Vai al contenuto principale Vai in fondo alla pagina

Il mondo di Guatri

2026/8

Carlo Dessy

Laureando in Bocconi rifiutò il 110/110: voleva (con ragione) la lode. Fece il commerciante, l’industriale, il manager e, da ultimo, lo scrittore

Carlo Dessy, suo collega ma soprattutto amico per molti decenni, era senza dubbio di multiforme ingegno: commerciante, industriale, manager e – da ultimo – scrittore. Un personaggio poliedrico, dunque?

Prima di raccontare di Carlo Dessy, delle sue irrequietezze e delle molte svolte che impresse al suo modo di affrontare la vita, devo fare una premessa: Carlo lasciò nei libri che scrisse ampie testimonianze delle sue vicende personali, curiose, talvolta eccezionali. Tratteggiare sia pure sinteticamente il suo personaggio diventa facilissimo citando – ovvero “saccheggiando” – i suoi scritti. Cosa che io farò puntualmente e massicciamente. Con un vantaggio per lei, caro Ermes: dovrà lavorare molto meno del solito.

Vi è stato un incredibile parallelismo tra la morte di Carlo Dessy a Casa de Campo e quella di sua moglie Lina, alla quale – con vivo dolore – ho assistito. Si sente di parlarne?

Facciamolo pure. Tra i “personaggi” di questo libro avevo da tempo deciso di comprendere il bocconiano Carlo Dessy. L’ultima volta lo vidi a Santo Domingo – isola nella quale soggiornava vari mesi all’anno – era allegro, vispo come sempre, in calzoncini rossi: pur con i suoi quasi 84 anni (era nato a Napoli nel 1923) stava benissimo ed era diretto alla spiaggia di Las Minitas per fare una passeggiata. Eravamo a fine gennaio 2007 e io mi preparavo a tornare a Milano: era passato a salutarmi.

Ai primi di febbraio mi giunse a Milano, dai figli, la notizia dolorosa: era improvvisamente defunto. Circa quindici giorni dopo, con mia moglie Lina, ci recammo per dargli l’ultimo saluto nella chiesa parrocchiale di Arenzano (Genova), cittadina nella quale si era stabilito quando aveva cessato il lavoro attivo.

Povero Carlo – si diceva con Lina – doveva proprio accadergli a Santo Domingo! Non avrei mai supposto che, meno di quattro anni dopo, una sventura simile dovesse accadere anche a mia moglie (anche lei dopo quattro mesi avrebbe compiuto gli 84 anni). Appena mi sono un poco ripreso (e per me l’unico modo per farlo e per soffocare il dolore è di chiudermi nella mia oficina a scrivere) ho pensato di aprire subito il “faldone” di documenti su Carlo Dessy, che da Milano avevo portato con me.

Carlo Dessy nacque a Napoli e trascorse la fanciullezza a Genova; studiò e si laureò a Milano ma sembrava, dal punto di vista intellettuale, soprattutto un cittadino del mondo...

Carlo Dessy (foto a pp. 219-220) nacque a Napoli nel 1923. Il padre Renato, che era un alto dirigente del Credito Italiano, vi rimase fino al 1928, prima di trasferirsi, come direttore, alla sede di Genova e quindi, sempre come direttore, a quella di Milano. Fu così che Carlo abitò a Milano (in via Pagano 38), ove nel 1938 si iscrisse alla Bocconi, laurendosi il 1° luglio 1946, al ritorno dalla guerra (come moltissimi altri nati nel 1923). Pur senza conoscerci, ci incrociammo in Bocconi, dove mi ero iscritto nel 1945. A Genova, dunque, rimase fino ai 15 anni: perciò la considerava la sua “città di adozione”, la città della sua adolescenza. E infatti scrive[35]:

A quindici anni si è nel pieno dell’adolescenza e in taluni casi, come nel mio, si è già adulti. La giovinezza non la conosco perché mi è stata rubata dalla guerra. Il periodo di formazione del mio carattere, e in buona parte della mia personalità, s’identifica con quello passato a Genova. In questa città ho trascorso anni meravigliosi ed esperienze indimenticabili.

