Il mondo di Guatri
2026/7
Rinaldo Ossola
Bocconiano. Durante la guerra rappresentò a Lisbona la Banca d’Italia della quale fu poi direttore generale. Fu ministro del Commercio estero e infine presidente post Calvi del Credito Varesino
Quando arrivò al Credito Varesino, vi trovò come presidente Rinaldo Ossola: un nome molto noto e apprezzato nel mondo finanziario italiano e politico. Vi era entrato, se ben ricordo, dopo l’“epoca Calvi”?
È vero. Giunse al Credito Varesino quando quest’ultimo era appena uscito da una storia travagliata (Riquadro 1). Scrive Tancredi Bianchi, con la sua tipica lucidità[42]:
Con l’acquisto del Credito Varesino e con il conseguente “salto” dimensionale, la Banca Popolare di Bergamo si avviò ad occupare una posizione consolidata di rilievo nel panorama del sistema bancario italiano. Divenne una banca di “aggregazione”, alla testa di un gruppo creditizio, con il core business di sostenere le piccole e medie imprese di un’area particolarmente vigorosa dell’economia lombarda e nazionale.
Il Credito Varesino aveva un azionariato di minoranza molto frazionato, per molti aspetti omogeneo a quello della capogruppo. Ma ritrovare occasioni simili in banche costituite nella forma di società per azioni, in un tempo in cui il processo di privatizzazione del sistema bancario non era ancora iniziato, non era certo agevole né probabile.
Riquadro 1 Breve storia del Credito Varesino
Il Credito Varesino venne fondato a Varese il 27 marzo 1898 con la denominazione di Banca Cooperativa di Varese e circondario per iniziativa di un gruppo di imprenditori locali e iniziò a operare nel giugno dello stesso anno con uno sportello nel centro di Varese.
L’istituto crebbe in parallelo con lo sviluppo produttivo della zona, indirizzando la propria attività verso le medie aziende e l’artigianato fino ad assumere una posizione preminente nel settore creditizio in provincia di Varese. Nel 1906 assunse l’attuale denominazione trasferendo la sede sociale in via Veneto 2.
Legato tradizionalmente alla provincia di Varese ma presente fin dal 1935 a Milano, iniziò nel dopoguerra una fase fortemente espansiva. All’inizio del 1973, il 27% del Credito Varesino venne acquistato da La Centrale, che nei successivi esercizi aumentò gradualmente la sua partecipazione fino a raggiungere nel 1977, con oltre il 57% del capitale, il controllo della banca, sostituendosi alla Invest del gruppo Bonomi.
Nel 1975 entrò a far parte del Consiglio d’Amministrazione Roberto Calvi e nel 1976 Giuseppe Bolchini lasciò la carica di presidente. Da quel momento l’influenza del Banco Ambrosiano divenne dominante e La Centrale assunse il compito di ammodernare le procedure informatiche dell’istituto.
L’attività del Credito Varesino si sviluppò con una posizione molto spinta sul mercato dell’interbancario che nel 1981 raggiunse il 33% del totale della provvista e il 53% degli impieghi. Alla vigilia del tracollo del Banco Ambrosiano il Credito Varesino aveva un’ottima clientela e un buon patrimonio (63 miliardi di lire).
Purtroppo l’influenza del Banco Ambrosiano lasciò pesanti eredità. Infatti, oltre alla perdita di 9 miliardi subita sulle azioni del Banco Ambrosiano detenute in portafoglio, il Varesino fu coinvolto in un’azione giudiziaria con tre banche aventi sede nell’America centrale e meridionale che, come riporta il bilancio al 31 dicembre 1982, «non hanno provveduto al rimborso, alle rispettive scadenze, di nostri depositi, adducendo pretestuosi collegamenti di gruppo in relazione a loro crediti vantati verso una consociata estera del Banco Ambrosiano».
La vertenza, conclusasi nel 1984, comportò per il Credito Varesino una perdita di 78 miliardi.
