Il mondo di Guatri
2026/8
Sergio Vaccà
Economista aziendale molto attento al sociale. Partecipò attivamente alla guerra per i “concorsi” a cattedra. Contro la malattia reagì con ineguagliabile forza d’animo
Due esperienze parallele vissute in due grandi centri del sapere di Milano (Cattolica e Bocconi); due menti in sintonia, soprattutto l’incontro di due spiriti desiderosi d’innovazione: ecco, professor Guatri, come io descriverei il suo incontro con il professor Sergio Vaccà.
Lei invece ha liquidato l’episodio, del quale è stato co-protagonista e che ha contrassegnato grandissima parte della sua vita di studioso e di docente, con poche parole: «Conobbi per la prima volta Sergio Vaccà in un Centro Studi dei Gesuiti, alle spalle di Palazzo Marino, dove mi portò nel 1951 Carlo Masini: vi si discuteva di materie “sociali”. Lì ci conoscemmo e apprezzammo». Scattarono dunque immediatamente stima e amicizia e Lei sembra considerare la cosa normalissima. Cosa nacque da quell’incontro? E chi era quel giovane professore che aveva d’un subito catturato le sue simpatie?
Niente nacque, sul momento. Anzi per qualche anno le nostre vie addirittura si divisero. Sergio Vaccà (foto a p. 216) era nato a S. Zenone al Lambro (in provincia di Milano) il 10 agosto 1927; è quindi coeva la nostra laurea (lui in Cattolica, io in Bocconi). Dopo la laurea era rimasto in Cattolica (il suo Maestro fu Pasquale Saraceno); io in Bocconi, chiamato come assistente effettivo da Gino Zappa, il mio Maestro (e ancor prima di laurearmi fui chiamato dal professore De Fenizio all’Ufficio Studi Economici della Montecatini).
Saraceno era stato allievo di Zappa: un aziendalista, tuttavia fortemente orientato ai problemi sociali. Al suo Maestro Vaccà restò sempre affezionato e, pur percorrendo strade proprie, rimase sempre affascinato dai suoi studi e dalle sue ricerche. In un certo senso non fu mai aziendalista “puro”.
Quando ebbe, professore, nuovamente l’opportunità di incontrare Vaccà?
Rividi Sergio all’inaugurazione dell’anno accademico 1962/63 dell’Università Cattolica, dove il professor Zerbi (ordinario di Ragioneria e direttore dell’Istituto di Economia Aziendale) voleva mi trasferissi, da Parma, come ordinario di Tecnica industriale e commerciale (per subentrare allo scomparso Pasquale Saraceno)[14].
Al mio arrivo in Cattolica nell’autunno del 1962, Zerbi convocò Sergio Vaccà. E, dopo averlo informato che io avrei condotto il corso diurno e lui quello serale (come, all’epoca, si usava), gli chiese di uniformarsi ai contenuti del mio corso o comunque di accordarsi con me. Io dissi subito a Sergio che continuasse a svolgere il suo programma in piena libertà.
Riquadro 1 Stralci dall’introduzione a La produzione industriale di Pasquale Saraceno
(...) costi variabili e costi fissi, siano questi ultimi d’impianto oppure di esercizio, riflettono due diversi tipi di scelte che stanno davanti all’imprenditore. I costi variabili corrispondono infatti a scelte che possono essere influenzate dagli sviluppi immediati della situazione di mercato; i costi fissi sono invece determinati da scelte che devono scontare le tendenze più lontane e più durevoli della situazione di mercato. L’aumento del grado di meccanizzazione, in quanto aumenta il peso dei costi fissi, diminuisce quindi le possibilità consentite all’imprenditore di realizzare le scelte consigliate dalla situazione di mercato già in atto e poi di modificare prontamente tali scelte non appena i dati della situazione attuale di mercato cambiano; questa libertà di scelta viene infatti del tutto perduta per quei fattori della produzione che corrispondono ai costi d’impianto, dato che questi costi sono sostenuti per intero, come detto, prima di dare inizio alla produzione e non sono che in piccola parte recuperabili in caso di cessazione dell’esercizio; la libertà di scelta viene poi gravemente menomata per i costi fissi di esercizio, cioè per quel nucleo di costi che sono legati alla struttura e alla capacità dell’impianto e non alla sua produzione, ma che, a differenza dei costi d’impianto, devono sostenersi solo se la produzione ha luogo. (p. 17)
(...) Ecco dunque che presso un numero rilevante e crescente di imprese industriali si sono andate formando condizioni nuove di esercizio in tre settori fondamentali della gestione; nel settore delle vendite, per il formarsi di mercati solo parzialmente concorrenziali, nel settore del finanziamento, per la estensione presa dal reinvestimento dei profitti, nel settore della condotta dell’impresa, per effetto della assunzione delle responsabilità di gestione da parte di persone – i direttori – che non legano la sorte dei propri capitali alle decisioni che essi prendono. (pp. 22 e ss.)
