Il mondo di Guatri
2026/7
Franco Nobili
Grande manager, cattolico intransigente, “padre-padrone” di Cogefar. Presidente dell’IRI, travolto da Tangentopoli, fu assolto. Ebbe la forza di riprendersi dalle ingiuste accuse
Fu detto il “padre-padrone” della Cogefar e per circa 30 anni lavorò e fece carriera nell’impresa della quale divenne alla fine presidente; fu chiamato poi alla presidenza dell’IRI; precipitò, senza colpe, nel baratro tritatutto di Tangentopoli dal quale, completamente assolto, riemerse con coraggio e determinazione: è il manager Franco Nobili. Lei professore ha collaborato con lui per più di una dozzina d’anni e l’ha conosciuto bene: che tipo d’uomo era?
Di Cogefar mi sono occupato fin dal 1980, quando controllante era la Bastogi-IRBS di Carlo Pesenti[111]. Nei primi anni le mie consulenze riguardarono i temi dei valori e delle valutazioni; successivamente entrai nei suoi organi sociali, come presidente del collegio sindacale, fino al 1992 (dal 1986 in epoca Acqua Marcia-Romagnoli; e quindi in epoca Cogefar-Impresit, sotto il controllo del gruppo Fiat); in totale con Cogefar ho collaborato per 12-13 anni.
Fino al 1989 presidente fu Franco Nobili: l’ho dunque conosciuto bene; fu certamente un presidente di grande peso. Era entrato in Cogefar fin dall’inizio (fu costituita nel 1959 dal costruttore Angelo Farsura e da La Centrale del dottor Bruno) e – dicono i suoi biografi – fece rapidamente carriera, diventandone presto direttore generale e, nel 1975, consigliere delegato e presidente. Lasciò la società allorché, nel 1989, passò alla presidenza dell’IRI.
Qualche biografo parla effettivamente di lui come di un “padre-padrone” della Cogefar, ma si tratta di un’iperbole giornalistica. Egli fu sempre rispettoso dei suoi azionisti; anche se richiese sempre l’indipendenza, che del resto gli fu concessa in quanto ottimo manager, capace di guidare i suoi uomini e – nel contempo – di produrre utili. E, di fronte ai “risultati”, gli azionisti (anche “di comando”) sono spesso ben lieti di concedere tutta l’indipendenza richiesta.
Ho ritrovato un documento, nei miei archivi, che risale al 1980. Tratta, in dettaglio, della valutazione del “capitale economico” (come si usava all’epoca) di Cogefar, riferito al bilancio consolidato del 31 dicembre 1979. La tabella conclusiva contenuta nel documento evidenzia questi risultati:
In riepilogo, il capitale netto rettificato risulta così stimato (in L/mil):
a) Capitale netto contabile = 33.897
b) Plusvalenza su “claims” = 10.000
c) Plusvalenza su macchinari = 21.598
– carichi fiscali (15% su b e c) = -4.740
Totale = 60.755
Non vi è luogo a calcolo di goodwill, così che il capitale economico della Cogefar risulta coincidente col capitale netto rettificato[112].
Il “capitale economico” di 60.755 milioni di lire corrispondeva (su 30 milioni di azioni) a un valore unitario di 2.000 lire per azione (il doppio del nominale). Sulla base di questo documento – che in alcune voci è commentato nel Riquadro 1 – fu deciso l’aumento di capitale di Cogefar da 30 a 40 miliardi di lire, con azioni offerte agli azionisti di Bastogi al prezzo di L. 1.350 cadauna: dunque con uno “sconto” sul “valore fondamentale stimato” di oltre il 30 per cento (misura di sconto normale, all’epoca, per rendere conveniente la sottoscrizione dei medi e piccoli azionisti).
Riquadro 1 I due problemi della valutazione del 1980
Plusvalenza sui claims
Le richieste avanzate della Cogefar ai propri committenti per l’esecuzione di lavori non previsti nei contratti, non ancora accettati e non ancora contabilizzati (con espressione sintetica, dette claims) ammontavano a fine 1979 a 35 miliardi di lire. Secondo i dati medi dedotti dall’esperienza, circa 1/3 di tali richieste trovano effettivo accoglimento, a seguito di trattative coi committenti: e l’incasso avviene dopo 2-3 anni. Il valore nominale dei claims può perciò essere assunto in 1.666 milioni di lire; e il valore attuale (arrotondato) in 10 miliardi di lire (si tenga conto che l’attualizzazione avviene per un periodo pari alla metà del differimento totale, tenuto conto che i claims hanno diverse età).
