Il mondo di Guatri
2026/8
Lina Fusa Guatri
L’alfa
Estate 1944 – Treviglio
Fu in quella estate che la vidi la prima volta. Era una ragazza bellissima, di 17 anni, con le trecce raccolte (foto a pp. 224-227). La vedevo passare per le vie della cittadina; nessuno la conosceva: era una “sfollata” del 1943 da Milano. La sua famiglia si era rifugiata a Vidalengo, una frazione contadina di Caravaggio (a 2 km da Treviglio). Da Vidalengo veniva a Treviglio in treno (finché fu possibile) e poi in bicicletta. Nessuno la conosceva; ma tra noi giovani si diceva che era la più bella di tutte.
Chi ci fece conoscere fu la mia compagna di scuola Alba Saporiti, con la quale Lina s’incontrava a refezione nel convento delle suore Canossiane. Alba era la mia “preferita”, come si usava a quei tempi: le compagne di scuola non si sfioravano neppure con un dito. Con Alba e Lina si passeggiava, soprattutto, lungo il viale della Stazione; oppure si andava, parlando, in bicicletta. Poco alla volta mi accorsi di essermi innamorato di Lina; dovetti dirlo ad Alba, che inizialmente “non la prese bene”, poi si acquietò. E divenimmo, tutti e tre, amici inseparabili. Forse cinquant’anni più tardi (Alba era ormai vedova), incontrandoci a Casa de Campo, mi scrisse una poesiola in dialetto milanese, che suonava all’incirca:
Mi s’eri inscì belìna...
e lü el vardàva la Lina.
La famiglia di Lina, rifugiata a Vidalengo, stava vivendo un momento terribile. Il padre Luigi Fusa aveva a Milano un negozio di drogheria: i bombardamenti dell’agosto 1943 l’avevano distrutto; dei tre fratelli, tutti militari, non si avevano più notizie. In particolare, il più grande, Letiziano, era scomparso dal 1941 in Ucraina nella disastrosa ritirata della divisione Julia dell’ARMIR. Vivevano coi “bollini” delle tessere annonarie (il che, all’epoca, significava la fame).
Fu da allora che in Lina sorse l’orrore di sprecare il cibo. E lo ebbe per tutta la vita: guai se le cameriere riempivano le portate più del necessario; il cibo non andava per nessuna ragione sprecato, è un “dono” di Dio. Dentro di me la consideravo una “fissazione”, ma non osavo contraddirla: io non avevo mai avuto fame...
I genitori di Lina, pur disperati, seguivano e controllavano, con ogni attenzione, la giovane e bella figlia; e la notizia delle “passeggiate” in bicicletta li preoccupava... parecchio. Dissero a Lina che, pur senza alcun impegno da parte mia, avrebbero preferito conoscermi. Fu così che, senza porre tempo in mezzo, mi presentai a Vidalengo, nella casupola di contadini dove erano sfollati. Feci loro, anche per questo pronto gesto, un’ottima impressione. Acquisirono subito nei miei confronti una fiducia senza limiti, che rimase tale per sempre.
L’omega
5-14 dicembre 2010 – Casa de Campo
«Quest’anno siamo vecchi (anche tu lo sei!); dobbiamo recarci prima del solito a Casa de Campo. Tu devi fermarti almeno fino a metà febbraio; io – salvo problemi di elezioni (!) – mi fermerò fino all’inizio di aprile».
Tre giorni dopo mi accompagnò per la prima partitella (di sole 9 buche) di golf, seguendomi con consigli da vicino: «Non fai mai la prova!»; «Sei troppo veloce»; «Devi guardare dove tiri» ecc. ecc. Lina non giocava più da vent’anni, per ragioni di fragilità di ossa, ma conosceva bene il gioco. Tornai sul campo l’11 dicembre: ma questa volta l’attrazione... fatale di una visita con la dottoressa Giacoletto al grande magazzino Jumbo nella vicina città de La Romana (dove naturalmente io non sono mai entrato) le impedì di ribadire i suoi insegnamenti («Dì a Basilio,… il mio caddy, che verrò per salutarlo la prossima volta»).
Ma la prossima volta non ci fu più. Il giorno 14 avevo visto con lei una parte del telegiornale (lì trasmesso da RAI International alle 8,30 e corrispondente al TG 1 RAI delle 13,30) che diffuse la notizia che Berlusconi aveva superato la votazione di sfiducia alla Camera: e di questo era felice. Più tardi, verso le 9,30, mi richiamò per parlarmi di mia figlia Anna e per mostrarmi una lettera appena scritta: «La spedirò quando torno – mi disse – verso le 12».
