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Il mondo di Guatri

2026/7

Tancredi Bianchi

Docente sempre presente, affezionato ai suoi allievi, ha contribuito – con la ricerca, l’insegnamento, i numerosi e importanti incarichi pubblici – a diffondere la fama dell’Università Bocconi

Caro professor Guatri, quest’oggi Lei s’è decisamente spogliato della consueta veste d’osservatore e di studioso – quella che, pur senza privarla del piacere di esternare i suoi sentimenti, le permette di mantenere un notevole, costante distacco dagli avvenimenti e dai personaggi che rievoca – e si è abbandonato a un virtuale e amicale abbraccio al protagonista di cui parliamo. Non solo. Ha serenamente messo da parte l’usuale riserbo e si è lasciato andare a una liberatoria commozione: non per niente al centro della nostra chiacchierata c’è Tancredi Bianchi, il suo “amico di una vita”.

Per la verità mi sono spesso commosso componendo nella mia memoria le figure di questo libro; ripensando alla loro storia rivivo la mia vita. Con Tancredi Bianchi la commozione è effettivamente giunta al culmine.

Solo pochi giorni or sono (rispetto al momento in cui rispondo alle domande per questa intervista) ne ho avuto la prova: su richiesta dell’amico professor Paolo Mottura (foto a p. 373) avevo fissato per il 1° dicembre 2009 la data di presentazione, all’Università Bocconi, della raccolta di Studi in onore, composta per Tancredi da una miriade di colleghi e «scolari» (com’egli usa scrivere). Mi ero preparato per tempo; sapevo di non poter (e di non voler) mancare!

Poche ore prima dell’incontro, forse con un po’ di tensione addosso, subii – come mi accade talvolta – un violento sbalzo di pressione. Di solito il medico mi costringe, in questi casi, a un giorno di riposo in casa. Quel 1° dicembre decisi di non avvertire il medico (che mi avrebbe proibito di uscire, specie in una giornata gelida) e di presentarmi alla Bocconi all’ora convenuta. Unica cautela: mi feci accompagnare dal fidatissimo dottor Marco Villani, pronto a sostituirmi (o a collaborare) nella lettura dell’intervento, che per fortuna avevo predisposto, se mi fossi trovato in qualche difficoltà... (con un po’ di sorpresa di tutti lo feci sedere al mio fianco, tra gli illustri colleghi, al tavolo dei relatori).

In quel 1° dicembre, cercando di dominare l’emozione e il disagio fisico, iniziai a leggere (Riquadro 1), cominciando con una frase anche per me consolatoria.

Riquadro 1 L’intervento di presentazione per Studi in onore di Tancredi Bianchi

Autorità, colleghi e amici,

sono felice di essere qui oggi per la presentazione dell’importante raccolta di Studi in onore di Tancredi Bianchi. Credo che nessuno più di Tancredi meriti questo riconoscimento, che è stato amplissimo, in misura e qualità forse senza precedenti.

Come egli merita, perché è stato contemporaneamente uno studioso-ricercatore del massimo livello; un docente sempre presente, impegnato e affezionato ai propri studenti; un “Maestro” cha ha generato molti allievi; un professionista che ha operato generosamente “sul campo”, fino alla prestigiosa presidenza dell’Associazione Bancaria Italiana.

Per me Tancredi è stato “l’amico di una vita”.

Tancredi è nato nel 1928 a Caravaggio, nella bassa Bergamasca, un anno dopo di me (che sono nato a Trezzo sull’Adda, in linea d’aria a 15 chilometri di distanza, nel 1927).

Le circostanze della vita mi hanno portato in provincia di Bergamo (a Caravaggio prima e a Treviglio poi) costantemente tra il 1937 e il 1949 e saltuariamente, dopo la laurea, fino al 1952. Dunque per ben 15 anni: l’intera gioventù. Un periodo il cui ricordo rimane indelebile e tra i più felici, nonostante esso comprenda la lunga guerra, perché la giovinezza è sempre (o quasi sempre) felice, specialmente nella memoria.

È da qui che data la mia amicizia per Tancredi: sono passati 72 anni.


Professore, negli anni della gioventù ha avuto le stesse esperienze e ha condiviso gli stessi sogni dei suoi coetanei, in particolare quelli di Tancredi Bianchi. Ora, nei numerosi “parallelismi” che s’accorge di aver vissuto crescendo a contatto con Tancredi, scopre un ulteriore elemento di coesione per l’amicizia che vi ha sempre uniti: a cominciare dalla prima non facile scelta della vostra vita legata alla necessità di optare per la scuola che era possibile frequentare evitando i pericoli e i disagi del tempo di guerra. Perché avete scelto l’Istituto Oberdan di Treviglio?

Nel libro Banca e Borsa[19], che è anche la storia della sua vita, Tancredi presenta l’ambiente e le ragioni della necessaria scelta (che poi “scelta” non fu, ma imposizione), al termine delle scuole elementari a Caravaggio, dell’Istituto Tecnico Commerciale Oberdan a Treviglio. Per analoghe ragioni, era stata anche la mia “scelta” un anno prima: il parallelismo delle nostre vite, in questa fase, a me pare addirittura impressionante.

Ne riporto alcuni passi, cui seguono brevi commenti. Comincio con una frase consolatoria, che vale anche per me[20].

Come spesso accade nella vita, un insieme di circostanze, al momento indesiderate, determinano un mutamento di scelte, forse accettato controvoglia, ma che in seguito si palesa fortunato.

L’ordinamento scolastico del tempo riservava il pieno libero accesso a tutte le facoltà universitarie solo a chi iniziava il percorso degli studi medi con il ginnasio e lo proseguiva con il liceo classico, scuole che in quel di Treviglio erano solo private, gestite dai padri salesiani.

La scelta della scuola pubblica significava tre anni di media inferiore, con possibilità di accedere alla fine al liceo scientifico, oppure a un istituto tecnico, commerciale o industriale. La mia famiglia non era in grado di avviarmi al ginnasio a Milano o a Bergamo, quindi l’equazione «scuola pubblica/scuola media» fu una prima scelta obbligata.

Ma, soprattutto, le vicende della seconda guerra mondiale divennero fortemente condizionanti di qualsiasi scelta: collegamenti con Milano viepiù rari ed incerti ed esposti ai pericoli delle incursioni aeree angloamericane; collegamenti con Bergamo disagevoli; condizioni di vita, anche nell’aspetto dell’appagamento dei bisogni più elementari, sempre più difficili. La scelta della scuola media superiore divenne di nuovo quasi obbligata: l’istituto tecnico commerciale di Treviglio.

