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Il mondo di Guatri

2026/7

Giovanni Demaria

Importante e noto economista del Novecento, dalle teorie originali e audaci; fermo nelle sue opinioni fino a sfidare la dittatura. Un grande docente amato da generazioni di bocconiani

Abbiamo programmato di parlare di Giovanni Demaria: un grande e complesso personaggio bocconiano, studioso originale, coraggiosamente impegnato nella politica quando era difficile e pericoloso anche solo parlare di libertà e di democrazia. Vorrei cominciare chiedendole innanzitutto un giudizio: chi era Giovanni Demaria?

È stato un grande economista del Novecento, originalissimo nelle sue teorie audaci, tenace nelle proprie opinioni e nei propri comportamenti (fino a sfidare la dittatura), amato da generazioni di studenti bocconiani, ma per quasi vent’anni in opposizione al Consiglio d’Amministrazione (e per un breve periodo anche al Consiglio di facoltà). Considero un grande onore averlo convinto a riconciliarsi con la “sua” università. Giovanni Demaria è stato uno dei grandi docenti nella storia della Bocconi, uno dei suoi massimi economisti, uno scienziato multiforme, un Maestro con la “M” maiuscola (Riquadro 1).

Com’è avvenuto, e quando, il suo primo “incontro” con il professor Demaria?

Avvenne nel 1945. Arrivai per la prima volta all’Università Bocconi, accompagnato dall’inseparabile Rino Invernizzi (foto a p. 371), alla fine d’agosto di quell’anno per iscrivermi al primo anno di Economia e Commercio. Giungevamo da Treviglio e le vecchie carte della città di Milano ci portarono diritti a largo Notari 3. Qui un burbero messo comunale ci disse: «Ragazzi, guardate che ormai la Bocconi si trova nei pressi di Porta Ludovica...». Riprendemmo il tram e finalmente scendemmo in via Castelbarco, di fronte al cinema Cristallo. Da qui, superando alcune montagnole di detriti e di terriccio, frutto delle bombe del 1943, attraverso un percorso di 200 metri di alti e bassi, si scendeva davanti a via Sarfatti 25 (l’ingresso unico, non uno dei tanti come oggi). Allo sportello incontrammo una giovane e bella impiegata (la signora Galli, la cassiera dell’epoca, un vero “biglietto da visita”), che raccolse le nostre carte e ci fornì un vaglia postale con scritta la somma della prima rata delle tasse annuali: eravamo iscritti.

Riquadro 1 Biografia sintetica di Giovanni Demaria

Nasce a Torino il 5 dicembre 1899 Combatte come ufficiale d’artiglieria (1917)

Si laurea a Torino (Istituto superiore di commercio)

Studia a Venezia Ca' Foscari con Gustavo Del Vecchio (che considera suo Maestro)

1928: libero docente

1929: vince il concorso e viene chiamato per la cattedra di Economia politica allIstituto superiore di scienze economiche e commerciali di Bari 1930/33: si specializza a Harvard

1938: viene chiamato come ordinario allUniversità Bocconi

1945: pro-rettore della Bocconi (nomina del Comando alleato: assomma le funzioni accademiche e amministrative)

1945/46: presidente della commissione economica dellAssemblea Costituente

1946/52: Rettore della Bocconi

1938/70: direttore dellIstituto di Economia E. Bocconi 1939/75: direttore del Giornale degli Economisti 1970: esce dai ruoli

1986: viene nominato professore emerito dellUniversità Bocconi

Muore a Milano il 12 aprile 1998

 

Dai manifesti ancora appesi ai corridoi, il Rettore professor Paolo Greco sembrava impartire le ultime disposizioni. Ma erano nei fatti già superate. Come anche noi giovani studenti venimmo a sapere pochi giorni dopo. Con una storica lettera del 7 agosto, infatti, il professor Giovanni Demaria (foto a p. 370) aveva informato la presidente dell’Università Bocconi (nobildonna Javotte Bocconi Manca di Villahermosa; foto a p. 383): «Dal Comando Alleato mi è stato conferito l’incarico di reggere per il momento, e con la doppia funzione accademica e amministrativa, le sorti della nostra Università».

Come mai gli Alleati affidarono a Giovanni Demaria il compito di reggente della Liberazione (come in quel periodo di transizione fra la guerra e la pace venivano chiamati tutti coloro ai quali venivano affidati incarichi pubblici)?

Le ragioni sono note: la sua fiera opposizione al fascismo, che pure tanti guai gli aveva procurato in anni precedenti[8]. Demaria assunse in tal modo, alla ripresa post bellica, inizialmente la qualifica accademica di pro-rettore, che ricoprì per l’anno accademico 1945/46. Nel 1946 il Comando alleato consentì al ripristino dello status normale; e il nuovo Consiglio d’Amministrazione (alla cui presidenza era tornata donna Javotte Bocconi) lo nominò Rettore per l’anno accademico 1946/47.

E finalmente all’inizio delle lezioni dell’anno accademico 1945/46 lei conobbe Demaria non solo di fama ma anche come persona e come docente?

I corsi avevano inizio verso la metà di ottobre. In quell’ottobre del 1945 nell’aula di primo anno incontrai per il corso di Economia politica l’emblematica figura di Giovanni Demaria (al quale si alternava, per le cosiddette esercitazioni, che erano in realtà le lezioni di Logica economica, il professor Armando Frumento).

Oltre a Demaria, vi erano in quel primo anno molte “figure” di grande fama: Giovanni Ricci, ordinario (all’Università Statale) di Matematica; Mario Rotondi, ordinario (in Statale) di Diritto privato; Oreste Ranelletti, ordinario (in Statale) di Diritto pubblico.

Tra i corsi giudicati “durissimi”, oltre ai primi due (Demaria e Ricci) ricordo quello di Ragioneria generale, condotto dall’allora giovane Napoleone Rossi (assistente di Zappa) e quello di Statistica, condotto dal trentenne Francesco Brambilla. Tra i primissimi esami cui mi presentai a giugno 1946 vi era, naturalmente, Economia politica.

Materie certamente difficili e docenti preparati, che riuscivano a comunicare con gli studenti e a interessarli agli argomenti che dovevano studiare. Il risultato del suo primo esame forse sorprese anche lei o era consapevole della sua eccezionale preparazione?

