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Il mondo di Guatri

2026/7

Gianguido Scalfi

Giurista insigne, integerrimo, intransigente sui principi. Fu uno dei più grandi e coraggiosi Rettori della Bocconi: dovremmo ricordare e onorare chi, come lui, l’ha difesa e fatta grande

Professor Guatri, Lei s’è trovato spesso a lavorare fianco a fianco con il suo collega Gianguido Scalfi e con lui condivise più di trent’anni di calda, profonda, sincera amicizia: come e dove lo conobbe?

Quando nel gennaio 1965 fu proposta la chiamata di Scalfi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Parma, dopo il suo successo nel concorso a cattedra, fui tra i più pronti e convinti suoi sostenitori. Non l’avevo mai visto prima: al suo arrivo a Parma facemmo conoscenza e divenimmo subito amici.

Scalfi divenne in breve una delle figure rappresentative di quella ristretta e affiatatissima facoltà (fatta quasi esclusivamente di milanesi, con prevalenza di bocconiani), ma non era solo amicizia: ci univa un profondo senso di reciproca stima e di grande considerazione. Che non venne mai meno, in nessuna circostanza, anche difficile.

Sottolineo: Gianguido Scalfi è stato uno dei grandi amici della mia vita. Poco più anziano di me (nacque a Milano il 3 aprile 1924), fu fin dagli anni Cinquanta tra i migliori allievi di una delle “stelle” del firmamento giuridico e avvocatesco di Milano: il professor Aurelio Candian. E come tale l’avevo conosciuto di fama prima di incontrarlo a Parma. Non a caso il primo saggio di Scalfi, Personalità giuridica della società di persone registrate[2], fu onorato dal suo Maestro con una prefazione (Riquadro 1) che, oltre a essere un capolavoro in sé, dette al giovane assistente (alla facoltà di Legge di Milano) una patente per la libera docenza (come si usava ai tempi) e poi per la cattedra. Fu un meritatissimo lancio nel mondo accademico, che onorerà e al quale sarà fedele per tutta la vita.

Riquadro 1 Prefazione a Personalità giuridica delle società di persone registrate

Aveva bensì, la memorabile scuola italiana del diritto commerciale, fra gli ultimi del secolo scorso e i primi del nuovo, degnamente concluso la sua aspra fatica con la costruzione armoniosa di linee e insieme preziosa per la pratica giuridica – della personalità delle società commerciali; ma, di poi, un calamitoso anelito di novità a ogni costo inspirò ad alcuni redattori del nuovo codice civile i grami lineamenti che sappiamo. Di lì, fra gli studiosi del tema, una protratta discussione polemica intorno alla soggettività delle collettive e delle accomandite semplici (persone? gruppi unificati? comunioni qualificate?). E di anche un tenace sforzo della Corte di Cassazione verso quella méta chimerica di differenziazione.

Recentissime sentenze di quel supremo collegio pretendono, per l’appunto, che se si adunano e decidono di cose sociali i soci di una società per azioni, ivi è, sì, una assemblea; ma, se invece fanno così i soci di una collettiva, allora è un’altra cosa; allora quel gruppo vien degradando da quella stellante maestà fino agli aspetti, piuttosto casalinghi, di una adunanza qualsiasi; e guai a chi parla di “assemblea”. Oppure: quel medesimo mito della personalità farebbe che nella società per azioni è possibile, ma non nella società di persone, un patto parasociale. E così via; non è difficile imbattersi in altri analoghi ricami di nuvole.

Ma la bella ora di Cenerentola la collettiva è per avventura suonata. Di che essa deve rendere grazie (me ne rendo io indegnamente l’interprete) a GIANGUIDO SCALFI. In verità, quel che io non seppi – né altri seppe – compiutamente dimostrare, sembrami ora chiarito nella sobria e acuta monografia che ho il vivo piacere di presentare al lettore.

Aurelio Candian

 

Conobbe anche il principe del foro Aurelio Candian?

Ebbi modo non solo di conoscere ma addirittura di collaborare con l’avvocato Aurelio Candian: feci da tramite tra lui e Gino Zappa (due grandissimi Maestri dell’epoca) per una consulenza tecnica in una vicenda che fece clamore nei primi anni Cinquanta nel mondo dell’industria cotoniera: il caso Brusadelli, ovvero il durissimo contrasto con l’industriale Riva, cui il primo aveva promesso di cedere la sua azienda, mutando poi parere.

Mi recai molte volte nel suo studio di piazza Sant’Alessandro, a Milano, dal quale passarono a quell’epoca molte delle cause civili più clamorose d’Italia (avendo non di rado come avversario l’altrettanto grande Carnelutti).

A Parma (dopo la prematura scomparsa, a soli 53 anni, del grande matematico Eugenio Levi, preside della facoltà e bocconiano; e dopo un intermezzo movimentato di Aldo De Maddalena – foto a p. 370 –, altro bocconiano, allievo dello storico senese Armando Sapori – foto a pp. 370 e 372) Scalfi divenne anche preside, incarico che ricoprì con assoluta dignità e rigore.

Ambedue ci trasferimmo da Parma alla Bocconi il 15 ottobre 1969: per me fu l’atteso rientro (solo per la cattedra, visto che come professore incaricato e direttore di istituto – l’IEFE – non ne ero mai uscito); Gianguido, che si ritrovò in un ambiente del tutto nuovo, fu chiamato alla cattedra di Istituzioni di diritto privato. Sapevo bene che, con ciò, la mia università avrebbe fatto un importante acquisto.

Dell’Amore, all’epoca Rettore, lo chiamò prestissimo (già nel 1969/70) alle funzioni di pro-rettore: in pochi anni e nel momento più difficile della vita del nostro ateneo ci ritrovammo, ancora una volta assieme, sbalzati ai vertici della nostra università.

Mi ha più volte confidato che il Consiglio d’Amministrazione dell’Università Bocconi dell’8 novembre 1974 si riunì per una seduta storica e di svolta. Una doppia crisi, infatti, investiva in quel momento tutta la vita della Bocconi: mentre la contestazione studentesca (arrivata in Italia qualche anno dopo il mitico ’68 francese) non accennava a concludersi e, anzi, si faceva violenta, la situazione finanziaria ed economica dell’università era sull’orlo del disastro. Dalle decisioni assunte quel giorno si può arguire che il presidente Cicogna abbia individuato nel duo Scalfi-Guatri (il primo già “messo alla prova” dall’ex Rettore Dell’Amore, Lei con un anno d’esperienza alla presidenza della Commissione finanziaria e, di fatto, consigliereombra di Cicogna) i possibili solutori dei problemi sul tappeto?

Risponde al vero che la seduta consigliare dell’8 novembre del 1994 fu di svolta. Almeno per cinque motivi:

  1. segna, per la prima volta, l’ingresso in Consiglio: di Giovanni Spadolini (designato dal ministro della Pubblica Istruzione), di Dino del Bo, di Roberto Calvi, di Innocenzo Gasparini e di me stesso (questi ultimi designati dall’Istituto Javotte Bocconi – Amici della Bocconi);
  2. nomina di Giovanni Spadolini, vicepresidente;
  3. nomina di Luigi Guatri, consigliere delegato;
  4. nomina di Gianguido Scalfi, Rettore per l’anno accademico 1974/75;
  5. indica in Innocenzo Gasparini (foto a pp. 371 e 372) il Rettore per il successivo anno accademico 1975/76.

