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Il mondo di Guatri

2026/7

Luigi Antonelli

Il grande milanese venuto da Isernia, il più attivo nella piccola pattuglia di coloro che hanno nobilitato la figura del dottore commercialista. È stato il mio Maestro nella professione

L’ammirazione e l’affetto che dimostra verso moltissimi dei personaggi che ha conosciuto e frequentato durante la sua lunghissima carriera testimoniano della sua riconoscenza per gli insegnamenti e per le molte occasioni di fare preziose esperienze che Le sono stati offerti. Al tempo stesso, raccontando come sono nati alcuni suoi successi, Lei non manca di sottolineare come sia spesso importante, per chi vuole costruirsi una carriera, il “fattore fortuna.”

È vero, nella vita ci vuole anche fortuna. Non bastano l’impegno, la cultura, l’intelligenza. La fortuna e l’intelligenza sono “doni” che vengono elargiti, non te li puoi “costruire”. Io ho avuto, nella vita, la fortuna di avere Maestri (quelli che si designano con la “M” maiuscola) fra i più grandi: nell’accademia Gino Zappa e Luigi Antonelli (foto a pp. 381 e 382) nella professione.

Come se non bastasse, ne ho avuto anche un terzo: mio padre Edmondo, che fu il mio Maestro (anch’egli con la “M” maiuscola) nell’adolescenza e nella prima giovinezza. Mi ha insegnato soprattutto l’onestà e la dedizione al lavoro, ma anche la fluidità e la chiarezza nello scrivere.

A proposito di fortuna, com’è avvenuto quello che si può considerare uno degli incontri più importanti della sua vita professionale: quello con il grande commercialista italiano Luigi Antonelli?

Forse non avrei mai avuto come Maestro (e poi amico: mi invitò a dargli del “tu” quando avevo solo 26 anni) Luigi Antonelli se, nel 1951, non avessi casualmente incontrato presso la società Zari di Bovisio (una cittadina prossima a Desio) Bortolo Termine, un ottimo commercialista milanese, nato sulla riva orientale del Garda.

La Zari era tra i più importanti mobilifici della Brianza, all’epoca controllata dalla Lagomarsino (una società nota e rilevante per la costruzione delle “macchine addizionatrici”, i computer di 60 anni or sono). La Lagomarsino SpA trattava la cessione della Zari e il candidato all’acquisto, su proposta di Giorgio Pivato, che ne era il consulente per le operazioni di Borsa, aveva fatto il mio nome: era l’inverno del 1950/51.

Il mio compito era di condurre una due diligence per stabilire se la società fosse stata appunto “gestita con diligenza” e, in ogni caso, accertare che non avesse “magagne”; cosa che il potenziale e ricco candidato-acquirente soprattutto temeva. In pochi giorni ebbi la certezza che le “magagne” non mancavano: anzi erano anche troppe. Tanto che, resosi conto che queste venivano inesorabilmente a galla, il direttore generale (purtroppo un bocconiano) se n’era andato in tutta fretta, lasciando la Zari allo sbando.

In pochi giorni presentai una “relazione” particolareggiata al potenziale acquirente, il quale capì subito che doveva abbandonare il progetto; e mi ringraziò ripetutamente per lo “scampato pericolo”. Per informarne i Lagomarsino (che non si occupavano direttamente della gestione, nonostante tenessero la “presidenza” della Zari), inviai loro copia della mia relazione.

Poche ore dopo il presidente della Lagomarsino, ragioniere Spreafico, mi telefonò per pregarmi di incontrarlo con urgenza. Lo raggiunsi nel suo ufficio. Discussi con lui i temi della due diligence. Ne fu sconvolto (non se lo sarebbe mai aspettato!) e alla fine mi chiese, giacché avevo esplorato a fondo la società e conosciuto le sue “magagne”, se potevo per qualche mese sostituire il fuggiasco direttore generale (contro il quale, nel contempo, era stata iniziata una “azione di responsabilità”).

Per alcuni mesi, nel 1951, pur senza la minima esperienza manageriale, feci la spola tra Bovisio e la Bocconi, tenendo sempre informata la Lagomarsino. Divenni, per le rappresentanze sindacali della Zari, che mi presero (chissà perché) in simpatia, il duturin (il “dottorino”: avevo infatti 24 anni).

Così, appena ventiquattrenne, si ritrovò, pur senza alcuna esperienza pratica, a gestire un’azienda brianzola sull’orlo del tracollo. Fu di certo mi par di capire una faticaccia ma si rivelò anche un altro notevole colpo di fortuna, una vera occasione...

Fu in quei mesi che giunse a Bovisio Bortolo Termine: era stato nominato consulente tecnico del Tribunale di Milano per la causa di “responsabilità” contro l’ex direttore generale fuggiasco. Facemmo conoscenza. Gli esposi – fornendogli adeguata documentazione – tutte le “magagne” riscontrate: mi chiese se potevo scrivere un documento completo, che servisse da “base” al suo compito. Provvidi in pochi giorni. Quando lo lesse, mi telefonò subito e mi disse: «Lei ha scritto la mia relazione»; e aggiunse: «Non poteva essere fatta meglio».

Pochi mesi dopo (forse settembre 1951) mi telefonò ancora, chiedendomi se potevo raggiungerlo nel suo studio di via Agnello 1. Quando gli feci visita, mi propose di associarmi alla sua attività di commercialista. Decisi per il sì; ne fissammo l’inizio per il gennaio 1952 (dovevo informare degli avvenimenti e delle mie nuove prospettive il professor Zappa, del quale ero assistente effettivo all’Università Bocconi, che subito approvò).

Il 13 dicembre dello stesso anno mi venne comunicata a Treviglio una ferale notizia: tra le lacrime, la moglie, la dolcissima signora Alba (che non avevo mai incontrato prima), mi disse al telefono che il dottor Termine, colpito da infarto, era deceduto. Feci appena in tempo a partecipare alla straziante cerimonia funebre.

In quella stessa occasione, terminata la cerimonia, salutata la disfatta signora Alba, qualcuno (non ricordo bene chi fosse, certo un amico della famiglia Termine) mi avvicinò e mi chiese a nome della moglie, che evidentemente era al corrente di tutti i precedenti, se volessi da subito prendere possesso dello studio di via Agnello, che sarebbe altrimenti rimasto del tutto sguarnito (mentre i “clienti” non potevano aspettare).

