Vai al contenuto principale Vai in fondo alla pagina

Il mondo di Guatri

2026/7

Gianmario Roveraro

Dopo grandi successi a IMI-SIGE, fondò a Milano la Akros: ottima partenza ma nessun decollo. Fu attaccato per la sua migliore operazione (quotazione Parmalat). Non sono riuscito ad aiutarlo

Gianmario Roveraro giunse a Milano, da Roma, a metà degli anni Ottanta, con grandi successi alle spalle (IMI-SIGE); era capace di ideare strategie a lunga scadenza e piani di vasto respiro; non trascurava almeno nei propositi d’occuparsi dei risvolti sociali e umani delle attività imprenditoriali. Lei, professsore, quando l’ha conosciuto?

Ebbi modo di incontrarlo allorché, appunto a Milano, iniziò nel 1986 la sua “seconda vita”, creando la finanziaria Akros. Godeva effettivamente fama di ottimo operatore finanziario grazie alla vasta notorietà conquistata nel Gruppo IMI, dove nel 1974 era divenuto consigliere delegato di SIGE, la banca d’affari del gruppo, portandola a straordinari successi. I giornalisti scrivevano che IMI-SIGE «poteva diventare il vero contraltare di Mediobanca». Eppure il suo sodalizio con Arcuti-IMI si ruppe, per ragioni che non sono mai state ben chiarite (nel Riquadro 1, la sintesi della vita di Roveraro foto a p. 380 fino al 1986).

Riquadro 1 Sintesi della vita di Gianmario Roveraro (fino al 1986)

Gianmario Roveraro nasce ad Albenga (Savona) nel 1936. Per tre anni è campione italiano del salto in alto (1954/56). Si laurea a Genova in Economia e quindi si trasferisce a Milano.

Sulla “carriera” faccio riferimento a una fonte affidabile, anche se spesso acre (Giancarlo Galli, Nella giungla degli gnomi, Garzanti, Milano, 2008, pp. 258 e ss): «Rapida e folgorante la carriera di Gianmario Roveraro. Nel 1961 entra alla Centrale, finanziaria cui fanno capo le ricche famiglie liguri. Da impiegato. In contemporanea “scopre” l’Opus Dei. Sale rapidamente di grado, apprezzatissimo. Veloci passaggi fra Milano e Roma, in finanziarie varie, studi di agenti di cambio. Sino al gran balzo, nel 1974: amministratore delegato della SIGE, la banca d’affari dell’IMI (Istituto Mobiliare Italiano, di proprietà pubblica), diretto da Luigi Arcuti, che ha un chiodo fisso: falciare l’erba sotto i piedi alla Mediobanca di Enrico Cuccia…

Nessuno ha potuto o voluto scavare sui motivi che indussero Roveraro (1986) a rompere il sodalizio con l’IMI di Arcuti. Fatto è che il pallido e timido Gianmario ebbe le mani molto in pasta nelle due clamorose scalate di quegli anni: quella della Montedison di Mario Schimberni alla BI-Invest di Carlo Bonomi e quella, successiva, di Raul Gardini alla stessa Montedison.

Doveva avere smazzato con maestria le carte, Roveraro, sbattuta la porta in faccia ad Arcuti-IMI-SIGE, mandato fuori dai gangheri Cuccia, partorisce un ambizioso progetto: la Akros: 250 miliardi di capitale, sottoscritto in quote da 163 soci, fra i quali i Ferruzzi-Gardini, la Fiat, De Benedetti, oltre a una miriade di piccoli e medi imprenditori. “Il disegno è quello interrotto alla SIGE: valorizzare l’industria, arricchirla di finanza, far crescere le imprese di provincia, portarle in Borsa, alimentare il mercato azionario e condurlo verso nuove strade di trasparenza”».

 

Erano certamente grandi le ambizioni che spingevano Roveraro a raggiungere “vette” ricche di profitti non trascurando i buoni propositi (invero insoliti nella mission di un finanziere); ed era inoltre veramente abile nel circondarsi di collaboratori di valore e di sociazionisti di gran nome.

Riguadagnata libertà d’azione, Roveraro creò la Akros (dal greco “vetta”, “il punto più alto”): ma la “vetta”, dopo alcuni positivi anni iniziali, non fu raggiunta, nonostante le indiscusse capacità personali e il lavoro di un gruppo di collaboratori di livello. Il 24 giugno 1987 si riunì (in piazza Meda, presso la Banca Popolare di Milano, all’epoca guidata da Piero Schlesinger) il Consiglio d’Amministrazione che, dopo una fase preparatoria di pochi mesi, Roveraro aveva saputo formare inserendovi, oltre ai suoi massimi dirigenti, il fior fiore della banca, dell’industria e delle professioni (altri se ne aggiungeranno); era di primo piano anche il collegio sindacale (Riquadro 2).

Riquadro 2 Akros: Consiglio e collegio sindacale (1987)

Consiglio:

Ing. Francesco Corbellini Presidente

Dott. Gianmario Roveraro Vicepresidente

Dott. Guido Accornero; Dott. Giampaolo Barbini; Dott. Ettore Gotti Tedeschi; Prof. Luigi Guatri; Dott. Attilio Lentati; Dott. Piero Carlo Marsani; Prof. Piero Schlesinger; Dott. Bruno Siracusano; Dott. Fabrizio Tedeschi

Collegio sindacale:

Dott. Alessandro Braja Presidente

Dott. Franco Jorio; Dott. Guido Severgnini

 

In quella prima seduta annunciò: la sede sociale e operativa in Milano, corso Italia 3; l’aumento del capitale sociale a 250 miliardi di lire; l’acquisto del controllo di Mercati Finanziari SpA (gestione di patrimoni) e di Attimo SpA. Inoltre il Consiglio nominò Gianmario Roveraro consigliere delegato e costituì un comitato esecutivo di 5 membri (Francesco Corbellini, Gianmario Roveraro, Guido Accornero, Ettore Gotti Tedeschi, Bruno Siracusano) con ampi poteri.

Roveraro, dunque, grande organizzatore oltre che possessore di un vastissimo patrimonio di altolocate conoscenze che dal nulla creò una potente ed efficiente finanziaria?