Quanto è vero tutto ciò! Ricordo benissimo di quando i professori di Treviglio, terminato il quarto anno, chiamarono mio padre Edmondo – lì ben conosciuto da tutti – e gli chiesero insistentemente come si poteva organizzare un esame (che per me sarebbe stato una formalità) affinché potessi passare alla quinta ginnasio a Milano o Bergamo. Ma mio padre, che pure con sacrificio avrebbe potuto sostenerne l’onere, decise alla fine che non mi avrebbe consentito di rischiare la vita (il mitragliamento ai treni non era un fatto eccezionale)! E aveva pienamente ragione: dal 1943 un poco alla volta scomparvero le carrozze (sostituite dai cosiddetti “carri bestiame”), i convogli si diradarono, gli orari divennero un optional (2-3 ore di ritardo non meravigliavano, eccetera).

Fu la guerra che ci inchiodò a quella scelta... (e in questo momento il mio ricordo va anche alla “scelta” molto più drammatica e obbligata che costrinse molti nostri amici, di pochi anni più grandi di noi, a partire per la guerra... Alcuni non tornarono!).

Con tutto ciò (Lei e Tancredi Bianchi, gli “amici di Caravaggio-Treviglio”, non mancate di sottolinearlo), nel caos di quegli anni vi furono anche degli aspetti positivi?

Tancredi, attento come al solito a tutti gli aspetti della vita, ricorda anche gli aspetti positivi della nostra scelta che pareva dolorosa. In proposito scrisse, sempre in Banca e Borsa:

la fortuna mi venne incontro: ottimi insegnanti di Milano, anche di liceo, dovettero chiedere il trasferimento della cattedra per potere sfollare da una città frequentemente bombardata dal cielo. E incontrai, così, docenti che ricordo con grande affetto: la professoressa Antonietta Bignami, di ragioneria, che culminò la propria carriera di docente vincendo, anni dopo, anche il concorso per la cattedra universitaria, allieva del mio futuro Maestro Gino Zappa; il professor Tapatà e poi il professor Crespi-Legorino per italiano e storia; la professoressa Nordio, che mi insegnò a parlare e a scrivere in francese; la professoressa Montagna di scienze; e via elencando. La seconda lingua di insegnamento fu il tedesco, data la politica estera del tempo, e non l’inglese, che appresi solo all’università.

Molti dei nomi citati da Tancredi mi risultano familiari! Ricordo bene il professor Tapatà declamarci la Divina Commedia; e ricordo quanto mi stimasse, forse in modo esagerato. Lo stesso Tancredi, facendomi arrossire davanti a tanta gente importante, ha in qualche occasione solenne ricordato ai presenti che Tapatà mi chiamò perfino a tenere una lezione, a classi riunite, su uno dei canti danteschi.

Forse egli non si ricorda di un giovane laureato dell’Università Cattolica (allievo del professor Onida), che negli ultimi anni di guerra ci fu docente di Ragioneria: il dottor Michele Motta, che ci ebbe ambedue “scolari” a Treviglio. Michele Motta ancora oggi significa per me (e credo anche per Tancredi): Treviglio, la guerra, la nostra voglia disperata di studiare e (almeno per me) di chiudere in fretta, per entrare alla Bocconi.

Tutti e due studenti alla Bocconi: avete raggiunto lo stesso obiettivo seguendo tuttavia strade diverse?

Giunsi alla Bocconi nell’agosto del 1945. Avevo “bruciato” in un solo anno (1944/45) l’ultimo biennio dell’Istituto tecnico commerciale Oberdan (provvisoriamente trasferito presso la Scuola di Agraria, poiché le nostre aule in centro città erano, se ricordo bene, occupate dai tedeschi) e avevo sostenuto con pieno successo l’esame di Stato finale (cercando, in qualche modo, di aiutare anche alcuni studenti di anni precedenti che, tornati dalla guerra, sapevano ben poco e si trovavano in gravi difficoltà...).

Tancredi scelse una strada più lunga, per le ragioni che spiega con la sua abituale franchezza, rispondendo a chi gli chiede: «Mi dica della sua esperienza in Bocconi»[21]:

Devo ammettere che partii con il piede sbagliato. Non per necessità familiari, ma per uno strano desiderio di indipendenza, accettai la proposta di essere assunto alla filiale di Caravaggio della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde.

L’istituto, essendo un ente pubblico economico, come allora veniva definito, avrebbe potuto assumermi solo “in pianta stabile”; ma io ero ancora minorenne (la maggiore età, a quei tempi, si conseguiva al compimento del ventunesimo anno) e in virtù di quegli strani accorgimenti che rendono, in Italia, flessibili e precari i rapporti di lavoro, venni assunto con la qualifica di «impiegato straordinario in soprannumero, personale in esuberanza, con contratto rinnovabile ogni novanta giorni». (...)

Nel frattempo pagavo l’atto di superbia di credere di poter superare con voti alti (l’essere stato a lungo il primo della classe mi condizionava) gli esami alla Bocconi. Studiavo, sempre più con fatica, alla sera, ed ero alla soglia di iscrivermi al terzo anno di corso avendo superato solo cinque esami su trentadue. (...)

Mi orientai per la rinuncia al posto di lavoro in banca, ma volli prima diventare maggiorenne e ottenere l’assunzione a tempo indeterminato. Giuntami la lettera in tal senso, ringraziai e mi licenziai. Nei due anni accademici seguenti superai ventisette esami alla Bocconi, con una media di votazione assai prossima al top, tale da poter conseguire i massimi voti e la lode all’esame di laurea. In quei due anni frequentai le lezioni accademiche e scelsi di non avvalermi della sessione straordinaria invernale di esami (così detti esami di febbraio). Studiai molto, ma con diletto.

Tancredi Bianchi è davvero un uomo fortunato: si è applicato allo studio “con diletto” e ha poi sempre accettato di impegnarsi in attività accademiche e professionali che poteva affrontare con passione e piacere, ricavando costantemente ottimi risultati?