L’aula di primo anno (la sola con capienza di circa 200 posti) era colma per i soli quattro corsi cosiddetti “difficili”; a metà e no rimanevano gli altri corsi. Alle lezioni di Demaria (e di Frumento) ero sempre presente. Arrivavo da Treviglio (nei cosiddetti “carri bestiame”, le carrozze dell’epoca, essendo le nostre Ferrovie del tutto prive di vere carrozze); mi trattenevo 3-4 giorni presso una pro-zia, pranzavo a mezzogiorno nella gelida mensa “dei bollini” (come gelido era tutto l’edificio) e continuavo nel pomeriggio.

Demaria appariva in aula sempre al mattino. Ci intratteneva sullo Stato sociale moderno[9], il libro che stava scrivendo (e quindi non era materia d’esame) e lasciava il resto (cioè la materia d’esame) al professor Armando Frumento, suo collaboratore stretto. Ma nessuno lo evitava all’esame (dopo aver superato il pre-esame di Frumento). Davanti a lui finii anch’io, in quel giugno 1946, dopo che Frumento mi aveva dato ampi segni di assenso (pur senza comunicare il giudizio, che rimaneva riservato). Demaria mi esaminò con la sua consueta attenzione, appesantì via via le domande; alla fine afferrò il libretto e lo riempì in un secondo: “trenta e lode”. La voce si sparse in tutto il corridoio... Il fatto non accadeva più di una volta all’anno.

Ma per lei non fu un risultato occasionale...

Al secondo anno, come sempre accadeva in quei tempi, lo scenario mutava: le lezioni si svolgevano nelle aulette al secondo piano di via Sarfatti e registravano 30-40 presenze. La suddivisione delle lezioni non mutava: Demaria allo Stato sociale moderno, aggiungeva, ogni due settimane, un seminario basato sulla discussione di un libro scelto di volta in volta; agli assistenti (al secondo anno il giovane Innocenzo Gasparini) erano affidate le lezioni sulla Logica economica.

Avevo l’impressione che, dopo l’esame di primo anno, Demaria mi riconoscesse: mi chiese infatti di svolgere la presentazione di un articolo del professor Umberto Ricci sull’elasticità della domanda per il primo seminario periodico. Mi lasciò esporre e discutere il testo “dall’a alla z”. Intervenne brevemente nella discussione e alla fine commentò, rivolto alla classe: «Che ne dite? Ha dimostrato sicurezza e chiarezza; e i commenti (troppi formalismi eccetera, eccetera) sono corretti. Ha fatto molto bene».

Fu così che mi notò: e da quel momento, in quella piccola aula, non erano rare le occasioni in cui, nel corso di una lezione, si rivolgesse a me, chiedendo: «Guatri, che ne pensa?». Dovevo interloquire con lui; e così facevo. All’esame di giugno, quando mi sedetti davanti al Maestro, mi fece alcune domande: ma aveva l’aria di chi già sapesse che l’esame era quasi pleonastico. Poco dopo, infatti, vergò il “trenta e lode”. La voce tornò a spargersi nel corridoio...

Fu forse in quel tempo che lei scoprì la vocazione all’insegnamento, aiutato anche dal fatto che i suoi stessi compagni le chiedevano “ripetizioni” sugli argomenti più difficili?

Al secondo trenta e lode credo che il meno meravigliato fossi proprio io. In quei mesi, dopo la mensa e mentre attendevamo l’inizio delle lezioni pomeridiane, mi ero ben esercitato: più d’una volta ero andato alla lavagna per spiegare a diversi miei compagni i... misteri della logica (e già che c’ero della matematica finanziaria del professor Dominedò, che era poi un altro esame di matematica avanzata che quasi nessuno dei miei compagni riusciva a seguire...).

Verso la fine del secondo anno con tempi notevolmente anticipati rispetto a quelli dei giovani di oggi – Lei, professore, cominciò a valutare come orientare i suoi studi in funzione della futura specializzazione e quindi della sua tesi di laurea. Le forti personalità dei docenti conosciuti e frequentati in Bocconi le crearono di certo non pochi momenti d’incertezza...

È così. Alla fine del secondo anno dei corsi, ebbi qualche dubbio per l’indirizzo dei miei studi nel futuro. Avevo in quell’anno incontrato due grandi maestri: Demaria e Zappa. Ne ero stato affascinato. Dovetti ritirarmi in me stesso per orientarmi ai fini della tesi verso l’uno o verso l’altro. Poi la decisione: la stessa cui avevo pensato fin dal primo giorno in via Sarfatti. Ma la “statura” di Giovanni Demaria aveva suscitato in me un’attrazione che poteva essere fatale, che poteva cambiare il corso della mia vita. Scelsi, infine, la tesi con Zappa e questa fu la scelta della mia vita, che non ho assolutamente mai rimpianto.

Anche se, tornando per curiosità a rileggere il mio libro, scritto nel 1948 (e stampato dall’Editore Giuffrè nell’anno successivo), vi abbia in più punti trovato l’eco delle lezioni di Demaria (leggo, ad esempio, a p. 453: «...i fatti sempre nuovi introdotti dall’entelechia»... Inconfondibile!).

Professore, il suo esordio e i suoi primi rilevanti successi nella ricerca, nell’insegnamento, nella professione, sono stati contrassegnati dalla forte presenza del professore Demaria in Bocconi: dal 1945 come pro-rettore nominato, alla fine della guerra, dal Comando alleato e dal 1946, per sei anni, come rettore eletto dal Consiglio d’Amministrazione.

I miei primi anni di presenza costante in Bocconi (prima dell’incarico a Genova, chiamatovi da Aldo Amaduzzi) sono compresi tra il 1945 e il 1952: pressoché l’intera durata del rettorato di Giovanni Demaria. Per 4 anni da studente e per 3 anni (dal 1949), su chiamata di Gino Zappa, come assistente effettivo (era questa la qualifica dell’epoca: non eravamo più d’una decina in tutto).

Degli allievi di Zappa ero considerato il più ben visto da Demaria e, quindi, dai suoi assistenti dell’epoca, tra i quali l’“inviso” (agli aziendalisti) Tullio Bagiotti, suo fedelissimo: comporrà la Storia dell’Università Bocconi 1902-1952 e a lui il Maestro affiderà la Rivista di Scienze Commerciali, sollevando specie tra gli aziendalisti – non poche critiche.