(C. Bellavite Pellegrini, Storia del Banco Ambrosiano, Laterza, Roma-Bari pp. 419-421; informazioni tratte dallo scritto di G. Frigeri (in M.A. Romani, op. cit., p. 288)
Credo che uomini come Lorenzo Suardi, Emilio Zanetti e Giuseppe Antonio Banfi avessero già allora ben chiarita l’idea che non si può costruire un gruppo creditizio senza che sia possibile una forte coesione di persone, di soci, di combinazioni produttive e di coordinazioni finanziarie. O l’operazione Credito Varesino era un episodio, o era l’inizio di una via da seguire, con la tenacia e con la pazienza di chi guarda, nell’economia delle aziende, al lungo periodo. Maturava il tempo in cui Emilio Zanetti sarebbe divenuto il nuovo presidente della Banca Popolare di Bergamo e avrebbe dovuto fare fruttare i semi gettati con la presidenza Suardi.
Considero una vera fortuna di aver incontrato, entrando nel maggio 1984 nel Credito Varesino come presidente dei sindaci, un presidente di eccezionale levatura, con una storia di successi; e per di più bocconiano “purosangue”, qual era Rinaldo Ossola (un cognome tipicamente lombardo: era nato a Lecco nel 1913). Vi era entrato da un anno (giugno 1983), designato dal Nuovo Banco Ambrosiano, che – come si è detto – all’epoca, attraverso La Centrale, controllava la maggioranza delle azioni della banca. E vi rimase fino alla prematura morte, che avvenne nel dicembre del 1990, cioè per oltre 7 anni.
Lei sostiene che i rappresentanti della Banca Popolare di Bergamo entrarono, secondo il loro costume, “in punta di piedi” nel Credito Varesino?
È così. L’assemblea di bilancio del maggio 1984 ne è la prova. Sei consiglieri d’amministrazione furono confermati (tra di essi, oltre a Rinaldo Ossola, rimasero anche altri già amministratori: Giovanni Babini, Angelo Corbella, Roberto Marcora, Sergio Orlandi e Cesare Mazzola Conelli). I bergamaschi entrarono in 5: oltre a Andrea Gibellini e Giovanni Riva (condirettori della Banca Popolare di Bergamo), i dirigenti Iacherini, Berera e Manzoni.
Il Consiglio post-assemblea elesse (oltre a Rinaldo Ossola come presidente, due vicepresidenti: Cesare Mazzola Conelli e Giovanni Riva). Direttore generale rimase Pietro Forti (una figura molto stimata), che assicurava la continuità della gestione operativa della banca.
La vecchia gestione del Varesino di Calvi aveva lasciato nei bilanci pesi negativi?
Sì, nei crediti in sofferenza e per cifre rilevanti: circa 90 miliardi di lire nei confronti di tre banche peruviane[43], oltre a 60 miliardi di lire nei confronti del Gruppo Rizzoli. Sul punto Ossola cercò in assemblea di tranquillizzare i piccoli azionisti: il “fondo rischi” era adeguato.
Per rafforzare il patrimonio, in ogni caso, l’assemblea decise anche la vendita di azioni proprie alla Banca Popolare di Bergamo. Scrisse in proposito La Repubblica del 27 maggio 1994:
Come si sa, il Credito Varesino detiene azioni proprie in numero di 2.147.046 ad un prezzo di carico di appena 2.561 lire cadauna. Ebbene l’assemblea ha autorizzato il Consiglio d’Amministrazione ad alienare in tutto o in parte dette azioni alla Banca Popolare di Bergamo al prezzo di 7.500 lire cadauna purché la banca bergamasca formalizzi una proposta in tal senso. Si sa che la Banca Popolare di Bergamo acquisterà di sicuro dette azioni sia perché servono ad acquisire la maggioranza assoluta del Credito Varesino sia per una specie di fair play che in ogni caso concorre a rafforzare il patrimonio della controllata. Infatti con questa operazione il Credito Varesino verrà ad acquisire una plusvalenza di 10,6 miliardi.
Come vede, caro Ermes, un’entrata più soft di così sarebbe difficilmente immaginabile.