Ha ottenuto effettivamente tantissimi successi, proprio a cominciare dallo studio. Posso io stesso portare una testimonianza diretta: l’esame, nel luglio 1950, di Ragioneria secondo anno di Tancredi con Gino Zappa. A quei tempi Ragioneria era uno degli esami fondamentali della Bocconi, e si usava con naturalezza la denominazione di radice latina: nessuno ancora infatti pensava di “nobilitarla” ribattezzandola Accounting (così dimenticando che era parte della nostra storia e che la partita doppia era nata da noi alla fine del Quattrocento, con fra’ Luca Pacioli, e dall’Italia era stata esportata nel mondo)[22].

Io conducevo la prima parte dell’esame, quella riservata agli assistenti, e proposi Tancredi Bianchi a Zappa con il voto (interno e riservato, come si usava) di 30/30, avvertendolo per correttezza che si trattava di un mio amico. Zappa lo esaminò a fondo, poi mi disse: «Questo Bianchi lo merita proprio il 30». E il giorno successivo gli affidò la tesi di laurea Quantità economiche nelle banche di credito ordinario. Da quel momento – come lui stesso scrive – «eleggevo Zappa mio maestro»[23].

Anche sessant’anni fa i migliori laureati bocconiani erano molto ricercati e quando Tancredi Bianchi si laureò ricevette, se non vado errato, una montagna di offerte di lavoro?

Si laureò “con lode” il 14 giugno 1952 e gli fu proposto (credo da Carlo Masini) di fermarsi in Bocconi; nonostante avesse ricevuto 18 offerte di lavoro da grandi imprese e banche, decise di rimanere seguendo il suo istinto e il suo “cuore”. Scrisse in proposito Tancredi[24]:

Mi venne in soccorso la circostanza che in quell’anno si trasferì alla Bocconi il professor Giordano Dell’Amore, appena nominato presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde. Anche Dell’Amore era un allievo di Gino Zappa e chiese al Maestro di indicargli un giovane da assumere come assistente volontario alla cattedra di Tecnica bancaria e professionale, che egli avrebbe occupato dall’anno accademico 1952/53. E il professor Zappa gli fece il mio nome.

E ancora:

Il posto di assistente all’Università Bocconi era gratuito: inoltre ebbi un elenco di parecchie pubblicazioni scientifiche da leggere e studiare nel giro di due o tre mesi. Poi cominciai ad avere un primo stipendio. Dell’Amore fondò la rivista Il Risparmio e mi chiamò alla redazione della medesima, assegnandomi una stanza nel palazzo della Ca’ de Sass.

A questo punto, caro professore, vorrei porle una domanda da “uomo solo normalmente innamorato” del suo lavoro: oltre alla docenza, allo studio e alla ricerca, alla professione, alla pervicace ricerca del successo che hanno riempito la vostra vita di giovani – vi siete mai concessi qualche distrazione? Magari un viaggio che non fosse il semplice trasferimento a Cattolica delle vostre abituali “occupazioni”?

Naturalmente sì: ad esempio l’estate del 1950 (l’anno del Giubileo di Pio XII, papa Pacelli) fu per molti aspetti eccezionale. Dopo la terribile guerra era stato ripristinato il parco carrozze delle Ferrovie dello Stato; ebbero così termine i viaggi in “carri bestiame” (quelli sui quali siamo saliti dal 1945 al 1949 noi studenti abitanti fuori sede della Bocconi); e si poté tornare alle vacanze estive al mare (in genere di 2-3 settimane).

Io e Tancredi passammo a Cattolica, tra luglio e agosto, alcune settimane che tuttora ricordo con nostalgia. Avevamo abitudini un po’ singolari: il ballo serale, che era tornato sfrenato dopo il digiuno bellico, non ci ebbe mai tra i frequentatori; passeggiavamo per le vie di Cattolica discutendo tra noi, ma annoiando i nostri amici, di Economia aziendale e in quell’anno delle bozze di un mio libro in corso di stampa, I rendimenti.

A Ferragosto partimmo per Roma (in pullman da Cattolica) per assistere al Giubileo. Fummo ospiti, sulla via Aurelia Antica, del convento delle suore di clausura di cui una mia zia era madre abbadessa; della tappa ricordo soprattutto la “campanella” che ci svegliava in piena notte, per chiamare le suore (come al solito alle quattro) a recitare Il Mattutino.

Visitammo, camminando per intere giornate, l’intera Roma; ci commosse, in San Pietro, l’apparizione in Sedia gestatoria della figura ieratica di papa Pacelli: un’immagine che mi è rimasta nella mente per tutta la vita. Ancora inorridisco quando sento qualcuno mettere in discussione quel grande papa: come se avesse potuto opporsi a Hitler!

Ma noi, che abbiamo vissuto quegli anni, ricordiamo bene come la Chiesa (e noi stessi negli oratori, istituzione fondamentale all’epoca) facesse di tutto per aiutare gli ebrei perseguitati da nazisti e repubblichini. E come tutti noi ragazzi, cresciuti in quell’ambiente, fossimo contrari, talvolta (e per quanto possibile) fino all’aperta sconfessione, alle leggi razziali che il fascismo aveva mutuato dal nazismo.

Conseguita la laurea, l’operosa gioventù fu lasciata alle spalle e gli “amici di Caravaggio-Treviglio” affrontarono la vita accademica: quali parallelismi e quali diversità caratterizzarono i vostri percorsi?

Dopo la laurea e i primi anni bocconiani affrontammo, come si usava, in atenei esterni il primo incarico universitario e la prima cattedra; solo dopo un percorso non certamente breve qualcuno ritornava alla Bocconi. Una chiamata in Bocconi immediata, sia per il primo incarico sia per la prima cattedra erano – credo in tutti i campi ma ne sono certo nel campo aziendale – da escludere (anche perché gli incarichi erano pochissimi e le cattedre aziendali si contavano sulle dita di una mano).

Io e Tancredi partimmo, per la nostra avventura, scegliendo settori differenti: io optai per la via, come allora si chiamava, della Tecnica industriale e commerciale, e Tancredi per quella della Tecnica bancaria e professionale. Così nel 1952/53 assunsi l’incarico all’Università di Genova; e Tancredi, dopo la libera docenza nel 1959, l’incarico a Ca’ Foscari (sulla quale avevano insegnato Gino Zappa e Giordano Dell’Amore) e contemporaneamente a Pisa. Venne poi la cattedra.

Nel 1960 io fui chiamato all’Università di Parma; tornai alla Bocconi nel 1969. Tancredi andò nel 1964 a Ca’ Foscari e a La Sapienza di Roma nel 1968; tornò alla Bocconi nel 1979 (dove fu chiamato il 7 marzo).

