficio Studi Economici della Montecatini.

Fui incaricato di tenere le lezioni di Ragioneria generale e applicata al primo anno dell’università: mi era accanto un caro e compianto amico, Napoleone Rossi (per me un fratello maggiore, come Carlo Masini che affiancava Zappa al secondo anno dello stesso insegnamento).

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Nell’aula del primo anno, di gran lunga la più affollata, con centinaia di studenti (avevamo allora un’unica classe), Palazzina mi fece accompagnare dal bidello Cavazza, una vera istituzione per la Bocconi del tempo, un riferimento necessario per tutti gli studenti un po’... sperduti che si affacciavano ai corsi accademici. Questi mi accompagnò alla cattedra e, rivolto alla platea, annunciò ad alta voce: «Ragazzi, fate attenzione: questo è il professore!».

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I miei rapporti diretti e personali con Gino Zappa investirono all’incirca un periodo di 12 anni, dal 1946 (quando in novembre assistetti all’apertura del suo corso di Ragioneria di secondo anno) fino al 1958, quando lo vidi per l’ultima volta nella sua casa di Venezia sul Canal Grande.

La frequentazione durò però soli sette anni: da quel novembre del 1946 fino alla lettura del manoscritto del mio libro I costi di azienda, verso la fine del 1953.

Tuttavia l’impronta che lasciò in me è durata l’intera vita: è ancor oggi, e lo sarà sempre, “il Maestro”, come lo è per Tancredi Bianchi, l’amico quasi coetaneo. Siamo oggi gli ultimi due allievi rimasti, uniti dagli stessi sentimenti.

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Nel 1946 Zappa svolgeva le lezioni venendo a Milano una volta al mese per cinque giorni di seguito (sempre con lezioni di due ore ciascuna).

Queste si tenevano in un’auletta del secondo piano di via Sarfatti. Eravamo in 20-25 studenti a seguirle: furono sempre affascinanti, anche se un po’ singolari.

Egli partiva proponendo un argomento del programma (le cosiddette “tesine”: per esempio, “la valutazione delle rimanenze nelle aziende industriali”), ma per due ore poi trattava a braccio, in modo che avvinceva tutti, di argomenti di attualità o di temi teorici di grande respiro (dall’inopportunità, per esempio, di nazionalizzare le società elettriche al significato del valore del “capitale economico”, ai molteplici modi di interpretare i poco trasparenti bilanci dell’epoca). Due ore filate di argomentazioni che per me passavano in un lampo. Fin da allora decisi che, al momento opportuno, gli avrei chiesto la tesi: cosa che feci l’anno successivo.

Era un docente molto severo: credeva fermamente nella serietà degli studi e quindi i suoi esami erano durissimi – chi non sapeva non li poteva superare. Implacabile, annotava sul libretto un eloquente 10/30. Così fu dai suoi esordi bocconiani, negli anni Venti, quando il Rettore Sraffa e il solito onnipresente Palazzina si resero conto che era sorto uno scoglio, in precedenza del tutto inesistente, che a prima vista apparve perfino eccessivo.

Poi tutti si resero conto, come scrive Marzio A. Romani, della sua capacità di essere “crivello” dell’università, che ne teneva alto il livello qualitativo mediante una dura selezione; e nel contempo “glutine”, in quanto elemento aggregante di giovani studiosi, forgiati alla dura disciplina della ricerca e dell’insegnamento. Questa caratteristica non mutò fino al termine della sua presenza bocconiana. E tale la trovai quando, dal 1950 (sia pure per poche sessioni), sedetti al suo fianco come esaminatore.

Secondo il costume, cui fino all’ultimo restò fedele, gli esami erano divisi in due parti: la prima svolta dagli assistenti, la seconda da lui stesso; per accedere alla seconda occorreva peraltro superare la prima (nel caso contrario l’esame era subito concluso con la bocciatura che gli assistenti potevano tradurre, secondo il grado d’impreparazione riscontrato, in 10/30 o 15/30; mentre egli rimase fedele al suo quasi mitico 10/30). Le domande non erano improvvisate ma dedotte, sia nella prima come nella seconda parte dell’esame, da “schedine” già predisposte (con difficoltà attentamente graduate mediante vari quesiti) ed estratte per sorteggio dall’esaminando.

Anche noi, suoi giovani collaboratori, fummo permeati dalla convinzione che la serietà degli esami fosse parte essenziale di una missione, vissuta come un dovere fondamentale. Forse io sentii più di altri questo dovere-missione quando mi trovai a esaminare studenti che erano stati miei compagni di corso: l’uso di presentare Ragioneria di secondo anno come ultimo esame era una diffusa consuetudine dei tempi e i “fuori corso” erano allora numerosissimi.

Ricordo ancora oggi, dopo oltre 65 anni, il dispiacere che sentivo quando ero costretto – per conservarmi sempre fedele alla missione – a respingere i miei compagni di corso: perfino la mia amica Carla, buona e gentile ragazza, che per anni era stata seduta nei banchi accanto a me, ma che si era presentata con una preparazione non sufficiente. Con vero rammarico dovetti dirle che non la giudicavo preparata; ed ella se ne dispiacque apertamente. Zappa se ne rese conto, mi chiamò e mi disse che avevo compiuto il mio dovere. Ma ricordo ancora il tutto con amarezza, come un duro prezzo pagato per tenere fede a un impegno, che per noi valeva come un giuramento.

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Il costume che gradualmente si diffuse ovunque, di rendere gli esami facili, le votazioni sempre elevate, di non segnare sul “libretto” le bocciature, non fu mai da me condiviso; a tutto ciò, anche quando ricoprii cariche accademiche, mi opposi fin che fu possibile.

Ancora oggi confesso di vedere con malinconia come anche nella mia università la dura selezione sia in parte scomparsa: ma come si possono premiare i migliori (“i talenti”, come in modo roboante si dice oggi) senza una dura selezione, che solo esami severi consentono? Questo per me rimane un mistero. Ai nostri tempi non usavamo parole roboanti, ma adempivamo con serietà e senza eccezioni alla missione di docente.

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Nel 1951 si tenne nel nostro Paese il primo concorso a cattedra di materie aziendali (Ragioneria) dopo la guerra: non se ne tenevano da 8-10 anni. Al tempo, come ancora per alcuni decenni, i concorsi a cattedra erano basati solo su titoli e si svolgevano con un complesso meccanismo: ne uscivano vincitori tre concorrenti (la fatidica “terna”), che potevano essere poi chiamati a coprire una cattedra in una qualsiasi università del Paese; gli altri riconosciuti meritevoli dalla commissione (composta da cinque membri, eletti da tutti i docenti di ruolo della materia e di materie affini) erano giudicati “maturi”. Un titolo che era solo un giudizio, tuttavia ai tempi considerato molto autorevole (ben superiore alla libera docenza: quest’ultima era una prova per titoli ed esami, che non necessariamente apriva una carriera accademica. Era spesso un titolo a valenza professionale).

I concorsi a cattedra furono sempre in Italia anche una battaglia tra Scuole: svolta con obiettività da quelle serie; con molta minore serietà dalle altre. In ogni caso, era consuetudine che i più noti professori ordinari compissero ogni sforzo per essere eletti nelle commissioni, per “sostenere” i propri allievi.

Ebbene, quando fu indetto il concorso a cattedra nel 1951, Zappa mi chiamò e mi disse che non si sarebbe presentato alle elezioni, in quanto intendeva che al concorso partecipassero tre suoi allievi e quindi si sarebbe trovato in stato di “incompatibilità” (anche se tutti gli altri ordinari si comportavano in modo contrario: l’idea della “incompatibilità” non li sfiorava nemmeno), e che fra i tre allievi avrebbe presentato anche me. Gli feci presente che non avevo ancora 24 anni e mi ero laureato da meno di due. Rispose: «Questo che vuol dire? Contano le opere...». Non ammise discussioni e dovetti presentarmi. E nella primavera del 1951 scrissi in due mesi il libretto La diversificazione dei prezzi, quello che poi risultò l’ultimo libro della collana bocconiana diretta dal Maestro.

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Ripensandoci oggi, che ho 88 anni, debbo dire che quella decisione del Maestro fu da un lato un bene, in quanto mi consentì di raggiungere il premio della “maturità”, con il voto favorevole dei 3 massimi docenti dell’epoca dopo Zappa (Amaduzzi, Ceccherelli, Onida). E questo mi aprì le porte all’incarico all’Università di Genova, dove mossi i primi passi come responsabile di un corso fondamentale (Tecnica industriale e commerciale), e accrebbe le mie quotazioni in Bocconi, l’università che non ho mai lasciato. Ma fu anche un male in quanto generò contro di me invidie e ostracismi per alcuni anni: ero ancora giovanissimo ma ero “maturo”, un abbinamento innaturale, che vissi con qualche difficoltà.

Ugo Caprara

Ugo Caprara (foto a p. 359) è stato uno dei “veri” Maestri della mia vita. E il simbolo del XX secolo: lo ha percorso quasi interamente (nato a Lodi nel 1894, morì a Milano nel 1990). Dalla bella casa di via Castelbarco (nei pressi della Bocconi), dove l’ho sempre visto abitare, percorreva poche centinaia di metri per raggiungere la nuova sede dell’università in via Sarfatti: qui due mattine per settimana teneva le sue tre ore di lezione di Tecnica commerciale.

Pare che proprio da lui fosse giunta a Palazzina la notizia della possibile disponibilità, per scopi edilizi-accademici, dell’area compresa all’angolo delle vie oggi denominate Sarfatti e Bocconi.

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Il suo modo di far lezione era unico. Non si sedeva in cattedra, ma spostava la sedia a contatto con i banchi degli studenti, con i quali svolgeva una conversazione: partendo quasi sempre da domande che, non ammettendo una risposta breve, conducevano alla costruzione graduale dei concetti che voleva imprimere nella mente dei suoi allievi: così li abituava al ragionamento. Bisognava solo non vergognarsi di ignorare la risposta, che del resto era impossibile, e partecipare alla costruzione dei concetti ch’egli sviluppava, salendo verso l’alto per volute successive. Così teneva sempre viva l’attenzione, senza sosta alcuna.

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Il “ruolino di marcia” di Ugo Caprara è stato, invero, inimitabile. Negli anni Cinquanta ebbi occasione di collaborare con lui in alcuni lavori professionali. Questi, di regola, si svolgevano solo a partire dalle 17. Il mattino aveva infatti tre precise e impegnative incombenze: di buon’ora (dalle 7) leggeva, studiava, scriveva per alcune ore; poi – in giorni stabiliti – si recava per tenere le sue lezioni, due volte per settimana alla Bocconi e qualche volta a Torino (in tal caso partiva presto); verso fine mattina si portava nel suo curatissimo giardino e vi lavorava per alcune ore.

Al pranzo seguiva regolarmente il “riposino”, così da riprendere le forze. Poi iniziava una lunga passeggiata (alcuni chilometri di cammino “di buon passo” lo tenevano in forma) e raggiungeva il posto di lavoro.

Questo era lo schema classico che solo in via eccezionale, per gravi motivi, poteva essere alterato. Nell’attività professionale mi dava fiducia e spesso “carta bianca” quando avevo sì e no 25 anni. Mi lasciava scrivere le relazioni, che poi rivedeva parola per parola, ma sempre accettava in piena convinzione il mio punto di vista. Più avanti vi partecipò anche Giordano (suo figlio, per me l’amico e il collega, con mio fratello Beppe, dello studio in Milano di via Massena 12/7 che insieme costituimmo, costruendo con altri amici anche il palazzo a metà degli anni Sessanta).

Giordano veniva talvolta presso lo studio Antonelli, in via dei Bossi, dove dal febbraio 1952 iniziai la mia esperienza professionale da “iscritto” all’Albo dei commercialisti.

Con l’aiuto e il sostegno di Luigi Antonelli, il mio Maestro nella professione di commercialista, fece anche (una volta sola!) il curatore del più grande fallimento dell’epoca: il Cotonificio Tavazzani.

Per puro caso, il figlio del cotoniere Tavazzani era stato un mio simpatico compagno della Bocconi, noto a tutti per essere l’unico studente degli ultimi anni Quaranta che veniva all’università non in tram o in bicicletta ma con la motoretta (forse la Lambretta). E per il potentissimo mezzo era invidiato da tutti.

Alti e bassi della vita: dagli altari (della Lambretta) alla polvere della procedura fallimentare! Ma un curatore meno fiscale di Ugo Caprara sarebbe stato difficile trovarlo...

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Ricordo come fosse ieri che talvolta, anche di primo mattino, l’ottuagenario professor Caprara mi telefonava raccomandandomi di non esagerare nell’attivismo accademico e professionale: «Tu e Giordano siete quarantenni e perciò in un’età delicata, dovete stare attenti alla salute. Siete anche esposti all’infarto, alla vostra età...» (non già lui, che di anni ne aveva il doppio). Poi aggiungeva: «Per fortuna avete delle brave mogli».

Quando per due anni fui commissario giudiziario alla Rizzoli, un ulteriore gravoso impegno per il quale, tra l’altro, finivo tutti i giorni sui giornali, le telefonate si fecero ancora più frequenti.

Da quando, nel 1984, divenni Rettore della Bocconi, non mancò mai a ogni incontro che presiedevo in Aula Magna: sempre seduto in prima fila, pronto a intervenire non appena gli si presentasse l’occasione. Forse non ebbi mai un ascoltatore tanto assiduo e attento.

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L’ultima lettera di Ugo Caprara mi giunse il 26 aprile 1988 (aveva 94 anni!) con quella ch’egli definiva una “proposta personale”: consisteva nell’invitarmi «affettuosamente e calorosamente» a comporre una Storia dell’Economia aziendale (che egli qualificava ancora, dopo 60 anni, come «nuova disciplina»). Commovente, anche se sicuramente eccessiva è la motivazione che cito qui testualmente a conferma della stima (spinta al limite di smarrire il senso della misura) che aveva in me:

Sei l’unico, tra tutti quelli del passato e del presente, che disponga delle capacità intellettuali, culturali e morali per assolvere a tale incarico. Sin che avrò un’ora di vita io sarò al tuo fianco per consegnarti tutti i miei ricordi.

So che non può essere vero; ma quanto emoziona, anche a distanza di oltre cinque lustri, ricordare che un grande Maestro del passato ti abbia fatto una così importante “apertura di credito”!

Giordano Dell’Amore

Quando Gino Zappa lascia nel 1951 la Bocconi, a succedergli – con il consenso generale – è Giordano Dell’Amore (foto a p. 359), bocconiano “di ferro”, ma che aveva trascorso a Venezia i suoi primi anni dopo il successo nel concorso a cattedra (1938). In quel momento non è soltanto l’unico ordinario di materie aziendali in Bocconi, ma uno degli allievi prediletti del Maestro e uno studioso di alta qualità. È inoltre un personaggio rilevante nel mondo politico che presto, con la nomina a presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, diverrà un banchiere potente. Alle capacità indiscusse di studioso e all’impegno assiduo nella ricerca (con una lunga serie di pubblicazioni che si susseguono per decenni senza sosta) e nella docenza (non mancò mai alle lezioni, che iniziavano alle 8 del mattino) univa indiscusse capacità di guida degli uomini.

Chi meglio di lui poteva succedere a Zappa? Diventò infatti il leader indiscusso degli aziendalisti bocconiani; e a lui – come tale – guardarono tutto il corpo docente e il Consiglio della Bocconi, oltre naturalmente a Palazzina.

Nella forma, divenne il direttore dell’Istituto di Economia Aziendale (l’unico, all’epoca, nel mondo aziendalistico), nonché il direttore delle pubblicazioni dello storico Istituto di Ricerche Tecnico-Commerciali, di cui mutò la denominazione in Collana dell’Istituto di Ricerche Aziendali (recando in copertina il nome di Gino Zappa come fondatore).

Dopo il doloroso ritiro di Zappa, a ciò costretto dalla cecità, Dell’Amore divenne per quasi trent’anni il sostenitore e il punto di riferimento di tutti gli aziendalisti della Bocconi (come di tutti gli aziendalisti bocconiani sparsi in varie sedi universitarie, dal Nord al Sud del Paese). Una posizione che ha sempre mantenuto affermando attivamente, nella linea del Maestro, i concetti di severità degli studi (e della rigorosa selezione nelle prove d’esame) e di riconoscimento del solo merito nei giudizi di nomina e di carriera dei docenti, battendosi anche duramente contro le ingiustizie e i favoritismi nei concorsi, specialmente contro le cosiddette “mafie” universitarie. Inoltre giunse (grazie anche alla sua posizione di forza a difesa della cultura aziendalistica e del “peso” delle materie aziendali in Bocconi) con Sapori e Gasparini a definire la regola del fifty-fifty nella divisione dei posti di ruolo, con la creazione di due dipartimenti. Tale regola, sopravvissuta fino al 2007, cioè per circa mezzo secolo, con il consenso generale, si è rivelata nel complesso efficace e ha accompagnato lo sviluppo e i progressi della nostra università, attenuando i conflitti che in tempi precedenti non erano mancati.

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Il mio primo incontro con Dell’Amore avvenne agli inizi del 1950, quando ancora non era entrato come professore ordinario in Bocconi. E avvenne in circostanze inconsuete.

Mi telefonò chiedendomi di raggiungerlo in via Vivaio, presso la sede della Provincia di Milano (della quale all’epoca era presidente): mi ricevette in una sala solenne, con grande affabilità.

Disse che di me gli aveva parlato Gino Zappa, esprimendogli un giudizio che l’aveva colpito, e pertanto desiderava conoscermi. Mi chiese delle mie pubblicazioni e, con fare paterno, m’incoraggiò a continuare con lo stesso fervore nella ricerca. Fu l’inizio di un rapporto che durò trent’anni.

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Dell’Amore è stato un Maestro (con la M maiuscola!) in quanto, all’intensità e qualità delle sue ricerche lungo l’intero arco della vita, ha aggiunto la capacità di scoprire e crescere moltissimi allievi, tutti di alto o altissimo livello, che hanno per vari decenni dominato l’economia delle aziende bancarie (e le materie derivate) nell’intero Paese, portando il loro insegnamento nelle maggiori università. Di tutti leggeva e discuteva le opere (come faceva Zappa!); a tutti dava suggerimenti e consigli; a tutti rendeva possibile dedicarsi alla ricerca e all’insegnamento appoggiandoli altresì sul piano economico (grazie anche alla sua influenza nel mondo bancario e professionale); infine, accompagnava tutti i meritevoli fino alla cattedra, battendosi anche duramente affinché nei concorsi il merito prevalesse sul nepotismo.

Ricordo bene che qualche volta, dopo il 1960, si rivolse anche a me affinché entrassi (per elezione, come allora si usava) nelle commissioni giudicatrici per assicurare – mi diceva – la prevalenza di «commissari attenti solo al merito». Anche se aveva idee precise sull’ordine di merito dei suoi allievi e di tutti gli altri, ascoltava con grande attenzione le mie osservazioni e, quando le nostre graduatorie non erano coincidenti, tornava con scrupolo a rivedere i propri giudizi, disponibile a cambiarli se si convinceva di avere commesso una svista.

Ricordo un solo caso in cui i nostri giudizi non poterono comporsi. Fu in occasione della prima chiamata di un suo allievo in Bocconi, dove in contesa erano due studiosi eccellenti come Tancredi Bianchi e Roberto Ruozi. Prima di proporre al Consiglio di facoltà il nome da lui scelto (che avrebbe avuto senza alcun dubbio l’adesione generale), convocò tutti gli aziendalisti ordinari (non eravamo più di mezza dozzina) presso la presidenza della Cassa di Risparmio in via Monte di Pietà per sottoporre loro la sua opinione (che era, sia pure soffertamente, per Ruozi; ma anche di Bianchi aveva un altissimo concetto).

