Il mondo di Guatri
2026/7
Carlo Pesenti
Produceva cemento ma prediligeva l’attività finanziaria. Diede al gruppo di famiglia un’impronta personalissima
Professore, Lei conobbe l’ingegnere Carlo Pesenti (senior) quando già era prossimo alla conclusione della sua vita attiva: con lui ebbe infatti una frequentazione di appena quattro anni. Un periodo sufficiente, comunque, per capire l’uomo e le sue pulsioni: da che cosa derivava il suo (quasi) frenetico attivismo, non solo d’industriale ma soprattutto di uomo di finanza? È vero che al centro dei suoi interessi c’era la società Italmobiliare, il principale motore, appunto, delle sue attività finanziarie?
Il mio incontro con l’ingegnere Carlo Pesenti (foto a p. 376) è stato, anche a motivo della nostra diversa età, effettivamente breve ma molto intenso tra il 1978 e il 1982, anno in cui, per ragioni di salute, lasciò gradualmente il comando del Gruppo Italmobiliare /Italcementi.
L’incontrai quando aveva 71 anni, ma in Italcementi (Riquadro 1) era entrato quando ne aveva 28. Si trovava ancora nel pieno delle forze; esercitava i “pieni poteri”, secondo la regola (che non è solo della famiglia Pesenti; e forse è il comportamento tipico nelle grandi famiglie industriali del nostro Paese): «Si comanda uno alla volta». Regola che egli applicava alla lettera, abbinandola al suo carattere duro (ma parafrasando Indro Montanelli: «O non si ha carattere, o si ha un carattere duro»).
Scrivono i suoi biografi[70]:
Di Carlo si diceva che si alzasse alle 5.30 del mattino; chi poi passava vicino alla sede dell’Italcementi a Bergamo via Camozzi a tarda sera poteva spesso vedere la finestra del suo studio ancora illuminata. Nemmeno i numerosi infarti di cui fu vittima a partire dal 1963 l’avevano fiaccato e ogni volta tornava al lavoro con il medesimo spirito; solo negli ultimissimi anni si era dovuto stabilire per ragioni di salute a Monaco, ma da lì continuava a tenere i suoi affari sotto controllo. Conservava uno stile di vita morigerato e riservato, non lesinando spese solo per strumenti di lavoro, particolarmente i trasporti (automobili, elicotteri, aerei).
E ancora:
Si può dire che, come il cugino Antonio eccelse nel suo coinvolgimento totalizzante nel settore cementiero in cui questo era permesso, così Carlo eccelse nella sua presenza a tutto campo nell’economia italiana, in particolare nel mondo della finanza.
Il centro dei suoi interessi fu dunque l’Italmobiliare, di cui si occupò dal 1946 alla scomparsa[71]:
Nel 1947 l’unica significativa partecipazione di minoranza al di fuori del settore cementiero risultava essere quella della Banca Provinciale Lombarda, attorno al 26%. Esisteva anche una minima partecipazione nella Società per le Strade Ferrate Meridionali, più nota come Bastogi. Questa finanziaria aveva acquisito la più importante singola partecipazione in Italcementi (pari nel 1947 al 13%), nel cui Consiglio d’Amministrazione aveva un rappresentante.
L’interesse di Italmobiliare per la Bastogi si rafforzò, come vedremo, con l’andar del tempo. Nel 1948 aveva già fatto il suo ingresso in Italmobiliare un’altra partecipazione importante, quella nella Falck, di cui venne acquistato in più riprese un pacchetto press’a poco pari ad un quarto del capitale configurando un’alleanza con la famiglia Falck durata a lungo.
Riquadro 1 La storia dell’ingegnere Carlo Pesenti nel Gruppo Italcementi
Carlo Pesenti è figlio di uno dei sei fratelli fondatori dell’Italcementi. Essi partono (alla fine dell’Ottocento) da una piccola cartiera ad Alzano (Bg), poi riconvertita nella produzione del cemento.