Quei tre, quattro anni, che sono anche gli anni della mia giovinezza (tra i 22 e i 25), con un progressivo rallentamento dal febbraio 1952, quando entrai nello studio di Luigi Antonelli in via dei Bossi 4, costituiscono il periodo di presenza continua in università, come docente e ricercatore. Prima di via dei Bossi, la Bocconi era la mia sede naturale a Milano, il centro delle mie giornate.

Demaria perciò lo vedevo (quasi) ogni giorno; talvolta (sottraendomi ai miei amici più cari di mensa: da Pagliari a Brambilla, da De Maddalena a Bagiotti ecc.) mi invitava al suo tavolo e mi intratteneva cordialmente. Lì si parlava dei grandi fatti del Paese e del mondo: mai di fatti bocconiani, sui quali quell’uomo “tutto d’un pezzo” rispettava le regole e le convenienze, non parlandone con un giovane assistente.

Un clima idilliaco, che sembrava dovesse durare a lungo. Ma una disputa scientifica (se fosse o meno possibile calcolare i costi di prodotto) e una interpretazione dei suoi scritti (che forzatamente si volevano considerare di critica a Zappa) crearono una prima crepa nell’intesa cordiale e crearono anche problemi nei rapporti interpersonali?

Ho già avuto occasione di ricordare nel primo volume di questo libro, illustrando la figura di Gino Zappa, come Bagiotti, dedicandomi la Storia del cinquantenario, avesse scritto: «Al caro Guatri, perché mi consideri per quello che di lui non ho scritto». Come dire: non ho scritto il vero senso di quelle parole solo adombrate: «Parole diverse meriterebbero tuttavia i lavori del Guatri, i quali... potrebbero cospirare in pieno ossequio a mettere a nudo una contraddizione latente nella dottrina economico-aziendale...». Cioè la negazione (da parte mia e contro l’opinione dominante della Scuola) dell’impossibilità di calcolare i costi di prodotto. Argomento che, ribadito, suscitò le ire di Dell’Amore contro Bagiotti (e di riflesso contro Demaria).

Fu un fatto da poco, se vogliamo, ma lo ricordo perché sta chiaramente a indicare che il clima generale dei rapporti con il Rettore cominciava a deteriorarsi. Cosa che, pur essendo io all’epoca estraneo al Consiglio di facoltà e al Consiglio d’Amministrazione, mi dava un vivo dispiacere (Bagiotti, in fondo, voleva solo dimostrarmi simpatia).

Ma si venne presto alla stretta. Come scrive Marzio A. Romani, nella riunione consiliare del 26 ottobre 1952:

I problemi si posero quando si dovette procedere alla nomina del Rettore. Il dott. Cicogna puntualizzò lo stato dei rapporti con il prof. Demaria, divenuti nei mesi precedenti sempre meno cordiali per via delle competenze arretrate (propine in primo piano) che il professore reclamava, lasciando capire che, caparbiamente, egli non avrebbe mutato rotta. Le tensioni fra il Rettore e il Consiglio d’Amministrazione erano giunte a tale livello che, di comune accordo, si decise che solo un nuovo Rettore avrebbe potuto risolvere il conflitto. E, anche sulla base di sondaggi compiuti in precedenza, si trovò rapidamente un accordo: si fece cadere la scelta sul prof. Armando Sapori[10].

Terminò così, nel modo più inaspettato, il rettorato di Giovanni Demaria. Aveva solo 53 anni e si trovava nel pieno delle sue forze e della sua fama!

Quello che accadde tra la fine del 1952 e il 1970 (per 18 anni!) ha dell’incredibile. Demaria, riconosciuto e osannato in ogni parte del Paese e del mondo, temuto e onorato dai suoi studenti, con molti allievi affezionati in cattedra, fu in continuo conflitto con il Consiglio d’Amministrazione; e più avanti anche con il Consiglio di facoltà della Bocconi. Sono circostanze che ho vissuto ben poco (o per nulla): erano gli anni dell’impegno nella professione, nell’insegnamento (pur senza abbandonare la Bocconi) a Genova (1953/57) e più avanti della cattedra a Parma (1960/69).

Quando giunsi al Consiglio di facoltà della Bocconi (1969) Demaria già non vi interveniva più; quando entrai nel Consiglio d’Amministrazione (1974), i conflitti si erano da tempo sopiti... Insomma, per vent’anni, non mi resi ben conto di quanto stava accadendo.

Marzio Romani (foto a p. 373) elenca, da storico qual è, le vicende di questo increscioso conflitto, con citazioni puntuali dei verbali del Consiglio d’Amministrazione (20/10/1955, 2/7/1957, 3/7/1958, 21/10/1958, 29/10/1959, 1/7/1960, 27/12/1962, 3/11/1964, 29/4/1968). Essi vertono, in sostanza, sui criteri di riparto delle cosiddette “propine d’esame”, che Demaria interpretava in modo diverso rispetto all’amministrazione dell’università (ovviamente essendo fermamente convinto che quest’ultima commettesse un errore interpretativo della legge). Con la sua proverbiale tenacia ricorse più volte alla giustizia amministrativa (addirittura 5 volte al Consiglio di Stato), ma rimase sempre soccombente.

Uscito dunque il professor Demaria dai ruoli nel 1970, le tensioni si sopirono. Ma passati nove anni riesplosero per un altro motivo (errori nel calcolo della pensione) e questa volta divenne Lei – in quel periodo consigliere delegato della Bocconi il destinatario obbligato delle rivendicazioni del professore. Il quale, peraltro, aveva pienamente ragione nel merito, ma – per le risposte che riceveva dagli uffici della direzione del Tesoro di Milano sbagliava il destinatario delle sue proteste?

Sono stato nominato consigliere delegato nel 1974 (con Cicogna presidente per un anno, alla morte sostituito da Giovanni Spadolini), quando i cosiddetti “problemi” del professor Demaria non erano più di casa nel Consiglio d’Amministrazione della Bocconi. Io del Maestro conservavo e conservo solo un grato e ammirato ricordo. Non mi sarei mai sognato di contrariarlo. Motivi, del resto, non ve n’erano.