Plusvalenza sul macchinario
Viene adottato il procedimento “della rivalutazione controllata dei cespiti soggetti ad ammortamento”*. Essa, partendo dai valori di ricostruzione “a nuovo”, depurati dagli ammortamenti, sottoponendo poi questo valore patrimoniale (T) a una verifica reddituale (capacità di sopportare ammortamenti futuri + una congrua remunerazione dell’investimento). Si giunge così al valore economicamente accettabile (Te), secondo la formula:
Te = an*i, (R + A – i C’)
Dove:
R = reddito medio annuo atteso
i = tasso unitario annuo medio-normale di remunerazione del capitale investito;
A = ammortamenti dei quali si è tenuto conto nella stima di R;
C’ = C – I capitale netto diminuito del valore contabile degli immobilizzi tecnici;
T = valore tecnico attuale degli immobilizzi (base: costo di ricostruzione o di sostituzione, netto di deperimenti e obsolescenza);
Te = valore economicamente accettabile di T (per definizione Te < T)
* Il procedimento era considerato avanzato all’epoca. Si veda L. Guatri, La valutazione delle aziende, 3a ed., Giuffrè, Milano, 1987, p. 147.
Professore, dopo la sua nomina a presidente dei sindaci, nel giugno 1982, la Cogefar – sempre sotto la presidenza di Franco Nobili e con la stessa “squadra” di manager – compì rapidi progressi: era favorita dal miglioramento della “posizione finanziaria” e dall’espansione internazionale (agevolata a sua volta dal cambio lira/dollaro). Lei ha detto, se non vado errato, che la stima della società alla fine del 1983 risultava raddoppiata (anche se l’inflazione tra il 1980 e il 1983 era stata dell’ordine del 15% per anno). Ci vuol spiegare cos’era accaduto?
Con l’assemblea 23 giugno 1982 entrai come presidente del collegio sindacale di Cogefar. La mia nomina spiega perché la successiva valutazione di Cogefar del 5 marzo 1984 sia opera della (allora giovane) mia allieva professoressa Maria Martellini.
Questa stima, che si ricollega a quella del 1980, registrando i progressi della società, oltre all’aumento di capitale, esprime anche un goodwill di 7,1, miliardi di lire. La conclusione è riportata nel Riquadro 2.
In quegli anni ritrovai in Cogefar, tra i consiglieri delegati (con delega al bilancio), Angelo Pàrola, un bocconiano di qualche anno più anziano di me, che già avevo conosciuto in Montecatini nel 1949. Pàrola mi dava grande fiducia; aveva grande competenza di bilanci: le informazioni ai fini delle valutazioni dell’epoca provenivano, in massima parte, da questa affidabilissima fonte.
A che servisse la nuova valutazione di Cogefar lo si deduce da una lettera, datata 21 giugno 1985, di Bastogi-IRBS (con sede in Milano in via Goldoni 39): si trattava della concessione da Cogefar alla controllante Bastogi di un finanziamento di 2,4 miliardi di lire, che – si disse – «verrà rimborsato col dividendo sul bilancio 1985».
Riquadro 2 Conclusioni della valutazione Cogefar del 5 marzo 1984
(...) La stima del capitale economico della Cogefar, condotta col metodo giudicato appropriato alle caratteristiche della società (cioè col metodo misto patrimoniale-reddituale con stima autonoma del Goodwill), ha portato alla conclusione
W = 157.339 L/mil
La verifica reddituale ha sostanzialmente confermato che i tassi di rendimento dell’investimento (...) sono sufficienti, anche tenuto conto che trattasi di redditi reali, cioè al netto della componente inflazionistica.
In conclusione, al capitale economico della Cogefar può attribuirsi un valore di L.157 miliardi.