A Genova, con tutta la famiglia (padre, madre, una sorella e tre fratelli), visse in via privata Ausonia 7, sulle pendici di una collina che si affaccia sul centro della città, alle quali si arriva salendo da via Bertani (dov’è la facoltà di Economia e Commercio e dove fui incaricato nei primi anni Cinquanta).

Risponde al vero, professore, che uno studente non ancora ventenne – mi riferisco a Carlo Dessy – fu incaricato di sostituire un professore in un Istituto tecnico di Monza?

Verissimo. Accadde nel 1942 quando il nostro Paese era in guerra e molti insegnanti erano al fronte. Egli stesso racconta di questa sua prima esperienza di docente[36]:

Nel 1942 l’Istituto tecnico Mosè Bianchi di Monza rimase senza professore di ragioneria e computisteria. Il Provveditorato si rivolse all’Università Bocconi perché segnalasse uno studente, libero da obblighi militari, in grado di ricoprire il ruolo. Fu fatto il mio nome essendo io due anni avanti negli studi, non avevo ancora diciannove anni.

(...) Il lunedì mattina giunsi puntuale. Per essere a Monza a quell’ora mi svegliai alle cinque e mezzo. Presi la “Circonvallazione” fino a Porta Venezia, e quindi una specie di trenino che veniva chiamato “gamba di legno” per la sua lentezza.

(...) Un giorno Castoldi, un giovanottone biondo del quarto corso, giocatore di hockey, alzò la mano. Avuta l’autorizzazione a parlare, disse: «Scusi, professore, Lei è per caso parente del giocatore di pallacanestro?».

Compresi subito che aveva formulato una domanda di cui conosceva già la risposta. «Sono io», risposi. I ragazzi si guardarono in segno d’intesa. Da allora, il lunedì venivano a scuola con la Gazzetta dello Sport in mano, e commentavano con me i risultati del basket e della domenica.

Durante l’esame di laurea lo studente e “quasi professore” Dessy fu protagonista di un episodio sotto molti aspetti eccezionale, che gli fruttò fama e qualche fastidio. Cosa successe?

Lascio ancora il racconto di quel luglio 1946 allo stesso protagonista[37]:

Seduta di laurea; il corpo accademico era seduto a tavoli disposti a ferro di cavallo. Al centro, una scrivania per me. Dietro studenti e persone che assistevano.

Compresi subito che il mio relatore non aveva neanche aperto il fascicolo. Eppure quell’anno alla Bocconi si laurearono solo un’ottantina di studenti, e ogni professore non aveva più di tre o quattro tesi da discutere.

Mi furono rivolte poche domande. Poi i presenti, me compreso, furono invitati a uscire dall’aula. Attesi molto tempo, oltre mezz’ora. Sentivo le voci concitate dei docenti che discutevano. Pensai che qualcuno volesse la pubblicazione della tesi, che veniva concessa, oltre alla lode, ai più meritevoli.

Finalmente fui chiamato. Dopo le frasi di rito mi fu detto: «Noi la nominiamo dottore in scienze economiche e commerciali con punti 110 su 110».

Ma non gli bastava. Carlo, conscio degli ottimi risultati raggiunti lungo l’intero corso di studi, si attendeva per lo meno la lode. Non si arrese e dopo un attimo, certo dei suoi diritti e deciso a difenderli (anche perché attribuiva la mancanza della lode a supposti motivi politici), rispose[38]:

«Lorsignori sanno benissimo che le votazioni ottenute nei vari esami legittimano l’aspettativa di laurea con lode. Rinuncio pertanto alla nomina. Chiedo di ritirarmi e ripetere la tesi con il professor Zappa».

Una pausa permise di consultare le norme relative a questo punto e[39]

giunse l’interpretazione del regolamento: «è previsto che uno studente possa ritirarsi agli esami. Nulla è detto per la tesi. Perciò Lei è obbligato ad accettare la votazione assegnatale».