Il 12 ottobre 1979 mi giunse però una lettera, vergata di suo pugno e con lo stile inconfondibile: «Signor consigliere delegato...»: conteneva la richiesta di correggere la misura (per la parte a carico della Bocconi) del suo trattamento pensionistico, concludendo:

La invito, signor Consigliere delegato, a provvedere che mi sia pagata immediatamente tale somma di 10.525.898 – salvo i complementi e le correzioni che si imponessero a revisione finale, e ciò ad evitare ulteriori miei gravissimi danni economici a tutto vantaggio della V/ Amministrazione.

Il dottor Resti – che, avendo vissuto a fianco del precedente consigliere delegato Baccarini, ricordava puntualmente quelle vicende, le cause annose eccetera, eccetera – si precipitò da me per mettermi sull’avviso. Fece fare e rifare i calcoli, dai quali risultava che le differenze – «se pure esistevano», chiariva – sono a carico non già della Bocconi, ma della direzione del Tesoro di Milano, mentre la Bocconi era in credito verso il Tesoro dello Stato di «oltre 3 milioni di lire». Aggiunse: «Non possiamo fare altro, è nostro dovere. Se vuole rispondo io».

Qualche volta non è facile scegliere: potevo far rispondere al dottor Resti (ma il Maestro aveva scritto a me...; non sapevo bene come e a che cosa dire di sì); infine dovetti porre la mia firma sotto una risposta burocratico-formale, per di più – a seguito anche delle mie esitazioni – trasmessa solo il 22 novembre (cioè dopo oltre un mese).

Ma non finì qui, ovviamente. Demaria rispose, con ulteriori e contrarie spiegazioni il 4 dicembre. Con altra lettera (sulla quale, questa volta, richiesi la controfirma del nostro responsabile amministrativo) rispondemmo il 20 dicembre, confermando che i suoi calcoli erano esatti, ma che il mancato versamento era dovuto a «lentezze burocratiche del Tesoro». Ulteriore risposta il 5 febbraio 1980 del Maestro, che si era recato personalmente agli uffici del Tesoro, dai quali aveva appreso che sarebbero stati gli uffici della Bocconi a non aver fornito al Tesoro spiegazioni adeguate e calcoli convincenti.

A questo punto, un poco irritato con i miei uffici, disposi che i due funzionari competenti in materia (il dottor Umberto Dubini e la signora Giudici, nei quali avevo fiducia) si recassero agli uffici del Tesoro per chiarire definitivamente la situazione: ne uscì una nostra lettera in perfetto stile burocratico, in cui si confermava che il Maestro aveva ragione, ma che le colpe erano sostanzialmente degli uffici del Tesoro. Infine, ci dichiaravamo spiacenti (anzi «mortificati per l’accaduto»); ma dicevamo che non potevamo «fare altro che insistere col Tesoro», eccetera, eccetera.

Quando in questi giorni ho riletto quelle lettere (che ho trovato ancora agli atti della Bocconi) mi sono detto con l’esperienza di oggi – che avrei dovuto semplicemente (per ciò che la Bocconi sul piano scientifico e della fama aveva in tanti anni ricevuto dal Maestro) anticipare quei pochi soldi e risolvere direttamente il problema burocratico col Tesoro. Avrei dovuto dare quest’ordine; il che mi avrebbe consentito di non sottoscrivere quelle lettere burocratiche, le quali – tra l’altro – non erano nel mio stile e tanto meno nel mio animo.

Il rapporto con la Bocconi non poteva però concludersi in questo modo: mi ero ripromesso che un giorno sarei tornato dal Maestro perché il rapporto con la Bocconi finisse ben altrimenti. E così fu.

Le rivendicazioni personali dell’ex Rettore Demaria, che certamente non influirono e non minarono in alcun modo il valore della sua opera in Bocconi e l’importanza delle sue ricerche scientifiche, produssero un blocco psicologico che si tradusse in un generale, spiacevole oblio. Lei prese un’iniziativa molto opportuna: chiese ai più autorevoli colleghi economisti, ottenendone peraltro l’immediato, unanime consenso, di attribuire un doveroso omaggio al Demaria scienziato, docente, Rettore, proponendone la nomina a professore emerito. Riuscì nell’intento ed ebbe così anche l’occasione di far arrivare, come si era prefisso, il giorno della riconciliazione?

Andò proprio così. Dal novembre 1984 ero diventato Rettore; il direttore dell’Istituto di Economia politica era Mario Monti; il direttore del Dipartimento di Economia era Adalberto Predetti. Un giorno ci riunimmo nell’ufficio rettorale e chiesi a tutti una franca risposta alla domanda: può la Bocconi (dopo 11-12 anni, cosa che mi sembra impossibile!) esitare oltre nel proporre la nomina di Giovanni Demaria a professore emerito? La risposta fu pronta e unanime: siamo assolutamente d’accordo no. Mi riservai solo d’informarne il presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini: egli non vide alcun problema.

Il vero problema, feci a questo punto presente a Monti e a Predetti, sarà riuscire a convincerlo; dovremo tutti impegnarci. Il primo segno positivo giunse allorché, alla richiesta di un incontro presso la sua abitazione di via Melchiorre Gioia a Milano, l’appuntamento ci venne dato.

Nel giorno stabilito, ci presentammo puntualissimi all’ingresso. Salendo le scale, ricordo di aver detto agli amici: «Speriamo, queste scale, di non rifarle tra poco di corsa, o a ruzzoloni...». Non fu ovviamente così: il Maestro ci accolse sorridente sulla porta e ci salutò con cordialità. Ancora un po’ timoroso illustrai il nostro proposito. Non esitò nemmeno un attimo: si disse grato della proposta e di accettarla ben volentieri.

Ci intrattenemmo ancora un quarto d’ora a conversare con lui. Infine gli chiesi (ancora con un po’ di timore) se, concluse le procedure ministeriali, ci avrebbe fatto l’onore di intervenire alla prossima inaugurazione dell’anno accademico (in quel momento ricordavo come, nel 1968, a quella cerimonia aveva rifiutato di tenervi la prolusione e non era nemmeno intervenuto; e dopo d’allora non era più apparso in Bocconi). Accettò anche questo! Con Mario Monti e Adalberto Predetti, salutato il Maestro, scendemmo quelle scale felici. Il Maestro tornava, dopo 16 o 17 anni, alla più sacra delle cerimonie bocconiane; tornava alla “sua” università! Nel mio quinquennio rettorale ho avuto giornate di gioia e di soddisfazione (e viceversa, naturalmente): ma questa fu ineguagliabile! Se lo avessi potuto fare, tornato in via Sarfatti, avrei ordinato di esporre la bandiera.