Ma non accadde. Verso le 12, invece, vedo giungere nel mio studio (la mia oficina) un signore, che conosco di vista, ancora in costume da bagno. «Professore – mi dice concitato – sua moglie è stata poco bene mentre nuotava vicino a riva a La Minitas (la spiaggia di Casa de Campo)». Esitava ad andare avanti: ma io avevo già capito tutto. «È grave?». «Purtroppo, credo di sì. Ora è stata portata in autoambulanza al pronto soccorso de la Central Romana». Con me balzarono in macchina il signore in costume da bagno ed Ermes Zampollo, anch’egli giunto dalla spiaggia (la dottoressa Giacoletto era salita sull’autoambulanza). Alle 12,15 circa eravamo lì: mi fecero sedere nell’ufficio del direttore, dottor Lopez, in quel momento assente, ma che – mi dissero – aveva dato ordini per telefono.
Mi dissero anche che stavano cercando di rianimarla... Passarono circa due ore, durante le quali Ermes Zampollo faceva la spola da un ufficio all’altro. Ma la risposta era sempre la stessa: i medici escludevano assolutamente che chiunque potesse entrare; dovevamo lasciarli lavorare! Dopo circa due ore, vedo Ermes rientrare, abbracciarmi cogli occhi pieni di lacrime e dirmi: «I medici hanno fatto ogni tentativo: purtroppo, tutto è stato vano...». Sebbene l’avessi capito da due ore, mi resi conto che tutto era finito.
Chiesi di vederla: dopo un’altra mezzora, fui ammesso e la vidi morta: era ancora “calda”, l’abbracciai piangendo, chiesi di rimanere un po’ solo. Mi fu concesso.
Gli amici, dopo qualche minuto, mi pregarono di uscire con loro: sarei stato riammesso verso le 18 per rivederla.
Uscii e porgendo la mano alla dottoressa – ancora ansimante, visto che aveva a lungo tentato la rianimazione – fui capace di dire una sola parola: «Gracias».
Quando, ben prima delle 18, mi ripresentai alla Central Romana mi sentii dire che l’automezzo attrezzato dalla Funeraria Blandino & C. (il colosso delle onoranze funebri della capitale Santo Domingo, s’intende della Santo Domingo “ricca”: qui i poveri, cioè la grande maggioranza della popolazione, hanno appena di che vivere) era passato alle 16,30. «Mi aveva male informato!», dissi freddamente alla guardia medica e me ne andai irritato.
La mattina seguente partii presto per rivedere Lina dalla Blandino. Attendemmo oltre un’ora; poi fummo ammessi. Chiesi di entrare da solo: la rividi col volto contratto, gelida. La baciai sulla fronte, recitai – secondo l’uso dei nostri tempi – un Requiem e non la rividi più.
Solo il “vecchio” Brill (il cane di Casa de Campo), che non può capire, continua ad aspettarla, cogli occhi sempre più tristi.
* * *
Il resto è solo un corollario: la chiamata del Consolato italiano, le dichiarazioni ufficiali di rito (compresa l’autorizzazione, secondo il desiderio da lei espresso, alla cremazione), la necessità dell’autopsia; l’arrivo, il giorno seguente, dei nostri figli Fiorella e Giorgio, che piansero senza freni e mi aiutarono (con l’infaticabile dottoressa Giacoletto ed Ermes) ecc. ecc.
Appendice
Quel 14 dicembre a La Mintas
Nota di Mirka “Daniela” Giacoletto Papas<...
È iniziato come una giornata qualunque, martedì 14 dicembre. Verso le 9,30, in attesa che Lina finisca il suo quotidiano giro di telefonate ai figli, sto lavorando al computer. Lina arriva, pronta per la spiaggia, con il vestito blu a fiori sopra il costume da bagno e il cappellino blu decorato da una grande L (ho sempre pensato che fosse stato fatto apposta per lei, prima di scoprire che è l’iniziale-simbolo della maggiore squadra di baseball dominicana).