Carlo Dessy fu dunque “costretto” a laurearsi. Quando ho letto di questo episodio nel libro di Carlo gli ho chiesto, mostrando tutta la mia meraviglia: «Perché di questo fatto, molto grave, non mi hai detto nulla per quasi trent’anni e lo scrivi solo oggi? Non sarà la tua fantasia di scrittore ad accentuare il fatto?». Mi rispose: «No, è andata proprio così; ma solo scrivendo del passato certi fatti tornano alla memoria».

Ho compiuto alcune verifiche (foto a p. 220) che confermano pienamente (anche se, a quell’epoca, le lodi erano una o due all’anno e non centinaia, come oggi) che Dessy aveva voti altissimi: 29,04 su 30 come media delle materie scientifiche, una media generale (dunque comprese le lingue) di 28,76 e 4 lodi. Ve n’era più che a sufficienza per attribuirgli la tanto sospirata lode.

Perciò, quando nella primavera del 1996 presentammo il libro del mio amico in un’aula dell’Università Bocconi, cercai di rasserenarlo. Al termine degli interventi, chiesi al pubblico: «Vogliamo porre rimedio alla carenza di quarant’anni orsono? Conferiamo a Carlo Dessy la lode che ha ben meritato?». L’intera aula scoppiò in un caldo, prolungato applauso.

Carlo Dessy è stato sposato per 33 anni con Liana, dalla quale ha avuto tre figli. Lei e sua moglie avete conosciuto Liana molto bene ad Arenzano dove avete gettato le basi di una duratura amicizia fra le famiglie...

Le pagine del libro Napoli punto e a capo, che racconta la sua vita attiva a Napoli, dove prima fu commerciante e (soprattutto) industriale, contiene pagine di altissimo sentimento dedicate alla moglie Liana: un matrimonio durato 33 anni (1948-1981), allietato da tre figli (Francesca, Alberto e Gabriella)[40]:

Qualche giorno dopo la laurea raggiunsi la mia famiglia, che era a Chiavari in villeggiatura.

Nel gruppo di amici ritrovai una ragazza che conoscevo da circa otto anni. Si chiamava Liana. Amica di mia sorella, era laureata in lingue e letteratura straniere. Mi resi conto di non aver mai apprezzato abbastanza le sue qualità intellettuali e fisiche.

Due anni dopo ci sposammo. Il nostro matrimonio è durato trentatré anni, dopo i quali si è sciolto non per nostra volontà. Durante la cerimonia nuziale il sacerdote aveva detto: «finché morte non vi separi...». La morte ci ha separati. Sono sicuro che Liana mi sta aspettando in un’altra dimensione, nella quale non vi sono orologi, né calendari, né stagioni, né età. Dove non esistono il tempo e il disfacimento. Dove tutti, prima o poi, ci ritroveremo.

Liana fu il suo vero punto di riferimento nella vita, gli fu sempre al fianco; con la sua dolcezza sapeva, nel caso, consigliarlo e controllarlo nelle sue esuberanze (e, in anni difficili, anche nelle inevitabili difficoltà). La ricordo ancora, con infinita tristezza, nella mia casa di via del Quadrifoglio nella Pineta di Arenzano: con mia moglie Lina era diventata anche grande amica.

Facciamo, professore, un passo indietro: quando ha incontrato per la prima volta Carlo Dessy di persona?

Fu durante l’amministrazione controllata della Elettrodomestici Salamini di Parma, di cui per un anno fui commissario giudiziale (1967/68)[41], che incontrai per la prima volta Carlo Dessy. Me lo presentò Girolamo Palazzina, l’indimenticabile protagonista della vita bocconiana degli anni dal 1907 al 1970, con una telefonata: «Il dottor Carlo Dessy desidera incontrarla a Parma. È un bocconiano; e questo credo possa bastare». Gli risposi che venisse pure.

Quando arrivò ero occupato (in tribunale, mi par di ricordare); lo feci inizialmente ricevere dal mio allora assistente, Michele Burnengo, un uomo deciso e pratico. Carlo da consigliere delegato dell’azienda di televisori napoletana (la Dumont) aveva – secondo quanto spesso accadeva all’epoca – scambiate con Salamini tratte emesse su clienti, senza corrispondenti vendite, per rendere possibile lo sconto bancario. Michele Burnengo, che sapeva essere “duro” (e non era affatto duttile), esordì: «Se io fossi il commissario chiederei al tribunale di dichiararla socio di fatto di Salamini»: e gli animi si agitarono.