Professore, ancor oggi s’infiamma a quel ricordo, commosso per l’accoglienza che il Maestro Giovanni Demaria aveva riservato alla sua idea di farlo nominare professore emerito e fiero di averlo riportato “a casa”, nella sua università, festeggiato e onorato dai suoi colleghi e da tanti suoi allievi...

Sì, è così: sono ancora orgoglioso di questo passo. Ma le sorprese non erano finite. Dopo che il Consiglio di facoltà ebbe approvato il 5 dicembre 1986, con voto unanime, la proposta al ministro per la nomina di Giovanni Demaria con una relazione degna di lui (Riquadro 2), il giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico 1987/88 ebbi la gioia di vederlo apparire (88enne) in toga e tocco. Mi alzai per farlo sedere in una posizione di massimo riguardo, in prima fila tra il corpo accademico; accettò con piacere.

Durante il mio discorso giunsi al punto in cui comunicai all’aula gremita la nomina a professore emerito di Giovanni Demaria. E qui avvenne puntualmente quanto attendevo: l’intera sala si alzò e si sciolse in un interminabile applauso. Anche il Maestro si alzò, s’inchinò e salutò più volte. Era commosso, e più di lui lo ero io, lo eravamo tutti.

Giovanni Spadolini quel giorno mi disse che avevo fatto per la Bocconi il massimo che potessi fare; e aggiunse che la cancellazione di una pagina, per noi pressoché incomprensibile della sua storia, fosse assolutamente doverosa!

Riquadro 2 Relazione per la nomina di Giovanni Demaria a professore emerito

Giovanni Demaria ha operato, in modo multiforme, intenso ed altamente proficuo per l’Università Bocconi per ben 43 anni: dal 1933 (allorché venne chiamato a ricoprire la cattedra di Statistica economica e demografica) al 1976 (come professore ordinario e fuori ruolo di Economia politica).

In questo lungo periodo di tempo, il professor Demaria ha svolto una estesa, appassionata ed esemplare attività di Maestro a vantaggio di studenti, allievi e colleghi. Direttore dell’Istituto di Economia politica, fu pure Magnifico Rettore fra il 1945 ed il 1952, ossia negli anni più difficili della “ricostruzione” nazionale. Ancora, Demaria ha diretto a lungo, con una forte impronta personale, il Giornale degli Economisti (dal 1939 al 1976). Né si possono dimenticare i 43 anni di esemplare attività di Demaria alla Bocconi, l’ampiezza dei suoi interessi culturali, il permanente impegno civile e politico, in senso lato, di uomo libero.

Per brevità non si enumerano i molti ed importanti incarichi ricoperti nell’ambito di commissioni governative, di istituzioni culturali e scientifiche italiane e straniere; ci si sofferma sulla Sua attività di editorialista e collaboratore di quotidiani e sul gran numero di riconoscimenti esteri ed italiani per il Suoi meriti scientifici.

Volendo, a questo punto, esplicitare in estrema sintesi i caratteri salienti dei momenti diversi dell’innovativa e fervida attività scientifica del professor Demaria, un compito questo davvero immane data la Sua vastissima produzione scientifica, si può osservare che essa è dominata da un alto vigore intellettuale, da una straordinaria vivacità e da una personale originalità nell’affrontare e risolvere numerosi problemi di teoria e di politica economica.

Le molte ed elevate benemerenze acquisite dal professor Demaria nel Suo lungo e proficuo operare all’Università Bocconi legittimano ampiamente la presente proposta, da indirizzare al Ministero dell’Istruzione pubblica, di conferirgli il titolo di professore emerito.

 

A questo punto debbo farle una domanda alla quale mi rendo conto che sarà difficile dare una risposta semplice, adatta al lettore poco aduso alle teorie: come si può riassumere l’opera di Demaria a proposito di economia dinamica?

Qui passo la parola a chi ne sa più di me, cioè ad Aldo Montesano, uno dei migliori allievi di Demaria e dei più attenti e seri studiosi di economia politica. A lui il compito di presentare, in termini rigorosi (ciò che personalmente dubito di saper fare), il cuore della teoria del maestro: la logica dell’economia dinamica.

Lo faccio ricordando i punti essenziali dell’articolo dedicato al Maestro – in occasione del convegno organizzato il 12 aprile 1999 dall’Istituto di Economia politica E. Bocconi – a un anno dalla sua scomparsa. Scrive Montesano[11]:

Demaria si forma alla scuola Del Vecchio, la cui influenza si rispecchia sia nei temi trattati (moneta, dinamica, sistemi teorici), sia nell’approccio teorico, in parte legato all’eredità di Pantaleoni. Una caratteristica del periodo di formazione di Demaria è l’insoddisfazione per la teoria economica statica, la cui espressione più elevata era allora rappresentata dall’equilibrio generale walras-paretiano (...)

Si desidera una teoria che sia dinamica, cioè che interpreti il movimento economico, e ricca di contenuti, cioè atta ad affrontare problemi reali, invece che limitarsi all’analisi delle sue astrazioni.

La ricerca di Demaria sulla dinamica economica può essere distinta in quattro periodi, sebbene essa permei tutti i suoi scritti con una concezione sostanzialmente unitaria.