Sorprendente e inusitato, in tutto ciò, non fu il fatto che Scalfi (che, dopo le dimissioni di Dell’Amore nel novembre 1973, aveva già esercitato le funzioni rettorali con la qualifica di pro-rettore per il 1973/74) venisse nominato per un solo anno (questa era la norma statutaria, all’epoca), ma che già venisse precisato che non sarebbe stato confermato per l’anno successivo; e che venisse già indicato il successore.

In effetti, un’innovazione. Una cosa del genere non era mai accaduta prima né accadde dopo. Perché, dunque?

Il verbale lo spiega ma in maniera, diciamo così, estremamente sintetica:

Per corrispondere alle mutevoli esigenze dell’Ateneo, che si prospettano di anno in anno, il presidente ritiene di poter indicare sin da ora il prossimo Rettore nella persona del professor Innocenzo Gasparini, ordinario di Economia politica e preside di facoltà, considerando fecondo e utile agli interessi dell’Ateneo un normale avvicendamento delle cariche annuali.

Vuole cortesemente “tradurre” le circonlocuzioni del verbale alla luce, soprattutto, della sua diretta conoscenza di quanto accadeva in Bocconi?

Oggi come allora credo che Cicogna, navigato uomo d’azienda e innamorato della Bocconi, avesse ben chiaro un disegno: dopo la dura contrapposizione che Dell’Amore e Scalfi avevano coraggiosamente condotto (e Scalfi stava conducendo) alla contestazione studentesca (contrapposizione che lo stesso Cicogna aveva pienamente condiviso), stava per giungere una fase di atteggiamenti rettorali più morbidi, più sfumati, più aperti a qualche forma di trattativa. Che si dovesse insomma por fine alla conflittualità, anche pagando qualche prezzo... Ma che non potesse chiedere a Scalfi il Rettore intransigente e “tutto d’un pezzo” che tutti conoscevano un così sensibile mutamento di politica. Per contro, la nuova impostazione sarebbe stata meglio e più credibilmente gestita dal più duttile e “politico” Gasparini.

Perciò si considerò – come sibillinamente dice il verbale – «fecondo e utile agli interessi dell’Ateneo un normale avvicendamento» (che invece “normale” non era).

Rimane comunque inspiegabile (pur ammesso, e lo dico con franchezza, che il “disegno” fosse logico) l’annuncio anticipato. Non lo si poteva concordare tra i protagonisti e conservarlo riservato per un anno?

A questo proposito tuttavia mi balena in testa una diversa e possibile interpretazione della decisione di Cicogna, capace di capovolgere il primitivo giudizio: il presidente può aver sperato che già il preannuncio venisse considerato l’esibizione di un ramoscello d’ulivo... e che ciò fosse sufficiente a rendere, in quell’anno, a Scalfi la vita meno difficile. Così purtroppo non è stato.

Non si può certamente affermare che la riunione del Consiglio di novembre sia stata di normale amministrazione. Ma non meno importante fu la seduta consiliare che l’aveva preceduta di qualche mese, in febbraio. Vale forse la pena di ricordarne i punti principali?

La storica seduta dell’8 novembre 1974 era stata effettivamente preceduta, il 26 febbraio dello stesso anno, da un’altra riunione consiliare nel corso della quale il presidente Cicogna aveva illustrato le conseguenze di due fatti estremamente pesanti per la Bocconi:

  1. le dimissioni di Giordano Dell’Amore dalla carica rettorale avvenuta il 19 novembre 1973 (con la motivazione: Dell’Amore, pur legatissimo alla sua università, è stanco e “disgustato” per il movimento studentesco);
  1. le insostenibili e crescenti difficoltà finanziarie che avevano stremato il bilancio dell’università (problema per risolvere il quale lo stesso presidente stava pensando a un progetto per «suturare la ferita che sanguina»).

I rimedi che Cicogna aveva in mente mi avrebbero accomunato ancora una volta (un segno del destino) a Scalfi (foto a p. 369); la scarna verbalizzazione del punto 3 dell’ordine del giorno (“Provvedimenti per la copertura delle cariche accademiche vacanti”) recitava infatti:

Il Presidente ricorda che il professor Dell’Amore ha rassegnato le dimissioni dalla carica di Rettore in data 19 novembre 1973 e che il Consiglio d’Amministrazione, ad anno accademico iniziato, aveva pregato il Pro-Rettore professor Scalfi di continuare ad assolvere le funzioni connesse al suo ufficio, cosa che il professor Scalfi ha svolto egregiamente.

Per le ragioni espresse all’inizio della seduta, il Presidente non ritiene di poter impegnare l’attuale Consiglio, prossimo a scadere, in decisioni importanti come quella della nomina del Rettore e pertanto propone di affidare ufficialmente al professor Scalfi il pro-rettorato dell’Università per l’anno accademico corrente.

Egli assicura di avere interpellato in merito a tale soluzione sia il Rettore professor Dell’Amore, sia il professor Scalfi, sia i professori di ruolo. Il Presidente e il professor Dell’Amore assicurano che il professor Scalfi è persona degnissima, di grandi capacità e fermezza e pertanto i Consiglieri tutti approvano la proposta del Presidente, esprimendo al professor Scalfi la loro riconoscenza e fiducia per l’opera difficile che egli svolge a favore della nostra Università con tanto zelo e impegno.

Per quanto riguarda l’opportunità di poter contare sulla presenza di un consigliere delegato per contribuire a risolvere i problemi economici e finanziari della Bocconi, il Presidente informa di aver pregato il professor Guatri, ordinario di Economia delle aziende commerciali, di aiutarlo in tale incarico, in attesa di investitura ufficiale al momento del rinnovo del Consiglio d’Amministrazione, essendo il Consiglio attuale già completo.

I Consiglieri approvano[3].

Anche il professor Scalfi si mise al lavoro: come visse quell’anno di confronti con i gruppi di studenti contestatori?

Il movimento studentesco, lungo tutto quell’anno accademico 1974/75, rese difficilissima l’opera di Gianguido Scalfi. Inoltre cominciarono a circolare voci (che ho sempre respinto con sdegno e che ancora oggi giudico prive di fondamento) secondo le quali «qualcuno, desideroso di succedergli» soffiasse sul fuoco. Non poteva essere vero: il suo successore – lo abbiamo visto – era già stato designato; e nessuno poteva ragionevolmente supporre che quell’uomo fiero, tenace, “senza paura”, potesse dare le dimissioni.

Il professor Scalfi era con Lei in grande confidenza; sapeva quindi che suo primo obiettivo sarebbe stato di sganciare gradualmente la Bocconi da quelli che più tardi Spadolini definirà «gli eccessi del mecenatismo privato» (leggi Calvi). Ma il suo piano di aumentare gradualmente le entrate con le tasse accademiche non era praticabile sinché infuriava la contestazione studentesca; non rimaneva dunque che il ricorso, per il momento, all’aiuto dello Stato (negli anni divenuto irrisorio rispetto all’aumento dei costi). Lei mi ha detto che Scalfi in questo ha fatto di tutto per aiutarla: come?