Nel 1906 l’azienda Fratelli Pesenti si fonde con la società Calce e Cemento (Bergamo) e dà vita a Italcementi. Carlo Pesenti (1907/84) fu il capo indiscusso dell’Italcementi dal 1967 fino alla scomparsa.
Era un personaggio molto competente e autorevole (forse in qualche aspetto, anche autoritario). Basta prendere visione delle cariche ricoperte nel gruppo dal 1962:
1962 – consigliere delegato e direttore generale;
1963/66 – vicepresidente, consigliere delegato, direttore generale;
1967/82 – presidente, consigliere delegato, direttore generale.
La sua presenza in Italcementi risale a molti anni prima dell’arrivo alla posizione di comando: è infatti l’Ordine di Servizio 1043 del 14 gennaio 1935 che segna la data del suo ingresso nella società di famiglia, come segretario dell’Ispettorato tecnico e del Laboratorio chimico centrale:
1939 – condirettore centrale tecnico;
1940 – membro del Consiglio d’Amministrazione;
1941 – membro del comitato esecutivo;
1942 – direttore generale e consigliere delegato (aveva all’epoca 35 anni).
Brevi interruzioni nelle cariche si ebbero verso la fine del periodo bellico, durante la Repubblica di Salò, e nell’immediato dopoguerra (tra il 1943 e il 1946), per ragioni di natura politica. In questo periodo (1945) si giunse, sempre per ragioni politiche, anche al commissariamento dell’Italcementi. L’ingegnere Carlo fu scagionato, in sede istruttoria, da ogni accusa di preteso “collaborazionismo”.
Sono vicende che in quegli anni colpirono non solo le persone ma, dal più al meno, tutte le grandi aziende: per antifascismo durante il periodo di Salò; per collaborazionismo dopo l’aprile del 1945.
Persino all’Università Bocconi (si veda Li ho visti così 1, pp. 133 e ss.) il professor Fausto Pagliari, l’eccellente bibliotecario, nel 1940 fu confinato a Vasto e nel 1945 due professori – De Magistris e Martinotti (un geografo e un matematico) – furono sospesi in sede di “epurazione” dal Comando alleato.
Questo era, nel 1947, il punto di partenza. Venne poi una serie di acquisizioni: oltre al controllo della Banca Provinciale Lombarda, il Credito Commerciale, la Franco Tosi, la Lancia, altre otto piccole banche fuse nell’IBI, il Credito Legnanese, la Banca Alto-Milanese, la Banca di Alessandria, l’Assicuratrice Italiana, la RAS, e così via.
Da qui l’ingente indebitamento (773 miliardi di lire nel 1981), la cui peculiarità (o anomalia) era costituita da un ingente finanziamento dello IOR, contratto nel 1972 e legato alle monete forti (in primo luogo il franco svizzero). Quest’ultimo risultava, in tempi di alta inflazione, estremamente oneroso.
Sono ben note le due “scalate” intraprese da Michele Sindona contro l’Italcementi e poi la Bastogi. Le risulta che l’ingegnere Pesenti avesse trovato, per contrastarle, anche una sponda nella Banca d’Italia, all’epoca di Guido Carli?
Appartengono infatti a questo periodo, in certo senso tumultuoso, anche le tentate “scalate” dell’avvocato Michele Sindona (foto a p. 376). Nel 1969 Sindona tenta la scalata a Italcementi (con particolari “appetiti” per la sua controllata Italmobiliare). Desiste quando l’ingegnere Carlo Pesenti offre di riacquistare “ad alto prezzo” le azioni di cui Sindona aveva fatto incetta sul mercato. I mezzi per affrontare la difesa vengono attinti dalla Banca Provinciale Lombarda (mediante “riporti” su azioni Italcementi).
«Alla presenza di Sindona – scrisse il Governatore di Banca d’Italia dell’epoca, Guido Carli – preferisco la continuità del Gruppo Pesenti».
