Il mondo di Guatri
2026/8
Luigi Chiaraviglio
Ufficiale “illuminato” nella Seconda guerra mondiale. Avvocato e commercialista, fece del suo studio un punto di riferimento essenziale per le maggiori aziende milanesi
Abbiamo già avuto occasione di citare, nei primi volumi di Li ho visti così, Luigi Chiaraviglio, avvocato e dottore commercialista. In quelle occasioni aveva affermato di aver strettamente collaborato con il professionista – divenuto poi suo grande amico – moltissime volte negli anni Sessanta e Settanta. E aveva sottolineato: «In quel periodo egli divenne spesso il mio punto di riferimento professionale in questioni delicate e complesse».
Si riferiva, mi par di aver capito, soprattutto al fatto che dal punto di vista professionale Luigi Chiaraviglio possedeva, si direbbe oggi, “una marcia in più” da quando aveva aggiunto la laurea in giurisprudenza a quella di dottore commercialista. In questo modo aveva creato una sua personale “sinergia” che gli permetteva di esaminare i problemi e di identificare le possibili soluzioni tenendo contemporaneamente presenti gli aspetti tecnici (commercio, finanza, tributi, ragioneria) e quelli giuridici...
Fu, quello della duplice laurea di Luigi Chiaraviglio (foto a p. 222), uno dei primi casi in Italia di saggia integrazione di competenze professionali. Nel 1946 infatti egli si laureò “anche” in giurisprudenza acquisendo una duplice, utilissima formazione accademica, economica e giuridica.
Anche per questo il suo notissimo studio professionale, a Milano in largo Augusto 3, era uno degli ancoraggi sicuri della Milano imprenditoriale. E anch’io – come ho spesso ripetuto – ho avuto più volte l’occasione di trarne notevoli benefici redigendo, con il suo aiuto, documenti ineccepibili in tempi strettissimi.
C’è anche un altro aspetto dei suoi rapporti con Luigi Chiaraviglio che tocca una corda molto sensibile del suo carattere: lei è portato spesso a non fermarsi alla considerazione e alla stima professionale ma ad approfondire i tratti umani dei suoi interlocutori e a passare all’amicizia...
Luigi fu per me, sempre, un amico sicuro, intelligente, preparato, disinteressato. I nostri incontri avvenivano, indifferentemente, in largo Augusto 3 o nella casa che avevamo costruita assieme nel 1962/64, in via Massena 18. I Chiaraviglio erano (e sono) i condomini del terzo piano, i Guatri quelli dell’ottavo: allora come oggi.
Uno dei particolari che più mi hanno colpito nel suo racconto della vita di Chiaraviglio riguarda proprio la doppia laurea: non fu una trovata per potersi fregiare del doppio dottorato ma il soddisfacimento di un desiderio di conoscere, di migliorare, che Chiaraviglio coltivò per tutta la vita e che lo fece diventare uno studioso, noto anche all’estero, soprattutto per la sua attenzione ai problemi della responsabilità penale nell’attività in azienda e alla cura e salvaguardia della figura del commercialista...
Luigi Chiaraviglio, nato a Milano, si diplomò all’Istituto “C. Cattaneo” e si iscrisse alla Bocconi (cui fu sempre affezionato) nell’anno accademico 1929/30: si laureò dopo soli quattro anni (come non molti a quei tempi riuscivano a fare) con 110/110 il 30 ottobre 1933: fu dunque un ottimo studente.
Le ho preparato, caro Ermes, un profilo del mio amico Luigi che si può definire “doc” poiché mi è stato fornito da suo figlio, l’avvocato Gianmaria Chiaraviglio (Riquadro 1).
Riquadro 1 Profilo di Luigi Chiaraviglio
Nasce a Milano il 1° marzo 1912; la famiglia è di origine piemontese, il padre, Giovanni, è funzionario di banca, la madre è Anna Maria Manusardi, sorella del fondatore dell’omonima banca.
Trascorre la maggior parte dell’età scolare a Voghera, dove la famiglia si è trasferita da che Giovanni è stato designato a reggere la locale filiale della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, ma frequenta l’Istituto Tecnico Cattaneo, a Milano, dove si reca in treno quotidianamente.