Quando, dopo qualche ora, arrivai, cercai appunto di “calmare gli animi” e con qualche fatica e molta buona volontà si trovò una soluzione indolore.

In anni seguenti, durante le mie visite periodiche a Napoli (presso la Società Contatori Meridionale controllata dalla francese SIC, Société Internationale des Compteurs), vedevo regolarmente Salvatore Sassi che ne era consulente. Dessy mi chiese di farglielo incontrare: gli interessava una presentazione presso l’Isveimer e il Banco di Napoli.

Dessy ci ricevette nella bellissima casa di Posillipo, davanti alla quale si spalancava l’intero golfo di Napoli, con il Vesuvio incombente[42]. Parlammo a lungo e il nostro ospite si adoperò – come sapeva fare, con assoluta correttezza – per agevolare la Dumont (che peraltro era una delle “glorie” dell’industria locale).

Più tardi, con mio fratello Beppe e Francesco Comotti, si fecero studi e ricerche sui bilanci della Dumont per assicurare altri contatti con banche milanesi. Cercammo, insomma, di aiutarlo: e di questo mi fu sempre grato.

Come fu che il professor Dessy divenne industriale, a capo di un’importante azienda napoletana costruttrice di televisori?

Ricorro ancora una volta agli scritti del nostro personaggio, Carlo Dessy[43]:

Nei primi mesi del 1963 il proprietario dell’industria straniera di cui avevamo l’esclusiva per il Mezzogiorno mi invitò a Milano per farmi una proposta: «Io vado a dirigere una casa concorrente americana e utilizzerò l’attuale stabilimento per costruire i televisori di quella marca. Potrei cedere senza problemi la licenza ad altri operatori economici. Prima di farlo do l’opzione a te e a tuo fratello. Volete rilevare il marchio?».

L’importo richiesto, molto elevato, esulava dalle nostre possibilità.

Perciò cercammo altri soci, li trovammo e diventammo industriali. Andai negli Stati Uniti, perfezionai la voltura della licenza e visitai lo stabilimento, il più grande e funzionale tra i molti che avevo visto fino ad allora.

Entrando in fabbrica fui colpito da un grande cartello su cui era scritto: «Attraverso questa porta passano gli operai che costruiscono i televisori della marca più famosa nel mondo per la qualità». Mi piacque e ne collocai uno con le stesse parole all’ingresso dell’industria sorta a Napoli.

Il lavoro, malgrado i molti problemi che affliggevano l’azienda, andava bene ma intervenne un fattore esterno a buttare letteralmente all’aria l’impresa: in una notte il fuoco distrusse gli impianti in modo irreparabile?

Come spiega Carlo Dessy stesso sempre nel suo libro del 1999, Punto e a capo[44]:

Mio fratello e io combattevamo in prima linea. I soci stavano nelle retrovie. Attacchi esterni, lotte intestine, incompetenze e gelosie ci resero la vita difficile. Ma la tenacia riuscì a superare tutte le avversità. I nostri apparecchi conquistarono molti mercati stranieri, fra cui quello tedesco, benché all’epoca la Germania fosse la nazione leader nella produzione di televisori.

D’improvviso, la tragedia (era l’8 dicembre 1969): lo stabilimento prese fuoco[45]:

Le fiamme si levarono verso il cielo, senza lasciare alcuna speranza di scampo. Spettacolo suggestivo e terrificante assieme. Tutto quanto si trovava dentro l’immobile si ridusse a un cumulo di lamiere contorte e di rottami incandescenti. A mezzanotte erano arrivati i miei famigliari, le telecamere, i giornalisti e una folla di curiosi. Liana mi disse: «Ti rifarai. Pensa a chi è stato colpito nella salute». Mia figlia Francesca piangeva disperatamente.

Alle prime luci del giorno uscii dal cancello: c’erano operai e impiegati. Piangevano tutti. Una ragazza si gettò tra le mie braccia singhiozzando. Io ero come un fantasma che cammina. Non ebbi la forza di dire una parola né di liberare una sola lacrima.