Mi dica, caro professore: come si trovò col presidente Ossola durante quei sette anni?
Quei 7 anni, trascorsi partecipando ai rituali Consigli d’Amministrazione mensili, alle assemblee annuali, agli incontri richiesti da ragioni speciali, mi consentirono di apprezzarne le straordinarie doti. Non avrei mai creduto, un giorno, di diventarne il successore.
I sette anni di presidenza Ossola sotto il controllo della Banca Popolare di Bergamo diedero eccellenti risultati (Tabella 1). La raccolta da clientela passò da 2.665 a 3.993 miliardi di lire (+ 50%); gli utili netti da 19,7 a 35,3 miliardi di lire (+ 79,2%); gli accantonamenti annuali si moltiplicarono per 4,6 volte.
Una sua decisione che mi riesce difficile comprendere, caro professore, fu l’assunzione, dopo la morte del dottor Ossola, della presidenza del Varesino nel dicembre del 1990. Come riuscì a conciliare i suoi impegni accademici e professionali con la presidenza di una banca a Varese? Oltretutto, questa era anche incompatibile con la funzione di sindaco di Banca d’Italia, che infatti abbandonò. Come la presero i vertici di Banca d’Italia?
Cerco di spiegare il tutto in breve. Con la dolorosa scomparsa di Rinaldo Ossola, si pose il problema di sostituirlo. A Bergamo credo si sia discusso parecchio su come si potesse procedere. Mi resi conto che, stranamente, pur essendo il presidente del collegio sindacale del Varesino, non venivo consultato (come di norma accadeva in simili occasioni).
Dopo qualche tempo, Zanetti e l’avvocato Calvi (l’ascoltato vicepresidente di Banca Popolare di Bergamo) chiesero d’incontrarmi: credetti che volessero appunto consultarmi per la sostituzione. Con mia vivissima sorpresa, mi chiesero, invece, di assumere la presidenza della banca (sia pure per qualche tempo, mentre si studiava la “fusione”). Cercarono di rassicurarmi e di alleggerirmi l’impegno: mi avrebbero dato come direttore generale Andrea Gibellini, un manager di alto livello, che era stato a lungo il vice di Banfi in Banca Popolare di Bergamo, che conoscevo benissimo e apprezzavo altrettanto.
Tabella 1 Andamento del Credito Varesino 1984/91 (L/mld)
|
Bilancio |
Depositi da clientela |
Utili netti |
Accantonamenti |
|
31/12/1984 |
2.665 |
19,7 |
16,1 |
|
31/12/1985 |
2.853 |
23,2 |
32,8 |
|
31/12/1986 |
3.086 |
31,1 |
56,3 |
|
31/12/1987 |
3.189 |
25,6 |
35,0 |
|
31/12/1988 |
3.283 |
26,3 |
50,4 |
|
31/12/1989 |
3.590 |
30,6 |
52,8 |
|
31/12/1990* |
3.933 |
35,3 |
73,9 |
|
31/12/1991* |
4.234 |
37,1 |
79,4 |
* A firma L. Guatri (presidente).
Tra i miei dubbi (oltre all’impegno non trascurabile) era proprio la probabile incompatibilità con la presenza nel collegio sindacale di Banca d’Italia, cui già partecipavo da 10 anni. Quegli incontri mensili col Consiglio superiore, col direttorio, col Governatore Carlo Azeglio Ciampi (che ogni volta teneva, a fine Consiglio, un breve ma interessantissimo esame della situazione generale dell’economia italiana e internazionale) mi sarebbero mancati...
I miei due amici insistettero, perciò decisi di telefonare al direttore della sede di Banca d’Italia di Milano, Alfio Noto. Egli, col consueto garbo, mi espresse subito i suoi seri dubbi, pur riservandosi di chiarirli immediatamente con Roma. La risposta fu, ovviamente, negativa; anche se, considerata la motivazione – mi rassicurò l’autorevolissimo dottor Noto – avrei incontrato la comprensione del Governatore e del direttorio.