Nel settembre 1971 Sindona lancia una seconda OPA sulla Bastogi (nella quale Italmobiliare aveva una partecipazione significativa, seppur non di controllo). Vi si oppone ancora il Governatore Carli; e il tentativo viene respinto fondendo in Bastogi Italpi, SGES e SAS (società facenti capo alla Montedison all’epoca socio di rilievo di Bastogi). Di Bastogi, nel 1976, Italmobiliare acquisì il controllo relativo, appunto, da Montedison.
Quando, nel maggio 1978, incontrai per la prima volta Carlo Pesenti, egli era già nella fase finale del suo grandioso disegno strategico. Nei quattro anni in cui ne fui il consulente, le operazioni di riorganizzazione e di razionalizzazione del gruppo furono due: fusione Bastogi-Beni Stabili; “inversione del controllo” Italcementi/Italmobiliare.
Inoltre ci fu anche quella che fu chiamata dai giornalisti «l’avventura nel Banco Ambrosiano», con l’acquisizione della partecipazione ceduta da Carlo De Benedetti, anche se di questa non mi occupai direttamente.
Ha scritto in un suo libro che il rapporto di cambio Bastogi-Beni Stabili del 1978 (per il quale l’aveva interessato Carlo Pesenti) fu una scelta “di rottura” rispetto ai criteri di stima seguiti all’epoca, quasi esclusivamente orientati sui corsi di Borsa. Da cosa è nata questa sua decisione? E le risulta che Alberto Grandi, presidente della Bastogi, ne fosse entusiasta?
Il primo incontro con l’ingegnere Pesenti è del maggio 1978, in Milano via Borgonuovo 20, presso la sede dell’Italmobiliare (allora controllata dall’Italcementi). Egli mi propose un incarico delicato: la determinazione del rapporto di cambio tra la Finanziaria Bastogi (di cui Italmobiliare era il maggior azionista) e l’Istituto Romano di Beni Stabili.
Mi intrattenne nel suo ufficio presidenziale per almeno tre ore, illustrandomi punto per punto e con grande precisione i motivi dell’operazione che aveva in mente, i contenuti delle società (molto differenti e complessi per Bastogi, più semplici per la Beni Stabili), le difficoltà che avrei probabilmente incontrato e la persona cui dovevo fare riferimento (l’ingegnere Alberto Grandi, presidente di Bastogi e già presidente di Montedison). L’esposizione fu del tutto esauriente: parlò a lungo, consentendomi solo brevi domande e qualche richiesta di chiarimento. Era il suo stile, che nel tempo mi diventò familiare.
Svolsi quell’incarico tra il luglio e l’agosto 1978, nella mia casa nella Pineta di Arenzano, dove più volte mi raggiunse l’ingegnere Pedante (un ottimo ex dirigente Montedison, che era stato a sua volta designato da Alberto Grandi per seguire il lavoro). Studiando a fondo l’argomento, mi resi conto di una realtà che non avrei supposto: il rapporto tra le quotazioni era largamente divergente rispetto ai valori “fondamentali” (come diremmo oggi) delle due società.
Mentre il rapporto tra i prezzi era di 1:4,4, fu proposto un concambio di 1:9 (Riquadro 2). I Consigli d’Amministrazione ebbero la forza intellettuale (e anche il coraggio) di accogliere quella proposta. Mi convinsi, in quell’occasione, come si potesse dare razionalità alla misura del valore aziendale, costruendo una teoria di valutazione delle aziende (tema al quale dedicai, nei decenni seguenti, diversi libri).
Rileggendo oggi quei calcoli mi torna alla mente la collaborazione chiesta, in quell’occasione, al mio illustre collega statistico-matematico Francesco Brambilla (anch’egli presente in quell’estate nella sua casa di Arenzano). Il fine era di studiare una formula di sintesi delle due ipotesi di concambio: essa fu la media geometrica con “pesi” attribuiti alla stima “analitica” (oggi diremmo “fondamentale”) e di prezzi di Borsa basati “sul contenuto in informazioni indipendenti” di ciascuna di esse.