Sono rimasto, a partire dal 1986, nel Consiglio di Akros per 7-8 anni, durante i quali entrarono nel Consiglio numerosi altri personaggi di grande statura: Emilio Zanetti, presidente di Banca Popolare di Bergamo-CV; Cesare Brugola, in rappresentanza di Commercial Union Group (assicurazioni); Francesco Cesarini (divenuto presidente di BPM). Si era formata una rosa di grandi nomi e tutti erano convinti che Roveraro avrebbe condotto Akros verso il successo.

Il Consiglio di Akros completò l’organizzazione societaria con un altro “personaggio” di indubbio valore: Giovanni Pavese, “bocconiano di ferro”, che aveva da poco lasciato la vicedirezione generale della Banca Commercio e Industria e che divenne consigliere e direttore generale: dunque il numero due dopo Roveraro (i rapporti con Gotti Tedeschi si andavano raffreddando?).

Qui Pavese rimase finché un giorno – sapevamo che era caduto il suo interesse per Akros – con Mario Monti (foto a p. 377) decidemmo di chiamarlo alla direzione generale dell’Università Bocconi. “Nanni” Pavese è uomo esperto, di larghe vedute, tenace, che sa impegnarsi senza soste: credo che per Roveraro sia stato un aiuto importante.

Naturalmente anche la Akros attraversò fasi diverse: la prima fu di preparazione e di lancio?

Quelli fra il 1987 e il 1989 furono degli anni tranquilli, di preparazione, con pochi investimenti duraturi (Aqua, Sambonet, Findesign, Vallardi).

Si prepararono soprattutto le società-prodotto, tra le quali spiccava Azimut, una delle prime grandi reti di promotori finanziari (nel 1990 aveva già raggiunto il rispettabile numero di 215 promotori), che in pochi anni portò la società al secondo posto nella graduatoria nazionale delle gestioni patrimoniali (fino allora dominio delle banche).

Verso la fine di quel periodo si aprì, con Stilo Srl, l’area degli investimenti immobiliari, nei quali il presidente Francesco Corbellini era un noto esperto; ma a generare utili fu soprattutto la gestione della grande liquidità disponibile (nel 1988 il capitale sociale, con un aumento riservato ai soli dirigenti della società, era salito a 275 L/mld). I bilanci del triennio (con utili netti che oscillavano tra 13 e 18 L/mld annui) consentirono la distribuzione di un discreto dividendo ai molti azionisti, perlopiù nomi “eccellenti”.

Val la pena di sottolineare che Akros si presentò fin dall’origine come una vera public company di tipo anglosassone (vedi caso, siamo proprio negli anni in cui Schimberni, dopo l’improvvisa “scalata” alla BI-Invest dei Bonomi, cercava ex post di “fare proprio” questo tipo di organizzazione societaria).

La seconda fase vide invece Akros diventare decisamente attiva nel campo industriale (specialmente alimentare) e in quello immobiliare...

Il periodo 1990/94 fu caratterizzato da molte operazioni, due delle quali appaiono di “peso” determinante:

nel campo industriale (alimentare), l’ottima operazione Parmalat Finanziaria, fatta attraverso Akros-capogruppo e la controllata Altair;

nel campo immobiliare, con numerosi acquisti, che richiesero rilevanti investimenti (attraverso Stilo) realizzati con una forte leva finanziaria.

La prima operazione, della quale (con una lunga deviazione sul caso Roveraro-Parmalat-Tanzi) ci occuperemo ampiamente più avanti, generò utili cospicui, che sostanzialmente fronteggiarono i risultati negativi dell’immobiliare.

Dal verbale del comitato esecutivo del 29 settembre 1993 (composto da F. Corbellini, G. Roveraro, C. Brugola, G. Pavese, E. Zanetti) si traggono le seguenti precise informazioni:

dopo avere inizialmente effettuato un investimento per 55 miliardi di lire, a fine settembre 2003 le azioni Parmalat Finanziaria furono parzialmente vendute con un utile di 9,8 miliardi di lire;

l’ancora rilevante partecipazione – pari al 4,8 per cento del capitale di Parmalat Finanziaria – contiene una plusvalenza di ben 56,3 miliardi di lire (in quel momento dunque l’investimento, tra realizzi e plusvalenze, esprimeva un risultato positivo di 66,1 L/mld).

Questa fu la migliore operazione di Akros di tutti i tempi. Si andava, invece, fortemente deteriorando la posizione inerente agli investimenti immobiliari di Stilo, che al 30 giugno 1994 risultarono di ben 283 miliardi di lire. Per sostenere tali investimenti (cui si accompagnavano crediti per 69,4 L/mld), Stilo giunse ad accumulare debiti finanziari per 321,2 miliardi di lire (dei quali 139,1 versati da Akros), oltre a passività correnti per 40,8 miliardi di lire.

Debiti, dunque, per 362 miliardi di lire, a fronte di un capitale netto di 16,9 miliardi (il 4,66%)! Nelle “bolle” immobiliari il binomio grandi investimenti-elevatissima leva sono, da sempre, un’accoppiata perdente e spesso pericolosa.

Tabella 1 Investimenti immobiliari (Stilo srl) Stato patrimoniale consolidato (dati in milioni di lire)

Attivo

30/6/94

31/12/93

Attività correnti

25.846

20.431

Crediti finanziari

69.377

65.569

Attività immobilizzate

283.818

285.018

Totale

379.041

371.018

Passivo

30/6/94

31/12/93

Passività correnti

40.853

43.433

Finanziamenti da:

 

 

Akros finanziaria

139.115

300.128

sistema bancario

182.127

 

Patrimonio netto

16.946

27.455

 

Come sempre accade quando i valori immobiliari entrano in crisi e i prezzi cadono, le società che si fanno trovare fortemente indebitate entrano in pesantissime (e talvolta fatali) difficoltà (Tabella 1, presentata al Consiglio del 13 ottobre 1994).

Era perciò evidente che Akros non solo aveva già maturato perdite ingenti (che un documento del 25 luglio 1994 precisava in 44,3 L/mld nel 1993, oltre a 25 L/mld previsti nel budget 1994: in totale L/mld 69,3, che “si mangiavano” tutti gli utili e le plusvalenze di Parmalat Finanziaria), ma andava incontro a un futuro tutt’altro che facile!

