Il mondo di Guatri
2026/8
Libero Lenti
Studioso insigne e docente di Statistica economica, antifascista, eccellente giornalista, padrone della lingua, soprattutto innamorato della Bocconi
Professor Guatri, nella nostra giornata dedicata ai “suoi” personaggi c’è un docente che Lei ama definire “bocconiano di ferro”: è il professor Libero Lenti, grande studioso e notissimo giornalista ma soprattutto eccezionale scrittore, capace di usare la nostra lingua in maniera impeccabile. Lei l’ha conosciuto bene: come lo ricorda?
Libero Lenti (foto a p. 214) è uno di quegli scrittori, chiari e brillanti, che tutti vorremmo imitare. Quando penso a lui mi torna alla mente un episodio che sembra tagliato su misura sulla sua personalità: mentre, tanti anni fa, leggevo la tesi di uno studente sulla Borsa Valori, mi resi conto che aveva copiato, alla lettera, un libro del professor Pivato. Lo chiamai, un po’ adirato e gliene chiesi ragione: «Professore – mi rispose – ho cercato di cambiarlo, ma poi mi sono reso conto che non facevo altro che peggiorarlo: perciò l’ho lasciato tal quale».
Anch’io leggendo i libri scritti da Libero Lenti su alcuni argomenti che formeranno oggetto di questa chiacchierata, sarei tentato di fare la stessa cosa. Si tratta, in gran parte, di fatti risalenti a tempi lontani, che non conosco direttamente: e il modo con cui Lenti li ricorda è irraggiungibile. Ma forse Lei, Ermes, come mio coautore, avrebbe qualcosa da ridire...
Caro professore, certamente protesterei. Sarei lieto e onorato di citare Libero Lenti ma non per copiarlo: solamente per offrire al lettore un punto di vista o una testimonianza sicuramente interessanti. Con le nostre chiacchierate cerco di cogliere fatti ed episodi che Lei – il professore e il professionista Guatri – ha vissuto venendo a contatto con personaggi che hanno fatto storia nel nostro Paese; spero sempre che Lei mi racconti qualche illuminante retroscena; cerco il suo giudizio, professionale e anche umano, sui fatti e sulle persone. Per cominciare l’intervista di oggi Le chiedo: per favore, può presentare il professor Lenti?
Lenti è stato, dal 1981 al 1993, uno dei miei predecessori alla presidenza dell’Istituto Javotte Bocconi-Amici della Bocconi (il terzo in ordine di tempo dopo Donna Javotte Bocconi: 1955/65), all’epoca di Giovanni Spadolini presidente del Consiglio di Amministrazione della nostra Università.
Lo ricordo in quella veste quando, trent’anni fa, si distribuivano le medaglie d’oro dell’anno accademico; in quell’occasione prendeva sempre la parola, prima dell’intervento finale di Giovanni Spadolini, dopo la relazione del Rettore in carica e la prolusione di un accademico. Poi venne il ’68 (che in Italia fu importato nei primi anni Settanta) e per lungo tempo la cerimonia fu (forzatamente) abolita.
Se non sbaglio Libero Lenti è nato in una famiglia modesta ma ha studiato con passione, aggiungendo a una sensibilità innata una cultura fuori del comune, un’eccezionale capacità di comunicare, un carattere fermissimo che lo ha guidato in tutte le vicende della vita...
Infatti, è così. Libero Lenti nacque a Casalbagliano (in provincia di Alessandria) il 28 febbraio 1906 (da Carlo e Maria Baldi); morì a Milano il 5 maggio 1993. Aveva poco più di 87 anni. Il padre, agente ferroviario, lo fece studiare: si diplomò al Regio Istituto Cattaneo di Milano; il 5 settembre 1923 si iscrisse all’Università Bocconi presentando domanda per una borsa di studio. Si laureò nel novembre 1927 (io ero nato da due mesi!) con lo statistico Francesco Coletti sul tema dell’industria zootecnica (foto a p. 215).
Durante il quadriennio di studi strinse forti legami d’amicizia con Alessandro Molinari, direttore dell’Istat fra le due guerre, e con Ferdinando Di Fenizio, che poi divennero a loro volta accademici di primo piano; anch’io – ricordo – ebbi Di Fenizio tra i miei docenti bocconiani (a.a. 1948/49); passai nove mesi (apriledicembre 1949) come suo collaboratore all’Ufficio Studi Economici della Montecatini, quella del Conte Faina; finché Gino Zappa mi chiamò come assistente effettivo alla Bocconi.
Di Libero Lenti fui allievo al secondo anno all’Università Bocconi (1946/47) e adottai come testo base il suo libro Statistica economica. Aveva, in quell’anno, al suo fianco il fido assistente “volontario” Gabriele Virzì, che ricordo con grande simpatia[8].
Lenti si occupò attivamente, sin da giovanissimo, non solo di statistica economica (materia che insegnò nelle università), ma anche di problemi sociali e di politica. Frequentò attivamente gli ambienti culturali antifascisti e scrisse su giornali e riviste critici nei confronti del regime, sino alla caduta del fascismo. Per non essere arrestato si unì alle formazioni partigiane che operavano nelle Langhe...