Il primo periodo riguarda i suoi primi anni di attività accademica, grosso modo fino al 1935, e può essere riferito a quattro saggi: nel 1931. Sul concetto di tempo come creazione continua; nel 1932, Di un principio di indeterminazione in economia dinamica; nel 1934, Le basi logiche dell’economia dinamica nel clima scientifico odierno; e nel 1935, Osservazioni sulla teoria statistica delle serie dinamiche. In questi scritti Demaria critica il determinismo/meccanicismo, allora e tuttora predominante nella letteratura economica. A questo riguardo è ancora notevole l’analisi che Demaria ha proposto nel 1932 per l’indeterminazione. Demaria distingue tre tipi di indeterminazione in economia: l’indeterminazione logica, dinamica, statica. L’indeterminazione logica viene a sua volta distinta in inesattezza (impossibilità di osservare compiutamente i fatti, cui si collega il principio di indeterminazione di Heisenberg, introdotto da questi per la meccanica quantistica) e incertezza (impossibilità di conoscere con certezza i nessi tra i fatti osservabili). L’indeterminazione dinamica discende dalla insorgenza dei fatti nuovi, che sono cruciali, secondo Demaria (come, peraltro, per Pantaleoni e Del Vecchio), per una corretta rappresentazione teorica del movimento economico; sinteticamente, il tempo è il cambiamento e il cambiamento implica incertezza. L’indeterminazione statica esprime la non completa autonomia della teoria economica, per cui i soli fattori economici non sono sufficienti a determinare le proprietà del sistema. Si noti che, nelle teorie deduttive, le indeterminazioni statica e dinamica costringono le teorie e proposizioni correlative del tipo «se..., allora...», ove la premessa include necessariamente (sebbene non sempre esplicitamente) condizioni extraeconomiche.

Nelle applicazioni econometriche l’indeterminazione logica consiste nella inesattezza delle variabili osservate e nella incertezza delle relazioni stimate (inclusa la separazione, nelle serie storiche, tra ciclo e trend); quella dinamica nella invalidità dei modelli per periodi di tempo lontani da quello della stima, cui consegue una loro limitata capacità predittiva; quella statica sia nella diversità dei parametri in relazione a spazi-tempi, differenti, sia nella incompletezza dei modelli che includono variabili esogene (qui intese come variabili non spiegate dal modello).

Il secondo periodo giunge, grosso modo, al 1960 ed è caratterizzato dalla riflessione teorica sui risultati già ottenuti, con una particolare attenzione agli strumenti statistici (ad esempio, all’uso del teorema di Bayes) e, soprattutto, alla applicazione del suo approccio dinamico ai fenomeni storici.

Emblematica al riguardo è la relazione tenuta da Demaria nel 1956 alla seconda riunione scientifica della Società Italiana degli Economisti dal titolo “Le leggi dello sviluppo procapite nelle economie contemporanee”. Questa relazione fornisce soprattutto l’evidenza empirica che la spiegazione del movimento economico richiede la considerazione degli eventi extraeconomici e che la dinamica economica è stata nel tempo e nello spazio frutto di accadimenti e condizionata da strutture che non sono oggetto di spiegazione della teoria economica. Sono anche strettamente legati all’analisi storico-empirica i cinque volumi, pubblicati fra il 1953 e il 1958, di Materiali per una logica del movimento economico, gli ultimi quattro rispettivamente dal titolo Gli entelechiani, Le basi stocastiche della induzione economica, I propagatori, Le teorie dello sviluppo economico dai classici ad oggi.

Fanno parte del terzo periodo gli scritti più significativi e sistematici di Demaria sulla dinamica economica. Introdotta dall’articolo «Sulla assoluta necessità di una teoria degli epifenomeni sociali per giudicare di qualsivoglia variazione economica» (1962), la sistemazione teorica di Demaria trova la sua definitiva e ampia espressione nei tre volumi del Trattato di logica economica. Dei tre scopi del Trattato il terzo riguarda proprio la dinamica economica, intendendo «fornire una nuova interpretazione dei fenomeni economici basata sui concetti di originalità, fatti entelechiani, propagatori e partogenesi»[12].

Gli altri due scopi sono la presentazione e la valutazione critica delle principali teorie economiche. Questa nuova interpretazione, fondata sulle interrelazioni tra il sistema economico, che ha la sua organizzazione e autoregolazione, e il mondo extraeconomico, richiede una nuova logica economica, ossia l’impiego di uno schema teorico che non adotti come spiegazione soltanto il principio individualistico della scelta o altre ipotesi sui comportamenti economici.

Demaria introduce, a questo riguardo, il concetto di fatti entelechiani, che sono i “fatti nuovi”, la cui determinazione a priori è del tutto impossibile. «Tali, nel mondo economico, le guerre, le carestie, le epidemie, i terremoti, le invenzioni, i mutamenti di moda, i trattati internazionali con cui resta modificato il grado di inserimento di un’economia nel mondo, e gli stessi sistemi storici del mercantilismo, dell’imperialismo, del corporativismo, del socialismo, del comunismo, frutto in gran parte di libere volontà di pochi o di molti e non solo portato dei tempi»[13] e il concetto di propagatori, che sono le condizioni, alternative sempre esistenti, necessarie per il verificarsi degli eventi economici, rappresentate dalle strutture, in senso lato, che descrivono l’organizzazione della società in cui opera il sistema economico in esame.

Per Demaria, l’indeterminazione dinamica condiziona la teoria ma non ne costituisce l’impedimento, come invece sostiene lo storicismo. Inoltre, entelechiani e propagatori influiscono non solo sulla realtà economica, ma anche sulle teorie che di volta in volta la descrivono-spiegano, per cui la teoria economica deve riflettere questa mutevolezza. A questo fine, per rendere intellegibile il divenire, Demaria introduce lo schema teorico assoluto[14].

Il quarto periodo, che è quello successivo alla pubblicazione dei tre volumi del Trattato, è caratterizzato, sempre in tema di economia dinamica, da analisi complementari a quelle già sviluppate: ad esempio, i saggi su “Le simmetrie e l’economia politica” (1981), “Teoria economica dell’energia partenogenetica” (1983), “Il problema della datità in economia” (1985), e la Parte V di A New Economic Logic (1996), ove le quattro parti precedenti riassumono il Trattato. Vengono tra l’altro approfondite la questione della irreversibilità del tempo e la dinamica originata dalla energia partenogenetica, che consiste nella naturale tendenza degli individui al cambiamento e che si collega all’«istinto delle combinazioni» paretiano e all’«imprenditore innovatore» schumperetiano (...)

Demaria introduce, fra i propagatori e gli entelechiani, soprattutto macrofattori storico-sociali: egli diceva che «per osservare la realtà sociale occorre usare il cannocchiale, non il microscopio»[15].

Desidero in ultimo esprimere il mio convincimento sulla vitalità dell’opera scientifica di Demaria, convincimento che discende anche dall’evoluzione nell’ultimo trentennio della teoria economica. Da un lato, il campo dell’analisi economica si è ampliato invadendo quello tradizionalmente assegnato alle altre scienze sociali, e, dall’altro lato, si osserva la inclusione sempre più frequente di variabili extraeconomiche nell’ambito della teoria economica. Entrambi questi fattori condurranno prima o poi a porre in primo piano le interrelazioni generali del sistema sociale e le ragioni dell’approccio teorico sostenuto da Demaria[16].