(...) dopo la depressione devastatrice degli anni 1929 e seguenti, i Paesi industrializzati, resisi conto del rischio cui erano esposti di vedere inutilizzate ingenti forze di lavoro e larghe porzioni di capitale accumulato, si orientarono verso politiche intese a dare stabilità al procedere della vita economica, sollecitando un aumento di consumi e un rallentamento nell’accumulazione di capitale in caso di depressione e andamenti opposti nelle situazioni in cui la domanda ecceda i fattori disponibili.
È questo il campo della politica cosiddetta congiunturale, cioè della politica intesa a neutralizzare i fattori di instabilità che incessantemente operano nel sistema economico e, per tal via, garantire il mantenimento di situazioni di pieno impiego e di stabilità di prezzi.
Sennonché l’ormai pacifica acquisizione di nuovi strumenti di politica economica non sta affatto a significare che la ciclicità è il modo di essere, in questo nostro tempo, della normalità della vita economica; naturalmente se per ciclicità s’intende l’esistenza di un ritmo determinato dalle forze espresse dallo stesso sistema, ritmo che la politica economica tenderebbe poi a impedire o almeno ad attenuare. (p. 27)
(...) anche nei Paesi industrializzati il meccanismo di sviluppo ha manifestato, nel corso di questo secolo, rilevanti insufficienze; sembra infatti che nelle economie altamente sviluppate i dati fondamentali del calcolo economico effettuato da ogni imprenditore (prospettive di profitto, saggio di interesse, prezzi) verrebbero a porsi, durevolmente, in tali rapporti tra di loro da non rendere conveniente una somma di iniziative capaci di dare impiego ai fattori disponibili; viene così a determinarsi uno scarto non transitorio tra l’ammontare del risparmio che si viene formando e quello che viene domandato per essere investito; e lo stesso capitale costituito con i precedenti investimenti resta in parte inutilizzato, pur in presenza di una forza di lavoro che chiede di essere impiegata. È questo il cosiddetto ristagno. (p. 31)
(...) il grado di automaticità del meccanismo di mercato si è rivelato del tutto insufficiente a dar luogo a una sistematica espansione dell’industria e, quindi praticamente, del progresso economico, dai pochi Paesi ove l’industria ebbe modo di affermarsi nel secolo scorso alla restante parte del mondo; orbene, questa incapacità di espansione dei sistemi industriali si è manifestata non solo sul piano mondiale ma anche all’interno stesso dei Paesi che vengono definiti industrializzati. (p. 38)
Fu lui a presentarmi al Rettore dell’epoca, il noto economista Francesco Vito (succeduto al fondatore padre Agostino Gemelli) e a Giuseppe Lazzati (noto anche come animatore dell’Azione Cattolica lombarda)[15].
Professore, i suoi legami non solo affettivi con la Bocconi erano già molto forti; come riuscì a “trasferirsi”, addirittura per un paio d’anni, alla Cattolica?
Io, “bocconiano di ferro”, ho trascorso in Cattolica un intero biennio, avendo ricevuto il placet di Giordano Dell’Amore (il quale, tuttavia, non consentì mai che vi assumessi la cattedra malgrado le insistenze di Zerbi).
In quegli anni partecipai in toga all’inaugurazione dell’anno accademico, che si concludeva, dopo il discorso del Rettore, con la relazione del presidente dell’Istituto Toniolo (il “custode delle sorti dell’Università”: il corrispondente del bocconiano Istituto Javotte Bocconi-Amici della Bocconi).
Ebbe modo, in quei due anni, di rinnovare e approfondire la conoscenza con Sergio Vaccà?
Certamente e anche negli anni a seguire[16]. Quando arrivai in Cattolica Sergio non era ancora libero docente: poi in soli tre anni fece tutta la carriera accademica: dalla libera docenza (1963) alla cattedra (1966) che lo portò – e per lungo tempo – all’Università di Genova, dove creò la “sua Scuola” composta via via di allievi di primo piano. Tra questi ricordo: Lorenzo Caselli, Roberto Cofferata, Gianni Cozzi, Giovanni Panati, Pietro Genco, e altri validi docenti. Il suo centro d’interesse divenne, in particolare, l’ILRES (Istituto Ligure di Ricerche Economiche e Sociali). I suoi interessi di ricerca andarono poi allontanandosi dall’aziendalismo puro, per assumere crescenti connotazioni sociali e politiche.