Sì, Libero Lenti fu un costante oppositore del Partito Nazionale Fascista nel ventennio successivo alla cosiddetta marcia su Roma. Agostino de Vita nel libro in suo onore apparso nel 1979 (A. Giuffrè, Milano[9]) scrisse su Lenti pagine bellissime (Riquadro 1).
Riquadro 1 «Libero Lenti antifascista» di Agostino De Vita
Laureatosi nel 1927 presso l’Università commerciale “Luigi Bocconi”, all’impegno di studio nel quadro dell’attività accademica come assistente dell’Istituto di Statistica della stessa Università, univa un’attiva partecipazione a iniziative di incontri, discussioni e pubblicazioni al di fuori del clima del consenso di quegli anni.
A questo proposito va in particolare ricordata la partecipazione, con un gruppo di amici, alla istituzione, nel 1931, del GAR (Gruppo di Amici della Razionalizzazione) e all’uscita, nel 1933, del quindicinale Borsa, fondato da Roberto Tremelloni. Entrambe le iniziative ebbero breve vita.
Il GAR si riuniva una volta alla settimana nella sala del Caffè dell’Orologio in Milano (poi scomparso) per trattare temi economici e per dibattere le argomentazioni e le conclusioni. Un gruppo di amici, di ogni provenienza ideologica, si riuniva per discutere con tecnicismo, e senza incursioni di politici, su argomenti non imposti dal conformismo, estranei alla “razionalizzazione” e nei limiti conseguenti allo spegnimento di ogni opposizione organizzata al regime.
Dopo la redazione di uno Statuto, per rilievi e richieste della questura gli “amici”, a meno di due anni dalle origini dell’iniziativa, lasciarono morire il GAR di consunzione.
Libero Lenti e altri dissidenti confluirono nella redazione della rivista Borsa, animata da indipendenza di giudizi, il cui primo numero uscì il 15 febbraio del 1933 con un articolo di Luigi Einaudi. La rivista faceva perno sulla Borsa nel senso più ampio di mercato non occupandosi dei temi, allora prevalenti, di economia corporativa. Ma al suo ventisettesimo numero venne soppressa con decreto del prefetto di Milano che, formalmente, giustificò il provvedimento con l’inopportunità di pubblicare una rivista con quel titolo in un momento molto delicato per la Borsa italiana.
Degli anni più lontani va ricordata la collaborazione del giovane Lenti ad altre riviste economiche non conformistiche, quali il settimanale L’industria lombarda edito dall’Ufficio Studi dell’Organizzazione degli Industriali di Milano, e la Rivista italiana di scienze commerciali, sorta con il patronato dell’Università Bocconi essendo rettore Gustavo Del Vecchio.
A delineare la vita e la figura di Libero Lenti concorrono anche i rapporti avuti con altre personalità del mondo della cultura che, a Milano, intorno a sé raccoglievano, negli anni anteriori alla guerra, giovani e meno giovani accomunati dalla non disponibilità ad accettare le correnti del tempo. Fece parte del gruppo di amici che, anche negli anni di guerra e del primo dopoguerra, diede vita al Partito d’Azione, poi disciolto. Mantenne continui contatti con gli ambienti milanesi anche quando, nel 1944, per sfuggire all’arresto, si rifugiò nelle Langhe, e cioè in località controllate dai partigiani.
Lenti è stato anche un grande e notissimo giornalista (fu uno dei “fondisti” del Corriere della Sera); poco dopo la fine della guerra fu tra i fondatori di 24 ore, il quotidiano economico che ebbe grande successo e che nel giro di pochi anni assorbì il giornale concorrente Il Sole...
Successe proprio così e ce lo racconta lo stesso Lenti (anche se è molto “riduttivo” nel descrivere la sua attività di giornalista):
Nel 1945 cominciai a collaborare assiduamente al Corriere della Sera. Inoltre, assieme ad amici, diedi vita a 24 Ore, che più tardi assorbì Il Sole. L’attività giornalistica è assai gratificante, anche se talvolta alquanto dispersiva. Obbliga a seguire e a commentare, giorno per giorno, situazioni economiche di breve durata. Consente però una continua attenzione di queste vicende, anche di meno breve durata, specie se si ha l’accortezza di non lasciarsi distrarre dall’attività più propriamente scientifica. Un pericolo che ho cercato d’evitare mantenendo per l’appunto fermi gli impegni di studio.
Le persone della mia età ricordano benissimo i brillanti articoli “di fondo” del Corsera in materia economica. Erano di una chiarezza cristallina, leggibili per tutti, della giusta dimensione. Una serie di abilità che pochi giornalisti, se non “di razza”, posseggono. Egli era uno di questi.
Solo quando il professor Lenti scomparve, nel maggio del 1993, Giovanni Spadolini (allora presidente dell’Università Bocconi e che fu collega di Lenti al Corriere dei primi anni Cinquanta) diede un pubblico riconoscimento della sua statura di studioso e di uomo impegnato nelle cure del bene comune. In un elzeviro apparso sul Corriere della Sera il 9 maggio 1993 (Riquadro 2) Spadolini riassunse da par suo la vita e le opere del collega e amico, bocconiano e per ventisette anni (1945/72) collaboratore del Corriere della Sera. L’elzeviro ci offre una testimonianza vivissima dell’attività non solo di studioso e di giornalista di Libero Lenti ma anche del suo comportamento, da uomo libero e retto, sia durante il ventennio fascista sia nell’Italia repubblicana del dopoguerra.