Nel capitolo finale, che reca lo stesso titolo del libro, Dessy racconta quale fu l’epilogo della tragedia[46]:

La notte successiva tutti i soci si riunirono. Come spesso accade in situazioni drammatiche ognuno aveva punti di vista e prospettive differenti. Ci separammo all’alba senza aver preso alcuna decisione né concordato una strategia comune. Feci un rapido calcolo, e mi resi conto che il danno patrimoniale era irreparabile e di gran lunga superiore a quanto avrebbe pagato l’assicurazione.

Due proposte mie e di mio fratello, una delle quali intesa a salvare il posto di lavoro alle maestranze, non furono approvate perché non aggregavano la percentuale di voti prevista dalla legge. A questo punto non restò che regalare agli altri soci le nostre azioni, che erano soltanto dei pezzi di carta bruciacchiati, e uscire dalla società per evitare di assumere gravi responsabilità.

Tuttavia ci fu presto, dopo circa sei mesi, un’occasione di rinascita per il dottor Dessy: questa volta nel ruolo di manager...

Fu una cortese, incalzante telefonata a imprimere una nuova svolta alla vita di Carlo Dessy. Ecco come la racconta l’interessato[47]:

Una mattina del maggio 1970 mi trovavo alla Fratelli Dessy & C. quando giunse una telefonata da Genova... «... Mi ha riconosciuto? sono Scotti, come sta?».

Il ragionier Scotti continuò: «Parlo anche a nome dei soci... Le propongo di esaminare la possibilità di venire nella nostra società per rimetterla in sesto». (...) «Contratto di tre anni rinnovabile, nomina a amministratore delegato dopo sei mesi di reciproco esperimento. Qualifica iniziale di libero professionista, emolumento avallato da una banca».

Per la prima volta, dopo molti mesi, fiducia e buon senso prevalsero sulla depressione. «Se ne può parlare...». «Bene, io sono stato incaricato di risolvere il problema “uomo” entro brevissimo tempo, perciò le chiedo se può venire presto a Genova per vedere la fabbrica, i bilanci, conoscere i soci... Va bene mercoledì della prossima settimana? C’è un aereo Lufthansa che parte da Napoli alle due e mezzo del pomeriggio e arriva a Genova un’ora dopo. Verrò a prenderla all’aeroporto».

(...) Partii da Napoli il 5 settembre. Lasciavo la villa che non avevo potuto godere abbastanza e nella quale non avrei mai più rimesso piede. Decisi di raggiungere Genova in nave.

(...) Pensai a mia moglie, sempre umile nella buona sorte e dignitosa in quella avversa. Milanese di nascita, emiliana da generazioni, aveva “abbracciato” cultura e mentalità partenopee ed eletto Napoli a sua patria di adozione. Certamente soffriva per il suo prossimo trasferimento in una città che le era estranea come abitudini e filosofia di vita. Ma non ne aveva fatto un dramma. Almeno non lo aveva dimostrato. Si sarebbe trovata bene in qualsiasi posto fosse stata con la sua famiglia. Pensavo ai miei figli. Due di loro erano adolescenti, come lo ero io quando la mia famiglia si trasferì da Genova a Milano.

Professore, il ritorno a Genova di Dessy offrì ad ambedue l’occasione di cementare ulteriormente la reciproca conoscenza, non solo personale ma anche fra le vostre famiglie?

È così. Partito il 5 settembre 1970 da Napoli, Carlo Dessy assunse la carica di consigliere delegato di una società a partecipazione regionale che si occupava di elettronica. Una società in palesi difficoltà.

Dopo poco tempo mi chiese (e mi fece chiedere dai soci) di entrare in Consiglio. La cosa andò in porto dopo una serie di incontri in centro città.

Pur senza particolari traumi, i risultati del lavoro in azienda non miglioravano di molto. Ricordo che spesso Carlo veniva a trovarmi ad Arenzano e ci scambiavamo opinioni. Fu così che diventammo amici.

