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Il mondo di Guatri

2026/8

Giorgio Pivato

Fu un mio grande sostenitore e anche il più fraterno degli amici. Studioso insigne, è considerato l’ideatore della finanza aziendale

Comincia con uno sfogo, espressione di un tuttora vivo rimpianto, il racconto che il professor Guatri fa del rapporto instaurato, oltre sessant’anni fa, con il “fraterno amico e Maestro” Giorgio Pivato. Che cosa – chiedo al mio intervistato – rende così amaro, a distanza di tanti anni, il ricordo di uno dei suoi migliori amici e colleghi?

Mi ha amareggiato il fatto di non averlo più visto, nemmeno una volta, dopo che la malattia l’ha praticamente isolato dal mondo. «È meglio, professore, che di Giorgio lei conservi il ricordo di quando eravate in Bocconi»: ecco cosa mi hanno ripetuto la moglie Giuliana e i figli ogni qualvolta (talora in compagnia dell’amico Sergio Vaccà) ho bussato per fargli una visita, dargli un salutino. È stato un gentile ma fermo, costante invito a non cercare di vederlo.

Io ero conscio di non poter far nulla contro il male che lo affliggeva e tuttavia avrei voluto salutarlo, tenere una delle sue mani fra le mie, cercare nel suo sguardo un cenno d’intesa. Pur comprendendo e rispettando i legittimi desideri della sua famiglia, sono rimasto – in maniera forse irragionevole – sempre amareggiato di non poterlo più incontrare.

Anagraficamente il mio grande amico Giorgio Pivato ebbe lunga vita (1910/96), ma la sua vita “vera”, consapevolmente vissuta, fu assai più breve: non oltre il 1986. Assalito da una malattia inesorabile, trascorse (almeno) gli ultimi dieci anni amorevolmente assistito dalla famiglia ma lontano dal mondo.

Non eravate proprio coetanei, anzi parecchi anni vi dividevano quanto a età, ma avete “legato” immediatamente e siete diventati grandi amici. Quando avvenne il vostro ultimo incontro?

Giorgio era nato nel 1910, io nel 1927. Fu la nostra età (17 anni di differenza sono molti per un ventenne) che lasciò per qualche tempo il nostro sempre affettuoso rapporto a mezza strada tra la figura del Maestro (espressione che egli non volle mai sentir pronunciare) e quello dell’amico.

L’ultima volta che lo incontrai, già in difficoltà, fu quando volle leggere di persona, il 29 novembre 1988, la lettera che avrebbe voluto spedirmi per i miei 60 anni. Apparve in Aula Magna di via Gobbi emaciato, ma nel suo inconfondibile aspetto di Signore (Riquadro 1; foto a p. 213).

Tuttavia il nostro rapporto fu egualmente lungo, perché iniziò nel 1947, quand’io ero ancora studente di secondo anno della Bocconi. Durò, dunque, dal 1947 al 1982: 35 anni per me indimenticabili. Se dell’amicizia si potessero fare i conti del “Dare” e dell’“Avere”, a Giorgio sarei ampiamente debitore.

Fu, mi par di capire, un sodalizio intellettuale rinsaldato dall’amicizia; originato e contrassegnato da una lunga serie di parallelismi sin da quando eravate studenti; costantemente sviluppato, poi, durante l’attività accademica e professionale...

Effettivamente siamo stati ambedue, in epoche diverse, giovanissimi assistenti di Gino Zappa, il nostro Maestro indiscusso: Giorgio Pivato dal 1933/34; io dal 1949 al 1950. Giorgio entrò in Bocconi nel 1933 allorché il Consiglio di Amministrazione dell’Università approvò le nomine per l’anno accademico 1933/34. Ecco uno stralcio del verbale di quella riunione[1]:

Riquadro 1 Scritti in onore di Luigi Guatri – Atti della presentazione in Aula Magna in ricordo dei suoi 60 anni – Intervento di Giorgio Pivato

Avevo preparato una lettera per Luigi Guatri, ma ho pensato che la cosa migliore sia di dedicargliela leggendola attentamente qui.

La partecipazione veramente “corale” alla raccolta di scritti in tuo onore conferma non solo l’affetto ma anche l’ammirazione di tanti colleghi ed estimatori riguardo alle tue alte qualità umane, alla tua operosità scientifica, alla tua illuminata gestione rettorale. Mi è graditissima l’odierna occasione per considerare brevemente i tre punti sopra delineati.

Sotto l’aspetto umano, che giustamente deve essere anteposto agli altri tratti caratterizzanti il profilo di una persona, ti vengono riconosciute qualità preclare di sensibilità e di cordiale apertura verso terzi. Siano essi amici, colleghi o persone non direttamente vicine alla nostra Università, tutti trovano in te attenzione, comprensione, qualificato consiglio. I fattori del grande ascendente che la tua persona gode si identificano con il prestigio e l’autorità morale che via via ti sei conquistati.

Per quanto riguarda la tua operosità scientifica, a parte gli scritti minori che per brevità non menziono, debbo ricordare soprattutto due filoni di ricerca da te prediletti: gli studi di marketing e quelli concernenti la valutazione delle aziende.

In ordine al marketing tu sei stato un precursore in quanto hai fatto assurgere gli studi di mercato a disciplina scientifica. Risalgono al 1960 le tue prime impostazioni di una teoria su tale materia e da questa data hai via via conferito al marketing autonomia di ricerca e di insegnamento. Gli anni a noi vicini ti hanno portato a ulteriori perfezionamenti nella trattazione dei contenuti della materia. Sei così giunto, dal 1972 in poi, ai cosiddetti Manuali di marketing, opere di ampio respiro e di completo coordinamento della disciplina. Mi riferisco alle edizioni che vanno dal 1972 al 1987.

Quanto al secondo filone di ricerca, cioè alla valutazione delle aziende, da tempo sei l’autore più qualificato per profondità e ricchezza di contributi. Già nel 1957, in uno studio su «L’avviamento d’impresa» tu trattavi del fattore di rischio e dei caratteri del reddito in funzione dei quali si può giungere correttamente alla determinazione del valore di una azienda. Attraverso successive edizioni, dal 1984 al 1987 hai focalizzato direttamente l’intero problema della valutazione delle aziende con notevoli progressi nella trattazione di una materia che attrae sui piani sia conoscitivo sia operativo. Recentemente, nel 1988, hai portato un nuovo contributo alla valutazione delle aziende “altamente redditizie”.