Riquadro 2 «Lenti, uomo della Resistenza sulla via del libero mercato» di Giovanni Spadolini
Lo ricordo nelle stanze del Corriere, all’inizio degli anni Cinquanta. Portava sempre a mano il suo articolo settimanale, il punto sull’economia interna e internazionale, battuto sulla stessa carta, “cronometrato” nella lunghezza; s’intratteneva brevemente col direttore (parlo già di Missiroli, entrato nell’estate del 1952), magari intrattenendosi sul prossimo tema, evitando giri di frase o perdite di tempo.
Asciutto nella prosa, come lo era nella conversazione: Libero Lenti, grande lavoratore, ma soprattutto lavoratore “ordinatissimo”, con una specie di straordinaria sintassi mentale che si rifletteva nella sua prosa, limpida, anche se talvolta poteva sembrare arida. Rifuggente da ogni enfasi, da ogni cadenza o suggestione oratoria: fermissimo nei principi, i principi dell’economia classica in cui era maestro, con una punta di orgoglio rattenuto per essere, in quella tribuna, in quella cattedra, il successore del suo antico maestro Luigi Einaudi (sempre sofferente, nella solitudine del Quirinale, di non poter collaborare al Corriere della Sera, di non poter scrivere sui giornali: la grande ambizione del presidente che aveva il vecchio Corriere albertiniano nel sangue).
Libero Lenti: non milanese (era nato ad Alessandria e riposa nella terra dei suoi avi) ma legato da un amore esclusivo e quasi possessivo a Milano, dove si era laureato nella più milanese e inconfondibile delle sue università, la vecchia e già gloriosa Bocconi (alla quale resterà fedele fino all’ultimo, animatore incomparabile, con i suoi ottantasette anni, della Associazione Amici della Bocconi, cioè della Fondazione originaria e caratterizzante della libera università).
Professore ordinario di Statistica economica dal 1939 al 1965 a Pavia, la sua “terza patria”, la «città tutta tesa in un’avidità di spazio», come diceva Cesare Angelini. Successivamente ordinario, dal 1965 al 1981, della stessa disciplina alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano. Ma sempre legato alla Bocconi da un incarico di insegnamento che valeva per lui quanto e più della cattedra: esattamente come era stato per oltre vent’anni, prima del fascismo, per Luigi Einaudi, ordinario a Torino e incaricato nella vecchia Bocconi allogata in piazza dello Statuto, quasi allo sbocco di via Solferino, pressappoco dirimpettaia del Corriere (ed Einaudi che attraversava la strada per consegnare, finita la lezione, i suoi articoli al direttore editore, il leggendario Luigi Albertini).
Milanese acquisito, che conosceva tutto della sua città. Economista, che non si chiudeva mai nell’economia (e meno ancora nella statistica), che guardava alla storia, al diritto, alla scienza politica, con una coscienza “interdisciplinare” che si ricollegava alla sua radice crociana (bellissimo è il ritratto dell’incontro con Croce a Napoli, nell’immediato dopoguerra, contenuto nelle pagine di quel libro autobiografico, Le radici nel tempo, che pubblicò a puntate sulla Nuova Antologia, cui era devoto, e che meriterebbe di essere ristampato, tanto era lo specchio fedele di una generazione e di un mondo).
Lenti: fra i fondatori e i promotori del Partito d’azione (lo aveva un po’ nascosto a Croce, sempre pronto a condannare l’”ircocervo”). Operante con coraggio nella Resistenza fra Lombardia e Piemonte; con grande prudenza e intelligenza nell’immediato post-liberazione. Consigliere economico come era diventato di fatto, tramite il potente veicolo azionista, dell’intero Comitato di liberazione dell’alta Italia. Ma sempre alieno dagli orpelli (come la sua conversazione, come la sua scrittura), ostile alla caccia ai posti, alla ricerca delle poltrone.
Significativo l’episodio della sua designazione da parte del CLNAI, dopo l’incarico a Parri, il “Maurizio” della Resistenza, che abitava allora nella villa di via Melzi d’Eril, a sottosegretario al ministero della Ricostruzione nazionale: il ministero affidato a uno degli ultimi “amendoliani”, il vecchio e onorando Meuccio Ruini che sarà poi il presidente del Senato nei giorni infuocati della legge maggioritaria, nell’aprile del 1953.
Lo raccontava lui stesso con una punta di compiacimento e d’ironia. Fine giugno 1945. Per raggiungere Roma (impresa in quei tempi più che difficile) si avvalse di uno sconquassato dakota che faceva la spola fra Milano e Roma. «Seduto per terra insieme ad altri bene o male arrivai a Ciampino e di là con una jeep fui trasportato il più velocemente possibile al palazzo dei Marescialli dove aveva sede il ministero».
Troppo tardi. Pochi minuti prima era arrivato Ernesto Rossi designato per lo stesso incarico dal CLN. Si era insediato già nella stanza. Sconcerto di Ruini e di Rossi. «Non me la presi più di tanto»: confidava Lenti. E anzi Rossi fu prezioso per trovare un aereo che lo riportasse a Milano, con pari scomodità. «Roma non invitava certo a rimanere».