Quando, dopo lunghe discussioni, la formula mi convinse per il suo rigore logico, chiesi a Francesco: «Come quantifichiamo il contributo in informazioni indipendenti? Io ho bisogno di numeri!». Mi rispose: «Questo io non lo so...». Da questo punto in avanti dovetti per una settimana impegnarmi nei problemi (finanziari, strategici, di marketing, organizzativi ecc.) delle due società.
Proprio da qui mi formai la convinzione, che ho poi sostenuto lungo tutta la vita, che i problemi di valore e di valutazione aziendale devono fare ricorso a competenze multiple (e non solo contabili come a lungo si è creduto; e neppure bastano “formule” astratte, come quelle proposte dagli economisti).
Riquadro 2 Il rapporto di cambio Bastogi/Beni stabili: un esempio storico
Nel caso Bastogi/Beni Stabili il rapporto deducibile dai prezzi di mercato (medie dei prezzi di compenso degli ultimi 30 mesi precedenti all’annuncio della fusione) era:
Per contro, in due ipotesi di calcolo le stime analitiche condussero ai rapporti:
1a ipotesi concambio:
2a ipotesi concambio:
Dopo accurato e complesso esame sul “contenuto in informazioni indipendenti” delle due stime, si giunse alla attribuzione di “peso” 3 alla stima di mercato e di “peso” 6 alla stima analitica.
Applicando, nelle due ipotesi, la media geometrica si ottennero i risultati:
1a ipotesi concambio: ((=
2a ipotesi concambio: ((=
In conclusione, si pervenne alla determinazione del concambio 1:9 (1 azione Beni Stabili da nominali L. 2.000 contro 9 azioni Bastogi da nominali L. 1.000).
Finalmente (eravamo oltre la metà di agosto 1978) fui in grado di richiamare l’ingegnere Pedante, che venne subito ad Arenzano. Gli lessi il testo della relazione; mi ringraziò e ripartì convinto. Mi presentai infine al Consiglio della Bastogi, a Milano, per illustrare in dettaglio la relazione e la proposta di concambio. Alberto Grandi ne era entusiasta; Carlo Pesenti soppesò punto per punto (e per ore) il documento. Ne risultò pienamente convinto (i Pesenti, dall’ingegnere Carlo, all’ingegnere Giampiero, all’ingegnere Carlo junior sono sempre stati attentissimi alla “trasparenza” nei confronti dei loro azionisti; e giustamente!)[72]. Infine, il Consiglio della Bastogi approvò; e altrettanto a Roma fece il Consiglio della Beni Stabili.
Come accolse la stampa dell’epoca la notizia del “rapporto di cambio” tanto lontano dai corsi di Borsa?
Per quanto un po’ perplessa, caro Ermes, l’accolse con grande evidenza e senza (a quanto ricordo) alcuna critica.
Domenica 10 settembre 1978 tutti i giornali riportarono in prima pagina (o comunque con evidenza) la notizia. Il Sole 24 Ore dedicò ad essa (in prima pagina) ben quattro colonne in un articolo di Michele Calcaterra:
I termini dell’operazione di fusione
NOVE BASTOGI PER UNA BENI STABILI
I criteri di valutazione – La parola ad Alberto Grandi
Ne riporto alcuni passi:
Uscendo dalla riunione del Consiglio Alberto Grandi, presidente ed amministratore delegato della Bastogi è apparso sollevato, come se si fosse tolto un grosso peso. Il lavoro in effetti nell’ultimo periodo è stato frenetico come frenetica è stata la risposta della Borsa alle poche notizie che filtravano dalla società. (...)
«Il lavoro – ha risposto Grandi – è stato enorme, perché non ci si è limitati a calcolare le plusvalenze o le minusvalenze presenti nelle rispettive situazioni patrimoniali, ma si è fatta anche una valutazione borsistica, calcolando la media dei prezzi di compenso degli ultimi 12 mesi. Circa la valutazione delle plusvalenze si è proceduto allo scorporo delle situazioni dei vari settori di attività, arrivando così alla determinazione dei valori patrimoniali dei vari settori di attività. A questo punto queste plusvalenze e minusvalenze sono state corrette in funzione delle prospettive future di reddito. La sommatoria di questi risultati ci ha dato il valore della Bastogi. È chiaro anche che le plusvalenze della Irbs hanno giocato a favore della Bastogi, possedendo questa il 51% del capitale della stessa».