Una bella sintesi anche se (per i non esperti) di difficile comprensione in prima lettura dell’opera di Demaria. Ad essa Lei, che in questi giorni, per rispondere alle mie domande, è andato a frugare fra i tanti documenti e nell’archivio dei ricordi, accosta (e qui di seguito commenta) uno dei più sentiti “Scritti in onore del Maestro” pubblicati nel volume Giovanni Demaria e l’Economia del Novecento (foto a p. 371): la lettera del professor Davide Cantarelli.

Certamente la “lettera al Maestro” che più mi commuove è stata scritta dal professor Davide Cantarelli, uno degli allievi degli anni Cinquanta all’Università Bocconi. Una lettera che ogni Maestro desidererebbe gli fosse scritta a ricordo. Eccola[17]:

La prima cosa di cui voglio ringraziarti sono i tuoi testi degli anni Cinquanta sui quali noi studenti della Bocconi preparavamo i due esami di Economia Politica, la famosa trilogia Logica Economica, Logica della Produzione e dell’Occupazione, Lo Stato Sociale Moderno. Se ci si pone la domanda: in quale altra Università o facoltà del mondo, cinquant’anni fa giovani di 19-20 anni avessero a disposizione tre testi del calibro dei tuoi, la risposta è immediata e senza esitazioni: in nessuna! In quali altri testi per esami del primo e secondo anno d’Università si trattava – e in che modo! – delle teorie non solo di Marshall o Menger o Cournot, ma di Pareto e di Walras, di Hotelling e di Slutsky, di Wicksell e di Hicks, di Böhm-Bawerk e di Fisher, di Schumpeter e di Keynes, per non parlare di Smith e di Riccardo, di Stuar Mill e di Malthus, fino a Marx!

Sotto le mani esperte dei tuoi assistenti di allora, Armando Frumento e Innocenzo Gasparini, la Logica Economica, testo sicuramente non facile e in alcuni punti forse troppo stringato, diventava una lettura stimolante, che metteva alla frusta l’amor proprio, se non di tutti, certamente di molti studenti. Quante volte mi è capitato negli anni successivi di reincontrare compagni del mio corso o dei successivi, che ricordavano quel volume come il più importante della loro formazione perché ti insegnava e obbligava a ragionare! Quanti giovani, che dopo la laurea hanno frequentato corsi di Economia presso Università straniere, hanno riconosciuto quanto già ricco fosse il loro patrimonio di conoscenze!

Professore, mentre leggiamo queste parole, scritte in tutta evidenza “con il cuore in mano” e con tanto fresco entusiasmo, la vedo assentire vigorosamente. Mi vuol spiegare perché?

Condivido pienamente le sottolineature di Cantarelli: ho provato più volte, sia pure in altri campi, le stesse esperienze. Quando, nel 1949, mi trovai per nove mesi a stretto contatto col professor Di Fenizio presso l’Ufficio Studi economici della Montecatini, difesi (pur giovanissimo) a spada tratta i testi di Demaria. Debbo aggiungere, che pur lontano da essi, non sentii mai da Gino Zappa alcuna nota critica. I due grandi Maestri si rispettavano in pubblico e in privato. Le critiche postume di Bagiotti non vanno, ne sono convinto, per nulla attribuite al suo Maestro!

Prosegue Cantarelli:

Il mio secondo grazie, per il tuo insegnamento come uomo datomi con la parole e con l’esempio. Tre cose tra le molte mi piace ricordare. Per primo, l’amore per la libertà di professare le proprie idee senza condizionamenti di sorta, di non nasconderle per interessi più o meno gretti di carriera o di denaro e di avere come unica guida e unico giudice la coscienza di avere fatto fino in fondo il proprio dovere. Tu mi hai insegnato con l’esempio che questo deve valere assolutamente per colui che ha scelto come proprio Beruf (che è chiamata e non solo professione) quello dello studioso e dell’insegnante.

È esattamente quanto anch’io avrei voluto scrivere a Gino Zappa.

... l’amore per le tue radici, per la terra natale tua e dei tuoi avi, la tua Torino, il tuo Canavese, le tue grandi Alpi, il piccolo paese di Cintano, nel cui camposanto ora tu riposi accanto ai tuoi cari. Un piemontese come te, Cesare Pavese, scrisse quella che anche per me è una grande, indiscutibile verità «... paese è non sentirsi soli», anche se a lui le sue Langhe non furono sufficienti a trattenerlo in vita. Si può, si deve andare per le vie del mondo e tentare di vivere la propria avventura secondo le proprie aspirazioni e i propri talenti; ma là, dove sei stato nella tua infanzia e giovinezza, dove molti ti hanno conosciuto, là devi tornare quanto più possibile, perché è nella stima e nell’affetto della gente della tua terra che, molto probabilmente se non certamente, troverai la più vera, sentita e gratificante ricompensa per ciò che di buono e di giusto sarai riuscito a fare. Altre città, altri Paesi debbono o possono essere i luoghi in cui «acquerir gloire et renommée», ma queste, se debbono giustamente valere agli occhi di chi ti avrà conosciuto e apprezzato, saranno per te sempre meno del conforto che le tue radici sanno darti, e queste radici sempre ti accompagneranno, se tu non le tradisci.

Anch’io vengo da una piccola città, Trezzo d’Adda, di cui sono per ora cittadino onorario, ma dove fra non molto ritornerò presso la “casa” dove riposano i miei genitori e nonni: condivido questi dolci sentimenti!

Nel tuo mondo non c’era posto per i portaborse e questo lo facesti chiaramente capire a me e a coloro che dopo di me approdarono al terzo piano di via Sarfatti 25 e dei quali divenni amico e fratello. Con il pieno diritto derivante dalla tua tempra e statura di scienziato, volevi sincerarti che nei tuoi allievi e collaboratori, accanto a un livello minimo di preparazione, vi fosse quella giusta dose di entusiasmo, entrambi necessari per stare con te sulle frontiere della ricerca, per cercare di intuire quale passaggio si aprisse dietro la collina ancora da superare.