Fu così. Lo pregai, infatti, di fare tutto il possibile con il ministro della Pubblica Istruzione: la sua qualità di Rettore lo metteva, meglio di me, in questa condizione.

Si diede da fare subito, con grande impegno e intelligenza. Il 9 dicembre 1974 (un mese dopo i nostri rispettivi insediamenti quale Rettore e consigliere delegato) scrisse ad esempio una lettera, della quale le consegno copia, diretta al ministro Franco Maria Malfatti e che ho avuto la fortuna di ritrovare agli atti in università (Riquadro 2).

Riquadro 2 Lettera del 9 dicembre 1974 al ministro Malfatti

Eccellenza,

riferendomi al colloquio che lE.V. ebbe la cortesia di concedermi tre mesi or sono insieme ai rettori delle Università libere Cattolica e di Urbino, mi permetto inviarLe copia del bilancio preventivo dellesercizio finanziario 1974/75 di questo Ateneo, approvato dal Consiglio dAmministrazione, e intrattenerLa brevemente sui problemi che riguardano questa Università.

Dal bilancio, e dalla relazione che lo precede, lE.V. potrà rendersi conto delle difficoltà economiche e finanziarie in cui questa istituzione si dibatte.

Ma al di là delle aride cifre contabili, il problema del funzionamento dellAteneo assume proporzioni che non esito a definire allarmanti, se si considerano non tanto il divario fra le entrate e le uscite (L. 780 milioni circa), quanto le cause di tale situazione deficitaria, non certo imputabili allAteneo.

È indubbio che questa libera Università persegue un fine pubblico, quello dellistruzione superiore, che è proprio dello Stato, il quale ne ha approvato lo Statuto e le ha concesso il riconoscimento in vista della sua utilità per il raggiungimento di tale fine. La Bocconi, dunque, svolgendo una funzione di insegnamento e di ricerca scientifica in forma ausiliare e complementare a quella statale, solleva lo Stato dagli oneri della istruzione universitaria per quanto concerne i propri studenti, i quali, per quello che specificamente attiene alla situazione della metropoli lombarda, non trovano per la facoltà di economia e commercio unalternativa di iscrizione alla locale università governativa.

È noto all’E.V. che questa libera Università non grava sul bilancio dello Stato – a norma delle vigenti disposizioni di legge – ma gode soltanto di un modesto contributo straordinario di funzionamento e di un ancor più modesto contributo per le attrezzature scientifiche e didattiche, del cui corretto impiego posso garantire e dimostrare. Ma se è vero, anche se discutibile, che alle università libere non compete alcun contributo ordinario dello Stato, giova considerare che quelle governative, le cui pubbliche funzioni di insegnamento superiore sono identiche, hanno un bilancio che è sollevato da molte spese (come quelle del personale di ruolo d’ogni ordine e grado), possono contare su cospicui contributi ordinari di funzionamento, e inoltre sono sollevate da tutti gli oneri imposti dalle recenti leggi.

Se poi si constata che altri atenei liberi, pure in condizioni non floride, di bilancio, hanno goduto anche recentemente di notevoli contributi straordinari di funzionamento, atti ad alleviare almeno in parte il loro disavanzo, risulta legittima e comprensibile la richiesta che mi permetto di rinnovarLe.

La Bocconi ha fatto ricorso a tentativi diversi pur di far fronte alle spese – che sono fisse e costanti, e purtroppo sempre in aumento con maggiori entrate, ma sono evidenti le difficoltà per ottenere dagli studenti un aumento dei contributi accademici che sono contenuti entro limiti modesti, anche per evitare le reazioni della componente studentesca.

Per quanto riguarda le rendite patrimoniali, esse rappresentano ormai un’entrata di bilancio trascurabilissima. Nel caso di questa Università, poi, si è stati costretti lo scorso anno a realizzare l’unica riserva costituita da mezzo miliardo di cartelle fondiarie Cassa di Risparmio per far fronte alle esigenze di cassa per stipendi e fornitori.

Quanto infine ai contributi di enti e di privati (il Comune e la Provincia non concedono più da anni alcun contributo), gli sforzi compiuti da queste Autorità accademiche e amministrative non sempre sono stati coronati da successo, soprattutto per la grave situazione di crisi economica che travaglia oggi le aziende.

A fronte di queste oggettive difficoltà di reperire nuove fonti di finanziamento si aggiungono le numerose leggi di carattere universitario emanate da anni a questa parte, le quali impongono considerevoli oneri finanziari proprio alle università libere, senza che il legislatore abbia provveduto a fornire a tali enti i mezzi adeguati a sostenere tali oneri, contribuendo così ad appesantire il loro già precario bilancio e, in definitiva, a minare la loro stessa sopravvivenza.

Un intervento del Ministero aiuterebbe anche i propositi di rinnovamento e di potenziamento delle iniziative culturali, didattiche e scientifiche che la Bocconi persegue (ed a Lei noti), per porsi nel campo degli studi economici ed aziendali ancora una volta in posizione di avanguardia. Una dimostrazione, questa, di fiducia nell’avvenire che ci vede affiancati all’opera di impulso legislativo e di solerte amministrazione che Ella va perseguendo, con l’ammirazione di chi vive, sul piano operativo, i medesimi Suoi problemi.

Per le suddette considerazioni, mi consenta, Eccellenza, di richiamare la cortese Sua attenzione sui problemi di questo Ateneo, auspicando con calore la concessione straordinaria di un contributo che valga a superare le difficoltà immediate.

Le chiedo scusa del disturbo arrecatoLe e, pregandola di considerarmi a Sua disposizione per qualsiasi chiarimento, La ringrazio anticipatamente e La ossequio devotamente.

IL RETTORE

(Prof. Gianguido Scalfi)


Il professore Scalfi subì, nel 1975, un’aggressione fisica: calci e pugni per vendicare una cinquantina di scalmanati della sinistra extraparlamentare che il Rettore aveva denunciato al procuratore della Repubblica, avendo con un picchetto reso impossibile lo svolgimento degli esami di Stato di dottore commercialista. Lei visse direttamente quel triste evento che portò la violenza all’interno dell’università: cosa successe?

Il 3 giugno 1975 (poco dopo le ore 16) mentre stavo entrando nel mio ufficio di consigliere delegato di via Sarfatti, vidi aprirsi la porta del corridoio che collegava (oggi non esiste più) quegli uffici col settore delle aule: giungeva, trafelato e stranamente arruffato nei capelli, il mio amico Rettore, seguito da un assistente: «Che è accaduto Gianguido?», chiesi. «Mi hanno pestato...».

«Che significa?» e intanto lo facevo entrare nel mio ufficio col suo giovane collaboratore (il dottor Gambaro). Era ancora ansimante... Quando si calmò un poco, riuscì a spiegarmi: «Mezzo centinaio di giovani della cosiddetta sinistra extraparlamentare, non frequentatori delle mie lezioni, si sono stretti minacciosamente intorno alla cattedra. Volevano spiegazioni – dissero – ma poi le parole furono sostituite da calci e pugni»[4].