Retrospettivamente, considerava una fortuna non essere stato attirato nella vita politica. Seguì, fra 1945 e 1946, l’intera parabola del Partito d’azione fino alla scissione del cinema Italia a Roma. Fu subito per la corrente di Parri e La Malfa; contro la tesi della piccola “eresia socialista”, incarnata da Lussu. Condivise la battaglia di Parri e La Malfa nella “concentrazione democratica repubblicana” che poi confluirà nel vecchio e glorioso Partito repubblicano; fu anche candidato nelle elezioni politiche del 1946 raccogliendo quattrocentoquarantasette voti. Lo ricordava sempre, utili per fare uscire La Malfa e Parri con i resti di quella lista che non arriverà in tutto il territorio nazionale a superare i centomila suffragi.
Dell’azionismo conservò sempre quella punta di inquietudine e di libertà intellettuale che lo sottraeva a tutte le mitologie e a tutti i fideismi, che ne faceva, in tutti i sensi, un uomo libero. Grande lettore e raccoglitore di libri: ci scontravamo allora in quei cataloghi di bibliofili (parlo sempre dei primi anni Cinquanta) che erano tanto più numerosi di adesso e consentivano anche alle nostre tasche di concorrere (ricordo quanto rimasi addolorato perché mi aveva battuto nell’acquisto, presso un libraio bolognese, delle Cronache del Risorgimento di Luigi Ambrosini, il “giolittiano” per la pelle che era stato capo ufficio stampa dello statista di Dronero).
Per ventisette anni fino al termine della mia direzione, nel marzo del 1972, rimase collaboratore fisso del Corriere. Naturalmente già alla fine degli anni Sessanta, nell’incalzare di nuovi miti e nell’urgere di nuove mode, era ritenuto un sorpassato. E trattato con sufficienza e distacco. Lenti ha fatto in tempo a vedere sul piano mondiale, e non soltanto italiano, la rivalutazione dei principi di libere economie di mercato che erano state il fondamento della sua vita e del suo magistero (riassuntiva ed emblematica l’opera sua su I conti della nazione: un titolo anche questo einaudiano).
Lunedì 3 maggio l’avevo visto per l’ultima volta al Consiglio di Amministrazione della Bocconi, sempre vigile e pronto. «Non avrei mai creduto, fu l’ultima sua confessione, che un governatore della Banca d’Italia potesse essere chiamato a formare un governo, sulla base dei principi calpestati o contestati nel corso di tanti anni». Chi ha difeso quei principi nell’ultimo ventennio, che oggi si vorrebbe da tutte le parti “criminalizzare”, ha maggiori meriti di coloro che sono arrivati alla riconquista dei valori di libertà attraverso la folgorazione della caduta del muro di Berlino.
Come Lei ha già ricordato, il professor Lenti è stato anche uno dei suoi predecessori alla presidenza dell’Istituto Javotte Bocconi-Amici della Bocconi...
Alla morte di Donna Javotte Bocconi di Villahermosa, moglie del figlio del fondatore dell’Università (e quindi “l’ultima dei Bocconi”)[10], Furio Cicogna, che fu presidente dell’Istituto nel periodo 1965/73, era riuscito a congegnare una serie di pesi e contrappesi al fine d’evitare inframmettenze di natura politica nell’amministrazione dell’Università. In altre parole, mise in piedi una Associazione degli amici della Bocconi, erede del patrimonio della famiglia Bocconi, la quale, per statuto, nomina la maggioranza del Consiglio di Amministrazione dell’Università, e quindi influenza la nomina del Rettore. Donde una struttura “monarchica” dell’Università, o almeno “presidenziale” alla francese. In quegli anni, monarca, o presidente della repubblica bocconiana, era per l’appunto Cicogna.
I presidenti dell’Istituto post-Cicogna sono stati: Giordano Dell’Amore dal 1973 al 1981; Libero Lenti dal 1981 al 1993; Emanuele Dubini dal 1993 al 2005 e io dal 2006. Carica che mi è stata confermata il 27 giugno 2011: tutti i miei predecessori sono rimasti in carica fino alla morte e non ho voluto sottrarmi a questa regola.
Lei, professor Guatri, ricorda con evidentissima nostalgia i tempi in cui il professor Lenti lavorava e lottava per ottenere che alla Bocconi gli esami fossero severi: considerava infatti una simile “politica dei voti” l’unica possibile non solo per premiare gli studenti più seri e preparati ma anche – e soprattutto – per dare e conservare valore e dignità alle lauree rilasciate dalla vostra Università. Anche Lei era di questa idea; e lo è tuttora?
Ero e sono d’accordo con Lenti. Gli studi bocconiani furono a lungo molto severi. Quando, con Gino Zappa, mi affacciai agli esami (1950), erano ancora durissimi: le bocciature erano inesorabili, se del caso, e scritte come tali sul libretto: per esempio (come usava Zappa) 10/30.
