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Il mondo di Guatri

2026/7

Indro Montanelli

Un giornalista straordinario, un uomo coraggioso che odiava i compromessi. Fu amico della Bocconi: «Come noi è laica... ama l’efficienza... crede nell’iniziativa privata»

Avverto in Lei, caro professore, non solo ammirazione e rispetto per il giornalista Indro Montanelli del quale ci occuperemo oggi ma un sentimento più profondo, solido, duraturo, che definirei affetto. Montanelli è stato mio direttore per una quindicina d’anni, dalla fondazione de Il Giornale sin quasi alla nascita de La Voce; ho sempre trovato nei nostri lettori questo stesso modo di manifestargli vicinanza intellettuale, politica, persino “cronistica”: egli infatti sapeva leggere, interpretare e spiegare gli avvenimenti quotidiani in completa consonanza con il modo di sentire e il desiderio di essere correttamente informato di chi lo leggeva. E di tutti diventava l’amico sincero, che sapeva farsi comprendere anche quando affrontava temi complicati; che con sferzante ironia toscana inchiodava alle proprie responsabilità chi si comportava in modo reprensibile; che mandava a “quel paese” potenti e prepotenti senza, peraltro, mai scadere nell’offesa personale.

Ecco perché mi tocca in modo particolare il complesso sentimento che tuttora lega Lei a Montanelli: in esso scorgo anche un po’ di ammirata invidia per il modo elegante e distaccato con il quale Indro si è allontanato da questo mondo.

In effetti, ricordo ancora con stupore il modo in cui Indro Montanelli ci ha lasciati e vorrei ripercorrere la sua vita partendo dal suo autonecrologio e andando a ritroso.

Il 23 luglio 2001, ero lontano dall’Italia e lessi sul Corriere della Sera il suo autonecrologio (Riquadro 1). Lo lessi, incredulo, con l’amico Nicola Gagliani (anch’egli da sempre suo tenace lettore): ci sembrò di aver perso non solo un interprete eccezionalmente acuto della nostra “storia quotidiana” ma anche un amico.

Sotto un grande titolo in prima pagina («Addio a Montanelli, un grande italiano»), quel lunedì, il direttore Ferruccio De Bortoli scriveva:

L’ultimo articolo è stato un necrologio: il suo. E l’ultima Stanza è stata la 610 della clinica Madonnina di Milano. Indro Montanelli ci ha lasciato ieri pomeriggio, debilitato per i postumi di una delicata operazione chirurgica. Aveva 92 anni, oramai pesava, lui così alto, 46 chili. È stato circondato dall’affetto straordinario della nipote Letizia e della compagna Marisa e da cure premurose e amorevoli.

Riquadro 1 L’autonecrologio

Mercoledì 18 luglio 2001 ore 1.40 del mattino

Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza

INDRO MONTANELLI

GIORNALISTA

Fucecchio 1909, Milano 2001

prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli dell’affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito.

Le sue cremate ceneri siano raccolte in un’urna fissata alla base, ma non murata, sopra il loculo di sua madre Maddalena nella modesta cappella di Fucecchio.

Non sono gradite cerimonie religiose, commemorazioni civili.

Dopo aver trascorso una vita lunga quasi un secolo, con il coraggio della libertà e lo spirito ribelle del testimone indipendente, avrebbe voluto, coerentemente con le sue idee, scegliere come morire. Non è stato possibile. Ma il caso (o un’altra mano?, anche il laico Montanelli qualche volta ci pensava) ha fatto sì che non ci fosse alcun accanimento terapeutico. Meglio così, direbbe Indro, che al pensiero dell’eutanasia, sua ultima e civile battaglia, non aveva mai rinunciato. Ieri mattina il direttore di questo giornale, in quella stanza non del Corriere, lo ha chiamato, prendendogli una mano ormai rinsecchita: non rispondeva più.

Anticonformista fino all’ultimo, Montanelli ha lasciato un’epigrafe. Il suo necrologio, il commiato con i lettori del Corriere, giornale nel quale cominciò a lavorare nel ’37. Scritto, meglio dettato, nella notte fra martedì e mercoledì. Breve, chiaro, perentorio, come era nel suo carattere. E, come vedi, caro Indro, come ogni tuo pezzo, non “gira”, resta tutto in prima pagina.

Per ore e giorni tornammo a parlare della grave perdita con mogli, amici, conoscenti. Un anno dopo Ferruccio De Bortoli, dedicandogli il 20 luglio 2002 un supplemento del Corriere tradotto in opuscoletto (Mi chiamo Indro), ci svelò di quell’autonecrologio alcuni aspetti sconosciuti. Scrisse De Bortoli:

Indro Montanelli ci ha lasciato un anno fa con un editoriale asciutto di poche righe. Un necrologio che scrisse e riscrisse più volte. Arrivava una busta, triste presagio, e io cestinavo ordinatamente la versione precedente. Quasi un sollievo; come se lo scambio potesse continuare all’infinito e un giorno se ne potesse ridere con l’autore («Ma quante ne hai fatte, avevi davvero paura di morire questa volta!»). Un anno è trascorso come un secolo (il Novecento è davvero finito con lui). O come un secondo.