Arrivò di corsa anche il dottor Enrico Resti, che era già stato informato dell’accaduto dal personale. Ci stringemmo tutti attorno al nostro Rettore: il nostro simbolo indomabile e coraggioso; nessuno meglio di Gianguido Scalfi, nella sua fragilità fisica e nella sua fierezza, poteva rappresentarlo più degnamente!

Un quadro che è rimasto, dopo 35 anni, ancora nitidissimo nella mia mente. E che sempre associo all’aggressione fascista al Rettore Angelo Sraffa, avvenuta nel 1922 all’ingresso di largo Treves, allora motivata dal fatto che gli ex combattenti della prima grande guerra non venivano promossi con esame... agevolato)[5].

Il giorno successivo, tutti i professori ordinari della Bocconi sottoscrissero un documento di deplorazione dell’accaduto (Riquadro 3), ma il colmo venne raggiunto quando, il 5 giugno, il cosiddetto “movimento unitario degli studenti della Bocconi” (in realtà quattro sigle di extraparlamentari) emise un confuso comunicato dattiloscritto in cui si leggeva tra l’altro:

Subito Scalfi si alza in piedi e Gambaro (suo assistente) scatta in avanti a gomitate e pugni colpendo due compagni: Scalfi gli è dietro, tanto che (sembra ormai certo) riceve una percossa dallo stesso Gambaro: escono comunque subito dalla porta e Scalfi si reca in Rettorato.

Riquadro 3 La lettera dei professori ordinari della Bocconi del 4 giugno 1975

UNIVERSITÀ COMMERCIALE LUIGI BOCCONI

20136 Milano – R. SARFATTI 25

I PROFESSORI ORDINARI DELLA LIBERA UNIVERSITÀ

COMMERCIALE «LUIGI BOCCONI» DI MILANO

DEPLORANDO FERMAMENTE

L’INCIVILE COMPORTAMENTO DI UN’ESIGUA FRAZIONE INTOLLERANTE DI STUDENTI NEI CONFRONTI DEL MAGNIFICO RETTORE DELL’UNIVERSITÀ

ESPRIMONO

AL COLLEGA PROF. SCALFI PIENA SOLIDARIETÀ

CONFIDANO

NEL SENSO DI RESPONSABILITÀ E MATURITÀ DI TUTTI GLI STUDENTI, AFFINCHÉ TALI EPISODI NON ABBIANO PIù A RIPETERSI, IMPEDENDO L’ORDINATO SVOLGERSI DELLA VITA DELLA UNIVERSITÀ

MILANO, 4 GIUGNO 1975

 

Firmato dai proff.:

ARIBERTO MIGNOLI, GIOVANNI DEMARIA, GIORDANO DELL’AMORE, FRANCESCO BRAMBILLA, GIORGIO PIVATO, CARLO MASINI, INNOCENZO GASPARINI, ALDO DE MADDALENA, ALBERTO PREDETTI, ETTORE LORUSSO, EMMI ROSENDFELD, ROBERTO RUOZI

 

Tentarono goffamente di far credere che a colpire Scalfi fosse stato il dottor Gambaro!

Il professor Scalfi è stato un grande avvocato del Foro milanese (non per caso fu allievo del grande Aurelio Candian) e, anche qui, oltre all’indiscutibile preparazione, dimostrò sempre dirittura morale e coraggio. Vuol fare, professore, qualche esempio?

Di Gianguido Scalfi avvocato potrei dire a lungo, ma vi è un caso che meglio degli altri dimostra con pienezza le sue doti di coraggio e dirittura morale: la procedura IFL[6].

Le consegno copia di alcune sue lettere del periodo 1989/92 affinché le possa inserire in appendice al capitolo: meglio di ogni mio racconto dimostrano come possedesse tali doti – in realtà erano la sua “natura” in massimo grado. L’ultima, invece, è una mia lettera al ministro dell’epoca (Giuseppe Guarino), nella quale assumo la difesa di Scalfi. Lo sentii come un “dovere morale”.

Professore, quando le ho chiesto se, impegnato in tanti campi, il professor Scalfi non avesse pubblicato molto, Lei, di solito così calmo e controllato, è insorto; sembrava addirittura adirato. Avevo notato da ciò la mia domanda che su alcune edizioni del Chi è dell’Università, i suoi scritti venivano citati in poche righe. Come mai?

Oltre alle doti che ho più volte richiamato (come membro autorevole dei vertici universitari bocconiani e come avvocato), Scalfi finissimo e autorevole giurista era anche modesto e schivo, direi fino all’eccesso.

Ed è vero che nel Chi è della Bocconi per molti anni (si veda ad esempio l’edizione 1989) l’elenco delle sue pubblicazioni è stato ridotto in 4 righe! Solo nel 1994 (in extremis) venne presentato un elenco adeguato (Riquadro 4).

In realtà, Scalfi ha scritto due opere fondamentali. La prima, in più edizioni, è stata il testo di base alle sue lezioni di diritto privato per decenni, concettualmente aggiornata, ripensata, raffinata. Si tratta del notissimo Manuale di diritto privato (ultima edizione Utet, 1991) in due volumi di oltre 500 pagine complessive. Ecco cosa si legge, fra l’altro, nella prefazione (Riquadro 5).

Riquadro 4 Le pubblicazioni di Scalfi sul Chi è della Bocconi

Autore di numerose pubblicazioni tra le quali si ricordano, in particolare, le opere di carattere monografico: La promessa del fatto altrui, Milano, 1995; Corrispettività ed alea nei contratti, Milano, 1960; La qualificazione dei contratti nell’interpretazione, Milano, 1962; L’idea di persona giuridica e le formazioni sociali titolati di rapporti nel Diritto Privato, Milano, 1968. Ancora di recente ha pubblicato: Manuale di Diritto Privato parte generale, vol. 1, Torino, Utet, 1989; Manuale di Diritto Privato, proprietà obbligazioni-impresa, vol. 11, II ed., Torino, Utet, 1991; I contratti di assicurazione L’assicurazione dei danni, Torino, Utet, 1991 (in II Diritto delle assicurazioni, collana da lui diretta); L’assicurazione tra rischio e finanza, Giuffrè, Milano, 1993.

Ha inoltre pubblicato saggi in importanti riviste, trattati ed enciclopedie giuridiche. Si segnalano in particolare quelli in tema di persona giuridica, di risoluzione dei contratti, di negozio indiretto (pubblicati nell’Enciclopedia Giuridica, Treccani, Roma, 1988), di assicurazioni (contratto di), pubblicato in Digesto IV, discip. priv., sez. civ. I, Torino, Utet, 1987 e ora ripubblicato nelle Letture di Diritto Civile, a cura di P. Zatti e G. Alpa, Cedam, Padova. Numerosi poi gli articoli e le note pubblicate sulla rivista Responsabilità Civile Previdenza (edita da Giuffé) da lui diretta.