È di questi tempi la tua attività di coordinamento per un ponderoso Trattato di Economia delle aziende industriali che uscirà alla fine del corrente anno.

In conclusione, sotto il profilo scientifico sei stato anticipatore nella impostazione di rilevanti problemi di economia aziendale e autore di scritti di grande impegno ai quali la dottrina moderna si è ispirata.

Ora, non posso chiudere questo scritto senza accennare alla tua attività come Rettore della Bocconi da oltre quattro anni. La posizione di un Rettore di università è molto delicata, esposta come è all’occhialuto giudizio del Consiglio di Amministrazione, dei colleghi, degli studenti, dei terzi esterni. Non sono certo il primo ad ammirare la dedizione e l’efficienza della tua gestione rettorale. Ad essa hanno corrisposto non solo un forte tasso di crescita del nostro ateneo, ma anche vigorosi impulsi ai rapporti con il mondo esterno, italiano e internazionale; e ciò con vantaggio per le conoscenze delle relative realtà fenomeniche.

Voglio sottolineare il fatto che, dopo i precedenti, timidi approcci di contatti con altri Paesi, svoltisi a partire da dieci anni or sono, nel quadriennio del tuo Rettorato hai delineato un efficace programma di internazionalizzazione della Bocconi. Ne sono prova: gli studi e i convegni sui vari aspetti della spinta transnazionale; lo sviluppo dell’informazione all’estero e dall’estero; la diffusione degli scambi di docenti e di studenti; gli studi afferenti il commercio estero e la competitività dei vari Paesi; gli scambi di notizie sui progressi tecnologici e innovativi.

A questo punto non possono essere dimenticati i progetti allo studio, i nuovi corsi per manager pubblici. Si potrà così sperare che la gestione degli enti pubblici venga ispirata ai più efficaci e aggiornati criteri che reggono con successo la conduzione delle aziende private.

Tenuto conto di tutto, noi ti siamo riconoscenti per i preziosi contributi che hai generosamente profuso come persona, come docente e autore di scritti di gran pregio, come reggitore della nostra Bocconi.

Ti abbraccio affettuosamente

 

Non potendo il prof. Onida riassumere l’incarico per il 2° corso di ragioneria, si proponeva la nomina di un ottimo laureato interno, il dott. Giorgio Pivato. Avrebbe dovuto essere incaricato di tenere esercitazioni agli allievi del 1° anno divisi in due gruppi. A questi nuovi assistenti ci si trovò d’accordo nell’assegnare una retribuzione di L. 6.000 annue (meno il 12%). Quanto all’assistente per le esercitazioni di Tecnica Bancaria si sarebbe accolto il suggerimento del prof. Zappa stabilendo il compenso annuale di L. 2.000 (meno il 12%). Su parere favorevole dei proff. Mortara e Zappa si nominarono per il 1933/34 i dott. Lenti, Mazzoleni, Passardi, Pagni e Tagliacarne. All’Istituto di Statistica fu assegnato come assistente volontario il dott. Di Fenizio; all’Istituto di ricerche tecnico-commerciali e di ragioneria il dott. Zippel; all’Istituto di Geografia economica furono confermati come volontari gli assistenti dott. Colò e Guido Nicola. Infine, quale assistente effettivo presso l’Istituto di Statistica in luogo del dott. Valentino Dominedò, nominato assistente dell’Istituto di Economia Ettore Bocconi, fu assegnato il dott. Paolo Baffi con retribuzione annuale di L. 10.000 (meno il 12%).

Professore, com’è noto, Lei è bravissimo a far di conto: vorrebbe tradurre quelle cifre e dirmi a quanto ammonterebbe l’emolumento orario di quei giovani assistenti?

Negli archivi bocconiani è stato ritrovato il Registro delle Lezioni che il dottor Giorgio Pivato puntualmente segnava per il periodo che va dal 27 novembre 1933 al 22 maggio 1935, dividendo – per limitarne il numero – gli studenti in due sezioni (foto a p. 214). Tra le “osservazioni”, il docente segnalava il numero dei presenti: in media 25-30; con punte fino a 50-60. Numeri assai elevati per quell’epoca. Le lezioni furono ben 109 per l’anno accademico 1933/34; e 120 per il successivo. Il compenso, di conseguenza (era l’epoca di Palazzina!), risultava di ben 5 lire per lezione (naturalmente, meno il 12% di ritenuta).

Non sembrano davvero cifre allettanti. Tuttavia anche Lei, professore, che già guadagnava una bella cifra all’Ufficio Studi della Montecatini, ha scelto di seguire la strada dell’accademia e di investire quindi nello studio e nella ricerca...

Effettivamente anch’io esordii giovanissimo come assistente effettivo di Gino Zappa – nel novembre 1949 quando avevo da poco superato i 22 anni – lasciando l’Ufficio Studi Economici della Montecatini (diretto dal professor Di Fenizio). In Università svolgevo, al fianco di Napoleone Rossi, le esercitazioni di primo anno; e dall’anno seguente (a fianco di Carlo Masini) anche quelle del secondo anno.

Secondo la consolidata “politica della lesina”, Palazzina mi fissò uno stipendio (mensile) di 19.000 lire (in Montecatini lo stipendio era di 55-60.000 lire)[2].

Già qualche anno prima tuttavia, nel 1946, era stato fondato in Bocconi l’Istituto A. Lorenzetti per gli studi sulle Borse Valori. Questo fatto ha influito in qualche modo sulla sua scelta?

L’Istituto di studi sulle Borse Valori A. Lorenzetti fu, in assoluto, il primo centro di ricerca creato nella nostra Università e la direzione venne affidata a Giorgio Pivato. Fu infatti lui ad avere l’idea, straordinaria per l’epoca, di utilizzare una donazione del padre di Lorenzetti (caduto in guerra), per fondare un Istituto di ricerca, con una propria rivista, La Borsa Valori (Editore Morganti).

Palazzina indicò me come possibile segretario: mi recai a casa di Giorgio e dopo un breve scambio di informazioni e di idee gli comunicai che avrei accettato l’incarico e il compenso che mi era stato offerto. Così ebbe inizio la nostra lunga e proficua collaborazione.