Credo non vi sia altro modo, per rivedere la vita di Montanelli, che seguirlo attraverso i giornali con i quali ha collaborato o che ha creato; sempre da protagonista indiscusso, per oltre 60 anni (dal 1939 al 2001).

Com’è regola in queste nostre interviste, parlerò solo dei miei rapporti con lui, anche se rappresentano una parte infinitesimale della sua lunga e straordinaria vita. Eppure con Montanelli ebbi varie occasioni d’incontro e perfino di collaborazione delle quali vado fiero.

Lei, professore, ha avuto la ventura di conoscere e collaborare con Montanelli e Spadolini, due grandi, vecchissimi amici.

E infatti il mio ultimo incontro con Montanelli avvenne nella “vecchia” aula magna della Bocconi, in via Gobbi, nell’autunno del 1999, nel quinto anniversario della scomparsa di Giovanni Spadolini. In quell’occasione mi trovai (un po’ sgomento) al suo fianco per commemorare il comune, carissimo amico scomparso. Indro pronunciò, davanti al presidente Carlo Azeglio Ciampi, un discorso “a braccio” nel contempo magistrale e spiritoso (riportato a pp. 116 e ss. di Li ho visti così 1).

Io, per quanto questo difficile accostamento mi pesasse parecchio, per senso del dovere parlai di quanto Spadolini aveva fatto in vent’anni per la Bocconi. Conclusi gli interventi, mi avvicinai a lui (che aveva già 90 anni e si reggeva ritto, fiero come sempre, su due esili gambe; e ciò nonostante volle rimanere in piedi) e lo ringraziai commosso. Tutto il pubblico (l’aula magna era stracolma, sarebbe stata necessaria la nuova di via Roentgen), del pari toccato dalle sue parole, lo applaudiva con forza.

Indro aveva già dedicato il 5 agosto 1994 (caduto proprio nell’anno di vita de La Voce) il suo ricordo all’amico con un’illustrazione mirabile, che solo lui poteva avere immaginato; forse la più viva della serie. Raffigurava Spadolini che ascendeva i gradini fatti di libri d’una lunga scala che, perdendosi fra le nubi, lo conduceva al cielo. Nel titolo di questa pagina un augurio: «Buon Viaggio Professore».

Non come lettore ma, purtroppo, come professionista Lei seguì la rapida fine de La Voce, l’ultimo giornale fondato da Montanelli che Ferruccio De Bortoli definì «un alito di libertà pagato a caro prezzo»...

L’avventura giornalistica de La Voce è stata ben descritta da Ferruccio De Bortoli nella prefazione al libro di Indro Senza Voce[118]:

Fu un alito di libertà pagato a caro prezzo... Dimostrò la difficoltà, se non l’impossibilità, di fare un giornale senza un padrino o un patrono... Montanelli sbagliò giudizi e analisi, certo. E non fece mai mistero degli errori, numerosi, che aveva commesso, primo fra tutti una gestione economica dell’impresa editoriale quantomeno rischiosa e velleitaria... Quando si congedò dai suoi lettori («Uno straniero in Italia») scrisse: «Noi volevamo fare, da uomini di Destra, il quotidiano di una destra veramente liberale, ancorata ai suoi storici valori: lo spirito di servizio, il senso dello Stato, il rigoroso codice di comportamento che furono appannaggio dei suoi rari campioni, da Giolitti a Einaudi a De Gasperi. Insomma, l’organo di una destra che si senta oltraggiata dall’abuso che ne fanno gli attuali contraffattori».

Il nuovo quotidiano era nato il 22 marzo 1994; il 12 aprile 1995 cessò le pubblicazioni.

Una meteora, certo. All’apparenza uno dei tanti esperimenti editoriali falliti. All’apparenza, però: perché quei 385 giorni di vita hanno in realtà inciso in maniera molto profonda il cuore dell’informazione italiana.

L’utopia di un giornale libero e insieme forte. L’ambizione di un giornale libero e insieme forte. L’ambizione di un giornale-fenomeno.

Un anno vissuto spregiudicatamente e perciò capace di suscitare passioni forti. Amori intensi, odi feroci che ancora durano. E amici coraggiosi e nemici spietati. Una vita vissuta a perdifiato, una morte prematura, improvvisa, spettacolare come quella di una giovane star[119].

Quale fu la sua esperienza a contatto con la dura realtà di un giornale che non aveva padrini e/o padroni ma che costava somme ragguardevoli che non c’erano?

La Voce fu la prova che Montanelli era un grandissimo e coraggioso giornalista (il più grande di tutti, ritengo, nel nostro Paese); e nel contempo che non era un uomo di marketing e tanto meno un manager. Di questo ebbi le prove schiaccianti, quando verso la fine ormai inarrestabile dell’avventura, cercai invano – per la stima e l’affetto che avevo per lui – di dargli una mano. Come aveva fatto, col consueto coraggio e disinteresse, il mio amico Victor Uckmar, arrivando all’ultimo perfino ad assumere la presidenza del Consiglio della Piemmei SpA, la società editrice de La Voce.