La terza fase, quella delle difficoltà derivanti dall’eccessiva esposizione nell’immobiliare, si può collocare all’inizio della seconda metà degli anni Novanta?

Sono effettivamente gli anni dal 1995 al 1997 quelli che vedono la Akros di Roveraro precipitare verso una conclusione infelice, proprio per effetto del “disastro” dell’immobiliare.

Basta poco per rendersene conto: il bilancio 1995 chiuse con una perdita di 111 miliardi di lire (23 “coperti” con riserve e 88 rinviati “a nuovo”); il settore immobiliare produsse nell’anno perdite per 104,6 miliardi di lire che, sommate alle perdite già accertate per il 1993 e 1994 di 80 miliardi di lire, fecero 180,6 miliardi di lire in totale.

Verso la metà del 1996, incominciò una girandola di iniziative e “Progetti di ristrutturazione” che consistevano essenzialmente nel puntare sulla valorizzazione dei settori del “risparmio gestito, della previdenza e della intermediazione”. A tal fine fu costituita una nuova società, la Akros Investimenti SpA, nella quale furono apportate le partecipazioni di tali settori, con cospicue plusvalenze. Nel contempo Akros cercava un partner (Riquadri 3, 4 e 5).

Riquadro 3 I punti di forza. Rilevanti valori di avviamento nei settori del risparmio gestito, della previdenza, dell’intermediazione

 

Patrimonio netto

Avviamenti

Valori

(Mld)

(Mld)

(Mld)

Akros Attimo

80

40

120

Azimut fondi

25

90

115

Azimut Consulenza

12

18

30

Akros Fiduciaria

2

8

10

C.U. Life

20

35

55

C.U. Assicurazioni

8

1

9

Totale

147

192

339

Calcolando le quote di pertinenza, Akros ha sviluppato avviamenti per 124 miliardi a fronte di 116 miliardi di capitali investiti per un controvalore complessivo di circa 240 miliardi. Discreti avviamenti nel corporate finance e nell’equity capital.

Riquadro 4 La proposta per un riequilibrio finanziario

Riunire in una sub-holding le attività di intermediazione, il risparmio gestito e il comparto assicurativo

Aprire la sub-holding al mercato o a un nuovo azionista mantenendo il controllo

Dall’operazione si possono generare mezzi liquidi per 80/100 miliardi

Vendita asset non strategici (L/mld)

Titoli = 14

Partecipazioni = 30

Immobili = 70

Crediti di imposta = 39

Altre dismissioni = 20

Totale = 173

con l’obiettivo di generare 100 miliardi di liquidità netta entro l’anno.

 

Riquadro 5 Il rafforzamento strategico: ricerca di un partner

a) Obiettivi:

creare maggior valore con economie di scala

raggiungere la clientela finale:

privati italiani

istituzioni estere

migliorare il credit standing

completare la gamma operativa

incrementare le quote di mercato

b) Tipologia:

concorrente italiano

banca italiana

istituzione estera

c) Tempistica:

attore in tutto o in parte nella fase 4 (azzerare l’indebitamento strutturale)

associato in un secondo momento con apporto di capitali o di attività

 

Tuttavia un partner disposto a investire non fu trovato ed ebbe inizio quindi una rapida discesa che portò alla vendita di Akros?

Fra la seconda metà del 1996 e la prima metà del 1997 si svolsero diverse trattative. Ricordo bene: quella con la Sopaf di Jody Vender (della quale ero all’epoca presidente e tale rimasi finché la famiglia Vender, cui sono sempre stato affezionato, decise di cederne il controllo)[114]. Era l’occasione per costituire una nuova società, tra le prime in Italia, del risparmio gestito e dell’intermediazione finanziaria: ma le trattative si arenarono e non se ne fece nulla.

Alla fine si giunse alla cessione di Akros alla Banca Popolare di Milano, che tuttora la annovera tra le sue più rilevanti partecipazioni. A Roveraro non rimase, a questo punto, che andarsene.

La sua avventura in Akros, tra alti e bassi, non sarà stata gloriosa, né esplosiva come in SIGE-IMI, ma si chiuse con dignità (considerai e tuttora considero ingiusti i commenti di certa stampa malevola).

Giovanni Pavese, che in quel periodo avevo conosciuto bene, non volle rimanere, ma non volle neppure andare alla “concorrenza”. Passò in Bocconi dove rimase per 10 anni: dapprima come direttore generale e poi, nel 1999, sostituendomi quando non mi sentii più di reggere la carica di consigliere delegato che avevo tenuto per 25 anni (ero stato nominato nel 1974, quando avevo 47 anni, ne uscii a 72, nel momento in cui come professore ordinario andavo “fuori ruolo”).

Gianmario Roveraro si fece dimenticare abbastanza rapidamente non solo dai giornalisti ma anche dai collaboratori e dagli amici. Anche Lei lo perse di vista per anni, ma poi si rifece vivo chiedendo aiuto per la vicenda Parmalat?

L’ultima volta che incontrai Gianmario Roveraro fu nella tarda primavera del 2005, otto anni dopo l’uscita da Akros. Durante quel periodo era per me praticamente scomparso, come era scomparso dalle cronache giornalistiche. Avevo vagamente sentito che si era dedicato a impegni minori (sempre nel campo della finanza), con pochi clienti (tra questi veniva citato, ma non so se fosse vero, Giuseppe Garofano, l’ex presidente di Montedison post-Gardini, uscito dai “guai” e rimessosi decisamente a intraprendere nuove iniziative; anch’egli membro dell’Opus Dei; e questo rende la circostanza verosimile).

In quegli otto anni Roveraro non mi aveva mai telefonato e quindi collegai subito la richiesta di un appuntamento al caso Parmalat Finanziaria il cui clamoroso dissesto era scoppiato nel 2003, generandone l’ammissione alla nuova amministrazione straordinaria (ex Legge Prodi bis, aggiornata dal DL 23 dicembre 2003, n. 347) e suscitando sgomento in Italia e clamore in tutto il mondo.

Anche Lei fu chiamato in qualche modo in causa per il caso Parmalat allorché gli inquirenti credettero d’intravvedere una connessione fra una sua “opinione valutativa” della Parmalat di 16 anni prima e il dissesto?