In quel non breve periodo (dal 1966 alla fine degli anni ottanta) i nostri incontri furono frequenti: io avevo una casa nella Pineta di Arenzano, dove mi recavo per i fine settimana e per brevi periodi di vacanza (lì, nel 1968, scopersi il golf).
Fu un periodo abbastanza difficile per il suo amico e, in qualche modo, anche per i vostri rapporti...
Mi avvidi che, con il passare del tempo, il “cattolico” Sergio Vaccà si spostava sempre più a sinistra: nei primi anni Settanta, quando in Italia giunse la contestazione studentesca, si schierò apertamente a favore dei movimenti studenteschi. Le nostre discussioni alla Pineta di Arenzano divennero sempre più accese. A un certo punto gli chiesi addirittura – con l’amicizia che ci consentiva di essere reciprocamente schietti – se stesse “ammattendo”.
Fu, naturalmente, una fase passeggera della sua vita: coi fumi del ’68 svanirono anche gli eccessi; e tornò a una visione meno rivoluzionaria/barricadiera e più realistica delle battaglie sociali.
Furono anni, una dozzina circa, durante i quali il professor Vaccà si dedicò all’insegnamento, a un impegnativo lavoro presso l’ILRES che lui stesso aveva creato, all’ideazione di una rivista di politica industriale...
Fu appunto nel 1973, durante il periodo genovese, che Sergio creò la prima delle sue riviste – la trimestrale Economia e politica industriale – cui rimase fedele per tutta la vita. Presidente del Comitato Scientifico della rivista fu a lungo Giacomo Becattini, noto economista, che collaborò con Sergio, sia nella rivista, sia in opere specifiche.
Anche alla Bocconi maturavano, frattanto, alcune situazioni che aprivano a un futuro ricco di innovazioni. Innanzitutto al superamento della “regola del fifty fifty”, contro la quale aveva combattuto una delle sue più impegnative e appassionate battaglie...
Nel 1974, in Bocconi, ero il consigliere delegato. Dall’anno seguente, 1975, Innocenzo Gasparini divenne Rettore (e lo fu sino al 1984). In quello stesso anno il presidente Furio Cicogna ci lasciò (1975) e gli subentrò – su designazione dell’Istituto Javotte Bocconi-Amici della Bocconi – Giovanni Spadolini. Si creò una situazione per cui, sui fatti accademici, l’accoppiata Gasparini-Guatri assunse la piena “regia” della vita dell’ateneo.
Agli inizi degli anni ottanta, decidemmo di rompere la sino ad allora ferrea regola del fifty fifty nell’assegnazione delle cattedre (50% agli “aziendalisti” e 50% agli “altri”, economisti-giuristimatematici-storici ecc.), che resisteva dai tempi in cui Giordano Dell’Amore “governava” l’ateneo. Fu così che, riconoscendo in Sergio Vaccà sia le caratteristiche dell’aziendalista (sia pure anomalo) sia dell’economista, lo chiamammo alla cattedra di Economia delle fonti di energia, collocata nel Dipartimento di Economia Politica. Divenne anche direttore dell’Istituto delle Fonti di Energia.
Da circa un ventennio Lei, professore, si occupava – con lungimiranza – del tema delle fonti di energia. E già da tempo il professor Vaccà aveva mostrato di avere i suoi stessi interessi. Quindi, si ritrovò a lavorare con un partner che, su questo fronte di studi e ricerche, non solo poteva alleggerire il suo impegno ma che era anche uno dei suoi autori prediletti...
Conoscevo ovviamente l’attenzione di Sergio per questo campo di studi. Già nel 1974 gli avevo chiesto di affiancarmi nella direzione della rivista Economia internazionale delle fonti di energia (nel 1974 già giunta al 18° anno di vita: era nata nel 1957!)[17]. Io mantenni la qualifica di direttore, ma di fatto gli chiesi di prendere gradualmente “in pugno” la rivista.
Non si fece pregare. E già con il primo numero del 1975 la rivista cambiò editore (da Giuffrè a Franco Angeli, l’editore cui Sergio fu sempre fedele; come io lo fui a Giuffrè, fino alla fondazione della casa editrice bocconiana, Egea). A dimostrazione della continuità, la rivista riporterà nel frontespizio la dizione «Numero 1-1975 – Anno XIX».
Più avanti, l’effervescente Sergio Vaccà ne trasformerà, aderendo a nuovi interessi di ricerca, il titolo in Economia delle fonti di energia e dell’ambiente.