Il 25 febbraio 1995 (un mese e mezzo prima della fine delle pubblicazioni) mi fu notificata dal Tribunale di Milano l’avviso della nomina a esperto ex art. 2343 del codice civile della Piemmei SpA «intendendo questa società conferire il proprio complesso aziendale in una nuova società, ovvero in una società esistente a fronte di aumento di capitale della stessa...».

Presentai la mia relazione il 27 aprile 1995 (15 giorni dopo la cessazione delle pubblicazioni): si basava, sostanzialmente, su informazioni aggiornate al 3 aprile 1995 (9 giorni prima della cessazione delle pubblicazioni – Riquadro 2).

Le informazioni sul bilancio 1994 contenevano, innanzitutto, notizie altamente significative sull’andamento delle vendite medie giornaliere da marzo a dicembre (Tabella 1): passavano dalle 339.115 copie giornaliere del marzo alle 145.137 dell’aprile, alle 71.338 del dicembre. Inoltre, in quei tre trimestri, la perdita accertata a bilancio fu di 14,9 miliardi di lire (oltre alla capitalizzazione di costi per 4,2 L/mld).

Riquadro 2 L’ultimo numero de La Voce

L’ultimo numero de La Voce esce il 12 aprile 1995: un gigantesco fotomontaggio con Montanelli imbavagliato e circondato da sciacalli occupa quasi l’intera prima pagina. Titolo: «Il giorno degli sciacalli».

Il direttore fa la sua comparsa in redazione per salutare, ringraziare, e scusarsi profondamente con tutti. I ragazzi lo accolgono con tre minuti di applausi e Montanelli non riesce a trattenere le lacrime «Questo è stato l’anno più appassionante della nostra vita» è il commento di uno dei giornalisti di fronte alle lacrime del direttore, e ancora: «Grazie di averci portato via da Il Giornale, non ci siamo pentiti».

E Montanelli legge ai suoi ragazzi il suo ultimo editoriale per La Voce:

«Uno straniero in Italia».

Fonte: Martina Buccolini

Tabella 1 La Voce: dati di vendita 1994

Mesi

Giorni di uscita

Copie vendute totali

Per giorno

Marzo

9

3.052.035

339.115

Aprile

26

3.773.571

145.137

Maggio

26

2.548.772

98.030

Giugno

26

2.042.803

78.569

Luglio

27

2.354.371

87.199

Agosto

25

2.040.645

81.626

Settembre

26

1.811.079

69.657

Ottobre

25

1.653.019

66.121

Novembre

26

1.707.984

65.692

Dicembre

26

1.865.777

71.338

 

Al fine di attribuire al “complesso aziendale” oggetto di conferimento (tradottosi poi unicamente nel valore della testata La Voce – Il giornale di Indro Montanelli) una grandezza di qualche consistenza (la conclusione fu per 6 L/mld) e nel contempo dimostrata con rigore logico e secondo regole all’epoca generalmente condivise, fu anche necessario superare qualche passo delicato: così dovetti impegnarmi allo spasimo, forse anche in qualche equilibrismo.

Scrissi nella mia relazione:

Prima di procedere alla valutazione, è essenziale premettere che il “valore” della testata in questa sede accertato assume, per lo stadio di avviamento nel quale si colloca, i connotati tipici del valore potenziale. Esso, infatti, è in grado di manifestarsi nella misura in cui trovino effettiva realizzazione le ipotesi – di vendita, di contenimento dei costi, di ambiente competitivo ecc. – su cui si imperniano le proiezioni espresse dal budget. Quale importante corollario dell’aspetto appena enunciato, va sottolineato che il valore individuato della testata mantiene la propria valenza economica unicamente in ipotesi di continuità dell’attività aziendale; in mancanza di quest’ultima è infatti noto come tali beni immateriali siano suscettibili di rapidi fenomeni di deperimento.

E ancora:

A fronte del valore ottenuto di 6 miliardi di lire, ci si può chiedere se tale grandezza sia espressiva (nell’odierna condizione del nostro Paese) del costo probabile o prevedibile per il lancio e l’affermazione di un quotidiano nazionale capace, per le proprie caratteristiche di qualità, organizzative e commerciali, di raggiungere l’equilibrio economico a livello ad esempio di 100-120.000 copie-giorno di vendita. Siamo ben lungi da ciò: il costo sarebbe cioè ben superiore.

Questo sta a significare che se La Voce avesse raggiunto il “punto di pareggio”, o fosse sul punto di raggiungerlo in tempi limitati e con ragionevole certezza, alla testata (nelle condizioni attuali) potrebbero attribuirsi valori decisamente superiori. Sennonché le caratteristiche di incertezza che caratterizzano la situazione, il fatto in sostanza che l’operazione di lancio e di raggiungimento del break-even non solo sia “a metà del guado”, ma non risulti ancora chiaro come possa giungere a compimento, renderebbero azzardata l’attribuzione di valori superiori.