Non riuscii a dire di no, anche se avevo molte incertezze (come faccio da solo – mi dicevo – senza alcuna esperienza, senza alcun rapporto con gli uffici pubblici, senza conoscere nessuno dei clienti ad assumere questo impegno? Saprei da solo esercitare una professione difficile, che non avevo mai svolto, neppure per un giorno? E via di questo passo).

Fissammo un incontro a breve. Con la signora Alba erano presenti il dottor Luigi Antonelli e il professor Arturo Dalmartello, cari amici dello scomparso; con loro l’ingegnere Emilio Zacchi, fedele e affezionato cliente dello scomparso dottor Termine. Riflettemmo insieme per almeno un’ora sul da fare: alla fine, ci venne la giusta idea. Per la gestione dell’ex studio Termine avremmo costituito, in modo informale, un’associazione: io, Luigi Antonelli e la stessa signora Alba Termine.

C’erano ormai se avesse accettato l’offerta che era, a un tempo, una pressante richiesta d’aiuto tutti gli ingredienti per un decisivo passo sulla strada dell’impegno professionale più totale?

L’accordo era questo: sarei rimasto da solo in via Agnello per poco tempo, poi mi sarei trasferito presso lo studio Antonelli-Trentin (l’anziano e storico socio di Antonelli) in via dei Bossi 4: qui la nostra “associazione” avrebbe preso sede.

Fu una decisione, per me, storica poiché, di fatto, entrai nello studio Antonelli. L’anziano e caro dottor Trentin ci lasciò poco dopo e io subentrai nel suo studiolo, forse 20 metri quadrati, nel quale lavorai 13-14 anni: lo ricordo perfettamente e con gioia ancora oggi. Fu così che Luigi Antonelli divenne il mio Maestro nella professione.

Con Antonelli, sempre nella vita generosissimo, convenni che avrei peraltro, sempre in via dei Bossi 4, potuto assumere in autonomia mie personali iniziative professionali.

Fu dunque così che entrò nella libera professione e che, nello stesso tempo, trovò un appassionato e sperimentato Maestro: Luigi Antonelli. Era già allora il “commercialista principe” di Milano e forse dell’intera Italia e al suo fianco trascorse “quasi tre lustri” (espressione che adottò nelle descrizioni-simbolo della sua vita). Come sono stati quei “quasi quindici anni”?

Vorrei cominciare a raccontare di quei “quasi tre lustri” e più in generale della figura storica di Luigi Antonelli, partendo da un commosso saluto che gli dedicai post mortem. Purtroppo il destino non volle concedergli lunga vita: morì, tra il generale rimpianto (e l’angoscia della sua amatissima famiglia) a soli 71 anni. Era nato a Isernia il 2 marzo 1901, morì a Milano il 18 maggio 1972, quasi in perfetta coincidenza (sono le dure scelte del destino!) con la morte di mio padre Edmondo, che pure non ebbe lunga vita. In un anno se ne erano andati due dei miei Maestri.

Nel 1974 pubblicai con l’editore Giuffrè un libro collegiale, che gli dedicai di tutto cuore e che reca nelle prime pagine un’epigrafe. Essa, pur riflettendo l’assoluta verità storica, vuol gridargli tutta la mia riconoscenza. Il Riquadro 1 riporta la parte essenziale del testo.

La dolorosa notizia della sua inattesa scomparsa mi raggiunse a Roma, da dove subito rientrai a Milano. Nello studio di via Massena 12/7, chiamai Laura Soriani, la fedelissima segretaria, che da via Bossi 4 mi aveva seguito pochi anni prima, e con lei (la sola che potesse ricordare ogni giorno di quegli anni) ci raccogliemmo, con le lacrime agli occhi, nei ricordi di un’epoca ormai giunta alla fine.

Riquadro 1 Luigi Antonelli: in memoriam

Luigi Antonelli fa parte della ristretta pattuglia dei pionieri della professione del dottore commercialista in Italia. E vi ha svolto un ruolo fondamentale. Non solo perché ha ricoperto per quasi vent’anni le cariche più prestigiose dell’ordine professionale (dieci anni presidente dell’Ordine di Milano; otto anni presidente dell’Ordine nazionale), ma anche e soprattutto per il modo come ha inteso e svolto la professione.

Egli univa alle doti essenziali per essere un grande professionista, cioè l’intelligenza, la cultura, la preparazione specifica, alcune altre doti forse più rare; e che per di più possedeva in misura eccezionale.

In primo luogo, il senso profondo del dovere, che lo rendeva capace di qualsiasi sacrificio; e che faceva scaturire dal suo fisico esile e apparentemente fragile energie insospettabili, elevandolo a eccezionali capacità di lavoro.

In secondo luogo, l’onestà scrupolosa, senza compromessi, spinta (anche se ciò sembra paradossale) all’eccesso.

La sua pazienza e la sua tenacia erano proverbiali. Grazie ad esse, riuscì più d’una volta a raddrizzare situazioni aziendali compromesse e sulle quali molti si sarebbero ben presto arresi.

Pur dotato di approfondite conoscenze tecniche e di vaste esperienze, non fu mai un esclusivo tecnocrate. La sua visione del mondo professionale teneva giustamente conto di elementi di profonda umanità, di larga comprensione del prossimo, escludendo i giudizi assoluti e senza appello.

La naturale signorilità di comportamento e l’eleganza dell’argomentare gli attribuivano anche esteriormente uno stile inconfondibile.

I dottori commercialisti devono molto a Luigi Antonelli: un uomo che ha posto l’affermazione di questa categoria professionale tra gli scopi non secondari della propria vita e ha attivamente operato per essa.

 

(Scritti in memoria di Luigi Antonelli, Giuffrè, Milano, 1974)

 

Da quanto ho sentito, in via dei Bossi da quel momento si cominciò a vivere complice la fama dello studio con un ritmo che definire molto “milanese” può apparire riduttivo. In realtà era spesso addirittura frenetico...

Il ricordo del periodo di via dei Bossi è indelebile. Fu il periodo della mia giovinezza e fu quello dell’attivismo frenetico, in ogni campo (professionale e accademico).