Alla sua proposta, che forse sorprese un po’ tutti, nessuno replicò. Ma io non mi sentii di tacere, anche se ben sapevo che la decisione era ormai irreversibile. Dissi che, pur avendo di Ruozi (più giovane di Bianchi) un concetto molto positivo e pur pensando che avrebbe fatto molto bene alla Bocconi (come poi avvenne puntualmente), non mi sentivo in coscienza di vedere scavalcato Tancredi Bianchi. E gli chiesi di annotare la mia astensione dal giudizio.

Acconsentì immediatamente, apprezzando la mia franchezza.

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Nel 1954 aprì, con il pieno consenso del Consiglio d’Amministrazione presieduto da Furio Cicogna, il corso biennale di specializzazione per la preparazione dei quadri direttivi d’azienda (brevemente detto corso biennale per dirigenti).

Era la prima scuola universitaria di management in Italia, anche se più vicina alle forme tradizionali di insegnamento ex cathedra che non alle business school anglosassoni, alle quali si avvicinò, dopo la riforma del 1969, la SDA (Scuola di Direzione Aziendale) sotto la guida di Claudio Demattè, un giovane allievo di Dell’Amore che dimostrò subito straordinarie doti manageriali.

Fin dal primo anno partecipai al biennale per dirigenti, tenendo il corso sui costi di produzione e di distribuzione. Proprio nel 1954 avevo infatti pubblicato nella collana dell’Istituto di Ricerche Aziendali il volume I costi di azienda che in quelle lezioni (tenute a giovani laureati di varia estrazione – da Economia a Giurisprudenza, a Ingegneria in particolare – già impegnati nelle aziende e quindi dotati di esperienze di lavoro) trovò importanti riscontri e verifiche.

Sostenuto dal vigore di Dell’Amore e grazie alla possibilità ch’egli possedeva di chiamare a raccolta i più noti esperti dei vari settori del management italiano, il corso si resse con successo per molti anni. Divenne tuttavia gradualmente obsoleto negli anni Sessanta, malgrado la presenza di ottimi docenti, più per problemi di modalità e strumenti d’insegnamento che non di contenuti: mancava una didattica interattiva e partecipativa, mancava la discussione dei casi secondo le regole ormai affermatesi nelle business school anglosassoni: da ciò il riesame del progetto e la fondazione della SDA, che trovò in Demattè il primo straordinariamente valido direttore nel 1971, ma che ebbe sempre in Dell’Amore il più convinto e tenace sostenitore nel Consiglio della Bocconi. Da quando nel 1974 divenni consigliere delegato, ricordo che Dell’Amore non perdeva occasione per sottolineare al Consiglio i successi e i meriti della SDA, anche negli anni in cui problemi ben più pressanti gravavano su di noi. La sentiva come la sua creatura prediletta.

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La fondazione dello IEFE (Istituto di Economia delle Fonti di Energia) nel 1957 fu un’iniziativa di grande risonanza.

Era un problema centrale del mondo moderno, quello dell’energia, che la Bocconi aveva percepito con grande anticipo sui tempi e al quale fu dedicato il primo centro di ricerca bocconiano: un archetipo dal quale proliferarono nei decenni successivi numerosi centri.

Dell’Amore e Cicogna erano gli ideatori dell’iniziativa, alla quale furono dedicati mezzi, spazi e dotazioni straordinarie per quell’epoca di ristrettezze (il centro era peraltro supportato finanziariamente dai massimi operatori dell’energia, in particolare società elettriche e petrolifere).

In quegli anni in Europa esisteva un solo istituto di questo genere: l’Energiewirtschaft Institute di Colonia, diretto dal professor Theodor Wessels, che ebbi occasione di visitare nel 1958 e dal quale traemmo ispirazione per l’organizzazione della nostra iniziativa. Conoscevo il tedesco, ma ne avevo abbandonata la pratica da alcuni anni: intendersi con Wessels non fu perciò proprio facile. Ma alla fine riuscii a ottenere le informazioni e i consigli essenziali, che Wessels ci profuse a piene mani.

Fui chiamato dal duo Dell’Amore-Cicogna prima come segretario generale e poi come direttore del nuovo Istituto (agli inizi il direttore era lo stesso Dell’Amore). Ricordo come fosse ieri il duro impegno nella calda estate del 1957 (mentre ero in vacanza in Versilia) per preparare un articolo per il numero di esordio della rivista bimestrale (di cui assunsi la direzione) Economia delle fonti di energia. Il tema, per me e per tutti allora sconosciuto, era il costo dell’energia nucleare. Quando, nell’autunno 1957, apparve il primo numero, Cicogna così lo commentò: «È un’opera seria». Nel suo linguaggio era il massimo elogio. Dell’Amore era raggiante: la sua nuova creatura aveva mosso con successo i primi passi!

Ancora oggi lo IEFE, dopo più di cinquant’anni d’attività e soprattutto grazie all’opera del successore, Sergio Vaccà, rimane tra i più importanti centri di ricerca della Bocconi.

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Il Consiglio della Bocconi del 27 ottobre 1967 nominò Rettore Dell’Amore. Il presidente Cicogna informò che «l’Ufficio di presidenza avendo lungamente esaminato, sotto ogni profilo, la pratica relativa alla nomina del nuovo Rettore per l’anno accademico 1967/68 è venuto alla conclusione di proporre a tale carica l’on. Professor Giordano Dell’Amore che ha assicurato di poter dare (...) le assidue cure che essa [carica] comporta e delle quali è pienamente consapevole». La proposta fu accolta da un lungo applauso.

I sei anni (1967/73) del suo rettorato furono proficui, ma anche i più difficili che la storia della Bocconi ricordi: caddero proprio, a partire dal ’68, nel pieno della contestazione studentesca che in Italia, com’è noto, si protrasse a lungo anche negli anni Settanta e che lasciò indelebili tracce (negative) sulla qualità dell’insegnamento e della selezione accademica, abbassandone il livello.

Certo, fu per la Bocconi una fortuna che in quel periodo il rettorato fosse ricoperto da una figura “forte” come Dell’Amore: ma per lui significò un’infinità di noie...

Ricordo che, credendo che si potesse sostenere un ragionevole colloquio, si recò alla cosiddetta “assemblea” di Lingue (di gran lunga la più facinorosa delle nostre due facoltà). Fu travolto dai fischi e ne uscì disgustato. Capì che se non si fosse estirpato quel bubbone, la sua università poteva uscirne sconvolta.

Tanto più che a Lingue (come non accadde mai nella facoltà di Economia) gli assistenti e non pochi docenti erano parte attiva di questa supposta “rivoluzione”.

Per qualche tempo cercò di resistere e di temporeggiare. Un giorno mi telefonò chiedendomi di correre in via Sarfatti per assistere agli esami di matematica del professor Ricci. Qui, alcuni (pochi, in verità) studenti contestavano la regolarità della commissione d’esame di Matematica generale, presieduta da quell’eccelso matematico (ordinario alla Statale) che era il professor Giovanni Ricci, in quanto in quella commissione... non era presente un ordinario della Bocconi. Accorsi e mi sedetti a fianco di Ricci: volutamente non dissi mai una parola. Quella stravaganza assurda naufragò nel ridicolo.

Ma giunse il momento in cui non si poté più temporeggiare. Nell’estate del 1968 Dell’Amore e Furio Cicogna capirono che occorrevano misure drastiche: da ciò la decisione, di cui si assunsero la piena responsabilità davanti al Consiglio, di sopprimere gradualmente la facoltà di Lingue, comunicando la chiusura delle iscrizioni al primo corso dell’anno accademico 1968/69: entro il 31 ottobre 1972 la facoltà sarebbe stata soppressa.

Furio Cicogna aveva informato a fine luglio 1968 Giovanni Spadolini, all’epoca direttore del Corriere della Sera, delle decisioni assunte, che ne diede notizia immediata (in termini tutt’altro che negativi, «La Bocconi sarà potenziata», con allusione alle nuove iniziative nel campo economico pure decise dallo stesso Consiglio).

Chi ebbe a dolersene fu il preside della facoltà di Economia, Innocenzo Gasparini, che solo dal Corriere aveva appreso la notizia. Scrisse al Rettore che avrebbe gradito un dibattito preventivo davanti al Senato Accademico. Forse sul piano formale aveva ragione: ma non si rendeva conto che le decisioni che comportano “tagli netti” debbono essere assunte da pochi e con prontezza (in caso contrario ci si invischia in discussioni infinite e non si decide più).

A ben vedere, in quel momento occorreva salvare la Bocconi. E Dell’Amore e Cicogna si assunsero tutte le responsabilità. Anche a distanza di decenni, sono convinto che la decisione fosse necessaria. In sintesi: un comportamento insolito, ma preso in una situazione di emergenza, che non consentiva di aprire un pubblico dibattito.

Ricordo comunque benissimo che gran parte degli aziendalisti (quanto meno) era del tutto solidale con Dell’Amore, apprezzandone il coraggio (il che, in quei tempi, non era da tutti).

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Dell’Amore sapeva organizzare con rigidezza prussiana le sue giornate, suddividendo sistematicamente il tempo, in modo da sfruttarlo in massimo grado. Inoltre sapeva lavorare molte ore al giorno, con grande resistenza; e aveva abitudini estremamente morigerate (era perfino rigorosissimo nelle scelte del tipo e della misura dei pasti). Credo non sia mai andato al cinema.

Ricordo bene che tre giorni per settimana (salvo che nei periodi “di punta” della contestazione) si presentava in Bocconi per tenere dalle 8 (in punto) alle 9 la sua lezione; e dalle 9 alle 10 si dedicava al rettorato. Un’ora, nei periodi di normalità, gli bastava.

Per incontri sia singoli che collegiali riguardanti i problemi della Bocconi, la “succursale” (nel corso della giornata) era la presidenza della Cassa di Risparmio in via Monte di Pietà, dove anch’io ero divenuto “di casa”. Tanto che gli occhiuti portieri all’ingresso non mi chiedevano neppure più da chi dovessi andare, anzi aprivano il cancello alla mia macchina per consentirmi di posteggiarla nel cortile interno (privilegio riservato a pochi).

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Il mattino del 5 marzo 1980 (all’epoca ero consigliere delegato), vidi Tancredi Bianchi rincorrermi nell’atrio della Bocconi trafelato e sgomento per dirmi: «Hanno arrestato Dell’Amore!».

Mi accennò concitato che l’arresto riguardava tutto il Consiglio dell’ICCRI (l’Istituto di Credito delle Casse di Risparmio Italiane) con sede a Roma, da dove proveniva l’ordine di cattura che riguardava anche l’eccellente direttore generale della Cariplo, avvocato Luigi Falaguerra, altro manager “al di sopra di ogni sospetto” nel sentire comune del mondo milanese.

Ambedue (Bianchi e io) sentivamo un groppo alla gola: «Ma com’è mai possibile?», «Come può essere?». Salii di corsa nel mio ufficio e con Enrico Resti cercammo di verificare la notizia, che purtroppo venne confermata. D’istinto chiamai subito al telefono la signora Jolanda che, affranta, mi diede conferma del fatto, aggiungendo con voce ferma: «È un grave errore, il professore Dell’Amore (sic) è una persona retta e non ha commesso reati di sorta». Balbettai a fatica qualche parola per consolarla e per garantirle che tutta la Bocconi era al suo fianco.

Dopo poche ore il fatto era su tutta la stampa nazionale a caratteri cubitali, e molti giornali esprimevano cautamente i loro dubbi contro il provvedimento giudiziario; solo Il Giornale di Montanelli si schierò senza riserve e con estrema chiarezza a favore di Dell’Amore. Atteggiamento che nei giorni successivi, quando Dell’Amore fu sottoposto a un trattamento persecutorio e perfino pericoloso per una persona della sua età, salì nei toni. Fino a tradursi in un durissimo (verso il magistrato inquirente) «Contro-Corrente» nello stile tipico del grande Indro.

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Nel corso dei poco più di nove mesi che intercorsero tra la scarcerazione e la morte (6 gennaio 1989) lo rividi solo due volte.

Intervenne in quei mesi a un Consiglio della Bocconi e chiese la parola. Quando i presenti si resero conto che intendeva offrire una spiegazione della propria innocenza, il presidente Cicogna insorse gridandogli: «Tu non hai bisogno di spiegare proprio nulla! Non vorrai credere che qualcuno di noi abbia un minimo dubbio!».

Alcuni dei presenti avevano le lacrime agli occhi... Lo rividi poi in occasione della cerimonia funebre della moglie Jolanda: era sorretto dai parenti, muoveva a fatica piccoli passi, era disfatto. Ebbi una stretta al cuore.

Giovanni Spadolini, nel decennale della scomparsa, gli dedicò pagine commoventi, che si chiudono con espressioni altissime:

Ma il giudizio della storia riparerà quest’uomo tanto devoto alla vita universitaria e alla vita degli studi dalle infinite amarezze degli ultimi anni, dagli abbandoni, dalle diserzioni e dai tradimenti cui dovette assistere. Egli conservò sempre, nel fondo del suo animo di economista, un bagliore evangelico. Anche per lui come per San Paolo “charitas omnia solvit”.

 

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Dopo alcuni anni incontrai al Consiglio superiore della Banca d’Italia l’avvocato Luigi Falaguerra, che mi avvicinò e mi disse: «Professore, ha saputo che siamo stati tutti assolti con formula piena? Però, “Lui” [Dell’Amore] ormai non c’è più!». Anch’egli aveva le lacrime agli occhi e io mi commossi con lui. Pochi anni dopo (1988), alcuni magistrati di alto rango di Milano proposero, sostenuti dalla Cariplo, dal Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale (fondato da Adolfo Beria d’Argentine, procuratore generale della Repubblica a Milano) e dall’Università Bocconi, la fondazione dell’Osservatorio Giordano Dell’Amore, nel quale fui chiamato con la carica di vicepresidente (quella di presidente fu a lungo ricoperta dal Governatore della Banca d’Italia e poi Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi).

Uno di questi grandi magistrati (che ricopriva al tempo la carica di presidente della Corte d’Appello) mi disse che, partecipando a quell’iniziativa, sentiva di adempiere a un obbligo morale («Sento che la nostra “Corporazione” [quella dei magistrati – NdA] deve riparare a quanto a Dell’Amore è stato fatto»).

Giorgio Pivato

Il mio grande amico Giorgio Pivato (foto a p. 360) ebbe anagraficamente lunga vita (1911/97), ma la sua vita “vera”, consapevolmente vissuta, fu assai più breve: non oltre il 1986. Assalito da una malattia inesorabile, trascorse (almeno) gli ultimi dieci anni amorevolmente assistito dalla famiglia ma lontano dal mondo.

Giorgio era nato nel 1910, io nel 1927. Fu la nostra età (17 anni di differenza sono molti per un ventenne) che lasciò per qualche tempo il nostro sempre affettuoso rapporto a mezza strada tra la figura del Maestro (espressione che egli non volle mai sentir pronunciare) e quello dell’amico.

L’ultima volta che lo incontrai, già in difficoltà, fu quando volle leggere di persona, il 29 novembre 1988, la lettera che avrebbe voluto spedirmi per i miei 60 anni. Apparve in Aula Magna di via Gobbi emaciato, ma nel suo inconfondibile aspetto di signore.

Comunque, il nostro rapporto fu egualmente lungo, perché iniziò nel 1947, quand’ero ancora studente di secondo anno della Bocconi. Durò, dunque, dal 1947 al 1982: 35 anni per me indimenticabili. Se dell’amicizia si potessero fare i conti del “Dare” e dell’“Avere”, a Giorgio sarei ampiamente debitore.

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L’Istituto di Studi sulle Borse Valori A. Lorenzetti fu, in assoluto, il primo centro di ricerca creato nella nostra università e la direzione ne venne affidata a Giorgio Pivato. Fu infatti lui ad avere l’idea, straordinaria per l’epoca, di utilizzare una donazione del padre di Lorenzetti (caduto in guerra) per fondare un istituto di ricerca (con una propria rivista, La Borsa Valori, Editore Morganti).

Palazzina indicò me come possibile segretario: mi recai a casa di Giorgio e dopo un breve scambio di informazioni e di idee gli comunicai che avrei accettato l’incarico e il compenso che mi era stato offerto. Così ebbe inizio la nostra lunga e proficua collaborazione.

Io entrai operativamente nell’Istituto Lorenzetti con la nascita de La Borsa Valori, con lo specifico compito di seguire la rivista. Fu il mio primo incarico all’Università Bocconi. All’Istituto A. Lorenzetti furono riservati due piccoli uffici al secondo piano di via Sarfatti 25.

Quando mi recai in visita a Giorgio Pivato per formalizzare l’accettazione dell’incarico, ebbi il piacere di conoscere la sua bellissima famiglia: mi è rimasto vivissimo il ricordo di Giorgio accanto alla giovane moglie Giuliana (che lo seguì per tutta la vita con assoluta dedizione, anche nell’ultimo periodo buio), che da poco gli aveva dato una bambina, la dolce Gabriella.

Ancor oggi incontro Gabriella, talvolta in compagnia dei nipoti, nell’edificio di via Massena 18 dove abitano le nostre famiglie e mi appare sempre come una nonna dal comportamento signorile e nel contempo impegnatissima!

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Negli anni Cinquanta era consuetudine degli aziendalisti bocconiani integrare il modestissimo stipendio stabilito dal dottor Palazzina con impegni professionali. Giorgio Pivato era, per esempio, agente di cambio presso la Borsa di Milano. Io, come altri, mi ero iscritto giovanissimo (1950) all’Ordine dei Commercialisti. Pivato fu tra quelli (ricordo anche Carlo Masini) che mi aiutarono a farmi conoscere professionalmente. Nell’inverno 1950/51, un suo cliente di Borsa aspirava ad acquistare il mobilificio Zari di Bovisio (all’epoca uno dei più importanti della Brianza) dalla Lagomarsino, che voleva “liberarsene” perché generava perdite continue. Pivato mi propose per una due diligence: dovevo cioè verificare che la società non avesse “magagne”. I primi accertamenti rivelarono che le magagne erano numerose e sostanziose, tanto che provocarono nel direttore generale dell’epoca l’improvviso bisogno di cambiare aria.

Da ciò nacquero due fatti rilevanti:

  • la proprietà Lagomarsino, letta la mia relazione, dopo avermi ringraziato mi chiese se per qualche mese visto che avevo ormai conosciuto bene la società – potessi sostituire il fuggiasco direttore generale. Fu la mia prima esperienza manageriale (a 24 anni). E mi resi conto che qualche attitudine l’avevo;
  • indirettamente, attraverso l’aiuto dato a Bortolo Termine, incaricato dal Tribunale di Milano di una consulenza tecnica per l’azione di responsabilità nei confronti dell’ex direttore generale, giunsi in contatto con Luigi Antonelli, che fu poi il mio Maestro nella professione.

* * *

Nel 1955 potei (in parte) ricambiare a Giorgio Pivato il favore: l’occasione fu la cessio bonorum dell’Oleificio Vismara, con sede a Vimercate (MI) e stabilimenti a Vimercate e Grottaglie (TA). I fratelli Vismara erano in serie difficoltà finanziarie, dovute unicamente alle loro incapacità manageriali, ma erano nel contempo personaggi “poco raccomandabili”. Dopo aver artefatto scritture e bilanci, incolparono il loro consulente Giorgio Pivato di avere presentato quei dati alle banche... Ce ne accorgemmo presto anche noi (Antonelli e io), quando dovemmo controllarli: giunsero perfino a occultare (a noi e quindi ai loro creditori – le banche) cisterne ricolme di olio. Quando i nostri addetti alla sicurezza li scoprirono, giunsero fino alle minacce personali...

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Nel 1951 Gino Zappa perse completamente la vista; e poco prima di uscire dai ruoli dovette lasciare la Bocconi e Ca’ Foscari; non usciva più dalla sua casa di Venezia sul Canal Grande.