Il presidente Spadolini non perdeva davvero tempo: quando, nel 1984, dovette nominare un successore al rettore Gasparini le offrì la carica (e l’onere, sommandolo a quello di consigliere delegato) le concesse, per decidere, un’ora di tempo. Lei accettò e senza esitazioni scelse come pro-rettori i colleghi Sergio Vaccà e Roberto Ruozi...
Nell’autunno 1984, il professor Gasparini – colpito nell’estate di quell’anno da un pesante infarto – rassegnò le dimissioni da Rettore. Il presidente dell’Università Giovanni Spadolini mi chiamò d’urgenza e mi chiese a bruciapelo: «Ti voglio chiedere se sei disposto ad assumere il rettorato; ma a una condizione precisa, che conservi tal quale la carica di consigliere delegato».
Gli chiesi ventiquattro ore di tempo per riflettere («Come sai – gli dissi – sono anche molto occupato nella professione...»).
«Ti do un’ora di tempo: ti aspetto qui», rispose. Scesi nel mio studio al primo piano di via Sarfatti 25 a riflettere un poco. Dopo mezz’ora risalii: «Accetto» dissi. «Bene – e dichiarò solennemente – le consultazioni sono concluse!». Nei giorni successivi convocò il Consiglio di Amministrazione, propose e ottenne la mia nomina.
Il primo problema che affrontai fu la scelta del o dei prorettori (tutte le cariche rettorali, a quei tempi, erano gratuite: esigevano impegni seri, senza alcuna contropartita monetaria!); infine, come lei ha ricordato, la mia scelta cadde sul binomio Sergio Vaccà-Roberto Ruozi. Fu così che Sergio divenne prorettore.
Di quegli anni alcuni ricordi sono rimasti incancellabili. Come il viaggio in Giappone nel 1989 (erano con noi anche mia moglie Lina, la dottoressa Giacoletto, allora capo ufficio stampa, e Carlo Secchi, all’epoca responsabile delle relazioni internazionali della Bocconi). Di quel viaggio mi sono rimasti impressi tre momenti:
a. la visita all’Università Hitotzùbashi, al Nord dell’isola, col treno ad alta velocità (grande novità vent’anni fa: correva a oltre 300 km/h) che in un paio d’ore consentiva di attraversarla; e l’orribile pranzo offertoci dal Rettore: accovacciati per terra, a base di pesce crudo, che dovemmo ingerire... per cortesia;
b. i nostri discorsi alla Camera di Commercio italo-nipponica (con traduzione simultanea: noi parlavamo cinque minuti e il traduttore si esprimeva talvolta in un minuto e altre volte in dieci: misteri del giapponese...). Alla fine dei nostri discorsi, dopo il ringraziamento, un autorevole signore si alzò e porse a ciascuno di noi, con un profondo inchino, un voluminoso pacco di yen...!;
c. la visita a una delle grandi banche nel centro di Tokyo, parte essenziale delle disciolte Zabatsu, di fatto rimaste tali o simili[18], tra la magnificenza di quadri di grandissimi autori stranieri (dagli Impressionisti francesi in avanti), accolti con grande cortesia dal presidente, che ci salutò personalmente.
L’energia, professore, è stata a lungo al centro della sua attenzione di studioso; già nel 1957 i risultati delle sue ricerche si erano imposti all’attenzione sia del mondo accademico sia degli operatori del settore al punto di consentirle di fondare lo IEFE (Istituto di Economia delle Fonti di Energia) e di assumerne e mantenerne la direzione per oltre mezzo secolo. Senza mai pesare, se non vado errato, sui bilanci della Bocconi...
L’Istituto di Economia delle Fonti di Energia ha sempre avuto tre caratteristiche peculiari:
- è sempre stato l’Istituto di ricerca dell’Università Bocconi con maggiori entrate;
- si è sempre autofinanziato, grazie all’appoggio delle aziende interessate ai problemi energetici (non è mai gravato sul bilancio dell’Università);
- ha sempre fruito di sedi importanti: agli inizi (1957) al primo piano di via Sarfatti 25 per oltre 300 metri quadrati (caso unico all’epoca). Successivamente ai piani superiori di via Filippetti 9 in un grande edificio in locazione (con una biblioteca propria).
Vaccà lo diresse dal 1975 per circa un quarto di secolo. Come scrive Luigi De Paoli, prima di estendere gli interessi dell’Istituto all’ambiente (che via via crescerà d’importanza), Sergio Vaccà[19]:
passò dalla passione per la politica alla politica energetica; l’incontro con il tema della politica energetica è avvenuto (...) nel momento in cui questa pareva sinonimo di “politica per lo sviluppo nucleare”. Vaccà è passato a lungo come il massimo teorico dello sviluppo nucleare in Italia. Tuttavia sarebbe errato classificarlo tra i “nuclearisti” acritici, favorevoli al nucleare a ogni costo. Fin dagli inizi egli si era mostrato consapevole dei problemi e dei limiti che poneva lo sviluppo nucleare in Italia.