In pratica l’Istituto Lorenzetti avviò subito un suo programma di studi e ricerche e contemporaneamente dette vita a una rivista mediante la quale mettersi in comunicazione con altri studiosi del mondo accademico e con gli operatori del settore per divulgare e confrontare i risultati...

Io entrai operativamente nell’Istituto Lorenzetti con la nascita de La Borsa Valori, con lo specifico compito di seguire la rivista. Quello fu il mio primo incarico all’Università Bocconi. All’Istituto A. Lorenzetti furono riservati due piccoli uffici al secondo piano di via Sarfatti 25 (in uno di questi Gino Zappa teneva nel 1946/47 le sue lezioni di Ragioneria di secondo anno). In quegli stessi spazi, meno di 100 metri quadrati, e per diversi anni (a partire dal 1974), furono ricavati i miei uffici di consigliere delegato e si trovano tutt’oggi i miei uffici di vicepresidente dell’Università: in essi ho trascorso gran parte della mia vita bocconiana (dal 1946 a oggi: 65 anni!).

Quando mi recai in visita a Giorgio Pivato per formalizzare l’accettazione dell’incarico, ebbi il piacere di conoscere la bellissima famiglia del mio amico: mi è rimasto vivissimo il ricordo di Giorgio accanto alla giovane moglie Giuliana (che lo seguì per tutta la vita con assoluta dedizione, anche nell’ultimo periodo buio), che da poco gli aveva dato una bambina, la dolce Elisabetta. Ancor oggi incontro Elisabetta, talvolta in compagnia dei nipoti, nell’edificio di via Massena 18 dove abitano le nostre famiglie e mi appare sempre come una nonna dal comportamento signorile e nel contempo impegnatissima!

Quel periodo della sua vita fu un vorticoso susseguirsi di iniziative e di traguardi (a cominciare dalla conclusione degli studi coronati da un ennesimo 30 e lode): quasi un periodo di “allenamento” per i successivi anni di – a volte frenetica – attività accademica e professionale...

Un anno dopo, nel giugno del 1948, dopo avere frequentato con assiduità il corso di Tecnica commerciale e industriale (così, allora, si chiamava quella parte dell’economia aziendale che si occupava della “gestione” delle imprese), che Giorgio Pivato teneva in simbiosi con Ugo Caprara[3], mi presentai all’esame e Pivato mi vergò sul libretto un 30 e lode, che accompagnò con una forte stretta di mano.

Fu, quella stretta di mano, il viatico migliore per la sua entrata nell’attività professionale che l’attendeva di lì a poco e che le avrebbe permesso di integrare le entrate smagrite da Gerolamo Palazzina. Come avveniva, nei primi anni Cinquanta, questo “battesimo del fuoco professionale” in Bocconi?

Negli anni Cinquanta era consuetudine degli aziendalisti bocconiani integrare il modestissimo stipendio stabilito dal dottor Palazzina con impegni professionali. Giorgio Pivato era, ad esempio, agente di cambio presso la Borsa di Milano. Io, come altri, mi ero iscritto giovanissimo (1950) all’ordine dei Commercialisti. Pivato fu tra quelli (ricordo anche Carlo Masini) che mi aiutarono a farmi conoscere professionalmente. Nell’inverno 1950/51, richiesto da un suo cliente di Borsa che aspirava ad acquistare il mobilificio Zari SpA di Bovisio (all’epoca uno dei più importanti della Brianza) dalla Logomarsino SpA che voleva “liberarsene” perché generava perdite continue, mi propose per una due diligence: dovevo cioè verificare che la società non avesse “magagne”. I primi accertamenti rivelarono che le magagne erano numerose e sostanziose, tanto che provocarono nel direttore generale dell’epoca l’improvviso bisogno di cambiare aria.

Da ciò nacquero due fatti rilevanti:

  • la proprietà Logomarsino SpA, letta la mia relazione, dopo avermi ringraziato, mi chiese se per qualche mese – visto che avevo ormai conosciuto bene la società – potessi sostituire il fuggiasco direttore generale. Fu la mia prima esperienza manageriale (a 24 anni). E mi resi conto che qualche attitudine l’avevo;
  • indirettamente, attraverso l’aiuto dato a Bortolo Termine, incaricato dal Tribunale di Milano di una consulenza tecnica per l’azione di responsabilità nei confronti dell’ex direttore generale, giunsi in contatto con Luigi Antonelli, che fu poi il mio Maestro nella professione.

Nel 1955 potei (in parte) ricambiare a Giorgio Pivato il favore: l’occasione fu la cessio bonorum dell’oleificio Vismara, con sede a Vimercate (Mi) e stabilimenti a Vimercate e Grottaglie (Ta). I fratelli Vismara erano in serie difficoltà finanziarie, dovute unicamente alle loro incapacità manageriali, ma erano nel contempo personaggi “poco raccomandabili”. Dopo aver artefatto scritture e bilanci, incolparono il loro consulente Giorgio Pivato di avere presentato quei dati alle banche... Ce ne accorgemmo presto anche noi (Antonelli e io), quando dovemmo controllarli: giunsero perfino a occultare (a noi e quindi ai loro creditori – banche) cisterne ricolme di olio. Quando i nostri addetti alla sicurezza li scoprirono, giunsero fino alle minacce personali...

Da allora in avanti, professore, i rapporti accademici degli anni Cinquanta e Sessanta fra Lei e il professor Pivato furono caratterizzati da un continuo intreccio e da frequenti “avanzamenti” paralleli, che servirono non poco (e non solo) a rinsaldare stima e considerazione professionali ma diventarono, soprattutto, il cemento della vostra amicizia...

Nel 1951 il mio Maestro Gino Zappa perse completamente la vista; e poco prima di uscire dai ruoli dovette lasciare la Bocconi e Ca’ Foscari; non usciva più dalla sua casa di Venezia sul Canal Grande. Nell’anno seguente Aldo Amaduzzi mi chiamò a Genova per l’incarico di Tecnica industriale e commerciale e questo fu il mio primo incarico – come all’epoca si chiamava – di una materia fondamentale. Giordano Dell’Amore non mi lasciò tuttavia “partire” del tutto dalla Bocconi: mi affidò il corso biennale per dirigenti (la futura SDA) e anche una materia complementare.