Lo erano ancora di più nei decenni precedenti. Ricorda Lenti:
Le norme che regolavano il corso di studi nell’Università commerciale Luigi Bocconi erano più severe che altrove. Intanto, per passare dal secondo al terzo anno, bisognava superare tutti gli esami. Un “catenaccio”, come si diceva, terrore di tutti i bocconiani. Molti v’inciampavano, e così, se non volevano perdere un anno, dovevano per forza traslocare in facoltà meno rigorose. Superato il catenaccio, bisognava poi scegliere subito il tema della tesi di laurea. Due anni sembravano appena sufficienti per un’accurata trattazione del tema scelto.
C’è stata purtroppo – come ribadisco da anni, non appena ne ho l’occasione – una profonda decadenza a partire dal cosiddetto ’68. Io giunsi al punto di attribuire voti di gran lunga inferiori a quelli dei miei collaboratori. Un giorno decisi che erano divenuti troppo eterogenei e lasciai fare gli esami ad altri.
Lenti, che pur chiuse la sua carriera accademica nel 1978, se ne rese ben conto: ce lo racconta lui stesso, con più episodi.
Nel momento in cui s’incrociano confronti e ricordi, prima di dare il passo ai ricordi, sembrano opportuni alcuni confronti che in particolare riguardano i “padri”, i “figli”, o meglio gli “orfani” del ’68. Forse solo negli USA la contestazione studentesca aveva una giustificazione.
Nel 1964, a ragione o a torto, gli studenti di Berkeley contestavano perché non volevano andare a combattere nel Vietnam. Ma, traversato l’Atlantico, la contestazione, più o meno valida negli USA, non aveva da noi alcun significato. Non n’aveva certo a Berlino con la rivolta capeggiata da Rudi Dutschke, detto Rudi il Rosso. E neppure a Parigi con le barricate di maggio animate dalle parole di Daniel Cohn-Bendit. Ma ancora meno l’aveva in Italia dove ci si doveva contentare di Mario Capanna.
Altre figure e figurine si ripresentano alla mente, figure e figurine che inducevano, come inducono, a considerare con un occhio abbastanza distaccato, come in un laboratorio, il comportamento dei membri d’una collettività piuttosto selezionata, come quella dei professori, in un momento in cui il capovolgimento d’alcuni valori tradizionali consentiva di porre in luce la vera essenza del loro carattere. Per tutti ricordo il caso di Pietro Trimarchi, sequestrato in un’aula dell’Università perché s’era rifiutato di restituire lo “statino” a uno studente che non aveva superato l’esame, ma voleva ripeterlo nel corso dello stesso appello, in contrasto con le norme in vigore.
Sequestrato? Questa l’esatta espressione, come recita la sentenza di condanna dei sequestratori. L’estensore della sentenza, pur con uno stile solo in apparenza asciutto, ha descritto il comportamento di Trimarchi in quella circostanza. Circondato da una canea urlante di contestatori, che volevano l’immediata convocazione del Consiglio di facoltà per imporgli una condotta più morbida, rimase «muto per tutto il pomeriggio, immobile dietro la cattedra, senza per niente alimentarsi». Comportamento che pure mantenne quando, liberato finalmente dalla forza pubblica, gli stessi studenti, con il solito coraggio dei cento contro uno, l’inseguirono fuori dall’Università facendolo «segno a sputi, lancio di monete ed epiteti ingiuriosi», e cercando di far ribaltare l’automobile in cui s’era rifugiato.
Qualcosa di molto simile era accaduto nel 1975 all’Università Bocconi al professore Gianguido Scalfi[11].
Un’altra vicenda di quegli anni ormai lontani toccò da vicino, e colpì, il professor Lenti: dopo quasi trent’anni di preziosa e appassionata collaborazione fu messo in condizione di interrompere il suo rapporto con il grande quotidiano. Come accadde?
Effettivamente ancor più dispiacque a Lenti la necessità (morale) di cessare la collaborazione con il Corriere della Sera.
Ce lo racconta con la solita chiarezza:
Al posto di Spadolini venne nominato direttore del Corriere della Sera Pier Leone Mignanego, che firmava con il nom de plume di Piero ottone. Finalmente era arrivato il suo momento. Quel posto l’aveva sospirato fino da quando Russo se n’era andato sbattendo la porta, dando cioè le dimissioni senz’aspettare la lettera di licenziamento. Russo se n’era andato non solo stanco per l’avversione sempre più palese che gli manifestava Giulia Maria, ma anche, e soprattutto, amareggiato degl’intrighi della stessa Giulia Maria, la quale trovava il modo di mettergli contro alcuni redattori. Tra questi ottone, che pure Russo aveva portato giornalisticamente all’onore del mondo.
Non ci voleva molto a capire che in questa situazione mi sarebbe stato difficile continuare a collaborare al giornale. Da molti indizi, poi, e anche da qualche cenno che m’aveva fatto Spadolini, sapevo che Giulia Maria non mi poteva soffrire. Spadolini m’aveva sempre difeso. Ma ottone, a parte ogni altra considerazione, non era un direttore che potesse o volesse impegnarsi su questo punto, tanto più che come giornalista di nuova generazione riteneva d’intendersi di cose economiche, anche se in verità tutto si riduceva a imparaticci di conio keynesiano. Probabilmente, dalla proprietà, oramai rappresentata solo da Giulia Maria, aveva ricevuto istruzioni ben precise.