Poco tempo prima dell’incontro con Roveraro ero stato chiamato a Parma dalla Guardia di Finanza, che voleva sentirmi come “persona informata sui fatti”: il tema era, appunto, Parmalat Finanziaria; appuntamento alle ore 10.

Mi recai a Parma la sera prima, accompagnato dal mio giovane assistente Marco Villani. Presi alloggio all’Hotel Jolly Stendhal, il mio albergo degli anni Sessanta, quando a Parma andavo ogni settimana, per tenervi le mie 3 ore di lezione come professore ordinario di Tecnica industriale e commerciale (la giovane facoltà di Economia e Commercio di Parma fu, dal 1960, la mia prima cattedra universitaria).

L’avevo lasciata (per trasferirmi alla cattedra bocconiana) ormai da 36 anni. Tutto, ovviamente, mi apparve diverso: l’avevo lasciata a 42 anni, la rivedevo a 78.

In quella sede mi fu solo chiesto (da un – credo – tenente della Guardia di Finanza, al cui fianco era seduto un “consulente tecnico” che mi disse di avere studio a Misano Adriatico nei pressi di Rimini), se nel 1989 avessi redatto per la società Finanziaria Centro Nord una relazione di stima sulla vecchia Parmalat, s’intende riferita all’epoca, cioè a 16 anni prima. Risposi affermativamente e tutto sembrò finire lì.

Ma non fu così. Nella primavera del 2005, del tutto inaspettatamente, mi fu notificato dalla Procura di Parma un avviso di “conclusione delle indagini preliminari” (il cosiddetto 415 bis), in cui mi veniva contestata la partecipazione (a mezzo di quella stessa “opinione valutativa” del 1989) al dissesto di Parmalat Finanziaria. Ma la mia opinione valutativa era, lo voglio ripetere, di 16 anni precedente!

Dopo aver letto la comunicazione, ricordò almeno di che si trattasse?

La circostanza aveva dell’incredibile, a prima vista. Ne informai il collega bocconiano Alberto Alessandri, che mi disse subito che la cosa andava presa sul serio e che avrei fatto bene a ricercare nei miei archivi tutta la documentazione, se ancora esistente (l’obbligo di conservare i documenti, com’è noto, è di 10 anni; qui ne erano passati 16).

Fu solo una fortunata circostanza che mi consentì di ritrovare i polverosi faldoni giacenti in uno scantinato: era stata per la mia mania di studioso (in vista di libri futuri) che avevo dato disposizione di non distruggere mai nulla da me scritto nei decenni precedenti in tema di “opinioni valutative” e di “perizie di valore”. Lo comunicai ad Alessandri e mi misi al lavoro, ripercorrendo quei lontani temi, in particolare quella “opinione valutativa” (fair opinion) della quale non avrei altrimenti ricordato assolutamente nulla. E questo lavoro si dimostrò provvidenziale.

Fu veramente saggio il suo collega bocconiano, professor Alessandri: non sottovalutò la marcia imprevedibile del “carro armato della giustizia” messo in moto da un esperto di Misano a Mare. Ritenne infatti indispensabile documentare i fatti anche a fronte dell’evidente inadeguatezza del teorema degli inquirenti?

Callisto Tanzi (foto a p. 379) non l’avevo mai visto in vita mia; delle sue “prodezze” sapevo solo quanto avevano scritto i giornali. Ricordo quando all’estero lessi, nell’inverno del 2003, sui giornali locali (e sul Wall Street Journal, in versione sudamericana) le infamanti espressioni con cui il “disastro” di Parmalat Finanziaria veniva trattato, estendendolo a tutto il Paese. Mi adirai non poco: «La truffa all’italiana», «La solita mafia...» eccetera.

Per inciso: quando in anni successivi lessi del caso Enron e, più tardi, del caso Madoff e dei dissesti a catena di grandi merchant bank americane, e via elencando, mi tornarono alla mente quelle infamanti parole dedicate non solo a Tanzi, ma al nostro Paese. Mi venne da sorridere: qui gli importi delle “truffe” erano di gran lunga più pesanti (solo per Madoff di parlava di 50 miliardi di dollari) eppure nessun giornale le attribuiva al Paese, ma solo all’avidità di singoli soggetti.

Eravamo rimasti, professore, all’inattesa visita di Roveraro dopo otto anni di silenzio?

La digressione è stata un po’ lunga (ma era necessaria); ora torno a Roveraro e alla sua (ultima) visita in via Massena. Nell’aspetto e nel modo quasi sommesso di esprimersi era pressoché lo stesso di otto anni prima, quando aveva lasciato Akros. Ma lo vedevo teso: mi disse che era stato più volte sentito dai PM di Parma, che gli contestavano la “quotazione indiretta” di Parmalat Finanziaria e i due aumenti di capitale (1990 e 1993) ch’egli aveva brillantemente organizzato; e poi i pochi anni di permanenza per scopi di controllo, mi disse nel Consiglio di quella società.

Mi chiese, quasi m’implorò, di mettere le mie capacità tecniche a disposizione per chiarire il clamoroso equivoco-teorema sul quale i PM parevano indirizzati. Lo assicurai che mi sarei attivato al massimo per chiarire tutto. Lo vidi, infine, un po’ sollevato; ne parlai subito all’amico professor Alessandri, il quale – considerato anche chi fosse il difensore scelto da Roveraro – mi confermò che potevo senz’altro farlo.

Da qui in avanti ricerche e studi dedicati al tema sarebbero stati ben volentieri condivisi con lui. Se ne andò ripromettendosi di tornare presto. Non lo rividi più: una ben triste sorte era per lui in agguato.

Professore, i giornali pubblicarono naturalmente la notizia del suo strampalato “coinvolgimento” nell’affare Parmalat: quali reazioni registrò in quell’occasione?

Da quando la stampa aveva dato notizia del fatto che il mio nome era comparso in quel “415 bis” della Procura di Parma (un articolo del codice di procedura penale che non avevo mai sentito nominare) molti amici e colleghi mi telefonarono per esprimermi incredulità (talvolta irritazione) e mi invitarono a smentite sui giornali. Ne fui però sconsigliato: per ottenere un risultato positivo, che i fatti avrebbero sicuramente fatto emergere, era preferibile non irritare nessuno, tanto meno a mezzo stampa.