Alle singole azioni da nominali L. 1.000 può attribuirsi il valore di L. 3.925 se non si tiene conto delle obbligazioni convertibili (n. 21.000.000 di obbligazioni da nominali L. 1.000 cad., convertibili secondo il rapporto 2 azioni ogni 3 obbligazioni). Se invece si tiene conto delle obbligazioni convertibili, il valore dell’azione si riduce come segue:
Dove:
O = valore nominale delle obbligazioni;
N1 = numero delle azioni in circolazione;
N2 = numero delle obbligazioni convertibili in circolazione
Dato che della presenza delle obbligazioni convertibili è, a nostro avviso, necessario tenere conto, la stima finale della singola azione è pertanto di L. 3.296.
Dalla perizia si deduce anche il notevole miglioramento intervenuto, negli ultimi anni, nelle condizioni finanziarie della Cogefar. Il Gruppo, che appariva fortemente indebolito e con un conto economico caratterizzato da forte incidenza degli oneri finanziari, ha ottenuto sensibili miglioramenti; così che ormai, anche sotto tale profilo, la Cogefar si allinea tra le più robuste compagnie internazionali.
Come si trovò, professore, nella Bastogi-IRBS nel periodo di Acqua Marcia-Romagnoli?
Da quando Bastogi entrò (nel 1986) nell’orbita di Acqua Marcia (cioè di Vincenzo Romagnoli) si andò indebolendo.
Nel corso di quegli anni infatti, lo ricordo bene, il gentile e audace commendator Romagnoli si era avventurato (come altri) nel campo delle televisioni private (che già tanti danni avevano generato alla Rizzoli e alla Mondadori) con Odeon TV (la stessa che, negli ultimi anni Settanta, causò perdite anche a Callisto Tanzi, che pure improvvidamente si era misurato con simili iniziative, dalle quali solo Berlusconi uscì con successo).
Ricordo (purtroppo!) quando, dopo le assemblee, Romagnoli veniva circondato dai giornalisti, ai quali esponeva i suoi... grandi programmi televisivi, dei quali (anche per le esperienze che già avevo maturato) dubitavo fortemente.
Ricordo altresì, con chiarezza, che un giorno (pur riuscendomi nonostante tutto, il commendator Romagnoli simpatico) chiesi al consigliere delegato dottor Scotti – motivando la richiesta con i troppi impegni (all’epoca, oltre che consigliere delegato ero divenuto anche Rettore dell’Università Bocconi; inoltre ricevevo molte richieste di pareri, valutazioni eccetera, eccetera) – di lasciare la presidenza del collegio sindacale e indicai addirittura un successore di piena fiducia.
Ma il dottor Scotti non volle sentire parlare di dimissioni. E ci volle del bello e del buono per calmare gli animi sia del commendator Romagnoli (che reagì come Scotti) sia del presidente Franco Nobili che desiderava rimanessi in Cogefar e che per convincermi mi presentò argomentate sollecitazioni. Alla fine si raggiunse un’intesa: sarei rimasto in Bastogi fino alla scadenza naturale del mandato.
Romagnoli accettò, peraltro, anche il suggerimento di ridurre gradualmente gli investimenti in partecipazioni e, di riflesso, l’eccesso di indebitamento. Questi antefatti fanno meglio comprendere la fase successiva: la vendita di Cogefar a Fiat Impresit e la nascita di Cogefar Impresit.
L’acquisto di Cogefar da parte del Gruppo Fiat e la successiva fusione tra Cogefar e Impresit, con la nascita di Cogefar Impresit nei primi mesi del 1989, sembrava avessero creato un gruppo fortissimo, e tutto – come Lei dice – pareva andare “a gonfie vele”. Anche l’uscita del dottor Nobili (in quell’anno nominato presidente dell’IRI), che per decenni aveva guidato la società, pareva aver trovato (a suo giudizio) un’adeguata soluzione con la nomina alla presidenza di Francesco Paolo Mattioli, un manager del quale aveva grande stima. Come si svolse questa fase della vita di Cogefar?