Da quel cortile di via dei Bossi 4, dalle 8,30 del mattino fino alle 20, ogni giorno (sabato compreso, come si usava allora), entravo e uscivo più volte al con macchine sempre più veloci (per non perdere tempo), in una frenesia di incontri presso aziende (dalle quali eravamo sempre più richiesti) e per tenere lezioni in diverse sedi universitarie: non solo in Bocconi, l’alma mater, ma anche al Politecnico, in Cattolica, all’Università di Parma (dove nel 1960 avevo avuto la mia prima cattedra).

Come facessi a tenere quel ritmo oggi non so spiegarmelo: il fatto è che Luigi Antonelli, che aveva all’incirca l’età di mio padre, teneva un ritmo analogo (alle lezioni universitarie sostituiva i molti impegni nella presidenza dell’Ordine a Milano e Roma). In questo, più che simili, eravamo eguali, “fatti della stessa pasta”.

E altrettanto accadeva nell’affetto: ci volevamo bene. Mia moglie Lina, che di quel periodo fu testimone nei rapporti extraufficio, me lo dice ancora oggi (sa di cosa e di chi parliamo in queste interviste): «Antonelli ti voleva bene».

Alle 11 del mattino, quali che fossero gli impegni, quando eravamo presenti, nulla ci impediva però il sollievo del caffè: duecento metri fino al Biffi Scala, parlando tra di noi fittamente. Qui non era raro che incontrassimo, in quei mitici anni Cinquanta, Adolfo Tino ed Enrico Cuccia (rispettivamente presidente e consigliere delegato di Mediobanca). Luigi Antonelli non mancava, col conterraneo Tino, di scherzare un po’... Naturalmente solo per il tempo di sorbire il caffè: poi tutti, a passo svelto, tornavamo ai nostri uffici.

E qui tutti si rituffavano nel lavoro e “producevano” per ore, secondati da alcune, poche, eccezionali collaboratrici le segretarie che tutto conoscevano e ricordavano: dell’ufficio, dei clienti, delle pratiche. Veri computer viventi?

Le funzioni di segreteria – quando nel febbraio del 1952, appena ventiquattrenne, entrai nello studio di via dei Bossi – erano svolte da due giovanissime ragazze, formalmente non diplomate né laureate (come all’epoca era d’uso), ma di estrema bravura, intelligenti, sempre allerta, infaticabili: dalle 8,30 del lunedì fino alle 13 del sabato scrivevano a macchina, archiviavano o ricercavano documenti, correvano avanti e indietro per l’ufficio, senza soste. Quando necessario (e lo era quasi sempre) erano pronte anche al pomeriggio del sabato e la mattina della domenica.

La prima era “la Bruna”; la seconda “la Laura”, di pochi anni meno (del 1934), la sua allieva prediletta, che in pochi anni fu all’altezza della “maestra” (e che più tardi mi seguì nelle nuove destinazioni).

Bastavano per tutto: si sarebbero offese solo all’idea che, nei momenti di maggior lavoro, chiamassimo qualche aiuto per alleggerire i loro compiti. Dai loro ammaestramenti non potevano (più avanti, quando si rese indispensabile chiamarle) che uscire altre giovani segretarie di grande bravura e impegno.

Dal punto di vista professionale Antonelli si occupava soprattutto di fallimenti e liquidazioni. Lei si occupava di temi prossimi ai suoi studi accademici. Quale fu la sua prima importante esperienza professionale in collaborazione con il Maestro Antonelli?

Arrivai in via dei Bossi nel febbraio 1952; Luigi Antonelli (che aveva poco più di 50 anni) era già pienamente affermato nella professione. Di quel periodo ricordo distintamente le fasi finali della “liquidazione coatta” della notissima e antica fabbrica automobilistica Isotta Fraschini. L’operazione era ormai nella sua fase conclusiva e le riunioni di lavoro si tenevano in via dei Bossi. Prova evidente del “successo” che egli aveva raggiunto.

Incominciammo, insieme, con la liquidazione delle Industrie Binda, una fabbrica meccanica di antica rinomanza, ma ormai in serie difficoltà, alle quali occorreva ormai porre riparo, considerata anche l’avanzata età del protagonista, Ambrogio Binda, che non era più in grado di operare efficacemente.

Ludovico Prinetti, noto legale milanese, di primo piano e di nobili origini, si rivolse ad Antonelli per chiedergli di condurre in porto una liquidazione volontaria, che soddisfacesse tutti i creditori e non lasciasse strascichi di sorta. Mi fu chiesto di assumere, nel lavoro, funzioni rilevanti. La certezza di una conclusione positiva pareva garantita dall’importanza dell’immobile su cui sorgeva lo stabilimento Binda: all’angolo tra viale Campania e via Sismondi, a Milano.

Le fu offerta una rara, eccezionale occasione: gestire per espressa volontà del titolare che finanziava l’operazione con i proventi derivanti dalla vendita di un immobile di adeguato valore – la “liquidazione volontaria” di un’azienda, con il preciso incarico di soddisfare le attese di tutti coloro che con essa avevano lavorato e senza lasciare pendenza alcuna.

Era la mia prima liquidazione di società di capitali. Antonelli diresse i lavori e fornì le garanzie professionali per il buon fine dell’operazione. Io assunsi compiti sempre più rilevanti (fino a diventare procuratore del liquidatore) col progredire delle operazioni: prima con il controllo dei risultati e poi con i piani finanziari. In ultimo partecipai con Antonelli alla trattativa conclusiva per la cessione dell’area industriale (ma sita in zona urbana e quindi aperta al cambio di destinazione urbanistica), che garantiva il successo della liquidazione, ormai sicuramente senza strascichi di sorta. La trattativa fu eseguita con il più grande costruttore dell’epoca: la notissima Società Generale Immobiliare, allora ai vertici della fama. E si concluse in breve e a ottime condizioni.

Alla fine l’avvocato Prinetti (genero di Binda) volle solennemente ringraziarci del lavoro collegiale svolto (anche altri collaboratori di studio vi avevano partecipato). Fui sorpreso quando, terminato l’incontro, mi prese da parte e mi disse che desiderava integrare il compenso per me stabilito ab inizio, perché «il mio contributo era stato eccellente». Ne fui molto contento e ancor più di me lo fu Luigi Antonelli.

Lei seguì da lontano le nuove utilizzazioni dell’area condotte dalla Generale Immobiliare e, quando gli edifici furono posti in vendita (ancora sulla carta), acquistò un appartamento per la sua famiglia. Le piacque la zona o il tipo di costruzione?