Fu così che, a fine luglio 2005, quando mi recai per la vacanza estiva a Casa de Campo, portai con me i voluminosi “faldoni” ritrovati nello scantinato. E lì, nella mia oficina scrissi un libretto (pubblicato, ma mai diffuso) dal titolo Tutt’altro che confidenziale. Il primo paragrafo si intitola “Il motivo di queste note”. Eccone la prima parte:

Avrei attribuito, nel mio animo, al fatto di poter essere avvicinato, in qualche modo, al “caso” Parmalat (una delle più brutte storie della nostra industria) la stessa probabilità che il Fiscal di Santo Domingo, da dove scrivo queste note, mi chiamasse in quanto italiano a rispondere dei delitti commessi nelle campagne militari di Cristoforo Colombo dopo lo sbarco alla fine del secolo XV su quest’isola, l’antica Ispaniola.

E questo per aver dato, oltre 15 anni or sono, un’opinione sul valore della società, in vista di un aumento di capitale che alcuni investitori istituzionali si apprestavano a sottoscrivere e sul quale conducevano, nel contempo, proprie accurate ricerche dirette, che poi risultarono ben fondate, tanto che ne derivarono ottimi risultati.

Un parere che riscriverei oggi con gli stessi concetti, salvo solo l’aggiornamento dei metodi che, da allora ad oggi, hanno compiuto un lungo percorso.

Non ho dubbi, beninteso, di essere in grado di dimostrare, in ogni sede, la correttezza di quel lontano documento. Ma vi è un’altra rilevante motivazione che mi spinge a scrivere queste pagine: il timore che con i miei 78 anni non vi sia il tempo di vedere la fine, in sede giudiziaria, del “caso”, per quanto mi possa concernere. E così di lasciare un’incertezza aperta, non tanto per i miei amici e colleghi che conoscono tutto; quanto per le centinaia di società a cui, in Italia e all’estero, in questi ultimi decenni ho prestato la mia collaborazione professionale in tema di valore. Inoltre, e soprattutto, per le decine di migliaia di studenti ai quali nelle Università ho insegnato come si valutano le aziende e per le centinaia di migliaia di lettori dei miei libri. Per loro sento che non posso consentire che permanga alcuna ombra.

E concludevo:

Vorrei perciò che tutti leggessero questo scritto, Tutt’altro che confidenziale. Vorrei che esso superasse i limiti del fatto personale, per diventare un caso emblematico, che servisse per il futuro.

Quel libretto riportava in copertina un istogramma a colori, che era da solo più che idoneo a spiegare come la fairness opinion riferita al 30 giugno 1989 (e datata 15 febbraio 1990) non potesse trovare alcun motivo di critica.

L’istogramma (Figura 1) è formato da cinque rettangoli (paralleli all’asse delle ordinate) la cui altezza esprime un valore (o prezzo) attribuito da fonti diverse nel periodo 1988/93 a Parmalat. Da esso si desume “a vista” (lo può “leggere” anche un non esperto) che la fairness opinion (datata 15 febbraio 1990) di 733 miliardi di lire era tutt’altro che “compiacente”. Tanto più che, con l’inflazione ancora forte degli anni Ottanta, l’offerta Kraft dell’anno prima, resa omogenea, corrispondeva, in lire 1989, a 770 miliardi di lire, cioè era addirittura superiore.

Inoltre, la valutazione di Akros del 1990 (basata su multipli di società comparabili, come sempre fanno le merchant bank) era di 1.000 miliardi di lire; quella di UBS, del 1993, in vista di un finanziamento, era di 1.497 miliardi di lire; il valore implicito di Borsa del luglio 1993 era addirittura di 1.620 miliardi di lire! Dov’era la “compiacenza”? Un assoluto mistero.

Figura 1 Prezzi, valori e valutazioni di Parmalat (1988-93; valori in L/mld)

Screenshot 2026-01-30 111933

* Tutti i valori per omogeneità sono depurati dall'aumento di capitale di 300 miliardi di lire di Parmalat del 1990.

Ciò nonostante, quando con il professsor Alessandri facemmo una visita a Parma, capimmo con chiarezza come, pur con il massimo di buona fede e di gentilezza, il PM (come era del resto ovvio) non fosse in grado di entrare nei complessi meccanismi e concetti della valutazione delle aziende. Quando, a una delle pochissime richieste di chiarimento (del tipo: «Come ha composto, professore le previsioni sui risultati futuri?»), ricordai che quelle previsioni derivavano da un anno di lavoro in loco, terminato a metà 1989, della più grande società di consulenza strategica al mondo (la McKinsey), mi fu detto che i periti d’ufficio «non avevano trovato» quei documenti (di molte centinaia di pagine). Ci volle poi “del bello e del buono” per verbalizzare quel nome straniero, evidentemente del tutto ignoto; e dovemmo sillabarlo, con non poche difficoltà, al cancelliere.

Chiuso il verbale, accomiatandomi dalla gentile e cordiale PM, aggiunsi quasi scherzosamente (ma dicevo la verità):

Guardi, dottoressa, che lo stupore del suo consulente tecnico sul “peso” dei beni intangibili nella mia stima dell’89 è fuori luogo; tale “peso” è addirittura inferiore a quello assunto nel “Prospetto Informativo” Consob ai fini della nuova quotazione (del 2005) di Parmalat, redatto dal Commissario Bondi e da Mediobanca; e per di più gli investitori e la Borsa lo hanno accolto con entusiasmo.

Rispose altrettanto scherzosamente:

Sarà anche vero, ma questo nuovo “Prospetto informativo” non è oggetto di indagine.

Quando uscimmo, dopo non più di un’oretta, con Alessandri ci scambiammo uno sguardo d’intesa: ci eravamo portati, coi miei collaboratori che attendevano nella sala accanto, pacchi di documenti per noi chiarissimi e convincenti. Il mio commento sconsolato fu:

Ma come si fa a spiegare a chi è convinto che 2+2 sia uguale a 5 che, al contrario, non vi è dubbio alcuno che faccia 4?

È per questo motivo che decisi con Alessandri (e poi con l’amico Angelo Provasoli, che avevo nominato mio consulente) che avremmo dovuto, per l’udienza preliminare, presentare due documentatissimi pareri pro-veritate.