Nell’anno seguente Aldo Amaduzzi mi chiamò a Genova per Tecnica industriale e commerciale e questo fu il mio primo incarico come all’epoca si chiamava di una materia fondamentale. Giordano Dell’Amore non mi lasciò tuttavia “partire” del tutto dalla Bocconi: mi affidò il corso biennale per dirigenti (la futura SDA) oltre a una materia complementare per la facoltà.

Verso la fine del 1953 Giorgio Pivato vinse meritatamente il concorso a cattedra (nel periodo bellico, per molti anni, non ve n’erano stati). L’unica cattedra accessibile (da Milano) era quella di Genova, dove avevo da poco iniziato il secondo anno di incarico. Ne parlai ad Aldo Amaduzzi (che apprezzava Giorgio Pivato) e mi offrii di lasciare l’incarico per consentire la copertura della cattedra a favore di Pivato (anche se il preside di facoltà, l’anziano professor Chessa, mi ripeteva di «pensarci bene» ecc.). Ricordo il viaggio a Genova con Giorgio Pivato e la colazione in casa Amaduzzi, dove si presero le decisioni e dove scrissi la lettera di dimissioni. La mia scelta spiacque ad alcuni membri del Consiglio di facoltà, divenuti miei amici (Scotto e altri), ai quali offrii una sorta di “risarcimento”: sarei rimasto con un incarico complementare per alcuni anni. E questo fu l’accordo finale.

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Con Giorgio Pivato divenimmo strettissimi amici. Nel 1954 fu, con Napoleone Rossi, mio testimone di nozze (Tancredi Bianchi e una maestra vicentina, amica della famiglia Fusa, furono testimoni di mia moglie Lina). Quando, nel 1965, nacque il mio primo figlio maschio, prese il nome di Giorgio e Pivato fu il suo padrino di battesimo.

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Verso la fine degli anni Cinquanta il “potente” Giordano Dell’Amore aveva compiuto ogni sforzo per portarmi in cattedra, ma proprio la sua “intransigenza” non glielo consentì. Tuttavia, ciò che non poté Giordano Dell’Amore fu realizzato dal più duttile Giorgio Pivato nel 1960.

Ricordo, come fosse oggi, la sua telefonata, che mi raggiunse al Grand Hotel di Roma e che mi riempì di gioia: «Sono riuscito, sei il vincitore!». A mia volta telefonai a Milano a mia moglie Lina e a Treviglio a mio padre Edmondo, che condivisero la felicità che sentivano nelle mie parole.

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Nel periodo 1969/82 (l’anno in cui Giorgio Pivato lasciò la direzione) la vita comune nell’Istituto si svolse sempre nel segno dell’amicizia. Giorgio mi lasciò completamente libero d’organizzare come meglio credevo i corsi di Marketing, dove formai numerosi allievi.

Il mio amico aveva in quel periodo (tra altri validi) due allievi prediletti: Carlo Scognamiglio e Gualtiero Brugger. Due studiosi di primo piano, intelligentissimi e colti, che chiunque gli avrebbe invidiato. Due personalità diverse.

Il primo, estroverso e brillante, se ne andò presto per la sua strada (divenendo prima Rettore della LUISS di Roma e poi dandosi alla politica, dove arrivò alla presidenza del Senato della Repubblica). Il secondo, studioso serio, tenace, puntuale e in parallelo pronto a trasferire queste doti nel campo professionale, dove lo annoverai da giovanissimo tra i più affidabili collaboratori (forse il migliore che abbia mai incontrato). Pivato aveva visto bene.

* * *

Negli anni Sessanta – prima che la “contestazione studentesca” la rendesse impossibile – la prolusione all’inaugurazione dell’anno accademico era il momento culminante della cerimonia, che riempiva l’Aula Magna.

Nel gennaio 1962 Giorgio Pivato vi pronunciò il discorso «Il contributo del mercato mobiliare al finanziamento delle aziende industriali», che riassume vent’anni di ricerche e di esperienze sul campo (non dimentichiamo che Pivato fu agente di cambio e figlio di agente di cambio alla Borsa Valori di Milano). In quelle pagine, scritte nella pienezza delle sue forze e della maturità, riconosco la grandezza del mio indimenticabile amico.

Lasciato l’Istituto, Giorgio Pivato effettivamente scomparve – salvo un’inaspettata apparizione del 1988 di cui dirò più avanti – dalla mia vita e da quella di tutti i suoi numerosi amici e discepoli.

Il Parkinson lentamente, inesorabilmente si impadronì di lui e giunse all’epilogo nel settembre del 1997, tra il compianto generale. «Lo ricordo come un grande signore», mi dice ancora oggi Mario Monti.

Pochi mesi dopo, nell’annuale incontro d’Istituto, volli commemorarlo, davanti alla moglie Giuliana, ai figli, alla grande platea dei docenti e dei collaboratori dell’Istituto da lui fondato. Iniziai il discorso, ma gradualmente un “groppo” mi prese la gola: faticavo ad articolare le frasi, infine mi misi a piangere. E dovetti concludere in fretta.

* * *

Come ho detto, dopo alcuni anni d’assenza, apparve inaspettatamente il 21 novembre 1988, in occasione della presentazione degli «Scritti» in mio onore. Inizialmente fui preso da un po’ d’apprensione.

Ma poi pronunciò con sufficiente chiarezza queste parole:

Avevo preparato una lettera per Luigi Guatri, e ho pensato che la cosa migliore sia di dedicargliela leggendola attentamente qui. La partecipazione veramente “corale” alla raccolta di scritti in tuo onore conferma non solo l’affetto ma anche l’ammirazione di tanti colleghi ed estimatori riguardo alle tue alte qualità umane, alla tua operosità scientifica, alla tua illuminata gestione rettorale.

Mi è graditissima l’odierna occasione per considerare brevemente i tre punti sopra delineati.

Sotto l’aspetto umano, che giustamente deve essere anteposto agli altri tratti caratterizzanti il profilo di una persona, ti vengono riconosciute qualità preclare di sensibilità e di cordiale apertura verso i terzi. Siano essi amici, colleghi o persone non direttamente vicine alla nostra università, tutti trovano in te attenzione, comprensione, qualificato consiglio. I fattori del grande ascendente che la tua persona gode si identificano con il prestigio e l’autorità morale che via via ti sei conquistati.

Per quanto riguarda la tua operosità scientifica, a parte gli scritti minori che per brevità non menziono, debbo ricordare soprattutto due filoni di ricerca da te prediletti: gli studi di marketing e quelli concernenti la valutazione delle aziende. In ordine al marketing tu sei stato un precursore in quanto hai fatto assurgere gli studi di mercato a disciplina scientifica. Risalgono al 1960 le tue prime impostazioni di una teoria su tale materia e da questa data hai via via conferito al marketing autonomia di ricerca e di insegnamento. Gli anni a noi vicini ti hanno portato a ulteriori perfezionamenti nella trattazione dei contenuti della materia. Sei così giunto, dal 1972 in poi, ai cosiddetti “Manuali di marketing”, opere di ampio respiro e di completo coordinamento della disciplina. Mi riferisco alle edizioni che vanno dal 1972 al 1987. Quanto al secondo filone di ricerca, cioè alla valutazione delle aziende, da tempo sei l’autore più qualificato per profondità e ricchezza di contribuiti. Già nel 1957, in uno studio su “L’avviamento d’impresa” tu trattavi del fattore di rischio e dei caratteri del reddito in funzione dei quali si può giungere correttamente alla determinazione del valore di una azienda. Attraverso successive edizioni dal 1984 al 1987 hai focalizzato direttamente l’intero problema della valutazione delle aziende con notevoli progressi nella trattazione di una materia che attrae sui piani sia conoscitivo, sia operativo. Recentemente, nel 1988, hai portato un nuovo contributo alla valutazione delle aziende “altamente redditizie”.

È di questi tempi la tua attività di coordinamento per un poderoso Trattato di Economia delle Aziende Industriali che uscirà alla fine del corrente anno.

In conclusione, sotto il profilo scientifico sei stato anticipatore nella impostazione di rilevanti problemi di Economia aziendale e autore di scritti di grande impegno ai quali la dottrina moderna si è ispirata. Ora non posso chiudere questo scritto senza accennare alla tua attività come Rettore della Bocconi da oltre quattro anni. La posizione di un Rettore di università è molto delicata, esposta come è all’occhiuto giudizio del Consiglio d’Amministrazione, dei colleghi, degli studenti, dei terzi esterni. Non sono certo il primo ad ammirare la dedizione e l’efficienza della tua gestione rettorale.

Ad essa hanno corrisposto non solo un forte tasso di crescita del nostro Ateneo, ma anche vigorosi impulsi ai rapporti con il mondo esterno, italiano e internazionale, e ciò con vantaggio per le conoscenze delle relative realtà fenomeniche.

Voglio sottolineare il fatto che, dopo i precedenti, timidi approcci di contatti con altri Paesi, svoltisi a partire da dieci anni or sono, nel quadriennio del tuo Rettorato hai delineato un efficace programma di internazionalizzazione della Bocconi. Ne sono prova: gli studi e i convegni sui vari aspetti della spinta transazionale; lo sviluppo dell’informazione all’estero e dall’estero; la diffusione degli scambi di docenti e di studenti; gli studi afferenti il commercio estero e la competitività dei vari Paesi; gli scambi di notizie sui progressi tecnologici e innovativi.

A questo punto non possono essere dimenticati i progetti, allo studio, di nuovi corsi di laurea fra i quali sono certo di grande rilievo i previsti prossimi corsi per manager pubblici. Si potrà così sperare che la gestione degli enti pubblici venga ispirata ai più efficaci e aggiornati criteri che reggono con successo la conduzione delle aziende private.

Tenuto conto di tutto, noi ti siamo riconoscenti per i preziosi contributi che hai generosamente profuso come persona, come docente e autore di scritti di gran pregio, come reggitore della nostra Bocconi. Ti abbraccio affettuosamente.

Giovanni Demaria

Giovanni Demaria (foto a p. 361) è stato un grande economista del Novecento, originalissimo nelle sue teorie audaci, tenace nelle proprie opinioni e nei comportamenti (fino a sfidare la dittatura), amato da generazioni di studenti bocconiani, ma per quasi vent’anni in opposizione al Consiglio d’Amministrazione (e per un breve periodo anche al Consiglio di facoltà). Considero un grande onore averlo convinto a riconciliarsi con la “sua” università. Giovanni Demaria è stato uno dei grandi docenti nella storia della Bocconi, uno dei suoi massimi economisti, uno scienziato multiforme, un Maestro con la “M” maiuscola (Riquadro 1). Ebbe, evidentemente, una lunga vita visto che giunse quasi al traguardo dei 99 anni!

Riquadro 1 Biografia sintetica di Giovanni Demaria

Nasce a Torino il 5 dicembre 1899

 

Combatte come ufficiale dartiglieria (1917)

Si laurea a Torino (Istituto superiore di commercio)

Studia a Venezia Ca' Foscari con Gustavo Del Vecchio (che considera suo Maestro)

 

1928: libero docente

1929: vince il concorso e viene chiamato per la cattedra di Economia politica allIstituto superiore di scienze economiche e commerciali di Bari 1930/33: si specializza a Harvard

1938: viene chiamato come ordinario allUniversità Bocconi

1945: pro-rettore della Bocconi (nomina del Comando alleato: assomma le funzioni accademiche e amministrative)

1945/46: presidente della commissione economica dellAssemblea Costituente

1946/52: Rettore della Bocconi

1938/70: direttore dellIstituto di Economia E. Bocconi 1939/75: direttore del Giornale degli Economisti 1970: esce dai ruoli

1986: viene nominato professore emerito dellUniversità Bocconi Muore a Milano il 12 aprile 1998

 

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Quando a fine agosto del 1945 m’iscrissi alla Bocconi, dai manifesti ancora appesi nei corridoi il Rettore Paolo Greco sembrava impartire le ultime disposizioni. Ma erano nei fatti già superate, come anche noi giovani studenti venimmo a sapere pochi giorni dopo. Con una storica lettera del 7 agosto, infatti, il professor Giovanni Demaria aveva informato la presidente dell’Università Bocconi (nobildonna Javotte Bocconi Manca di Villahermosa): «Dal Comando alleato mi è stato conferito l’incarico di reggere per il momento, e con la doppia funzione accademica e amministrativa, le sorti della nostra università».

La ragione dell’incarico a Demaria fu principalmente la sua fiera opposizione al fascismo, che tanti guai gli aveva procurato in anni precedenti. Demaria assunse in tal modo, alla ripresa post-bellica, inizialmente la qualifica accademica di pro-rettore, che ricoprì per l’anno accademico 1945/46. Nel 1946 il Comando alleato consentì al ripristino dello status normale e il nuovo Consiglio d’Amministrazione (alla cui presidenza era tornata Donna Javotte) lo nominò Rettore per l’anno accademico 1946/47.

* * *

L’aula di primo anno (la sola con capienza di circa 200 posti) era colma per i soli quattro corsi cosiddetti “difficili”; a metà o meno rimanevano gli altri corsi. Alle lezioni di Demaria (e di Frumento) ero sempre presente.

Demaria appariva in aula sempre al mattino. Ci intratteneva sullo Stato sociale moderno, il libro che stava scrivendo (e quindi non era materia d’esame) e lasciava il resto (cioè la materia d’esame) ad Armando Frumento, suo collaboratore stretto.

Ma nessuno lo evitava all’esame (dopo aver superato il preesame di Frumento). Davanti a lui finii anch’io, in quel giugno 1946, dopo che Frumento mi aveva dato ampi segni di assenso (ma non comunicato il giudizio, che rimaneva riservato). Demaria mi esaminò con la consueta attenzione, appesantì via via le domande; alla fine afferrò il libretto e lo riempì in un secondo: “trenta e lode”. Il fatto non accadeva più di una volta all’anno.

Al secondo anno, come sempre accadeva in quei tempi, lo scenario mutava: le lezioni si svolgevano nelle aulette al secondo piano di via Sarfatti e registravano 30-40 presenze. La suddivisione delle lezioni non mutava: Demaria allo Stato sociale moderno aggiungeva, ogni due settimane, un seminario basato sulla discussione di un libro scelto di volta in volta; agli assistenti (al secondo anno il giovane Innocenzo Gasparini) erano affidate le lezioni sulla Logica economica.

Avevo l’impressione che, dopo l’esame di primo anno, Demaria mi riconoscesse: mi chiese infatti di svolgere la presentazione di un articolo di Umberto Ricci sull’elasticità della domanda per il primo seminario periodico. Mi lasciò esporre e discutere il testo “dall’a alla z”. Intervenne brevemente nella discussione e alla fine commentò, rivolto alla classe: «Che ne dite? Ha dimostrato sicurezza e chiarezza; e i commenti (troppi formalismi eccetera, eccetera) sono corretti. Ha fatto molto bene». Fu così che mi notò: e da quel momento, in quella piccola aula, non erano rare le occasioni in cui, nel corso di una lezione, si rivolgesse a me, chiedendo: «Guatri, che ne pensa?». Dovevo interloquire con lui; e così facevo. All’esame di giugno, quando mi sedetti davanti al Maestro, mi fece alcune domande: ma aveva l’aria di chi già sapesse che l’esame era quasi pleonastico. Poco dopo, infatti, vergò il “trenta e lode”.

* * *

I miei primi anni di presenza costante in Bocconi (prima dell’incarico a Genova, chiamato da Aldo Amaduzzi) sono compresi tra il 1945 e il 1952: pressoché l’intera durata del rettorato di Giovanni Demaria. Per quattro anni da studente e per tre (dal 1949), su chiamata di Gino Zappa, come assistente effettivo (era questa la qualifica dell’epoca: non eravamo più d’una decina per tutte le materie).

Degli allievi di Zappa ero considerato il più ben visto da Demaria e, quindi, dai suoi assistenti dell’epoca, tra i quali l’“inviso” (agli aziendalisti) Tullio Bagiotti, suo fedelissimo: comporrà la Storia dell’Università Bocconi 1902-1952 e a lui il Maestro affiderà la Rivista di Scienze Commerciali, sollevando specie tra gli aziendalisti – non poche critiche.

Quei tre, quattro anni, che sono anche gli anni della mia giovinezza (tra i 22 e i 25), vedevo Demaria (quasi) ogni giorno; talvolta, sottraendomi ai miei amici più cari di mensa (da Pagliari a Brambilla, da De Maddalena a Bagiotti ecc.), mi invitava al suo tavolo e mi intratteneva cordialmente. Lì si parlava dei grandi fatti del Paese e del mondo: mai di fatti bocconiani, sui quali quell’uomo “tutto d’un pezzo” rispettava le regole e le convenienze, non parlandone con un giovane assistente.

* * *

Il 26 ottobre 1952, quando si pose di nuovo il problema della nomina del Rettore, il presidente del Consiglio Cicogna spiegò che i rapporti con Demaria – a suo dire – si erano deteriorati. Così cessò il rettorato di Demaria, che all’epoca aveva 53 anni, nel pieno delle sue forze e della fama.

Quello che accadde tra la fine del 1952 e il 1970 (per 18 anni!) ha dell’incredibile. Demaria, riconosciuto e osannato in ogni parte del Paese e del mondo, temuto e onorato dai suoi studenti, con molti allievi affezionati in cattedra, fu in continuo conflitto con il Consiglio d’Amministrazione; e più avanti anche con il Consiglio di facoltà della Bocconi. Sono circostanze che ho vissuto ben poco (o per nulla): erano gli anni dell’impegno nella professione, nell’insegnamento (pur senza abbandonare la Bocconi) a Genova (1953/57) e più avanti della cattedra a Parma (1960/69).

Quando giunsi al Consiglio di facoltà della Bocconi (1969), Demaria già non vi interveniva più; quando entrai nel Consiglio d’Amministrazione (1974), i conflitti si erano da tempo sopiti... Insomma, per vent’anni non mi resi ben conto di quanto stava accadendo.

Nel novembre 1984 diventai Rettore; il direttore dell’Istituto di Economia Politica era Mario Monti; il direttore del Dipartimento di Economia era Adalberto Predetti. Un giorno ci riunimmo nell’ufficio rettorale e chiesi a tutti una franca risposta alla domanda: può la Bocconi (dopo 11-12 anni, cosa che mi sembra impossibile!) esitare oltre nel proporre la nomina di Giovanni Demaria a professore emerito? La risposta fu pronta e unanime:

«Siamo assolutamente d’accordo: no». Mi riservai solo d’informarne il presidente del Consiglio d’Amministrazione, Giovanni Spadolini, e anch’egli non vide alcun impedimento.

Il vero problema, feci a questo punto presente a Monti e a Predetti, sarà riuscire a convincerlo; dovremo tutti impegnarci.

Il primo segno positivo giunse allorché, alla richiesta di un incontro presso la sua abitazione di via Melchiorre Gioia a Milano, l’appuntamento ci venne dato. Nel giorno stabilito, ci presentammo puntualissimi all’ingresso. Salendo le scale, ricordo di aver detto agli amici: «Speriamo, queste scale, di non rifarle tra poco di corsa, o a ruzzoloni...».

Non fu ovviamente così: il Maestro ci accolse sorridente sulla porta e ci salutò con cordialità. Ancora un po’ timoroso illustrai il nostro proposito. Non esitò nemmeno un attimo: si disse grato della proposta e di accettarla ben volentieri.

Ci intrattenemmo ancora un quarto d’ora a conversare con lui. Infine gli chiesi (ancora con un po’ di timore) se, concluse le procedure ministeriali, ci avrebbe fatto l’onore di intervenire alla prossima inaugurazione dell’anno accademico (in quel momento ricordavo come, nel 1968, a quella cerimonia aveva rifiutato di tenervi la prolusione e non era nemmeno intervenuto; e dopo d’allora non era più apparso in Bocconi). Accettò anche questo! Con Mario Monti e Adalberto Predetti, salutato il Maestro, scendemmo felici quelle scale. Il Maestro tornava, dopo 16 o 17 anni, alla più sacra delle cerimonie bocconiane; tornava alla “sua” università! Nel mio quinquennio rettorale ho avuto giornate di gioia e di soddisfazione (e viceversa, naturalmente), ma questa fu ineguagliabile!