Dopo aver costruito una villa nella Pineta di Arenzano (1974), chiesi a Carlo se volesse acquistare la mia casa in via del Golf. Ci mettemmo d’accordo. Fui contento di cederla a lui e a Liana: erano nostri amici. Tuttora la famiglia Dessy (oggi, alcuni dei figli) ne ha fatto la sua dimora per le vacanze.

Anche Carlo, dopo qualche esitazione, cominciò a giocare a golf nel campo della Pineta, costruito nel 1960. Era un poco più “arretrato” di me: non mi raggiunse mai... Su questo, a volte, si scherzava: ma il golf è tecnica e time e Carlo, sempre scattante, non era il giocatore da imitare. «Guarda che il basket, di cui sei stato campione, non ha nulla a che vedere con questo sport», gli dicevo. Non se ne convinse mai del tutto.

Ricordo gli anni di Arenzano come tra i più belli della mia vita. La mia casa del Quadrifoglio era, la sera, la sede degli incontri di “gin” (un gioco di carte allora in voga) con Carlo e mia moglie Lina, la signora Pucci Guido e Benedetto (il maestro di golf), e saltuariamente altri amici. Mia moglie Lina e la Pucci erano le migliori e vincevano sempre o quasi sempre: solo che la “posta” era simbolica. Liana assisteva, ma non giocava. Tutti i Capodanno si passavano al ristorante “da Umberto” (poi divenuto “da otello”). Eravamo allegri, soprattutto eravamo ancora giovani... oggi, che molti di loro sono scomparsi (Liana nel 1981, Carlo nel 2007, mia moglie il 14 dicembre 2010), mi avvedo che quel mondo è scomparso!

Dopo aver comprato casa il suo irrequieto amico decise di averne abbastanza dell’azienda genovese che non decollava e, più in generale, della produzione industriale e decise di imboccare una nuova strada, più vicina all’attività finanziaria...

Un giorno Carlo decise di lasciare la società genovese, che faticava a riprendere quota. Mi chiese se si potesse studiare un’iniziativa, distinta ma collegata al mio studio professionale di Milano, ovviamente con una propria sede, che si occupasse di crediti agevolati, oltre che di consulenza finanziaria in generale. Ne parlammo parecchio ad Arenzano. A Milano ci incontrammo anche con Carlo Scognamiglio e Stefano Podestà. Alla fine si decise che Carlo assumesse la maggioranza di Studio Finanziario e io una quota minoritaria.

Il dottor Alberto Venanzetti, il ragioniere Valerio De Valle – e per qualche tempo Alberto Dessy e mia figlia Betty, entrambi bocconiani – ne costituirono l’ossatura nella sede di via Paleocapa 1. Io passavo qualche volta a visitarli, per esaminare i bilanci o i nuovi “prodotti” ecc. Tuttavia, in quegli anni, per me occupatissimi, dedicavo a Studio Finanziario ben poco tempo. Dessy non venne mai ad abitare a Milano: per molti anni durante la settimana stava al residence Maria Clotilde in corso Sempione, e a fine settimana tornava ad Arenzano. Nel periodo milanese, che si protrasse per circa vent’anni (1975/95), collaborò con me per altri incarichi, tra cui l’amministrazione straordinaria della Redaelli, in corso Monforte[48].

Giunto verso i 70 anni decise, ancora una volta all’improvviso, che fosse ora di cessare il lavoro attivo[49]. Mi diceva sempre: «Ho cominciato a lavorare che avevo 19 anni, all’Istituto Mosè Bianchi di Monza: da allora sono passati più di 50 anni! ora posso fare altro!». Fu così che divenne scrittore a Casa de Campo, che aveva eletto a suo domicilio a Santo Domingo.

Per quanto l’argomento sia delicato, mi vuol dire qualcosa di colei che divenne la sua compagna a 58 anni?

Alcuni anni dopo la scomparsa di Liana era fatale che l’ancor giovane Dessy (nel 1981 aveva solo 58 anni!) cercasse una compagna. Di solito, in questi casi, è “il minore dei mali”.