In conclusione, accettai: al 50 per cento per non dispiacere ai miei amici (in particolare a Zanetti); e al 50 per cento perché attratto – come non di rado mi è accaduto nella vita – dal desiderio di una nuova e importante esperienza: che ben sapevo sarebbe stata quella di guidare la banca verso la fusione, compito che mi era congeniale. Divenni così il presidente del Credito Varesino[44].
Partecipando per l’ultima volta al Consiglio Superiore di Banca d’Italia, pochi giorni dopo, il Governatore Ciampi, in un pranzo di commiato, alla presenza di tutto il direttorio, dei consiglieri, dei sindaci, mi salutò con parole di apprezzamento: al di là di ogni mia attesa. Quando, in veste di Presidente della Repubblica, lo incontrai nel corso del suo settennio (all’Università Bocconi, all’ISPI, o in altre occasioni) mi salutò con aperta cordialità, qualche volta anche al di là delle strette formule del protocollo (aveva conservato, dunque, un buon ricordo: le dimissioni non avevano lasciato alcuna traccia!).
La carica di presidente del Credito Varesino le consentì di ricordare il dottor Ossola in una cerimonia pubblica a Varese, che Lei – mi ha detto – ha tra i suoi più vivi ricordi.
Sì, proprio il mio incarico mi portò, agli inizi del 1991, a commemorarlo ufficialmente, in una cerimonia pubblica a Varese, nella quale (Riquadro 2) lo ricordai nelle due fasi estreme della sua vita professionale: la laurea all’Università Bocconi del 1935; la presidenza del Varesino del settennio 1983/90. Lo ricordai – davanti alla consorte – nella mia veste, in quel momento, di legale rappresentante delle due istituzioni, consegnando alla Signora Ossola il quadro riproducente l’originale del verbale di laurea di suo marito (foto a pp. 374-375).
Riquadro 2 In memoria di Rinaldo Ossola: commemorazione nella Sala assemblee del Credito Varesino (1991)
Il mio breve intervento ricorderà la figura di Rinaldo Ossola, per una singolare casualità, nelle due fasi estreme della Sua luminosa vita professionale.
Come bocconiano, e in questo momento nella veste di legale rappresentante dell’Università Bocconi, ricordo lo studente Ossola Rinaldo nei termini in cui la Sua carriera scolastica è riepilogata nel processo verbale n. 1887 degli esami di laurea, in data 9 novembre 1935. Quel verbale, nel consacrare col “110 e lode” un curriculum straordinario (con una media di punteggio degli esami di 28,5 e sei lodi: i massimi risultati espressi per quell’anno accademico) ricorda la tesi dal titolo L’imposta straordinaria sul patrimonio dal punto di vista economico-finanziario. Una tesi discussa con l’economista professor Gino Borgatta. Il curriculum ricorda altresì che, nei 4 anni di studi, Egli fruì di due Borse di studio per il perfezionamento in Inghilterra, nel 1933/34 e nel 1934/35 (presso la London School of Economics).
Il verbale dell’esame di laurea reca firme di docenti rimasti nella storia della Bocconi: oltre a quella di Borgatta, si riconoscono quelle di Ugo Caprara, Mortara, Boldrini, Coletti; e, come sempre in quell’epoca, quella del direttore della Segreteria, Girolamo Palazzina.
A ricordo di quella giornata del 9 novembre 1935 ho il piacere e l’onore di consegnare alla Signora Ossola il quadro che riproduce l’originale del verbale di laurea.
Ricordo anche che, dai nostri atti ufficiali, risulta che per gli anni accademici 1937/38 e 1938/39 Egli fu assistente alla Cattedra di Scienza delle finanze e Diritto finanziario. (...)
Come vi dicevo all’esordio, nella veste di attuale presidente del Credito Varesino ho altresì l’onore di ricordare l’ultimo impegno ufficiale della vita professionale di Rinaldo Ossola: la presidenza dell’Istituto, che egli ricoprì dal 25 giugno 1983 fino alla morte, cioè per oltre 7 anni.