Mi sollecita, come al solito: «Smettila di lavorare, sei qui per prendere il sole!» e mi gira attorno finché non chiudo il computer e la seguo. Solita cerimonia: la borsa per la spiaggia, il termos con l’acqua fresca, il Corriere della Sera, sottratto all’oficina del professore che fa finta di sospirare prima di cederlo, ricerca delle chiavi del carrito, saluto a Brill.
Mentre saliamo sul carrito, arriva Manuela, l’amministratrice: chiede notizie del cuoco, ingaggiato da poco e ancora sotto esame. Lina si dilunga a spiegare che sì, insomma, forse la stoffa c’è ma deve ancora studiarlo bene; e poi Jose deve imparare le ricette che lei ha portato dall’Italia tradotte in spagnolo dalla fida Rita, e comunque imparare tout court a cucinare secondo i gusti del professore, che lei conosce bene e che gli spiegherà.
Infine si parte: io, Lina, Ermes. Guido io: Ermes protesta, Lina mi difende. Arriviamo in prossimità della spiaggia e, secondo tradizione, Lina mi sollecita a tagliare attraverso il prato, per raggiungere la stradina che porta direttamente alla spiaggia senza passare dall’ingresso principale.
Sempre secondo tradizione, la guardia (cambiano spesso, questo non la conosce) ci blocca, invitandoci con fermezza a seguire la via ufficiale. Lina protesta «Sto inferma, no puedo camminar» e, come al solito, la spunta. Ridiamo e la prendiamo in giro: «Chissà cosa penserebbe la povera guardia a cui dici di non poter fare venti metri a piedi, se poi ti vedesse fare avanti e indietro sulla battigia per tre o quattro volte, macinando chilometri!». È compiaciuta.
Prendiamo posto sulle sdraio e di lì a poco si avvicina per un saluto Ulisse, conoscenza di spiaggia con cui chiacchiera volentieri. Ulisse racconta delle ville in vendita a Casa de Campo; Lina sospira «Gigi pensa di vendere prima o poi anche la nostra, speriamo che non sia presto: passare l’inverno a Casa de Campo ci ha allungato la vita». Ulisse si congeda; la conversazione continua.
Lina si rammarica di non aver potuto parlare con la figlia Anna, che era uscita per andare in ufficio; mi dice che, nonostante l’impegno preso di non aprire fino a Natale il regalo che Anna le ha mandato tramite noi (arrivati da tre giorni), non ha resistito a leggere almeno la lettera che lo accompagnava, e ne è rimasta così intenerita che ha voluto scrivere subito la risposta; ma come fare a fargliela arrivare? È una lettera molto privata, e lei non sa usare il computer. Esita, poi si decide: «Me la scriveresti tu?»; la rassicuro: «La trascriverò senza leggerla». Ride, è contenta. Parla di Ilaria, che le ha risposto al telefono; parla di Giorgio, di Elena, di Betti che deve fare un intervento ai denti, di Fiorella che la raggiungerà a fine mese. Mi ricorda che dobbiamo assolutamente spostare il nostro ritorno in aereo dal 15 gennaio (come abbiamo programmato) almeno al 30. Fa programmi: «oggi pomeriggio andiamo a comperare le stelle di Natale, almeno 5 o 6 vasi, per decorare la casa, perché a Gigi piacciono; poi dobbiamo cominciare a pensare al menu del pranzo di Natale».
Tutto come al solito. Quindi si immerge nel Corriere della Sera, che legge puntigliosamente, dalla politica alla cronaca, alzando ogni tanto la testa per commentare con passione quello che ha letto, soprattutto se si tratta di Berlusconi o della Moratti, che difende a spada tratta.
Con Ermes ci alziamo per fare due passi; quando torniamo la lettura del Corriere è finita e Lina riassume ancora una volta, con un ultimo soddisfatto commento, la vittoriosa giornata di Berlusconi con il voto positivo del Parlamento, appresa dal telegiornale: «Chissà cosa scriveranno i giornali domani!». Quindi si appunta i capelli per il bagno, ricalca il cappellino blu, andiamo verso il mare. Le dico: «Ieri hai contato 300 bracciate; oggi devi arrivare a 350». Mi risponde: «No, mi fermo a 300: oggi mi sento un po’ stanca. Anzi, non vengo verso la barriera (le rocce che dividono dal mare aperto) come ieri; preferisco nuotare qui a riva. Tu vai pure, ci vediamo quando torni».