Parto con un’ampia citazione, che illustra con chiarezza l’avvio della trattativa. La Repubblica del 12 febbraio 1989 scrisse:
La Fiat conferma il suo interesse per la Cogefar, la società di grandi lavori controllata dall’Acqua Marcia di Vincenzo Romagnoli. Se l’operazione andrà in porto, la Cogefar finirà nel portafoglio della Fiat Impresit, l’azienda del gruppo torinese che si occupa di ingegneria civile. A corso Marconi si tengono molto abbottonati su questo affare non confermando l’esistenza della trattativa e tantomeno la sua positiva conclusione. Tuttavia ricordano che la strategia del gruppo è quella di cercare importanti integrazioni produttive in vista della sfida europea del ’92. «Per questo motivo è necessario dare alle imprese italiane dimensioni tali da poter reggere adeguatamente il peso della concorrenza. Per attuare tale strategia – spiega un portavoce del gruppo – abbiamo dialoghi aperti con tutti i potenziali partners».
Come si vede a Torino la prendono un po’ larga. Tuttavia anche questa indiretta ammissione è un gran passo avanti visto che, fino a oggi, qualunque indiscrezione sull’affare Fiat Impresit-Cogefar veniva bloccata con secche smentite. Da Romagnoli, complice anche il week-end, non giunge alcuna indicazione. C’è solo una conferma indiretta offerta dalle dimissioni di Aldo Spolverini, vicepresidente e amministratore delegato dell’Acqua Marcia. Spolverini, autore finora delle strategie finanziarie del gruppo, ha lasciato gli incarichi (resta però nel Consiglio d’Amministrazione) in quanto le cessioni della Cogefar e delle compagnie assicurative faranno incassare circa 500-550 miliardi e circoscriveranno l’attività di Romagnoli al solo settore immobiliare. «Per questo motivo – ha spiegato Spolverini in un’intervista – stanno venendo meno le funzioni che, nel quadro della mia specifica preparazione professionale, costituivano la base e il contenuto delle cariche ricoperte nell’Acqua Marcia».
Va detto, peraltro, che la trattativa per la cessione di Cogefar si presenta tutt’altro che facile e gli uomini di Mediobanca che la stanno curando per conto di Torino dovranno far ricorso a tutta la loro abilità di mediatori. Il primo ostacolo è rappresentato dal prezzo. La Swiss Bank ha valutato tutta la Cogefar più di 600 miliardi. In Borsa la società capitalizza 344 miliardi; quindi il 51 per cento in mano a Romagnoli vale almeno 300. Il costruttore, però, chiede l’applicazione di un congruo premio di maggioranza ed è proprio su questo ulteriore vantaggio che finora tutti i negoziati si sono arenati. Inoltre bisogna tener conto del desiderio di Romagnoli di non perdere completamente i contatti con il suo gioiello. Ma la Fiat è disponibile ad associarlo all’impresa? Un altro problema ancora è rappresentato dal management della Cogefar e in particolare dal suo presidente Franco Nobili, che è l’artefice principale dei successi dell’azienda. Nobili non ha mai perso occasione per ricordare che il nuovo proprietario della società avrebbe dovuto rispettare l’autonomia dell’attuale dirigenza. Solo che con la Fiat è difficile ottenere soddisfazione a questo desiderio sia perché la Impresit dispone già di un management molto preparato sia perché si parla di una possibile fusione tra il gruppo torinese e la Cogefar per sfruttare il fatto che la società di Romagnoli è già quotata in Borsa.
Il bilancio che si assumeva a base della stima è quello di fine 1988, che porta la firma di Nobili e mia. Esso si presenta con cifre interessanti:
Fatturato consolidato = 776,5 L/mld
Utile netto consolidato = 22,7 L/mld
Situazione finanziari netta = 99 L/mld (positiva)
Portafoglio ordini = 1.610 L/mld (di cui 610 sull’estero)
Patrimonio netto consolidato = 292,1 L/mld (dopo l’aumento di capitale del 1986 da 59,2 a 80,8 L/ mld, oltre al sovrapprezzo di 2.600 lire per ogni azione emessa di nominale 1.000, cioè altri 56,2 L/mld)
La pretesa di Romagnoli di incassare “almeno” 300 miliardi di lire non era perciò così fuori luogo?