In tale funzione Egli ha guidato esemplarmente la Banca, dedicando ad essa l’incomparabile contributo della Sua dottrina e della Sua vastissima esperienza in campo finanziario e monetario.
Quando ne assunse la presidenza, il Credito Varesino usciva da una travagliata vicenda di appartenenza al Gruppo Banco Ambrosiano. Una presidenza così prestigiosa, giovò non poco alla soluzione dei problemi e a riportare la Banca in condizioni di normalità e credibilità.
Durante i 7 anni, oltre ad apportare il prestigio della Sua personalità, fu generoso di indicazioni e suggerimenti che promanavano dall’elevata preparazione tecnica, dalla multiforme esperienza e, non ultimo, dalla sensibilità e dalla signorilità del Suo animo.
La Sua disponibilità per l’Istituto era totale e ad essa non interpose mai se stesso e i propri bisogni, in un vero e proprio spirito di servizio sottolineato da quella autentica modestia che sempre contraddistingue i grandi uomini.
Di fronte a situazioni complesse, il Suo giudizio fu sempre sereno e capace di prospettare soluzioni di grande equilibrio. Il Suo esame tendeva all’analisi di tutte le circostanze dei problemi, individuando e facendo emergere quelle che, per entità e consistenza, anche morale, avrebbero potuto maggiormente influire sulle scelte o sulle decisioni.
La figura e l’opera del dottor Rinaldo Ossola costituiscono certamente, oltre che un caro ricordo, anche un sicuro punto di riferimento per il Credito Varesino, che continua a percorrere la strada che Egli ha tracciato per una gestione moderna ed efficiente dell’Istituto.
(Luigi Guatri)
Mi ha detto di avere imparato molto in quei sette anni trascorsi al Credito Varesino a fianco di Rinaldo Ossola. Che cosa Le offriva il “suo” presidente di allora per ottenere un simile non facile risultato?
Rinaldo Ossola è uno dei personaggi che, con la vita e l’esempio, hanno contribuito a fare grande la Bocconi. Anche per questo, oltre a quanto mi ha insegnato in quei sette anni a Varese, lo ricordo con ammirazione e affetto.
Riassumere in poche frasi la vita di un personaggio del genere non è facile. Ma tento di farlo.
Dopo la laurea in Bocconi, vi rimase per due anni accademici (1937/38 e 1938/39) come assistente alla cattedra di Scienze delle finanze e diritto finanziario, col professor Gino Borgatta, suo relatore alla tesi di laurea. Ma questo non era il suo destino (pur avendone tutti i numeri): nel 1939 entrò nell’Ufficio Studi e Ricerche della Banca d’Italia (spesso la fucina dei massimi dirigenti). Della Banca d’Italia divenne prima il rappresentante a Lisbona (per tutto il periodo bellico) e poi a Parigi. In quegli anni, come ricorda Guido Carli[45], fu protagonista di molte idee in tema di leggi valutarie, di riforma di cambi, di prezzo dell’oro e di convertibilità delle valute (Riquadro 3). Entrò poi nel direttorio di Banca d’Italia col Governatore Guido Carli come vicedirettore generale (1969/1975), e poi col Governatore Paolo Baffi come direttore generale (1975/76).
In quell’anno (luglio 1976) fu chiamato da Giulio Andreotti a far parte, in qualità di esperto, del governo come ministro del Commercio estero: non fu mai parlamentare, non fu mai un politico. Uscì pertanto da Banca d’Italia (dove come direttore generale gli succedette Mario Ercolani).
Tuttavia è sempre rimasto un po’ nel vago il motivo per il quale Ossola sia uscito, dopo un solo anno di direzione generale, dalla Banca d’Italia. Dove molti prevedevano per lui una carriera fino ai vertici. Lei, che alla Banca d’Italia (sia pure come sindaco) è stato molti anni, può dire qualcosa?