Il primo fu composto dai massimi esperti nazionali (che furono individuati in Tancredi Bianchi, Gualtiero Brugger, Giordano Caprara, Mario Massari, Victor Uckmar: il “fior fiore” dell’accademia italiana!). Il parere reca la data del 2 aprile 2007; fu scritto in bozza da Gualtiero Brugger e condiviso da tutti: si tratta di un lavoro monumentale (che avrebbe meritato la pubblicazione) che azzerò i dubbi e mostrò gli errori dei periti d’ufficio[115].

Il secondo parere pro-veritate internazionale fu affidato, per ragioni tecniche (la miglior conoscenza al mondo del metodo “misto patrimoniale-reddituale” all’epoca prevalente nel nostro Paese) a esperti accademici di scuola germanica: fu redatto dai due direttori degli Istituti di Strategia e di Management dell’Universität di Innsbruck (professor Hans Hinterhuber) e di Linz (professor Kurt Matzler) un parere pro-veritate (in tedesco: Internationales Gutachten), che recava in copertina i marchi delle due storiche Università e che demoliva, analogamente, la tesi dell’inesperto consulente tecnico del PM.

Avevamo fatto tutto il possibile: ora la parola spettava al GUP (giudice dell’udienza preliminare) che, ascoltati tutti (compresa l’esemplare esposizione del professor Alessandri, di cristallina chiarezza), chiuse l’udienza precisando che la sua decisione sarebbe stata letta alla successiva udienza del 25 luglio 2007.

«Prosciolto». Che bello dev’essere stato il risveglio con l’sms, d’una sola parola, di suo figlio Giorgio!

In quella parte finale del luglio 2007 mi trovavo a Casa de Campo per le ferie. Alle 6 del mattino sentii bussare con violenza alla porta della mia camera. Mi alzai e una trafelata Anna Gigante mi mostrò sul telefonino un sms appena pervenuto da mio figlio Giorgio. Era composto da una sola parola: «Prosciolto!».

Dopo pochi minuti squillò il telefono di casa: era Victor Uckmar che mi esprimeva la sua soddisfazione; seguirono, a distanza di pochi minuti, altre chiamate di colleghi e amici che volevano tutti darmi per primi l’attesa notizia. Mai mi resi conto, come in quel frangente, di quanti affezionati amici ed estimatori avessi al mondo! Infatti, dopo un’ora ero affaticato e dissi a mia moglie (che naturalmente era stata svegliata) e ad Anna Gigante che ringraziassero a mio nome.

Fu un 25 luglio indimenticabile. Per me paragonabile a quello del 1943, quando a Treviglio udii, alle 7 del mattino trasmessa dalla radio, una notizia storica che all’incirca diceva:

Sua Maestà il Re Imperatore Vittorio Emanuele III comunica che il Cav. Benito Mussolini [al tempo sempre chiamato “Il Duce”] ha rassegnato le dimissioni da capo del governo...

Ma le prove più dure dell’esperienza professionale (specialmente se subite ingiustamente) possono essere di sprone a nuove ricerche: esse costituiscono “esperimenti” che non si dimenticano, poiché vissuti “sulla propria pelle” (si ricordi che «l’esperienza professionale è il nostro esperimento»). Non a caso, nell’autunno dello stesso anno 2007 in cui si concluse per me l’esperienza di Parmalat, pubblicai con Egea il libro La qualità delle valutazioni. Una metodologia per riconoscere e misurare l’errore, che reca in copertina questo periodo:

Il fatto che, fino ad oggi, la metodologia di misura dell’errore nelle valutazioni aziendali sia stata una pagina bianca non può che ripercuotersi con pesanti conseguenze anche sui giudizi d’errore in sede giurisdizionale. In questo ambito (che ha proprie specificità), l’esperto non dispone di alcuna metodologia condivisa: perciò o sa improvvisarne una propria (il che è raro e comunque genera spesso conclusioni opinabili), oppure non è in grado di operare se non a rischio frequente di superficialità e di giudizi fallaci. Perciò la giustizia, che “misura il livello di civiltà di un Paese”, deve con urgenza disporre di un proprio apparato metodologico.

Per l’insieme di queste ragioni, il libro è un’assoluta novità, che potrebbe incidere profondamente su (cattive) abitudini diffuse.

Questo può essere vero, peraltro, a una condizione: che la prova, pur dura, non lasci tracce troppo pesanti, o si protragga troppo a lungo nel tempo fiaccando le energie di coloro che – da innocenti – le subiscono, o non lasci loro il tempo di vederne la fine.

Con tutta probabilità anche per Gianmario Roveraro sarebbe giunto il proscioglimento in istruttoria ma, come lei ha accennato, lo attendeva una feroce, straziante fine. Che cosa accadde?

Quando, dopo qualche ora, tornai tranquillo, il primo pensiero che mi si affacciò alla mente fu che Gianmario Roveraro non avrebbe potuto condividere questo momento di liberazione. Mi sia tuttavia consentita una difesa (purtroppo post-mortem) di Roveraro, al quale era stato soprattutto rimproverato (dai CTU e dai PM) la “quotazione indiretta” di Parmalat, con il connesso aumento di capitale del 1990; e che la quotazione “indiretta” non avesse tolto il controllo di Parmalat Finanziaria alla famiglia Tanzi.

Riquadro 6 Le quotazioni indirette

A volte gli operatori preferiscono a una “quotazione diretta” l’utilizzo di un “contenitore societario” già quotato per presentare al mercato le proprie proposte d’investimento. In tal caso si procede all’acquisizione del controllo di una società quotata, solitamente di scarsa consistenza; si esegue il suo “svuotamento” (se i contenuti presenti non interessano) e si trasferiscono alla medesima nuove attività con vari procedimenti tecnici: la cessione, il conferimento o la fusione. Nel caso in cui operi una fusione inversa (la società da presentare al mercato si fa incorporare dalla società quotata, oppure conferisce a quest’ultima le proprie attività) si può parlare di reverse merger come fanno i CT del PM (espressione peraltro non appropriata nel caso del trasferimento alla Finanziaria Centro Nord del controllo della Parmalat).

