Il mondo di Guatri
2026/7
Prefazione
Il successo del primo volume di Li ho visti così, in cui si è trattato di venti personaggi che ho conosciuto durante la mia vita accademica e professionale, mi ha convinto dell’opportunità di un seguito. Questa vita operativa è ormai tanto estesa nel tempo (ha superato i 61 anni) che di grandi e grandissimi personaggi – spesso “nel bene” e talora “nel male” – ne ho incontrati molti altri. Di alcuni di loro (ma l’elenco, come dirò, non è ancora esaurito) si tratta in questo secondo volume.
Mi sono convinto a questo passo anche in considerazione del fatto che per il primo volume il temuto «rischio, in nome dell’obiettività (inevitabile per uno studioso), di attirarmi odi e scomuniche» non si è per nulla verificato. Con un certo sollievo da parte mia (e anche di Ermes). Anzi, la “figura” vivente di cui abbiamo trattato (Virgilio Degiovanni, il protagonista di Freedomland) ha telefonato ringraziandomi.
Delle regole poste nel primo volume per la scelta dei personaggi si è variata di poco solo la prima, che suona così (prefazione, p. IX):
Ho fatto riferimento solo a personaggi del passato, escludendo i viventi (salvo casi specificamente motivati); come, del resto, scriveva il filosofo Joubert «la storia, come la prospettiva, ha bisogno della lontananza».
Joubert continua ad avere ragione, ma i tre personaggi viventi qui trattati hanno con me avuto rapporti così estesi nel tempo (di molti decenni; e in un caso addirittura di oltre settant’anni) che la “lontananza” e la “prospettiva” vengono comunque rispettate. Quando giudicato opportuno, comunque, il racconto si ferma ad alcuni anni or sono, proprio per conservare la prospettiva.
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I chiarimenti sul secondo volume sarebbero incompleti se non ricordassi ancora che alcuni capitoli comprendono anche “copersonaggi”, che pure sono protagonisti (nel bene o nel male) nell’ambito della storia del personaggio “dominante”. Gli esempi sono di diverso tipo: nella lunga trattazione su Enrico Cuccia, per connessione di fatti, appaiono anche l’oscura figura di Michele Sindona e quella luminosa di Giorgio Ambrosoli; trattando dell’opera, durata 55 anni, di Emilio Zanetti appaiono le figure positive e rilevanti di Lorenzo Suardi e di Giuseppe Antonio Banfi; nella trattazione di Uberto Visconti, quella di Guido Isolabella; nella trattazione di Gianmario Roveraro, quella sconcertante di Callisto Tanzi (con la “sua” Parmalat). Nel corso della composizione del testo, infine, accanto a Franco Nobili assume rilievo la figura di Pier Paolo Mattioli (che avevo tenuto in sordina nella speranza di «non riaprire ferite forse ancora dolenti». La sua improvvisa scomparsa ha superato questo mio ritegno, confermando che purtroppo esse erano ancora aperte).
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Mi ha molto rattristato constatare che due dei tre personaggi bocconiani trattati qui sono visti dai loro familiari come del tutto dimenticati dalla nostra e loro università, pur avendo certamente contribuito a farla grande: Giovanni Demaria e Gianguido Scalfi. Oltre che Rettori in periodi difficili o difficilissimi, sono stati studiosi e docenti di “grande spessore”, sono “glorie” della Bocconi.
L’elenco dei grandi bocconiani “dimenticati” (o che rischiano di esserlo) non è ancora concluso: il terzo volume – se Dio mi darà vita – ha pronte altre figure: da Innocenzo Gasparini (il Rettore al cui fianco fui per 9 anni come consigliere delegato e col quale formai un sodalizio che nella seconda metà degli anni Settanta portò la nostra università fuori dai guai economici) a Giorgio Pivato (che agli studi sulla Borsa valori e alla Finanza aziendale dedicò la vita – anche se oggi alcuni suoi successori sembrano aver “messo in soffitta” questa disciplina).
Ricorderò anche Aldo De Maddalena, amico degli anni giovanili nella Bocconi dell’immediato dopoguerra fino al commuovente saluto col quale lasciò – nell’imminenza della scomparsa – il Consiglio dell’Istituto Javotte Bocconi, 60 anni più tardi. Infine Sergio Vaccà (mio coetaneo, insieme al quale mi battei a lungo per conservare nei concorsi a cattedra un poco di giustizia; fu mio successore all’Istituto delle fonti di energia, che portò a grandi livelli; introdusse in Italia l’Economia industriale; foto a pp. 373 e 379).
Dalla storia dei personaggi di questo volume derivano tre citazioni (vere e proprie epigrafi), che mi piacerebbe fossero scolpite sulla pietra:
La Bocconi è laica come noi, ama l’efficienza, crede nell’iniziativa privata (Indro Montanelli, 1992).
So di parlare in una Scuola ricca di volontà nel progredire verso un mondo più libero, più giusto e più solidale (Gianguido Scalfi, 1994). Considerate la vostra semenza (Tancredi Bianchi, 2009).