Non essendo stati reperiti capitali freschi si giunse rapidamente al dissesto e quindi al fallimento?

Negli ultimi tempi il mio sempre coraggioso e creativo amico Victor Uckmar, nell’intento di evitare il dissesto, anche ricercando nuovi soci, era dunque divenuto anche il presidente (suo è infatti il ricorso al Tribunale di Milano per la nomina dell’esperto) della società editrice (Piemmei SpA).

Purtroppo non si trovarono capitali disposti al rischio: venne, di conseguenza, il fallimento. E già il 19 marzo 1996 il curatore fallimentare, Micaela Cecca, mi chiedeva copia del budget 1995 che avevo chiesto e ottenuto dalla società per poter redigere la mia relazione ex art. 2343 del codice civile. Quando risposi, le chiesi genericamente qual era lo stato del fallimento. Mi resi conto che non si presentava, nel rapporto passivo/attivo, affatto bene. Decisi, senza dirlo, di offrire un modesto aiuto alla società che era stata di Montanelli: non presentai nessuna richiesta di compenso per il mio lavoro (come si dice non mi “insinuai” al passivo): era il minimo contributo che potessi – sia pure indirettamente – offrire al grande Indro.

Facciamo ora un ulteriore passo indietro nella vita di Montanelli e risaliamo al 1992: in quell’anno l’Istituto di Economia delle aziende industriali e commerciali della Bocconi che Lei dirigeva e Il Giornale conclusero un accordo di collaborazione con l’obbiettivo di rendere comprensibili al grande pubblico i fatti economici. Un’encomiabile iniziativa, patrocinata dal presidente Spadolini?

Considero tra le iniziative della mia vita delle quali tuttora sono orgoglioso l’avere creato una collaborazione sistematica, a partire dal 21 aprile 1992, con Il Giornale di Montanelli.

Più precisamente, tra il quotidiano e l’Istituto di Economia delle aziende industriali e commerciali, all’epoca da me diretto. Era uno dei maggiori istituti bocconiani (che in quel periodo annoverava 130 docenti e ricercatori, e 6 “centri” di ricerca).

Fu lo stesso Indro, con una sua nota (Riquadro 3) che inaugurò la collaborazione. Egli scrisse di considerare l’Università Bocconi un partner ideale: «Come noi è “laica”. Come noi ama l’efficienza. E come noi crede nell’imprenditore e nell’iniziativa privata». Una consonanza perfetta, dunque.

Questa convinzione era maturata in lui anche per l’amicizia che lo legava a Giovanni Spadolini, nostro presidente dal 1975, che quand’era di passaggio a Milano aveva due appuntamenti costanti: con la Bocconi e con Montanelli (foto a pp. 380 e 381). All’inizio della collaborazione, che ricordo a titolo d’esempio, scrissi:

L’oggetto principale della nostra collaborazione riguarderà l’anticipazione, in forme sintetiche ed in versione adatta ad un pubblico anche non specialista, degli studi che stanno per essere presentati nei libri, nelle riviste, negli working papers, nelle relazioni e convegni ecc. In generale negli strumenti che usiamo per la diffusione alla comunità scientifica ed ai manager dell’elaborazione dottrinale e delle analisi empiriche in atto nell’Istituto.

Del rapporto che mi legava a Montanelli e al suo Il Giornale ricordo due circostanze. Quando ero commissario giudiziale, nel biennio d’amministrazione controllata della Rizzoli, ai miei uffici dell’allora via Civitavecchia (oggi via A. Rizzoli) piovevano continuamente domande di notizie e richieste di interviste da giornalisti delle più varie testate. A tutte mi sottraevo: ho fatto qualche (rara) eccezione solo per Il Giornale.

In un casuale incontro, a una pubblica manifestazione bocconiana, io e mia moglie ci trovammo davanti a Montanelli. Mia moglie, per essere gentile, gli disse: «Ogni mattina, all’ora del caffè, io e mio marito ci disputiamo la lettura del suo Giornale».

Riquadro 3 Per capirne di più (di Indro Montanelli)

Di economia, devo confessarlo, non mi intendo granché. Alla riunione quotidiana con i miei giornalisti, il punto più basso di comprensione si raggiunge quando parla il collega delle pagine economiche. Tassi che vanno su e giù, banche che “ritoccano il prime rate”, aziende che lanciano OPA e si uniscono in misteriose “joint venture”. Gli altri caporedattori e il sottoscritto ascoltiamo in religioso silenzio. Non capiamo e ci affidiamo, fideisticamente, alla professionalità dei nostri inviati nel mondo degli affari.

Credo che molti lettori siano nella mia identica situazione. Beninteso, non è che ci sfuggano i grandi movimenti dell’economia. Anzi, più passano gli anni, più è migliorata la divulgazione in questo campo. E all’economia dedichiamo molto spazio nelle nostre pagine. Ma spesso è uno spazio riservato a quella parte di lettori, per fortuna numerosa, che fa l’imprenditore o il professionista. E che con l’economia ha a che fare tutti i giorni.