Verso la fine del 1953 Giorgio Pivato vinse meritatamente il concorso a cattedra (nel periodo bellico, per molti anni, non ve n’erano stati). L’unica cattedra accessibile (da Milano) era quella di Genova, dove avevo da poco iniziato il secondo anno di incarico. Ne parlai ad Aldo Amaduzzi (che apprezzava Giorgio Pivato) e mi offrii di lasciare l’incarico per consentire la copertura della cattedra a favore di Pivato (anche se il preside di facoltà, l’anziano professor Chessa, mi ripeteva di «pensarci bene» ecc.). Ricordo il viaggio a Genova con Giorgio Pivato e la colazione in casa Amaduzzi: dove si presero le decisioni, e dove io scrissi la lettera di dimissioni. La mia scelta spiacque ad alcuni membri del Consiglio di facoltà, divenuti miei amici (Scotto e altri), ai quali offrii una sorta di “risarcimento”: sarei rimasto con un incarico complementare per alcuni anni. E questo fu l’accordo finale.

A questo punto, professore, devo rilevare che mai come in questo caso risulta azzeccato il titolo (Li ho visti così) di queste interviste. Ascoltandola parlare del suo fraterno amico emerge non solo la figura di Giorgio Pivato, accademico creativo, validissimo professionista, uomo colto, gentile e generoso, ma anche il fatto che Lei stesso è, nella maggior parte degli episodi che ricorda, il testimone o addirittura il co-protagonista dei fatti che descrive. Risalta in maniera evidente che fra Lei e il professor Pivato si era stabilita una solidissima amicale fraternità. Siete riusciti a trasmetterla anche alle vostre famiglie?

Con Giorgio Pivato divenimmo effettivamente strettissimi amici: nel 1954 egli fu, con Napoleone Rossi, mio testimone di nozze (Tancredi Bianchi e una maestra vicentina, amica della famiglia Fusa, furono testimoni di mia moglie Lina); quando, nel 1965, nacque il mio primo figlio maschio, prese il nome di Giorgio; Pivato fu il suo padrino di battesimo[4].

Nel 1959 Giorgio Pivato, da alcuni anni ordinario all’Università Bocconi, ottenne da Giordano Dell’Amore – “capo” incontestato degli aziendalisti – che l’unico Istituto di Economia Aziendale fosse scisso in due Istituti: nacque così l’Istituto di Tecnica Industriale e Commerciale (poi diventato Istituto di Economia delle Aziende Industriali e Commerciali) con Giorgio Pivato direttore.

Malgrado tutte queste novità Lei non perse mai di vista, anche se si rivelavano talune perduranti difficoltà, un suo personalissimo obiettivo: arrivare alla cattedra. Tuttavia fu solo dopo una decina d’anni, e proprio grazie a Giorgio Pivato, che vide realizzarsi questo suo sogno...

Verso la fine degli anni Cinquanta il “potente” Giordano Dell’Amore aveva compiuto ogni sforzo per portarmi in cattedra; ma proprio la sua “intransigenza” non glielo consentì. Ma ciò che non poté Giordano Dell’Amore fu realizzato dal più duttile Giorgio Pivato nel 1960.

Ricordo, come fosse oggi, la sua telefonata (che mi raggiunse al Grand Hotel di Roma) e che mi riempì di gioia: «Sono riuscito, sei il vincitore!». A mia volta telefonai a Milano a mia moglie Lina e a Treviglio a mio padre Edmondo, che si sorpresero non poco e che condivisero la felicità che sentivano nelle mie parole. Devo confessare che per me era, in effetti, il raggiungimento di un traguardo al quale avevo guardato per tutta la giovinezza: avevo 33 anni. Due mesi dopo fui chiamato alla cattedra all’Università di Parma, dove divenni da subito direttore dell’Istituto di Tecnica Industriale e delle Ricerche di Mercato, accolto a braccia aperte da Carlo Masini (Ragioneria), Eugenio Levi (Matematica), Franco Feroldi (Economia politica), Francesco Costanzo (Statistica)[5]. Ero il quarto bocconiano (dopo Masini, Levi e De Maddalena) che giungeva nella neonata facoltà di Economia e Commercio dell’antica Università di Parma! 

Ma Milano era pur sempre Milano e l’attirava; inoltre la sua preparazione aveva risvegliato l’interesse di altri atenei, che tentarono di “arruolarla” senza successo: soprattutto perché si scontrarono con la “gelosa difesa” di Dell’Amore...

Nel 1964 ricevetti effettivamente una “chiamata” all’Università Cattolica di Milano. Inutile: Giordano Dell’Amore, pur cattolicissimo, si oppose fermamente. Sostituii Ugo Caprara (uscito dai “ruoli”) nell’incarico di Tecnica commerciale alla Bocconi, a fianco e in simbiosi con Giorgio Pivato. Fu così che Tecnica commerciale divenne di fatto il corso di Marketing, anche se il ministero dell’Università non consentì che quel termine “straniero” fosse ufficialmente utilizzato (circostanza che oggi appare inverosimile!).

Dovetti attendere fino al 1969 che una nuova cattedra fosse assegnata in Bocconi alle materie aziendali per esservi chiamato; fu così che diventai – con Dell’Amore, Pivato, Masini – il quarto aziendalista della “mia” Università, dove peraltro già insegnavo, senza soste, dal 1949. E dove tenni lezione per altri trent’anni, cosicché, quando uscii dai “ruoli” nel 1999, avevo raggiunto il mezzo secolo esatto di insegnamento.

I due settori del vostro Istituto hanno finito per vivere a stretto contatto di gomito per molti anni (dal 1969 al 1982): qual era il clima nel quale studiavate e lavoravate all’Istituto di Economia delle Aziende Industriali e Commerciali?

Nel periodo 1969/82 (l’anno in cui Giorgio Pivato lasciò la direzione) la vita comune nell’Istituto si svolse sempre nel segno dell’amicizia. Giorgio mi lasciò completamente libero d’organizzare come meglio credevo i corsi di Marketing, dove formai numerosi allievi.

Il mio amico aveva in quel periodo (tra altri validi) due allievi prediletti: Carlo Scognamiglio e Gualtiero Brugger. Due studiosi di primo piano, intelligentissimi e colti, che chiunque gli avrebbe invidiato; e due personalità diverse. Il primo estroverso e brillante, se ne andò presto per la sua strada (divenendo prima Rettore della LUISS di Roma e poi dandosi alla politica, dove arrivò addirittura alla presidenza del Senato della Repubblica). Il secondo, studioso serio, tenace, puntuale e in parallelo pronto a trasferire queste doti nel campo professionale, dove lo annoverai da giovanissimo tra i più affidabili collaboratori (forse il migliore che abbia mai incontrato). Pivato aveva visto bene.