Aveva all’incirca 60 anni, quando accadde. Maria Grazia era un’insegnante di Novara e passava l’estate ad Arenzano, in un piccolo appartamento in Pineta, che abitava con la madre. L’uno e l’altra, per abitudine, si recavano sulla stessa spiaggia. Così si conobbero e fecero amicizia. Non ebbero mai un’abitazione in comune, salvo che a Casa de Campo, dove Carlo-scrittore passava molti mesi ogni anno. Ma la “fiamma” non durò molto, credo solo per pochi anni. Poi andò via via affievolendosi, pur resistendo per diversi altri anni (in totale furono una quindicina).

Maria Grazia era carina, riusciva simpatica agli amici, anche se in casa si diceva non fosse facile: pretendeva perfino di insegnare a Carlo-scrittore come dovesse scrivere i suoi libri. Era, insomma, una “maestrina” di una piccola città, più attenta alla punteggiatura, all’uso del congiuntivo che all’arte e alla fantasia.

Un giorno, forse eccedendo, dissi a Carlo: «Tu puoi venire quando vuoi con me sui campi di golf di Casa de Campo, con altri amici: ma... “di grazia”, lascia a casa la Maria Grazia poiché parla troppo!». Egli rise e ne convenne.

Qualche volta mi metteva a parte delle difficoltà, delle incomprensioni, perfino dei litigi: «Certo una donna come Liana sapevo che non l’avrei mai potuta trovare... ma avrei potuto scegliere meglio...». Gli rispondevo: «Attento, si può anche cadere dalla padella nella brace». Poi venne, clamorosa, la rottura: non poteva finire diversamente!

1

C. Dessy, Qualcosa rimane sempre, Spirali, Milano, 1996, p. 15.

2

Ivi, pp. 65 e ss.

3

Ivi, p. 119.

4

Ivi, p. 129.

5

Ivi, p. 130.

6

C. Dessy, Punto e a capo, Marsilio, Padova, 1999, pp. 46-47.

7

Si veda Li ho visti così 1, pp. 297 e ss.

8

«Comprai nel 1964 una villa sulla collina di Posillipo, in una strada panoramica che collega via orazio a via Petrarca. Nella nuova residenza trascorsi anni indimenticabili. Forse è stata la casa che ho amato di più fra le tante in cui ho abitato, unitamente a quella in cui vissi da ragazzo a Genova» (C. Dessy, Punto e a capo, op. cit., p. 94).

9

Ivi, pp. 97-98.

10

Ivi, pp. 98-99.

11

Ivi, pp. 139-140.

12

Ivi, pp. 141 e ss.

13

Ivi, pp. 145 e ss.

14

Come si legge in Li ho visti così 1, pp. 283-284: «Sul piano dei rapporti con banche, fornitori, clienti e sindacati il mio punto d’appoggio fu un vecchio amico (ma allora anche lui aveva solo 56 anni!): Carlo Dessy, un bocconiano che nella vita un po’ travagliata era stato industriale, manager, consulente. In questo frangente mise a frutto tutte le sue esperienze. Anche nei rapporti ministeriali era assai capace: e mi evitò molti viaggi a Roma, dove io andavo di malavoglia. Entrando al ministero dell’Industria avevo sempre l’impressione di perdere molto tempo, concludendo poco. Carlo Dessy, in quegli ambienti, si trovava come a casa propria. Questi contatti erano in realtà estremamente necessari, non solo perché il ministero era il nostro “giudice delegato”, ma anche in quanto la Legge Prodi consentiva di ottenere dalle banche finanziamenti con la garanzia dello Stato. Noi fummo tra i primissimi a fruirne, per cifre sostanziose: il che consentì la ripresa della produzione a pieno ritmo».

15

Da uomo avveduto qual era già nel 1992 volle che di Studio Finanziario offrissi il controllo (cioè la sua quota) alla Banca Popolare di Bergamo. Nel Consiglio, nonostante il prezzo conveniente, si incontrarono alcune difficoltà (l’idea del credito agevolato risvegliava in alcuni amministratori l’idea di “rapporti con la burocrazia romana”, che – pur senza ragioni nel caso specifico – a Bergamo non piacevano). Emilio Zanetti, da me rassicurato, insistette e infine l’operazione si concluse.