Credo, professore, che sia stata Banca d’Italia (che evidentemente teneva gli occhi su Italmobiliare) a richiedere che l’“anomalia” di una società industriale (Italcementi) di fatto controllante (indiretta) di banche e compagnie di assicurazione fosse soppressa. Carlo Pesenti dovette, perciò, provvedere e lo strumento immaginato fu l’“inversione del controllo”. Vuol spiegare, al pubblico non specialista, in che consisteva questa soluzione che – se non erro – scaturì dall’immaginazione di Carlo Pesenti, ma che Lei considerò corretta e di cui fu chiamato a stabilire i “valori in gioco”?
Le dico tutto in breve. Nei primi mesi del 1979 Carlo Pesenti mi chiese un nuovo incontro in via Borgonuovo 20; naturalmente, con estrema urgenza. Il tema che mi propose era la distinta valutazione dell’Italcementi e dell’Italmobiliare, in vista della “inversione del controllo”. Al solito, mi spiegò tutto “per filo e per segno”; e non bastò un solo pomeriggio.
Si trattava – effettivamente su pressione della Banca d’Italia e del Ministero del Tesoro – di porre fine all’“anomalia” di una società finanziaria controllante di banche (la Banca Provinciale Lombarda, il Credito Commerciale e l’IBI) e di compagnie di assicurazione (RAS-Riunione Adriatica di Sicurtà) a sua volta controllata da una società industriale, l’Italcementi.
Il percorso studiato (sul quale volle anche il mio parere) consisteva nella cessione di azioni Italmobiliare agli azionisti di Italcementi pro quota e a un prezzo equo (questa era la prima incognita del percorso). Italmobiliare avrebbe successivamente rilevato il pacchetto di controllo della stessa Italcementi, sempre a un prezzo equo (questa era la seconda incognita). Il risultato finale sarebbe stato, evidentemente, l’inversione del controllo: Italcementi sarebbe diventata una delle controllate di Italmobiliare (la principale controllata).
Il percorso era corretto, e per certi versi geniale: ebbe infatti la benedizione di tutte le autorità di vigilanza. Rimanevano però le due incognite: i prezzi, che dovevano discendere da valori “fondamentali” corretti ed equi, oltre che di assoluta “trasparenza”. Vi erano infatti interessate decine di migliaia di azionisti, in gran parte piccoli azionisti.
Questo, appunto, era il compito che mi aveva affidato, in qualità di “esperto” (all’epoca ricordo, non esistevano ancore le norme del codice civile che regolano questa materia, con una precisa disciplina e coinvolgendo vari soggetti esterni)[73]. Non era un compito da poco!
Misi in campo una squadra di collaboratori fidati (tra i quali alcuni allievi oggi divenuti professori di fama) e in poche settimane proponemmo i valori da attribuire alle due incognite del percorso tracciato da Carlo Pesenti. Il quale lesse tutto con grande attenzione, ne discusse a fondo con me (intrattenendomi un altro pomeriggio in via Borgonuovo) e, infine, concluse che avevo fatto un lavoro eccellente.
Carlo Pesenti stava, mi sembra, riorganizzando in modo appropriato il Gruppo Italmobiliare-Italcementi. Purtroppo – come Lei ha detto – non ne ebbe il tempo e lasciò al figlio-successore, ingegnere Giampiero, il completamento dell’opera. È così?
Forse il termine “completamento” non rende l’idea: toccò, infatti, al figlio Giampiero la parte sostanziale degli interventi di riorganizzazione e di razionalizzazione, cui egli – una volta assunto il comando (1984) – mise mano con grande fermezza e con chiaro disegno strategico: che via via riportò il Gruppo Italcementi/Italmobiliare verso il core business (allargato al mondo) e con operazioni finanziarie di molto minore rischio.
