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Il mondo di Guatri

2026/7

Jost Reinhold

Evitata l’Armata Rossa, lascia a 18 anni la SBZ e sceglie l’Occidente. Studia, crea un’azienda, la porta al successo, diventa miliardario. Da anni si dedica allo sviluppo del Meclemburgo

Sinora, professor Guatri, ci siamo occupati esclusivamente di personaggi italiani; lo stesso Cesare Marzagalli, presidente e Rettore dell’Università UADE di Buenos Aires, citato nel primo volume di Li ho visti così, era italo-argentino di origine piemontese. Oggi Lei propone di parlare di Jost Reinhold (foto a p. 378), un tedesco verace, che ha soggiornato e lavorato a lungo in Italia. Perché lo inserisce nella sua galleria?

L’ho conosciuto e ho trovato in lui un personaggio “unico”, eccezionalmente interessante per le sue straordinarie vicissitudini, per l’intelligenza, per l’intraprendenza ma soprattutto per il suo cuore, la sua grande umanità: ha sempre avuto un profondo interesse per gli altri, per quelli che i cattolici chiamano “il prossimo”.

Evidentemente è rimasto profondamente colpito dalle avventure e dal comportamento di Reinhold. Può tratteggiarne, anche solo per punti, la figura a partire da quelle che ha definito “straordinarie vicissitudini” della sua gioventù?

Fra le tante persone che ho conosciuto, considero effettivamente Jost Reinhold un personaggio “unico”. Pensi che:

patì, nel 1945, momenti terribili al passaggio dell’Armata Rossa nel suo paesello, Gross Flotow, nel Meclemburgo;

lasciò la SBZ (zona di occupazione sovietica) – nel 1949 – appena compiuti i 18 anni, senza mezzi, abbandonando gli affetti familiari e amicali;

si preparò per alcuni anni (1949-61), prima ad Amburgo e poi a Milano, al “balzo” nell’imprenditoria, inizialmente compiendo anche lavori umili ma senza perdere mai di vista l’obiettivo e ben sapendo che, in ogni caso, avrebbe dovuto essere preparato anche culturalmente (e inseguì questo obiettivo con determinazione davvero “teutonica”);

nel 1962 creò la sua azienda (la Rhiag, specializzata nell’approvvigionamento di ricambi e della componentistica per autoveicoli) e la fece diventare la numero uno nel settore, in questo dimostrando le sue alte capacità manageriali. Capacità mai disgiunte dal suo “amore per il prossimo” (che identificò in primo luogo con i suoi dipendenti e collaboratori). Quando si rese conto, in una fase congiunturale particolarmente favorevole, di averla portata all’apice ma di non avere un successoremanager in famiglia, la cedette (prima di tutto preoccupandosi, come sempre, che chi gli stava attorno non avesse danni);

quando cadde il muro di Berlino (1989) e gli fu possibile rivedere, dopo 40 anni, il suo Meclemburgo (dove ancora vivevano le sorelle e alcuni amici di un tempo) tornò alla sua terra e si dedicò, usando le ricchezze prodotte nella sua vita imprenditoriale, alla creazione di una fondazione in grado di aiutare i suoi concittadini. Un’attività alla quale si dedica tuttora; mantiene costanti rapporti con Milano, la città che gli ha dato il successo, dove vivono i suoi figli, dove ha molti amici.

In questo personaggio sembrano coesistere due caratteri che molto raramente stanno insieme: l’imprenditorialità-managerialità ad alto livello e “l’amore costante per il prossimo”, due elementi che rendono più complessa del solito la rappresentazione del suo carattere. Inoltre, alcune fondamentali esperienze della sua vita – essenziali per capirlo a fondo sono state vissute lontano nel tempo e nello spazio, e sono difficili da conoscere a fondo. A proposito di tempi, quand’è che Lei comincia ad avere rapporti diretti con Jost Reinhold?

Cominciai a conoscerlo bene nel 1990, anno in cui assunsi la presidenza del collegio sindacale di Rhiag, succedendo a

Ugo Caprara scomparso in quell’anno.

Ebbi tuttavia molte notizie del periodo precedente della sua vita avventurosa da due fonti affidabilissime: da un libro (non circolante) scritto dallo stesso Reinhold (Tutto iniziò in Meclemburgo); e dal mio caro amico Giordano Caprara, che raccolse anche note del padre Ugo (che negli anni milanesi a Jost fu sempre vicino).

In secondo luogo, ho fatto ricorso, caso unico in questo nostro lavoro, a interviste col personaggio. Come vede, caro Ermes, con questa decisione ho mutato due regole che caratterizzano, di norma, la nostra fatica letteraria: trattiamo di un personaggio vivente e per raccogliere informazioni su periodi lontani mi sono trasformato a mia volta in intervistatore.

Avrà innanzitutto appurato che terra è il Meclemburgo e dove si trova?

Geograficamente, il Mecklenburg-Vorpommern (in lingua italiana Meclemburgo-Pomerania Anteriore o brevemente Meclemburgo) è oggi uno dei 16 Länder della Germania. Confina con il mar Baltico a nord; la Polonia (con l’Oder e il Neiße) a est; il fiume Elba a sud-ovest; la bassa Sassonia a sud-est; lo Schleswing-Holstein a ovest; il Brandenburg a sud. Le città più note sono Rostock (a nord), Schwerin e Neubrandenburg nella parte centro-meridionale (qui Jost ha studiato al liceo).