Effettivamente un avvio accademico con strade e tempi diversi, che offre alla sua attenzione ai “percorsi paralleli” non pochi supporti, ma alla fine il rientro nella vostra “cara Bocconi”: per seguire quale strada?

La nostra attività in Bocconi ebbe contenuti differenti. Io dal 1974 fui travolto (per 25 anni) dal pesante impegno di consigliere delegato; e per 5 anni anche di Rettore. Non persi mai di vista la ricerca ma dovetti forzatamente alternare l’attività di docente, riuscendo tuttavia a mantenerla fino all’uscita dai ruoli nel 1999 (cioè per 50 anni).

Tancredi, oltre all’attività di ricerca sempre più consistente, si dedicò costantemente e con straordinario impegno (e, debbo aggiungere, con entusiasmo e piacere) alla docenza, nella quale sono convinto abbia avuto pochi eguali: egli ha sempre provato vera gioia nell’insegnamento e nel rapporto diretto con gli studenti. Tanto che questi (in Bocconi, come a Venezia, a Roma e a Pisa) gli serbano tuttora gratitudine.

Dai loro lavori di tesi Tancredi ha individuato molti allievi, che hanno a loro volta fatto onore al Maestro. Ancora oggi scrive: «Se qualcosa mi manca, e molto, è la passione di sempre della mia vita: cioè insegnare e avere chi ti ascolta»[25].

La testimonianza migliore di questa dedizione alla docenza fu la sua ultima lezione in Bocconi, quando nel 2000, per raggiunti limiti di età, uscì dai ruoli. In quel giorno ero anch’io presente e ricordo nitidamente che quando, alla conclusione, si congedò dai propri studenti, si emozionò fino alle lacrime. Poco mancò che a quelle lacrime mi associassi anch’io.

Professore, possiamo ora esaminare sia pure per punti, la brillante, anzi straordinaria, carriera accademica di Tancredi Bianchi?

Collocherei nel tempo – le date mi saranno d’aiuto a essere sintetico lo svolgersi di questa effettivamente eccezionale carriera:

1959 – La libera docenza. Commissione: Ugo Caprara, Giordano Dell’Amore, Pasquale Saraceno. Pieno successo (unitamente ad Antonio Confalonieri e ad Alberto Arienti).

1964 – La cattedra.

Il concorso per la cattedra fu particolarmente tormentato come spesso accadeva, in quei tempi, per i concorsi universitari. La commissione giudicatrice si modificò per effetto delle dimissioni di due commissari: il professor Salvatore Sassi, col quale fui dipoi in ottimi rapporti, poi il professor Mario Mazzantini. Alla fine, dopo due anni dalla prima nomina della commissione, risultai primo ternato (a quel tempo la commissione proponeva fino a tre candidati per la nomina a professore straordinario) all’unanimità. Secondo fu il caro amico Antonio Confalonieri e terzo venne designato Arnaldo Mauri[26].

Chiamato poi alla cattedra sia da Venezia sia da Pisa, scelse Ca’ Foscari; ma (con la sua solita disponibilità e coraggio) accettò anche l’incarico a Pisa, sollecitato dal professor Giannessi.

Una richiesta alla quale, se si ha il senso dell’amicizia, potevo solo consentire, pur consapevole del disagio di abitare a Bergamo e di insegnare a Venezia e a Pisa. Ho però sempre tenuto le mie lezioni, con il conforto dell’apprezzamento dei miei scolari. Il binomio Venezia Pisa durò tre anni, poi il professore Dell’Amore mi fece partecipare al concorso per il trasferimento all’Università di Roma La Sapienza. Sede di altissimo prestigio, ma che, in quel momento, non desideravo[27].

1968/79 Cattedra a La Sapienza.

Con l’anno accademico 1968/69 mi trasferii a Roma e da allora l’attività didattica e di ricerca si intrecciò con l’esperienza concreta dell’attività bancaria[28].

3 marzo 1979 La “chiamata” alla Bocconi. Ero presente il 7 marzo 1979, quando Tancredi venne chiamato alla cattedra di Economia delle aziende di credito (corso progredito). Leggo nel verbale la presenza di amici da tempo scomparsi:

Presiede la riunione il Rettore, Professor Innocenzo Gasparini. Sono inoltre presenti i Professori: Francesco Brambilla, Giorgio Pivato, Aldo De Maddalena, Carlo Masini, Luigi Guatri, Ariberto Mignoli, Gianguido Scalfi, Adalberto Predetti, Roberto Ruozi, Emmy Rosenfeld e Vittorio Coda, che funge da Segretario.

Dopo l’esposizione di Roberto Ruozi, ampia e documentata,

prendono la parola i Professori Giorgio Pivato e Innocenzo Gasparini che, anche a nome dei Colleghi, esprimono il più vivo compiacimento per la chiamata del Professor Tancredi Bianchi, le cui doti di studioso e di docente sono unanimemente riconosciute.

Dopo di che la facoltà con voto unanime e palese delibera di chiamare il professor Tancredi Bianchi a coprire per trasferimento la cattedra vacante di Economia delle aziende di credito corso progredito a decorrere dal 1° novembre 1979.

La Bocconi, in quel giorno, inscrisse tra i suoi ordinari due docenti che ne hanno segnato la storia: oltre a Bianchi, venne infatti chiamato Mario Monti alla cattedra di Teoria politica monetaria. Quella doppia chiamata coincideva anche con la fine delle difficoltà economiche che, negli anni precedenti, avevano reso difficile la gestione (per me iniziata nel 1974 come consigliere delegato): la cordiale intesa” che mi legava al Rettore Gasparini da diversi anni aveva dato i suoi frutti più importanti.

E l’attività professionale del suo grande amico Tancredi come si sviluppò?

Ho sempre sostenuto che per gli aziendalisti «l’attività professionale è il nostro esperimento». E che sbagliano coloro che credono il contrario, poiché rimangono “incompleti” e spesso “lontani dalla realtà”, quando pur non si perdano in analisi di argomenti puramente astratti e, quindi, limitati all’attenzione di pochi poiché non interessano gli operatori, né gli esperti, né i professionisti; e neppure incidono in alcun modo sulle aziende, né si preoccupano del bene del Paese.