In realtà tutti e due. Nel 1955/56 la Generale Immobiliare costruì sull’area di viale Campania-via Sismondi un (all’epoca) magnifico complesso abitativo, il cui edificio di maggior pregio era un palazzo che per 7-8 piani si elevava “a gradini” (corrispondenti ad ampie terrazze).

Con Antonelli ci venne l’idea di acquistare in quel luogo le nostre dimore familiari (io abitavo, in affitto, in via Diacono 6 nella zona Città Studi, l’odierno Politecnico, da quando nel 1954 mi ero sposato; e lì nel 1955 era nata Fiorella): così acquistai un appartamento al sesto piano, affacciato sul Tennis Club Lombardo. Una posizione magnifica, dove rimasi fin che la famiglia (con 5 figli) divenne troppo grande. Antonelli, che non ha mai amato i piani alti, fece lo stesso al secondo piano. Da allora i nostri rapporti, anche familiari, divennero costanti (e come vedremo più avanti, le nostre dimore non si differenziarono mai più).

Non sono certamente molti coloro che, deciso di liquidare la loro attività, si preoccupano di non lasciare debiti. E di certo non tutti coloro che hanno fatto ricorso alla sua opera, specialmente in caso di liquidazioni imposte da dissesti, si sono comportati con tanto rispetto per i creditori. Vorrei che ricordasse un caso opposto e che raccontasse: “come ha visto” un furfante?

Certo abbiamo conosciuto molte situazioni poco chiare, e difficilissime da gestire, soprattutto per il comportamento di titolari... disinvolti. Ma li abbiamo sempre rintuzzati, qualche volta anche con gravi rischi personali. Ma il coraggio non ci mancava.

Nel giugno 1955 fu chiesto a Luigi Antonelli di occuparsi di un caso estremamente complesso: la crisi dell’Oleificio fratelli Vismara, con stabilimenti a Concorezzo-Vimercate e a Grottaglie (Puglia). I Vismara erano entrati in serie difficoltà finanziarie: avevano molti debiti bancari insoddisfatti, una contabilità confusa e inaffidabile, perdite che sembravano irreversibili.

Le banche (all’epoca non aduse a simili ingenti scoperture senza garanzie) erano allarmatissime, alcune... disperate. Cercavano di salvare il salvabile. Oltre ciò, gli stravaganti e inattendibili Vismara, che del ricatto facevano un’arma abituale (come poi vedremo), “imputavano” la poca fiducia loro accordata dalle banche al loro consulente finanziario (tenuto del tutto all’oscuro delle loro difficoltà e dei loro intrighi), cioè all’eccellente amico e collega Giorgio Pivato.

Fu anche per questo che con Antonelli studiammo un progetto risolutore, quasi inusitato all’epoca: una cessio bonorum (ex art. 1971 e segg. del codice civile), il che significa, in breve, che le attività (cedute nel caso ai creditori bancari) sarebbero state liquidate al meglio e il ricavato netto (stralciati i creditori “non bancari”) sarebbe stato suddiviso tra di questi, quale ne fosse la percentuale ricavata.

Furono necessari mesi di discussione, nei quali la capacità di convinzione di Luigi Antonelli si rivelò determinante. Alla fine tutte le banche si resero conto che questa via sarebbe stata per loro “la più conveniente” (o “la meno peggio”). Fu così fissato il termine ultimo fino alle ore 12 del 14 agosto 1955 per le adesioni alla convenzione. Antonelli nel pieno di quel caldissimo periodo attese paziente fino alle ore 12 di quella vigilia ferragostana per raggiungere l’auspicata (e necessaria) unanimità di consensi delle banche[120].

Nei primi tempi la direzione tecnica, sotto il nostro rigido controllo, fu lasciata ai fratelli Vismara: ricordo i viaggi quotidiani a Concorezzo, dove la posta veniva aperta davanti a me; la contabilità era quotidianamente sottoposta al mio vaglio; severi guardiani diurni e notturni scelti da noi controllavano tutti i movimenti di merci eccetera.

Uscivo da via dei Bossi verso le 10 del mattino e (sulle scorrevoli strade del tempo, percorse ancora da rare automobili) attraversando il Parco di Monza giungevo in mezz’ora allo stabilimento e alle 13 ero già di ritorno.

La vostra attività a tutela dei creditori non fu tuttavia molto apprezzata dai Vismara. È vero che cercarono addirittura di sottrarre al patrimonio destinato alla cessio bonorum parte cospicua di prodotti aziendali?

Andò proprio così. Un giorno ci rendemmo conto (con l’aiuto dei nostri guardiani) che sotto terra giacevano nascoste ingenti quantità di prodotti. Non ci restò che togliere ai Vismara la direzione tecnica e porre la società in liquidazione.

Antonelli suggerì al comitato di controllo delle banche di nominarmi liquidatore (Antonelli, a parità di poteri, si qualificò “procuratore della liquidazione”). I Vismara vennero, com’era ovvio, estromessi. Fu attuata tutta una serie di pesanti provvedimenti che, alla fine, ci consentirono di raggiungere risultati che le banche apprezzarono.

Non però i Vismara, che non riuscirono – come speravano – a “sottrarre” nulla. Fu per questo che cominciarono a piovere su via dei Bossi 4 crescenti minacce (non troppo nascoste) contro di noi, in puro stile mafioso. Fummo perciò consigliati (credo dalle forze dell’ordine) di allontanarci, con le nostre famiglie, per un breve periodo, da Milano (cosa che non mi successe mai più nella vita!).

Ricordo che organizzammo, nell’autunno del 1956, un viaggio la cui destinazione (solo a noi nota) fu Peschiera sul lago di Garda. Qui trascorremmo una settimana piacevole con l’intera famiglia Antonelli (compresi i bravissimi ragazzi: Claretta e Roberto); con noi era la piccola Fiorella, di poco più d’un anno. Visitammo tutto il possibile: dai campi di battaglia di Solferino alle terme di Catullo sulla penisola di Sirmione, da Desenzano alla Verona storica dell’Arena e del balcone di Giulietta.

Poi, d’incanto, tutto si calmò. La cessio bonorum era finita!

L’incursione nei suoi ricordi di casi aziendali si fa molto interessante; le è mai capitato di trovarsi in una situazione talmente intricata da dover gettare la spugna pur avendo tentato tutto quanto era umanamente possibile – com’era nello stile di Luigi Antonelli e suo – per salvare l’azienda?