Ecco come Reinhold descrive la terra in cui è nato nel suo libro che d’ora in avanti citerò spesso mostrando una spiccata vena poetica[89]:

Si estende fino alle coste del Mar Baltico lucente nel verde dei prati e dei boschi. Sopra si apre un alto cielo e la luce non è in alcun posto così chiara come nel Meclemburgo. Viene chiamato il paese dei mille laghi, ma io non li ho mai contati. Tra di essi, gettati come un dado, città e villaggi, non so dire quanti siano, ma so qual è per me il più bello: Gross Flotow, lontano dalle grandi strade.

Il paese dove sono nato si chiama Gross Flotow perché conta “ben” duecento abitanti; il periodo più bello a Flotow è il mese di maggio, quando fioriscono i grandi campi di fiori gialli della colza che scintillano come se il buon Dio stesso li avesse dipinti, nel paesaggio ondulato, con un largo pennello.

Nel maggio 1931 quando nacque Vera, la mia seconda sorella, non c’era ancora a Flotow la luce elettrica e a sera sedevamo sotto il fumante lume a petrolio.

Com’era composta la famiglia di Reinhold e come ha vissuto, il giovane Jost, nella minuscola Flotow, fino ai 18 anni, quando decise di lasciare la zona di occupazione sovietica?

Lo racconta lui stesso, con parole spesso toccanti[90], in alcune pagine del suo libro.

Mio padre è il maestro del villaggio, di un’unica classe dove viene insegnato contemporaneamente ai bambini dai 6 ai 14 anni.

Oltre alle lezioni durante la settimana, alla Domenica e nei giorni festivi svolge il servizio di cantore per la chiesa, tanto più che il pastore, Probst Behrmann, è suo amico e avversario agli scacchi.

L’abitazione del maestro di Flotow è sotto lo stesso tetto della scuola; al centro della bassa casa c’è la bella porta d’ingresso verde, a sinistra l’ampia stanza da noi detta “la Stanza dei Signori”, a destra la camera da letto dei genitori. Là sono nato il 28 marzo 1929.

La famiglia, oltre che dal padre (il maestro di Gross Flotow) e la madre (casalinga), era composta da quattro fratelli (Jost, il fratello minore Welf e le due sorelle Hanna e Vera). Economicamente, era di condizioni modeste[91]:

I miei genitori non erano stati benedetti dalla ricchezza. Tra l’eredità di mio padre ho trovato lo statino di uno stipendio risalente alla fine degli Anni Trenta, ordinatamente compilato dalla Cassa Distrettuale del paese meclemburghese di Waren.

Lo stipendio si componeva come segue:

Stipendio base = 366,67 marchi

Denaro per l’appartamento = 46,50

Detratto 21% -2,5 = –84,26

Supplemento per bambini (4 bambini) 10 20 25 30 = +85,00

Totale = 413,91 marchi

Con questa somma non si potevano fare grandi salti.

Come si svolgeva in quel paesino agricolo del Meclemburgo la vita giovanile? Come si poteva studiare?

Come si studiava è presto detto[92]. Lasciamo sempre la parola a Jost Reinhold:

Era la vita difficile dello studente pendolare. Al più tardi per le sei la mamma ci tirava fuori dai piumini. «Ragazzi! È ora!»

Hanna frequentava già da due anni il liceo di Neubrandenburg; dopo una buona prima colazione salivamo in bicicletta, che era stato il nostro primo grosso regalo, e pedalavamo da Flotow a Marihn sullo stretto sentiero estivo vicino alla strada acciottolata del paese, fiancheggiata da vecchi alberi di castagno e melo.

Dopo un paio di chilometri lasciavamo le biciclette alla stadio di Marihn e salivamo sul treno accelerato Waren-Neubrandenburg. Fermata ad ogni stazione.

Un laborioso e impegnativo tran tran di paese non molto dissimile, tuttavia, da quello vissuto da centinaia di migliaia di studenti dei comunelli – almeno quattro o cinquemila – disseminati lungo la nostra Italia. E come ha descritto Reinhold la presenza oppressiva del regime nazista e l’arrivo della guerra?

l destino delle singole persone era fortemente legato all’età e Jost aveva dieci anni quando scoppiò la guerra e sedici quando finì. Al suo racconto dovetti constatare che, pur con ovvie differenze, esisteva un certo parallelismo con quanto accadde a me e a tanti altri giovinetti in Italia. I ragazzi della nostra “leva” non furono chiamati in guerra proprio a causa della giovane età.

Jost nel 1945 aveva 16 anni e nelle formazioni giovanili della Hitler-Jugend lo stavano solo preparando alla guerra. Anch’io nel 1943, quando cadde il fascismo, avevo 16 anni: ero stato balilla e avanguardista, e mi ero “esercitato” marciando a passo romano e col fucile di latta.

A iscriverci alle formazioni giovanili (da noi la GIL-Gioventù Italiana del Littorio) eravamo obbligati poiché, se volevamo frequentare qualsiasi scuola, dovevamo esibire appunto la tessera GIL. Credo che l’unica differenza con i giovani tedeschi fosse, secondo lo spirito del nostro popolo, che le cose da noi non venivano prese troppo sul serio. Ricordo cosa avveniva il sabato – allora chiamato “sabato fascista” a Treviglio (la cittadina dove durante la guerra abitavo con la mia famiglia): il pomeriggio, dopo un’oretta o poco più di esibizione col moschetto (di latta), si concludeva con una partita di calcio, nella quale i moschetti (appoggiati a terra e intrecciati) servivano a segnare le “porte”. E questa era la parte più interessante del pomeriggio[93].