Vado verso la barriera, Ermes rimane fermo nell’acqua (che trova fredda) a pochi metri da riva, guardando Lina che nuota parallelamente alla spiaggia, a 3-4 metri da riva, dove l’acqua arriva poco più su del polpaccio.
Torno verso riva e con Ermes guardiamo il cappellino blu che marcia lentamente ma deciso e, invertita la direzione, torna verso di noi. A 7-8 metri di distanza da noi, il cappellino blu si ferma, va sott’acqua. È strano, chiamo «Lina!»: non si muove. Corriamo verso di lei: il viso è appoggiato sull’acqua, le braccia sono allargate e non si muovono, le gambe sono ferme. La prendiamo per il busto, la tiriamo su, ma non reagisce, è abbandonata, il viso è cianotico. Urlo «Aiuto, aiuto». Corrono due ragazzi dalla spiaggia, ci aiutano a portarla a riva, la coricano su una sdraio, grido per un medico, accorre gente. Un signore americano interviene: «I am a doctor», la mette su un fianco, le preme il petto, dalla bocca esce un fiotto d’acqua e di sangue. Il medico (John Daniels, come riuscirà poi a sapere Ermes) inizia il massaggio cardiaco, aiutato da una sua amica anch’essa medico, passa alla respirazione bocca a bocca: continua, continua, continua. Poi si ferma, alza il viso, scuote la testa. Lo sollecitiamo: «Please, go on, try again» e ricomincia con il massaggio cardiaco. Intanto, si materializza vicino a noi un’ambulanza: due infermieri sollevano Lina, la mettono su una barella, la caricano sull’ambulanza.
Ermes cerca di chiamare casa, ma il cellulare non ha campo. Allora recupera i miei vestiti e mi dice: «Tu vai con lei, io vado a casa ad avvisare il professore».
Mi fanno salire sul sedile davanti; faccio tutto il tragitto girata all’indietro, per controllare che non le facciano mancare le cure: vedo che continuano il massaggio cardiaco, le mettono una maschera per l’ossigeno. Non riprende conoscenza. Arriviamo a sirene spiegate, corrono in molti per portare la lettiga dentro il pronto soccorso. Due medici la trasportano dietro una tenda, vedo giungere dei macchinari. Mi lasciano fuori. E rimango lì ad aspettare, aspettare, aspettare. Vedo arrivare il professore con Ermes e Anna Gigante; suggerisco di andare nell’ufficio del dottor Lopez (non c’è, ma assicurano che sta arrivando) ad aspettare notizie. Chiedo che cosa sta succedendo dietro la tenda. Mi dicono che è sempre priva di conoscenza, ma continuano con il massaggio cardiaco e l’elettrostimolazione. Raggiungo il professore: la situazione è gravissima. «Non posso vederla?» mi chiede. «È priva di conoscenza – rispondo – stanno ancora cercando di rianimarla».
Torno di là: una dottoressa mi accoglie, mi fa vedere un lungo foglio con una riga completamente piatta, mi dice: «È finita». Si uniscono i due medici che hanno cercato di rianimarla, dicono: «Non si poteva fare nulla»; chiedo «Ma avete parlato con il dottor Lopez? Forse lui può fare qualcosa». Mi rispondono: «Sì, gli abbiamo parlato, ma non può fare nulla, è stato un attacco fulminante». Mi consegnano i suoi orecchini.
Non so cosa fare: torno dal professore, mi manca il coraggio di parlare. Dico a Ermes e ad Anna Gigante che non c’è più nulla da fare. Torno di nuovo al pronto soccorso: stanno trasferendo la lettiga con Lina fuori dalla stanza dell’emergenza. Nell’ospedale sono in corso lavori di ristrutturazione e il corridoio per arrivare alla morgue è ingombro di materiali di ogni genere; chiedo che venga portata in un luogo dignitoso, di sistemare e pulire per quanto possibile la zona, per rispetto verso Lina. Lo fanno, sono gentili.
Torno verso l’ufficio di Lopez. Ermes segnala che non si può lasciare ancora il professore in un’attesa che lo sta innervosendo e pericolosamente affaticando. E finisce: «Lasciatemi solo con il professore, glielo dico io che è finita».