Alla fine, nel maggio 1989, l’operazione si concluse con la mediazione di Mediobanca: il prezzo delle azioni Cogefar fu stabilito in L. 7.500 per azione per il 51 per cento delle azioni ordinarie, che consentivano al gruppo Fiat il controllo (in valore assoluto); la Bastogi già di Romagnoli incassò, per circa 40,4 milioni di azioni ordinarie, attorno a 300 L/mld.
Nel nuovo Consiglio, nominato dall’assemblea del 29 giugno 1989, fermi il presidente Franco Nobili e i due consiglieri delegati Pàrola e Leonardi, entrarono Francesco Paolo Mattioli (vicepresidente), Enzo Papi e altri due consiglieri. Il collegio sindacale rimase inalterato.
Si addivenne – in sede straordinaria – alla fusione di Impresit in Cogefar (la sola società già quotata) e nacque, Cogefar Impresit. Il professor Roberto Poli – in qualità di esperto – valutò Cogefar 500 miliardi di lire; e Impresit 439 miliardi di lire (i metodi di valutazione non furono resi pubblici, almeno secondo la stampa dell’epoca). Alla fine, Fiat Impresit acquisì il 70,78 per cento delle azioni ordinarie (e IMI rimase socio al 4,86%).
Nobili sarebbe rimasto come presidente se, pochi mesi dopo, non fosse stato chiamato alla presidenza dell’IRI, dove successe a Romano Prodi. Gli subentrò alla presidenza Paolo Francesco Mattioli. Gli amministratori delegati (Angelo Pàrola, Luciano Leonardi) rimasero al loro posto, ma per poco: ben presto i rapporti si deteriorarono e i due lasciarono (Pàrola, purtroppo, morì poco dopo). Consigliere delegato divenne Enzo Papi.
In quel primo anno post-fusione l’utile netto superò i 29 miliardi di lire (oltre ad accantonamenti per 12 L/mld e ammortamenti per 47,6 L/mld). Tutto, dunque, pareva andare a gonfie vele. Anch’io ero contento; del dottor Mattioli, tra l’altro, avevo un’ottima opinione.
Ma la tranquillità durò un anno o poco più: ben presto nubi oscure si affacciarono all’orizzonte. L’ultima assemblea “tranquilla” cui partecipai si svolse (lo deduco dalla “Convocazione”) il 18 giugno 1991 presso il Mediocredito Lombardo, a Milano in via Broletto 20. Vi fui confermato presidente del collegio sindacale; tra i “supplenti” indicai (e fu nominato) Francesco Comotti, mio fido collaboratore.
Nel maggio 1992 la “bufera di Tangentopoli” raggiunge anche Cogefar, nella persona del dottor Papi, consigliere delegato. Poteva, professore, immaginare una cosa simile? Si sarebbe mai aspettato tutto questo?
Col senno di poi, che qualche “compenso” dovesse essere stato corrisposto in Paesi come Somalia, Camerun, Tanzania, Santo Domingo, Algeria, El Salvador, Zaire, Zambia, Zimbawe ecc. (si veda bilancio 1988), lo si poteva pure supporre, anche se nulla risultava dagli atti (e tanto meno dalla contabilità). Infatti si legge in un passo del bilancio (p. 10) di Cogefar del 1988:
L’ambiente economico e politico in cui la Vostra Società è “immersa”, come tutte le imprese di costruzioni, ha condizionato e continuerà a condizionare la vita aziendale, in misura certamente maggiore che in altre attività industriali; ciò in quanto il cliente della Cogefar è quasi esclusivamente rappresentato da un Ente pubblico nazionale o estero.