Riquadro 5 Prefazione al Manuale di diritto privato

Questa nuova edizione Utet del Manuale di Diritto Privato, che nelle prime edizioni universitarie risale agli anni Sessanta, è stata sensibilmente ampliata, rispetto alla precedente, sia per i necessari aggiornamenti alle nuove leggi apparse negli anni successivi alla prima edizione Utet, anche nel corso del 1991, che hanno apportato modifiche non indifferenti al codice civile; sia per quell’incessante ripensare sulle soluzioni prospettate che conducono ora a nuove argomentazioni, ora a mutare le soluzioni proposte. L’indice è stato rispettato, anche se talora ampliato di qualche paragrafo. Resta perciò inserita nella parte generale la teoria del negozio giuridico, anche se gli orientamenti più recenti degli studiosi preferiscono sviluppare questa materia nella parte dedicata al contratto. A mio avviso l’applicazione della disciplina del contratto e delle altre dichiarazioni tra vivi che hanno un contenuto patrimoniale (art. 1324 c.c.) giustifica ancora questa impostazione, che considero opportuna anche per apprendere il metodo sistematico nella interpretazione.

Riquadro 6 Manuale delle assicurazioni private: una sintesi

Il volume qui presentato propone al lettore un punto di vista innovativo riguardo la sistemazione di tutta la gamma di contratti praticati dalle imprese di assicurazioni.

Tenendo conto delle direttive comunitarie, in modo particolare la terza, cioè quella relativa alle assicurazioni sulla vita e quelle diverse dalle assicurazioni sulla vita, il volume supera la tradizionale suddivisione tra assicurazione dei danni e assicurazione sulla vita e suggerisce soluzioni ai singoli problemi sorti nella interpretazione delle norme vigenti.

Ampio spazio viene dato alla trattazione dei problemi incontrati dalla intermediazione nella collocazione dei contratti di assicurazione. Inoltre vengono approfonditi tutti i tipi di contratto legati alla assistenza per situazioni di necessità”.

La seconda parte del volume, invece, affronta la tematica inerente i contratti finanziari praticati dalle imprese di assicurazione.

 

Non meno rilevante è il Manuale delle assicurazioni private pubblicato da Egea (casa editrice dell’Università Bocconi) nel 1995, poco prima della scomparsa dell’autore. Egea ne dà la sintesi di cui al Riquadro 6.

Per concludere su questo punto, vorrei aggiungere che, grazie all’intensa opera di ricerca nel campo assicurativo, Gianguido Scalfi ottenne nel 1994, dall’Accademia Nazionale dei Lincei, il premio internazionale dell’INA (Istituto Nazionale delle Assicurazioni).

Lei, professor Guatri, ha spesso parlato in termini commossi del ricordo che sottolinea di considerare incancellabile della prolusione che nell’ottobre 1994 il professor Scalfi tenne all’inaugurazione dell’anno accademico della Bocconi: come mai?

Considero la prolusione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1994/95 (che è anche l’ultima, purtroppo, cui Giaunguido Scalfi ha partecipato) dal titolo «Il diritto vivente» come il suo testamento spirituale. Sono pagine di altissimo livello scientifico e morale, quasi presagisse quella prolusione come l’ultima occasione per lasciarci un messaggio e un ricordo imperituro: col passare degli anni, trovo questo testo forte e allo stesso tempo poetico. Forse quella vena di poesia, gli discende per i rami di famiglia: Ada Negri era sua nonna[7].

Nel Riquadro 7 è riportata la parte finale della prolusione. Non tento neppure di riassumerla: le mie parole non potrebbero essere altrettanto poeticamente belle.

Mi fa tornare alla mente una poesia di Ada Negri, Il dono, che ai miei tempi veniva riportata nelle antologie in uso nelle scuole elementari e medie:

Il dono eccelso che di giorno in giorno

e d’anno in anno da te attesi, o vita

(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza

anche il pianto), non venne: ancor non venne.

Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”:

ad ogni giorno che tramonta io dico:

“Sarà domani”. Scorre intanto il fiume

del mio sangue vermiglio alla sua foce:

e forse il dono che puoi darmi, il solo

che valga, o vita, è questo sangue: questo

fluir segreto nelle vene, e battere

dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti

unicamente perché sei la vita.

Riquadro 7 Conclusioni della prolusione Il diritto vivente

Questa prolusione – forse inusitata per i problemi che ha osato proporre, e che conducono fin nell’intimo della stessa concezione di “vita” – vuole essere un invito, una offerta anche a chi insegna nelle Università. Si accostino quale che sia l’insegnamento, ma a maggior ragione se esso riguarda la vita dove gli uomini esplicano la loro volontà nel modo più vivace, l’economia anche le fonti della moralità, anche la concezione stessa della vita che ne costituisce il fondamento, la premessa essenziale. La moralità si attinge dalla realtà del mondo spirituale.

Oggi in Italia molto ci si affanna su questi problemi e particolarmente sulla moralità nella vita economica e della amministrazione pubblica e privata. Da un lato lo sdegno frequente di chi non potrebbe o dovrebbe ritenersi degno di scagliare la prima pietra, dall’altro un sentimento di vendetta, vengono manifestati nella cosiddetta pubblica opinione, suscitata anche, con vivacità, da informazioni e giudizi insinuati nella società in modo interessato. Il garantismo più spinto tutela inavvertitamente o consapevolmente azioni non meritevoli. Una forma di lassitudine morale («lo facevano tutti») sovente sospinge a chiudere; e quei «tutti» continuerebbero l’inarrestabile declino.

Anche qui più che in qualsiasi altro caso potrebbe l’amore. L’amore si accompagna al coraggio, alla fermezza e alla chiarezza che devono ispirare le leggi, le quali diverrebbero, invece, fonte di odio se mosse da interessi che non siano sorretti dall’impulso dell’uguaglianza propria della legge. È una china pericolosa quella che persegue giudizi esemplari, nella consapevolezza della estensione di un fenomeno di declino collettivo. E l’uguaglianza, anche nell’applicazione della legge, ha la sua fonte più profonda nell’amore che non esiste senza la libertà interiore che affranca da quegli istinti caduchi.

Di fronte a fenomeni come quello che viviamo oggi e ad altri nevralgici della vita sociale dovremmo rammentarci che nelle grandi democrazie i consigli dei saggi avevano un ruolo oggi da noi desueto. I saggi per definizione appartengono ai rappresentanti della vita spirituale, alla sfera dell’arte, della scienza, delle religioni e del pensiero filosofico. Anche il costruire le istituzioni sulla realtà che esistono dei saggi affonda il diritto nel vivente. Prima che ciascuno si ritenga “saggio”, ridiamo dignità ai saggi.

Ma sappiamo amare? Sappiamo sottrarci alla solitudine dell’egoismo, al condurre la legge del profitto al di fuori della solidarietà economica? L’impresa economica mal collocata uccide la vita dello spirito e la vita del diritto, umilia la libertà e l’uguaglianza. Ciascuno agisce per sé.

Se non sappiamo amare, anche nelle scuole e nelle università i “chierici” ne facciano professione e ne siano esempio concreto. Solo così nell’esempio che è sacrificio e capacità di governare se stessi si crea una società nuova che sappia dominare il vivente nella natura e darsi un diritto vivente.