Fra le prime esperienze di Tancredi Bianchi nel settore aziendale ci fu la SFI (Società Finanziaria Italiana) della quale, nella seconda metà degli anni Sessanta, su nomina di Banca d’Italia, egli divenne commissario liquidatore: «il dissesto faceva capo a un certo Baldini di Pavia, che aveva abusivamente svolto attività bancaria»[29].

Tra i suoi collaboratori chiamò un giovane (e allora sconosciuto) avvocato milanese, Giorgio Ambrosoli, che da quella esperienza trasse la preparazione (il coraggio l’aveva già di suo) per fronteggiare Sindona nelle terribili vicende della liquidazione coatta della Banca Privata Italiana (argomento su cui torneremo parlando di Enrico Cuccia).

Durante il periodo de La Sapienza (presso la quale, come abbiamo visto, fu ordinario per 11 anni) divenne presidente del collegio sindacale del Banco di Roma, quando Ferdinando Ventriglia ne era consigliere delegato (così com’era consigliere economico di Vittorino Colombo, ministro del Tesoro).

Anche il professor Bianchi, come diversi altri accademici illustri con cariche e posizioni rilevanti (nel caso, il Banco di Roma), subì un’aggressione assurda a motivo di una “breve nota di valutazione” di un pacchetto azionario di una società. Come fu possibile?

Lo racconta lui stesso. Il Banco di Roma, per agevolare la liquidazione coatta della Banca Privata Italiana (BPI: «un acronimo – scrive Bianchi[30], che nelle tempeste sa sempre sorridere che nel mondo bancario italiano non pare portare fortuna»), decise di acquisire la partecipazione nell’Immobiliare Roma (già Generale Immobiliare, la maggiore impresa edilizia italiana dell’epoca; tra l’altro aveva costruito molto bene anche a Milano; si veda l’edificio di via Sismondi/viale Campania, di cui parleremo anche a p. 354, che fu l’abitazione mia e di Luigi Antonelli).

Fui incaricato di esprimere un parere interno al proposito del pacchetto azionario in discorso. Lo redassi sul fondamento dell’ipotesi che il complesso di immobili della società potesse essere venduto con il sostegno di appropriati mutui di credito fondiario e che la società fosse accompagnata nella ripresa produttiva da adeguato sostegno finanziario[31].

A questo punto Bianchi si trovò (come del resto accadde a molti grandi aziendalisti italiani, e come meglio dirò più avanti) di fronte a un’esperienza sconcertante e dolorosa. Lasciamo che lui stesso ce la racconti[32]:

L’amministrazione del Banco, che non poteva o non voleva gestire la partecipazione, pensò di mobilitare alcuni imprenditori del settore, definiti dalla stampa come “palazzinari”, i quali contestarono in seguito, in tutto o in parte, l’operazione, che mi parve, potrei sbagliare, per loro più di natura speculativa che non di investimento di lungo termine. Sindona, a sua volta, contestò il Banco, affermando che non poteva disporre del pacchetto azionario. La magistratura aprì fascicoli di indagine penale, e anch’io mi ritrovai con una comunicazione giudiziaria.

Tancredi ha ragione, ma desidero dirgli, con fraterno affetto, che casi simili sono capitati a tutti gli accademici che si sono trovati in posizioni rilevanti: ho descritto con puntiglio quanto accadde a me, per analoghi motivi[33]. E noi siamo stati, caro Tancredi, tra i fortunati, poiché ne siamo usciti subito. Altri nostri ottimi colleghi (che se viventi non nomino per non riaprire ferite ancora dolenti) hanno penato molto di più: talvolta fino all’appello[34]. E come non ricordare il caso doloroso dell’innocente Antonio Confalonieri[35], che morì prima di giungere all’appello! Dell’Amore, poi, che fu nostro comune sostenitore e amico, morì addirittura prima del processo di primo grado, nel quale tutti gli altri suoi “coimputati” sopravissuti vennero assolti con formula piena[36]!

Tancredi Bianchi ha avuto frequentemente a che fare con le banche, della cui gestione si era occupato, ottenendo spesso risultati importanti: quale fu il suo intervento meglio riuscito?

Nel campo della gestione di banche in posizioni eminenti, Tancredi raggiunge l’acme, tra il 1981 e il 1988, col Credito Bergamasco, a quell’epoca indipendente.

Ci facciamo raccontare da lui stesso questa esperienza poiché non ebbi l’opportunità di seguirlo nell’opera validissima svolta in favore della banca bergamasca[37]:

Il patrimonio netto contabile del Credito Bergamasco era, alla fine degli anni Settanta dello scorso secolo, di circa 4 miliardi di lire; nel 1988, ultimo bilancio della mia gestione, ammontava a 600 miliardi di lire. Nel contempo, il numero dei soci crebbe da quattromila a ventimila, e la capitalizzazione di mercato (le azioni erano quotate al mercato ristretto) aumentò, tenuto conto degli aumenti di capitale, di quattrocento volte. Scusate se è poco!

E ancora, sul dilemma «se espandersi o essere assorbiti da altri», racconta:

Negli anni Ottanta, quando il Credito Bergamasco raggiunge la punta di redditività, di efficienza organizzativa, di solidità patrimoniale, l’eccesso di prudenza fece perdere molte occasioni, giudicate al momento assai rischiose. Toccai con mano la validità del proverbio: «chi non risica, non rosica».

Come presidente di Assbank tentai una prima soluzione: tutte le banche dell’associazione avrebbero dovuto partecipare alla ricapitalizzazione dell’Ambrosiano e al risanamento della banca. Una via consortile, ma il Consiglio d’Amministrazione del Credito Bergamasco declinò unanime l’invito a partecipare all’iniziativa proposta, che segnò invece l’inizio dell’ascesa nel mondo bancario di quel grande personaggio che è Giovanni Bazoli.

Mancato l’appuntamento con l’Ambrosiano e con la Provinciale Lombarda (la Popolare di Bergamo si rifarà in parte acquistando dal Nuovo Banco Ambrosiano, in fase di ristrutturazione e di risanamento, il Credito Varesino), il Credito Bergamasco restò una banca ricca, piccola, efficiente, senza nessuno scheletro nell’armadio, ma estremamente appetibile, giacché non aveva vocazione di essere aggressiva. Non sapeva tessere la tela delle alleanze, e anch’io non ero un soggetto adatto al proposito. Verso la fine degli anni Ottanta, il Credito Bergamasco venne scalato.