Su questo fatto, invero singolare, direttamente non so nulla. È lo stesso Guido Carli[46], invece, a suggerire possibili motivazioni. Carli vedeva in quel periodo (con una crescita tumultuosa delle prestazioni sociali... «come un edificio costruito senza pianta e senza progetto, e senza preoccuparsi della sua tenuta statica») un sostanziale «processo di sovietizzazione della società italiana», che poteva generare una struttura del costo del lavoro irrazionale. E ancora:
Una simile struttura del costo del lavoro rafforzava nelle famiglie industriali il desiderio di fuga, facendo cadere le aziende, ad una ad una, in mano pubblica, e forse induceva anche in noi, banchieri centrali, un completo scoramento sulla possibilità di recuperare un qualche margine di politica monetaria che non fosse l’alternativa tra alzare i saggi d’interesse distruggendo ancora di più il profitto e svalutare il cambio. Non posso non ammettere che questa situazione pesò sulla decisione mia, ma anche su quella di Rinaldo Ossola e di Antonio Occhiuto, di lasciare via Nazionale e di tentare nuove esperienze.
Conclusa la non breve parentesi ministeriale, Rinaldo Ossola, dopo un rapido passaggio al Banco di Napoli con Cesare Geronzi (che pure veniva da Banca d’Italia, come responsabile dei cambi), arrivò finalmente al Credito Varesino, che lo ebbe come presidente autorevolissimo, di assoluta correttezza, assiduo – come già si è detto – per oltre 7 anni.
Nella sua veste di ministro, dove pure fece cose eccellenti, gli accadde di essere costretto dagli eventi (e dalla politica) a emanare nel 1976 la legge 159 sulla violazione delle leggi valutarie...
Proprio in quest’ultimo punto si osserva l’unica critica, seppure non lieve, che Carli muove all’operato di Rinaldo Ossola ministro[47]:
In quel tempo tutto sembrava allontanarci dalle regole del mercato. Gendarmi alle frontiere per far rispettare le sanzioni penali a quell’orrendo delitto che era l’esportazione clandestina di capitali, misure del tempo della dittatura ripristinate proprio dal mio amico Ossola, sotto la pressione incessante dell’opinione pubblica, dei giornali, dei politici in cerca di untori.
Nell’opinione comune di tutti coloro che conobbero Ossola, la legge non corrispondeva al suo sentimento. Pensiero che, con la consueta chiarezza, conferma Panerai (“Orsi & Tori”, 3 gennaio 1987):
Rinaldo Ossola, ministro proponente, pianse la notte prima di presentarla ben consapevole della mostruosità giuridica che veniva creata in nome della solidarietà nazionale...
Riquadro 3 L’opera di Rinaldo Ossola in Banca d’Italia nei ricordi di Guido Carli
5 gennaio 1946. Il primo scalo fu a Parigi. I “big” andarono a colazione a rue de Varenne. Io andai a colazione con Rinaldo Ossola, rappresentante della Banca d’Italia a Parigi. Mangiammo superbamente al “Cochon de lait”, o almeno così ci sembrò. Erano giorni nei quali i prefetti tempestavano De Gasperi di telegrammi nei quali si annunciava l’esaurimento delle scorte di grano e farina. Ossola era appena stato trasferito da Lisbona. Lì, in quella terra di nessuno sull’Atlantico, luogo di incroci, di contatti segreti tra i belligeranti, era stato per tutta la guerra il rappresentante della Banca d’Italia. Tutto era nuovo in quei giorni. Parlammo di politica. Parlammo delle città affamate. Dell’inflazione. Della crisi di governo che sembrava imminente. Parlammo anche del referendum del 2 giugno 1946. (G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, Roma-Bari, 1996, p. 55)
Primavera 1955. (…) nella primavera del 1955 io e Rinaldo Ossola eravamo due privati cittadini, due tecnici di banca centrale. Io presiedevo un istituto di credito pubblico, il Mediocredito, sedevo ancora nel Board dell’Unione Europea dei Pagamenti, mi occupavo di cambi. Ossola stava a Parigi, e rappresentava la Banca d’Italia.