La partecipazione dell’intero mondo accademico alla redazione di due volumi di Studi in onore di Giorgio Pivato – in occasione della sua uscita dai ruoli accademici, nel 1982, dopo 48 anni di operosa attività – fu davvero eccezionalmente imponente...

Nel maggio 1982 tutto il mondo accademico (aziendalisti, economisti, giuristi) partecipò all’opera collegiale in due volumi Finanza aziendale e mercato finanziario (edito da Giuffrè) che reca il sottotitolo Studi in onore di Giorgio Pivato. Nella prefazione scrissi:

Questa raccolta di studi in materia aziendale e di mercato finanziario intende onorare con un’opera corale di elevato livello scientifico e operativo il prof. Giorgio Pivato, insigne studioso, recentemente collocato fuori ruolo dopo 48 anni di attività universitaria.

In questo lungo periodo di dedizione alla ricerca e all’insegnamento, nel campo dell’economia delle aziende industriali, ove è stato titolare di cattedra nell’Università Bocconi, Giorgio Pivato ha offerto alla comunità scientifica e al mondo professionale numerosi contributi di grande pregio.

Le sue opere in tema di economia della produzione e di gestione delle imprese di pubblici servizi, ad esempio, hanno lasciato una traccia destinata a permanere nel tempo. È nell’area finanziaria, tuttavia, che il prof. Pivato ha esercitato il maggior impegno – soprattutto negli anni più vicini – cogliendo risultati di alto valore sul piano scientifico e operativo.

Solo in epoca piuttosto recente la finanza ha acquistato, nel nostro Paese, solide basi concettuali e professionali. Nella letteratura e nella prassi, i primi segni di un interesse organico verso gli aspetti finanziari della gestione si sono avuti poco prima del secondo conflitto mondiale, e ciò con specifico riferimento alle analisi di bilancio.

Uno sviluppo relativamente maggiore hanno avuto, nel periodo prebellico, gli studi sull’esercizio delle operazioni bancarie, senza peraltro approfondire i criteri per le scelte proprie degli utenti del credito.

Nel dopoguerra, in parte per effetto dell’evoluzione del quadro economico e finanziario dell’industria e in parte come risultato dei nuovi studi di economia aziendale, hanno cominciato ad apparire i primi lavori organici sulla problematica del mercato finanziario e del finanziamento delle imprese. A partire dagli anni Sessanta, il processo di elaborazione concettuale e di sviluppo professionale ha investito in modo progressivo anche gli altri aspetti della nuova disciplina, ormai compiutamente formata, di finanza aziendale.

In questa evoluzione, il prof. Pivato ha avuto un ruolo primario.

Quale fu la prima opera giovanile di Pivato e quali sono le sue caratteristiche fondamentali?

L’importante opera Le imprese di servizi pubblici (di ben 788 pagine) apparsa all’inizio della seconda guerra mondiale (settembre 1939; editore Giuffrè) compendia le ricerche di Giorgio Pivato, assistente di Gino Zappa, negli anni tra il 1935 e il 1939. Da un lato, sono gli anni in cui l’insegnamento del Maestro incombe, con sicura evidenza, sul pensiero dei giovani allievi sia nelle espressioni verbali («La nostra Scuola», le onnipresenti «coordinazioni aziendali», «i supposti costi di singoli prodotti o servizi» ecc. ecc.) sia nei concetti espressi (Riquadro 2). Dall’altro lato, è il periodo di massima affermazione del regime fascista (in copertina: anno 1939-XVII, dove XVII (diciassettesimo) sottintende dell’era fascista, con l’autarchia e l’economia corporativa ecc. (Riquadro 3).

Riquadro 2 «L’incombere della “Nostra Scuola”» da Le imprese di servizi pubblici

Non crediamo che alla nostra indagine sia sfuggito qualche importante aspetto della economia delle imprese di servizi. Al contrario i vincoli che saldamente coordinano fra loro le varie manifestazioni della politica di gestione e i vari settori d’attività delle aziende studiate, ci hanno indotti a estendere, anche più del previsto, il campo d’indagine e l’oggetto della trattazione, man mano che si sono manifestate nuove correlazioni fra i fenomeni economico-tecnici già presi in esame da altri, dai quali sarebbe stato pertanto inopportuno prescindere. Ecco perché, nella successiva trattazione, illustriamo non poche circostanze di economia ambientale e di regime giuridico amministrativo e autarchico corporativo, in quanto esse sono atte a influire sulla gestione delle nostre imprese; ricerchiamo quali correlazioni possono stabilirsi fra la politica degli impianti, quella finanziaria e quella di vendita; esaminiamo la struttura economico contabile dei valori delle attrezzature tecniche e il concorso di tali valori alla formazione dei costi d’esercizio e al lucroso sfruttamento delle concessioni ottenute. (pp. 9-10)

(...) La estrema congiunzione degli oneri sostenuti dalle aziende da noi studiate, fenomeno dalle multiformi manifestazioni economiche e tecniche, vietando la determinazione di costi particolari di singoli servizi, concorre a rendere vana e di fatto inapplicata, ogni politica di prezzi orientata con riferimento precipuo a detti costi. Di certo, se nel campo industriale la formazione delle politiche di vendita, malgrado le apparenze e le affermazioni in contrario, è solitamente effettuata sul fondamento di ben altri fattori, che non sulla guida dei costi particolari di prodotto sovente ignoti, nel campo delle imprese di servizi tale atteggiamento è la regola che non patisce eccezioni.

Se anche si volesse ammettere la possibilità di una grossolana determinazione di costi particolari di singoli servizi, non sarebbe la loro misura, aumentata di quote più o meno generose di sperati utili, da ritenersi indicativa dei prezzi convenientemente applicabili, sotto pena di perdere un numero cospicuo di utenze che potrebbero pagare tariffe inferiori a tale misura, ma nell’insieme pur sempre vantaggiose per l’impresa, e di adottare prezzi troppo bassi per le utenze relativamente “ricche”. Gli inconvenienti accennati sarebbero singolarmente gravi in quanto il buon andamento economico delle imprese di servizi caratterizzate dalla imponenza delle attrezzature tecnico-finanziarie, presuppone il massimo possibile sviluppo e la stabilità nel tempo delle vendite, nonché l’applicazione di prezzi relativamente alti alle utenze che possono pagarli senza accusare serie contrazioni quantitative.