Un’altra iniziativa di cui conserva sicuramente un ottimo ricordo è la sua collaborazione alla creazione del Premio Invernizzi (il “Nobel italiano”) e alla sua gestione. E fu Lei a sbloccare, nel 1955, una situazione che sembrava dividere i membri della giuria a proposito del premio per l’Economia...
Fin dagli esordi (1994) fui nominato presidente della commissione generale premi della Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi, che si divideva in tre settori: Medicina, Economia, Scienze alimentari. Per il settore Economia, la commissione giudicatrice per diversi anni fu così composta: Luigi Guatri (presidente), Mario Arcelli, Giacomo Becattini, Romano Prodi, Maurizio Rispoli. Per accordo assunto tra i membri fu deciso che la successione dei premi avvenisse assegnando ogni tre anni due volte il premio all’Economia politica e una volta all’Economia aziendale. Così nel 1994 il premio fu assegnato a Pier Paolo Sylos Labini, nel 1995 a Siro Lombardini, nel 1996 spettava, finalmente, all’Economia aziendale. Ricordo come non fu facile ottenere simile successione: lo dovetti, in particolar modo, all’appoggio di Romano Prodi, che mi fu sempre amico.
La contesa si aprì tra i due nomi più “gettonati”: Tancredi Bianchi e Sergio Vaccà. Si discusse a lungo, poiché ambedue erano pienamente meritevoli. Mi venne allora l’idea di proporre un ex equo (circostanza che non si era mai verificata). E la tesi prevalse e divenne unanime.
Fu così che, davanti al Cardinale Carlo Maria Martini, al presidente Romeo Invernizzi, alle molte autorità convenute e a una folla strabocchevole, pronunciai nell’Aula Magna della Bocconi il seguente discorso:
Sono particolarmente lieto che il Premio Invernizzi 1996, il “Nobel italiano”, sia stato assegnato, per l’Economia, a Tancredi Bianchi e Sergio Vaccà. Ciò dev’essere motivo d’orgoglio per tutti gli aziendalisti italiani.
Vedo in questa decisione, in primo luogo, un importante riconoscimento all’Economia aziendale come disciplina matura, dotata di una propria storia e di un proprio valido corpo di principi.
Disciplina che vede nell’impresa il motore dello sviluppo economico; e che studia sistematicamente i modi per rendere più efficiente ed efficace il funzionamento di questo organismo.
L’Economia aziendale è la versione italiana delle scienze manageriali, contraddistinta:
- da una propria storia (nasce negli anni Venti con Gino Zappa in queste aule della Bocconi e a Venezia);
- da un proprio corpo di principi (idea della globalità dell’economia dell’impresa, in contrapposizione allo studio “per funzioni” tipico del mondo anglo-sassone). Tra l’altro essa tiene conto dell’esperienza e delle ricerche dei Paesi più evoluti, ma li adatta alle peculiarità del nostro mondo.
Caro professore, la nostra chiacchierata su Sergio Vaccà è stata una delle più singolari fra quelle sin qui fatte per tratteggiare, così come emergono dai suoi personali ricordi, le figure di alcune decine di personaggi della nostra Italia: docente fascinoso, ricercatore appassionato e creativo, cittadino attento e battagliero, suo grande amico. Per concludere questo nostro lavoro, può illustrare qualche altra emblematica battaglia di Sergio?
Certamente: in primo luogo debbo citare la disperata guerra per i concorsi a cattedra. Finché Sergio rimase, come qualifica formale, tra gli aziendalisti (divisi per raggruppamenti) conducemmo insieme una difficilissima battaglia a favore di Tecnica industriale e commerciale, come allora si chiamava, lavorando per terne di vincitori in cui fosse data prevalenza al merito. Una battaglia, in questo nostro Paese, disperata e forse inutile poiché dove prevale il nepotismo non può prevalere la giustizia!
Noi ci occupammo di concorsi e di elezioni dei commissari in prossimità dei concorsi, poi per anni d’altro (di fare ricerca, di scrivere ecc.), ma altri nostri colleghi – specie al Centro-Sud – non si occupavano sostanzialmente d’altro che predisporre per tempo alleanze, in vista di reciproci favori: insomma di sostenere “a tutti i costi” i loro allievi[20].