Tuttavia Jost Reinhold – ed è un interrogativo che solo chi ha duramente patito, anche nello spirito, l’asfissiante presenza della dittatura può porsi scrive nel suo libro: «Oggi mi domando: “Come poteva quasi un intero popolo farsi trascinare e aizzare così da non poter più distinguere fra giusto e ingiusto e combattere tutti coloro che la pensavano diversamente? Come era stato possibile convincere quasi tutti che il popolo tedesco fosse destinato al dominio sull’intero mondo e che Hitler ci era stato mandato dalla provvidenza?». Anche in questo trova un parallelismo?

Certamente. Anche in questo vi è un certo, anzi notevole, parallelismo, poiché la propaganda fascista tempestava anche noi ogni giorno. E non avevamo informazioni su quanto accadeva nel resto del mondo; perciò non potevamo sapere che esistevano altre forme di governo oltre la dittatura. Solo nel 1941, al secondo anno di guerra (che per il nostro Paese cominciò il 10 giugno 1940), iniziammo ad avere dei dubbi: si ascoltava Radio Londra e tra i giovani (e in famiglia) si cominciò a mormorare. Le leggi razziali – copiate dal nazismo nel 1938 – non furono mai prese sul serio; erano anzi oggetto d’incredulità diffusa (e per chi come me, frequentava l’oratorio, un’istituzione “centrale” per i giovani nei piccoli centri, apertamente avversate).

Ricordo molto bene, però, che quel 10 giugno 1940 – giorno in cui venne annunciata l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dei tedeschi il discorso di Mussolini dal balcone di palazzo Venezia fu, anche da noi ragazzi, accolto con applausi. Ecco sino a che punto può trascinare il “bombardamento” propagandistico! Chi non ha vissuto quell’esperienza fatica, forse, a comprenderlo.

Fu ben diversa invece, rispetto al Meclemburgo, la misura con cui fu sofferta la disfatta militare e l’occupazione della Lombardia da parte degli ex alleati?

Completamente diversa. Quella che piombò a Gross Flotow sulla testa di Jost Reinhold è incomparabilmente più pesante. Lasciamo che sia lui stesso a raccontarcela[94]:

Nella primavera del 1945 un ufficiale tedesco sperduto nella ritirata chiede ospitalità per alcune ore. E ammonisce: «Se avete cara la vita della vostra famiglia andatevene, Signor Reinhold, al più presto possibile... Anche se la Germania non è ancora capitolata, la guerra è persa, i russi non possono essere fermati. Accadrà qualcosa di terribile. Vada verso Ovest con la famiglia. Vada verso l’Occidente, dagli inglesi, che sono lontani solo 100 chilometri da noi. Voi avete ancora pochi giorni di tempo: poi sarete travolti».

Ma né il padre («è il maestro del paese, da tutti conosciuto come persona di rispetto è quindi escluso che egli fugga dalla bandiera, che si comporti da codardo e che lasci in asso gli altri uomini»), né Jost per analoghe ragioni potevano partire. E a questo punto a decidere fu la mamma[95]:

Se il papà e Jost restano a Flotow, allora restiamo anche noi. Per questo caso estremo Rudolf ed io avevamo provveduto per le nostre famiglie.

Che significa «avevamo provveduto»?

Racconta Jost[96]:

Una sera, era nell’inverno del 1944 sul ‘45, parlavamo preoccupati dei pericoli che incombevano sulle città tedesche sottoposte alle incursioni aeree, dell’avvicinarsi delle truppe russe, delle voci che ci giungevano a proposito di terribili misfatti operati nella Prussia orientale dai russi, della necessità di proteggere da loro le nostre donne e ragazze. Ci chiedevamo: che cosa potremmo fare? Che succederebbe se costruissimo un bunker nel bosco di Flotow? Decidemmo di agire, come cospiratori capaci di agire in segreto e che vogliono dare una possibilità di sopravvivenza alle loro famiglie. Già il giorno seguente uscimmo di nascosto per trovare nel mezzo della foresta un posto adatto, abbastanza lontano dalla strada, un’abetaia nel cuore della quale avremmo potuto costruire piantando profondamente nel terreno tronchi di circa venti centimetri di diametro. Noi avevamo sviluppato teoricamente l’idea di costruire il bunker ed ora dovevamo realizzarla praticamente. Rudolf, istruito carpentiere, ed io, ginnasiale, avremmo pensato ai particolari.

In pratica, poiché avevano avvertito del loro progetto anche alcune famiglie amiche, vi era la necessità di costruire un nascondiglio per 15 persone e lo spazio ricavabile non era molto.

Per trovare rifugio, sdraiati o seduti, saranno sufficienti un metro e mezzo in larghezza (poiché in ogni caso si devono poter allungare le gambe), circa un altro metro in lunghezza e un metro e venti centimetri in altezza. Così sarà più facile coprirlo e come rifugio sarà più che sufficiente.

Era dunque giunto per Rudolf e me, nel gennaio 1945, il momento di metterci all’opera. Scavammo il terreno ammonticchiando la terra un po’ distante, formando una collinetta; mascherammo il rifugio coprendolo con una lettiera di fogliame e aghi e nascondemmo l’accesso con un tronco d’albero che doveva anche servirci come segno di riconoscimento.