 

Inoltre, è ancora il periodo dell’arretratezza della nostra legislazione sui bilanci: si distingue, ancora, tra “bilanci interni” (con il conto “Profitti e Perdite” a costi, ricavi e rimanenze, come già Zappa insegnava da oltre un decennio); e “bilanci pubblici”, destinati agli azionisti e oggetto di approvazione dei Consigli di Amministrazione e delle Assemblee, ridotti a poche voci per assurdi motivi di “riservatezza” (anche il fatturato era un’informazione riservata!).

Riquadro 3 «Il regime autarchico corporativo» da Le imprese di servizi pubblici

§ 4 – Le aziende di servizi in regime autarchico corporativo

I. La necessità di adeguare consapevolmente la gestione d’impresa all’ordinamento autarchico corporativo; gli organi attraverso i quali si attua il regime in discorso. I capitolati di concessione e l’ordinamento autarchico corporativo concorrenti alla regolamentazione e all’efficace controllo della gestione delle nostre imprese.

II. Il controllo sui prezzi dei servizi; la necessità di ponderare le condizioni di gestione delle singole società concessionarie e di conciliarne le necessità economiche con l’interesse degli utenti, con la politica sociale ed economico autarchica e con le esigenze militari della Nazione. Criteri pratici per gli interventi regolatori delle tariffe.

III. Il controllo sulla costruzione e sull’esercizio delle attrezzature tecniche; principi informativi e criteri concreti cui esso deve consapevolmente attenersi.

IV. La regolamentazione sulla politica finanziaria, con particolare riferimento alle nuove emissioni di titoli e ai processi di concentrazione aziendale. Altri aspetti di interventi governativi e corporativi nella gestione delle imprese e servizi.

Ci vollero ben 25 anni per arrivare a ottenere la modifica di questa norma di legge: sino al 1974! Nel 1942-XX Giorgio Pivato, nel libro I bilanci nelle aziende di servizi pubblici (edito sempre da Giuffrè), riprende con maggior dettaglio l’argomento già considerato nell’opera fondamentale del 1939. Ne riportiamo alcuni passi nel Riquadro 4.

La grande opera di Giorgio Pivato non può essere rivista e giudicata, nell’ottica odierna, se non tenendo conto di questi fondamentali condizionamenti. In questo quadro appare di alto livello scientifico; e largamente idonea per un giudizio sulla sua qualità di studioso e ricercatore, confermata del resto dall’intera sua vita attiva.

Riquadro 4 «Bilanci “interni” e “pubblici”» da I bilanci nelle aziende di servizi pubblici

Raccomandiamo soprattutto l’attento esame dei bilanci interni i quali (specie per l’ormai generale pratica dei bilanci pubblici estremamente sintetici e sibillini) possono consentire utili conoscenze sul contenuto e sui criteri di classificazione di parecchie “voci” contabili”. (p. V)

(...) Anche presso le aziende elettriche il conto di bilancio che, sia pure sinteticamente, meglio dovrebbe chiarire la costituzione complessiva del reddito, è il Profitti e Perdite; o il Profitti e Perdite e il conto Esercizio, qualora a questo ultimo si facciano affluire i componenti di reddito strettamente attinenti alla gestione industriale del servizio o dei servizi in concessione.

In assenza di conti Esercizio, al Profitti e Perdite del bilancio interno d’impresa (le voci del bilancio da pubblicarsi sogliono essere composte, come si vedrà, con criteri di maggiore sintesi) dovrebbero affluire classi di componenti di reddito delle quali le più notevoli sono state esaminate.

In genere, noi vorremmo che nel conto di Profitti e Perdite trovassero iscrizione in Dare: le rimanenze iniziali d’esercizio, cioè le dotazioni di scorte di consumo, di materiali ecc., presso i magazzini delle imprese, raggruppate con riferimento alle più notevoli categorie merceologiche di esse, ai criteri seguiti nella valutazione, e alla presunta loro destinazione (per esercizio impianti, per manutenzioni e riparazioni, per nuove costruzioni od ampliamenti da effettuarsi “in economia”).

In Dare dovrebbero poi trovare iscrizione i costi attinenti all’esercizio tecnico del servizio, dei quali non escludiamo la possibilità di un raggruppamento, oltreché in relazione alla natura di tali valori e alle causali od allo scopo per cui sono sorti, anche con riferimento a importanti sezioni organiche d’impresa per il cui funzionamento si sono sostenuti o a importanti fasi del processo tecnico di produzione e di erogazione del servizio. (p. 75)

(...) In Avere del Profitti e Perdite del bilancio interno d’impresa potrebbero rilevarsi: i ricavi di vendita dei servizi distinti per vaste categorie di utenze non troppo eterogenee dal punto di vista della loro natura; e dell’uso del servizio e del trattamento tariffario ad esse applicato.

Se la società gestisce diversi servizi in concessione, i ricavi dovrebbero distinguersi per tali servizi. Sempre in Avere potrebbero trovare separata rilevazione i ricavi accessori alle vendite (noli di apparecchi di misura, canoni a carico dell’utente per l’uso di speciali attrezzature tecniche ecc.); i ricavi di vendita di scorte di consumo e materiali; i ricavi di carattere finanziario; i ricavi per sovvenzioni d’esercizio; i ricavi attinenti a eventuali gestioni patrimoniali ecc.; le rimanenze finali di scorte di consumo, materiali ecc. (p. 76)