Le parole che ho osato dire potrebbero essere accolte come espressione di aneliti utopistici solo se nemmeno una pallida luce illumini la volontà. Ma so di parlare in una scuola ricca di volontà nel progredire verso un mondo più libero, più giusto o più solidale; che, cioè, non si limita ad ammonire, come colui che dice alla stufa «scaldami» senza alimentarla con la legna. Occorre che la legna, il sapere che possiamo dare, si sposi con la consapevolezza dell’evoluzione che l’umanità deve compiere verso una più vissuta libertà e un prorompente amore dell’uomo.


Il professor Scalfi è deceduto ormai da quasi 15 anni; come ricorda il giorno della scomparsa del suo collega e amico, per oltre trent’anni, Gianguido?

Il 22 agosto del 1995 mi trovavo a Casa de Campo (nella Repubblica Domenicana) intento agli ultimi ritocchi a un libretto, Il metodo reddituale, che l’editore Egea attendeva con urgenza. Ero tutto immerso nelle mie carte, quando mi giunse una notizia inattesa e per me dolorosissima: «È deceduto Scalfi». Ricordo la disperazione di non potermi collegare con i miei abituali riferimenti a Milano (sia l’ufficio privato sia gli uffici della Bocconi erano chiusi per le ferie estive). In quegli anni anche i giornali italiani arrivavano (quando pure arrivavano) con giorni di ritardo. L’unico possibile cenno di partecipazione, che al momento non seppi neppure capire se sarebbe stato tempestivo, erano le necrologie sul Corriere della Sera: troppo poco per un’amicizia/colleganza profonda e inespugnabile com’era stata la nostra per più di trent’anni!

Dopo qualche giorno mi pervenne, per mia consolazione, copia di un pezzo, scritto con mano magistrale e con profondo sentimento da Paolo Panerai (in “Orsi e Tori”, Milano Finanza, 26 agosto 1995), che ripropongo integralmente (e in cui è citato anche il mio nome):

I lettori mi perdoneranno se concludo questo Orsi & Tori con una nota privata, ma la morte del professor Gianguido Scalfi in effetti riguarda anche loro. Li riguarda perché il professor Scalfi era il presidente di Class Editori, dopo esserne stato consigliere sin dalla fondazione e quindi garante del progetto di una casa editrice di giornali economici e politici completamente indipendente dal grande capitale finanziario e industriale. Il professor Scalfi è stato il terzo presidente di Class Editori, dopo il professor Guatri e il professor Alberto Bertoni. Si era con loro avvicendato, affondando come loro le sue radici in quella casa unica che è l’Università Bocconi, di cui il nostro Presidente era stato rettore e dove continuava a insegnare come ordinario di Istituzioni di diritto privato.

Soltanto chi ha conosciuto personalmente il professor Scalfi può comprendere quanto sia pertinente definirlo non solo uno straordinario maestro di diritto, ma anche di saggezza, un uomo di rara umanità e dolcezza. Con il suo papillon inseparabile e una costante eleganza interiore prima che esteriore, da vero signore, è stato decisivo per l’affermazione del progetto di Class Editori non solo per gli atti compiuti come consigliere e presidente ma anche per la sicurezza che ci ha fatto sempre sentire addosso: sempre pronto al consiglio più saggio e più giusto, sempre disponibile a comprendere anche le posizioni avversarie e a vivere e a far vivere anche le fasi più aspre con la serenità più alta che un uomo possa avere.

Il vuoto che lascia a Class Editori non è sicuramente paragonabile a quello che lascia alla Sua bella famiglia, al cui dolore tutto il personale della nostra casa editrice partecipa nel modo più fraterno, ma è ugualmente enorme. Buon viaggio, professore. Continui a guidarci. Il Suo esempio sarà la bussola più preziosa per il nostro cammino sulla strada dell’autonomia, alla ricerca della correttezza e libertà che ci ha insegnato.

Anche la Bocconi, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1995/96, lo ricordò degnamente nella relazione annuale del Rettore, professor Roberto Ruozi (associando la sua memoria a quella del professor Carlo Masini – foto a p. 372 –, altro bocconiano insigne e amico di una vita, deceduto il 20 settembre dello stesso anno).

Ecco come Ruozi (foto a p. 380) concluse il suo intervento:

Gianguido Scalfi e Carlo Masini hanno quindi lasciato un profondo vuoto nel nostro Ateneo, e tutti noi conserveremo un ricordo incancellabile delle loro virtù umane e scientifiche. Alla loro memoria mi permetto di chiedervi un attimo di raccoglimento.

In quel minuto in piedi sul palco della storica aula magna di via Gobbi, a fianco di Mario Monti, ho rivisto come in un film i trent’anni di amicizia fraterna con Gianguido: con lui mai un disaccordo, mai una crepa, mai neppure una parola che non fosse sincera e disinteressata. Sempre nel mio cuore e desidererei che anche l’Università (la Bocconi in particolare) si ricordasse più spesso di quel che ha fatto! Vorrei proprio – e spero che se ne presenti presto l’occasione – che le parole del Rettore Ruozi («ricordo incancellabile») diventassero realtà. Vorrei tanto che questa mia intervista venisse intepretata come il segnale che è ormai tempo di promuovere occasioni di ricordo.

Appendice

Le lettere sul caso IFL

Milano,31 marzo 1988

Egregio Sig. Carlo Rossi, Via Varchi 1, 20158 Milano                                   

p.c. Avv. Giuseppe Angeloni, Via Pio VI 36, 04100 Latina; Prof. Luigi Guatri, Prof. Maria Martellini, Dott. Angelo Casò, Via Borgogna 5, 20122 Milano

IFL Liquidazione coatta amministrativa

Ho ricevuto la Sua del 25/3/88 e sono sorpreso di come Lei affermi fatti non veri. In particolare:

a) il sig. Sergio Rossi non ha partecipato come votante alla ultima riunione e mai è stato dato il voto a chi non fosse nominato dal Ministero. Solo per cortesia è stato concesso talora anche ad alcuni avvocati di assistere alla nostra seduta, essendosi essi presentati in sostituzione di componenti. Dunque: nessuna disparità di trattamento;

b) l’avv. Angeloni ed io abbiamo ritenuto sufficiente l’esame del documento da approvare compiuto insieme ai tre liquidatori. Il documento meritava l’approvazione;

c) nella riunione cui Lei ha partecipato è stato chiesto ai liquidatori di rinnovare l’istanza di nominare nuovi componenti del Comitato.

Infine disapprovo che Lei abbia fatto predisporre critiche al documento che Le è stato lasciato in copia nella Sua qualità di componente del Comitato. Questo è comportamento del tutto illegittimo.

Non entro nel merito delle considerazioni contenute nel Suo allegato se non per dirLe che prima di fare osservazioni che denotano una sensibile disinformazione, a tacer d’altro, i Suoi patroni avrebbero ben potuto chiedere ragguagli ai liquidatori, i quali hanno mostrato una rara disponibilità al riguardo, cui mi sono anch’io attenuto: anche se debbo riconoscere che la cortesia è stata solo sfruttata a fini opposti all’equità.

La prego di gradire il mio saluto.

avv. prof. Gianguido Scalfi


Milano, 9 giugno 1988

Prof. Luigi Guatri, Prof. Maria Martellini, Dott. Angelo Casò, Liquidatori IFL

Cari Amici,

la Vostra esposizione al Ministero è assai chiara. Per altro, a mio avviso, le circostanze da Voi indicate sia a p. 1-2, sia a p. 5 (sub a, b, c) non sono incompatibili con l’intestazione fiduciaria.