Il professore, mi dice più tardi Ermes, ha reagito alla notizia con estrema lucidità, affermando «L’avevo capito, dopo un’attesa così lunga non si poteva più sperare». Poi, continua Ermes, mi ha afferrato le mani e dopo qualche istante è scoppiato in non più di tre o quattro profondi singulti, che ha represso con evidente sforzo e che non ha lasciato scivolare nel pianto. Tornato padrone delle sue emozioni, ha detto: «Adesso vorrei vedere Lina».
Lettera di Cesare De CarloWashington, 15 dicembre 2010
Caro Gigi,
non avrei mai immaginato che la tenera carezza con cui l’altra sera a casa nostra hai sfiorato il volto delicato di Lina sarebbe diventato il suggello finale di una vita intera benedetta dall’amore reciproco. Ecco, la voglio ricordare così. E voglio ricordare anche l’affetto che la sua Grazia, la sua Gentilezza, la sua Eleganza hanno sempre riservato a Maria Pia e a me. Voglio ricordare la considerazione di cui mi ha gratificato in ogni occasione e che tanto ha contribuito a cementare l’amicizia di cui tu mi onori.
Voglio ricordare molte cose. Ma soprattutto una: l’averci inclusi nella ristretta cerchia dei vostri intimi, nonostante la fresca amicizia, le distanze oceaniche, gli incontri sporadici. Tu sai quanto orgoglioso io sia sempre stato per il privilegio che Lina usava assegnarmi quando, preparando la tavola per i nostri pranzi caraibici, voleva sistemarmi di fronte a te perché – diceva – altrimenti Gigi non si diverte. E quando mi ringraziò con un bacio, a Milano, al termine del mio intervento per la celebrazione del doppio augusto genetliaco. E quando volle essere presente alla colazione offerta da Vera e da Nicola prima della presentazione del mio libro.
Lo so, lo so. Non è di nessuna consolazione il fatto che Lina si sia spenta di colpo passando dal paradiso di Casa de Campo al paradiso di un altro mondo in cui credenti e non credenti non possono non credere. E non serve a contenere la nostra commozione il bilancio di una vita meravigliosa al fianco di un uomo eccezionale. Ma so anche che Lina nella sua immensa sensibilità non vorrebbe vederci piangere troppo a lungo. Preferirebbe che la ricordassimo per il suo sorriso, per la sua dote di leggere nel pensiero di amici e conoscenti e di darne sempre la più fedele delle valutazioni.
Ci sentiremo presto. So che Anna, Daniela, Ermes sono al tuo fianco. Come vedi Lina non ti ha voluto lasciare solo.
Un abbraccio,
Cesare
Lettera di Romano TinelliTrezzo sull’Adda, 17 dicembre 2010
Caro prof. Luigi, Le porgo a nome mio e della mia famiglia le più sentite condoglianze per la dipartita della sua cara moglie.
Lei sta provando uno di quei grandi dolori che non si possono capire se non si provano; eppure anche nei bui più totali c’è sempre un piccolo raggio di luce, una consolazione. Per lei è forse pensare che la sua Lina riposerà vicina a suo papà Edmondo e sua mamma Rosa. S’immagina quante belle chiacchierate faranno e quante volte parleranno con orgoglio di lei? E poi il camposanto di Trezzo è ancora a misura d’uomo anche in quel loro mondo; lì nessuno passa inosservato, tutti si conoscono o fanno subito conoscenza, così quando s’incontrano si salutano ancora come una volta.
E poi, caro prof. Luigi (l’ho provato io e ha funzionato), in questi momenti è bello riscoprire le belle preghierine (dé sö al pàtar, come dicevano le nostre mamme) recitate con la stessa convinzione e fiducia di quando eravamo bambini.
Professore, le sono vicino e spero, se vorrà, d’incontrarla presto.
Suo Romano Tinelli
Intervento in memoria di Lina di Tancredi Bianchi alla chiesa di San Ferdinando
14 marzo 2011
Prendo la parola in memoria di Lina, che conobbi ventenne fidanzata di Luigi e con la quale, dato il mio sodalizio con il marito, sono stato legato da fraterno affetto per oltre settant’anni.
La notizia che Lina ci aveva lasciati mi è stata ritrasmessa, appena giunta da Santo Domingo. Ho riletto più volte, poiché non volevo credere alle parole del testo, il foglio con scritto il triste annuncio. Ma come! Eravamo seduti accanto, il 27 novembre, alla Bocconi. Alla mia domanda: «Come stai?», Lina aveva risposto: «Bene!». Aggiungendo: «Sono contenta di partire tra pochi giorni per Santo Domingo. Là Luigi potrà riposarsi, scrivendo, senza la molestia di telefonate, di riunioni, di incontri di lavoro. Ha bisogno di poter distendere i nervi. Lui tornerà a febbraio, io a marzo».