Ma una “bufera” del genere non l’avrei immaginata. Il Corriere della Sera dell’8 maggio 1992 uscì col titolo «Papi, alla Cogefar ha gestito l’eredità di Nobili – Ritratto del manager arrestato nell’ambito delle indagini sugli appalti pubblici a Milano» e il seguente testo:
Guida il più grosso gruppo delle costruzioni in Italia, ma la sua carriera non si è svolta in mezzo alla polvere dei cantieri: è cresciuto negli uffici manageriali di diverse società Fiat. E la Fiat ha fatto subito quadrato intorno al suo dirigente: Enzo Papi, 45 anni, da due amministratore delegato della Cogefar Impresit, quotata in Borsa e controllata al 70 per cento dal gruppo di corso Marconi. La Borsa ha reagito immediatamente, benché lo stesso giudice Di Pietro abbia precisato in serata che gli addebiti si riferirebbero a fatti avvenuti prima dell’entrata della Fiat nella società: il titolo Cogefar Impresit ha chiuso a 3.555 lire, perdendo il 4,4 per cento del suo valore. Solo nel dopolistino è risalito a 3.650. Fra tanti costruttori pronti a raccontare con dovizia di particolari le tangenti pagate, pagande e pagabili, Papi si è distinto negando. Prima di andare incontro all’arresto ha lasciato detto che si considera completamente estraneo all’accusa di concorso in corruzione aggravata. Affermazione diffusa dall’azienda e ribadita dall’avvocato Vittorio Chiusano, che assiste Papi. Ha fatto seguito nella stessa mattinata un documento del presidente della Cogefar Impresit, Francesco Paolo Mattioli, che ha offerto a Papi totale copertura, esprimendo «la massima fiducia nell’operato della magistratura», e aggiungendo: «La società aspetta di conoscere le conclusioni definitive della magistratura prima di esprimere la sua responsabile posizione in merito. La presidenza della società tiene a confermare il proprio giudizio positivo sulla serietà operativa di Enzo Papi, sulle sue capacità professionali e sul suo impegno. Papi è nel gruppo da 15 anni».
Quando, in quel maggio 1992, Lei decise di lasciare subito la carica in Cogefar Impresit aveva qualche cattivo presentimento? O fu mosso da altri e più precisi motivi?
I motivi di quell’abbandono immediato furono altri. Infatti, quando all’inizio di maggio del 1992 mi recai nello studio dell’amico avvocato Marcello Franco, consigliere di Cogefar Impresit (e prima di Cogefar), gli confidai con franchezza che, pur con l’amicizia e la stima che mi legavano a lui e al dottor Mattioli, sentivo il dovere di preavvertirli che, per la mia qualità di consigliere delegato e professore ordinario della Bocconi, desideravo lasciare la carica. Non avevo dubbi o rimostranze per nessuno: ma in quei frangenti non avrei potuto consentire che, sia pure molto indirettamente, la carica in Cogefar-Impresit gettasse anche una sola “ombra” verso la “mia” università, i miei allievi, i miei studenti. L’avvocato Franco cercò, invano, di dissuadermi; gli assicurai che, comunque, mi sarebbe subentrata una persona capace e perbene (sulla quale non gravavano incompatibilità del genere): il ragionier Francesco Comotti. Aggiunsi che non ero mosso da alcun timore personale, ma sentivo il dovere morale di farlo, anche se nessuno me lo chiedeva. Ci avevo pensato a lungo e fui irremovibile.
Anche se – aggiungo – non avevo (come nessun altro aveva) in quel momento la più pallida idea della tempesta che stava per scoppiare sulle teste di Francesco Paolo Mattioli e l’anno successivo di Franco Nobili: no, non l’avrei mai immaginato!
Sul validissimo manager Fiat Francesco Paolo Mattioli (nipote del mitico Raffaele Mattioli), che conobbi, oltre che nel Consiglio di Gemina, anche come efficiente presidente della Fidis in via Montebello a Milano, avevo e conservo un ottimo concetto. Mi strinse il cuore quando l’anno dopo (a fine febbraio 1993), anch’egli fu coinvolto nella “bufera”. Ma di lui, oltre a professargli la mia stima immutata, non dirò altro. È inutile riaprire ferite forse ancora dolenti. Vorrei aggiungere che negli anni trascorsi spesso avrei voluto scrivergli. Mi ha trattenuto solo questo timore[113].
Per quanto la veda tanto dispiaciuto, un pochino anche commosso, devo ora chiederle delle analoghe vicende che riguardarono il nostro “personaggio”, Franco Nobili, anch’egli travolto dalla “bufera” nel maggio 1993.