La notte sul primo maggio 1945 la passammo nel bosco. Io mi ero arrotolato in un’amaca appesa tra due alberi. Nessuno dormiva quando Rudolf ritornò dal suo sopralluogo e a mezza voce riferì ciò che aveva visto: «All’incrocio Vossfeld-Ludershof direttamente davanti al paese, ci sono guardie russe con mitra spianati».

Rudolf, io, mio padre e Robert Studemann, che nel frattempo avevamo informato del nostro bunker segreto, tenemmo consiglio sotto gli alberi. Alla fine, per precauzione decidemmo di non riportare in paese i bambini e le ragazze giovani, ed io li nascosi nel bunker preparato per questo. Poi raddrizzammo con attenzione i rami al bordo del bosco.

In quel mese a Yalta era stato deciso dalle potenze vincitrici che la Germania a oriente dell’Elba sarebbe rimasta sotto il controllo russo; e che sarebbe presto nata la DDR, la Repubblica Democratica Tedesca. Una ripartizione che, com’è noto, durò quasi 50 anni.

Una vera tragedia per gran parte del popolo tedesco rimasto imprigionato nella Zona Est...

Una tragedia che Jost riepiloga in termini impressionanti e che, data l’assoluta affidabilità della fonte, sento il dovere morale di citare letteralmente[97]:

La signora Pieper era una madre-coraggio così persuasiva che il Comandante [russo] si lasciò completamente convincere della mia innocenza e ordinò che senza indugio fossi rilasciato. A Flotow era scoppiato l’inferno. Dappertutto si saccheggiava e si udivano grida. Naturalmente cercai per prima cosa Abscht e Meisting. Essi si erano nascosti in casa dei genitori di Rudolf che pure erano rimasti in paese. Abscht giaceva in un angolo e piagnucolava. Mi raccontò che nella notte era stata stuprata dai russi e che molte altre donne rimaste nel paese avevano subito la stessa sorte. «Jost – mi disse – non restare qui, è pericoloso. Dai 10 ai 60 anni nessuna donna viene risparmiata. Santo cielo ritornatevene nel bosco».

Rudolf, il carpentiere ed io, il suo giovane camerata, ci sentivamo in questi tragici giorni responsabili delle nostre famiglie. Saremmo stati uniti ed eravamo decisi all’estremo. Ci eravamo consigliati con i nostri genitori e avevamo deciso insieme: in nessun caso dovevamo cadere vivi nelle mani dei russi saccheggiatori. Se i russi ci avessero scoperto ci saremmo difesi. Se non fossimo riusciti a farli fuori avremmo sparato per primo ai bambini, poi alle donne e a noi stessi per ultimi.

Verosimilmente non avremmo esitato ad uccidere coloro che ci erano più cari e che ci stavano più vicino ed anche noi stessi per difendere il nostro onore di uomini. Avremmo fatto come gli ultimi Goti che, secondo la leggenda, avevano preferito buttarsi nel Vesuvio piuttosto che cadere nelle mani del nemico.

Grazie a Dio anche questo calice ci è passato davanti sfiorandoci solamente. Il nostro nascondiglio tenne, e noi non fummo scoperti dai russi. Ma dovemmo più tardi constatare, e i vecchi nei paesi del Meclemburgo e nella città lo raccontano ancora oggi, che durante l’avanzata dell’Armata Rossa a migliaia cercarono la morte, meglio morti che schiavi (Lewwer dot as Sklav), e che fino a maggio inoltrato molti cadaveri vennero portati sulle rive dei laghi, finirono sulle pale dei mulini oppure nelle chiuse dei canali. Intere famiglie che si erano unite tra loro si erano gettate in acqua perché non volevano sopravvivere alla vergogna subita e all’onta. È terribile constatare quanto un uomo in preda all’odio può fare ai suoi simili: Homo Homini lupus. Oggi, come padre e nonno che ama teneramente i suoi figli e i suoi nipoti, può sembrare assurdo e inverosimile che io allora, mezzo secolo fa mi volessi ergere a Signore della vita e della morte e tuttavia, con le stesse premesse, farei lo stesso anche oggi. A quel tempo non sapevamo ancora niente di olocausto nei campi di concentramento dove milioni di donne inermi, bambini e vecchi, ebrei, zingari e dissenzienti venivano uccisi in modo bestiale da carnefici inumani del regime nazista. Non una volta Radio Londra, che noi sentivamo segretamente ogni sera, diede notizia al riguardo. Solo dopo l’arrivo dei russi venimmo messi a conoscenza di questi orrori incredibili e per lungo tempo non volemmo credere a quei raccapriccianti racconti, all’inizio li considerammo addirittura come una campagna sobillatrice contro i tedeschi.

La DDR durò più di quarant’anni, fino alla riunificazione con la Germania Occidentale che, nel frattempo, aveva fatto grandi passi verso il benessere ed era diventata un paese ricco; al punto da sopportare il peso, economicamente enorme, della riunificazione. Per contro enormi furono i sacrifici imposti ai cittadini della Zona Est.