Quanto condivido! Anch’io non ho mai avuto posti per i portaborse... Dio salvi il nostro Paese da questi cattivi costumi, che per fortuna a Milano non sono diffusi.

I suoi commossi commenti, professore, mi fanno ricordare con quanta ammirazione e affetto lei parlava del professor Demaria giusto un anno fa allorché, proprio riferendosi alle sue teorie, studiava l’ormai prossimo impatto dell’impairment test sulla chiusura dei bilanci aziendali e metteva a punto una pratica interpretazione dei meccanismi della crisi economica che stava investendo il mondo intero.

Già, proprio nel dicembre 2008 mi accingevo, nella mia oficina di Casa de Campo a scrivere un editoriale al n. 51 della rivista La valutazione delle aziende: volevo cercare spiegazione nell’andamento dei valori di Borsa (in particolare: ai fini dell’impairment test, delle partecipazioni e dei titoli disponibili per la vendita, available for sale, nel bilancio a fine 2008). Andavo alla ricerca di una spiegazione dalla quale si potesse ragionevolmente partire per rendere l’applicazione dei principi contabili IASIFRS meno drammatica.

Nella mia mente affiorarono lontani ricordi di quanto Giovanni Demaria mi aveva insegnato più di 60 anni prima e scrissi una nota dal titolo «L’entelechiano: 13-15 settembre 2008, l’esplosione della “crisi sistemica”».

Vorrei e questo è il mio omaggio all’indimenticabile Maestro – ricordarne le conclusioni. Scrissi dunque:

L’esplosione in USA della crisi finanziaria (e poi reale) tra il 13 e 15 settembre 2008 richiama alla mente una teoria, audace e innovativa, quanto spesso dimenticata, di Giovanni Demaria, che ricordo come docente (e Rettore) dell’Università Bocconi durante gli anni della mia giovinezza: tra il 1945 e il 1947. L’espressione «fatto entelechiano» fu introdotto già a quell’epoca dall’eminente economista per mettere in evidenza i “fatti nuovi” ed esterni alle variabili di natura economica, che rompono gli equilibri di un modello econometrico; ad esempio: gli effetti della terribilità di una guerra sulla serie dei prezzi rilevati lungo la sua durata.

E ancora: lo stesso Demaria scrisse, nel discorso tenuto presso l’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere in occasione del suo novantesimo compleanno[18]:

Ora ripercorrendo in brevissimo spazio di tempo la mia vita più strettamente riguardante la teoria economica in generale trovo che essa fu sempre incentrata sullo stesso punto rivelatore. [...] Nonostante le moltissime analisi specialistiche per seguire il mondo economico in continua trasformazione [...] io ho sempre inteso che la teoria economica in generale debba essere un ramo della logica e non della matematica, perché la teorizzazione economica tratta da quest’ultima a volte è superflua e ingannevole o si risolve in un mero giro di virtuosismi formali. Questa ferma convinzione fu da me raggiunta per fasi e indipendentemente da ogni ideologia.

In quel dicembre 2008 decisi anche che la figura del grande “personaggio” Giovanni Demaria non sarebbe, per nessuna ragione, mancata nel secondo volume di Li ho visti così, tra i grandi Maestri della Bocconi; primo tra gli economisti.

1

Si veda, in Li ho visti così 1, la figura di Giovanni Gentile e quanto egli fece per difendere Demaria e il Giornale degli Economisti da lui diretto.

2

Nel 1945 Demaria presiede la commissione economica dell’Assemblea Costituente, che presenta (a sua cura) un rapporto in 12 volumi. Lo Stato sociale moderno appare nel 1946 (Cea, Milano).

3

M. Cattini, A. De Maddalena, M.A. Romani, Storia di una libera Università, vol. 3, Egea, Milano, 2002, pp. 178 e ss. La questione fu così precisata da M.A. Romani (ivi, p. 176) con riferimento al Consiglio del 14 gennaio 1952: «Il compiacimento del Consiglio d’Amministrazione fu, tuttavia, attenuato dalla discussione che si svolse, immediatamente dopo, circa l’applicazione della legge Ermini da poco votata in Parlamento. La questione che maggiormente preoccupava il Consiglio non era tanto la nuova norma, che si risolveva in un aggravio per il bilancio dell’Università (devoluzione allo Stato del 15 per cento di tutte le tasse e del contributo integrativo, oltre all’accrescimento, dal 10 per cento a un terzo, del contributo pagato dallo Stato all’Ateneo e da questo versato all’Opera Universitaria), quanto l’aumento da 600 a 5.000 lire alla soprattassa d’esami e i “criteri di ripartizione del fondo destinato a propine d’esame fra i professori di ruolo”, criteri che sarebbero risultati in contraddizione con lo spirito dello statuto dell’Università. A tal proposito Cicogna e Croccolo avevano avuto col prof. Demaria un colloquio per giungere a un accordo sulla liquidazione di quanto Demaria vantava per diritti acquisiti in passato. Ma la questione si riproponeva “in termini più gravi poiché sembra[va] che l’applicazione della legge Ermini [...] [avrebbe portato] alla conseguenza che la somma da ripartire fra i Professori di ruolo [ora divenuti tre, corsivo mio] [avrebbe] supera[to] la misura dello stipendio che lo Stato ad essi attribui[va]”. Su proposta dello stesso Rettore, il Consiglio approvò la nomina di una commissione (Greco, Corridori e Corti) per meglio studiare l’applicazione della legge Ermini, opportunamente ritoccando lo statuto bocconiano, e stabilire l’entità di una somma da accantonare per far fronte alla liquidazione da versare a chi ne aveva diritto».

4

Aldo Montesano, Giovanni Demaria e l’Economia del Novecento, Università Bocconi, Milano, 1999, pp. 34 e ss.

5

Trattato di logica economica, vol. 1, Cedam, Padova, 1962, p. VIII.

6

Ivi, vol. 1, pp. 39-40.

7

Ivi, pp. 35 e ss.

8

Ivi, p. 37.

9

A. Montesano, op. cit., p. 38.

10

Le parti della lettera qui riportate sono tratte da A. Montesano, op. cit., pp. 91 e ss.

11

Giovanni Demaria, «Discorso del Novecento», in Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Rendiconti, vol. 124, 1990, p. 109.