Conseguito il diploma si iscrive all’Università Bocconi dove si laurea il 31 ottobre 1933; nel 1934 tenta da privatista di sostenere la maturità classica nella sessione di giugno: gli riuscirà a ottobre essendo stato rimandato in alcune materie; si iscrive a Giurisprudenza.
Lavora presso il Macello Comunale di Milano come addetto all’amministrazione. Presta servizio militare in Africa orientale.
Alla fine degli anni Trenta, ufficiale di complemento di artiglieria, a Piacenza, conosce Angela Negri che sposa nel 1940: nel 1942, 1946 e 1948 nasceranno tre figli.
Durante la guerra presta servizio in Albania e in Grecia: in Atene occupata viene nominato difensore d’ufficio (pur non avendo conseguito la laurea in Giurisprudenza o, forse, proprio per ciò) nel Tribunale Militare di Guerra composto da ufficiali tedeschi.
L’8 settembre 1943 rimane il più alto in grado presso il Comando dell’Armata italiana; mercé appoggi e conoscenze riesce a cambiare in sterline oro la somma ingente di lire che costituiva la cassa dell’Armata e la distribuisce fra i soldati dicendo loro di cercare di tornare in Italia (per anni, a guerra finita, ogni tanto si faceva vivo qualche soldato che dava conto di quel che aveva speso, e, a volte, consegnava il resto).
Nel settembre 1943, viene fatto prigioniero dai tedeschi e internato nei campi prima di Biala Podlaska (Polonia) poi Wietzendorf (Brema): con lui vi sono il medico del suo reparto, Giuseppe Dones, che non dirà mai ai tedeschi di essere un dottore per poter stare vicino agli internati delle baracche; il dottor Giulini, dottore commercialista, fratello del direttore d’orchestra; lo scrittore Giovanni Guareschi.
Rientra in Italia dopo la fine della guerra, nel giugno 1945.
Consegue la laurea in Giurisprudenza il 25 maggio 1946 e si iscrive all’Ordine degli Avvocati: da quel momento si dedica all’attività di libero professionista incrementando costantemente, nei successivi quarant’anni circa, il livello di prestigio del suo studio.
All’inizio degli anni Sessanta viene designato membro, per l’Italia, della Commission Européen des Experts Contables.
Pubblica numerosi interventi in materia giuscommercialistica e fallimentare e ottiene particolare successo e risonanza con una relazione predisposta per il Congresso di Venezia dei dottori commercialisti nell’anno 1978 intitolata «Le procedure concorsuali previste dalla legislazione vigente e la attuale realtà economica e sociale».
Negli anni Sessanta e Settanta presta la propria opera professionale in numerose vicende al centro dell’attenzione del mondo economico, tra cui: Bastogi, Borletti, Rizzoli, Vallardi, Cotonificio Vallesusa, Mittel, Gruppo Lepetit, Banco Ambrosiano. Assai frequentemente lavora di concerto con due colleghi avvocati – Emilio De Longhi e Carlo Majno – oltre che con Guido Servegnini, commercialista.
Com’è naturale per lei, ma forse meno per Chiaraviglio, i vostri primi incontri ebbero luogo all’Università Bocconi: in quali circostanze?
Il primo incontro con Luigi Chiaraviglio avvenne proprio in sede accademica, alla Bocconi, negli anni Cinquanta: eravamo tutti e due docenti del corso biennale serale per dirigenti d’azienda (antesignano dell’odierna SDA) diretto da Giordano Dell’Amore.
Nel 1954/55 io insegnavo, tra le materie “obbligatorie”, Costi di produzione e di distribuzione al primo anno; Chiaraviglio Responsabilità civili e penali nella direzione d’impresa al secondo anno.
Inoltre nel 1973 Furio Cicogna, presidente dell’Università Bocconi, costituì una “commissione dei sostenitori”, che si occupasse dei programmi futuri dell’Università, allora in serie difficoltà economiche e ridotta a dipendere, per i propri equilibri di bilancio, dal Gruppo Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
Nella commissione entrarono due noti bocconiani: il direttore del Banco di Desio e della Brianza Marcello Veneziani in rappresentanza delle banche private e Luigi Chiaraviglio in rappresentanza del Gruppo Banco Ambrosiano. Io ne ero il presidente. Della commissione facevano parte anche aziende industriali, commerciali, assicurative, enti pubblici e associazioni[87]. Segretario era il direttore amministrativo, Enrico Resti.