Ebbene di questi concetti vorrei che i bocconiani di oggi, aprendosi giustamente al mondo, non si dimenticassero del tutto. Non vi è alcuna ragione per rinnegare (o anche semplicemente per scordare) il nostro passato[1].
Sarebbe iniquo (e non avrebbe senso) se ci occupassimo solo di “bocconiani”. Vi sono altri accademici con i quali ho avuto frequenti rapporti e ai quali va la mia ammirazione: Salvatore Sassi (l’aziendalista napoletano di cui fui successore all’Università di Genova a 26 anni; egli fu nel contempo anche professionista di classe; e lasciati tutti gli incarichi a 70 anni, si dedicò alla storia di De Gasperi); tra i personaggi viventi, Victor Uckmar (il “re” dei tributaristi italiani, col quale ho condiviso molto nella vita, e il cui spirito ancora giovanile mi è sempre stato d’esempio e di sprone).
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In questo volume entrano, per la prima volta, importanti figure professionali. Il grandissimo Indro Montanelli, il massimo giornalista italiano del XX secolo, del quale per oltre 60 anni fui assiduo lettore; per qualche anno collaboratore a Il Giornale (cercando anche di dargli aiuto quando La Voce entrò in crisi); il mio Maestro, il grande commercialista Luigi Antonelli, che per 18 anni fu presidente dell’Ordine dei dottori commercialisti di Milano e dell’Ordine nazionale.
Di altri professionisti, in tutt’altro campo, avrei voluto scrivere: di Alfonso Garagiola, che fu medico di fiducia della mia famiglia, un “personaggio” cui sentiamo di dovere molto. Alla gentile signora Marisa (bergamasca e autrice di un brillante libro) prometto che nel terzo volume a quel grande personaggio che fu suo marito Alfonso sarà riservato un “posto”.
Tra i grandi avvocati, due “posti” sono già – nella mia mente – assegnati: a Luigi Chiaraviglio, già più volte citato in questo volume, e a Mario Casella, anch’egli già citato. Sono due “campioni” della professione legale (il primo anche commercialista) che hanno fatto onore al Paese. Anche a loro (un poco più anziani di me) sono legato da un profondo sentimento di ammirazione e di amicizia, che non si è mai spento. Troppo presto il destino ce li ha sottratti.
Anche al mio amico di decenni, il “bocconiano” Carlo Dessy (il quale nella sua lunga vita attiva fu industriale a Napoli, manager a Genova, professionista a Milano e infine – negli ultimi anni – romanziere a Casa de Campo: dunque una figura poliedrica), è già riservato un “posto”. Egli nei miei ricordi è l’unico laureando che nel 1946 rifiutò il “110” e cercò di “ritirarsi” dopo la discussione della tesi con Gino Zappa (mettendo in imbarazzo perfino lo storico direttore della Bocconi, Girolamo Palazzina), poiché – per supposte o vere ragioni politiche, riguardanti il periodo bellico – gli era stata negata la “lode”. Egli, nei ricordi che non si cancellano, mi fu sempre amico fedele; in un solo campo non riuscì a eccellere: quello del golf.
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Prima che Ermes Zampollo mi faccia notare che vorrei nel terzo volume trattare solo di miei amici (nell’accademia e nella professione), lo assicuro che in altri campi (dell’industria e della finanza) ho pronti diversi personaggi, alcuni anche discussi e perfino drammatici. Non dubiti che un certo equilibrio di “buoni” e di “cattivi” sarà conservato: anche se di questi non faccio i nomi, perché la scelta è ampia e ancora aperta.
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Per concludere, le sette classi di “personaggi” trattati nel primo e nel secondo volume vengono riassunte nel Riquadro 1. Con una sola avvertenza: la figura di Franco Nobili è stata classificata tra i personaggi “drammatici”, per quanto nella sua vita la “drammaticità” sia stata breve (anche se intensa, quanto immeritata), mentre per l’intera vita egli fu semplicemente un “grande personaggio dell’industria”. E gli anni dei miei rapporti con lui appartengono tutti a questo (ben più ampio) periodo.
Luigi Guatri
Riquadro 1 Le sette classi di personaggi
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Primo volume |
Secondo volume |
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Maestri della “Bocconi” |
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Gino Zappa Ugo Caprara Giordano dell'Amore Claudio Demattè |
Gianguido Scalfi Giovanni Demaria Tancredi Bianchi* |
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Grandi personaggi della storia della “Bocconi” |
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Giovanni Spadolini Girolamo Palazzina Fausta Pagliari César Marzagalli |
Rinaldo Ossola |
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Grandi personaggi della banca e dell'industria |
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Leopoldo Pirelli Giovanni Borghi Antonio Ratti Mario Schimberni |
Enrico Cuccai Carlo Pesenti Emilio Zanetti* Jost Reinhold* Uberto Visconti di Modrone |
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Personaggi drammatici della banca e dell'industria |
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Roberto Calvi Raul Gardini Bruno Tassan Din Gerolamo Gianni |
Franco Nobili Gianmario Roveraro |
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Personaggi legati a “crisi” aziendali |
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Alberto Redaelli Domenico La Cavera* Angelo Salamini Virgilio Degiovanni* |
Vincenzo Cultrera |
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Personaggi delle professioni |
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Indro Montanelli Luigi Antonelli |
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Non dirò mai al professor Guatri – sta già progettando un terzo volume dedicato a personaggi come “Lui li ha visti”– che rischia di esagerare nel citare amici e, più in generale, nel fare riferimento all’amicizia.