Sono ancora orgoglioso di questo passo. Ma le sorprese non erano finite. Dopo che il Consiglio di facoltà ebbe approvato il 5 dicembre 1986, con voto unanime, la proposta al ministro per la nomina di Giovanni Demaria con una relazione degna di lui, il giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico 1987/88 ebbi la gioia di vederlo apparire (88enne) in toga e tocco. Mi alzai per farlo sedere in una posizione di massimo riguardo, in prima fila tra il corpo accademico; accettò con piacere.

Durante il mio discorso giunsi al punto in cui comunicai all’aula gremita la nomina a professore emerito di Giovanni Demaria. E qui avvenne puntualmente quanto attendevo: l’intera sala si alzò e si sciolse in un interminabile applauso. Anche il Maestro si alzò, s’inchinò e salutò più volte. Era commosso, e più di lui lo ero io, lo eravamo tutti. Giovanni Spadolini quel giorno mi disse che avevo fatto per la Bocconi il massimo che potessi fare; e aggiunse che la cancellazione di una pagina, per noi pressoché incomprensibile, della sua storia fosse assolutamente doverosa!

Francesco Brambilla

Scrive Donato Michele Cifarelli nella Premessa al primo volume degli Scritti in onore di Francesco Brambilla (foto a p. 361):

Francesco Brambilla ha sempre realizzato, con grande modestia, un’unità profonda di vita e pensiero: e la sua opera, forse, è proprio il diagramma di un’avventura privata e originale nel mondo pubblico e rigoroso della nostra scienza.

Per tracciare il profilo di tale “avventura” bisogna tornare, com’è naturale, agli esordi della sua carriera accademica: è il 1936 e Francesco Brambilla, appena ventitreenne, allievo di Giorgio Mortara, si laurea all’Università Bocconi con 110 e lode, discutendo una tesi sulla teoria della correlazione, che meriterà la dignità di stampa.

Nel 1942 consegue la libera docenza in Statistica; proprio qualche anno prima che inizi anche per lui, come per altri, la Resistenza, che lo vede militante al fianco di Ferruccio Parri, nelle file del movimento Giustizia e Libertà. Arrestato dalla Brigata Muti nel 1944, sarà in seguito deportato nel campo di concentramento di Gries. Liberato nel 1945, diverrà nello stesso anno, durante il governo Parri, segretario personale del Presidente.

Abbandonata l’attività politica tra il 1946 e il 1947, ritorna al suo lavoro di studioso. Nel 1953 vince il concorso a cattedra di Statistica; dal 1953 al 1966 insegna come professore straordinario, ordinario e incaricato alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università degli Studi di Genova e, come incaricato di Statistica, a Pavia, Ancona, Palermo e, già dal 1951, a Genova.

Nel 1959 è chiamato in Bocconi, ove sarà direttore dell’Istituto di Metodi Quantitativi fino all’anno accademico 1982/83 quando, per raggiunti limiti di età, lascerà la cattedra.

Il lungo magistero bocconiano lo vede impegnato in un costante dialogo con tutte le forze culturali dell’università, dai colleghi agli allievi, agli studenti. Saranno poi la sua spiccata indole interdisciplinare e il suo gusto per l’integralità del discorso scientifico che lo guideranno, insieme al compianto Innocenzo Gasparini e altri illustri colleghi, nel difficile compito di fondazione del corso di laurea in Discipline Economiche e Sociali (DES).

Scrive Enrico Resti:

Il 18 febbraio ci ha lasciati Francesco Brambilla. Anch’egli presso l’Università Bocconi ha percorso tutti i gradi della carriera universitaria, diventano titolare della cattedra di Statistica metodologica. Ricordiamo la vastità della sua cultura, il suo impegno civile e politico, la sua appartenenza alle più importanti istituzioni scientifiche e culturali, sia italiane che straniere.

* * *

Nel 1957 Brambilla collaborò ai primi numeri della rivista, da me diretta, Economia internazionale delle fonti di energia con due distinti articoli: «Il bilancio energetico mondiale del 1952» e «Il carbone».

* * *

Vengo ora al Brambilla “privato”. Lo ricordo nella Pineta di Arenzano, dove ambedue avevamo una villa (che io ho ancora). Quella di Francesco era in una bella posizione, quasi a picco sul mare, prossima a quella di Victor Uckmar. Lo ricordo come un nuotatore agile e resistente: assai più di me, che pur ero più giovane. Spesso nei trasferimenti Milano-Arenzano e viceversa mi chiedeva un passaggio in macchina, che io gli davo volentieri. Il divertimento, infatti, era assicurato: lungo il percorso parlava di ogni argomento (dalla bomba atomica ai problemi della Bocconi).

Francesco aveva moglie, dalla quale non ebbe figli: questo (anche se allora non l’avrebbe immaginato) gli preparava una vecchiaia triste. Quando rimase solo, dovetti – come consigliere delegato della Bocconi – recargli aiuto, anche materiale. Lo facemmo per tutto quello ch’egli aveva fatto per la nostra università. Ma quanto è doloroso ricordarlo!

Napoleone Rossi

Incontrai Napoleone Rossi (foto a p. 361) nel 1945 al primo anno, quand’era assistente di Zappa. Faceva lezione camminando su e giù per l’aula; parlava con chiarezza cristallina, accarezzandosi talvolta la lunga barba nera. Da lui appresi i primi rudimenti della ragioneria a livello accademico.

Gino Zappa era già alla fine della sua carriera e solo una volta al mese (per cinque giorni di seguito) veniva a fare lezione. Abitava a Venezia, dove per anni aveva insegnato come ordinario all’Università Ca’ Foscari dopo aver lasciato la Bocconi negli anni Trenta. In un’auletta del secondo piano non eravamo più di 20-25 persone a seguire le sue lezioni. Insegnava al secondo anno, mentre al primo anno (allora la materia era Ragioneria) l’insegnamento era assegnato a Carlo Masini e a Napoleone Rossi.

Io incominciai, nel novembre 1949, a insegnare Ragioneria al primo anno, a fianco di Napoleone Rossi, e l’anno seguente anche al secondo anno, a fianco di Carlo Masini. L’uno e l’altro erano, per me, dei fratelli maggiori (avevano 13-14 anni più di me).

Avevo scritto, nel frattempo, un paio di libri: uno, lo ricordo, sui rendimenti, che piaceva molto a Zappa, tanto che lo inserì nei programmi dei corsi che tenevo assieme alle teorie tradizionali del reddito, cioè al testo classico zappiano.

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Di Napoleone Rossi divenni grande amico. Ricordo nitidamente di aver frequentato sia la sua abitazione a Milano, dove conobbi anche la sua famiglia, sia la sua sede abituale (dove trascorreva gran parte del tempo) all’Ufficio Studi dell’Unione Commercianti in piazza Belgioioso. L’amicizia si spinse al punto che, con Luigi Antonelli, divenne mio testimone alle nozze nel 1954 (mentre Tancredi Bianchi era testimone per la mia sposa, che conosceva dalla giovinezza trascorsa tra Caravaggio e Treviglio).

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È con profondo dispiacere che vedo Napoleone Rossi completamente dimenticato dal mondo bocconiano. Anche se non è mai stato professore ordinario della nostra università (lo è stato a Venezia Ca’ Foscari e a Pavia), per noi ha fatto molto.

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Tancredi Bianchi fa tornare alla mia mente che, mentre viaggiavano in treno da Venezia a Milano, accadde un incidente, e che la sorte peggiore toccò a Napoleone, che fu seriamente ferito.

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Napoleone Rossi ha però lasciato tracce durature nei libri pubblicati, specialmente con Giuffrè Editore. Si comincia con Scritture doppie del 1949: un libro di ben 350 pagine modestamente sottotitolato Appunti per gli studenti. All’epoca si qualificava “Assistente di Ragioneria” (come si diceva a quel tempo). Ebbene, questi “appunti” – se ben ricordo in un’edizione economica – li ho consultati anch’io nel 1945, quando, subito dopo la seconda grande guerra, m’iscrissi al primo anno della Bocconi.

Da Rossi appresi dunque la partita doppia, che in parte già conoscevo dall’Istituto tecnico-commerciale Oberdan di Treviglio. I miei professori dell’epoca ripeterono più volte a mio padre che avrei dovuto lasciare l’Istituto tecnico-commerciale per passare a un liceo classico. Ma il più prossimo era a Bergamo. Il viaggio in treno era pericoloso per i mitragliamenti imprevedibili degli aerei “alleati”. Mio padre perciò s’oppose. E subito aggiunse: «L’anno prossimo andrai alla Bocconi». Si veda come già allora la “mia” Bocconi fosse conosciuta anche da persone estranee al campo (mio padre Edmondo era allora capo-zona a Treviglio di una società del Gruppo Edison, l’Orobia). È così che per l’anno accademico 1945/46 mi iscrissi alla Bocconi.

Venivo da Treviglio nei “carri bestiame” visto che le carrozze ferroviarie erano state distrutte dalla guerra, o portate in Germania. La signora Galli, una delle poche impiegate del dottor Palazzina, accolse la mia iscrizione col pagamento della prima rata (l’anno successivo ebbi una “borsa di studio” con esonero dalle tasse a motivo dei brillanti risultati).

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Nelle collane bocconiane (prima dirette da Gino Zappa e successivamente da Giordano Dell’Amore) Rossi scrisse tre lavori:

  • Rilevazioni d’impresa nell’industria meccanica in condizioni economiche perturbate, di 420 pagine (Giuffrè, 1950);
  • Le previsioni d’impresa, di 308 pagine (Giuffrè, 1950);
  • Il commercio delle stoffe, di 340 pagine (Giuffrè, 1955).

Nel 1957 appare il libro Il bilancio nel sistema operante delle imprese (SAME, Milano), ove Rossi si qualifica “Incaricato di Ragioneria all’Università Luigi Bocconi”. Di questo libro, dedicato “a Lauretta, figlia mia”, ho ritrovato nella mia biblioteca una copia con dedica autografa che ancor oggi mi commuove.

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L’ultimo libro di Rossi che trovo nella mia biblioteca reca il titolo Contributo allo studio del Capitale-Valore nelle imprese. Edito da UTET, è del dicembre 1965. Anche qui trovo una dedica che mi commuove (datata 1° gennaio 1966).

Si ricordi che solo all’inizio degli anni Ottanta la valutazione delle aziende divenne un tema fondamentale per l’economia aziendale (il mio libro La valutazione aziendale – il cosiddetto “libretto rosso”, edito da Giuffrè nel 1981 fu venduto in oltre 100.000 copie: come un romanzo di buon successo!). Rossi, dunque, si cimentava con largo anticipo sull’argomento, ma i tempi non erano ancora maturi. Esso esige, infatti: a) una base logico-quantitativa; b) una serie (preferibilmente numerosa) di esperienze fatte “sul campo” (che non si hanno se le aziende non ne sentono l’urgenza).

È in questo quadro inesistente nel 1965 che Rossi, con coraggio, affronta l’argomento.

All’epoca si parlava di “bilancio interno” e “bilancio pubblico”: quest’ultimo composto da pochissime voci, tra le quali non entrava neppure l’importo del fatturato (considerato informazione riservata). Dovevano passare ancora parecchi anni prima che le basilari intuizioni di Gino Zappa del “Conto profitti e perdite a costi, ricavi e rimanenze” diventassero legge!

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Antonio Amaduzzi, allievo di Rossi, scrive:

Mi sono laureato in Bocconi nel ’58, nel mese di ottobre, e a novembre ero già in aula. Non ho interrotto neppure per un anno la mia attività universitaria.

Di fatto, sono 51 anni di insegnamento ininterrotto. Eravamo un gruppo di studenti molto affiatati, abitavamo al Collegio della Bocconi ed eravamo in concorrenza tra di noi: studiavamo per piacere e per diventare qualcuno. La mia tesi, “La pianificazione nell’economia dell’azienda industriale”, allora un argomento decisamente nuovo, mi portò a ricevere ben 102 offerte di lavoro, da grandi e piccole imprese. Provai a lavorare un anno in una grande azienda, ma mi resi subito conto che la mia aspirazione era rimanere in università. Il mio maestro è stato Napoleone Rossi che incontrai all’Università Bocconi e che poi ho seguito a Ca’ Foscari di Venezia e a Pavia.

Venezia è stata per me una grande palestra di didattica. Nei miei prossimi studi voglio rivalutare questo personaggio che era capace di essere dolce ma anche terribile: non era raro che, nel corso di un esame, non soddisfatto delle risposte date da uno studente gli gettasse il libretto dalla finestra. Rossi mi ha insegnato la purezza del linguaggio e a essere preciso nell’insegnamento.

Claudio Demattè

Claudio Demattè (foto a p. 362) è stato, tra il 1970 e il 2003, uno dei più importanti personaggi bocconiani. Per la nostra università ha fatto moltissimo e se il destino non ce l’avesse tolto troppo presto, avrebbe fatto, ne sono sicuro, molto di più. Una sua lettera, scritta pochi mesi prima della scomparsa ai vertici bocconiani (e di cui dirò più avanti), dimostra con tanta chiarezza come l’averlo avuto con noi “solo” per 33 anni sia stata una perdita pesantissima.

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Demattè era molto più giovane di me: era nato a Trento nel 1942; si era laureato nel 1966 (17 anni dopo di me, che nel 1960, quand’egli non era ancora studente bocconiano, ero già in cattedra).

Ma, nonostante ciò, l’ho conosciuto molto bene e fin dal principio (cioè dalla fondazione della SDA e dalla “ideazione” del primo Master) mi ero accorto delle sue straordinarie capacità di studioso e di manager. Ancor prima, com’è ovvio, se n’era reso conto Giordano Dell’Amore, il suo Maestro e grande sostenitore: quante volte ebbe a ripetercelo, alla metà degli anni Settanta, nel Consiglio d’Amministrazione della Bocconi!

Quando, nel 1969, ci si rese conto che il corso per dirigenti (biennale, serale, che Dell’Amore aveva promosso nel 1955) era diventato obsoleto (come anch’io più volte avevo segnalato, tanto che ne fu disposta la sospensione nel 1970), gli aziendalisti bocconiani dell’epoca (Giorgio Pivato, Carlo Masini, io e i più giovani Vittorio Coda e Roberto Ruozi) cominciarono a riflettere con Dell’Amore su come potesse essere rinnovato e reso più aderente ai tempi.

Un ruolo decisivo in questa riflessione lo assunse un giovane “assistente” al ritorno da esperienze maturate a Harvard: esperienze che seppe (e proprio in questo sta il suo massimo merito) adattare alla realtà italiana. Si trattava naturalmente di Demattè.

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Rispetto al passato, una delle differenze principali che veniva proposta riguardava l’adozione della didattica “attiva”, compresa la discussione di casi in aula.

Nacque così la Scuola di Direzione Aziendale (SDA). Dell’Amore ne fu il sostenitore; Demattè il massimo realizzatore. Ma soprattutto ne fu il trascinatore negli anni successivi, portandola a successi insperati mediante la costruzione di un “modello” originale, che non fu una copia delle business school anglosassoni.

L’avvio nel 1974 del Master di direzione aziendale, il primo in Italia, fu in realtà una delle iniziative più forti della Bocconi. Anche questa volta con l’appoggio incondizionato di Dell’Amore, che lo sostenne da par suo davanti al Consiglio d’Amministrazione (nel quale in quell’anno anch’io ero entrato come consigliere delegato).

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Mi tornano alla memoria ricordi che credevo per sempre sepolti: di quando con Coda, Ruozi e Demattè ci si incontrava, al sabato, nella mia casa di via Massena per definire le linee generali del progetto. Ogni volta sentivo in lui (e negli altri due amici) il desiderio di costruire qualcosa di nuovo: che non fosse un prodotto di pura matrice anglosassone, ma valido anche per il nostro mondo, che contiene realtà aziendali spesso del tutto diverse.

Naturalmente Demattè (forse solo lui poteva farlo) fu poi ufficialmente incaricato della gestione del progetto: con la sua forza di trascinamento, con la sua capacità di suscitare entusiasmo, con le sue doti di manager, seppe portarlo al successo. Cosa che non avvenne per altre iniziative similari, nate in Italia all’incirca negli stessi tempi, che copiavano alla lettera le esperienze anglosassoni, senza i necessari adattamenti; e soprattutto senza disporre di un Demattè.

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Alla rivista Economia & Management, che fondò nel 1988 (quando era direttore generale della SDA), Demattè dedicò, oltre che la straordinaria capacità d’inventiva, un duro lavoro che ogni bimestre riguardava non solo la programmazione e la discussione del nuovo numero della rivista, ma un suo editoriale di ampio respiro su argomenti di vasta portata e di grande attualità. Una volta gli chiesi, a proposito di questi editoriali (che anch’io scrivevo, peraltro, in forme più brevi, talvolta di una sola pagina, su altre riviste bocconiane o vicine alla Bocconi), come potesse sostenere un così duro impegno. Con la sua abituale franchezza mi rispose: «Lo sopporto, ma che fatica!».

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Claudio Demattè è stato anche un grande manager. E tra i suoi incarichi più impegnativi vanno senza dubbio annoverati la presidenza di Carime (1996/2000), la presidenza delle Ferrovie dello Stato (1998/2001), la presidenza della RAI (1994): incarichi che a chiunque altro avrebbero fatto tremare le vene ai polsi. Ma non è di questi che intendo parlare, perché qui ricordo solo i rapporti che ho avuto personalmente (come con tutti gli altri personaggi rappresentati in questo libro).

Con Demattè manager mi sono incontrato in un solo caso: nel Mediocredito Regionale Lombardo (allora presieduto dal professor Caloia e controllato dalla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, dove io rappresentavo gli azionisti di minoranza, designato dalle banche popolari). In quella sede i rapporti furono anche intensi, in quanto ambedue facevamo parte, oltre che del Consiglio d’Amministrazione, anche del Comitato esecutivo, dove sedemmo fianco a fianco per molti anni. Ricordo ancora nitidamente quelle lunghe sedute a Milano in via Broletto. È lì che ho potuto apprezzarlo meglio nelle vesti di banchiere, nelle quali non lo conoscevo.

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L’8 dicembre 2003 Claudio Demattè scrive ai vertici della Bocconi una lunga lettera che risulterà un estremo sforzo per contribuire, con la sua intelligenza, con la sua schiettezza, con il suo senso di realismo, a indirizzare le scelte – che egli sentiva imminenti – sul futuro della “sua” università.

Nel biglietto con il quale me l’inviò scrisse di «una riflessione sul problema Bocconi, sperando che possa essere di qualche utilità». La lettera mi raggiunse solo il 22 dicembre a Casa de Campo, nella Repubblica Domenicana, dove mi trovavo. Ho rinvenuto tra le mie carte la lettera con cui gli risposi dopo qualche settimana: avevo riflettuto non poco su di essa.

Avevo visto nell’impegnato scritto di Demattè (che evidentemente aveva dedicato al tema non poco tempo e una lunga riflessione) un contributo di estrema importanza. Quando tornai in Italia verso la metà di febbraio, mi proposi di incontrarlo al più presto e già mi ero preparato con qualche nota, scritta a margine della sua lettera, all’incontro. Ma il destino non volle che l’incontro avvenisse. Il 18 marzo 2004 l’amico Claudio ci lasciò all’improvviso.

Ripercorrendo oggi, che parlo di lui, quell’ispirato documento dell’8 dicembre 2003, mi rendo conto che se Iddio ci avesse conservato la sua presenza per qualche anno ancora, egli avrebbe potuto incidere positivamente sull’evoluzione della Bocconi. Aveva in mente (e mise per iscritto, anche controcorrente) un quadro preciso, che avrebbe lasciato una traccia profonda.