Qualche volta, con Sergio, provammo a fare i conti: «Tanti voti a Milano, tanti a Genova, a Venezia, a Torino ecc. Forse possiamo raggiungere la maggioranza!». Invano: chi aveva lavorato per questo obiettivo per anni, alla fine prevaleva. E noi andavamo nelle commissioni a condurre battaglie disperate (e poche volte con risultati apprezzabili). Fu così che un giorno Sergio si stancò: e, divenendo economista, lasciò il raggruppamento.
Anche se, beninteso, il peggio doveva ancora venire: con le nomine ope legis, con il moltiplicarsi delle piccole sedi universitarie provinciali, con il CEPU prima maniera ecc. ecc.
In secondo luogo devo ricordare la sua ultima battaglia, condotta con ineguagliabile forza d’animo contro la malattia che lo costrinse alla emodialisi trisettimanale. L’ultimo periodo della vita di Sergio divenne “un calvario”. Dopo essersi risposato, prendendo una nuova dimora a Milano in via Fogazzaro 20 (tuttora il nome è nell’elenco telefonico), la sua movimentata vita pareva essersi placata, ma una malattia inesorabile quanto lunga lo costrinse a sottoporsi trisettimanalmente alla emodialisi presso una struttura ospedaliera. In questo doloroso frangente diede prova di una forza d’animo forse senza eguali.
Nei giorni di emodialisi si allontanava per buona parte della giornata dallo IEFE, ma in ogni altro momento era indomito alla sua scrivania in via Filippetti 9: e lì, imperterrito, continuava a studiare e scrivere.
Quando passavo a salutarlo, in quel suo “regno”, lo trovavo invariabilmente vivace e combattivo.
Anche quando, per raggiunti limiti di età, lasciò la direzione dello IEFE, non lasciò mai la sua scrivania. La testa rimase come al solito lucida, cristallina; forse solo il suo carattere si era un poco addolcito.
Non so perché ma non gli chiesi mai – malgrado l’amicizia – se fosse tornato credente (all’epoca, del resto, anch’io, pur credente, mi ero allontanato dalla pratica religiosa, alla quale sono tornato solo da quattro-cinque anni).
Sergio Vaccà cessò di vivere, tra il cordoglio generale dell’Accademia e dei molti suoi estimatori, il 17 aprile 2007 (aveva compiuto gli 80 anni). Le sue esequie si celebrarono nella chiesa di San Ferdinando all’Università Bocconi. Di quella giornata dolorosa, tra le tante manifestazioni di cordoglio, due episodi mi fanno ancor oggi dispiacere:
- il fatto che i suoi figli si schierassero da un lato e la moglie (sposata in seconde nozze) dall’altro lato dell’emiciclo, senza (almeno all’apparenza, ma vorrei sbagliarmi) comunicarsi il dolore, che pure era nei loro occhi;
- il fatto che, terminata con il Vangelo la commemorazione religiosa, nessuno dei suoi allievi si alzasse per una commemorazione accademica. Mi rivolsi al suo primo allievo genovese, Lorenzo Caselli, e gli chiesi perché nessuno di loro prendesse la parola. Caselli mi disse: «Lo faremo in un’altra sede...». «Ma perché non l’avete detto? – gli chiesi un po’... irritato – l’avrei fatto io, anche improvvisando...». La Bocconi non doveva e non poteva lasciare questo suo professore emerito (in senso “stretto”) senza una parola...
Le sue parole, professore, sono cariche di amarezza ma credo sinceramente che i ricordi di Sergio Vaccà che oggi ha affidato al mio taccuino siano una grande prova non solo di amicizia ma anche di un ragionato e obiettivo riconoscimento della parte migliore del docente, dello studioso e dell’amico che per tanti anni l’ha affiancato. Lei stesso è tornato a sottolineare la sterminata e variegata opera scientifica di Sergio Vaccà (riepilogata nel Riquadro 2), dedotta dall’opera Ricercare insieme. E mi ha “confessato” il suo disappunto per non aver potuto partecipare, nel 2003, alla stesura di quest’opera malgrado fosse stato invitato.
Spero vivamente che possa rasserenarla, almeno un poco, il fatto che questa intervista, questo suo affettuoso e commosso ricordo, sarà stampata e potrà quindi essere letta – dai suoi colleghi accademici, dai laureati, dagli studenti della Bocconi – e automaticamente diventare un omaggio alla memoria del professor Sergio Vaccà.