Mi è capitato, purtroppo. Fu nella primavera 1957 che il presidente del Tribunale fallimentare di Milano (il mitico dottor Celoria) chiese insistentemente a Luigi Antonelli di divenire commissario giudiziale per il concordato di una raffineria di Fiorenzuola d’Adda (Piacenza), che aveva fatto a suo tempo (specie nella prima guerra mondiale) la storia del nostro Paese, anche grazie ai suoi giacimenti petroliferi (allora rarissimi) situati sull’Appennino emiliano.

Da qui il petrolio grezzo dell’Appennino veniva trasportato a Fiorenzuola (senza oleodotti!) e raffinato. Ne veniva, in parte, la benzina e il gasolio che muovevano verso le zone di guerra (e nelle zone di guerra) i nostri... poveri automezzi del ‘15-18. Quello fu un momento di gloria: poi, poco alla volta, specie nel secondo dopoguerra, i giacimenti s’impoverirono e la raffineria gradualmente divenne obsoleta. Fino a entrare in crescenti difficoltà nei primi anni Cinquanta.

Nel 1957 si era ormai al dissesto. Validi legali di Milano e di Piacenza (tra i quali ricordo l’avvocato Biscardi e l’avvocato Panni) presentarono al tribunale milanese, dove la società aveva la sede sociale, domanda di concordato preventivo “con cessione dei beni”, cioè garantita solo ed esclusivamente dalle proprie attività. Il cui valore era all’epoca di ardua, forse impossibile, stima. In Italia non vi era alcuna esperienza di stima di giacimenti e di raffinerie, oltretutto (questo venne chiaramente in luce più avanti) ormai superate e destinate a perdite durature, salvo nuovi rilevanti investimenti.

Il presidente Celoria si era convinto che gestendo per qualche tempo l’azienda, conservandone la funzionalità (e i dipendenti tutti), alla fine si sarebbe ottenuto un prezzo di realizzo importante, con soddisfazione generale. Intraprese coraggiosamente tale strada e vide in Luigi Antonelli l’unico esperto che potesse giungere a risultati soddisfacenti.

Tutto, per più d’un anno, si basò su questa premessa, che nessuno mise mai in discussione. I nostri viaggi a Fiorenzuola si fecero (almeno) settimanali, o bisettimanali; e percorrevamo di “gran carriera” l’antica via Emilia. Le perdite peraltro – lo sapevano bene tutti si accumulavano: ma tutti facevano credito al concordato, così che i debiti “in prededuzione” si accumulavano.

Giunse, alla fine, il momento tanto atteso: l’asta dell’intero complesso (raffinerie e miniere) davanti al presidente del tribunale. E qui cadde... l’illusione: le offerte furono irrisorie, non raggiungevano neppure l’importo dei “debiti prededucibili”.

Alla fine, non rimase che dichiarare il fallimento. Il presidente Celoria, sentito Antonelli, mi chiese che ne divenissi il curatore; giudice delegato divenne un giovane magistrato che assurgerà più tardi a grandi traguardi: Ferdinando Ciampi.

Il “fallimento” Petroli d’Italia si protrasse a lungo e pose problemi rarissimi, che suscitarono l’interesse (teorico) di molti esperti giuristi: si doveva (o poteva) comporre, nella distribuzione dell’attivo tra i creditori “prededucibili” (del concordato), una “graduatoria” qualsiasi (privilegiati o non; ordine di privilegi e non; eccetera, eccetera); o tutti si dovevano porre “alla pari”?

Nacquero dispute tra magistrati, legali ed esperti. Alla fine, l’illusione collettiva si sciolse, lasciando tutti senza parole. Fu una delle più strane storie della nostra vita professionale; furono scritte montagne di carte; furono compiute valanghe di operazioni, furono fatte ricerche in ogni parte del mondo. Alla fine non ne uscì nulla.

Era, pur sempre, stato fatto il possibile e perfino l’impossibile ma talvolta anche i più grandi sforzi non bastano. Qui emerse con certezza solo una cosa: l’errore era stato fatto in partenza. Quella che era stata presentata al Tribunale di Milano non era più un’azienda recuperabile, era un complesso di ferri vecchi!

Fra le tante richieste di valutazione del valore di aziende Lei, professor Guatri, è stato chiamato, mezzo secolo fa, a “fare il prezzo” dell’oggetto di una delle prime grandi e discusse municipalizzazioni: quella dell’Edison, che riforniva di gas Milano. Fu un’operazione molto difficoltosa?

La municipalizzazione del gas di Milano (1961/62) rappresenta una parte rilevante della prima storia post-fascista del Comune di Milano: noi, Antonelli e io, vi partecipammo, sia pure con funzioni diverse. Si trattava di definire quanto il Comune dovesse sborsare, in base alla concessione originale tra i due enti, per riscattare gli impianti di proprietà della Edison, all’epoca guidata dall’ingegnere Giorgio Valerio.

Nel 1961 cominciarono a spirare sull’Italia e su Milano i venti “socialisti”; nell’anno seguente, col compromesso storico, Nenni esigerà anche la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che colpirà nuovamente la Edison (e altre aziende elettriche) ben più pesantemente.

La municipalizzazione delle aziende del gas (non foriere di utili ingenti, come lo era l’industria elettrica) venne accolta senza troppi rimpianti da Edison che molto semplicemente faceva dipendere ogni sua decisone dalle misure che il nominando collegio arbitrale avrebbe stabilito come “valore di riscatto” degli impianti (definito dal TU 15/10/1925, all’art. 24; e dalla convenzione inter partes del 16/6/1931).

Il Consiglio di Edison volle, fin dall’inizio, nel 1961, predisporre un’ampia nota metodologica, che, interpretando le norme in vigore, stabilisse con chiarezza e autorevolezza (sic) «i criteri per l’equa determinazione della indennità di riscatto». Il binomio scelto dal Consiglio di Edison fu: Pietro Onida (il massimo aziendalista dell’epoca) e Luigi Guatri. La metodologia venne definita in un volumetto a stampa (a firma congiunta) datato 30 settembre 1961.

Ho riletto in questi giorni quel libretto e debbo ancor oggi rilevare che esso non trovava all’epoca alcun riferimento ad altri casi significativi, e concludere che aprì quindi una nuova strada, lungo la quale s’incamminarono le numerose municipalizzazioni in Italia degli anni Sessanta e Settanta (in molte di queste, specie negli anni Settanta, fui poi chiamato come presidente dei Collegi arbitrali di stima)[121].