Fummo noi due a prendere l’iniziativa di proporre a Mario Martinelli, ministro per il Commercio con l’Estero nel governo presieduto da Mario Scelba, di varare provvedimenti che mettessero ordine nella normativa valutaria. Si gettarono così le fondamenta di un mercato ufficiale dei cambi la cui nascita era ormai urgentissima, per le voci che prevedevano, per agosto o settembre del 1955, un’improvvisa accelerazione verso la convertibilità delle monete europee. (Ivi, p. 118)
* * *
Quella di allora era una classe dirigente che funzionava secondo regole diverse da quelle di oggi. Capitava che due tecnici estranei alla burocrazia andassero dal ministro, segretario di Stato, gli esponessero le loro ragioni, lo convincessero, e il ministro si facesse promotore di un atto legislativo che, qualche volta, andava in porto senza trovare ostacoli. (Ivi, p. 119)
* * *
L’avventura legislativa con Ossola produsse il decreto legge 28 luglio 1955, n. 586, “Nuove norme sulla negoziazione e la cessione di valute estere allo Stato”, poi convertito in legge 26 settembre 1955, n. 852. Il frutto più evoluto fu il decreto legge 6 giugno 1956, n. 476, “Nuove norme valutarie e istituzione di un mercato libero di biglietti di Stato e di banca esteri”, convertito dal Parlamento nella legge 25 luglio 1956, n. 786. Mentre fu in fondo un provvedimento assai restrittivo quello che garantiva agli stranieri la disponibilità delle somme investite in Italia, sia in conto interessi che in conto capitale: venne elaborato nel disegno che poi diventò la legge 7 febbraio 1956, n. 43, e non a caso fu l’unico a superare senza grandi ostacoli il vaglio di Menichella, molto preoccupato di perdere il controllo dei capitali. (Ivi, pp. 120-121)
* * *
Il lavoro di legislazione ci appassionò talmente che Ossola ed io ci concedemmo un vezzo di purismo giuridico quando, all’articolo 16 della legge n. 786, volemmo elencare uno per uno i provvedimenti aboliti, invece di ricorrere alla consueta e ipocrita formula «… è abrogata ogni disposizione che contrasti con quelle della presente legge o sia con esse incompatibile…». Stendemmo una lista di quarantaquattro provvedimenti decaduti. Ci sembrava che un legislatore che rispetti il cittadino debba, quando produce una nuova norma, elencare lui stesso quelle che vi contrastano anziché lasciarle all’interpretazione, ampliando così l’arbitrio dei singoli.
Gli elementi qualificanti della legge furono l’istituzione di un mercato ufficiale dei cambi al quale gli operatori si rivolgevano sia per cedere valute ricavate dalle vendite all’estero, sia per acquistare quelle necessarie per finanziare importazioni dall’estero. (Ivi, pp. 121 e ss.)
12 marzo 1966. La ricerca di un nuovo assetto monetario assomigliò spesso a quella della “pietra filosofale” per utopismo e inconcludenza. Tuttavia, nella nostra visione, il suo senso ultimo rimase sempre quello di tutelare un processo di allargamento dei mercati iniziato negli anni Cinquanta grazie agli aiuti finanziari americani, e che ora diventava sempre più difficile da sostenere. Una delle persone che più contribuì a questo lavorio fu Rinaldo Ossola, il quale sfornò una messe inesauribile di nuove idee: dalla proposta di istituire un nuovo strumento di riserva con il quale si sarebbero rimpiazzati gradualmente sia il dollaro sia l’oro, a quella di istituire un “conto sostituzione” al fine di esaurire parte della liquidità in dollari vagante da un mercato all’altro; per finire a quella di introdurre limitazioni al processo espansivo del mercato dell’euro/dollaro, mediante l’istituzione di riserve obbligatorie da applicare sulla base di bilanci consolidati delle grandi banche insediate in più Paesi. (Ivi, pp. 198 e ss.)