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Dopo la sua morte, ho partecipato più volte alla celebrazione, presso la chiesa di San Ferdinando, di messe affollate in suo suffragio. Ho visto crescere gradualmente la bambina che aveva in braccio quando l’infarto lo colpì. Oggi, coi miei 88 anni, sono diventato troppo vecchio: ma vi partecipo col cuore.

Scrive Enrico Valdani:

Non credo di violare la sua intimità raccontandovi di Claudio privato. Parlava spesso con grande affetto e orgoglio di Maurizio e Stefano, i suoi figli grandi, quasi sgomento che lo stessero facendo nonno. Parlava con altrettanta tenerezza di Maura, il suo primo amore. Parlava con passione di Sandra, il suo secondo amore e con immensa felicità parlava di Margherita che gli illuminava la vita quale nuovo padre.

Libero Lenti

Libero Lenti (foto a p. 362) è stato, dal 1981 al 1993, uno dei miei predecessori alla presidenza dell’Istituto Javotte Bocconi – Associazione Amici della Bocconi (il terzo in ordine di tempo, a partire da Donna Javotte Bocconi: 1955/65), all’epoca di Giovanni Spadolini presidente del Consiglio d’Amministrazione della nostra università.

Lo ricordo in quella veste quando si distribuivano le medaglie d’oro dell’anno accademico; in quell’occasione prendeva sempre la parola, prima dell’intervento finale di Giovanni Spadolini, dopo la relazione del Rettore in carica e la prolusione di un accademico.

Poi venne il ’68 (che in Italia fu importato nei primi anni Settanta) e per lungo tempo la cerimonia fu (forzatamente) abolita.

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Libero Lenti nacque a Casalbagliano (in provincia di Alessandria) il 28 febbraio 1906 da Carlo e da Maria Baldi; morì a Milano il 5 maggio 1993. Aveva poco più di 87 anni.

Il padre, agente ferroviario, lo fece studiare: si diplomò al Regio Istituto Cattaneo di Milano; il 5 settembre 1923 si iscrisse all’Università Bocconi presentando domanda per una borsa di studio. Si laureò nel novembre 1927 (io ero nato da due mesi!) con lo statistico Francesco Coletti sul tema dell’industria zootecnica.

Di Lenti fui allievo al secondo anno all’Università Bocconi (1946/47) e adottai come testo base il suo libro Statistica economica. Aveva, in quell’anno, al suo fianco il fido assistente “volontario” Gabriele Virzì, che ricordo con grande simpatia.

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Libero Lenti fu un costante oppositore del Partito Nazionale Fascista nel ventennio successivo alla marcia su Roma. Agostino De Vita nel libro in suo onore apparso nel 1979 con Giuffrè scrisse su Lenti pagine bellissime.

Le persone della mia età ricordano benissimo i suoi brillanti articoli di fondo sul Corriere della Sera in materia economica. Erano di una chiarezza cristallina, leggibili per tutti, della giusta dimensione. Una serie di abilità che pochi giornalisti, se non “di razza”, posseggono. Ed egli era uno di questi.

Solo quando il professor Lenti scomparve, nel maggio del 1993, Giovanni Spadolini (allora presidente dell’Università Bocconi e nei primi anni Cinquanta collega di Lenti al Corriere della Sera) diede un pubblico riconoscimento della sua statura di studioso e di uomo impegnato nelle cure del bene comune. In un elzeviro apparso appunto sul Corriere il 9 maggio 1993 Spadolini riassunse da par suo la vita e le opere del collega e amico, bocconiano e per ventisette anni (1945/72) collaboratore del prestigioso quotidiano milanese. L’elzeviro ci offre una testimonianza vivissima non solo dell’attività di studioso e di giornalista di Libero Lenti ma anche del suo comportamento, da uomo libero e retto, sia durante il ventennio fascista sia nell’Italia repubblicana del dopoguerra.

[...] Professore ordinario di Statistica economica dal 1939 al 1965 a Pavia e successivamente ordinario, dal 1965 al 1981, della stessa disciplina alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano. Ma sempre legato alla Bocconi da un incarico di insegnamento che valeva per lui quanto e più della cattedra: esattamente come era stato per oltre vent’anni, prima del fascismo, per Luigi Einaudi, ordinario a Torino e incaricato nella “vecchia” Bocconi in piazza dello Statuto, quasi allo sbocco di via Solferino, cioè all’incirca dirimpettaia del Corriere (ed Einaudi che attraversava la strada per consegnare, finita la lezione, i suoi articoli al direttore, il leggendario Luigi Albertini).

Milanese acquisito, che conosceva tutto della sua città. Economista, che non si chiudeva mai nell’economia (e meno ancora nella statistica), che guardava alla storia, al diritto, alla scienza politica, con una coscienza “interdisciplinare” che si ricollegava alla sua radice crociana (bellissimo è il ritratto dell’incontro con Croce a Napoli, nell’immediato dopoguerra, contenuto nelle pagine di quel libro autobiografico, Le radici nel tempo, che pubblicò a puntate sulla Nuova Antologia, cui era devoto, e che meriterebbe di essere ristampato, tanto era lo specchio fedele di una generazione e di un mondo).

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Alla morte di Donna Javotte Bocconi di Villahermosa, moglie del figlio del fondatore dell’università (e quindi “l’ultima dei Bocconi”), Furio Cicogna, presidente dell’Istituto nel periodo 1965/73, riuscì a congegnare una serie di pesi e contrappesi al fine d’evitare inframmettenze di natura politica nell’amministrazione dell’università. In altre parole, mise in piedi un’associazione degli amici della Bocconi, erede del patrimonio della famiglia Bocconi, la quale, per statuto, nominava la maggioranza del Consiglio d’Amministrazione dell’università oltre al presidente, e quindi influenzava la nomina del Rettore. Donde una struttura “monarchica” dell’università, o almeno “presidenziale” alla francese. In quegli anni, monarca, o presidente della repubblica bocconiana, era per l’appunto Cicogna.

I presidenti dell’Istituto post-Cicogna sono stati: Giordano Dell’Amore dal 1973 al 1981; Libero Lenti dal 1981 al 1993; Emanuele Dubini dal 1993 al 2005 e io dal 2006. Carica che mi è stata confermata nel 2015: tutti i miei predecessori sono rimasti in carica fino alla morte e non desidero sottrarmi a questa regola.

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L’introduzione di Silvio Beretta al libro di Libero Lenti Elementi per un piano di ricostruzione economica dell’Italia recita:

Nelle note che seguono mi propongo di dare sinteticamente conto dell’attività di Lenti economista della ricostruzione postbellica, nelle molteplici forme che tale attività ha assunto e che fanno capo ai ruoli – fra loro sinergici – di analista di problemi economico-statistici, di consulente e consigliere del policy maker (le sue funzioni di membro, in rappresentanza del Partito d’Azione, della Commissione economica del CLNAI con Merzagora presidente e Di Fenizio segretario, di membro del Comitato per la distribuzione delle materie prime alle diverse industrie e per la determinazione dei relativi criteri di priorità, di collaborazione a Parigi alla redazione del settore italiano del programma OECE per la distribuzione degli aiuti ERP, sono esempi fra i più rilevanti di tale attività), infine di osservatore e commentatore sistematico degli eventi economici (si ricordino il suo ruolo a capo dell’Ufficio studi economici della SNIA con il connesso quotidiano interscambio di informazioni con altri analoghi “luoghi” privilegiati, dalla COMIT alla Montecatini alla Edison all’Ufficio statistica della Confederazione dell’industria, e poi nel Corriere della Sera di Mario Borsa cui Lenti collabora a partire dal 27 maggio 1945 e successivamente per ventisette anni, e poi ancora l’intenso impegno per – e nel – 24 Ore dal settembre 1946, in un ideale rapporto di continuità con l’esperienza della rivista Borsa cui aveva posto termine un decreto prefettizio del 1934).

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Dal volume autobiografico di Lenti emergono passi espressivi di quel gusto del parlar chiaro che ho sottolineato in precedenza e che appaiono sintomatici di una molteplicità di dati della personalità significativamente correlati all’attività di Lenti: chiarezza di idee, accuratezza di giudizio, determinazione nelle scelte, assenza di spirito dogmatico pur nella fermezza delle convinzioni. Tutti prerequisiti soggettivi per chi si disponesse a delineare scenari e a proporre soluzioni di problemi economici, in una parola a “far piani”: un’attività che comporta per definizione chiarezza di obiettivi (quindi di idee), consapevolezza degli strumenti a disposizione (quindi capacità e lucidità di giudizio), attitudine a scegliere, cioè a discriminare.

Se non ce n’è per tutti (molti sono infatti i destinatari di giudizi lusinghieri, da Einaudi a Tino, da Mattioli a Malagodi, da La Malfa a Paggi, da Parri a Valiani, Menichella, Croce e Fortunati), ce n’è certamente per molti, e della più diversa estrazione, anche se la “misura” varia. Per Gronchi, per esempio, ministro dell’Industria nel governo Bonomi, che talvolta frequentava le riunioni della Commissione economica CLNAI: «il passo svelto ed elastico [...] La parlata toscana, se non la parlantina, (che) l’aveva aiutato nella carriera politica, quando aveva fatto parte del primo governo Mussolini come rappresentante del partito popolare [...]». Per Lombardi, prefetto di Milano dopo la Liberazione, «[...] ancora indeciso sul modo di mettere i bastoni tra le ruote del nostro meccanismo produttivo». Per Mattei che «[...] per combattere le sette sorelle, n’aveva imparato i metodi [...]». Per Nenni, «[...] più abile a lanciare parole d’ordine e a farsi applaudire nei comizi che a guidare il Paese sulla via della ricostruzione». Per Ernesto Rossi, «[...] altro ingenuo della più bell’acqua».

Gianguido Scalfi

Quando nel gennaio 1965 fu proposta la chiamata di Scalfi (foto a p. 364) alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Parma, dopo il successo nel concorso a cattedra, fui tra i suoi più pronti e convinti sostenitori. Al suo arrivo a Parma fummo subito amici.

Scalfi fu in breve una delle figure rappresentative di quella ristretta e affiatatissima facoltà, fatta quasi esclusivamente di milanesi, con prevalenza di bocconiani. Ma non era solo amicizia: ci univa un profondo senso di reciproca stima e di grande considerazione.

Che non venne mai meno, in nessuna circostanza, anche difficile. Sottolineo: Gianguido Scalfi è stato uno dei grandi amici della mia vita. Poco più anziano di me (nacque a Milano il 3 aprile 1924), fu fin dagli anni Cinquanta tra i migliori allievi di una delle “stelle” del firmamento giuridico e avvocatesco di Milano: il professor Aurelio Candian. E come tale l’avevo conosciuto di fama prima di incontrarlo a Parma.

A Parma dopo la prematura scomparsa, a soli 53 anni, del noto matematico Eugenio Levi, che fu un grande preside della facoltà, e dopo un intermezzo movimentato di Aldo De Maddalena, Scalfi divenne anche preside, incarico che ricoprì con assoluta dignità e rigore.

Ambedue ci trasferimmo da Parma alla Bocconi il 15 ottobre 1969: per me fu l’atteso rientro (solo per la cattedra, visto che come professore incaricato e direttore dello IEFE non ne ero mai uscito); mentre Gianguido, che si ritrovò in un ambiente del tutto nuovo, fu chiamato alla cattedra di Istituzioni di diritto privato.

Sapevo bene che, con ciò, la mia università avrebbe fatto un importante acquisto. Infatti Dell’Amore, all’epoca Rettore, lo chiamò prestissimo (già nel 1969/70) alle funzioni di pro-rettore: in pochi anni – e in uno dei momenti più difficili della vita del nostro Ateneo – ci ritrovammo ancora una volta assieme, proiettati ai vertici.

* * *

La seduta del Consiglio d’Amministrazione dell’8 novembre del 1974 fu di svolta. Almeno per cinque motivi:

  1. segna, per la prima volta, l’ingresso in Consiglio di: Giovanni Spadolini (designato dal ministro della Pubblica Istruzione), Dino del Bo, Roberto Calvi (!), Innocenzo Gasparini e di me stesso (questi ultimi designati dall’Istituto Javotte Bocconi – Associazione Amici della Bocconi);
  2. decide la nomina di Giovanni Spadolini a vicepresidente;
  3. decide la nomina di Luigi Guatri a consigliere delegato;
  4. nomina Gianguido Scalfi a Rettore per l’anno accademico 1974/75;
  5. indica in Innocenzo Gasparini il Rettore per il successivo anno accademico 1975/76.

Sorprendente e inusitato, in tutto ciò, non fu il fatto che Scalfi (che, dopo le dimissioni di Dell’Amore, nel novembre 1973, aveva già esercitato le funzioni rettorali con la qualifica di pro-rettore per il 1973/74) venisse nominato per un solo anno (poiché questa era la norma statutaria, all’epoca), ma che fosse già precisato che non sarebbe stato confermato per l’anno successivo; e che il suo successore venisse già indicato.

Oggi come allora credo che il presidente Cicogna, navigato uomo d’azienda, avesse ben chiaro un disegno: dopo la dura contrapposizione che Dell’Amore e Scalfi avevano coraggiosamente condotto (e Scalfi stava conducendo) alla contestazione studentesca (contrapposizione che lo stesso Cicogna aveva pienamente condiviso), stava per giungere una fase di atteggiamenti rettorali più morbidi, più sfumati, più aperti a qualche forma di trattativa. Che si dovesse insomma porre fine alla conflittualità, anche pagando qualche prezzo, era inevitabile...

Ma era ovvio che Cicogna non potesse chiedere a Scalfi – il Rettore intransigente e “tutto d’un pezzo” – un così sensibile mutamento di politica. Per contro, la nuova impostazione sarebbe stata meglio e più credibilmente gestita dal più duttile e “politico” Gasparini.

Perciò si considerò – come sibillinamente dice il verbale – «fecondo e utile agli interessi dell’Ateneo un normale avvicendamento» (che invece “normale” non era).

* * *

Il 3 giugno 1975 (poco dopo le ore 16), mentre stavo entrando nel mio ufficio di consigliere delegato di via Sarfatti, vidi aprirsi la porta del corridoio che collegava quegli uffici col settore delle aule: giungeva, trafelato e stranamente arruffato nei capelli, il mio amico Rettore, seguito da un assistente: «Che è accaduto Gianguido?», chiesi. «Mi hanno pestato...».

«Che significa?» e intanto lo facevo entrare nel mio ufficio col suo giovane collaboratore (il dottor Gambaro). Era ancora ansimante... Quando si calmò un poco, riuscì a spiegarmi: «Mezzo centinaio di studenti della cosiddetta sinistra extraparlamentare, non frequentatori delle mie lezioni, si sono stretti minacciosamente attorno alla cattedra, volevano spiegazioni dissero ma le parole furono sostituite da calci e pugni».

Arrivò di corsa anche Enrico Resti, che era già stato informato dell’accaduto dal personale. Ci stringemmo tutti attorno al Rettore: il nostro simbolo indomabile e coraggioso; nessuno meglio di Gianguido Scalfi, nella sua fragilità fisica e nella sua fierezza, poteva rappresentarlo più degnamente!

Un quadro che è rimasto, dopo quasi 40 anni, ancora nitidissimo nella mia mente. E che sempre associo all’aggressione fascista al Rettore Angelo Sraffa, avvenuta nel 1922 all’ingresso di largo Treves, allora motivata dal fatto che gli ex combattenti della prima grande guerra non venivano promossi con esame... agevolato.

* * *

Considero la prolusione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1994/95 – che è anche l’ultima, purtroppo, cui Gianguido Scalfi ha partecipato – dal titolo «Il diritto vivente» il suo testamento spirituale. Sono pagine di altissimo livello scientifico e morale, quasi presagisse che fosse l’ultima occasione per lasciarci un messaggio e un ricordo imperituro: col passare degli anni, trovo questo testo forte e allo stesso tempo poetico. Forse quella vena di poesia gli discende per i rami di famiglia: Ada Negri era sua nonna.

* * *

Nell’agosto del 1995 mi trovavo nella Repubblica Domenicana a Casa de Campo. Ero tutto immerso nelle mie carte, quando mi giunse una notizia inattesa e per me dolorosissima: «È deceduto Scalfi». Ricordo la disperazione di non potermi collegare con i miei abituali riferimenti a Milano (sia l’ufficio privato sia quelli della Bocconi erano chiusi per le ferie estive). In quegli anni i giornali italiani arrivavano là (quando pure arrivavano) con giorni di ritardo. L’unico possibile cenno di partecipazione, che al momento non seppi neppure capire se sarebbe stato tempestivo, erano i necrologi sul Corriere della Sera: troppo poco per un’amicizia/colleganza profonda e inespugnabile com’era stata la nostra per più di trent’anni!

Dopo qualche giorno mi pervenne, per mia consolazione, copia di un articolo scritto con mano magistrale e con profondo sentimento da Paolo Panerai (in “Orsi e Tori”, Milano Finanza, 26 agosto 1995), che ripropongo qui integralmente:

I lettori mi perdoneranno se concludo questo Orsi & Tori con una nota privata, ma la morte del professor Gianguido Scalfi in effetti riguarda anche loro. Li riguarda perché il professor Scalfi era il presidente di Class Editori, dopo esserne stato consigliere sin dalla fondazione e quindi garante del progetto di una casa editrice di giornali economici e politici completamente indipendente dal grande capitale finanziario e industriale. Il professor Scalfi è stato il terzo presidente di Class Editori, dopo il professor Guatri e il professor Alberto Bertoni. Si era con loro avvicendato, affondando come loro le sue radici in quella casa unica che è l’Università Bocconi, di cui il nostro presidente era stato rettore e dove continuava a insegnare come ordinario di Istituzioni di diritto privato.

Soltanto chi ha conosciuto personalmente il professor Scalfi può comprendere quanto sia pertinente definirlo non solo uno straordinario maestro di diritto, ma anche di saggezza, un uomo di rara umanità e dolcezza. Con il suo papillon inseparabile e una costante eleganza interiore prima che esteriore, da vero signore, è stato decisivo per l’affermazione del progetto di Class Editori non solo per gli atti compiuti come consigliere e presidente ma anche per la sicurezza che ci ha fatto sempre sentire addosso: sempre pronto al consiglio più saggio e più giusto, sempre disponibile a comprendere anche le posizioni avversarie e a vivere e a far vivere anche le fasi più aspre con la serenità più alta che un uomo possa avere.

Il vuoto che lascia a Class Editori non è sicuramente paragonabile a quello che lascia alla Sua bella famiglia, al cui dolore tutto il personale della nostra casa editrice partecipa nel modo più fraterno, ma è ugualmente enorme. Buon viaggio, professore. Continui a guidarci.

Il Suo esempio sarà la bussola più preziosa per il nostro cammino sulla strada dell’autonomia, alla ricerca della correttezza e libertà che ci ha insegnato.

* * *

Anche la Bocconi, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1995/96, lo ricordò degnamente nella relazione annuale del Rettore Roberto Ruozi, associando la sua memoria a quella del professor Carlo Masini, altro bocconiano insigne e amico di una vita, deceduto il 20 settembre dello stesso anno.

Ecco come Ruozi concluse il suo intervento:

Gianguido Scalfi e Carlo Masini hanno quindi lasciato un profondo vuoto nel nostro Ateneo, e tutti noi conserveremo un ricordo incancellabile delle loro virtù umane e scientifiche. Alla loro memoria mi permetto di chiedervi un attimo di raccoglimento.

In quel minuto in piedi sul palco della storica Aula Magna di via Gobbi, a fianco di Mario Monti, ho rivisto come in un film i trent’anni di amicizia fraterna con Gianguido: con lui mai un disaccordo, mai una crepa, mai neppure una parola che non fosse sincera e disinteressata.