La commissione si mise attivamente a studiare i piani per il futuro dell’Università ma mi servì, di fatto, soprattutto, per prepararmi a diventare, l’anno successivo, consigliere delegato dell’Università. In realtà, il presidente Cicogna non credeva nei piani: «Come si fa, in questo mondo imprevedibile, dove è difficile decidere quello che si fa mese per mese, prevedere un futuro di anni?». Tuttavia, mi lasciava fare.
In quegli anni ebbe varie occasioni di lavorare a stretto contatto con l’avvocato Chiaraviglio. Quando, per esempio, il creatore degli elettrodomestici bianchi in Italia, Giovanni Borghi, le affidò il compito di avviare trattative per la vendita della Ignis, lei “arruolò” il suo fido amico Luigi Chiaraviglio. Con quale esito?
Un paio d’anni prima di morire (1975) Giovanni Borghi, col suo “fiuto” straordinario, decise di cercare una combinazione azionaria col suo maggior “terzista”, la grande Philips di Eindhoven (per la quale produceva ogni anno centinaia di migliaia di elettrodomestici bianchi, coi frigoriferi a basso prezzo in prima linea).
Perciò mi incaricò (ero già da alcuni anni suo consulente e suo consigliere d’amministrazione, unitamente al professor Giordano Dell’Amore) di iniziare trattative, unitamente a Luigi Chiaraviglio e col supporto di Vittorio Ponti (per noi essenziale), per cedere il 50% della Ignis alla grande multinazionale olandese.
Come ho già raccontato nel primo volume di Li ho visti così, quando, dopo un’accurata verifica generale (durata varie settimane) arrivò l’offerta, Chiaraviglio e io dovemmo faticare non poco per spiegarne l’accettabilità.
Borghi non voleva saperne e ripeteva: «Ma come, se solo gli impianti valgono di più di questa cifra?». Dovemmo fargli notare: «Già, ma ci sono anche i debiti... E per di più i conti economici sono sempre meno floridi...».
Sudammo le proverbiali sette camicie; e Chiaraviglio seppe anche essere molto duro, nell’interesse del cliente, come egli diceva. Osò perfino accennare all’alea del fallimento. Questo non gli fu mai più perdonato dal suscettibilissimo Borghi (che non sapeva leggere un bilancio). Ma infine accettò la proposta di Philips: fu costituita, previo apporto della Ignis, una nuova società paritetica con Philips. Tutti tirammo un sospiro. Anch’io entrai in IRE (Industrie Riunite Elettrodomestici) come presidente del collegio sindacale; ma di Chiaraviglio, l’eccellente consulente che più di tutti aveva portato la trattativa al successo, non volle più saperne. Un’impuntatura assurda: ma il solo fatto di avere evocato il rischio (non altro!) del fallimento aveva per sempre rotto la possibilità di qualsiasi rapporto. Altre figure minori vennero chiamate a sostituirlo. Non passò però molto tempo che tutta la IRE fu ceduta a Philips.
Professore, nel 1977 lei è succeduto a Chiaraviglio in Montedison e Gemina. Come mai Chiaraviglio lasciò le due cariche e perché a succedergli fu scelto lei?
Per ragioni che non mi sono note (o che, forse, non ricordo) quando il presidente Adolfo Cefis lasciò la guida di Montedison, sostituito dal senatore Giuseppe Medici, Chiaraviglio lasciò la presidenza del collegio sindacale delle due società, non ancora privatizzate. La stessa posizione in Montedison e in Gemina mi fu offerta e io accettai.
In Montedison ero ben conosciuto sin dall’epoca dell’ingegnere Giorgio Valerio, quando la società si chiamava Edison (cioè dai primi anni Sessanta, quindi prima della fusione con Montecatini), soprattutto nel campo delle valutazioni.