A questo turbinio di sensazioni, di incredulità, di smarrimento, è seguita la consapevolezza che la notizia era purtroppo vera e si è subito aggiunto un nuovo pensiero. Come sempre mi accade, alla comunicazione di un lutto, ritorno con la mente alla mia fanciullezza, quando il rintocco della campana annunciava, dal campanile della parrocchia, la morte di un compaesano. Da allora, per connessione, la mente va anche alla sentenza che Hemingway premette al romanzo: Per chi suona la campana. Non bisogna chiedersi a chi sono riferiti i rintocchi: la campana suona anche per noi, giacché con quella persona se ne è andata una parte della nostra umanità.
Una parte che, nel caso di Lina, sembrò concentrarsi quasi per caso, lei giovane fanciulla, sfollata, per ragioni belliche, nei pressi di Treviglio, la quale incrocia, segno del destino, Luigi, subito incantato da quei due limpidi, grandi occhi chiari, dal bello ovale del viso, dal biondo della chioma. Forse emersero in Luigi, nel subconscio, le emozioni così bene espresse da Dante Alighieri, le cui pagine, a quel tempo, erano oggetto dei nostri studi: «e chi la vede e non se n’innamora, d’amore non avrà mai intelletto».
Quella giovane ragazza – a quel tempo, a diciassette anni, non si era certo già giovani donne – esprimeva purezza, gentilezza, onestà, un naturale amore per il prossimo. Luigi se ne innamorò, come ancora costumava in quegli anni: con la trepidazione di potere cogliere quel fiore, che non avrebbe mai dovuto appassire, e con la speranza di essere insieme tutta la vita. Con il contorno di riservatezza, di pudore e di verecondia, come a quei tempi ancora usava.
E Lina pure si innamorò, con lo slancio e l’entusiasmo fondati sulla purezza dei sentimenti. Luigi scrisse per lei alcune poesie, che penso Lina abbia riletto più volte nella vita! La gioia che da lei sprizzava ai tempi dell’innamoramento, come affermano gli uomini di fede, era il profumo dello Spirito Santo; la tristezza, profumo del demonio, era lontanissima.
E quell’espressione di giovane donna innamorata non l’ha mai abbandonata.
Lina mi fu presentata da Luigi, se ben ricordo, lungo il viale, due chilometri con quattro file di ippocastani, che dal borgo porta al santuario di Caravaggio. Una cittadina che fu anche luogo di residenza di Luigi. Là divenimmo amici ai tempi della nostra adolescenza. Quel viale è un tragitto per i fedeli, che si recano alla basilica, ma anche per i giovani innamorati, gli uni e gli altri favoriti da un’atmosfera di silenzio che parla ai cuori.
Così conobbi Lina e le divenni amico. Lina, poi, conobbe la mia consorte, prima come mia fidanzata, e il loro legame non si interruppe più. Con le confidenze di due giovani spose; di due giovani mamme; di due donne mature con ansie, speranze e problemi per i figli; di due mogli orgogliose per il proprio matrimonio.
Luigi, ricordi? Fummo reciprocamente testimoni alle nostre nozze. Rammento il piacere che provai quando, presentandomi una volta a una figlia, ormai quasi donna, Lina mi appellò: «Il mio testimone!». E dopo il matrimonio, sempre amici, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, fummo insieme per festeggiare gli anniversari più significativi dei nostri compleanni e delle nostre nozze. In occasione dei vostri anniversari io prendevo la parola, e tu Luigi reciprocamente, quando eravamo io e Marina i festeggiati. Lina mi ringraziava, allora, un poco commossa. Mi diceva sempre: «Sei un vero amico», e mi chiedeva il testo scritto.
Lina avvertì subito, Luigi, che eri destinato a una carriera folgorante, sia in campo accademico sia nel dominio della professione. E si rese conto che per essere la compagna della tua vita, in serenità, con un amore che si rinsaldava e si rinnovava ogni giorno, bisognava esserti accanto, senza disturbarti minimamente durante le ore dedicate all’opera, vicina e assente nel contempo.