Su di lui la “bufera” scoppiò il 7 maggio 1993. Scrive Dentro Salerno, quotidiano online, il 29 novembre 2008:
I suoi guai giudiziari iniziarono la mattina del 7 maggio 1993 quando fu letteralmente trascinato nella Questura de L’Aquila per essere interrogato dal pm Fabrizio Tragnone nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti abruzzesi della Cogefar. Ma l’assalto alla sua immagine e al suo potere era stato, forse, preparato qualche mese prima quando nel bunker della Procura milanese si incontrarono i magistrati meneghini Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e i magistrati salernitani Michelangelo Russo, Vito Di Nicola e Luigi D’Alessio per concordare la strategia d’attacco proprio contro Franco Nobili che a Salerno con la Cogefar Impresit stava realizzando il famigerato “trincerone ferroviario”. Il risveglio del manager dopo la brusca frenata del 7 maggio a L’Aquila fu drammatico: la mattina del 12 maggio 1993 il pool milanese lo arrestò con l’accusa delle tangenti Enel.
[Fu ipotizzata] l’esistenza di due società per la raccolta di fondi neri, una nelle isole britanniche del Canale (Saint Peters) e l’altra nel Liechtenstein (Fidin). Franco Nobili restò in carcere fino al 28 luglio 1993, ben 78 giorni nell’impenetrabile San Vittore per cercare di difendersi da accuse farneticanti sulle quali la mattina del 31 maggio 1993 venne posta la più classica delle ciliegine ad opera della Procura della Repubblica di Salerno: nuovo mandato di arresto in carcere per presunte tangenti sull’appalto del “trincerone ferroviario”.
Mi si stringe il cuore mentre rileggo gli articoli della grande stampa del luglio 1993 (quando Nobili fu trattenuto nelle carceri di San Vittore per ben due mesi e mezzo!). In un articolo di V. Postiglione, «Nobili: “mi hanno dimenticato in cella”», del 22 luglio 1993 sul Corriere della Sera si legge:
Sesto raggio, oggi Tangentopoli. Nella cella numero 3 c’è Franco Nobili, 68 anni, l’ex presidente dell’Iri. Camicia azzurra con piccole righe bianche, pantaloni scuri, orologio a tinte vivaci, con il cinturino di plastica. «Sono tranquillissimo», dice. Tira fuori sedie e sgabelli. E lui si prende lo sgabello: «No, per carità, io sto bene qui, la sedia agli ospiti». Ha un pacco di carte sotto il braccio: «Ultimo interrogatorio: 14 giugno. E poi basta, non ho più notizie. Io aspetto, ho la massima fiducia nei giudici. Ma certo, se mi facessero sapere qualcosa...». Allarga le braccia, Nobili: «Sono innocente, non so nulla, non ho niente da raccontare. Mica posso inventare».
E Cagliari, il suo amico Cagliari? «L’ho visto due giorni fa. C’era una tristezza infinita nei suoi occhi... Ho cercato di fargli coraggio, ma non era facile».
Franco Nobili legge e scrive, tutto il tempo. «L’ultima lettura? La vita di Padre Pio. Vivo qui come un monaco. Faccio finta che sia la “cella” di una abbazia. Vado a messa, faccio la comunione: è una prova che il Signore mi ha voluto inviare. Sì, l’ho presa così». Mostra un pacco di lettere, con orgoglio: «Quello che mi angoscia è il dolore di mia moglie e delle mie cinque figlie. Vedete? Mi scrivono cose bellissime... un giorno le pubblicherò». E poi, con le mani su petto: «Io ho fatto la Resistenza, ho una medaglia al valor militare. E mi lasciano qui...».
In quell’estate del 1993, ripensandoci oggi, la distanza da corso di Porta Romana (sede dell’Inquisizione spagnola del XVI secolo) e San Vittore non era davvero molta! (e non soltanto in linea d’aria...).