Aldo De Maddalena

Il 6 maggio 2009 si tenne, nella piccola sala riunioni annessa al mio ufficio di vicepresidente (al secondo piano di via Sarfatti 25 dell’Università Bocconi), il Consiglio dell’Istituto Javotte Bocconi – Associazione Amici della Bocconi. Erano presenti, recita il verbale: «i Consiglieri: professor Luigi Guatri (presidente), dottor Gavino Manca, i professori: Mario Monti, Tancredi Bianchi, Aldo De Maddalena, Angelo Provasoli. Assente giustificato il dottor Enrico Tomaso Cucchiani».

Nell’ufficio di segreteria a fianco, dove lavorava la mia segretaria Anna Gigante, sedeva in attesa la signora Mariele (Maria Adele Buccellati), moglie affettuosa di Aldo De Maddalena (foto a p. 364). Da tempo lo seguiva ovunque, non lo lasciava mai solo. La riunione si svolse regolarmente. Alla fine, Aldo scoppiò inaspettatamente in un pianto dirotto e ci disse: «Devo dimettermi: ho 89 anni, non posso più fare nulla». Noi tutti, sbigottiti e addolorati, cercammo per qualche minuto di confortarlo e rassicurarlo. Poi, con alcuni amici, andammo nel mio studio dove, un poco alla volta, Aldo si riprese. Lo accompagnammo, sostenuto dalla moglie, all’ascensore e lo salutammo affettuosamente: non lo vedemmo più.

Il 2 agosto, mentre ero ad Arenzano, mi giunse la ferale notizia: Aldo era deceduto. Con mia moglie Lina chiamammo un autista e corremmo a Milano. Le esequie si celebrarono alla basilica di San Nazario Maggiore, alle ore 9 del 5 agosto. Trovammo posto a fatica in una chiesa colma di amici, allievi, colleghi ai quali ci unimmo per un ultimo doloroso addio. All’amico di una vita: addio!

* * *

Aldo nacque a Cocquio Trevisago (in provincia di Milano) il 10 novembre 1920 da Federico e da Piera Bentivoglio e, a conclusione del ciclo di studi primari e secondari, nell’ottobre del 1939, si iscrisse alla Bocconi, l’università commerciale milanese che avrebbe contribuito non poco a esaltarne le doti di “primo della classe”.

In quell’ateneo, allora estremamente selettivo, completò i suoi studi con una media di poco inferiore al 30, nonostante il periodo 1941/43 lo vedesse militare in zona di guerra e di operazioni e l’inverno del 1944 rifugiato politico in Svizzera. Si sarebbe laureato nel giugno del 1944 col massimo dei voti e la lode, con una tesi dal titolo: Il mercato d’arte in Firenze nel Quattrocento.

Due documenti di fonti ufficiali dell’Università Bocconi (lo stato di servizio e l’annesso curriculum vitae) consentono di ricostruire con esattezza la sua vita accademica, che lo vide docente a Genova dal 1951 al 1956, a Parma dal 1956 al 1967, a Torino dal 1967 al 1969, a Milano, facoltà di Giurisprudenza dell’Università Statale, dal 1969 al 1971 e, infine, alla Bocconi dal 1971 fino all’uscita dai ruoli, nel 1994. In quegli anni ci incontrammo più volte:

  • all’Università di Genova, facoltà di Economia, dove dal 1954 al 1959 fui professore incaricato di varie materie;
  • all’Università di Parma, dove fui chiamato come vincitore di cattedra nell’anno accademico 1960/61 e rimasi fino alla chiamata in Bocconi nel 1969.

Con Aldo ci trovavamo negli angusti spazi riservati alla neonata facoltà di Economia e Commercio presso la sede centrale dell’università: eravamo in sette titolari di cattedra.

I guai cominciarono quando il grande matematico Eugenio Levi (pure bocconiano), che era il preside della facoltà di Economia all’Università di Parma, morì a soli 53 anni e Aldo (nel 1964) fu pregato di assumere la presidenza della facoltà.

Il suo temperamento focoso rese tutto più difficile. Ricordo – come fosse ieri – che il giorno dell’inaugurazione ufficiale della nuova sede della facoltà urlava con forza di non volere la partecipazione del presidente dei dottori commercialisti di Parma (che credeva – senza farlo – di scrivere di storia economica).

Dovetti faticare per calmarlo (e non fu impresa agevole) ricordandogli che costui rappresentava un ordine professionale e non se stesso. Da quel momento ogni riunione del Consiglio di facoltà divenne problematica. Con Levi non ci rendevamo conto che vi fossero problemi; con Aldo tutto diventava drammatico.

* * *

Quando nel 1967 Aldo De Maddalena lascia l’Università di Parma, non viene chiamato (com’era di rito) alla Bocconi, ma passa all’Università di Torino. Quale ne è mai la ragione? Questo fatto Marzio Romani, nella sua mirabile narrazione della “figura” del Maestro, ha il pudore di non spiegarlo. Ma molti di noi, amici e colleghi di Aldo, conosciamo la verità.

Nel 1967 era ancora Rettore della Bocconi (sin dal 1952) Armando Sapori, il grande storico senese, che era stato il Maestro di Aldo. Sapori s’illude che Aldo sposi la sua unica figlia, ch’egli adora, ma della quale Aldo non è per nulla innamorato. Perciò lo delude, pur senza alcuna colpa (so bene direttamente da lui – che non s’è mai impegnato, né ha generato equivoci). Ma il Rettore Sapori gli sbarra la strada: è per questa ragione che Aldo, da Parma, si trasferisce a Torino e alla “sua” Bocconi arriva solo nel 1969, prima con un incarico e poco dopo (1972) come ordinario e direttore dell’Istituto di Storia Economica. Anche i grandi Maestri (leggi: Armando Sapori) hanno, evidentemente, debolezze umane.

Nel 1958 Aldo sposa – come scrive Marzio Romani – «la donna della sua vita»: Maria Adele Buccellati, che ha otto anni meno di lui. Il loro è un rapporto “ideale”, ma soprattutto la dolce Mariele lo amerà profondamente tutta la vita, fino alla scomparsa nel 2009. Anche il rapporto tra le età ha il suo “peso”: Aldo cessa di vivere con Mariele che l’assiste amorevolmente.

Carlo Masini

Non si può comprendere Carlo Masini (foto a p. 364) se non si tiene conto della sua fede, cioè del rapporto con Dio, che traeva alimento quotidiano nella partecipazione all’eucarestia, di solito nella chiesa di San Ferdinando, nelle vicinanze della Bocconi e della sua casa.

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Carlo Masini ha studiato in Bocconi come studente-lavoratore (figura oggi, ahimè, scomparsa). Ciò significa che era di famiglia modesta (il padre fu un artigiano). Di giorno lavorava all’AEM, l’Azienda Elettrica Municipale. Alle lezioni poteva, dunque, intervenire raramente, con permessi: perciò cercò di concentrarsi sulle lezioni che teneva il comune Maestro Gino Zappa.

Anch’io dico spesso di essere di famiglia modesta (e sostanzialmente è così), ma non fino al punto di essere studente-lavoratore. Mio padre Edmondo fu in grado di pagarmi la retta della Bocconi del primo anno e, in assenza della borsa di studio a partire dal secondo, avrebbe continuato a farlo. Così come fece dopo alcuni anni per mio fratello Beppe.

* * *

Sul Corriere della Sera del 5 novembre 1985 appare l’articolointervista «Lascia la sua cattedra alla Bocconi il “papà” di tanti manager milanesi». In esso si legge, tra l’altro:

[...] dice calcandosi il cappello: «me lo ha insegnato Gino Zappa, il mio maestro. Quando si impegna il cervello, è meglio avere la testa coperta. Anch’io lavoro sempre con un copricapo». A conferma mostra due ritratti di Zappa, il padre della ragioneria: espressione severa, doppiopetto e un bel cappello a falde larghe.

Basta dunque tenere la testa al caldo per diventare grandi aziendalisti? Ci vuole ben altro: competenza, capacità analitica, lungimiranza.

E Carlo Masini, 71 anni a giorni, direttore e docente dell’Istituto di Economia Aziendale alla Bocconi, manager di grande esperienza, queste doti ha dimostrato di averle.

Non a caso si appresta a lasciare la cattedra dopo oltre quarant’anni di insegnamento (conserverà la direzione dell’Istituto per tre anni) con la stima di colleghi, studenti e con un diploma di benemerenza di prima classe concessogli dal ministro della Pubblica Istruzione. Sposato, padre di quattro figli (uno di questi, Mario, è ordinario di Economia delle aziende a Bergamo), una vita divisa tra cattedra e bilanci con rare concessioni alla montagna (lo appassiona) e alla musica classica (lo distende), Masini ha insegnato a diverse generazioni di allievi diventati “quadri” aziendali e docenti: ne è esempio Vittorio Coda, che con il collega Giuseppe Airoldi, gli subentrerà da quest’anno nell’insegnamento.

Professor Masini, qual è il suo primo ricordo, come studente alla Bocconi?

Parliamo del periodo che va dal 1936 al 1940. Il primo ricordo importante è proprio l’incontro con Zappa, un docente di grande spicco umano e scientifico, morale e civico, che ha sicuramente influenzato le mie scelte successive. Il reddito è stato ed è un libro fondamentale per ogni economista aziendale.

Com’era la Bocconi di quegli anni?

Qui non posso essere molto esauriente, perché i miei studi li ho fatti come studente-lavoratore. Il giorno ero impegnato all’AEM, trovando magari qualche spiraglio per seguire le lezioni di Zappa. La sera studiavo. Comunque erano anni difficili per tutto il Paese. Mi sono laureato proprio pochi mesi dopo l’entrata in guerra.

E ancora:

Scorrendo il suo curriculum la si vede presente su poltrone di primo piano delle diverse realtà milanesi: dal ’54 al ’78 per esempio, nel comitato esecutivo della Cariplo.

È stato un grande punto di osservazione che mi ha permesso di seguire l’andamento del panorama aziendale milanese e i relativi risvolti di carattere creditizio. In quel periodo Giordano Dell’Amore mi era presidente in banca e contemporaneamente rettore all’università.

Dal ’59 a ’66 lei è stato presidente dell’ospedale Maggiore, prima dello scorporo dei vari enti.

Un’esperienza breve ma dinamica. Lo sforzo è stato quello di dimostrare come anche le strutture sanitarie debbano e possano essere gestite, avuto riguardo ai problemi di carattere economico.

* * *

Il 21 febbraio 1985 spetta proprio a me, come Rettore della Bocconi, trasmettere al Ministero della Pubblica Istruzione la proposta di nomina a professore emerito, che così recita:

I servizi resi dal Professor Carlo Masini nel campo della cultura sono innumerevoli e di singolare valore. Si ricordano qui, oltre ai servizi in cui si è esplicato il suo costante e fecondo impegno nella ricerca e nell’insegnamento:

-          l’intensa attività svolta come presidente dell’Accademia Italiana di Economia Aziendale, una secolare e gloriosa istituzione che il Professor Masini ha rivitalizzato facendone il massimo organismo associativo con finalità di promozione degli studi aziendali nel nostro Paese;

-          la fondazione della prima rivista italiana di economia aziendale in lingua inglese (“Economia Aziendale Review”), che in pochi anni ha acquistato notorietà e prestigio nella comunità scientifica internazionale;

-          la direzione della “Rivista dei Dottori Commercialisti” per più di vent’anni (a partire dall’anno di fondazione, nel 1949), che è periodico assai prestigioso sia nel mondo della professione di dottore commercialista, sia fra gli studiosi italiani di economia aziendale e di ragioneria;

-          il fattivo, efficace impegno per il restauro dell’Abazia di Mirasole, intrapreso sin da quando era presidente degli Istituti Ospitalieri.

Carlo Masini ha operato nell’Università Bocconi ininterrottamente per ben 47 anni, dapprima come assistente, poi (dopo la libera docenza conseguita nel 1949) come professore incaricato e, infine (dal 1960, dopo i tre anni di straordinario trascorsi a Parma), come professore ordinario.

Si segnalano come particolarmente rilevanti i lavori sulle valutazioni di bilancio, sull’organizzazione del lavoro, sulle tematiche istituzionali di economia d’azienda.

Dai fatti che testimoniano l’intensa e feconda opera svolta da C. Masini emerge con nitidezza il profilo di un Maestro animato da un profondo senso della sua missione di docente, di educatore e di studioso; dotato di vivacità di ingegno e di originalità di uomo di studio e di azione a un tempo, capace di dar vita a nuove iniziative e di battere strade nuove. Le benemerenze acquisite dal Prof. Masini nel suo lungo e proficuo operare presso l’Università Bocconi giustificano ampiamente la presente proposta, da indirizzare al Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica, di conferirgli il titolo di “Professore emerito”.

Tancredi Bianchi

Su richiesta del professor Mottura avevo fissato per il 1° dicembre 2009 la data di presentazione, all’Università Bocconi, della raccolta di Studi in onore, composta per Tancredi Bianchi (foto a p. 364) da una miriade di colleghi e «scolari» (com’egli usa scrivere). Mi ero preparato per tempo; sapevo di non poter (e di non voler) mancare!

Poche ore prima dell’incontro, forse con un po’ di tensione addosso, subii – come mi accade talvolta – un violento sbalzo di pressione. Di solito il medico mi costringe, in questi casi, a un giorno di riposo in casa. Quel 1° dicembre decisi di non avvertire il medico (che mi avrebbe proibito di uscire, specie in una giornata gelida) e di presentarmi alla Bocconi all’ora convenuta. Unica cautela: mi feci accompagnare dal fidatissimo Marco Villani, pronto a sostituirmi (o a collaborare) nella lettura dell’intervento, che per fortuna avevo predisposto, se mi fossi trovato in qualche difficoltà... (con un po’ di sorpresa di tutti lo feci sedere al mio fianco, tra gli illustri colleghi, al tavolo dei relatori).

 In quel 1° dicembre, cercando di dominare l’emozione e il disagio fisico, iniziai a leggere il testo riportato nel Riquadro 2.

Riquadro 2 L’intervento di presentazione per Studi in onore di Tancredi Bianchi

Autorità, colleghi e amici,

sono felice di essere qui oggi per la presentazione dell’importante raccolta di Studi in onore di Tancredi Bianchi. Credo che nessuno più di Tancredi meriti questo riconoscimento, che è stato amplissimo, in misura e qualità forse senza precedenti.

Come egli merita, perché è stato contemporaneamente uno studioso-ricercatore del massimo livello; un docente sempre presente, impegnato e affezionato ai propri studenti; un “Maestro” cha ha generato molti allievi; un professionista che ha operato generosamente “sul campo”, fino alla prestigiosa presidenza dell’Associazione Bancaria Italiana.

Per me Tancredi è stato “l’amico di una vita”.

Tancredi è nato nel 1928 a Caravaggio, nella bassa Bergamasca, un anno dopo di me (che sono nato a Trezzo sull’Adda, in linea d’aria a 15 chilometri di distanza, nel 1927).

Le circostanze della vita mi hanno portato in provincia di Bergamo (a Caravaggio prima e a Treviglio poi) costantemente tra il 1937 e il 1949 e saltuariamente, dopo la laurea, fino al 1952. Dunque per ben 15 anni: l’intera gioventù. Un periodo il cui ricordo rimane indelebile e tra i più felici, nonostante esso comprenda la lunga guerra, perché la giovinezza è sempre (o quasi sempre) felice, specialmente nella memoria.

È da qui che data la mia amicizia per Tancredi: sono passati 72 anni.

 

* * *

Nel libro Banca e Borsa del 2007, che è anche la storia della sua vita, Tancredi presenta l’ambiente e le ragioni della necessaria scelta (che poi “scelta” non fu, ma imposizione), al termine delle scuole elementari a Caravaggio, dell’Istituto tecnico-commerciale Oberdan a Treviglio. Per analoghe ragioni, era stata anche la mia “scelta” un anno prima: il parallelismo delle nostre vite, in questa fase, a me pare addirittura impressionante. Ne riporto alcuni passi, cui seguono brevi commenti. Comincio con una frase consolatoria, che vale anche per me.

Come spesso accade nella vita, un insieme di circostanze, al momento indesiderate, determinano un mutamento di scelte, forse accettato controvoglia, ma che in seguito si palesa fortunato.

L’ordinamento scolastico del tempo riservava il pieno libero accesso a tutte le facoltà universitarie solo a chi iniziava il percorso degli studi medi con il ginnasio e lo proseguiva con il liceo classico, scuole che in quel di Treviglio erano solo private, gestite dai padri salesiani. La scelta della scuola pubblica significava tre anni di media inferiore, con possibilità di accedere alla fine al liceo scientifico, oppure a un istituto tecnico, commerciale o industriale. La mia famiglia non era in grado di avviarmi al ginnasio a Milano o a Bergamo, quindi l’equazione «scuola pubblica/scuola media» fu una prima scelta obbligata. Ma, soprattutto, le vicende della seconda guerra mondiale divennero fortemente condizionanti di qualsiasi scelta: collegamenti con Milano vieppiù rari e incerti ed esposti ai pericoli delle incursioni aeree angloamericane; collegamenti con Bergamo disagevoli; condizioni di vita, anche nell’aspetto dell’appagamento dei bisogni più elementari, sempre più difficili. La scelta della scuola media superiore divenne di nuovo quasi obbligata: l’istituto tecnico commerciale di Treviglio.

Quanto è vero tutto ciò! Ricordo benissimo di quando i professori di Treviglio, terminato il quarto anno, chiamarono mio padre Edmondo – lì ben conosciuto da tutti – e gli chiesero insistentemente come si poteva organizzare un esame (che per me sarebbe stato una formalità) affinché potessi passare alla quinta ginnasio a Milano o Bergamo. Ma mio padre, che pure con sacrificio avrebbe potuto sostenerne l’onere, decise alla fine che non mi avrebbe consentito di rischiare la vita (il mitragliamento ai treni non era un fatto eccezionale)! E aveva pienamente ragione: dal 1943 un poco alla volta scomparvero le carrozze, i convogli si diradarono, gli orari divennero un optional (2-3 ore di ritardo non meravigliavano, eccetera). Tancredi, attento come al solito a tutti gli aspetti della vita, ricorda anche gli aspetti positivi della nostra scelta che pareva dolorosa. In proposito scrisse:

la fortuna mi venne incontro: ottimi insegnanti di Milano, anche di liceo, dovettero chiedere il trasferimento della cattedra per potere sfollare da una città frequentemente bombardata dal cielo.

E incontrai, così, docenti che ricordo con grande affetto: la professoressa Antonietta Bignami, di ragioneria, che culminò la propria carriera di docente vincendo, anni dopo, anche il concorso per la cattedra universitaria, allieva del mio futuro Maestro Gino Zappa; il professor Tapatà e poi il professor Crespi-Legorino per italiano e storia; la professoressa Nordio, che mi insegnò a parlare e a scrivere in francese; la professoressa Montagna di scienze; e via elencando. La seconda lingua di insegnamento fu il tedesco, data la politica estera del tempo, e non l’inglese, che appresi solo all’università.

Molti dei nomi citati da Tancredi mi risultano familiari! Ricordo bene il professor Tapatà declamarci la Divina Commedia, e ricordo quanto mi stimasse, forse in modo esagerato. Lo stesso Tancredi, facendomi arrossire davanti a tanta gente importante, ha in qualche occasione solenne ricordato ai presenti che Tapatà mi chiamò perfino a tenere una lezione, a classi riunite, su uno dei canti danteschi.

Forse egli non si ricorda di un giovane laureato dell’Università Cattolica (allievo del professor Onida), che negli ultimi anni di guerra ci fu docente di Ragioneria: il dottor Michele Motta, che ci ebbe ambedue “scolari” a Treviglio. Michele Motta ancora oggi significa per me (e credo anche per Tancredi): Treviglio, la guerra, la nostra voglia disperata di studiare e (almeno per me) di chiudere in fretta, per entrare alla Bocconi.