La riempiva di gioia vedere che scrivevi: una nuova monografia scientifica o un importante parere professionale. E ti concedeva il silenzio, tanto apprezzato da chi sta meditando idee e in quel momento è in un mondo tutto suo. Quando qualsiasi problema della vita domestica va conosciuto solo allorché sia già stato risolto.
Ho sempre ammirato l’intelligenza di tale intuizione, che è propria delle mogli innamorate e delle madri, quando in silenzio trepidano e sperano per lo sposo e per i figli. Il desiderio vivo di non disturbare per nessuna questione, anche piccola. E si badi che Lina ti ha dato, Luigi, ben cinque figli! Ma è vissuta molto intensamente per te. Idealizzato, forse. Un tesoro da custodire e ammirare. Caro Luigi, ciò sarà quello che più ti mancherà, adesso, alla sera della vita.
L’ultima volta che sono stato seduto accanto a Lina, come ho ricordato, fu il 27 novembre dello scorso anno. Alla Bocconi veniva presentato il secondo volume della serie Li ho visti così. E Lina gioiva nel sentir leggere, dall’attrice Ivana Monti, una parte delle tue pagine. Io ero commosso, poiché alcuni di quei fogli mi riguardavano: un tuo gentilissimo omaggio a sette decenni di amicizia! Alla fine, quando gli applausi dei presenti tributavano un giusto riconoscimento a te, Luigi, io e Lina ci salutammo. Un abbraccio affettuoso, da amici di lunga data, e un arrivederci. Era felice di partire per Santo Domingo, soprattutto perché tu, finalmente libero di pensare e di scrivere, ti saresti di fatto riposato, con l’esercizio autonomo della tua arte. Più sollecita per la tua salute che per la propria.
Quella sera, nel successivo ritorno a casa, pensando a voi, amici da decenni, rividi alcune occasioni della nostra vita. Mi sovvenne di quel giorno del 1950 in cui fummo nella basilica di San Pietro, a Roma, per l’Anno Santo. Quando in “sedia gestatoria” entrò Papa Pacelli, e a ognuno di noi corse un brivido per la schiena nel vedere quella figura ieratica e benedicente.
Quell’anno, visitammo Roma per la prima volta. Quanto camminammo! Un prezioso libro guida descriveva gli itinerari da compiere, indicandoci i punti di partenza, che raggiungevamo presto, al mattino, con i mezzi pubblici, partendo dal convento di suore di clausura, dove tua zia, madre badessa, ci ospitava. Poi, con la forza dei 20 anni, o poco più, si camminava tutto il giorno, vedendo e ammirando opere meravigliose. Rinnovando il ricordo di alcune lezioni dei nostri professori.
Con pochi soldi in tasca, ma sempre molto contenti. Mangiavamo con appetito, ma solo ciò che costava poco! Passammo giorni felici, come sempre accade quando la vita è semplice! Tu da poco laureato, io che avevo da poco scelto il tema della tesi di laurea con il comune Maestro. Al solito, alla sera, come quando trascorrevamo le vacanze estive al mare, tu scrivevi una lettera a Lina. Tempi felici in cui i fidanzati si scrivevano lettere d’amore, senza ricorrere ai “messaggini” telefonici! Quante volte le avrà lette, Lina, quelle lettere?
Ed ecco che così com’era apparsa, quasi per un disegno del destino, a motivo di una guerra, sulla scena della tua vita, Lina ha deciso di uscire dalla stessa in punta di piedi, senza disturbare.
Senza l’inquietudine della sofferenza, senza la molestia della malattia. Con l’evidente intenzione di dire solo: «Arrivederci!».
Attenderà paziente, quando avrai finito di scrivere, sapendo che hai da comporre ancora molte pagine.
Penso che il libro di quest’anno le sarà dedicato. A colei che ti ha dato cinque figli, da cui discendono sette nipoti. Nel necrologio, carissimo Luigi, hai scritto: «Che cosa volevamo di più?». Nulla, Luigi. Lina, silenziosa come da suo costume, resta con te, preoccupata che nessuno ti distolga dall’opera più gradita: quella di pensare, di scrivere, e scrivendo, alimentare il pensiero. Con l’amore di una donna che ha sempre avuto fiducia nell’uomo della sua vita; esempio di moglie e di madre!