Solamente alla sua morte riaffiora, anche sui grandi giornali, il cordoglio per un uomo che ha fatto molto per il Paese, anche se gli furono ingiustamente inferti colpi feroci. Un’intera pagina del Corriere della Sera del 28 novembre 2008 reca il titolo: «Addio a Nobili, manager di Stato – Il Cattolico che aiutò l’IRI a cambiare». A fianco una grande fotografia a colori. Si legge:
Franco Nobili lasciò la più alta poltrona dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale nel maggio 1993, colpito dall’inchiesta Mani pulite, filone tangenti Enel. Venne anche arrestato ma nel 2000, al processo d’appello, fu completamente scagionato e assolto dalle accuse per non aver commesso il fatto.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ieri avuto per lui parole lusinghiere. In un messaggio inviato alla moglie Maria Antonietta, il capo dello Stato scrive: «Apprendo con tristezza la notizia della scomparsa di Franco Nobili, figura rappresentativa per molti anni della vita economica e civile del nostro Paese». Napolitano ricorda la «sua partecipazione alla Resistenza, l’attività alla guida di imprese private e pubbliche fortemente impegnate nel sostenere la crescita economica e sociale del Paese».
Anche Romano Prodi, che fu all’IRI prima di lui, ha voluto pubblicamente esprimere la sua vicinanza alla famiglia «unendosi al dolore per la scomparsa di un uomo di straordinaria rettitudine morale e grandi capacità».
Per la fusione Bastogi-Istituto Romano dei Beni Stabili del 1978, si veda p. 157 e ss.
L’utile contabile del 1978/79 era tra 2,1 e 3 miliardi di lire. Corretto per gli aumenti di valore dei claims, si portava in media attorno a 4,5 miliardi di lire per anno (6,7% del capitale netto rettificato). Da ciò l’assenza di goodwill.
Proprio nel giorno (12 gennaio 2010) in cui queste pagine stanno per essere consegnate all’editore (e io mi trovo lontano dall’Italia) mi perviene la dolorosa, inattesa notizia della scomparsa di Francesco Paolo Mattioli, a soli 70 anni. Quella lontana ferita, dunque, era “ancora dolente”, come temevo. Alla sua memoria mi inchino. «Finanziere e gentiluomo», così intitola Francesco Antonioli l’articolo su Il Sole 24 Ore di oggi: un titolo giusto! Ne riporto alcuni tratti che spiegano con chiarezza lo “tzunami” che lo investì ai primi di marzo del 1993.
«Erano i primi di marzo del 1993, a San Vittore. Vestiva una tuta blu, neppure di marca. Lo avevano portato dietro le sbarre il 22 febbraio. Nonostante tutto manteneva il suo aplomb di alto signore distinto, abituato ai completi eleganti e a ben altri ambienti. Tutt’altro che uno snob, certo stava vivendo un inferno. D’improvviso si trovò di fronte Igor Man, l’indimenticato cronista che – chissà come – era riuscito a intrufolarsi nella prigione per salutare l’amico. Fu un abbraccio liberatorio, anche se composto e misurato. Poche parole, senza inveire contro nessuno, convinto di aver svolto bene il proprio mestiere, sotto lo sguardo sospettoso delle guardie. D’altronde, fuori, infuriava Tangentopoli. Eppure era fatto così Francesco Paolo Mattioli, classe 1940, top manager finanziario della Fiat nell’epoca Romiti. E così, ieri, se n’è andato in silenzio, discretamente. Senza recriminare, nonostante la malattia che negli ultimi mesi l’aveva consumato. (...)
Tangentopoli fu uno spartiacque nella sua vita. Il carcere non è una bella esperienza per nessuno. A Igor Man lo raccontò in poche battute, e non solo perché era cordiale d’abitudine con i giornalisti: “Lo sa? Un detenuto mi ha regalato un uovo al tegamino. Ho capito che cos’è la solidarietà. Nel mio mondo nessuno ti dà niente per niente”. Oltre un mese a San Vittore, gli arresti domiciliari, i processi, la condanna. Alcuni inquirenti pensavano, attraverso di lui, di arrivare ai vertici Fiat. Ma si sbagliavano. Nel 1999, esaurita la tempesta, riprese l’attività in Fiat: executive vicepresidente del gruppo per assicurazioni, editoria e Internazionale holding. Dal 2001, formalmente in pensione, ne è rimasto consulente, affiancando l’incarico di amministratore indipendente di Prysmian e Atlantia. “Mai un gesto di superbia o un’invettiva”, ricordano in Fiat. “Dalla segretaria al dirigente, sempre disponibile e con una battuta pronta”».