Marzo 1968. Il 15 marzo, un aereo presidenziale della U.S. Air Force venne inviato in Europa per imbarcare ad Amsterdam il presidente della Banca Nazionale d’Olanda, a Zurigo il direttore generale della Banca centrale svizzera, e infine a Roma dove ci imbarcammo io e Ossola. L’aereo attendeva sulla pista di Ciampino. La sosta in Italia fu brevissima, il viaggio molto silenzioso. L’amministrazione americana del presidente Johnson ritenne che non vi fosse tempo di attendere il nostro arrivo con aerei di linea, né che ciò fosse auspicabile, per le conseguenze che una fuga di notizie avrebbe potuto avere sui mercati. Era il segnale più evidente di quanto fosse giudicata angosciosa la situazione.
Atterrammo a Washington, all’aeroporto militare di Andrew’s. Un lungo corteo di Cadillac scure ci attendeva sulla pista per condurci subito nel bianco palazzo della Riserva federale, dove tutto era già pronto per la riunione che sarebbe durata ad oltranza, fino a quando non si fosse trovata una soluzione. Gli orologi erano fermi. (Ivi, p. 236)
* * *
Ossola e io avanzammo in quella sede la medesima proposta che, inascoltati, avevamo presentato sette anni prima all’atto della costituzione del “pool dell’oro”: si doveva distinguere l’oro nella sua duplice funzione di metro monetario e di merce destinata alla fabbricazione di gioielli e all’odontoiatria. Questa distinzione ci sembrava la soluzione che avrebbe prodotto minore scompiglio, consentendo di mantenere invariato il prezzo ufficiale dell’oro. Se ne limitava l’applicazione ai rapporti tra le istituzioni monetarie. Al contrario, si doveva abbandonare completamente alle forze di mercato la determinazione del prezzo dell’oro a scopo industriale. I due mercati dovevano essere divisi. Dopo una lunga riflessione Martin ci diede ragione e accettò l’idea di sdoppiare il mercato, dando vita al “two-tier system”. (Ivi, pp. 238 e ss.)
* * *
Ci riportò in patria lo stesso aereo militare dell’andata, che era rimasto ad attenderci. Ricordo che allo scalo di Zurigo, salutando me ed Ossola, il direttore generale della Banca nazionale svizzera ci disse: «Vado a prendere atto del grande disastro». (Ivi, p. 239)
Giugno 1971. Nel giugno del 1971 Ossola ed io ci recammo a Washington per cercare di capire quello che stava accadendo. Incontrammo il segretario di Stato al Tesoro, John Conolly, e il sottosegretario per le questioni monetarie, Paula Volcker. Conolly era stato appena insediato, e ci trattò molto ruvidamente, spiegandoci che per i cittadini americani quello era il momento delle scelte: «Questo Paese ha cessato di essere il Paese delle unlimited opportunities. Non è possibile conciliare crescita della spesa previdenziale, della spesa sanitaria, di quella per le opere pubbliche, la guerra in Vietnam e la stabilità monetaria, la libertà di importazione ed esportazione di capitale e, infine, la convertibilità del dollaro. Sono obiettivi confliggenti. Vi avverto, gravi decisioni dovranno essere prese. E lo saranno». Era ormai evidente la prepotenza delle forze, presenti nella comunità finanziaria americana, che puntavano a sciogliere le mani degli Stati Uniti, rescindendo i legami monetari con gli altri Paesi dell’Occidente.
Nella notte del 15 agosto 1971 la Riserva federale comunicò alla Banca d’Italia la determinazione di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. (Ivi, pp. 244 e ss.)
In M.A. Romani (a cura di), Banca Popolare di Bergamo 1986-2009. Coi piedi nel borgo e la testa nel mondo, UBI-Banca Popolare di Bergamo, 2009,
p. 374.
Si veda Li ho visti così 1, pp. 211 e ss.
Quando, nel maggio 2007, Zanetti mi ringraziò pubblicamente nell’assemblea dei soci di BPU dei 26 anni dedicati alla banca, ricordò quell’episodio, descrivendolo come una difficile rinuncia cui non mi ero sottratto. Di questo gli fui sempre grato.
Guido Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, Roma-Bari, 1996.
Ivi, p. 341.
Ivi, p. 367.