* * *

Giunsi alla Bocconi nell’agosto del 1945. Avevo “bruciato” in un solo anno (1944/45) l’ultimo biennio dell’Istituto tecnico-commerciale Oberdan (provvisoriamente trasferito presso la Scuola di Agraria, poiché le nostre aule in centro città erano, se ricordo bene, occupate dai tedeschi) e avevo sostenuto con pieno successo l’esame di Stato finale (cercando, in qualche modo, di aiutare anche alcuni studenti di anni precedenti che, tornati dalla guerra, sapevano ben poco e si trovavano in gravi difficoltà...).

Tancredi scelse una strada più lunga, per le ragioni che spiega con la sua abituale franchezza, rispondendo a chi gli chiede: «Mi dica della sua esperienza in Bocconi».

Devo ammettere che partii con il piede sbagliato. Non per necessità familiari, ma per uno strano desiderio di indipendenza, accettai la proposta di essere assunto alla filiale di Caravaggio della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde.

L’istituto, essendo un ente pubblico economico, come allora veniva definito, avrebbe potuto assumermi solo “in pianta stabile”; ma io ero ancora minorenne (la maggiore età, a quei tempi, si conseguiva al compimento del ventunesimo anno) e in virtù di quegli strani accorgimenti che rendono, in Italia, flessibili e precari i rapporti di lavoro, venni assunto con la qualifica di «impiegato straordinario in soprannumero, personale in esuberanza, con contratto rinnovabile ogni novanta giorni». (...).

Nel frattempo pagavo l’atto di superbia di credere di poter superare con voti alti (l’essere stato a lungo il primo della classe mi condizionava) gli esami alla Bocconi. Studiavo, sempre più con fatica, alla sera, ed ero alla soglia di iscrivermi al terzo anno di corso avendo superato solo cinque esami su trentadue (...).

Mi orientai per la rinuncia al posto di lavoro in banca, ma volli prima diventare maggiorenne e ottenere l’assunzione a tempo indeterminato. Giuntami la lettera in tal senso, ringraziai e mi licenziai. Nei due anni accademici seguenti superai ventisette esami alla Bocconi, con una media di votazione assai prossima al top, tale da poter conseguire i massimi voti e la lode all’esame di laurea. In quei due anni frequentai le lezioni accademiche e scelsi di non avvalermi della sessione straordinaria invernale di esami (così detti esami di febbraio). Studiai molto, ma con diletto.

Ha ottenuto effettivamente tantissimi successi, proprio a cominciare dallo studio. Posso io stesso portare una testimonianza diretta: l’esame, nel luglio 1950, di Ragioneria secondo anno di Tancredi con Gino Zappa. A quei tempi Ragioneria era uno degli esami fondamentali della Bocconi, e si usava con naturalezza la denominazione di radice latina: nessuno ancora infatti pensava di “nobilitarla” ribattezzandola Accounting (così dimenticando che era parte della nostra storia e che la partita doppia era nata da noi alla fine del Quattrocento, con fra’ Luca Pacioli, e dall’Italia era stata esportata nel mondo).

Io conducevo la prima parte dell’esame, quella riservata agli assistenti, e proposi Tancredi Bianchi a Zappa con il voto (interno e riservato, come si usava) di 30/30, avvertendolo per correttezza che si trattava di un mio amico. Zappa lo esaminò a fondo, poi mi disse: «Questo Bianchi lo merita proprio il 30». E il giorno successivo gli affidò la tesi di laurea Quantità economiche nelle banche di credito ordinario. Da quel momento come Tancredi stesso scrive – «eleggevo Zappa mio maestro».

Si laureò “con lode” il 14 giugno 1952 e gli fu proposto di fermarsi in Bocconi; nonostante avesse ricevuto 18 offerte di lavoro da grandi imprese e banche, decise di rimanere seguendo il suo istinto e il suo “cuore”. Scrisse in proposito Tancredi:

Mi venne in soccorso la circostanza che in quell’anno si trasferì alla Bocconi il professor Giordano Dell’Amore, appena nominato presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde. Anche Dell’Amore era un allievo di Gino Zappa e chiese al Maestro di indicargli un giovane da assumere come assistente volontario alla cattedra di Tecnica bancaria e professionale, che egli avrebbe occupato dall’anno accademico 1952/53. E il professor Zappa gli fece il mio nome.

E ancora:

Il posto di assistente all’Università Bocconi era gratuito: inoltre ebbi un elenco di parecchie pubblicazioni scientifiche da leggere e studiare nel giro di due o tre mesi. Poi cominciai ad avere un primo stipendio. Dell’Amore fondò la rivista Il Risparmio e mi chiamò alla redazione della medesima, assegnandomi una stanza nel palazzo della Ca’ de Sass.

* * *

L’estate del 1950 (l’anno del Giubileo di Pio XII, papa Pacelli) fu per molti aspetti eccezionale. Dopo la terribile guerra era stato ripristinato il parco carrozze delle Ferrovie dello Stato; ebbero così termine i viaggi in “carri bestiame” (quelli sui quali siamo saliti dal 1945 al 1949 noi studenti abitanti fuori sede della Bocconi); e si po tornare alle vacanze estive al mare (in genere di 2-3 settimane).

Io e Tancredi passammo a Cattolica, tra luglio e agosto, alcune settimane che tuttora ricordo con nostalgia. Avevamo abitudini un po’ singolari: il ballo serale, che era tornato sfrenato dopo il digiuno bellico, non ci ebbe mai tra i frequentatori; passeggiavamo per le vie di Cattolica discutendo tra noi, ma annoiando i nostri amici, di Economia aziendale e in quell’anno delle bozze di un mio libro in corso di stampa, I rendimenti.

A Ferragosto partimmo per Roma (in pullman da Cattolica) per assistere al Giubileo. Fummo ospiti, sulla via Aurelia Antica, del convento delle suore di clausura di cui una mia zia era madre abbadessa; della tappa ricordo soprattutto la campanella che ci svegliava in piena notte (per noi) per chiamare le suore (come al solito alle quattro) a recitare il Mattutino.

Visitammo, camminando per intere giornate, l’intera Roma; ci commosse, in San Pietro, l’apparizione in Sedia gestatoria della figura ieratica di papa Pacelli: un’immagine che mi è rimasta nella mente per tutta la vita. Ancora inorridisco quando sento qualcuno mettere in discussione quel grande papa: come se avesse potuto opporsi a Hitler!

Ma noi, che abbiamo vissuto quegli anni, ricordiamo bene come la Chiesa (e noi stessi negli oratori, istituzione fondamentale all’epoca) facesse di tutto per aiutare gli ebrei perseguitati da nazisti e repubblichini. E come tutti noi ragazzi, cresciuti in quell’ambiente, fossimo contrari, talvolta (e per quanto possibile) fino all’aperta sconfessione, alle leggi razziali che il fascismo aveva mutuato dal nazismo.

* * *

Dopo la laurea e i primi anni bocconiani affrontammo, come si usava, in atenei esterni il primo incarico universitario e la prima cattedra; solo dopo un percorso non certamente breve – qualcuno ritornava alla Bocconi. Una chiamata in Bocconi immediata, sia per il primo incarico sia per la prima cattedra erano – credo in tutti i campi, ma ne sono certo nel campo aziendale – da escludere (anche perché gli incarichi erano pochissimi e le cattedre aziendali si contavano sulle dita di una mano).

Io e Tancredi partimmo, per la nostra avventura, scegliendo settori differenti: io optai per la via, come allora si chiamava, della Tecnica industriale e commerciale, e Tancredi per quella della Tecnica bancaria e professionale. Così nel 1952/53 assunsi l’incarico all’Università di Genova; e Tancredi, dopo la libera docenza nel 1959, l’incarico a Ca’ Foscari (sulla quale avevano insegnato Gino Zappa e Giordano Dell’Amore) e contemporaneamente a Pisa. Venne poi la cattedra.

Nel 1960 io fui chiamato all’Università di Parma; tornai alla Bocconi nel 1969. Tancredi andò nel 1964 a Ca’ Foscari e a La Sapienza di Roma nel 1968; tornò alla Bocconi nel 1979 (dove fu chiamato il 7 marzo).

La nostra attività in Bocconi ebbe contenuti differenti. Io dal 1974 fui travolto (per 25 anni) dal pesante impegno di consigliere delegato; e per cinque anni anche di Rettore. Non persi mai di vista la ricerca ma dovetti forzatamente ridurre l’attività di docente, riuscendo tuttavia a mantenerla fino all’uscita dai ruoli nel 1999 (cioè per 50 anni).

Tancredi, oltre all’attività di ricerca sempre più consistente, si dedicò costantemente e con straordinario impegno (e, debbo aggiungere, con entusiasmo e piacere) alla docenza, nella quale sono convinto abbia avuto pochi eguali: egli ha sempre provato vera gioia nell’insegnamento e nel rapporto diretto con gli studenti. Tanto che questi (in Bocconi, come a Venezia, a Roma e a Pisa) gli serbano tuttora gratitudine.

Dai loro lavori di tesi Tancredi ha tratto molti allievi, che hanno a loro volta fatto onore al Maestro. Ancora oggi scrive: «Se qualcosa mi manca, e molto, è la passione di sempre della mia vita: cioè insegnare e avere chi ti ascolta».

La testimonianza migliore di questa dedizione alla docenza fu la sua ultima lezione in Bocconi, quando nel 2000, per raggiunti limiti di età, uscì dai ruoli. In quel giorno ero anch’io presente e ricordo nitidamente che quando, alla conclusione, si congedò dai propri studenti, si emozionò fino alle lacrime. Poco mancò che a quelle lacrime mi associassi anch’io.

Colloco nel tempo le date mi aiuteranno a essere sintetico – lo svolgersi di questa effettivamente eccezionale carriera prendendo le citazioni sempre dal libro Banca e Borsa.

1959 – La libera docenza.

Commissione: Ugo Caprara, Giordano Dell’Amore, P. Saraceno. Pieno successo (unitamente ad Antonio Confalonieri e ad Alberto Arienti).

1964 – La cattedra.

Il concorso per la cattedra fu particolarmente tormentato come spesso accadeva, in quei tempi, per i concorsi universitari. La commissione giudicatrice si modificò per effetto delle dimissioni di due commissari: il professor Salvatore Sassi, col quale fui dipoi in ottimi rapporti, poi il professor Mario Mazzantini. Alla fine, dopo due anni dalla prima nomina della commissione, risultai primo ternato (a quel tempo la commissione proponeva fino a tre candidati per la nomina a professore straordinario) all’unanimità. Secondo fu il caro amico Antonio Confalonieri e terzo venne designato Arnaldo Mauri.

Chiamato poi alla cattedra sia da Venezia sia da Pisa, scelse Ca’ Foscari; ma (con la sua solita disponibilità e coraggio) accettò anche l’incarico a Pisa, sollecitato dal professor Giannessi.

Una richiesta alla quale, se si ha il senso dell’amicizia, potevo solo consentire, pur consapevole del disagio di abitare a Bergamo e di insegnare a Venezia e a Pisa. Ho però sempre tenuto le mie lezioni, con il conforto dell’apprezzamento dei miei scolari. Il binomio Venezia-Pisa durò tre anni, poi il professore Dell’Amore mi fece partecipare al concorso per il trasferimento all’Università di Roma La Sapienza. Sede di altissimo prestigio, ma che, in quel momento, non desideravo.

1968/79 – Cattedra a La Sapienza.

Con l’anno accademico 1968/69 mi trasferii a Roma e da allora l’attività didattica e di ricerca si intrecciò con l’esperienza concreta dell’attività bancaria.

3 marzo 1979 – La “chiamata” alla Bocconi.

Ero presente il 7 marzo 1979, quando Tancredi venne chiamato alla cattedra di Economia delle aziende di credito – Corso progredito. Leggo nel verbale la presenza di amici, molti dei quali da tempo scomparsi:

Presiede la riunione il Rettore, Professor Innocenzo Gasparini. Sono inoltre presenti i Professori: Francesco Brambilla, Giorgio Pivato, Aldo De Maddalena, Carlo Masini, Luigi Guatri, Ariberto Mignoli, Gianguido Scalfi, Adalberto Predetti, Roberto Ruozi, Emmy Rosenfeld e Vittorio Coda, che funge da Segretario.

Dopo di che la facoltà con voto unanime e palese delibera di chiamare il professor Tancredi Bianchi a coprire per trasferimento la cattedra vacante a decorrere dal 1° novembre 1979.

La Bocconi, in quel giorno, inscrisse tra i suoi ordinari due docenti che ne hanno segnato la storia: oltre a Bianchi, venne infatti chiamato Mario Monti alla cattedra di Teoria politica monetaria. Quella doppia chiamata coincideva anche con la fine delle difficoltà economiche che, negli anni precedenti, avevano reso difficile la gestione (per me iniziata nel 1974 come consigliere delegato): la cordiale intesa” che mi legava al Rettore Gasparini da diversi anni aveva dato i suoi frutti più importanti.

* * *

Ho sempre sostenuto che per gli aziendalisti «l’attività professionale è il nostro esperimento». E che sbagliano coloro che credono il contrario, poiché rimangono “incompleti” e spesso “lontani dalla realtà”, quando pur non si perdano in analisi di argomenti puramente astratti e, quindi, limitati all’attenzione di pochi poiché non interessano gli operatori, né gli esperti, né i professionisti; e neppure incidono in alcun modo sulle aziende, né si preoccupano del bene del Paese.

Fra le prime esperienze di Tancredi Bianchi nel settore aziendale ci fu la SFI (Società Finanziaria Italiana) della quale, nella seconda metà degli anni Sessanta, su nomina di Banca d’Italia, divenne commissario liquidatore: «il dissesto faceva capo a un certo Baldini di Pavia, che aveva abusivamente svolto attività bancaria».

Tra i suoi collaboratori chiamò un giovane (e allora sconosciuto) avvocato milanese, Giorgio Ambrosoli, che da quella esperienza trasse la preparazione (il coraggio l’aveva già di suo) per fronteggiare Sindona nelle terribili vicende della liquidazione coatta della Banca Privata Italiana.

Durante il periodo de La Sapienza (presso la quale, come abbiamo visto, fu ordinario per 11 anni) divenne presidente del Collegio sindacale del Banco di Roma, quando Ferdinando Ventriglia ne era consigliere delegato (così com’era consigliere economico di Vittorino Colombo, ministro del Tesoro).

Lo racconta lui stesso. Il Banco di Roma, per agevolare la liquidazione coatta della Banca Privata Italiana (BPI: «un acronimo scrive Bianchi, che nelle tempeste sa sempre sorridere che nel mondo bancario italiano non pare portare fortuna»), decise di acquisire la partecipazione nell’Immobiliare Roma (già Generale Immobiliare, la maggiore impresa edilizia italiana dell’epoca; tra l’altro aveva costruito molto bene anche a Milano, come l’edificio di via Sismondi/viale Campania che fu l’abitazione mia e di Luigi Antonelli).

Fui incaricato di esprimere un parere interno al proposito del pacchetto azionario in discorso. Lo redassi sul fondamento dell’ipotesi che il complesso di immobili della società potesse essere venduto con il sostegno di appropriati mutui di credito fondiario e che la società fosse accompagnata nella ripresa produttiva da adeguato sostegno finanziario.

A questo punto Bianchi si trovò (come del resto accadde a molti grandi aziendalisti italiani) di fronte a un’esperienza sconcertante e dolorosa. Lasciamo che lui stesso ce la racconti:

L’amministrazione del Banco, che non poteva o non voleva gestire la partecipazione, pensò di mobilitare alcuni imprenditori del settore, definiti dalla stampa come “palazzinari”, i quali contestarono in seguito, in tutto o in parte, l’operazione, che mi parve, potrei sbagliare, per loro più di natura speculativa che non di investimento di lungo termine. Sindona, a sua volta, contestò il Banco, affermando che non poteva disporre del pacchetto azionario. La magistratura aprì fascicoli di indagine penale, e anch’io mi ritrovai con una comunicazione giudiziaria.

Tancredi ha ragione, ma desidero dirgli, con fraterno affetto, che casi simili sono capitati a tutti gli accademici che si sono trovati in posizioni rilevanti: anche a me. E noi siamo stati, caro Tancredi, tra i fortunati, poiché ne siamo usciti subito. Altri nostri ottimi colleghi (che se viventi non nomino per non riaprire ferite ancora dolenti) hanno penato molto di più: talvolta fino all’appello. E come non ricordare il caso doloroso dell’innocente Antonio Confalonieri, che morì prima di giungere all’appello! Dell’Amore, poi, che fu nostro comune sostenitore e amico, morì addirittura prima del processo di primo grado, nel quale tutti gli altri suoi “coimputati” sopravvissuti vennero assolti con formula piena!

* * *

Nel campo della gestione di banche in posizioni eminenti, Tancredi raggiunge l’acme, tra il 1981 e il 1988, col Credito Bergamasco, a quell’epoca indipendente.

Ci facciamo raccontare da lui stesso questa esperienza poiché non ebbi l’opportunità di seguirlo nell’opera validissima svolta in favore della banca bergamasca:

Il patrimonio netto contabile del Credito Bergamasco era, alla fine degli anni Settanta dello scorso secolo, di circa 4 miliardi di lire; nel 1988, ultimo bilancio della mia gestione, ammontava a 600 miliardi di lire. Nel contempo, il numero dei soci crebbe da quattromila a ventimila, e la capitalizzazione di mercato (le azioni erano quotate al mercato ristretto) aumentò, tenuto conto degli aumenti di capitale, di quattrocento volte. Scusate se è poco!

E ancora, sul dilemma «se espandersi o essere assorbiti da altri», racconta:

Negli anni Ottanta, quando il Credito Bergamasco raggiunge la punta di redditività, di efficienza organizzativa, di solidità patrimoniale, l’eccesso di prudenza fece perdere molte occasioni, giudicate al momento assai rischiose. Toccai con mano la validità del proverbio: «chi non risica, non rosica».

Come presidente di Assbank tentai una prima soluzione: tutte le banche dell’associazione avrebbero dovuto partecipare alla ricapitalizzazione dell’Ambrosiano e al risanamento della banca. Una via consortile, ma il Consiglio d’Amministrazione del Credito Bergamasco declinò unanime l’invito a partecipare all’iniziativa proposta, che segnò invece l’inizio dell’ascesa nel mondo bancario di quel grande personaggio che è Giovanni Bazoli.

Mancato l’appuntamento con l’Ambrosiano e con la Provinciale Lombarda (la Popolare di Bergamo si rifarà in parte acquistando dal Nuovo Banco Ambrosiano, in fase di ristrutturazione e di risanamento, il Credito Varesino), il Credito Bergamasco restò una banca ricca, piccola, efficiente, senza nessuno scheletro nell’armadio, ma estremamente appetibile, giacché non aveva vocazione di essere aggressiva. Non sapeva tessere la tela delle alleanze, e anch’io non ero un soggetto adatto al proposito. Verso la fine degli anni Ottanta, il Credito Bergamasco venne scalato.

La scalata, iniziata dal Gruppo Preatoni (uno scalatore-speculatore), fu conclusa dal Crédit Lyonnais che lanciò l’OPA. Scrive Tancredi:

L’operazione del Crédit Lyonnais si perfezionò nel 1989, e nell’aprile di quell’anno, il giorno 2, io fui colpito da infarto miocardico. Sette giorni dopo, mentre ero in camera di rianimazione all’ospedale, il Consiglio mi destituì dalla carica di presidente, che avevo assunto nel novembre dell’anno prima. Lasciai il Creberg alla scadenza naturale del mandato di consigliere d’amministrazione, nel 1990.