Nell’anno successivo (1962) venne alfine designato il Collegio arbitrale (non ricordo se nominato dalle parti o dal tribunale: erano le due possibilità). Uno dei tre arbitri fu Luigi Antonelli. Per evitare, com’era nel nostro rigido costume, qualsiasi ombra, decisi (con Antonelli e anche con Onida) di rinunciare alla consulenza di parte per Edison. Mi limitai a suggerire a Onida (che era tutto salvo che un matematico: nei suoi libri si cercherebbe invano una “formula”, nella scia del Maestro Gino Zappa) di ricorrere a Eugenio Levi, ordinario di Matematica all’Università di Parma; il che avvenne.

Alla fine, e per concludere, il Collegio eseguì regolarmente il proprio compito: e, vedi caso (una volta tanto!), il valore di riscatto accontentò le due parti... (vorrei aggiungere sottovoce che il Comune di Milano si attendeva dalla municipalizzazione un valanga di utili, mentre la Edison era convinta che non sarebbero mai arrivati). Perciò, tutti felici e contenti!

Professore, a questo punto vorrei accogliere una sua non nuova e pressante richiesta parlare della liquidazione del cotonificio Bellora – sapendo che vuole una scusa per ricordare le sue collaboratrici dell’epoca. Approfitto anch’io dell’occasione per rilevare che Lei parla sempre bene, spesso benissimo, dei suoi collaboratori e porle, di conseguenza questa domanda: Lei è stato sempre fortunatissimo o ha sempre saputo scegliere?

Credo di aver saputo valutare le persone e di aver saputo selezionare chi doveva supportare e sopportare la qualità e il ritmo del mio lavoro. Ma sono altrettanto convinto di aver sempre beneficiato di molta fortuna.

E ora solo una citazione della liquidazione del Cotonificio Bellora di Lainate, del quale ho peraltro un ricordo molto sfumato (anche per avervi partecipato marginalmente). La ricordo per una ragione precisa: per seguire le fasi della liquidazione vennero in via dei Bossi da Lainate due giovani ragazze: Enrica e Piera (quest’ultima ancora giovanissima).

Finita la liquidazione Bellora, rimasero da noi ed ebbero come maestre Bruna e Laura, dalle quali impararono il lavoro e l’efficienza. Enrica rimase qualche anno; Piera rimase per sempre con gli Antonelli (per ben 52 anni – dato su cui mi aiuta Roberto Antonelli). La ricordo molto bene: nei primissimi anni Sessanta le dettai, di sabato e domenica, un lungo trattato di Ragioneria – destinato a diffondere negli istituti tecnici commerciali superiori il pensiero zappiano – che stenografò impeccabilmente (allora non esistevano altri mezzi per procedere molto celermente). Credo che nessuno avrebbe saputo farlo meglio. Ho ancora vivo il ricordo di questa ragazza seria, impegnatissima e intelligente, che divenne nel tempo un “pilastro” dello studio Antonelli in via Borgonuovo.

Il lavoro certo non mancava ma ricordo che, nelle trattative con Antonelli, Lei si era riservato la possibilità di seguire suoi propri incarichi professionali. Riuscì a ritagliarsi attività autonome?

È vero, ho sottolineato la mia cordiale entente con Luigi Antonelli. Egli mi lasciò mano libera, al di là della (prevalente) collaborazione tra noi, per iniziative professionali autonome. Ne posso citare due, a titolo d’esempio, dei primi anni.

Nel 1954 la conquista del controllo della E. Isolabella e figlio SpA (di cui abbiamo parlato nel capitolo dedicato a Uberto Visconti di Modrone); in quell’occasione mi fu a fianco, come legale di fiducia, Ettore Antonelli, il più giovane dei tre fratelli di Luigi, col quale i rapporti professionali furono nel tempo ripetuti e soddisfacenti.

Nel 1956, la liquidazione volontaria della Contatori Brunt SpA, controllata italiana della SIC (Società Industrelle des Compteurs di Parigi), con sede a Milano in viale Certosa (all’angolo per l’ingresso alle autostrade Nord).

La SIC aveva a Milano due collegate e stava creandone una terza a Napoli. La prima, pur rilevante, era diventata superflua. Fui nominato unico liquidatore (a 28 anni) e da solo condussi a termine, comprese le lunghe trattative sindacali, la liquidazione (non vi erano, evidentemente, rischi d’insolvenza).

Ogni sera viaggiavo in macchina col mio amico Pierre Péhau – rappresentante di SIC in Italia da Milano verso Selvino (Bergamo) per raggiungere le nostre famiglie (eravamo nei mesi di luglio e agosto). Ovviamente continuavamo a lavorare: ci scambiavamo soprattutto opinioni sul da fare. Alla fine tutto si concluse felicemente e Péhau mi chiese di indicargli il costo della mia opera. Cominciai col dire che non volevo applicare alla lettera e tanto meno nei massimi la tariffa professionale: ma egli mi contraddisse vigorosamente e volle scrivermi, seduta stante, un assegno d’importo più elevato.

Fu il massimo onorario di quegli anni, un importo che a mio padre Edmondo (che a Selvino soggiornava con tutta la famiglia) parve enorme. Luigi Antonelli, che sempre consultavo in questi casi, mi disse invece che la cifra era giusta e meritata.

Un altro tratto caratteristico dell’impegno professionale di Luigi Antonelli fu la sua dedizione all’Ordine dei commercialisti; ad esso dedicò moltissimo tempo e attenzione durante 18 anni di presidenza a Milano e in sede nazionale...

Per lunghissimi anni, quando (di giorno o di sera) non sapevo dove Antonelli si trovasse, potevo andare a colpo sicuro: era all’Ordine dei commercialisti. Dal dopoguerra, conclusa la breve e altamente significativa presidenza di Giordano Dell’Amore, all’Ordine di Milano le votazioni democratiche espressero sempre il nome più rappresentativo, come a quei tempi si usava.

Su Luigi Antonelli cominciarono a concentrarsi votazioni plebiscitarie. Il compito era però impegnativo. «Come puoi fare?», gli chiedevo. «Sta bene il tuo attaccamento all’Ordine, ma il tempo dedicato non è troppo? E poi, i viaggi a Roma per l’Ordine nazionale, le manifestazioni periodiche che devi presiedere, i Convegni annuali, le beghe che devi affrontare... Ne vale la pena?». Ma Antonelli è sempre andato avanti, imperterrito.