Il professor Lenti aveva, in tutta evidenza, l’occhio del cronista: era non solo curioso di tutto e di tutti ma sapeva anche osservare, cogliere i particolari interessanti, collegarli fra loro e costruire un racconto interessante e godibile. Era particolarmente bravo nel tratteggiare in poche righe il carattere e il valore di una persona. Ha dedicato, per esempio, pagine memorabili ai grandi professori della Bocconi di un tempo. Può citare qualcuno di questi lavori di cesello?
Alcune pagine dedicate da Lenti ai grandi professori della Bocconi di un tempo (prima e nel corso del “mio tempo” di studente, 1945/49) sono rimaste famose. L’unico che non cita è, ovviamente, se stesso; che pure fu tra questi. Già ho detto che lo ebbi come docente (anno accademico 1946/47); inoltre ne ascoltai la prolusione da giovanissimo docente nel 1950 (anno accademico 1950/51).
Riquadro 3 Luigi Einaudi
Ripensando ai docenti che in passato hanno fatto onore alla Bocconi, spicca la figura di Luigi Einaudi, che dal 1904 al 1926 insegnò Scienza delle finanze. Si badi: solo una scienza di natura economica, e quindi non abbinata al diritto finanziario, poiché secondo Einaudi la scienza delle finanze deve rimanere «immune da tutte le contaminazioni che possono essere la conseguenza di contingenze passeggere del momento, degli interessi di classe e di parte e di quel fattore così importante in questa materia che è la “fantasia” del legislatore stimolata dalle urgenze del Tesoro».
Proprio quelle contaminazioni che trovano espressione nel diritto finanziario. Parole profetiche, che mai come in questo momento presentano un significato di bruciante attualità.
Durante gli anni del suo insegnamento, le lezioni di Einaudi, via via raffinate e completate dall’analisi di specifici problemi, si tradussero nei Principi di scienza delle finanze pubblicati nel 1932, quando già da tempo aveva dovuto lasciare la Bocconi per motivi politici. Da questo trattato risultano ben chiari i principi informatori dell’“ottima imposta”, la quale in quanto ottima, non deve cadere come grandine che distrugge il raccolto, bensì come pioggia benefica atta a ristorarlo.
(...) Il ricordo di Einaudi è legato anche alla sua collaborazione al Corriere della Sera. Quasi quotidianamente vi compariva un articolo, una nota, sul fatto economico del giorno. Molte volte, finita la lezione, Einaudi s’attardava sulla cattedra per scriverli. Li portava di persona al giornale ch’era a due passi dalla Bocconi. Gli studenti li leggevano il giorno dopo. Per questo l’insegnamento orale s’accompagnava a quello scritto. (p. 44)
Riquadro 4 Gino Zappa
Il vero innovatore della ragioneria alla Bocconi è stato Gino Zappa, allievo di Besta, che col suo insegnamento e con quello dei suoi numerosi allievi ha consentito di trasformare questa disciplina in una vera e propria economia d’azienda.
C’era ancora qualcuno che ricorda Zappa, alto, massiccio, sempre vestito di nero, vero sacerdote della ragioneria. Saliva in cattedra per far capire che la vecchia ragioneria stava morendo, se non era già morta, mentre nasceva quella proposta dalla “nostra scuola”, intesa per l’appunto a trasformare una ragioneria prevalentemente centrata su orientamenti contabili in una ragioneria intesa a fornire indicazioni per il governo delle aziende da un punto di vista economico.
Questa trasformazione poneva particolari problemi per la determinazione del reddito aziendale sempre condizionata dalle valutazioni delle voci di bilancio in relazione ai fini che si vogliono conseguire con la stesura dei conti. Valutazioni che ponevano, e pongono, il solito problema. È il valore della gallina che determina quello delle uova? Per Zappa, si capisce bene, era il valore delle uova, e cioè del reddito, che determina quello della gallina, e cioè del capitale.
(...) L’esposizione di Zappa era sempre molto chiara. Non sempre lo era il suo libro, Il reddito di impresa, per molto tempo rimasto allo stato di bozze. L’autore, sempre insoddisfatto, «non se la sentiva di dargli una versione definitiva». Scritto con un italiano che ricordava quello d’altri tempi, induceva gli studenti a studiarlo a memoria, per essere più pronti nel rispondere agli esami.