Dunque, pur in presenza di grandi meriti acquisiti durante otto anni di brillante attività, destituito mentre si trovava in camera di rianimazione! Si è mai visto nulla di simile? Dopo vent’anni non so ancora trattenere lo sdegno! Fu una vera vergogna!

Anche del periodo di Tancredi come presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, direttamente so poco, salvo che la proposta gli venne nel 1991 dal professor Pellegrino Capaldo e dal dottor Cesare Geronzi (all’epoca presidente e direttore generale del Banco di Roma) e che una “commissione di saggi” presieduta dal professor Bazoli lo designò, così che fu nominato con voto unanime nel luglio 1991.

Lui stesso ci racconta il programma che espose con molta franchezza al Governatore dell’epoca, Guido Carli:

A Carli dissi che mi proponevo, come presidente dell’ABI, di non difendere idee e di non sostenere tesi che non avrei esposto ai miei scolari all’Università Bocconi e nelle mie pubblicazioni scientifiche. Non volevo pensare di difendere il sistema bancario con compromessi, piegando il ginocchio davanti ai potenti del momento. Sorridendomi commentò: «Non sarà facile».

Ma nella sostanza credo di esserci abbastanza riuscito. Anche essendo scomodo per alcuni colleghi del comitato esecutivo dell’ABI, inevitabilmente solleciti agli interessi contingenti della banca cui erano preposti.

All’ABI Tancredi rimase dal 1991 al 1998. E per ben 21 anni (dal 1982 al 2003) fu presidente dell’Associazione Nazionale delle Aziende Ordinarie di Credito.

* * *

Tancredi Bianchi è sempre stato un amico della Banca Popolare di Bergamo. Anche se i suoi importanti incarichi al Credito Bergamasco e poi alla presidenza di ABI gli consentirono solo tardi, e per un breve periodo (come presidente di Centrobanca), di assumervi incarichi.

Infatti entrò al Credito Bergamasco nel 1981, anno in cui io divenni presidente del collegio sindacale della Banca Popolare di Bergamo (carica che ricoprii per 26 anni); lo incontrai solo tra il 2000 e il 2003 in Centrobanca.

Ma durante tutti questi 26 anni (tra il 1981 e il 2007) l’incontro con Tancredi era per me un’occasione di amichevole, quasi un familiare confronto durante le interminabili assemblee annuali dei soci. Quelle ore mi fornivano l’occasione di scendere dal palco (dove stavano i vertici della banca) e sedermi accanto a lui per salutarci e scambiare opinioni: questa per me era, spesso, la parte più interessante dell’assemblea.

Negli ultimi anni, quando non reggevo più le 5-6 ore di assemblea, attendevo l’intervento di Tancredi (durante il quale al normale brusio di sottofondo, che centinaia e perfino migliaia di soci inesorabilmente generavano, si sostituiva un religioso silenzio). Era di solito il solo intervento che mi interessasse; al termine spesso mi scusavo col presidente e uscivo.

Della recente monumentale opera sulla storia della Banca Popolare di Bergamo, Emilio Zanetti ricorda in prefazione che il motto che ne costituisce il sottotitolo (Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo) è stato coniato da Tancredi, che è stato anche l’autore della “parte concettuale” del libro, con le 46 pagine dedicate a “Il mutamento di scenario degli ultimi quarant’anni”.

In essa dimostra, oltre che le sue ben note competenze, l’affetto che lo lega non solo alla principale banca, ma l’amore per la terra bergamasca, dove è nato e dove ha vissuto, pur spaziando in tutto il Paese e su più vasti orizzonti per la sua attività professionale e di ricerca. A lui stesso, dunque, si attaglia il motto che ha creato: «Con i piedi nel borgo e la testa nel mondo».

* * *

“Considerate la vostra semenza”: questo è il titolo della lectio di ringraziamento che Tancredi Bianchi svolse all’Università Bocconi il 1° dicembre 2009: quella cui ho partecipato “a ogni costo”, come ho detto. Ne avevo ben ragione: non ho mai sentito nulla di più affascinante e coinvolgente. È un capolavoro e la condivido di tutto cuore!

La lectio è anche una disamina originale e puntuale delle vere cause fondamentali della crisi bancaria e finanziaria internazionale scoppiata nel 2007: con riguardo specifico agli errori commessi dalle banche e spesso condivisi, nel corso degli ultimi decenni, da supponenti accademici, specie anglosassoni. I quali dovrebbero, un giorno o l’altro, decidersi a recitare il mea culpa. Verso Tancredi Bianchi la Bocconi ha un grande debito di riconoscenza: egli ha contribuito, con la ricerca, con l’insegnamento, con gli importanti incarichi pubblici a diffondere in tutta Italia e nel mondo la fama della nostra università.

Da lui i bocconiani di Finance e di altri dipartimenti aziendali hanno ancora oggi molto da imparare: vorrei che se ne rendessero conto, per il bene loro e dei loro allievi. Non so se abbiano letto la lectio di ringraziamento di Tancredi Bianchi; se non l’anno fatto, l’ho già detto, li esorto a farlo. Un giorno lo ringrazieranno. E sono stato felice quando, con l’aiuto di Mario Monti e di Gavino Manca, l’abbiamo chiamato nel Consiglio dell’Istituto Javotte Bocconi Associazione Amici della Bocconi: l’organo come recita la “missione” dell’Istituto che si pone come principale punto di riferimento delle scelte strategiche e di governance dell’università, in coerenza con lo spirito animatore dei Fondatori e facendo tesoro dell’importante patrimonio culturale acquisito nel tempo.

Victor Uckmar

Annovero Victor Uckmar (foto a p. 365) tra i miei più cari e affezionati amici. Il nostro rapporto risale a lungo nel tempo, all’incirca agli anni Sessanta del secolo scorso. Parto tuttavia da un momento particolare: quando ci incontrammo nella sua bella villa di Arenzano, noi ex amministratori e sindaci di Montedison. Era l’estate del 1993 e sia Cagliari (in carcere a San Vittore) sia Gardini (in piazza Belgioioso) a Milano si erano da poco suicidati. Victor accoglieva tutti sorridente, ma in realtà si parlava di fatti tristi. Si trattava più precisamente di scrutare “cosa” potesse accadere. Si facevano i conti, s’ipotizzavano realizzi: quasi sempre si concludeva che il valore dell’azione non si sarebbe annullato, che forse sarebbe stata conservata la parità.

Il prodromo a tutto ciò era stata la tumultuosa assemblea degli azionisti di fine giugno. Mi trovavo ad Arenzano quando mi giunse la chiamata dell’avvocato Enrico Pizzi, segretario del Consiglio, verso le 11 di sera. «Professore, è necessario modificare il bilancio. Il presidente lo aspetta domani mattina alle sette». Il diktat pare fosse venuto da Mediobanca, in veste di «protettrice» di Montedison.

* * *

Ma torniamo a Uckmar. La sua è una storia... esplosiva. Victor nasce da Antonio, avvocato e giurista originario di Gorizia, e da Bianca Helena, cilena. Da giovane frequenta il liceo D’Oria a Genova, dove il padre aveva aperto uno studio di avvocato. Finisce durante la guerra gli studi a Novi Ligure, ove era sfollato. Qui partecipa alla Resistenza, che in Liguria com’è noto è molto attiva. Victor è sempre stato coraggioso: non poteva mancare all’appello! Nel luglio 1947 si laurea a Genova in Giurisprudenza, conseguendo la dignità di stampa per una tesi di Diritto civile sul contratto preliminare di compravendita.

Il padre, lo stesso giorno della laurea, lo invita a versare una quota per concorrere alle spese di casa (viveva, figlio unico, con i genitori) e gli offre anche lo strumento per farlo: un compenso per revisionare le bozze del commentario alle tre imposte straordinarie sul patrimonio, introdotte nel 1947, nonché della nuova edizione de La legge del registro e avviare un codice della stessa imposta in modo innovativo. L’interessamento per il diritto tributario si sviluppa con il programma del padre di riprendere la pubblicazione della rivista Diritto e pratica tributaria sospesa durante la guerra: era stata fondata nel 1926.

* * *

La passione che il padre dedicava all’insegnamento lo sospinse ad avvicinarsi alla carriera universitaria; fu così accolto come assistente volontario da Mauro Fasiani, titolare della cattedra di Scienza delle finanze e Diritto finanziario nella facoltà di Economia di Genova ed economista purissimo che non dava spazio al diritto.

Fu il professor D’Albergo a rendersi conto del suo interesse a inserirsi nella vita universitaria: da ciò l’incarico, nel 1954, alla facoltà di Economia dell’Università di Pisa: la materia era etichettata Scienza delle finanze e diritto finanziario, ma due terzi dell’insegnamento erano dedicati al diritto tributario.

Nelle puntate milanesi Victor ebbe l’occasione di frequentare lo studio di Tullio Ascarelli (grande amico del padre, morirono nella stessa clinica di Roma nel novembre 1959) e quindi entrare in amicizia particolarmente con Ariberto Mignoli, Uberti Bona, Raffaele Nobili, e fu incaricato di redigere per la Rivista delle società, appena fondata, una rassegna di giurisprudenza per le imposte gravanti sulle imprese e quindi di un tema sostanziale per il diritto tributario.

Esperienza che gli fu poi utile anche per la monografia Principi comunitari di diritto costituzionale tributario (successivamente pubblicata in Brasile e in Argentina) e per l’offerta di partecipare all’International Tax Program, all’Università di Harvard, con il volume sull’Italia (a causa di altri impegni, gli subentrò Francesco Forte).

Ascarelli e Mignoli determinarono i primi contatti di Victor con Bruno Visentini, e quindi con Antonio Berliri e Cesare Cosciani (il mondo dell’Assonime). Così Victor incominciò a interessarsi della finanza pubblica e dell’assetto dell’ordinamento tributario in termini concreti, anche per l’impegno di suo padre, presidente dell’Associazione Nazionale Tributaristi Italiani.

L’impegno divenne ancor più intenso a seguito della sua scomparsa (nel 1959) e ciò anche nella professione, che fino allora lo aveva poco assorbito. Con la morte del padre si trovò nella necessità di salvaguardare lo studio professionale (oggetto di invidia e di tentativi di «preda» da parte di molti avvocati, specialmente professori universitari).

L’audacia lo ha aiutato a conservare l’intera clientela acquisita dal padre e in ufficio era solo: c’era l’avvocato Giuseppe Antoldi, «giovane» di studio, ma quasi un coetaneo di suo padre, che si occupava solo di controversie di lavoro; ed era appena entrato Corrado Magnani, ancora dottore, laureatosi col padre.

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All’inizio dell’agosto 1962, l’avvocato Domenico Borasio, presidente dell’Eridania, molto legato al padre, lo chiamò per riferirgli che era stato incaricato dal CNEL di svolgere una relazione sul contenzioso tributario.

Soddisfatto per il lavoro che prontamente Victor gli consegnò, Borasio – affiancato da Giuseppe De Andrè – gli affidò la consulenza del gruppo e innanzitutto la redazione di una memoria conclusionale per la Commissione centrale in merito a una vertenza di interesse della collegata Cavallino Rosso snc.

Alla fiducia da parte dell’Eridania conseguì quella dell’Agricola finanziaria, di Monti e poi Ferruzzi, Gardini, Schimberni e quindi Montedison, di cui fu consigliere d’amministrazione, della SOPAF, del Credito Italiano, Credito Italiano UK e di Class Editori, di cui diventò presidente e di cui era amministratore delegato il suo ottimo studente a Genova, Paolo Panerai.

La corrente favorevole fu alimentata da una sua “invenzione”: era un periodo di acquisti da parte di armatori italiani di navi straniere, la cui importazione doveva essere soggetta all’IGE; prospettò con successo anche in Cassazione che il tributo non era applicabile in quanto il trasferimento di navi è in sostanza parificabile alla cessione di azienda, operazioni non soggette al tributo. La sua notorietà si accrebbe nel 1980 quando sostenne, con successo, dinanzi alla Corte Costituzionale, la tesi (artt. 3 e 53 Cost.) secondo la quale i lavoratori autonomi, al pari dei dipendenti, non dovevano essere assoggettati all’ILOR. La notizia lo portò all’effige su Capital, distribuita nelle edicole di tutta Italia, il che gli creò anche... qualche invidia da parte di colleghi.

* * *

Quello del concorso fu un periodo molto intenso, poiché dovette svolgere l’attività professionale e ultimare una monografia da presentare («A questo lavoravo notte tempo dalle 23 alle 5 del mattino. Dormivo due ore dopo cena e dalle 5 alle 7,20 più mezz’ora di “pennichella”»).

Nel 1958 era stato previsto un concorso di ordinariato per Scienza delle finanze e Diritto finanziario: appena dopo il decesso del padre alcuni professori, che avevano manifestato appoggio alla sua candidatura, se ne dimenticarono. Ma un gruppo di giuristi – sospinti da Salvatore Satta e Francesco Brambilla della Bocconi e coordinati da Lorenzo Acquarone (allievo di Roberto Lucifredi) con l’appoggio della scuola napoletana (in particolare di Alfonso Tesauro e Giuseppe Abbamonte) – fece un’intensa campagna elettorale. Gli economisti furono sopraffatti e risultarono eletti Satta, Lucifredi, Abbamonte, Nigro e Silvestri e così, nel 1967, vinse il concorso bandito dall’Università di Ferrara e lo stesso giorno fu chiamato alla cattedra di Genova.

Successivamente furono chiamati dalla facoltà di Giurisprudenza di Genova i suoi allievi, Corrado Magnani e Gianni Marongiu, con i quali venne fondata la cosiddetta Scuola genovese di Diritto tributario e istituito il primo dottorato di Diritto tributario internazionale, che si avvalse anche di autorevoli docenti stranieri e per primo di Jaap Van Hoorn.

Nel contempo, a partire dal 1970 più volte Innocenzo Gasparini, allora preside, Francesco Brambilla e Ariberto Mignoli gli proposero il trasferimento alla istituenda cattedra di Diritto tributario presso l’Università Bocconi, ma non se la sentì per ragioni familiari (specie la mamma anziana e la cura di tre figli, essendo divorziato) e per l’attaccamento alla facoltà natale, ma accettò di assumere l’incarico (fu il primo insegnamento, in Bocconi, della materia) fondando nel 1975 il Centro di ricerca tributaria delle imprese (Certi), che acquisì notevoli incarichi anche da parte di governi ed enti pubblici.

Nel proprio ambito istituì il master in Diritto tributario, uno dei primi in Italia. E l’incarico alla Bocconi perdurò dal 1968 al 2000 (32 anni!)

In quel periodo Victor intensificò il rapporto con me, che da professionale divenne di affettuosa amicizia: fu per tutti una grande gioia. E così con la creazione di ACBGroup e la chiamata in un gruppo di autorevoli studiosi bocconiani per delineare le linee guida per le valutazioni incorporate nel volume Linee guida per le valutazioni economiche – pubblicato da Egea nel 2009 – che porta il nome di Victor accanto al mio, e ancora, nel 2011, la fondazione della rivista Strumenti finanziari e fiscalità, pure questa nell’ambito della Bocconi.

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Unitamente – non a scapito, semmai a vantaggio per la conseguente osmosi all’attività di insegnamento Victor svolge la professione di avvocato. E ciò anche per il fine così mi dice di «reperire i mezzi economici per affrontare le necessità della vita, non coperti dallo stipendio dei docenti universitari. Senza mirare alla ricchezza se non quella per una vita agiata: casa, salute, famiglia e così anche evitando le ansie degli investimenti speculativi». Negli anni il lavoro si era notevolmente accresciuto e quindi non era più sufficiente la dedizione personale. Era necessaria una collaborazione collettiva e così fu fino al 2000, con Corrado Magnani e Gianni Marongiu (suoi colleghi anche all’università). La vita li portò più tardi a separarsi, in un periodo duro, quando Victor aveva anche problemi familiari.

Nel 2008 col figlio Antonio decise di costituire l’associazione con partecipazione paritaria nelle decisioni e compenso quantificato sulla attività dei singoli, insieme a giovani avvocati di eccezionale capacità: Giuseppe Corasaniti, Caterina Corrado Oliva e Paolo de’ Capitani di Vimercate, tutti e tre impegnati anche nella ricerca scientifica e nell’insegnamento. Insieme vararono il Manuale di diritto tributario internazionale (edito da Cedam) con larga diffusione in America Latina ed edizioni in nove Paesi (è già stato pubblicato in Colombia, Brasile e Argentina), ciascuna con l’adattamento nella parte speciale al loro ordinamento. Per Victor da allora è iniziato un periodo di grande serenità e entusiasmo anche perché in quei giovani vi sono eccezionali capacità per affrontare difficoltà sempre crescenti, specialmente in materia tributaria, anche per l’apertura di nuovi e complessi fronti.

L’ufficio ha sede a Genova (dove Victor è allietato dall’affettuosa presenza, quasi quotidiana, della figlia Alessandra), Milano, Roma e Buenos Aires (con presidio anche della figlia Francesca e dell’avvocato Cristian Billardi). La famiglia di Victor è nel tempo cresciuta: otto nipoti e tre pronipoti.

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Quante volte, con Victor, abbiamo parlato dell’Argentina! È una terra cui siamo entrambi molto legati. Ma Victor ha fatto grandi cose per quel Paese e vi ha assunto gravosi impegni.

Raccontano le cronache che il suo legame con l’Argentina sia nato quasi per caso. Mentre esplorava le Ande, tra il Cile e l’Argentina, la comitiva fu costretta a trovare rifugio sul versante argentino a Salta, una cittadina varie centinaia di chilometri a nord di Buenos Aires. E Victor se ne innamorò. Acquistò, in primis, una grande fazenda, la cui piantina spiccava in bella vista nella sua villa di Arenzano; ne parlava volentieri, quasi con entusiasmo. Nel contempo cominciò a insegnare (la sua vera passione!) all’Università Cattolica di Salta, dove i suoi libri di diritto tributario erano già noti. Nel 1989 divenne anche consulente del ministro degli Esteri Cavallo.

L’Argentina giunse, nel 1996, a un buon livello di stabilità, coi bilanci in regola. Ma già nel 1997 i ricavi pubblici delle privatizzazioni erano terminati e la Borsa – dopo una fase di entusiasmo – si avviò verso la depressione. Così, per pagare il debito estero non rimanevano che i settori “forti” delle esportazioni (agricoltura e allevamento). È opinione di Victor che né negli USA né l’Unione Europea l’abbiano voluta aiutare. Eppure sarebbe – sottintende – bastato poco.

Si giunge così al default, nel 2001. Quando molti italiani, anche incoraggiati dalle banche, investirono nei rischiosi bond: molti di loro si dimenticarono che maggior rischio significa – inesorabilmente – maggiore probabilità di perdita (e le banche non sempre li avvertirono). Mi pare di ricordare che Victor e io, pur sentimentalmente amici dell’Argentina, avessimo privatamente segnalato la circostanza. In noi non vi era (come nelle banche, se del caso) alcun conflitto d’interesse.

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Ad Arenzano il nostro incontro alla messa delle 10,30 in Pineta era tradizionale e veniva usato da Lina nei confronti dei nostri figli (che non sono praticanti) come un mezzo per convincerli: «Ma come, se persone del livello di vostro padre e del professor Uckmar sono praticanti, perché mai non lo siete voi?».

Nella messa dei piccoli paesi (e Arenzano ne è un esempio) qualche volta le prediche al Vangelo lasciano a desiderare, nel senso che non sono proprio esempi di arte oratoria, specialmente quando divagano sui fatti del giorno. «Dovrebbero attenersi al Vangelo», dicevamo spesso con Victor.

Nei passi della messa cantata, mi ricordava Victor negli ultimi anni, la voce intonata di Lina aiutava noi (che non sappiamo cantare) a mantenere il tono. Poi non me lo disse più, perché si accorse che ogni volta mi venivano le lacrime agli occhi...