In quel lungo periodo la DDR, applicando il sistema economico comunista, portò il Paese al generale disfacimento. Ho sempre in mente la testimonianza fondamentale di questo dissesto offerta dal libro di Franco Tatò, Autunno tedesco. Cronaca di una ristrutturazione impossibile. Vorrei citare solo alcuni brani che ritengo particolarmente illuminanti:

Per quanto riguarda il sistema dell’economia pianificata, applicato con diligenza e prussiana disciplina nella DDR, ormai mi è del tutto chiaro che la sua caratteristica principale era di non essere finalizzato alla produzione di ricchezza e benessere, ma a quella di oggetti e di consenso politico[98].

Le officine per gli apprendisti dispongono di poche macchine, per giunta vecchissime. Tutto odora di chiuso e di stantio: le poche persone che incontriamo non stanno facendo nulla. Dappertutto disordine, confusione e disinteresse. Il capannone dell’automazione è quasi vuoto. Lungo i lati sono disposte alcune macchine arcaiche. Non c’è la minima traccia di elettronica. Una dozzina di giovani operai sembrano non sapere cosa fare. Ci guardano con stupore, ma senza interesse[99]. Il termine usato nella DDR per definire l’impresa mi sembra azzeccatissimo: Volkseigener Betrieb significa, infatti, “azienda di proprietà del popolo”. Del popolo, cioè di tutti e di nessuno, non dello Stato come erroneamente si crede quando si confonde collettivizzazione con statalizzazione[100].

Passo ore a studiare i bilanci in marchi orientali per cercare di capire almeno alcune cose per differenza. Confesso di fare molta fatica in quanto, più che di bilanci, si tratta di situazioni di cassa: elenchi di entrate e di uscite formulate in quella che sospetto finirà per rivelarsi una moneta di fantasia. Una cosa è però evidente: gli squilibri tra entrate e uscite sono consistenti e vengono equilibrati da una voce onnicomprensiva che va sotto il nome di Preisstüze, cioè “sostegno del prezzo”[101].

Di questo disfacimento economico del sistema comunista ho anche un altro preciso ricordo. Quando nel 1989 (all’epoca di Gorbaciov) sottoscrissi come consigliere delegato dell’Università Bocconi un accordo con l’Università di Leningrado per creare insieme il LIMI (Leningrad International Management Institute), i nostri professori che vi si recavano in missione, nei primi tempi ritornavano sconvolti. Si era dimenticata perfino la “partita doppia”, cioè l’ABC della contabilità...

Che qualcosa del genere fosse accaduto, Jost lo aveva intuito; come pure si era ben presto convinto che (in quanto figlio di un maestro, non di un operaio o di un contadino) non gli sarebbe stato consentito facilmente di entrare all’università. È perciò che nel 1949, appena raggiunta la maggiore età, decise di andarsene dal Meclemburgo.

 

Una decisione difficile ed evidentemente pericolosa poiché i confini erano sorvegliati addirittura da forze militari...

Lo era in massimo grado. Difficile, innanzitutto, perché si dovevano abbandonare tutti gli affetti per affrontare l’ignoto.

Ecco come la visse Jost[102]:

Così arrivò quella sera in cui al tavolo di famiglia comunicai ai genitori la mia decisione. Non furono sorpresi, poiché spesso avevamo parlato, e molto, di ciò che ora riassumevo in una breve frase: «Vado in Occidente!».

E ciò nonostante subentrò un pesante silenzio. Il papà mi guardava pieno di comprensione con i suoi occhi sempre scrutatori. La mamma piangeva. Mi alzai per andare dietro la sua sedia e sfiorai teneramente con ambedue le mani il suo volto. «Qui non vado avanti madre». «Capisco» disse lei. Le mie mani erano bagnate dalle sue lacrime.

Presa questa decisione feci tesoro di quello che Ebi Voss una volta mi aveva confidato: di essere stato, l’ultimo Natale, al di là del confine vicino a Wittenberg per visitare una zia in Occidente. Egli dunque conosceva la strada.

Quando gli chiesi: «Vuoi aiutarmi?», rispose subito: «Naturalmente, Jost». Una vigorosa stretta di mano e fu cosa fatta.

Dopo il passaggio del ponte ferroviario sull’Elba sorvegliato dai russi (passaggio difficile e pericolosissimo), Jost affrontò l’attraversamento delle paludi e giunse finalmente al fiumiciattolo che costituiva la linea di separazione fra Est e Ovest: lo attraversò percorrendo una traballante passerella e finalmente era sulla riva occidentale, libero. Visse un momento indimenticabile[103]:

Quando ho guardato indietro ho visto il mio amico in piedi, con le braccia penzoloni, sull’altro lato del confine; in quell’istante seppi che era finita la mia giovinezza.

Con ciò, caro professore, abbiamo terminato il primo punto dei quattro in cui avevamo programmato di ricordare il “personaggio“ Jost Reinhold. Ci siamo dilungati un po’ troppo ma mi sembra ne sia valsa la pena.

Descrivendo le vicende di Jost Reinhold giovane (1931/49) abbiamo certamente ricordato (grazie soprattutto al fatto che abbiamo potuto usare le parole dello stesso protagonista) episodi di grande rilevanza storica e di altissimo significato umano. Una testimonianza (e credo di non eccedere nel giudizio) che indurrà il nostro lettore a riflettere su eventi, visti con gli occhi dei protagonisti, che segnano l’essenza del XX secolo, che è stato il nostro secolo. Leggendo le pagine di Jost Reinhold è difficile non commuoversi: a me è accaduto più volte. Vedremo, peraltro, di essere ora più sintetici.