Ma quest’ultima fase (nella quale entro non più come consulente, ma come componente degli organi sociali di controllo delle due società) non è parte della nostra storia. Infatti, dell’ingegnere Giampiero (che fu, per quanto sembri strano, anche mio allievo da 30/30, al Politecnico di Milano, per l’unica materia economica dell’epoca, allorché a fianco del ministro Roberto Tremelloni, svolgevo un breve corso di Economia aziendale) ho seguito l’intera vita operativa, sia entro il gruppo sia al di fuori di esso (in Gemina, ad esempio).
Questo periodo, che è di lunga durata, è tuttora in corso (in Italmobiliare): non vi è dunque, nessuna distanza di tempo per poterlo esaminare “in prospettiva”.
Fu da molti giornalisti considerata – se ben ricordo – un’“avventura” l’acquisto nel 1982 di un consistente pacchetto del Banco Ambrosiano da Carlo De Benedetti. Il quale, dopo pochi mesi di vicepresidenza, se l’era data “a gambe levate”.
I biografi dell’ingegnere Carlo Pesenti trattano in poche righe (e con apparente riluttanza) l’argomento dell’acquisizione, nel marzo 1982, del pacchetto di azioni del Banco Ambrosiano dismesso un mese prima da Carlo De Benedetti, dopo una breve vicepresidenza: una partecipazione che viene definita del «3,61% o del 4,98%» (sic). Scrive Zamagni[74]:
Dopo l’uscita di Carlo De Benedetti dal Banco, Roberto Calvi convinse Carlo Pesenti che il Banco Ambrosiano aveva una solida posizione e prospettive di buon rendimento e che era prossima la sua quotazione in Borsa. Ma i nuovi rapporti tra Pesenti e Calvi, ormai avviluppati in modo drammatico, vennero presto interrotti: Carlo Pesenti ebbe un ennesimo attacco di cuore ai primi di maggio del 1982 e il 17 giugno successivo Roberto Calvi venne assassinato e ritrovato la mattina dopo a Londra sotto il ponte di Blackfriars.
Di questa operazione (che pure poteva richiedere un’opinione valutativa) l’ingegnere Carlo non mi parlò mai: nonostante conoscesse i miei rapporti con Calvi nel Consiglio d’Amministrazione della Bocconi[75].
Mi sento, tuttavia, di prendere oggi la difesa di quella decisione. Scrive, infatti, il primo direttore generale del Nuovo Banco Ambrosiano, Pier Domenico Gallo (una fonte affidabile e documentata), che il fatto che il Banco fosse posseduto da se stesso «attraverso una rete di portage» era nota all’interno del Banco Ambrosiano a pochissime persone[76]:
[Era nota] a Roberto Calvi, al direttore generale Roberto Rosone e ai quattro direttori dell’estero che io licenziai in tronco al momento del mio ingresso in banca e per i quali la magistratura, a cui avevano fatto ricorso per il reintegro sul posto di lavoro, confermò il nostro provvedimento.
Non era sicuramente a conoscenza di questo network la direzione della contabilità generale del Banco, che si limitava a recepire, come era uso allora, le situazioni contabili preparate dalle consociate estere.
Quando mi convinsi dell’estraneità della contabilità generale ai falsi dei bilanci arrivati dall’estero, proposi a Bazoli di nominare il capo del settore, Ferruccio Codeluppi, vicedirettore generale del Nuovo Banco, carica nella quale negli anni successivi diede un contributo decisivo.
Affermazioni precise e inequivocabili che inducono a un’altrettanto precisa domanda: se il direttore della contabilità «non sapeva», come potevano sapere i sindaci, i revisori, gli amministratori non operativi?
Gallo evidenzia un’altra interessante realtà quando scrive:
... era un gruppo di tutto rispetto: forse, nella sua articolazione operativa, il più moderno d’Italia. Il Banco Ambrosiano possedeva una rete di sportelli nelle più ricche regioni italiane: Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto. Se si volesse attribuire un valore specifico all’avviamento del suo network, si dovrebbe concludere che il valore unitario di questi sportelli era due o tre volte superiore a quello degli sportelli di altre regioni.