Come tutte le scalate fu un’operazione che si manifestò con svariati aspetti negativi. Fra i tanti uno tuttavia risultò particolarmente inaspettato e antipatico: la immediata e brutale “defenestrazione” del protagonista di tanti successi mentre era costretto in sala di rianimazione da un infarto!

La scalata, iniziata dal Gruppo Preatoni (uno scalatore-speculatore), fu conclusa dal Crédit Lyonnais che lanciò l’OPA.

Scrive Tancredi[38]:

L’operazione del Crédit Lyonnais si perfezionò nel 1989, e nell’aprile di quell’anno, il giorno 2, io fui colpito da infarto miocardico. Sette giorni dopo, mentre ero in camera di rianimazione all’ospedale, il Consiglio mi destituì dalla carica di presidente, che avevo assunto nel novembre dell’anno prima. Lasciai il Creberg alla scadenza naturale del mandato di consigliere d’amministrazione, nel 1990.

Dunque pur in presenza di grandi meriti acquisiti durante otto anni di brillante attività, destituito mentre si trovava in camera di rianimazione! Si è mai visto nulla di simile? Dopo vent’anni non so ancora trattenere lo sdegno! Fu una vera vergogna!

Negli anni Novanta Tancredi Bianchi fu chiamato a presiedere l’ABI e altri importanti organismi nazionali del settore bancario?

Anche del periodo di Tancredi come presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, direttamente so poco, salvo che la proposta gli venne nel 1991 dal professor Pellegrino Capaldo (foto a p. 377) e dal dottor Cesare Geronzi (all’epoca presidente e direttore generale del Banco di Roma) e che una “commissione di saggi” presieduta dal professor Bazoli lo designò, così che fu nominato con voto unanime nel luglio 1991.

Lui stesso ci racconta il programma che espose con molta franchezza al Governatore dell’epoca, Guido Carli[39]:

A Carli dissi che mi proponevo, come presidente dell’Abi, di non difendere idee e di non sostenere tesi che non avrei esposto ai miei scolari all’Università Bocconi e nelle mie pubblicazioni scientifiche. Non volevo pensare di difendere il sistema bancario con compromessi, piegando il ginocchio davanti ai potenti del momento. Sorridendomi commentò: «Non sarà facile».

Ma nella sostanza credo di esserci abbastanza riuscito. Anche essendo scomodo per alcuni colleghi del comitato esecutivo dell’Abi, inevitabilmente solleciti agli interessi contingenti della banca cui erano preposti.

All’ABI Tancredi rimase dal 1991 al 1998. E per ben 21 anni (dal 1982 al 2003) fu presidente dell’Associazione Nazionale delle Aziende Ordinarie di Credito.

Il suo eminente amico non ha comunque mai dimenticato i legami di simpatia e di vicinanza con la principale banca bergamasca: la Banca Popolare di Bergamo...

Tancredi Bianchi è sempre stato un amico della Banca Popolare di Bergamo. Anche se i suoi importanti incarichi al Credito Bergamasco e poi alla presidenza di ABI gli consentirono solo tardi, e per un breve periodo (come presidente di Centrobanca), di assumervi incarichi.

Egli infatti entrò al Credito Bergamasco nel 1981, anno in cui io divenni presidente del collegio sindacale della Banca Popolare di Bergamo (carica che ricoprii per 26 anni); lo incontrai solo tra il 2000 e il 2003 in Centrobanca.

Ma durante tutti questi 26 anni (tra il 1981 e il 2007) l’incontro con Tancredi era per me un’occasione di amichevole, quasi familiare confronto durante le interminabili assemblee annuali dei soci. Quelle ore mi fornivano l’occasione di scendere dal palco (dove stavano i vertici della banca) e sedermi accanto a lui per salutarci e scambiare opinioni: questa per me era, spesso, la parte più interessante dell’assemblea.

Negli ultimi anni, quando non reggevo più le 5-6 ore di assemblea, attendevo l’intervento di Tancredi (durante il quale al normale brusio di sottofondo, che centinaia e perfino migliaia di soci inesorabilmente generavano, si sostituiva un religioso silenzio). Era di solito il solo intervento che mi interessasse; al termine spesso mi scusavo col presidente e uscivo.

Della recente monumentale opera sulla storia della Banca Popolare di Bergamo[40], Emilio Zanetti ricorda in prefazione che il motto che ne costituisce il sottotitolo (Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo) è stato coniato da Tancredi, che è stato anche l’autore della “parte concettuale” del libro, con le 46 pagine dedicate a “Il mutamento di scenario degli ultimi quarant’anni”.

In essa dimostra, oltre che le sue ben note competenze, l’affetto che lo lega non solo alla principale banca, ma l’amore per la terra bergamasca, dove è nato e dove ha vissuto, pur spaziando in tutto il Paese e su più vasti orizzonti per la sua attività professionale e di ricerca. A lui stesso, dunque si attaglia il motto che ha creato: «Con i piedi nel borgo e la testa nel mondo».

Lei parla professore, con entusiasmo e perfino con commozione della lectio di ringraziamento pronunciata dal professor Bianchi, in Bocconi, il 1° dicembre 2009. Ce ne vuol dire i motivi?

Considerate la vostra semenza”: questo è il titolo della lectio di ringraziamento che Tancredi Bianchi svolse all’Università Bocconi il dicembre 2009: quella cui ho partecipato “a ogni costo”, come ho detto all’inizio di questa intervista. Ne avevo ben ragione: non ho mai sentito nulla di più affascinante e coinvolgente. È un capolavoro e la condivido di tutto cuore!

In Appendice al capitolo sono riportati alcuni passi tratti dalla lectio: raccomando a tutti i bocconiani (di ieri e di oggi) di leggerla con attenzione[41].

La lectio è anche una disamina originale e puntuale delle vere cause fondamentali della crisi bancaria e finanziaria internazionale scoppiata nel 2007: con riguardo specifico agli errori commessi dalle banche e spesso condivisi, nel corso degli ultimi decenni, da supponenti accademici, specie anglosassoni. I quali dovrebbero, un giorno o l’altro, decidersi a recitare il mea culpa.

La Bocconi ha il merito di preparare uomini di valore come Tancredi Bianchi; la Bocconi a sua volta dovrebbe essere orgogliosa di quanto riesce a fare e dovrebbe avvertire un debito di riconoscenza nei confronti di chi consolida e diffonde la sua fama.

Certamente verso Tancredi Bianchi la Bocconi ha un grande debito di riconoscenza: egli ha contribuito, con la ricerca, con l’insegnamento, con gli importanti incarichi pubblici a diffondere in tutta Italia e nel mondo la fama della nostra università.