Negli anni Ottanta sono avvenute varie operazioni di questo tipo. Anziché esaminare i casi del passato, è più utile tuttavia mettere in evidenza che le quotazioni indirette” sono tranquillamente proseguite nel tempo sino ai giorni nostri, nonostante i vincoli introdotti in materia di OPA nel 1992 e la maggior attenzione oggi dedicata a queste iniziative dalla Consob. Non vi sono infatti impedimenti di tipo formale di tipo sostanziale, mentre permangono le ragioni di interesse che le stimolano, e cioè la riduzione dei tempi tecnici e la compressione dei costi di quotazione (oggi stimabili fra il 3,5% ed il 7% dell’offerta globale al mercato, con spese fisse oscillanti fra 0,5 e 2,6 milioni di euro, secondo uno studio di C. Berretti, F. Di Massa, A. Farina, E. Orsini, E. Pellizzoni, Attività, tempi e costi del processo di quotazione: un’analisi per il periodo 1999-2001, Borsa Italiana SpA, 2002). In aggiunta vi è l’interesse del mercato a ridare nuova vitalità a titoli “spenti” o dotati di modesto potenziale.

Operazioni di “quotazione indiretta” avvenute negli anni più recenti (2002-06)

Di seguito sono elencati i casi di società quotate che hanno modificato il loro business a seguito di operazioni di aggregazione con altre realtà non quotate.

L’elenco prevede una distinzione in base alle modalità con le quali è stata realizzata l’operazione:

acquisto con carta”, vale a dire operazioni di fusione o conferimento in cui la società quotata ha acquisito gli assets “pagando” il venditore con sue azioni di nuova emissione;

acquisto cash”, cioè operazioni in cui la società ha acquisito gli assets con disponibilità liquide esistenti o indebitandosi.

Gli esempi citati si riferiscono a casi nei quali il business acquisito era dimensionalmente più rilevante di quello della società quotata (il cui business in taluni casi è stato in via preventiva o successiva rispetto all’acquisizione – dismesso).

Operazioni mediante fusioni o conferimenti

Alerion (ex Fincasa 44): incorpora la società finanziaria IBI, i cui azionisti diventano controllanti di Alerion, la quale modifica la propria missione (da immobiliare a società finanziaria di partecipazioni). (2001)

ChL: la società acquisisce per conferimento le attività dei fratelli Franchi (nuovi azionisti di maggioranza). (2002)

Buongiorno(ex Vitaminic): la Vitaminic delibera l’incorporazione della società Buongiorno, i cui azionisti divengono i soci di riferimento della nuova realtà. (2002)

Eutelia (ex Freedomland): successivamente all’OPA, viene conferita nella società l’attività di telefonia del nuovo azionista di maggioranza. (2003)

Sopaf: la società raggiunge un accordo per l’incorporazione delle attività dei fratelli Magnoni, che diventano i nuovi azionisti di maggioranza. (2004)

Uniland (ex Perlier): il nuovo azionista di maggioranza (che ha acquisito la proprietà dal precedente azionista) cede le attività legate alla cosmetica e conferisce le proprie attività immobiliari. (2005)

Exprivia (ex Aisoftware): la società acquisisce per conferimento le attività del gruppo Abaco i cui azionisti diventano soci di riferimento della nuova realtà. (2005)

Immobiliare Lombarda: la famiglia Ligresti conferisce i propri assets immobiliari nella società, divenendone azionista di controllo. (2005)

Sadi: l’operazione di fusione con Servizi Industriali, i cui azionisti sono divenuti soci di maggioranza della nuova entità. (2006)

Operazioni mediante acquisizioni e cessioni

Banca Finnat (ex Terme Acqui): la società acquisisce dall’azionista di maggioranza le attività nel settore bancario dopo aver ceduto la partecipazione nella Acque Minerali San Gemini e utilizza la liquidità per la predetta acquisizione. (2002)

Borgosesia: dopo il cambio di controllo, la società acquisisce dall’azionista di maggioranza le sue attività nel settore tessile/meccanico/immobiliare. (2002)

Roncadin: dopo il cambio di controllo, il nuovo azionista di riferimento vende le attività nell’avicoltura del gruppo Arena a Roncadin, che dismette i business tradizionali (pizze e surgelati). (2003)

Riquadro 7 L’utilizzo della leva societaria

Com’è ben noto, il capitalismo italiano è caratterizzato dalla sistematica presenza di strutture di controllo societario ben definite e dall’attribuzione da parte del mercato di un valore molto alto al controllo medesimo.

È illuminante in proposito la lettura del par. 3.3.4, dal titolo “Proprietà e controllo in Italia”, del testo di R.A. Brealey, S.C. Myers, F. Allen e S. Sandri, Principi di finanza aziendale (Milano, McGraw-Hill, 2007, pp. 10251030), l’edizione italiana, con adattamenti, di uno dei più apprezzati manuali internazionali della materia. In detto paragrafo è spiegato, con ricchezza di esempi, che grazie all’utilizzo di strutture piramidali di gruppo e all’emissione di titoli azionari a voto limitato, è possibile a un soggetto controllare una società operativa, collocata al termine della catena, anche con una quota assai piccola di partecipazione agli investimenti in atto nella società stessa.

Citando uno studio di M. Bianchi, M. Bianco e L. Enriques (“Pyramidal Groups and the Separation between Ownership and Control in Italy”, in F. Barca e M. Becht (a cura di), The Control of Corporate Europe, Oxford University Press, Oxford, 2001), gli autori segnalano che a fine 1996 più del 50 per cento delle imprese industriali italiane quotate apparteneva a gruppi piramidali. Il rapporto fra capitale controllato e capitale effettivamente posseduto cioè la cosiddetta leva azionaria era in media pari a 2,4 per tutte le imprese quotate; raggiungeva valori all’incirca doppi nei dieci maggiori gruppi privati; valori pari a 4,5 nei gruppi non finanziari. In particolare, la leva azionaria all’epoca era pari a 9 per il Gruppo Fiat, a 10 per il Gruppo De Benedetti e superiore a 4 per i gruppi Compart (Montedison), Pesenti e Ligresti.

Il testo fornisce infine un aggiornamento al 2006 per il Gruppo Fiat, segnalando che la Famiglia Agnelli, pur controllando l’intera compagine di società, partecipava solo per l’8,93 per cento all’investimento nell’impresa collocata al fondo della piramide, cioè la Fiat, e ai benefici da questa generati.