Riquadro 2 Principali contributi scientifici di Sergio Vaccà
1960 – L’impresa cotoniera di fronte al progresso tecnico e organizzativo, Giuffrè, Milano; «Partecipazioni azionarie e rapporti contrattuali nella formazione dei gruppi aziendali», Il risparmio, luglio
1963 – Dimensione ottima dell’impresa pubblica e programmazione economica, Giuffrè, Milano; I rapporti industria-distribuzione nei mercati dei beni di consumo, Giuffrè, Milano; Aspetti del finanziamento delle imprese industriali, Giuffrè, Milano
1966 – (a cura di), Studi preparatori per lo schema regionale di sviluppo 1966-70, Ilres, Genova
1967 – «Osservazioni sulle politiche dei prezzi imposti», L’Industria, 1-2; «Le trasformazioni della struttura della distribuzione al dettaglio e le prospettive di intervento dei pubblici poteri», Atti del Convegno di studio sulla distribuzione CNIA-ANCI, Roma (25.5); Il progresso tecnico organizzativo nel settore marittimo portuale, Giappichelli, Torino
1968 – (a cura di), L’industria trasformatrice di prodotti ortofrutticoli, Etas Kompass, Milano
1971 – «I rapporti industria-distribuzione nel quadro delle tendenze evolutive dei consumi», Atti del Congresso internazionale AIDA, Roma (15.3)
1973 – «Diseconomie ambientali e sviluppo della grande impresa industriale», Ecopol, 1; «La lotta verbale alle rendite nell’economia italiana», Ecopol, 1; «Imprese pubbliche e programmazione democratica», Atti dell’omonimo convegno, Cespe, Quaderni di Politica economica, 2; «Sullo sviluppo delle forze produttive in Italia», Ecopol, 2; «Crisi energetica e rapporti tra Paesi capitalisti e Paesi petroliferi», Ecopol, 4
1974 – «Il piano petrolifero italiano: momento di confronto con l’oligopolio multinazionale», Ecopol, 5; «Decentramento produttivo e teoria dell’impresa», Ecopol, 7-8
1975 – con Cozzi G., Giorgetti G., Garribba S., Tasselli E., Zorzoli G.B., Lo sviluppo nucleare in Italia, Franco Angeli, Milano; «Potere politico e tecnostrutture nelle imprese a partecipazione statale», Ecopol, 9; «Politica economica e partecipazioni statali: un rapporto inesistente», Ecopol, 10
1976 – «Crisi di governabilità dell’impresa capitalistica», Ecopol, 12
1977 – con Zorzoli G.B., «È possibile aumentare l’uso del carbone per produrre energia elettrica?», in AA.VV., Una strategia per lo sviluppo energetico italiano, Franco Angeli, Milano
1978 con Garribba S., Il controllo sociale dell’energia nucleare in Italia, Franco Angeli, Milano; «Sviluppo tecnologico e proliferazione delle armi nucleari», in AA.VV., L’Europa e l’indipendenza nucleare. L’arricchimento dell’uranio, Franco Angeli, Milano
1979 – con Ranci P. (a cura di), L’industria petrolchimica in Italia: autonomia di una crisi, Franco Angeli, Milano
1980 – (a cura di), Una strategia per lo sviluppo energetico italiano, Franco Angeli, Milano
1981 – «Crisi del pensiero economico e crisi energetica: un rapporto da ricostruire», Ecopol, 29; con Cozzi G., Rullani E., «Dal petrolio all’energia tecnologica: la nuova economia della transizione energetica», Economia delle fonti di energia, 14; con Amman F., Garribba S., «Il rischio dal punto di vista sociale e politico», Economia delle fonti di energia, 14
1982 – con Di Bernardo B., Rullani E., Cambiamento tecnologico ed economia di impresa, Franco Angeli, Milano
1983 – «L’ambiente come forza produttiva», Ecopol, 39; «La domanda dell’Enel e i suoi effetti sull’industria», L’Industria, 1
1984 – con Cozzi G., Genco P., Rullani E., «La politica industriale possibile», Ecopol, 41
1985 – «L’economia d’impresa alla ricerca di un’identità», Ecopol, 43; «Piccola e grande impresa in una fase di rivoluzione scientifico-tecnologica», Ecopol, 47
1986 – «L’internazionalizzazione delle imprese: passaggio obbligato dello sviluppo economico o veicolo di dipendenza?», Ecopol, 49; con Cozzi G., “Esiste veramente il consumatore universale?», Ecopol, 53; «L’economia delle relazioni tra imprese: dall’espansione dimensionale allo sviluppo per reti esterne», Ecopol, 59
1987 – «Politica energetica e politica dell’ambiente», Economia delle fonti di energia, 33
1988 – «La crisi del contesto politico-istituzionale e lo sviluppo economico nazionale», Economia delle fonti di energia, 35; «Esiste il caso Fiat?», Ecopol, 59
1989 – Scienza e tecnologia nell’economia dell’impresa, Franco Angeli, Milano; in coll. con Zanfei A., «L’impresa globale come “sistema aperto” a rapporti di collaborazione», Ecopol, 64
Nella mia biblioteca personale ritrovo due edizioni, con dedica, di La produzione industriale (Libera Università, Venezia), rispettivamente del 1962 e del 1964, di Pasquale Saraceno. Con lui – ordinario a Venezia e incaricato alla Cattolica di Milano – nasce una vera Scuola che, nel solco del pensiero zappiano, si sviluppa sia a Venezia sia alla Cattolica. Qui il rappresentante più significativo degli allievi di Saraceno è Sergio Vaccà, che diviene ordinario a Genova. Le tre “sedi” operano come un unico “gruppo” caratterizzato da una stessa linea: la serietà degli studi e la ricerca dell’innovazione. Su Pasquale Saraceno si veda il Riquadro 1, in cui sono riportati stralci del suo libro nell’edizione del 1984.