Cominciamo subito. Professore, può riassumere quella che Lei ha definito la fase di “preparazione al successo” di Jost?

Attraversata l’Elba, Jost Reinhold si recò ad Amburgo, dove sapeva di potere incontrare uno zio paterno, che inizialmente avrebbe potuto aiutarlo e presso il quale si fermò per tre, quattro anni. Scrive Jost[104]:

La mia meta era Amburgo. Là abitavano il fratello di mio padre, zio Carlo, e zia Erna sua moglie, una coppia piuttosto anziana di condizioni molto modeste. Avrebbero potuto tenermi con loro per un certo tempo, in ogni caso fino a quando non avessi trovato lavoro e raccolto il denaro per proseguire per la Svezia ove, forse, mi sarebbe riuscito di iscrivermi all’università per studiare Economia Forestale. Di questo continuavo a sognare.

Ad Amburgo accettò i lavori più umili – non voleva “pesare” su nessuno – e diventò prima muratore, poi giardiniere al cimitero. Frequentò intanto la “scuola forestale” (per due anni e mezzo), dove si diplomò. A questo punto gli si presentò una buona occasione di lavoro in un campo per lui completamente nuovo: avrebbe potuto collaborare a Milano con uno zio materno, Rudolf Hiebsch, che si occupava del commercio di “ricambi per automobili”. Raggiunse lo zio e cominciò un interessante tirocinio, che durò alcuni anni e che lo preparò a un decisivo salto di qualità: a creare una “sua” azienda.

Furono anni di lavoro intenso: di giorno lavorava, nelle ore serali si dedicava agli studi: si era iscritto nei primi due anni ai corsi serali di Economia e Commercio dell’Università Cattolica; poi (avendo conosciuto il professor Ugo Caprara, che sarà da quel momento un suo importante punto di riferimento) si iscrisse alla Bocconi, dove studiò per altri due anni. La Bocconi non aveva però i corsi serali, quindi non poteva frequentare: sarà sempre un suo cruccio non aver potuto arrivare alla laurea. Tuttavia, raggiunge egualmente il suo obiettivo: prepararsi, anche culturalmente, allo status di imprenditore consapevolmente inserito nel mondo moderno. Dopo dieci anni (nel 1962) si sentì pronto a vestire i panni dell’imprenditore-manager.

Come ebbe poi inizio questo “balzo”, tanto diligentemente preparato e voluto con tanta forza?

Mi raccontò dei suoi inizi imprenditoriali il mio amico di una vita, Giordano Caprara, figlio del grande Ugo[105], uno dei grandi Maestri della Bocconi di un tempo. Jost ebbe la fortuna di incontrarlo e di simpatizzare con lui, che – a sua volta colpito dalla determinazione con la quale voleva migliorarsi prese a cuore la sua formazione (e Jost gliene fu sempre grato).

Nel marzo 1962 ebbe luogo un incontro, tra Jost Reinhold, lo zio Rudolph Hiebsch e Ugo Caprara (presente anche Giordano), durante il quale prese forma il progetto di una più ampia e organizzata attività nel settore dei ricambi e della componentistica per autoveicoli. Gli studi e la messa a punto definitiva del progetto durarono sino al 27 settembre 1962, giorno nel quale venne costituita la Rhiag SpA, con sede in viale Lombardia 27 a Milano e con capitale di un milione di lire diviso a metà tra Jost e lo zio. È quella stessa società, con capitale in graduale aumento, nella quale nel gennaio 1964 Ugo Caprara diverrà presidente del collegio sindacale (carica che terrà fino alla morte, per 25 anni).

Nel 1968 la Rhiag, a sottolineare il costante sviluppo dell’iniziativa, compie un primo importante “balzo”: inaugura la nuova sede di via Gallarate, sempre a Milano (a questo punto l’anziano zio Rudolph Hiebsch si ritira e cede la propria partecipazione a Jost).

Infine, nel 1975, definitiva affermazione della società con il trasferimento in una nuova importante sede, di proprietà, in via Pizzoni, angolo De Gasperi (proprio all’ingresso delle autostrade del Nord: verso Torino, Venezia, Como e Varese).

Una dozzina di anni più tardi, nel 1987, onde consolidare il costante incremento del fatturato, la Rhiag si dedica al perfezionamento organizzativo-societario e procede alla sua separazione in due società con due diversi Consigli: la Rhiag Industriale (“operativa e immobiliare”) e la Rhiag Finanziaria.

A questo punto la Rhiag società di successo, prossima ai 100 miliardi di fatturato annuo e con utili di miliardi è il più importante operatore del settore in Italia.

Anche Lei, professore, ha contribuito a questa marcia trionfale; quando iniziano i suoi rapporti diretti con Jost Reinhold?

Qualche rapporto lo avevo avuto fin dalla metà degli anni Sessanta, in quanto la Rhiag si appoggiava professionalmente allo studio di via Massena 12/7 (dove coabitavo e collaboravo con mio fratello Beppe e Giordano Caprara; e con noi era il giovane Giorgio Palumbo). Ma il rapporto diventò diretto dal 1990: dopo la scomparsa (30/3/1990) di Ugo Caprara, Jost mi chiese di subentrargli alla presidenza del collegio sindacale: accettai di tutto cuore.