Invero

a) il fatto che l’IFL acquistasse azioni o quote e, poi, le collocasse presso i propri clienti tramite il mandato fiduciario non sottrae a questo rapporto la sua natura di intestazione fiduciaria

b) il non aver evidenziato questo rapporto nella propria contabilità in conti d’ordine è responsabilità amministrativa e non influisce sul rapporto fiduciario

c) analogamente le circostanze che l’IFL possa aver lucrato sulla differenza di prezzo tra chi le cedeva le azioni o le quote e il prezzo pagato dal sottoscrittore, ovvero abbia subito delle perdite attraverso i rimborsi ai soci, costituiscono aspetti di responsabilità “interna”.

In altre parole, se nei rapporti con i sottoscrittori viene configurato un mandato fiduciario, un vero e proprio contratto fiduciario, quelle circostanze interne, ignote al sottoscrittore, non possono a lui essere opposte per negare quella natura fiduciaria.

I problemi, perciò, sono a mio avviso altri: cioè quelli della alienazione di azioni o di quote in misura superiore all’ammontare del capitale; di azioni o quote che in parte restano (talora attraverso rimborsi) alla IFL ecc.

Io ritengo che si debbano evidenziare queste situazioni varie, operazione per operazione, onde porre al Ministero il quesito di fondo: se, cioè, possa essere operata la restituzione.

A mio avviso occorre sottoporre al Comitato di Sorveglianza la questione. Mi permetto di segnalarVi la mia assenza sino al giorno 20. Meglio sarebbe preventivare una riunione nella prima settimana di luglio.

Con il saluto più cordiale.

avv. prof. Gianguido Scalfi


Milano, 22.04.93

 

Egregio Sig. Ilario Gatti, Via E. Torricelli 16, 25064 Gussago BS

Ai Commissari Della procedura di L.c.a. IFL, Prof. Luigi Guatri, Prof. Maria Martellini, Dott. Guido Croci, Loro indirizzi

Ai componenti del Comitato di Sorveglianza della Procedura IFL, Avv. Giuseppe Angeloni, Prof. Matteo Rescigno, Sig.ra Emilia Ghirimoldi, Loro indirizzi

e p.c. Onorevole Ministro dell'Industria, Commercio e Artigianato, Roma

Rispondo alle Sue lettere del 9 febbraio 1993 e del 9 aprile 1993.

a) Quanto alla prima, ancora una volta La invito a rileggere la normativa sul Comitato e a capire le funzioni che non consentono al singolo componente di svolgere critiche ai Commissari e al Comitato, indirizzandole al Ministero, ad esporre nelle riunioni le Sue osservazioni, per deliberare a maggioranza sulle questioni sottoposte al suo parere, richiesto dalla legge.

Del resto le Sue osservazioni sono talmente fatue da suscitare il dubbio di un Suo intendimento a intralciare o rendere più difficile il lavoro degli organi preposti alla liquidazione. I Commissari Le hanno puntualmente risposto: io ho atteso sino ad oggi a risponderLe per essere certo che gli altri componenti non condividessero la Sua posizione

La prego perciò, ancora una volta, di voler riesaminare il Suo sino ad ora immutato atteggiamento e prego, ad un tempo, il Ministero (cui dirigo questa mia poiché risponde ad una Sua lettera inviata la Ministero stesso) di farsi carico, come è suo compito, del fatto di avere designato quale componente del Comitato una persona che non solo non si rende conto delle funzioni di questo organo, ma, peggio, interpreta la designazione stessa come investitura ad una individuale attività... di polizia, non alla collaborazione tra i componenti del Comitato sulle questioni di competenza del Comitato stesso;

b) la Sua seconda lettera denota ed in più alto grado la Sua volontà di assumersi funzioni che non competono al Comitato, né a Lei quale componente.

Privatamente Lei può suggerire ai Commissari quanto reputa opportuno, ma le decisioni sui riparti competono ai Commissari, non al Comitato di Sorveglianza.

La proposta è, poi, tanto impraticabile da chiedersi: perché Lei la suggerisce?

Anche se non reputo che Lei gradisca questa mia, La prego di accogliere il mio saluto.

avv. prof. Gianguido Scalfi


Milano, 23 giugno 1992

A tutti i componenti del Comitato di Sorveglianza IFL, Avv. Giuseppe Angeloni, Matteo Rescigno, D.ssa Emilia Ghirimoldi,  Geom. Ilario Gatti, Loro indirizzi

e p.c. Commissari Legali, Prof. Luigi Guatri, Prof. Maria Martellini, Dr. Guido Croci, Loro indirizzi

Sono venuto a conoscenza che il geom. Gatti – non osservando le più elementari regole di correttezza di qualsiasi Consiglio e Comitato come il nostro – fa conoscere a terzi i nostri verbali, comunicandone anche copie integrali.

Se questo è estremamente grave, la circostanza è ancora più da riprovare quando, come è accaduto, la violazione viene accompagnata da giudizi inaccettabili sul comportamento di altro componente del Comitato (la sig.ra Ghirimoldi) affermando che esso avrebbe prodotto danni agli associati votando su una delibera di parere in modo difforme del sig. Gatti.

A parte l’assoluta inesattezza dei giudizi sui fatti rispetto ai quali il Comitato esprime il proprio parere – ignorando il sig. Gatti gli evidenti profili giuridici della questione (TAU), nella mia funzione di Presidente del Comitato – responsabile del lavoro che esso compie – invito il sig. Gatti a rispettare la libertà degli altri componenti del Comitato nell’esprimere i propri voti ed a cessare in un comportamento gravemente illegittimo.

Copia di questa mia è inviata al Ministero affinché valuti l’opportunità che la “sorveglianza” venga affidata anche a persona che non conosce né le regole di comportamento che presiedono alla vita di un Comitato, né la più elementare correttezza.

Invio nell’occasione i miei saluti.

prof. avv. Gianguido Scalfi

 

Milano, 23 luglio 1992

Spett.le Responsabile delle procedure di l.c., Ministero Industria, Commercio e Artigianato, Direzione Generale div. VI, V.le Molise 2, 00187 Roma

e ai Commissari Luigi Guatri, Prof. Maria Martellini, Dr. Guido Croci, Loro indirizzi

e p.c. Ai Componenti del Comitato di Sorveglianza IFL, Avv. Giuseppe Angeloni, Dr. Matteo Rescigno, Dr.ssa Emiliana Ghirimoldi,  Geom. Ilario Gatti, Loro indirizzi

Oggetto: Liquidazione coatta IFL e altre società.

Ricevo l’incredibile e offensiva lettera 4 luglio 1992 del geom. Gatti, membro del Comitato di Sorveglianza il quale:

  1. afferma che è ammesso far conoscere agli estranei al Comitato (cioè ai “terzi” come espresso – e il Gatti pare non comprendere – nella mia precedente lettera) come i componenti hanno votato, criticandoli perché sul punto sarebbe intervenuta una transazione!