Da lui i bocconiani di Finance e di altri dipartimenti aziendali hanno ancora oggi molto da imparare: vorrei che se ne rendessero conto, per il bene loro e dei loro allievi. Non so se abbiano letto la lectio di ringraziamento di Tancredi Bianchi; se non l’anno fatto, l’ho già detto, li esorto a farlo. Un giorno lo ringrazieranno.

E sono stato felice quando, con l’aiuto di Mario Monti e di Gavino Manca, l’abbiamo chiamato nel Consiglio dell’Istituto Javotte Bocconi – Amici della Bocconi: l’organo – come recita la “missione” dell’Istituto – che

si pone come principale punto di riferimento delle scelte strategiche e di governance dell’Università, in coerenza con lo spirito animatore dei Fondatori e facendo tesoro dell’importante patrimonio culturale acquisito nel tempo.

Questo legame, caro Tancredi, mi auguro che duri a lungo, quand’anche io non ci fossi più.

Appendice

Dalla lectio di ringraziamento di Tancredi Bianchi (letta il 1° dicembre 2009 in occasio...

«Considerate la vostra semenza». Nel ventiseiesimo canto dell’Inferno, il canto di Ulisse, Dante fa pronunciare all’eroe queste parole, dirette ai vecchi compagni di tante battaglie e avventure, per incitarli a superare le mitiche “colonne d’Ercole”:

Considerate la vostra semenza

fatti non foste per viver come bruti

ma per seguire virtute e conoscenza.

Sono versi, soprattutto gli ultimi due, che i docenti nelle scuole medie superiori, sottolineano; che i giovani alunni mandano agevolmente a memoria; che restano nel subconscio di ognuno, per ritornare in varie occasioni alla mente e per essere non di rado ripetuti.

Il suono del primo verso mi sovviene spesso, quando penso che la ventura mi diede per Maestro il professore Gino Zappa. Nel suo insegnamento vi è la mia semenza. E resta indelebile il ricordo della prima lezione che ascoltai alla Bocconi, ormai più di sei decenni fa, allorché quello che poi scelsi come Maestro disse agli scolari presenti: «Voi sapete che cosa studiate con me: l’oggetto della disciplina è l’azienda di cui investighiamo le regole economiche di vita». Nel 1957, con la pubblicazione del primo volume de Le produzioni, il professor Zappa scrisse che «l’azienda è un istituto economico destinato a perdurare».

La semenza era gettata nella mia giovane mente; la mia aspirazione, seduto ad ascoltare il docente di fama, non era solo di eleggerlo a mio Maestro, ma di comprendere come si doveva studiare, cogliendo l’importanza di non prescindere mai dall’oggetto della dottrina che avrei scelto di professare. E mi fu chiaro il sottotitolo di un libro, scritto da uno dei primi allievi con l’amorevole controllo e impulso del Maestro, che leggeva ogni parola dei manoscritti dei discepoli, correggeva e suggeriva. Mi riferisco a La Banca. Principi di economia delle aziende di credito di Ugo Caprara.

La semenza è l’“economia di azienda” come fu investigata e professata dalla Scuola dello Zappa e dei suoi epigoni. Penso di condividere tale punto con scolari e colleghi che oggi mi ascoltano. La ricerca scientifica riguarda molteplici campi, a ognuno spetta di scegliere la via da percorrere per giungere al traguardo di una migliore percezione e contezza dell’oggetto investigato. Abbandonare la via, per la suggestione di eleganti formalismi di altre discipline, significa solo percorrere con fatica, e con scarsa speranza di potere contribuire a nuove conoscenze, una strada ormai non propria giacché non praticata all’inizio della carriera accademica.

L’economia delle aziende di credito, l’economia delle banche come imprese, è disciplina che muove dai principi generali dell’economia di azienda. Questa, secondo me, è la semenza che dobbiamo considerare. (...)

La crisi bancaria e finanziaria internazionale, emersa nell’estate 2007 e in via di graduale superamento, ha offerto l’occasione agli studiosi di vivere direttamente un caso di studio spesso meditato sui testi. Essa ha dimostrato che le banche entrate in difficoltà, sia in America, sia in Europa, avevano cercato di rendere (relativamente) massimo il ROE, con una visione speculativa di breve periodo, cercando di eludere il principio dell’adeguatezza del capitale proprio. Tali criteri non sono nella nostra semenza. Nella quale troviamo, invece, il germe prezioso della definizione dell’azienda come istituto economico destinato a perdurare, quindi dell’analisi delle condizioni di equilibrio – economico, finanziario e patrimoniale – di lungo periodo, come fondamento della investigazione dell’economia di uno specifico tipo di impresa. (...)

Credo possa tenersi altrettanto per fermo un altro punto: se la funzione monetaria dei debiti connette in sistema le imprese bancarie, bisogna evitare che le difficoltà di una singola banca si traducano in contagio epidemico per il sistema stesso. Ciò presuppone solidarietà all’interno del sistema, per cui in tale ambito si debbono ritrovare le risorse per superare le difficoltà di una singola o di singole banche, nonché l’accettazione del principio, che pare a prima vista grossolano, come si pensa comunemente per molti dati statistici, che i pericoli medi/normali di perdite sugli attivi bancari vadano calcolati a livello di sistema e non di singole banche, come invece vorrebbero soprattutto le maggiori aziende di credito, le quali con la tesi che le dimensioni operative possono avere un effetto di riduzione del rischio economico complessivo di gestione, sono riuscite a fare prevalere tale pensiero in sede di criteri internazionali di vigilanza prudenziale. Anche a tale proposito, l’insegnamento della crisi bancaria e finanziaria internazionale, emersa nell’estate 2007, può ammaestrare. E la nostra semenza conferma nel convincimento suddetto. (...)

Necessita, pertanto, fermare l’attenzione su come perseguire la stabilità dei capitali di controllo nel tempo, data l’occorrenza, alla lunga, di nuovi conferimenti di capitali di rischio, sia per consentire il rigoroso rispetto dei principi di vigilanza prudenziale, sia per permettere la crescita delle dimensioni operative nell’ampliato orizzonte spazio-temporale dell’attività bancaria. La presenza nel capitale delle banche e il ruolo degli investitori istituzionali con visioni di lungo termine sono fondamentali. La risposta errata è quella per cui i managers antepongano la tutela degli shareholders a quella, complessiva e armonizzata, di tutti gli stakeholders. (...)