Perciò dobbiamo fare di più, avvicinare più persone al mondo dell’economia perché è attraverso la comprensione dei fatti economici che ciascuno di noi può migliorare la propria vita, capire dove sta andando il Paese e anticipare le decisioni importanti; acquistare una casa, o investire in una certa azienda, o scegliere una strada professionale piuttosto che un’altra. Per andare un po’ al di là delle pura cronaca finanziaria daremo dunque ai lettori un quadro sulle nuove teorie economiche.

Perciò abbiamo chiesto la collaborazione dell’Università Bocconi di Milano che da questo mese fornirà il suo contributo di esperienza nella divulgazione economica. Devo dire che la Bocconi è in questa iniziativa un “partner” ideale. Come noi è “laica”. Come noi ama l’efficienza. E come noi crede nell’imprenditore e nell’iniziativa privata.

Il “sistema paese” di cui tanto si parla, spesso a sproposito, si fa anche così, offrendo le colonne di un giornale a docenti che si battono per aumentare la cultura economica della gente. L’esperimento è avviato: cari lettori, buone lezioni.

 

Rispose salomonicamente: «Ma perché, signora, non ne comprate due copie?».

Lei ha seguito per decenni più di 60 anni l’attività giornalistica di Montanelli; ha un’ottima memoria, ha anche un archivio nel quale conserva notizie o scritti che più l’hanno colpito o interessato: quali sono le tappe secondo Lei più significative della vita di Indro?

Ho effettivamente un dossier Montanelli con centinaia di appunti. Ne citerò alcuni che mi sembrano particolarmente utili non tanto per fare un ritratto di Indro quanto per comprendere quale legame si era creato fra me, suo lettore affezionato, e lui, il mio idolo dell’informazione.

La prima volta (inizio anni Ottanta) che incontrai personalmente Indro Montanelli fu al Rotary Centro di Milano, dove tenne un intervento applauditissimo. Tracciò, come lui sapeva fare, un efficace quadro politico dell’Italia del tempo. Fu la prima volta che potei stringergli la mano; ma ero stato suo fervente lettore fin da ragazzo, quando scriveva le sue indimenticabili corrispondenze belliche del 1940, seguendo la guerra russo-finlandese da Helsinki. Avevo 13 anni: quelle pagine mi affascinavano. In quei tempi, neppure nei sogni, avrei sperato di poterlo conoscere personalmente; e perfino di potergli essere in qualche modo utile.

Affido a una nota della Fondazione Montanelli Bassi, in appendice al capitolo, una sua sintetica biografia, mentre qui ripercorro i ricordi che essa mi richiama alla mente.

1940. Mi trovo a Treviglio. Mio padre era un lettore assiduo del Corriere. Rientrando da scuola, me ne appropriavo e lo leggevo avidamente. Le corrispondenze di Montanelli da Helsinki erano il mio primo obiettivo; dopo averle lette, le conservavo tra i miei documenti: le trovavo affascinanti. Non mi chiedevo affatto se fossero pro o contro l’Asse (l’alleanza italo-tedesca); mi affascinavano... e basta.

Ero – seguendo Indro – divenuto pro-Finlandia: Golia che si batteva con coraggio contro il Sansone russo (e con me lo erano tutti i miei compagni di scuola e dell’oratorio di Treviglio, dove andavo per giocare a calcio) nonostante fossimo tutti, per obbligo, iscritti alla GIL (Gioventù Italiana del Littorio) quella, per intenderci, dei “moschetti di latta”.

1941. Montanelli segue, in Grecia, la “disastrosa compagna militare italiana” (dove a combattere sui monti furono inviate truppe “con le scarpe di cartone”): molti caduti; inutile coraggio dei singoli; dopo alcuni mesi non avevamo fatto un passo in avanti! Fin quando la Germania, entrando dalla Macedonia, risolse tutto in una settimana o poco più: e la Grecia si arrese.

La nostra bidella dell’Istituto Oberdan, inviata dal preside, aprì la porta della nostra piccola classe e gridò felice: «La Grecia ha depositato (sic) le armi!» Seguì un urlo di gioia: «Viva l’Italia!» Ma noi, pur giovani (che oltre a leggere le corrispondenze di Montanelli ascoltavano Radio Londra), intuivamo sostanzialmente la verità, che poi divenne via via più nitida nell’anno seguente). Per Montanelli, richiamato dalla direzione del Corriere, finì la vita di corrispondente di guerra.

1943. Montanelli sparisce: si saprà poi che riuscì per poco a sfuggire all’arresto nei primi mesi di quell’anno. Per noi venne il 25 luglio: una mattina alle 7 un annuncio via radio c’informò che «Sua maestà il Re Vittorio Emanuele III aveva accettato le dimissioni del Cav. Benito Mussolini [non più “il Duce”] da capo del Governo», carica cui veniva chiamato il generale Badoglio.