(...) Per ciò che concerne le forme nelle quali dalle nostre aziende vengono redatti i Profitti e Perdite dei bilanci offerti al pubblico, dobbiamo convenire che essi, di norma, sono soverchiamente sintetici e ben poco dicono sulla costruzione del reddito d’esercizio. La spesso mancata pubblicazione del conto o dei conti Esercizio concorre a rendere ancor meno comprensibile la formazione delle più importanti voci di Profitti e Perdite direttamente attinenti alla gestione del o dei servizi in concessione. Vero è, che le lacune dell’estremo conto sintetico di reddito sono non raramente attenuate da opportuni chiarimenti, esposti nelle relazioni di bilancio, sull’andamento di taluni nuclei di costi e di ricavi d’impresa e da statistiche, spesso comparative, sui volumi delle utenze, sull’estensione delle zone servite ecc. Ma crediamo che una forma di Profitti e Perdite dei bilanci pubblicati dalle nostre società elettriche, riassumano indistintamente i componenti di reddito dell’esercizio considerato nelle due sole voci di “spese e perdite” e “rendite”. Talora, specie se l’impresa fa parte di un gruppo aziendale, o esercita comunque una intensa attività finanziaria, si distinguono le “rendite” in “industriali” e di “portafoglio e diverse”. (p. 80)

 

Ma vi è di più: Giorgio Pivato cambia “il linguaggio” tipico degli aziendalisti degli anni Venti e Trenta, anch’esso (con poche eccezioni, come Onida, Amaduzzi e pochi altri) ispirato dalle forme ancora ottocentesche de Il reddito d’impresa[6].

Corrisponde al vero che all’uscita del Trattato di finanza aziendale del 1983, a cura di Pivato, si fa risalire l’inizio di una nuova disciplina autonoma?

Nel 1983 appare il Trattato di finanza aziendale[7]. Nell’opera, oltre a un ampio lavoro introduttivo di Pivato, compaiono i contributi di sei valorosi coautori: Carlo Scognamiglio ha studiato il sistema finanziario nell’ottica del flusso dei fondi, nonché la domanda e l’offerta di attività finanziarie; Mario Massari ha delineato gli strumenti per le analisi finanziarie; Paolo Jovenitti e Alberto Bertoni hanno trattato degli strumenti e dei canali finanziari (ricorso al mercato mobiliare e ricorso alle istituzioni creditizie); Gualtiero Brugger ha svolto un’indagine sul sistema delle decisioni finanziarie dell’impresa e delle decisioni d’investimento; Jody Vender ha indagato fusioni, acquisizioni, la formazione e la gestione finanziaria dei gruppi. Quest’opera era la sintesi di gran parte delle ricerche scientifiche svolte da Giorgio Pivato negli ultimi vent’anni, cui i suoi migliori allievi avevano dato un contributo determinante.

Perciò nel terzo numero della rivista bocconiana Finanza Marketing e Produzione (da me diretta dal 1983 al 2000) ricordo bene di aver voluto pubblicare, con grande evidenza, un articolo intitolato: «Il Trattato di finanza aziendale a cura di Giorgio Pivato conferma la nascita della “finanza aziendale” come disciplina autonoma».

L’articolo si conclude con queste parole, che rappresentano puntualmente il mio convincimento: «Ciò consente finalmente di affermare che anche la finanza aziendale può a pieno diritto considerarsi come disciplina autonoma nell’ambito delle materie di economia aziendale».

Il Riquadro 5 riporta alcuni brani della dotta introduzione all’opera scritta da Giorgio Pivato.

Riquadro 5 Dall’introduzione al Trattato di finanza aziendale

Sintetizziamo: i supporti empirici che hanno consentito agli studi di finanza aziendale di assurgere a disciplina scientifica e autonoma si identificano con i “casi concreti” riscontrabili nell’esercizio della “funzione finanziaria” d’impresa. Questa realtà fenomenica consiste nei processi di formazione e negli effetti delle decisioni riguardanti: le politiche finanziarie; la pianificazione finanziaria a medio-lungo termine; la programmazione a breve; gli atteggiamenti che la “base”, esercitante la “funzione finanziaria”, suggerisce ai vertici dell’azienda in ordine ai comportamenti “attivi” da assumere per modificare dati condizionamenti ambientali (normative finanziarie da postulare e da modificare ecc.); le scelte operative intese a modificare il volume globale delle risorse e la loro composizione tenuto conto delle alternative d’investimento; le operazioni di acquisizione, di impiego e di disimpiego dei flussi monetari e di capitale circolante.

(...) Concludendo: è dimostrato, a nostro avviso, che tutti i requisiti indicati come condizioni imprescindibili per riconoscere alla finanza aziendale dignità di disciplina scientifica autonoma sono, nell’attualità, pienamente operanti. Il corpo di studi che hanno dato vita sull’arco internazionale alle opere ponderose e sistematiche pubblicate intorno agli anni Settanta fino a oggi conferma incontestabilmente l’esistenza di tale disciplina. Essa, come si è visto, possiede, a un tempo, carattere settoriale e funzionale; in gran parte insegue tematiche che sono di sua diretta pertinenza, perché supportate da una realtà fenomenica che ne forma la base empirica originale, e in parte fruisce di contributi conoscitivi e strumentali tratti bensì da altre discipline, ma modificati in rapporto alle proprie esigenze. È forse superfluo ricordare che questa vocazione interdisciplinare, da parte della finanza aziendale, fruisce delle impostazioni moderne altamente qualificate della generalità delle dottrine, sia macroeconomiche, o aziendali o giuridiche.

 

Lei afferma, professore, che la prolusione scritta per l’inaugurazione dell’anno accademico 1961/62 costituisce il culmine dell’opera scientifica di Pivato: perché?

Negli anni Sessanta (prima che la “contestazione studentesca” la rendesse impossibile) la prolusione all’Inaugurazione dell’anno accademico era il momento culminante di quella cerimonia (che riempiva l’Aula Magna).

Nel gennaio 1962 Giorgio Pivato vi pronunciò il discorso «Il contributo del mercato mobiliare al finanziamento delle aziende industriali» (nel Riquadro 6 alcuni passi), che riassume vent’anni di ricerche e di esperienze sul campo (non dimentichiamo che Pivato fu agente di cambio e figlio di agente di cambio alla Borsa Valori di Milano). In queste pagine, scritte nella pienezza delle sue forze e della maturità, riconosco la grandezza del mio indimenticabile amico.

Riquadro 6 Dalla prolusione all’anno accademico 1961/62

Oggi è vivamente avvertita l’aspirazione a estendere le indagini all’intero mercato mobiliare, nell’ambito del quale la Borsa Valori si è gradualmente differenziata per regolamentazione esterna, per ordinamenti interni, per schemi negoziali. Questa impostazione di studio, da un lato consente di cogliere i prevalenti aspetti di solidarietà e i limiti delle eventuali manifestazioni di autonomia, della Borsa rispetto agli altri settori del mercato mobiliare; d’altro lato permette di conferire nuovo impulso alle ricerche, fin qui piuttosto neglette, sui fenomeni del mercato mobiliare fuori Borsa.