Tutto mi sembra evidente: Carlo Pesenti non sbagliò di molto valutando, per quello che poteva apparire, il Banco Ambrosiano. Non poteva conoscere nulla di quel “buco estero” di circa 1000 miliardi di lire. Inoltre, prosegue Gallo[77]:
L’azionariato del Banco era molto fidelizzato, come aveva dimostrato l’adesione plebiscitaria all’aumento di capitale dell’anno prima, fatto con un sovrapprezzo rilevantissimo.
Chiunque, per quanto navigato finanziere, poteva cadere nel tranello che gli era stato teso!
Caro ingegnere Carlo, anche se mi avesse interpellato, non avrei saputo con quali argomenti (se non qualche dubbio “di pelle”) sconsigliarla. Col “senno di poi” certo tutto diventa più facile...
Ha detto, professore, di vedere nell’opera di Carlo Pesenti un “grande disegno”?
È una domanda giusta, caro Ermes, che mi consente di completare il “quadro”. Carlo Pesenti, anche in forza delle sue propensioni all’area finanziaria (intese pure nel senso di capacità di acquisire/vendere con tempismo società dei più disparati settori) proseguì come segue.
In primo luogo, la diversificazione del Gruppo Italcementi (massimamente a mezzo dell’Italmobiliare) al fine di sottrarlo al rischio delle nazionalizzazioni, che negli anni Cinquanta e Sessanta incombevano sui settori industriali giudicati a rischio di “monopolio” (o comunque con tendenze pronunciate all’integrazione con conseguente riduzione della concorrenza). Ciò era avvenuto nel 1962 per ragioni politiche con le società elettriche e ancor prima per quelle telefoniche, che infatti furono pubblicizzate. In un certo senso, proprio per salvare il core business, pensò di fare del gruppo una conglomerata.
In secondo luogo, l’accrescimento del peso del gruppo ben oltre la dimensione locale (leggi: bergamasca), inserendolo in una rete nazionale e internazionale di rapporti, alleanze, scambi di partecipazioni, comunanze di interessi, controllo dell’opinione pubblica (leggi: giornali). Non a caso, a un certo punto della vita, fu presente in una trentina di società quotate (e non).
Tutto ciò non poteva che portare a un pesante indebitamento di Italmobiliare (e quindi del gruppo).
Ne derivò in qualche caso il ricorso al finanziamento (peraltro sempre adeguatamente garantito) da parte di banche controllate che nei casi più seri (vedi le “scalate” tentate da Sindona) ebbe anche l’appoggio – o almeno la “tolleranza” – della Banca d’Italia. E comunque quelle banche non subirono danni, né per “perdite” né d’immagine. Anzi, nel complesso, furono razionalizzate (si vedano le fusioni bancarie che portano a costituire l’IBI).
Non si trattò, dunque, di un disegno “utopistico” (come i detrattori, che non mancano mai, affermarono). È certo, peraltro, che disegni di questa ampiezza e complessità non si svolgono senza rischi!
Vera Zamagni, Italcementi. Dalla leadership nazionale all’internazionalizzazione, Il Mulino, Bologna, 2006, p. 81.
Ivi, p. 81.
La trasparenza è ovviamente da intendere secondo le regole in vigore alle diverse epoche. Si ricordi, ad esempio, che solo nel 1974 in Italia vengono proibite le “compensazioni” nel conto economico di bilancio tra costi e ricavi, e così via.
Era ancora lontano il Dlg 16 gennaio 1991, n. 22 (“Attuazione delle direttive comunitarie in materia di fusioni e scissioni societarie”).
V. Zamagni, op. cit., p. 85. L’incerta misura della partecipazione in percentuale è espressa nella nota 48 a p. 88.
Si veda la “figura” Roberto Calvi in Li ho visti così 1, pp. 211 e ss.
P.D. Gallo, Intesa Sanpaolo: c’era una volta un «fantasma inesistente», Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2007, pp. 60 e ss.
Ivi, p. 49.