In quella mattinata estiva, passeggiando curiosi per le vie della cittadina bergamasca, ci accorgemmo che il “distintivo fascista”, che tutti gli adulti portavano all’occhiello della giacca, era sparito...

Nel mese successivo (non avevo ancora compiuto i 16 anni) il direttore del Popolo Cattolico – settimanale trevigliese diretto da un sacerdote mi pregò di scrivere gli articoli di fondo del giornaletto (venduto in un migliaio di copie) perché sapevo scrivere, avevo le idee “giuste” ma, soprattutto, perché non disponeva più di nessuno che non avesse portato il “distintivo fascista all’occhiello”. Lo feci per un paio di mesi, finché all’8 settembre, con l’armistizio, s’installò a Treviglio la Kommandantur tedesca: mio padre inizialmente si preoccupò: ma i tedeschi avevano ben altro in mente che non il popolo cattolico (foto a p. 382). Finì così anche la mia speranza di seguire, un giorno, le orme di Indro Montanelli.

1956. Montanelli è a Budapest, dove assiste alla rivolta e racconta sul Corriere l’arrivo dei carri armati sovietici, che spengono nel sangue il sussulto dell’opposizione al comunismo.

1974. Montanelli lascia il Corriere, passato sotto la direzione di Piero Ottone (dopo che la “zarina” Giulia Maria Crespi aveva ingiustamente defenestrato addirittura il grande Giovanni Spadolini) «per incompatibilità con la linea politica di Ottone». Fonda Il Giornale nuovo, portando con (com’era fatale) una buona fetta dei suoi fedeli lettori, così preparando (come constaterò direttamente nel 1981, con l’amministrazione controllata) il disastro della Rizzoli (che nel frattempo aveva acquisito il quotidiano, oltre che dai Crespi, dai grandi gruppi industriali nel frattempo intervenuti con quote significative di capitale).

1975. Un memorabile “Controcorrente” del 25 giugno 1975 saluta, con parole che condivido una per una, la nomina a Governatore di Banca d’Italia di Paolo Baffi (bocconiano illustre e all’epoca membro del Consiglio d’Amministrazione della Bocconi). Lo possiamo leggere assieme in ricordo del grande Governatore:

Dicono che il successore di Guido Carli al Governatorato della Banca d’Italia sarà Paolo Baffi, attuale direttore generale. Sono in pochi a conoscerlo, e noi non siamo di questi. Volendo un poco ragguagliarcene, abbiamo raccolto di lui le seguenti referenze: 63 anni, grandissima competenza, grandissima esperienza, immacolata onestà, completa indipendenza da partiti e uomini politici. Purtroppo, aggiungono i nostri informatori, ha un cattivo carattere. Purtroppo? Ma gli uomini di carattere hanno sempre un cattivo carattere. E ce ne fossero, in questo Paese d’indulgenze plenarie, ce ne fossero!

1977. 2 giugno, ore 10. Indro Montanelli viene “gambizzato” dalle Brigate Rosse all’ingresso di piazza Cavour dei giardini pubblici di Milano, mentre a piedi sta raggiungendo la redazione de Il Giornale. Il giorno successivo, 3 giugno, lo stesso Indro scrisse sul Giornale al posto del solito “Controcorrente” una trentina di righe intitolate: «Una testimonianza che vale 4 pallottole», che ricordo con commossa ammirazione:

Se questi aggressori credono di tappare la bocca al Giornale si sbagliano proprio di grosso perché anche se mi facessero fuori, rimane il Giornale. Non c’è uno nel Giornale che si arrende a questa tattica. Quello che mi è accaduto è grave non perché è accaduto al direttore del Giornale, che è una voce che non si adegua.

Evidentemente in questo Paese restare fuori dell’area comincia a diventare pericoloso per la vita di chi lo fa. Importante è non lasciarsi intimidire. Certo sono criminali agguerriti, come tecnica di aggressione squadrista è molto più raffinata di quella dei fascisti. I quali, di solito, attaccavano banda contro banda e di fronte. Qui no. Qui si attaccano in gruppo uomini inermi. Che cerchino di eliminarmi perché sono un avversario, questo lo posso anche capire; ma perché – a quanto mi riferiscono – hanno detto che io sono un servo delle multinazionali, allora questo sta a dimostrare la confusione di idee di questi poveretti che, evidentemente, non sanno cosa sono le multinazionali. Io chiedo scusa ai lettori se oggi non ci sarà il Controcorrente per “indisposizione del titolare”. Però non mi sento di prendermi queste vacanze senza un ringraziamento di cuore ai lettori che mai come in questa occasione ci hanno fatto sentire il coro del loro affetto, della loro simpatia e della loro solidarietà. Io penso che questa stupenda testimonianza quattro pallottole di rivoltella le vale.

12 gennaio 1994. Con un memorabile articolo di fondo (“Al lettore. Vent’anni dopo”) Indro lascia Il Giornale:

Questo è l’ultimo articolo che compare a mia firma sul giornale da me fondato e diretto per vent’anni. Per vent’anni esso è stato – i miei compagni di lavoro possono testimoniarlo – la mia passione, il mio orgoglio, il mio tormento, la mia vita. Ma ciò che provo a lasciarlo riguarda solo me: i toni patetici non sono nelle mie corde e nulla mi riesce più insopportabile del piagnisteo.