Per questo, già di natura incline alla gioia, credo sia stata sempre felice: con l’orgoglio per i tuoi successi. E devi offrirgliene altri! Pensa alla delicatezza della circostanza: l’ultimo giorno ti ha certo sorriso come al solito. Hai letto nei suoi occhi che era tuttora innamorata. Non ha voluto arrecarti ansia o disturbo. È uscita dalla vita in silenzio, ricca dell’amore che ha donato.
Alla sera della vita vi sarà chiesto dell’amore, ammonisce San Giovanni di Dio! E Lina risponde: ho solo sempre amato. Ho donato il mio amore, come ringraziamento di ciò che ho avuto: un marito meraviglioso, cinque figli, sette nipoti, un prossimo che non mi ha recato molestia.
Ai figli, ai nipoti, ma soprattutto a te, Luigi, rileggo una poesia che mi ha sempre commosso, che penso che Lina direbbe oggi:
Se mi ami non piangere
Se conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,
se potessi sentire quello che io sento e vedo
in questi orizzonti senza fine
e in questa luce che tutto penetra e investe,
non piangeresti, se mi ami.
Sono ormai assorbita dall’incanto di Dio
dalle sue espressioni di sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo sono
così piccole e meschine al confronto!
Mi è rimasto l’affetto per te,
una tenerezza che non hai mai conosciuto.
Ci siamo amati e conosciuti nel tempo:
ma tutto allora era così fugace e limitato!
Io vivo nella serena e gioiosa attesa
del tuo arrivo fra noi:
tu pensami così!
Nelle tue battaglie pensa
a questa meravigliosa casa,
dove non esiste la morte
e dove ci disseteremo insieme,
nel trasporto più puro e intenso,
alla fonte inestinguibile della gioia e dell’amore.
Non piangere più, se veramente mi ami.
Lettera di Pupa Sicca15 marzo 2011
Caro Gigi,
(...) Il ricordo di lei, della sua saggezza ferma ed equilibrata, del suo fascino, della sua bellezza, dei colori pastello del suo viso è indelebile nella mia memoria, sapessi quanto abbiamo parlato insieme e come la sua lezione di vita sia stata per me preziosissima. E – tu lo sai bene – sempre emergeva il suo orgoglio di avere te al suo fianco e questa sua scelta di vita era un premio immeritato che compendiava tutta la sua storia come una cosa importantissima.
Queste poche parole erano quelle che sarebbero state oggi racchiuse nel mio abbraccio.
Che ti prego di estendere alle figlie che oggi avrei voluto salutare con te.
Lettera di Victor Uckmar3 aprile 2011
Caro Luigi,
stretto al tuo dolore è grande il rammarico di aver conosciuto Lina da pochi anni e per giunta per brevi momenti ad Arenzano, ma rimarrà sempre vivo il ricordo di quei momenti quando ci accompagnava nella chiesetta di Arenzano e univa la sua dolce voce ai cori della Messa.
E poi solitamente ci intrattenevamo sul sagrato, brevemente, parlando dei problemi comuni che assillavano la nostra comunità, dandoci sempre un supporto positivo, il tutto illuminato dai suoi occhi cerulei celestiali e dal Cielo ci protegge.
Victor
Mirka Giacoletto Papas, Daniela per gli amici, è da 25 anni una collaboratrice del professor Guatri all’Università Bocconi, dove ancora oggi si occupa di incarichi istituzionali e di editoria.
Cesare De Carlo è un corrispondente da Washington di QN-Quotidiano Nazionale (Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione). Ha una villa a Casa de Campo, dove va più volte all’anno.
Romano Tinelli è stato operaio dell’orobia (la società del Gruppo Edison dove mio padre Edmondo era, da ultimo, capo-zona a Treviglio); ma è anche uno scrittore trezzese (la cittadina di origine dei Guatri), che sa scrivere nel dialetto locale. Da qualche anno lo considero un mio amico: si schernisce quando lo chiamo il falegname-scrittore.
Per Tancredi Bianchi, si veda Li ho visti così 2, pp. 57 e ss.
Pupa Sicca, napoletana, è moglie del professor Lucio Sicca, ordinario di Economia aziendale all’Università “Ferdinando II” di Napoli. Sono stati per molti anni nostri graditi ospiti a Casa de Campo.
Victor Uckmar, professore e avvocato, è il massimo tributarista italiano. Ancora oggi, a 87 anni, svolge un’attività frenetica. È uno dei primi obiettivi del quarto volume di Li ho visti così, se Dio mi darà vita.