Rammento la stima del concambio per la fusione Châtillon-Polymer-Rhodiatoce (uno dei primi casi rilevanti di fusione in Italia) per la costituzione di Montefibre (la grande Châtillon era un conglomerato che comprendeva anche banche, in prima linea il Banco Lariano). Ancora: l’arbitrato per la municipalizzazione (acquisendola dalla Edison) dell’Azienda Gas di Milano (condotto con Luigi Antonelli e Pietro Onida: due grandi, della professione il primo e dell’Accademia il secondo).
Quando, durante gli anni Sessanta, con il mio amico Salvatore Sassi diedi una serie di consulenze all’Enel nelle cause per gli indennizzi derivanti dalla nazionalizzazione delle ex società elettriche di tutta Italia, esclusi l’assistenza tecnica contro le società del Gruppo Edison per via dei legami di amicizia con l’avvocato Enrico Pizzi (il quale non poco si dispiacque che il professor Sassi l’avesse preceduto nella richiesta di collaborazione con l’Enel).
Perciò l’Edison e, dal 1966, la Montedison sono stati per me un ambiente familiare.
L’anno successivo cominciò a occuparsi dei problemi che investivano pericolosamente la società E. Isolabella e figlio – azienda molto nota nel settore liquoristico che già seguiva dal 1950 – con un impegno pressante che divenne pluriennale e che svolse anche con l’aiuto dell’avvocato Chiaraviglio. Cosa successe?
Quell’impegno è sempre stato per me «L’operazione E. Isolabella e figlio-Cofia-Velvis»: mi occupò dal 1978 al 1982 e rappresentò la “punta massima” del mio rapporto di collaborazione e di amicizia con Luigi Chiaraviglio.
Del tema ci siamo già occupati nel secondo volume, trattando di Uberto Visconti[88]. Lo riassumo, con qualche integrazione.
Nel 1978 esplosero, improvvise, gravi difficoltà per la E. Isolabella e figlio, una delle più note aziende di liquori milanesi di quei tempi (possedeva marchi rinomati – come l’Amaro 18, il Mandarinetto ecc. – di livello nazionale e anche internazionale), all’epoca condotta dal bocconiano Guido Isolabella. Della Isolabella mi ero occupato per decenni, a partire dal 1950 (compresa la mia prima presidenza a partire dagli anni Cinquanta).
Fui incaricato di rimettere ordine nell’azienda e mi rivolsi, per gli aspetti legali, al mio grande amico Luigi Chiaraviglio che, con la sua straordinaria esperienza e prontezza, concordò con me i passi più urgenti. Il primo incontro fu addirittura nella sua abitazione di via Massena 18. Egli volle – e ottenne subito – da Guido una lettera-confessione (che doveva soprattutto assicurarci che non ci fossero stati occultati altri fatti negativi).
Raccolta tutta la documentazione, passai quindi le vacanze natalizie 1978/79 ad Arenzano, approntando una documentata (e che risultò poi convincente) domanda di amministrazione controllata che, con l’accordo pieno di Chiaraviglio, fu presentata al Tribunale di Milano. L’amministrazione controllata passò a vele spiegate e il tribunale nominò (cosa che non accade sempre) un commissario di alto livello professionale.
Da quel momento cominciò la parte sostanziale del mio intervento: quella che portai a termine in pochi mesi fu un’operazione difficilissima che – a parte le ansie e il lavoro massacrante che mi procurò – annovero tra i miei più importanti successi professionali (al quale associo, di tutto cuore, Luigi Chiaraviglio).
Il problema nasceva infatti dalla necessità di trasformare l’amministrazione controllata in un salvataggio definitivo dell’azienda, passando attraverso un concordato preventivo “garantito”. Per fare questo occorreva sostanzialmente:
- disporre di 6-7 miliardi di capitali “freschi”, cioè raccolti da nuovi soci (e immessi in una società cui sarebbe stato apportato lo stabilimento Isolabella, con la maggior parte dei marchi, compreso l’Amaro 18). La nuova società avrebbe poi assunto la denominazione di Cofia-Isolabella SpA;
- realizzare altri 1-2 miliardi cedendo un marchio “minore”, il Mandarinetto, a una società del settore.