La saggezza sta nel comporre le antitesi dei potenziali conflitti di interesse tra tutti gli stakeholders, l’imprudenza sta nel privilegiare l’unilateralità degli interessi degli shareholders, ricercando, a tal fine, il rispetto non puntuale delle norme di vigilanza prudenziale; la saggezza, ancora, sta nel non introdurre operazioni rischiose, di pura sorte, come molti prodotti finanziari derivati, nelle relazioni di clientela, alla caccia di ricavi per commissioni e provvigioni; l’imprudenza sta nel perseguire alti gradi di redditività non sostenibili nel medio-lungo termine. Giacché, secondo la nostra semenza, le banche sono istituti economici destinati a perdurare. (...)

Nel caso dell’impresa banca va ribadito un aspetto non commendevole nella recente crisi finanziaria: ossia i possibili vantaggi – in termini di agevolare la stabilità degli assetti proprietari e di aumentare nel breve periodo il grado di return on equity, le dimensioni operative e i compensi per i managers – connessi con un aggiramento degli obblighi di vigilanza prudenziale in materia di adeguatezza dei mezzi propri. Tali tipi di scelte non possono essere cifra del buon insegnamento della semenza della nostra disciplina. (...)

Non è nostro compito disquisire in termini giuridici in merito agli effetti finali di un processo di securitization. La nostra semenza ci dice di insegnare che le obbligazioni emesse direttamente o per via mediata, da una banca, per concretare quel processo, hanno un diritto (privilegiato) al rimborso, giacché, quando escono dal circuito degli investitori istituzionali, sono una forma alternativa di raccolta di risparmio. (...)

Rivendere sistematicamente e con continuità prestiti, senza effettiva possibilità di due diligence da parte dei compratori, e credere di averli ceduti “senza garanzia”, penso sia pura illusione, se si vuole tutelare la propria reputazione. Non prevedere un coefficiente patrimoniale per gli attivi bancari di cui si tratta, credo sia un errore di vigilanza. Pensare che se si concreta una crisi, e conseguentemente cadono anche i profitti bancari e finanziari, sia tempestivamente possibile ottenere conferimenti a pareggio dei capitali propri carenti, reputo sia una speranza sostanzialmente vana.

Salvo consentire mutamenti di assetti proprietari delle maggiori banche, a prezzi particolarmente scontati.

La nostra semenza ci ricorda che i capitali propri delle banche non solo debbono essere mobilitati anche in proporzione alle cartolarizzazioni promosse, ma che una banca bene amministrata dovrebbe avere mezzi di diretta pertinenza oltre il limite richiesto, nella situazione contingente, dalle norme di vigilanza.

E la nostra semenza ci ricorda ancora che il ricorso alla leva finanziaria, con i collegati crescenti rischi di liquidità, non è sempre condizione utile, né tanto meno sufficiente, per la continuità e la relativa stabilità dei profitti a lungo termine. (...)

Molti commentatori dei fatti inerenti alla crisi iniziata nella estate 2007 giungono all’affermazione che sia vantaggioso e conveniente che i banchieri tornino a fare i banchieri! Credo che taluni tipi di operazioni e di attività, non propriamente nella tradizione delle banche, ancorché universali, debbano concretarsi in modo distinto. Il banchiere bon à tout faire non è una categoria concreta. (...)

Nella nostra semenza vi è l’antico motto, riferito a Maffeo Pantaloni, che in ogni disciplina esistono soltanto due scuole: quella di coloro che sanno e l’altra; ossia quella di coloro che credono di sapere solo perché con passo più lento hanno studiato i particolari di una pianta dimenticando il bosco del quale è parte. Ma ai giovani va prospettato il bosco. E vanno posti in grado di potere poi studiare e capire anche i particolari di ogni singola pianta.

L’arte di fare banca, o forse solo il mestiere di essere banchieri, è antica e molti principi di condotta hanno ormai superato la prova del tempo. Ma i banchieri, ancorché categoria professionale quasi mai amata, non debbono essere ricordati per spericolate avventure finanziarie, o per avere goduto il temporaneo favore dei potenti essendosi trasformati in funzionari del “consenso politico”, ma per il prudente coraggio di avere amministrato il risparmio, di avere finanziato la crescita economica, di avere tutelato tutti gli interessi gravitanti intorno al credito e alla moneta.

1

Tancredi Bianchi, Banca e Borsa. Un percorso di vita, di studi e di esperienze, Spirali, Milano, 2007.

2

Ivi, pp. 9 e ss.

3

Ivi, pp. 11 e ss.

4

La cancellazione della storia – scrive Alberoni (Corriere della Sera, 2 novembre 2009) – è una pedagogia «copiata dagli Stati Uniti, un Paese senza storia che cerca di annullare le radici storiche dei suoi abitanti per farne dei cittadini. Ma applicarla all’Italia, che è il prodotto di una stratificazione storica di 3000 anni e all’Europa che ha radici culturali greche, romane e giudaico-cristiane, vuol dire distruggerne l’identità. Al contrario di noi, la civiltà islamica e quella cinese studiano accanitamente la propria storia per conoscersi e rafforzarsi».

5

T. Bianchi, op. cit., p. 13.

6

Ivi, p. 16.

7

Ivi, p. 136.

8

Ivi, p. 22.

9

Ivi, p. 22.

10

Ivi, p. 23.

11

Ivi, p. 26.

12

Ivi, p. 26.

13

Ivi, p. 25.

14

Ivi, pp. 25 e ss.

15

Si veda in questo libro, pp. 290 e ss.

16

Si veda il caso di Mignoli, in questo libro, p. 111 e ss.

17

Si veda Li ho visti così 1, p. 69.

18

Si veda Li ho visti così 1, pp. 45 e ss.

19

T. Bianchi, op. cit., p. 36.

20

Ivi, p. 47.

21

Ivi, pp. 50 e ss.

22

M.A. Romani (a cura di), Banca Popolare di Bergamo 1986-2009. Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo, UBI-Banca Popolare di Bergamo, 2009.

23

Ho chiesto a Tancredi di consentirmi l’onore e il piacere di riprodurre l’intero scritto come editoriale sulla rivista da me diretta, La valutazione delle aziende (n. 55, dicembre 2009), alla quale sono particolarmente affezionato. Voglio, infatti, condividerlo con tutti i miei più affezionati lettori.