Ribadisco che non accetto che un componente della Commissione faccia conoscere come sia avvenuto il voto (e lo critichi pubblicamente in modo da non farne comprendere le ragioni);

  1. continua ad affermare la illegittimità della transazione TAU, ignorando ed evitando di accennare agli esatti termini della situazione giuridica; ma, ciò che più conta, sbandierando questa infondata affermazione presso i risparmiatori, senza spiegare loro le ragioni della delibera sia di parere, sia del Ministero, e accreditando ancora una volta l’immagine di una amministrazione della procedura non conforme agli interessi dei risparmiatori stessi;
  1. per evidente ritorsione aggiunge (p. 3 e seguenti) inveritiere o non giustificate affermazioni sull’operato del Comitato di Sorveglianza. Osservo:
    1. che il Comitato non ha obbligo di riunirsi in una sede o nell’altra: ed è spassosa la dichiarazione che chi scrive una lettera del genere si senta “a disagio” nel riunirsi nello studio del presidente;
    2. che i verbali si redigono sempre a cura del Presidente e il componente che reputa di doverli integrare per omissioni può farlo anche nella successiva riunione. Preciso che i verbali vengono da me dettati alla segreteria nella stessa riunione alla presenza dei componenti presenti;
    3. che la distribuzione del verbale sarà effettuata come sempre qualora il sig. Gatti si impegni a non divulgare il contenuto e a cessare offese ingiustificate verso altri componenti, che ora estende al presidente con la sua del 4 luglio ’92;
    4. che sono inventate e scritte “a mano libera”, non inferiore alla volontà di offendere, le dichiarazioni sub c) a p.3. In particolare mai è stato impedito al Gatti di presentare anche scritti, se non quelli in critica a pratiche su cui si è già votato o il Ministero ha già dato autorizzazione.

Prego l’on. Ministero di voler prendere in attento esame la lettera del sig. Gatti cui rispondo, che conferma quanto manifestato nella precedente missiva, cioè l’incapacità del Gatti a rispettare le più elementari regole giuridiche per quanto attiene sia alla segretezza del voto e alle argomentazioni verbalizzate dai componenti della commissione, sia ad una interpretazione della legge del tutto personale con il ricorso al Ministero del membro del comitato che non abbia ottenuto un voto conforme alle proprie opinioni (ricorsi che non dicono la reale situazione di fatto e giuridica); nonché delle regole della correttezza, facendo uso della offesa per screditare l’immagine e l’opera degli organi della liquidazione.

Chiedo che il Ministero valuti, alla luce di ciò, se la presenza di un componente del comitato che così si comporta possa essere a questo punto legittima e utile alla procedura.

Se la risposta fosse positiva dovrei concludere che non sia utile che un Presidente cerchi di far operare il comitato secondo diritto e deontologia professionale: e in questo caso io non servirei alla giustizia, poiché non accetterò mai che vengano introdotte nel comitato posizioni che scambiano la giustizia e la legittimità con l’interesse di parte o, come è nella realtà, della coalizione tra parti numericamente elevate di cui il sig. Gatti si fa tributo, non sapendo distinguere la sua funzione di commissario della sua opera di gestore della coalizione.

In attesa di riscontro, porgo il mio deferente saluti.

prof. avv. Gianguido Scalfi

 

Ill.mo Avv. Prof. Giuseppe Guarino, Ministro Industria Commercio e Artigianato, Via Molise 2, Roma

Illustre e Caro Ministro,

mi permetto di richiamare la Tua attenzione sulla lettera 23/7/1992 diretta al Ministero dell’Industria Commercio e Artigianato dal prof. Gianguido Scalfi, Presidente del Comitato di Sorveglianza della liquidazione coatta IFL e di altre società.

Desidero esprimere la mia solidarietà al prof. Scalfi, collega insigne ed uomo di esemplare correttezza, che viene attaccato solo per esigere la corretta applicazione delle norme di Legge e di deontologia professionale; e che spero gli uffici ministeriali lo difenderanno nel modo migliore.

Scusami il disturbo, ma sento questa segnalazione al Ministro come un dovere morale.

Grazie per l’attenzione e molti cordiali saluti.

Tuo

Luigi Guatri

1

Gianguido Scalfi, Personalità giuridica della società di persone registrate, Giuffrè, Milano, 1954.

2

In quella commissione mi trovai a fianco di cari amici: oltre al collega De Maddalena, Guido Isolabella e Luigi Chiaraviglio (quest’ultimo, in particolare, risulterà una scelta di grande importanza, in quanto di fatto indicato da Roberto Calvi, che stava per diventare il “grande contributore”: una designazione che in concreto semplificherà molte cose).

La mia collaborazione durante il 1974 (come consigliere delegato in pectore) è consistita soprattutto nel discutere e preparare con questa commissione (efficiente e affezionata alla Bocconi) i piani per il prossimo futuro; e forse soprattutto per prepararmi con la mente, indagandoli a fondo, ai problemi che avrei dovuto affrontare. Di fatto, la decisione di Cicogna mi mise in condizioni, una volta nominato consigliere delegato (8/11/1974) di essere perfettamente al corrente di tutto e con obiettivi già ben individuati: di fatto fu quasi un anno di lavoro guadagnato.

3

Le “spiegazioni” riguardavano il fatto che il Rettore il 15 aprile 1975 aveva segnalato al procuratore generale della Repubblica di Milano quanto segue:

«Ho il dovere di portare a Sua conoscenza che ieri mattina una cinquantina di studenti, notoriamente appartenenti ai gruppi della sinistra extraparlamentare, ha effettuato un picchettaggio davanti all’Università, impedendo a chiunque l’accesso.

I motivi dichiarati della manifestazione sono stati:

     la volontà di impedire l’inizio del corso annuale organizzato da questa Scuola di Direzione Aziendale e che porta al conseguimento del diploma di Master in direzione aziendale;

     la protesta per i risultati generalmente negativi conseguiti nella prova scritta dell’esame di Matematica;

     la sospensione della riunione dell’11 aprile del Consiglio d’Amministrazione dell’Opera Universitaria in seguito all’invasione dell’aula dove si svolgeva la seduta, ad opera dello stesso gruppo di studenti, e ciò in violazione di precise disposizioni di legge.

L’azione di disturbo e di picchettaggio svolta dai suddetti studenti, tra i quali sono stati individuati quelli indicati nell’accluso elenco, non solo ha impedito il regolare svolgimento degli esami e delle lezioni, con evidente danno per gli studenti e i docenti impegnati in tali attività didattiche, ma soprattutto ha impedito lo svolgimento degli esami di Stato di abilitazione all’esercizio della professione di dottore commercialista, indetti dal Ministero per la Pubblica Istruzione».

4

M. Cattini, E. Decleva, A. De Maddalena, M.A. Romani, Storia di una libera università, vol. I, Egea, Milano, 1992, vol. 1, pp. 193 e ss.

5

Si veda anche il caso Vincenzo Cultrera, più avanti in questo libro.

6

L’associazione “Poesia, la vita”, presso l’archivio storico della citta di Lodi (dove era nata nel 1870), conserva un “fondo con oltre cinquemila tra lettere, documenti e fotografie”, affidati all’associazione dal professor Gianguido Scalfi. Ada Negri fu la prima donna membro dell’Accademia d’Italia.