(...) il concorso del mercato mobiliare al finanziamento industriale si svolge con varia efficacia a seconda dei diversi canali per i quali si muovono in correnti opposte, da una parte i mezzi finanziari offerti contro impiego in titoli azionari e obbligazionari, d’altra parte i titoli mobiliari emessi dalle imprese, oppure offerti da investitori o da altri operatori economici per disimpegno. Si afferma così la necessità di indagare, nell’ambito del mercato mobiliare, quale importanza comparata abbiano i singoli settori; ad esempio la Borsa Valori, i cosiddetti “mercati ristretti fuori Borsa” ecc.

(...) Fino a oggi sono state condotte e sono tuttora in corso, ricerche [da parte dell’Istituto sulle Borse Valori “A. Lorenzetti” presso l’Università Bocconi] sulle strutture finanziarie di un vasto gruppo di imprese industriali e di servizi, scelte fra quelle i cui titoli sono quotati nelle Borse Valori.

Si tratta di una base empirica di valore notevole, sia perché le imprese considerate alimentano ampie e frequenti offerte di titoli azionari e obbligazionari; sia perché le condizioni di emissione, di remunerazione e di scambio in Borsa di quei titoli esercitano potenti influssi sulle quantità economiche dell’intero mercato mobiliare.

Può essere interessante ricordare qualche risultato delle ricerche in discorso. Il totale dei mezzi conferiti dagli azionisti per versamenti di denaro fresco in occasione di aumenti di capitale a pagamento, intervenuti dalle date di costituzione delle imprese considerate a tutt’oggi, è pari mediamente al 14-15% del totale dei mezzi di capitale e di credito che costituiscono le strutture finanziarie di tali imprese. I mezzi raccolti attraverso emissioni obbligazionarie dirette non superano l’8% dei mezzi totali.

(...) Fra le circostanze non favorevoli a un ordinato svolgersi della dinamica dei prezzi dei titoli, specie azionari, devono certamente annoverarsi l’abbandono della struttura contrattuale dell’a termine (struttura che, alla luce dei dati di un seiennio, si è manifestata imprescindibile per l’efficacia delle Borse in un ambiente economico come il nostro) e la quantità modesta, ma soprattutto assai variabile, dei mezzi di credito messi a disposizione degli operatori sul mercato mobiliare.

Com’è noto, la lenta formazione del nostro risparmio, il variabile assorbimento delle capacità di credito alla Borsa, considerato sovente come impiego marginale di mezzi pro tempore non diversamente utilizzabili, sia soggetto a mutevolissimi dimensionamenti, resi sensibili anche ai vari indirizzi di politica economica seguiti dai governi. Aggiungasi, che mentre l’espansione dei volumi del credito alla Borsa suole avvenire con gradualità, man mano che si sviluppano movimenti in ascesa dei corsi la contrazione di tale credito ha luogo, spesso, entro ristretti archi di tempo: ciò che provoca l’affrettato ridimensionamento di molte posizioni (specie da parte degli operatori mobiliari scarsamente dotati di mezzi propri) e la convergenza di impulsi unidirezionali sulla dinamica dei corsi.

(...) A seguito di queste considerazioni è forse lecito convenire che gli studi tecnici sul mercato mobiliare, se svolti con i criteri qui delineati, possono coltivare degnamente l’aspirazione a offrire contributi pregevoli anche sul piano della politica economica.

 

Lei, professore, mi ha più volte ricordato che Pivato ammalato, senza più contatti con il mondo, ha messo a dura prova anche l’affetto e la solidarietà di tutti i suoi amici e allievi...

Lasciato l’IEAIC Giorgio Pivato effettivamente scompare – salvo l’inaspettata apparizione del 1987 – dalla mia vita e da quella di tutti i suoi numerosi amici e discepoli. Il Parkinson lentamente, inesorabilmente si impadronisce di lui e giunge all’epilogo nel settembre del 1997, tra il compianto generale. «Lo ricordo come un grande signore», mi dice ancora oggi il professor Mario Monti.

Pochi mesi dopo, nell’annuale incontro d’Istituto, volli commemorarlo, davanti alla moglie Giuliana, ai figli, alla grande platea dei docenti e collaboratori dell’Istituto da Lui fondato. Iniziai il discorso, ma gradualmente un “groppo” mi prese la gola: faticavo ad articolare le frasi, infine mi misi a piangere. E dovetti concludere in fretta...

1

Cattini, Decleva, De Maddalena, Romani, Storia di una libera Università, vol. 2, Egea, Milano, 1997, p. 387

2

Si veda Li ho visti così 1, pp. 131 e ss.

3

Si veda Li ho visti così 1, pp. 33 e ss.

4

Un segno del destino: mentre rileggo queste pagine sul matrimonio con Lina, entrano nel mio studio a Casa de Campo due amici affranti (è il 14 dicembre 2010): «Lina ha avuto un grave malore sulla spiaggia! Mentre faceva le trecento bracciate mattutine ha perso conoscenza e non si è più riavuta, ora è all’ospedale». Ogni sforzo è stato inutile: dopo due ore di inutili tentativi, è stata dichiarata deceduta: la diagnosi è stata di infarto. Il giorno seguente ho dettato per il Corriere della Sera le seguenti parole: «Lina diletta, ci siamo conosciuti nel 1944, sposati nel 1954, avuto 5 bellissimi figli (e 7 nipoti): che vogliamo di più? Tu mi hai sempre lasciato andare avanti: perché questa volta mi hai preceduto?».

5

Si veda la foto in Li ho visti così 1, p. 351.

6

Come ricordava Libero Lenti in Le radici del tempo (Franco Angeli, Milano, 1983), sono rimaste negli incubi notturni degli studenti bocconiani dell’epoca frasi come: «Quando, pur nel vanire della forma utile a noi percettibile, perdura la utilità di costi che non si sanno imputare a nessun oggetto sensibile…». È l’avvio al concetto, come diremo oggi, di bene immateriale o bene intangibile.

7

A cura di Giorgio Pivato, Franco Angeli, Milano.