Ancor oggi, a distanza di tanti anni, in qualche antico allievo ricordiamo l’uso di frasi come questa: «Quando, pur nel vanire della forma utile a noi percettibile, perdura l’utilità di costi, che a nessun oggetto sensibile si sanno imputare, hanno vita i costi indivisi, i costi sospesi, o costi non imputabili». La potenza del suo insegnamento e perfino quella del suo scrivere, faceva sì che gli allievi finivano con l’imitarne lo stile. Testimonianza, anche questa, del segno d’un vero maestro. (pp. 44-45)
Tra i professori scrisse di: Luigi Einaudi (Riquadro 3), Gino Zappa, il mio Maestro (Riquadro 4); Gino Borgatta, il successore di Einaudi, che ebbi come docente nell’anno accademico 1947/48 con l’opera La finanza della guerra e del dopoguerra; Giovanni Demaria[12]; Valentino Dominedò («testa prevalentemente matematica, quella di Dominedò, capace di sottoporre a revisione le teorie relativistiche d’Einstein, ma frenato nello scrivere da un atteggiamento critico che valeva non solo per gli altri, ma anche, e soprattutto, per se stesso»)[13]; Ferdinando Di Fenizio, ai miei tempi il grande keynesiano, che mi volle all’Ufficio Studi Economici della Montecatini nel 1949 (chissà se Di Fenizio conserverebbe la stessa fiducia nelle dottrine keynesiane oggi, che si comincia a dire che Keynes non tanto ha formulato una teoria “generale” dell’occupazione, interesse, moneta, quanto una teoria “particolare”, perché riferita a specifiche situazioni economiche di tempi e di luoghi!); Luigi Federici, «allievo di Cabiati, monetarista preparato e acuto, che in epoca non sospetta manifestò tra i primi qualche riserva sull’impiego degli strumenti monetari per risolvere alcuni problemi economici, e in particolare quelli della piena occupazione».
Ci sarebbe ancora moltissimo da dire di e su Libero Lenti ma, per ragioni di spazio, dobbiamo continuare questa intervista saltando da un argomento all’altro. Possiamo ricordare, professore, quali sono le opere scientifiche del professor Lenti che Lei considera di maggior valore?
La produzione scientifica di Libero Lenti contiene opere di altissimo livello (Riquadro 5).Tra le altre segnalo «I conti della Nazione» nel Trattato italiano di economia (Utet, 1965) – opera in cui è compresa anche «Economia d’azienda» di Pietro Onida, all’epoca la “Bibbia” degli aziendalisti – e Statistica economica (Giuffrè, 1943) su cui ho studiato nel secondo anno dell’Università Bocconi.
Riquadro 5 Libri scritti da Libero Lenti
1934 – Analisi di statistica economica, Aracne, Milano
1943 – Statistica economica (1a ed.), Giuffrè, Milano
1954 – «Italy Finance», The Encyclopedia Britannica, XVII ed.
1956 – Problemi economici d’oggi, Garzanti, Milano
1961 – Cento anni di sviluppo economico, Università degli Studi di Pavia; Saggi di macroeconomia, Milano, Giuffrè
1963 – Problemas Económicos Actuales, Buenos Aires, Editorial Universitaria de Buenos Aires (trad. di Lenti L., 1956)
1965 – «I conti della Nazione», Trattato italiano di economia, vol. XIX (1a ed.), Utet, Torino
1966 – Inventario dell’economia italiana (1a ed.), Garzanti, Milano
1969 – Inventario dell’economia italiana (2a ed.), Garzanti, Milano
1971 – Economia: la sfida della produttività, Il Mulino, Bologna
1972 – Statistica economica, Trattato italiano di economia, vol. X, Utet, Torino
1973 – Grandeur e servitudes de l’économie italienne, Calmann-Lévy, Parigi; La contabilità degli italiani, Studium, Roma
1978 – «I conti della Nazione», Trattato italiano di economia, vol. XIX (2a ed.), Utet, Torino
1983 – Le radici nel tempo. Passato al presente e futuro, Franco Angeli, Milano
1988 – L’economia degli anni Ottanta, Il Sole 24 Ore, Milano
1996 – Elementi economici per un piano di ricostruzione economica dell’Italia, dattiloscritto del 1944 pubblicato nel 1996 da Edizioni Bocconi Comunicazione, Milano (manoscritto ripubblicato)
In queste ultime note mi affido all’aiuto della figlia, Renata Lenti Targetti, e alla nota scritta con Silvio Beretta «Libero Lenti e il dibattito sulla politica economica in Italia: dalla ricostruzione agli anni della programmazione». Di questa nota sono particolarmente interessanti le conclusioni (Riquadro 6): esse, purtroppo, potrebbero essere riproposte in un’analisi della situazione odierna.
Riquadro 6 «Libero Lenti e il dibattito sulla politica economica in Italia: dalla ricostruzione agli anni della programmazione» – Considerazioni conclusive sull’opera scientifica di Libero Lenti
A partire dalla fine degli anni Sessanta Lenti diventa una voce critica del deterioramento sociale e istituzionale del Paese. Prevede in modo lucido e senza illusioni la crisi dello stato sociale conseguente a un «vero e proprio assalto al Bilancio dello Stato e della incapacità da parte della classe politica di riportare in equilibrio i conti della finanza pubblica».
È convinto che «ogni politica economica (...) finisce sempre per adeguarsi a regole che alternativamente discendono da due codici: un codice per così dire “paterno”, che privilegia la produzione e l’investimento d’una ampia quota delle risorse economiche, e un codice “materno” che privilegia l’impiego delle stesse risorse in consumi». Egli ritiene che nel nostro sistema economico sia quasi sempre prevalso il secondo.