Ancor più interessanti, ai nostri fini, sono le evidenze offerte dallo studio di S. Rigamonti (Nuove quotazioni alla Borsa italiana, Milano, Franco Angeli, 2005, pp. 79-86 e 94-99) in merito alle modifiche della struttura proprietaria delle imprese italiane prima e dopo l’ammissione al listino. Dalla ricerca, estesa a 221 nuove quotazioni effettuate fra il 1985 e il 2001, emerge anzitutto che anteriormente all’ingresso nel pubblico mercato le società italiane presentavano un azionariato estremamente concentrato: in media l’azionista di controllo (rappresentato da una famiglia in oltre il 70% dei casi) deteneva quasi i tre quarti delle azioni aventi diritto di voto. In un quarto dei casi il controllo era totalitario, mentre solo nel 23 per cento dei casi le società presentavano un azionariato piuttosto frazionato.

Dopo la quotazione, nel 53 per cento dei casi l’azionista di riferimento ha conservato la maggioranza assoluta dei diritti di voto. Alle situazioni di preesistente mancanza di un controllo maggioritario si sono aggiunti i casi di considerevole riduzione (sino al 31% dei diritti di voto, in media) delle partecipazioni degli intermediari finanziari specializzati in private equity. Prescindendo da questi investitori istituzionali, il cui accompagnamento è per definizione temporaneo, dalla ricerca è dunque emerso con chiarezza che l’evento dell’ammissione alla quotazione, pur comportando riduzioni anche significative delle quote di partecipazione al capitale, per effetto della massa di titoli offerta al mercato, non ha in alcun modo scalfito le posizioni di controllo preesistenti.

Tanto è sembrato utile ricordare, di fronte ai toni accusatori con i quali i CT del PM hanno rilevato che, dopo la quotazione indiretta della Parmalat, congiunta a un ingente aumento di capitale, la famiglia Tanzi ha comunque mantenuto il controllo della società.

Cito (Riquadri 6 e 7) dal parere pro-veritate 2 aprile 2007, – che al povero Roveraro assassinato non fu concesso di leggere – la parte centrale del ragionamento che toglie qualsiasi dubbio di colpevolezza.

È triste doverlo ricordare ma, professore, dobbiamo spiegarlo ai nostri lettori: che cosa condusse a morte Gianmario Roveraro?

Il 13 luglio 2006 l’Avvenire pubblicò una notizia, grave e criptata, sotto il titolo: «Milano, da sei giorni sparito ex manager». Nell’articolo scrisse in proposito Giancarlo Galli «non si fanno nomi, sebbene una serie di puntuali indicazioni portino a Gianmario Roveraro, finanziere settantenne»[116]. Il giorno precedente, in Procura, gli investigatori, s’erano accordati sull’assoluto silenzio stampa, per evitare di mettere a repentaglio la vita dello scomparso. Quel giovedì l’intera business community restò traumatizzata.

Purtroppo, in quel momento Gianmario era già stato assassinato. Solo una decina di giorni più tardi fu ritrovato il suo corpo martoriato, lungo l’autostrada della Cisa, non lontano da Parma e furono arrestati gli sprovveduti rapitori-esecutori: Filippo Botteri, Emilio Toscani, Mario Baldi, descritti dagli inquirenti come tre «balordi ricattatori».

Quando mi giunse la notizia a Casa de Campo rimasi angosciato; telefonai a un comune amico, che naturalmente me ne diede conferma, ma non seppe dire molto altro.

Roveraro morì (con modalità che poi risultarono efferate): senza sapere – la sentenza è infatti dell’anno seguente – che a Parma anch’egli sarebbe stato prosciolto. In quel 25 luglio 2007 non gli fu concesso di gioire per il riconoscimento che la “sua” Akros aveva operato con assoluta correttezza.

Ricordo quando, nell’ultima visita nel mio studio in via Massena, mi aveva detto che su Tanzi, fervente cattolico, non aveva dubbi. Tutt’al più si preoccupava che usasse l’aereo societario per agevolare i viaggi di qualche politico o di qualche religioso: il che sarebbe stato sconveniente per una società quotata; e questo gli raccomandava caldamente di evitare.

Noi tutti oggi sappiamo cosa è successo nell’impero Parmalat e, con il senno di poi, potremmo ritenere Roveraro un uomo buono ma anche un po’ ingenuo. Lei come lo ricorda?

Roveraro non sarebbe neppure riuscito a immaginare qualche comportamento di Tanzi che anche lontanamente si avvicinasse a quanto si sarebbe scoperto negli anni successivi. E forse è vero quanto alcuni giornalisti scrissero: che fosse anche un ingenuo. Ma nulla più di questo.

Per il resto condivido quanto Giuseppe Corigliano, portavoce dell’Opus Dei, scrisse il 22 luglio 2006 su La Repubblica:

Mi unisco al dolore della famiglia ed esprimo la serena fiducia che Gianmario ha già ricevuto da Dio il premio delle sue tante virtù: il coraggio di cercare la verità, la fermezza nel vivere la fede, l’attenzione con cui si è dedicato ai familiari, agli amici e a chiunque si avvicinasse a lui [...] Padre di famiglia esemplare, ottimo figlio spirituale di san Josemarìa, cittadino responsabile [...]. Si è prodigato, oltre che nel suo lavoro professionale, a favore di iniziative sociali ed educative di vasta portata.

1

Tra i ricordi indimenticabili della mia vita è, nell’ultimo Consiglio di Sopaf ante cessione, l’incontro che i tre fratelli Vender mi chiesero. Vollero ringraziarmi solennemente (e tutti insieme) per la fiducia con la quale sempre li avevo seguiti, anche quando presiedere le assemblee non era diventato facile. Mi commossero; e io li ringraziai per la fiducia.

2

L’amplissimo parere pro-veritate è citato solo in minima parte. La ragione è che il processo Parmalat è ancora in corso al Tribunale di Parma e, quindi, non è mia intenzione che alcuni argomenti possano essere usati a favore o contro qualcuno. Non desidero interferire in alcun modo sul corso della giustizia.

3

Giancarlo Galli, Il padrone dei padroni, Garzanti, Milano, 1995, pp. 256 e ss.