Credo che questa scelta di Jost sia dipesa anche da quanto gli aveva raccontato Ugo Caprara, che ebbe sempre per me un grande affetto e una grande stima (credo anche sopravvalutandomi). Infatti per Jost sostituire Ugo Caprara non era facile: basta ricordare quanto un documento illustrativo-pubblicitario della Rhiag riportava nel novembre del 1990:

La Rhiag si onora di avere avuto dal giorno della sua costituzione per oltre 25 anni il professor Ugo Caprara come presidente del proprio collegio sindacale e di aver potuto beneficiare in tutto questo tempo dei preziosi consigli e dei saggi orientamenti di un così grande Maestro dell’economia aziendale.

Non ebbi esitazioni, malgrado qualche scrupolo: non avrei mai potuto sostituire appieno Ugo, che a Jost dedicava molto tempo (anche da anziano fu sempre lucidissimo); mentre io ero oberato massimamente in quel periodo da impegni di ogni genere, sia accademici (avevo appena terminato il rettorato bocconiano durato 5 anni, ma della Bocconi ero il consigliere delegato con tutti i poteri, ero professore ordinario, direttore d’Istituto ecc.) sia professionali (in quel periodo ero chiamato da ogni parte per consulenze in tema di valore e valutazioni; avevo cariche in molte, forse troppe, società quotate ecc.).

A Jost non avrei certo potuto dedicare molto tempo; e la mia mente era forzatamente impegnata in molti problemi della più varia natura. Sapevo però che Giordano mi avrebbe in questo supplito egregiamente: e questo mi consentiva di accettare sapendo che la Rhiag sarebbe comunque stata costantemente seguita.

La Rhiag fu ceduta nel 1998. Dunque Lei ha seguito la società per 8 anni. Com’è stata la gestione in questo periodo e per quali ragioni – se la domanda non è indiscreta – Jost Reinhold la cedette a un gruppo inglese?

L’andamento economico (in termini di vendite e risultati economici) fu semplicemente ottimo. Per non dilungarmi troppo le faccio vedere un riepilogo dei dati essenziali (Tabella 1) tratto dai bilanci del periodo.

Quanto alle ragioni della vendita di Rhiag, ne vedo una, di peso fondamentale. In quel momento la “bolla speculativa” (alimentata anche dalle società della cosiddetta new economy e in particolare da Internet) era in pieno svolgimento. I “moltiplicatori” del valore delle aziende (sia in Borsa sia fuori Borsa) si avviavano al culmine, che sarebbe stato raggiunto tra la fine del 1999 e l’inizio del 2000. Poi sarebbero, in pochi mesi, precipitati.

Ora, è noto che vi sono due fattori essenziali che determinano il valore realizzabile di qualsiasi società: le sue prospettive economiche e i “moltiplicatori” correnti sul mercato. Per Rhiag le prime avrebbero anche potuto progredire, ma i secondi – imposti dal mercato – non potevano che cadere, più o meno pesantemente. Perciò, ancora una volta, Jost Reinhold ebbe una giusta intuizione: vendette nel momento migliore. Se avesse atteso anche solo un anno, non avrebbe certamente realizzato quanto invece riuscì a ottenere in quel momento.

Ho chiesto a Jost Reinhold se, oltre a ciò (che è peraltro più che sufficiente) egli vedesse altri motivi. Mi ha risposto:

Al raggiungimento dei miei settant’anni volevo garantire continuità alla mia azienda che, fin dalla nascita, consideravo come una mia creatura. Nonostante le mie più o meno forti pressioni però, i miei tre figli avevano scelto altre strade; mio figlio Jost Heinrich la carriera universitaria; mia figlia Silvia quella di imprenditrice nel settore moda; mia figlia Cristina la carriera teatrale. Non mi restava che cercare un acquirente che mi desse garanzie – per quanto umanamente possibile – che il futuro della mia impresa, che nel frattempo si era espansa in sette Paesi europei, sarebbe stato assicurato.

Tabella 1 Rhiag: andamento economico nel periodo 1990/97 (L/mld)

Bilancio (anno)

Vendite

Utile netto

Capitale netto

Dividendo

1990

125,6

7,7

9,6

5,8

1991

146,7

8,2

11,5

1992

177,7

6,7

34,7

5,5

1993

189,0

7,0

35,7

6,0

1994

238,3

9,2

38,8

9,0

1995

270,0

10,7

40,5

1996

292,5

11,7

52,2

1997

292,0

12,5

64,7

 

All’inizio di questa intervista, professore, ha affermato con particolare forza che la maggiore preoccupazione che ebbe Jost Reinhold quando cedette Rhiag fu di evitare che qualcuno dei suoi collaboratori ne avesse danno. Può dire qualcosa in più?

Lo confermo con certezza. Anche se è difficile andare oltre, in quanto Jost su questo punto è sempre stato molto riservato e io mi sono sempre guardato bene dallo strappargli informazioni che evidentemente non voleva dare e che preferiva tenere per sé. Ma posso dire che cosa (pur non richiesto) ha fatto per amministratori, sindaci (e anche dirigenti) che l’avevano affiancato in Rhiag.

Li chiamò tutti (a costo di comporre organi sociali ridondanti) a comporre gli organi sociali della sua Rhifim SpA (società immobiliare e marginalmente di gestione finanziaria dei mezzi propri, che mantenne la propria sede all’ultimo piano di via Pizzoni) conservando loro lo stesso trattamento economico.