Giunse anche a trascinarmi, come relatore, ai convegni nazionali. Ricordo bene il primo a Palermo, sia per il viaggio sia per la sede nella stupenda Villa Igiea. Il viaggio fu immaginato, in linea con le peculiarità dei tempi, in vagone letto fino a Napoli, seguito dal traghetto notturno fino a Palermo.

Fu una delle notti indimenticabili della mia vita. Non solo (e non tanto) perché stavo con la mia giovane e bella moglie Lina, ma per la burrasca notturna che mi sconvolse profondamente: un malessere così acuto e perdurante non credo di averlo mai provato. Fu per me il pedaggio da pagare per godere i tre giorni del soggiorno idilliaco a Villa Igea, dove il convegno si svolgeva. A quei tempi il mare davanti era cristallino, di azzurro smalto: tra tuffi e relazioni sulle aziende e sui bilanci, circondato da amici, trascorsi tre meravigliose giornate.

Antonelli mi trascinò più volte sul palco, poiché la mia prolusione (ero un giovane non ancora trentenne) aveva colpito i presenti: fin da allora non ero un conformista, tanto che (se la memoria non mi tradisce) dimostrai per filo e per segno come il bilancio annuale “non si dovesse fare”, e comunque “non si potesse fare”, senza conoscere bene quei valori esclusi dal bilancio che furono poi chiamati “intangibili” (e che allora indicavamo con denominazioni più o meno improvvisate). Dissi anche – lo ricordo fin troppo bene – che erano finiti i tempi in cui i commercialisti dovevano occuparsi solo di “fisco” e di bilanci “azzoppati” (se non artefatti). Qualche volta Antonelli mi chiedeva di non eccedere; ma capivo bene che tutto questo, in realtà, gli provocava compiacimento.

Quando finì il lungo periodo della presidenza milanese passò a quella – ancor più impegnativa – dell’Ordine nazionale (con sede a Roma). Un poco alla volta, smisi anche di sconsigliarlo da quel pesante (e secondo me poco utile) impegno: dovetti convincermi che non serviva. Ma, tolte alcune decine dei migliori – mi chiedevo fin da allora e mi chiedo ancor oggi a distanza di oltre 40 anni –, i colleghi di tutta Italia gli saranno (o saranno stati) grati?

È noto che Lei, professore, non gradisce molto mettersi in viaggio. Tuttavia è tornato più e più volte a Palermo. Come mai?

Sono tornato a Palermo (Villa Igea compresa) in epoche diverse. Dapprima e per più volte per il caso So.Fi.S (Finanziaria della Regione siciliana), che ho ricordato nel capitolo dedicato a Domenico La Cavera nel primo volume di questo libro; e poi con Dell’Amore (foto a p. 382) per la conferenza sull’ortifloricultura.

Infine, ormai 78enne (quarant’anni dopo), per svolgere la relazione introduttiva – nella solennità di Palazzo dei Normanni, avendo a fianco il presidente della Regione, onorevole Cuffaro – al convegno di ACB Group (rete professionale di commercialisti).

In quell’occasione illustrai, credo con l’entusiasmo che sempre riservo alle cause in cui credo, la decennale “illusione” che ho coltivato con un folto gruppo di ottimi amici: mettere insieme l’eccellenza e la varietà delle competenze dei commercialisti (operazione che, credo, a Luigi Antonelli sarebbe piaciuta).

Professore, all’inizio di questa intervista ma anche in molte altre occasioni, ha ricordato e sottolineato il rapporto di profonda amicizia che si era instaurato non solo fra lei e Luigi Antonelli ma anche fra le vostre rispettive famiglie. Al punto da acquistare casa nello stesso palazzo.

Malgrado la diversa età (nostra e, quanto forse più conta, delle mogli) si cementarono rapidamente ottimi rapporti familiari. Cominciammo quando ancora io e Lina eravamo solo “fidanzati”. Il primo ricordo è una serata estiva a Riccione, dove gli Antonelli si trovavano nell’agosto del 1952: lì, presentai loro, in un convivio serale, la mia giovane fidanzata. Ne nacque subito (anche coi ragazzi) un’aperta simpatia. Di quella serata sul mare rimase indimenticabile anche l’esibizione, per gioco, in cui Lina e io fummo scherzosamente spinti a salire sul podio dell’orchestra per cantare due arie: Lina, che ha una voce intonata, fece una bella figura con Anema e core, io – che non so per nulla cantare – ne feci una assolutamente da dimenticare (ma fui ringraziato per il mio spirito).

Nel 1956 venne prima la comune scelta dell’abitazione nel condominio di via Sismondi 6; e quindi di Brunate, il paese (allora tipico di villeggiatura estiva) che si inerpica sopra Como. Primo fu Antonelli ad acquistare un’importante e storica villa sul lago (come del resto in quegli anni fece Dell’Amore). Noi seguimmo “a ruota” acquisendo (nel 1957) ai Piani di Brunate, duecento metri in basso, a picco sul lago, una casetta nella quale i bambini trascorrevano i primi mesi dell’estate (salvo a metà luglio il trasferimento in Versilia).

A Villa Antonelli in quell’epoca divenimmo “di casa”. Oltre agli incontri (alternativi con Villa Dell’Amore) del gruppo dei professori bocconiani allievi di Zappa[122], si susseguivano gli incontri annuali (con le sfide sul campo di “bocce”) coi magistrati fallimentari, guidati dal presidente Celoria con il quale anch’io mi confrontavo come “bocciatore”; gli incontri annuali di tutti i membri dello studio di via dei Bossi 4 (in cui tutti diventavano amici) e via discorrendo. Insomma, eravamo sempre lì...[123]

Anche nella Pineta di Arenzano (Genova) fummo fra i primi acquirenti delle case che cominciavano a sorgere attorno alla zona residenziale del Portichetto: due nuovi appartamenti a 100 metri di distanza.

Quando costruimmo via Massena 18, acquisendo dal Comune di Milano (Cooperativa di professori della Bocconi) un terreno sull’ex Scalo Sempione, divenuto un vasto parco, fummo con Chiaraviglio e Pellegatta tra i più attivi costituenti (con Dell’Amore e Guido Rossi, che poi rinunciarono). Fummo concordi nell’affidare la progettazione all’architetto Luigi Caccia Dominioni e la direzione lavori all’ingegnere Vittore Ceretti.