Sento però di dovere una spiegazione ai lettori coi quali mi ero impegnato a restare al mio posto «finché morte sopravvenga» come dicevano i boia inglesi nell’annodare la corda al collo degl’impiccandi. Sia chiara una cosa: nessuno mi ha scacciato. Sono io che mi ritiro per una di quelle situazioni di incompatibilità, di cui i lettori avranno preso atto dallo scambio di lettere, da noi pubblicate ieri, fra me e l’editore.

(...) Me ne vado. Ma non senza avvertire i lettori che manterrò l’impegno preso con loro. Fra poche settimane essi riavranno il loro giornale, fatto dagli stessi uomini del Giornale, illustrato dalle stesse firme e nutrito dalle stesse idee del Giornale. Con qualche difetto – speriamo – in meno, ma una cosa in più, di cui l’esperienza mi ha dimostrato l’assoluta necessità: un assetto azionario che mi garantisca l’incondizionata indipendenza.

(...) A presto dunque, cari lettori. Anche a costo di ridurlo, per i primi numeri, a poche pagine, riavrete il nostro e vostro giornale. Si chiamerà La Voce. In ricordo non di quella di Sinatra. Ma di quella del mio vecchio maestro – maestro soprattutto di libertà e indipendenza – Prezzolini.

Appendice

Sintesi della vita operativa di Indro Montanelli (dalla Fondazione Montanelli Bassi)

1909, 22 aprile. Nasce a Fucecchio da Maddalena Doddoli e Sestilio Montanelli, nel palazzo di proprietà della famiglia della madre.

Passa l’infanzia nel paese natale e spesso nei primi anni del Novecento è ospite alle Vedute, nella villa di Emilio Bassi, sindaco di Fucecchio per quasi un ventennio. A Emilio Bassi, che spesso considerò come un “nonno” adottivo, resterà legato tanto da volere che a lui fosse cointitolata la Fondazione costituita nel 1987. Il padre, preside di liceo, viene trasferito prima a Lucca, poi a Nuoro, dove il giovane Indro lo segue. Seguendo ancora gli spostamenti del padre, frequenta il liceo a Rieti. Si iscrive quindi alla facoltà di Giurisprudenza a Firenze, ma trascorre periodi in Francia, a Grenoble e a Parigi, dove inizia l’apprendistato giornalistico collaborando a Paris Soir. Oltre che in Giurisprudenza ottiene anche la laurea in Scienze politiche.

Primi anni Trenta. Aderisce alle ideologie anticapitalistiche e antiborghesi; entra in contatto con Berto Ricci e collabora con L’Universale. In questo periodo conosce Leo Longanesi che riconoscerà sempre come suo maestro di giornalismo.

1935. Nelle edizioni del Selvaggio, esce il suo primo libro, Commiato dal tempo di pace.

Passa in Canada come corrispondente di Paris Soir e per integrare i guadagni tiene conferenze per le comunità italiane locali e fa anche il contabile in una fattoria finché viene assunto dall’agenzia di New York della United Press.

1935/36. Partecipa come volontario alla guerra di Etiopia, da dove invia le sue corrispondenze di guerra, che saranno raccolte nel volume Ventesimo battaglione eritreo («Sono nato come giornalista nella guerra d’Abissinia»). Sul campo di battaglia si guadagna due decorazioni.

1937. È in Spagna durante la guerra civile, come corrispondente del Messaggero di Roma. Il suo servizio sulla battaglia di Santander («È stata una passeggiata militare con un solo nemico: il caldo») è considerato offensivo per l’onore delle forze armate. Viene rimpatriato per ordine personale di Mussolini e sospeso dal Partito Fascista a cui non aderirà più. Nell’impossibilità di svolgere la professione di giornalista, ottiene il posto di direttore dell’Istituto di cultura di Tallinn e di lettore di letteratura italiana presso l’Università di Dorpat in Estonia, dove resta per circa un anno.

1938. Rientra in Italia dove Aldo Borelli, direttore del Corriere della Sera, gli offre un contratto di collaborazione per articoli di viaggi e di letteratura, evitando però temi politici. Viene quindi inviato in Albania per un servizio su quel paese alla vigilia della conquista italiana. Dalle corrispondenze inviate al Corriere nasce il libro Albania una e mille (1939).

1939. Nel mese di luglio viene inviato dal Corriere in Germania per seguire un gruppo di giovani fascisti che in bicicletta dovevano fare un giro di propaganda. Qui rimane fino allo scoppio della guerra, per spostarsi poi sul fronte dove assiste alla resa della Polonia. Ancora una volta è Mussolini in persona a deplorare gli articoli di Montanelli, che viene quindi costretto a ritirarsi di nuovo in Estonia. Qui viene sorpreso dall’invasione da parte dell’Unione Sovietica e si trasferisce quindi in Finlandia, a Helsinki. Ma anche qui giunge ben presto l’attacco da parte dei sovietici che viene raccontato in diretta da Montanelli. Scrisse in Qui non riposano: «Tutti cominciarono ad attribuirmi il potere taumaturgico di presentire le catastrofi e di sapermici trovare a tempo nel mezzo».