Era un comportamento questo che non avevo mai visto nella mia lunghissima esperienza professionale. E, devo aggiungere, questo è solo quello che è a me noto; sospetto fortemente che sia solo una piccola parte della realtà.

A questo punto Jost Reinhold è ricco, molto ricco; e grazie alla caduta del muro di Berlino (10 novembre 1989) è anche “libero” di tornare nel “suo” mai dimenticato Meclemburgo.

Accadde giusto un mese dopo l’abbattimento del “muro della vergogna” e lui stesso ci racconta delle sue emozioni in quel giorno di gioia[106]:

Il 17 dicembre 1989, poche settimane dopo la caduta del muro, compleanno della mamma, non lo dimenticherò mai. Da molto tempo non credevo più che tale giorno potesse presentarsi nella mia vita. Andiamo verso casa, mio fratello Welf e io.

Sono passati quarant’anni da quando ho lasciato casa mia. Una piccola frase “casa mia”, che mi ha sempre accompagnato per questi quarant’anni. Quando parlavo ad amici e conoscenti di “casa mia” intendevo sempre Gross Flotow in Meclemburgo, per quanto fosse tutto bello anche nel resto del mondo e tanti rapporti stretti e profondi mi legassero ad altri paesi, luoghi, alla famiglia e a persone diventate care.

«I miei genitori – mi ha raccontato Reinhold mentre lo intervistavo – non c’erano più nella casa di Flotow. Ho ritrovato le mie due sorelle, Hanna e Vera, che abitano a Gross Gievitz a dieci chilometri da Gross Flotow; con esse l’incontro è stato affettuoso. Ma hanno il loro orgoglio (e le loro abitudini): non hanno accettato l’invito di trasferirsi in Occidente, dove pure sarebbero state meglio. Mi hanno detto: “Non una parola di trasferirci o di andare in Occidente. Noi restiamo qui”».

Dopo quella prima, memorabile “rimpatriata”, Jost ritorna più volte in Meclemburgo: non ha dimenticato la sua “patria” e vuole condividere con essa i risultati raggiunti col suo successo economico a Milano. Lo fa per molti anni. Il riconoscimento di tanta generosità (che fa parte della sua natura) glielo offre – in occasione del suo 80° compleanno – il presidente del Land di Moritz (un’area che ha al centro Gross Flotow) pronunciando ufficialmente, il 17 aprile 2009, una laudatio nella quale sono contenuti i passi che seguono e che confermano le opinioni che già in Italia si avevano di lui:

Lei, caro signor Reinhold, è una persona affatto speciale, rispettato e onorato da tutti indistintamente, prescindendo dalle fasce di età o dalla fede politica.

Lei è una delle personalità più stimate del nostro Land e ben oltre. E questo perché, contrariamente a molti imprenditori e manager oggi fortemente criticati, Lei non è avido smodato. Lei incarna l’esatto contrario!

Così era praticamente inevitabile che Lei dopo la caduta del Muro seguisse il suo cuore e facesse ritorno in Mecklenburg, ma non solo con l’obiettivo di rivedere la Sua casa.

La famosa frase di John F. Kennedy «Non chiederti cosa può fare per te il tuo Paese, chiediti piuttosto cosa tu puoi fare per lui», l’ha accompagnata sulla strada del ritorno e ha contraddistinto il Suo agire. La Sua Fondazione sostiene e aiuta in maniera incomparabile nella regione di Moritz e ben oltre, e noi beneficiamo dei frutti delle Sue generose donazioni. Così, in maniera unica, Lei ci rende partecipi del successo da Lei conseguito. (...)

Caro signor Reinhold, in tutti questi interventi – e la mia lista potrebbe continuare a lungo – Lei ha sempre fuggito ogni clamore, diffondendo intorno a sé tranquillità e fiducia. È evidente che, per Lei, la maggior gioia consiste nel dare gioia agli altri.

1

Jost Reinhold, Tutto iniziò in Meclemburgo, Grafiche Villa, 2007, pp. 9 e 19.

2

Ivi, pp. 9 e 10.

3

Ivi, p. 19.

4

Ivi, p. 57.

5

Per un singolare parallelismo, anche i nostri padri non andarono in guerra, in quanto investiti da funzioni pubbliche. Il padre di Jost era l’unico maestro di Gross Flotow e della zona. Dopo un anno passato come maresciallo di fureria a Neubrandenburg, venne richiamato al servizio scolastico con l’impegno di sostituire i maestri più giovani (richiamati in guerra) anche in zone vicine alla sua residenza. Mio padre era (come direttore di zona di una società del gruppo Edison) il responsabile della distribuzione dell’energia elettrica della bassa bergamasca: perciò fu esentato dal richiamo in guerra.

6

J. Reinhold, op. cit., p. 86.

7

Ivi, p. 89.

8

Ivi, p. 93.

9

Ivi, pp. 106 e ss.

10

Franco Tatò, Autunno tedesco. Cronaca di una ristrutturazione impossibile, Sperling & Kupfer, 1992, p. 37.

11

Ivi, p. 55.

12

Ivi, p. 102.

13

Ivi, p. 31.

14

J. Reinhold, op. cit., p. 156.

15

Ivi, p. 163.

16

Ivi, p. 158.

17

Si veda la “figura” di Ugo Caprara in Li ho visti così 1, pp. 33 e ss.

18

J. Reinhold, op. cit., p. 193.