Il fratello medico, Cosma, divenne il nostro riferimento nelle malattie: era burbero quanto era bravo e buono. Nonostante ogni supplica, non si riuscì mai a ottenere da lui una parcella («Ci mancherebbe altro, siamo o non siamo amici?») Insomma, un clan molto unito.

Per una questione logistica alla metà degli anni Sessanta dovette porre fine alla “coabitazione dei tre lustri” con il suo amico e maestro Luigi Antonelli, per aprire uno studio con suo fratello Beppe e il collega Giordano Caprara. Fu un grande sacrificio: anche Antonelli aveva deciso di traslocare e aveva approntato per Lei un nuovo ufficio.

Nel 1964 Antonelli si rese conto che lo studio di via dei Bossi 4 era diventato troppo angusto. Quando gli offrirono di acquistare un ufficio in via Borgonuovo 4 – nell’edificio dove, al piano superiore, abitava Giorgio Pivato (che credo gli avesse segnalato la disponibilità dei locali) prese in seria considerazione a possibilità di un trasloco.

Io, con l’angoscia nel cuore, mi trovai davanti a un bivio. Da un lato Antonelli, che già mi aveva assegnato un nuovo ufficio in via Borgonuovo; dall’altro il progetto di mettermi assieme a mio fratello Beppe e all’amico Giordano Caprara, che con lui condivideva lo studio in via Meravigli 3. Ma avevamo constatato che né in via Borgonuovo né in via dei Bossi c’era abbastanza spazio per tutti.

Avevo, rispetto a Beppe, iniziato la professione in tempi diversi (3-4 anni prima) e in luoghi diversi. Beppe, partito dallo studio del dottor Ernesto Cattaneo (zio del professor Mario Cattaneo), si era poi trasferito, aprendo uno studio con Giordano Caprara (anch’egli giunto più tardi alla professione), nel palazzo di via Meravigli. Non vi era mai stata l’occasione di metterci insieme. Nel 1964 (io avevo 37 anni, Beppe poco più di 34) i tempi sembravano maturi: allora o mai più!

Ne parlai con Luigi Antonelli: ne fu tremendamente dispiaciuto, ma fu generoso come sempre. «Lo studio di via Borgonuovo è a tua disposizione; decidi tu se e come occuparlo» (anche parttime, intendeva). Convenimmo di tenere riservata questa decisione per qualche tempo. Io avrei visto gradualmente e con calma gli sviluppi. Non si oppose neppure a che portassi con me Laura Soriani, ormai la mia segretaria insostituibile (cosa che ben pochi avrebbero consentito).

Fu così che in quell’anno, in attesa di soluzioni definitive, con Beppe e Giordano ci trasferimmo (io abitavo già in via Massena 18) in uno studio provvisorio in via Ferruccio 6, appena al di là del parco sul quale si affacciava la mia casa.

In quegli anni d’oro della vita (tra i 35 e i 40, quando il mondo sembra pronto a farsi conquistare) fui travolto da una serie ravvicinata di incarichi professionali (con Montedison, con Enel per tutte le consulenze tecniche derivate dalla nazionalizzazione, con l’amministrazione controllata Salamini a Parma, con l’Ignis di Borghi, e così via). Beppe mi divenne prezioso e insostituibile, come lo divenne poco dopo il ragioniere Francesco Comotti, che insieme chiamammo da Treviglio. A Beppe passai anche – con poche eccezioni – tutti i clienti “ordinari” e tenni per me i rapporti con i grandi clienti.

In breve, in via Borgonuovo non potei entrare, anche se col cuore non l’avevo mai dimenticato, come mai avrei dimenticato i “quasi tre lustri” passati al fianco di Luigi Antonelli, che rimase sempre oltre che profondo amico il mio Maestro. I rapporti familiari continuarono “tali e quali”: il nostro affetto rimase immutato, il nostro legame non si attenuò.

Non passò, purtroppo, molto tempo che accadde ciò che nessuno poteva prevedere (già mi ero trasferito in via Massena 12/7, dove sono tuttora). Un giorno (mi trovavo a Roma) fui informato da mia moglie che Luigi Antonelli «non stava bene». Credevo si trattasse di un malanno passeggero. Seguì la notizia ferale: Luigi Antonelli si era spento. Rientrai di corsa: ma era troppo tardi! Non feci in tempo neppure a salutarlo, potei solo piangerlo. Cosa che m’accade anche ora, mentre con lei ricordo il mio amico.

Non ho fatto in tempo a salutare Gino Zappa; non arrivai in tempo neppure per Luigi Antonelli, che pure abitava nella mia stessa casa. Il destino, quando vuole, sa essere spietato. Inutile ovviamente ogni intima recriminazione, ma molto spesso mi sono ripetuto: «Se l’avessi immaginato, avrei potuto rinviare tutto di qualche anno». Indietro non si torna. Caro Maestro, addio!

1

Luigi Antonelli era tanto dedito ai suoi impegni che più d’una volta le ferie di agosto si ridussero, almeno per lui, ai minimi termini. Il suo spirito di sacrificio divenne per me proverbiale (oltre che esemplare). Anche se io le mie vacanze le passavo (cosa che mi accade anche oggi a 82 anni suonati) più spesso a scrivere libri e articoli.

2

A Casa de Campo (Repubblica Domenicana) incontrai, all’inizio degli anni Novanta, un’ormai sperimentata golfista (che tutti chiamavano signora Garghetti), che volle ricordarmi i molti Collegi arbitrali che avevo presieduto per stabilire i valori di riscatto delle “officine del gas” di proprietà del marito (l’ingegner Garghetti). Le chiesi, ridendo, se ricordava le montagne di miliardi di lire che avevo liquidato alle aziende del coniuge. Rispose con risate molto più allegre e convinte delle mie: se lo ricordava perfettamente!

3

Li ho visti così 1, pp. 63 e ss.

4

In quella villa sono tornato, dopo oltre 45 anni, nel settembre 2009, per festeggiare il matrimonio della nipote Cristina Ravarini (figlia della figlia Claretta), ormai già affermata avvocato. Camminando su e giù per quello scosceso giardino, al di sopra del lago, sono riandato ai tempi della mia giovinezza. Con tanta nostalgia! (foto a p. 383).