L’ho deciso dopo aver letto la sua prefazione a questo (secondo) volume.
Per la verità nelle prime due rassegne di personaggi che il professore ha conosciuto, e con i quali ha accademicamente o professionalmente collaborato, l’amicizia la fa da padrona. Al punto che – agli inizi – ho stoltamente tentato di contenere i richiami ai rapporti amicali fingendo persino, lo confesso, dimenticanze e distrazioni.
Ma, progredendo il lavoro, mi sono accorto che stavo sbagliando e che una reale, profonda, quasi simbiotica amicizia ha sempre legato il professor Guatri non solo agli straordinari “personaggi” che riempiono la sua ricchissima galleria ma anche alle aziende, agli enti, agli istituti che i personaggi rappresentavano.
Un legame che ha spesso originato un sentimento di vicinanza che scaturiva da un profondo rispetto per l’intrapresa, considerata un prezioso bene economico-sociale, prima ancora che per l’imprenditore.
Una vicinanza che ha evidenti radici nella formazione accademico-professionale del professore, volta a volta docente, studioso, creatore di teorie innovatrici, ma anche esperto consulente che ha sperimentato, sul campo, la corretta gestione aziendale ivi compresa, a livello d’eccellenza, la soluzione delle crisi. Così incarnando, io credo, la “vera” docenza: quella (purtroppo rara ormai) che nasce dalla verifica nella vita reale dei risultati delle ricerche (quantomeno delle conoscenze) teoriche; quella, altresì, che consente di acquisire esperienze e aggiornare nozioni da trasmettere agli studenti.
Mi ha sempre colpito, per esempio, il suo approccio alle procedure di “crisi” (una delle sue specializzazioni professionali) incardinato su tre punti:
cercare, innanzitutto, di evitare la distruzione dell’azienda;
studiarne i punti deboli e scoprire eventuali risorse utilizzabili per risanarla (si veda in Li ho visti così 1 la plusvalenza di beni intangibili evidenziata in
occasione dell’amministrazione controllata del Gruppo RCS-Rizzoli Corriere della Sera; oppure il riuscitissimo risanamento del Gruppo Redaelli);
fare ogni sforzo possibile per rimetterla in sesto.
Un tipo di vicinanza che Luigi Guatri ha realizzato collaborando a lungo, a volte per decenni, sia con i suoi colleghi sia con gli imprenditori, spesso instaurando rapporti di profonda amicizia personale.
Qualche esempio, nel mondo accademico:
è “amico da una vita” (da oltre 70 anni) di Tancredi Bianchi;
per una sessantina d’anni è stato dapprima lettore appassionato di Indro Montanelli inviato del Corriere della Sera, poi suo collaboratore a Il Giornale, cofondatore di una rubrica sullo stesso quotidiano in collaborazione con la Bocconi, infine ha cercato di dargli un aiuto disinteressato per La Voce;
è stato per circa 45 anni estimatore del professor Giovanni Demaria che considera tra i grandi Maestri della Bocconi; e per circa 30 anni profondo amico di Gianguido Scalfi, Rettore in tempi difficilissimi.
è stato vicino per una trentina d’anni al banchiere Emilio Zanetti,
presidente della Popolare di Bergamo (poi BPB-CV,
BPU, UBI);
per sette anni, sino alla sua scomparsa, ha collaborato con Rinaldo Ossola al Credito Varesino cui succedette alla presidenza;
per quasi 15 anni con il suo “Maestro nella professione”, il commercialista Luigi Antonelli;
per una ventina d’anni con il banchiere Enrico Cuccia;
per 12 anni con Franco Nobili, presidente della Cogefar e dell’IRI;
per quattro anni (gli ultimi della sua vita attiva) con l’industriale del cemento Carlo Pesenti Sr. (continuando poi a collaborare col suo successore, ingegnere Giampiero Pesenti, su tempi più lunghi);
per 10 anni con il finanziere Gianmario Roveraro;
da 20 anni con l’industriale tedesco-italiano Jost Reinhold;
per 27 anni con il duca Uberto Visconti di Modrone, industriale tessile in Italia e agricoltore ad Atlanta (Georgia).
Un pochino, da nemmeno un lustro, è anche amico mio.
Ermes Zampollo
Come scrive Francesco Alberoni (Corriere della Sera, 2 novembre 2009) la cancellazione della storia è una pedagogia «copiata dagli Stati Uniti, un Paese senza storia che cerca di annullare le radici storiche dei suoi abitanti per farne dei cittadini. Ma applicarla all’Italia, che è il prodotto di una stratificazione storica di 3000 anni e all’Europa che ha radici culturali greche, romane e giudaico-cristiane, vuol dire distruggerne l’identità».