In pochi mesi riuscii a realizzare questo secondo progetto, incontrando per il Mandarinetto l’interesse dell’ILVA di Saronno. Più complesso fu il problema della nuova SpA Cofia-Isolabella destinataria dell’apporto, a prezzi correnti, di tutti i beni (tangibili e intangibili) della vecchia E. Isolabella e figlio: per raccogliere i mezzi necessari, a titolo di capitale, parlai con tre amici, che accettarono in misure diverse e con motivazioni diverse. I tre amici erano:
- Giuseppe Carminati, industriale e immobiliarista, amico di gioventù a Treviglio, il quale mi disse che l’iniziativa, nella sua ottica, non gli interessava molto, ma vi avrebbe partecipato perché ero io a proporgliela;
- Ivan Bisson, il grande campione sportivo del basket, genero di Giovanni Borghi (aveva sposato la figlia Midia). Era alla ricerca di iniziative industriali personali, aveva capitali disponibili: ne fu subito interessato e fu l’unico a occuparsene direttamente;
- il terzo cui pensai fu l’amico comune (mio e di Guido Isolabella) Uberto Visconti. Mi recai ad Atlanta, gli esposi l’operazione. Gli dissi che non potevo garantirgli che fosse «il migliore investimento possibile», ma che tuttavia – se ben condotta – l’operazione poteva essere promettente. Non volle sapere altro; aggiunse che desiderava soprattutto aiutare l’amico Guido.
Nel viaggio Atlanta-New York-Milano ebbi tutto il tempo di riflettere e di abbozzare il piano definitivo: la Cofia-Isolabella era pronta a nascere; e nacque in breve tempo.
Con l’amico Chiaraviglio curò anche la questione Velvis...
Non fu una questione meno difficile. La Velvis (la Velluti Visconti, marchio di grande qualità, giustamente famoso) si trovava in difficoltà dopo l’affidamento della direzione all’IFIL (Gruppo Agnelli). Il piano redatto con l’aiuto determinante di Chiaraviglio (questa volta in qualità di “nostro” consulente) riguardò la redazione di un “piano di uscita” morbido, basato su due punti:
- consentire l’uscita dall’IFIL a “costo zero” (cioè senza ulteriori contribuzioni);
- cercare un imprenditore interessato a rilevare il 100% di Velvis.
La prima parte del progetto si realizzò in poco tempo. Ho ritrovato nel mio archivio una lettera del 2 marzo 1982 (di cui avevo perso il ricordo) diretta al nuovo consigliere delegato di IFIL, un mio caro amico, il bocconiano Mario Garraffo, con la quale gli trasmettevo la decisione arbitrale assunta da Alberto Bertoni, che definiva nullo il valore della Velvis.
Inoltre, agli inizi del 1982, trovai un possibile interessato al rilievo dell’intera Velvis: lo stesso Ivan Bisson, genero di Borghi, entrato tra i soci di Cofia-Isolabella. Chiaraviglio si batté con intelligenza e determinazione, e condusse il piano alla felice conclusione. Di ciò Uberto e io gli siamo sempre stati grati.
Il suo amico Luigi ebbe una vita piena di soddisfazioni e di riconoscimenti; anno dopo anno, sin dall’inizio della professione, si costruì una brillante carriera. Ed ebbe amici che – come lei, professore – lo secondarono nella sua attività e che “approfittarono” della sua eccezionale preparazione ricorrendo ai suoi illuminati interventi. Un terribile attacco al cuore ne stroncò la fibra proprio sotto i suoi occhi...
Un giorno del novembre 1990, mentre rientravo a casa in via Massena 18, vidi un’autoambulanza. Corsi nell’atrio e m’imbattei in una barella della Croce rossa, sulla quale giaceva, con un filo di bava alla bocca, Luigi Chiaraviglio. Era cosciente, ma non poteva parlare... Mi avvicinai, con le lacrime agli occhi, gli toccai la mano e mormorai a fatica «Torna presto...». Ma non tornò più. Una malattia cardiaca lo aveva stroncato. Morì il 17 novembre 1990. Addio, amico carissimo! Sento, ancora oggi, a distanza di più di vent’anni, di doverti molto!
Si veda E. Resti, L’Università Bocconi. Memorie di un testimone, 3a ed., La Litografica, Arese, 2005, p. 72.
Li ho visti così 2, pp. 258 e ss.