Alla fiducia, speranza e ottimismo che avevano caratterizzato il periodo della ricostruzione subentrano progressivamente disappunto e sfiducia nei confronti di una classe politica considerata inadeguata. «Chi ha annotato questi ricordi, curioso di tutto e di tutti, e quindi non solo di cose economiche, s’è fatto un dovere, come economista, di dire queste verità ai politici. Purtroppo, poteva farlo solo appellandosi alla logica, un’arma assai debole in un mondo governato quasi esclusivamente da sentimenti, se non da risentimenti. Ma non poteva fare di più. Se non altro, dicendo queste verità, ha assolto un compito di sua specifica competenza. Non sempre ascoltato, si ritiene pago del dovere compiuto».
Il progressivo deterioramento dei conti pubblici viene così descritto: «(...) si cominciò ad affermare che non era più necessario finanziare gl’investimenti pubblici con i tributi. Meglio finanziarli con i debiti. I tributi dovevano solo servire a coprire le spese correnti (...) si continuò poi col dire che anche le spese correnti potevano essere finanziate con debiti. Bastava farle passare per investimenti. Nel 1966 Colombo, ministro del Tesoro, con fare suadente, cercava di convincermi che anche le spese per l’istruzione potevano considerarsi investimenti, anziché spese correnti, in quanto impiegate per migliorare il capitale umano».
Non mancano, tuttavia, critiche anche agli imprenditori. Questi sembrano a Lenti più preoccupati di essere assistiti dallo Stato, di ottenere aiuti per ripianare le perdite che disposti ad assumere i rischi di impresa. In un articolo del 1966 («Il cavallo non beve») aveva già denunciato la scarsa propensione da parte degli imprenditori a effettuare investimenti, nonostante l’elevata liquidità, assimilando questa situazione al comportamento di un cavallo assetato che rifiuta di bere.
Lenti aveva denunciato più volte l’eccessiva spesa pensionistica come una delle gravi distorsioni del nostro sistema di welfare, la cui origine risale proprio alla gestione clientelare degli anni Settanta. La crisi degli anni Ottanta ha purtroppo finito con il confermare i timori che tante volte erano stati manifestati e quasi sempre erano rimasti inascoltati.
Lenti non ha fatto a tempo a vedere gli effetti della politica di risanamento iniziata negli anni Novanta da Amato e proseguita dal governo Ciampi e successivamente da quello Prodi. Aveva tuttavia potuto seguire con particolare attenzione i mutamenti politici che avevano consentito il disegno di quelle stesse politiche. Accomiatandosi da Spadolini in occasione del Consiglio di Amministrazione della Bocconi il 3 maggio 1993, aveva osservato: «Non avrei mai creduto che un governatore della Banca d’Italia potesse essere chiamato a formare un governo, sulla base dei principi calpestati o contestati nel corso di tanti anni».
La politica dei redditi, da lui spesso invocata, “alla fine” ha dovuto essere applicata. Proprio “il patto per il lavoro” siglato durante il governo Ciampi ha contribuito a frenare l’inflazione e a far ripartire gli investimenti e l’occupazione. Naturalmente ciò non è avvenuto senza conseguenze sulla distribuzione funzionale del reddito che si è modificata a favore dei profitti.
Anche la crisi del Welfare State e la dimensione del debito pubblico hanno comportato interventi radicali di riduzione della spesa pubblica e di recupero delle entrate fiscali. Si è così attenuata l’incidenza e l’efficacia di quelle politiche redistributive che negli anni Ottanta avevano contribuito ad accrescere il reddito disponibile delle famiglie.
Lo ricordo come attivo collaboratore, per diversi anni, della rivista bocconiana L’economia delle fonti di energia – rivista dello IEFE (Istituto di Economia delle Fonti di Energia) fondato da Cicogna-Dell’Amore nel 1957 (si veda p. 54 di Li ho visti così 1) e della quale mi nominarono direttore.
Antonio Giuffrè fu uno dei suoi compagni di studio alla Bocconi, dove iniziò la carriera di grande editore scrivendo (a mano) le “dispense” per alcuni corsi di quei lontani anni. Scrive Lenti: «Non è qui il caso di ricordare gli altri compagni anche se per quattro anni si era vissuti gomito a gomito. Un solo ricordo, Antonio Giuffrè, più anziano di me, che, con la pubblicazione di dispense scritte a mano, cominciava le sue prime armi come editore. Gliene scrivevo in bella calligrafia e Giuffrè mi pagava in natura con altre dispense. Un circuito chiuso».
Ricordiamo che, in morte, Donna Javotte lasciò all’Università Bocconi i suoi palazzi di corso Venezia 46-48 e fece costruire la chiesa di San Ferdinando, nei pressi di via Sarfatti 25.
Si veda Li ho visti così 2, pp. 11 e ss.
Si veda Li ho visti così 2, pp. 33 e ss.
In realtà, quando lo ebbi come docente nel secondo e terzo anno, Valentino Dominedò insegnava (o fingeva di farlo) Matematica finanziaria e attuariale (le lezioni erano invece impartite da quel grande matematico che fu Eugenio Levi, “assistente” che la conosceva benissimo). Ricordo di essere stato in quegli anni l’unico studente in grado di seguirne le lezioni. Dominedò se ne rese conto; a tal punto che – agli esami – mi pregava di illustrare alla lavagna (davanti a tutti gli esaminandi) le difficili dimostrazioni del suo difficilissimo insegnamento. Mi vergò nel libretto, per due volte, 30 e lode.