1940. Segue la guerra russo-finlandese fino al mese di marzo, quando i sovietici si ritirano. In aprile si trasferisce a Oslo, ancora una volta mentre sta arrivando l’esercito tedesco. Anche qui le sue corrispondenze lo rendono sgradito sia ai tedeschi che agli inglesi di cui critica l’impreparazione. Costretto ad allontanarsi, alterna poi soggiorni in Svezia e in Norvegia.

Tornato a Roma, assiste alla dichiarazione di guerra da parte dell’Italia ed è inviato sul fronte francese; quindi si sposta attraverso Belgrado, Sofia, Bucarest e Budapest. Il 26 ottobre è richiamato a Roma, da dove viene inviato in Grecia a seguire la disastrosa campagna militare italiana. Si porta quindi in Iugoslavia dove assiste all’indipendenza del Montenegro. Finiscono qui le sue corrispondenze di guerra, anche se continua la sua collaborazione al Corriere della Sera: «E così finì la mia carriera di corrispondente di guerra. Ne avevo abbastanza. Rientrando, chiesi al giornale di mettermi da parte».

1942, 24 novembre. Sposa a Milano Maggie De Colins De Tarsienne.

1943. È ricercato perché accusato di aver scritto un articolo sugli amori del Duce, ma riesce a sfuggire all’arresto dei fascisti.

1944. Il 5 febbraio viene catturato dai tedeschi in Val d’Ossola dove cercava di raggiungere i partigiani del Partito d’Azione. È processato, percosso e condannato a morte il 20 febbraio. Anche la moglie Maggie è arrestata e accusata di tradimento, in quanto austriaca, per non aver denunciato il marito. Montanelli rimane in carcere per tre mesi a Gallarate e poi a San Vittore, ma la sentenza non viene eseguita grazie all’interessamento del cardinale Schuster la cui mediazione era stata richiesta dal Vaticano su sollecitazione della madre di Indro, infaticabile nel tentare tutte le strade per salvare il figlio. Riuscito a fuggire di prigione, ripara in Svizzera dove rimane fino alle fine della guerra.

1945. Riprende il suo posto al Corriere della Sera, a cui collabora con numerosi servizi specialmente sulla terza pagina. Nel dopoguerra escono i suoi libri di carattere satirico e di costume. Inizia poi nel 1957, con la Storia di Roma, la serie di volumi dedicati alla divulgazione storica, che ottengono un grande successo di pubblico, coprendo in oltre quarant’anni di attivi tutta la storia d’Italia fino ai giorni nostri. Collabora anche a diversi periodici, tra cui Il Borghese, spesso utilizzando pseudonimi.

1956. È in Ungheria dove, ancora una volta, racconta in diretta un grande evento: la rivoluzione di Budapest e l’arrivo dei carri armati sovietici.

1973, novembre. Inizia la collaborazione con Oggi, prima con la rubrica “La Stanza”, poi con “I Dialoghi” e “Le domande di Oggi – Indro Montanelli risponde al direttore”.

1974. Lascia il Corriere della Sera per incompatibilità con la linea politica seguita dal direttore Piero Ottone. Fonda Il Giornale nuovo (il primo numero esce il 25 giugno), a cui collaborano firme prestigiose quali Enzo Bettizza, Egisto Corradi, Guido Piovene, Cesare Zappulli, tra gli italiani, e Raymond Aron, Eugène Ionesco, Jean François Revel e François Fejto tra gli stranieri.

1974, 6 settembre. Sposa Colette Rosselli.

1977, 2 giugno. Subisce a Milano un attentato da parte delle Brigate Rosse. Gli attentatori otterranno in seguito il perdono di Montanelli.

1987. Viene costituita a Fucecchio la Fondazione Montanelli Bassi.

1994, 11 gennaio. Dopo mesi di contrasto con l’editore Berlusconi, che nel frattempo ha annunziato l’intenzione di scendere in politica, Montanelli insieme ad altri redattori lascia Il Giornale e fonda La Voce, il cui primo numero esce il 22 marzo.

1995, 12 aprile. La Voce, a corto di capitali e di pubblicità, è costretta a chiudere. Montanelli torna al Corriere della Sera, per il quale firma editoriali e tiene giornalmente una “Stanza” rispondendo alle domande dei lettori. Continuano intanto a uscire i volumi sulla Storia d’Italia, curati insieme a Mario Cervi.

2001, 22 luglio. Muore a Milano. L’urna con le sue ceneri è deposta accanto alla tomba della madre nella cappella di famiglia a Fucecchio.

1

Indro Montanelli, Senza Voce, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1982, pp. 7 e ss.

2

Ivi, postfazione di V. Corona, p. 283.