Di cui, come tale, avevo in giovinezza avuto occasione di udire un discorso tenuto nella “cattolicissima” città di Treviglio.
Scrisse Vaccà: «Mi piace iniziare questo breve discorso, ricordando un dato di fatto dell’attività di studioso di Luigi Guatri: il suo primo libro è stato pubblicato nel 1949; e nei due anni successivi (1950, 1951) vedono la luce ben altri quattro suoi volumi. Dunque cinque volumi in tre anni che rappresentano un contributo significativo per l’economia d’impresa. Per offrire un criterio di riferimento, e quindi di valutazione, posso dire che – pur avendo quasi la stessa età – io ho pubblicato il mio primo libro (che per caso, come il primo libro di Guatri, riguarda l’impresa cotoniera) solo nel 1960» (Atti della presentazione degli Scritti in onore di Luigi Guatri, 21/11/1988 (Editore Università Bocconi, p. 43).
Quel giorno Sergio mi mise in serio imbarazzo quando, con la solita incontrollabile schiettezza, pronunciando frasi come queste (ivi, p. 47 e ss.):
«La sua ricerca sui costi si colloca però in una prospettiva differente e tale da rappresentare una reazione critica a un’imperante esasperazione di tipo teologico fondata sull’indeterminazione dei costi, sull’impossibilità di una fondata misurazione. Recuperare una teoria del costo che consentisse di disporre di uno strumento concettuale necessario per l’economia aziendale, è stato l’obiettivo perseguito da Guatri».
«A molti anni di distanza questa reazione (ben più articolata rispetto a questi brevi cenni) di Luigi Guatri al pensiero economico-aziendale dominante, può anche sembrare normale, cioè rispondente a uno dei tanti passaggi evolutivi che contrassegnano il progresso del pensiero scientifico. Sennonché le cose allora si presentavano meno semplici e la cautela usata dal Nostro nell’esporre le sue riflessioni senza dubbio rifletteva anche il fatto che Gino Zappa non condivideva le conclusioni raggiunte da Guatri nella sua ricerca».
Si veda Li ho visti così 1 (Giordano Dell’Amore, pp. 45 e ss.). Già nel 1961, inoltre, era stata promossa dallo IEFE la Scuola di perfezionamento in Economia delle Fonti di Energia, biennale, che rilasciava un diploma di perfezionamento in Economia delle fonti di energia.
Gli ex Zabatsu (in lingua inglese, Business Group) presentavano i seguenti aspetti:
- vi era un “club dei presidenti”, che assicurava lo scambio di informazioni tra le imprese e che consentiva occasioni per la presa di decisioni;
- vi era uno scambio di azioni tra le imprese del gruppo, che assicurava interessi di lungo periodo convergenti tra di esse;
- una grande banca operava all’interno del gruppo, assicurando credito a breve e a lungo termine a condizioni favorevoli;
- vi era una trading company, che assicurava il mantenimento di stabili relazioni tra i fornitori e i clienti.
Fonte: L. Guatri, S. Vicari, Sistemi d’impresa e capitalismi a confronto, Egea, Milano, 1994, p. 160.
AA.VV., Ricercare insieme. Studi in onore di Sergio Vaccà, Franco Angeli, Milano, 2003, pp. 223-224.
Come ben scrisse Bedeschi sul Corriere della Sera del 13 dicembre 2010 (e come tante volte ha scritto sullo stesso giornale Francesco Giavazzi) la vera logica – al di là delle decine di “riforme” tentate dai ministri di ogni colore – consiste nel «liberare l’Università dalla logica del “pezzo di carta”, cioè dal “valore legale” della laurea». Questa era, del resto, la tesi di Luigi Einaudi quasi un secolo fa.