Il mondo di Guatri
2026/8
Salvatore Sassi
Napoletano verace, aperto al mondo. Storico rigoroso e grande professionista. Per primo ha studiato e approfondito il tema del rischio d’impresa
Professor Guatri, per forza di cose quando parla di personaggi pesca con la memoria nel mondo accademico o in quello professionale. Non può essere diversamente poiché ha cominciato a lavorare quando era ancora studente e non ha mai smesso (eccezion fatta per sposare e badare alla sua Lina e per mantenersi in forma giocando a golf). Oggi abbiamo programmato di ricordare Salvatore Sassi, un aziendalista napoletano che Lei ebbe modo di conoscere molto bene: come collega in università, come amico di famiglia, come grande professionista, come appassionato studioso e scrittore di storia...
Nella galleria dei “miei” personaggi non avrebbe mai potuto mancare tra i grandi dell’Accademia (e, nello stesso tempo, della professione) Salvatore Sassi: un napoletano purosangue che amava la sua città[50], ma nel contempo “aperto al mondo” e apprezzato in tutto il Paese.
Oggi sarebbe, senza dubbio, un personaggio di livello internazionale. Rimase lucido e operoso fino all’estrema età. Quando non si occupò più di economia aziendale, si occupò di storia: lo fece nel corso della vita attiva (con gli studi sulla storia della ragioneria) e da anziano con un ponderoso volume su Alcide De Gasperi (pubblicato postumo nel 2007).
Il 21 giugno di ogni anno, in serata, mi faceva una telefonata: per farmi gli auguri per l’onomastico (San Luigi). Una consuetudine che mi dava una grande gioia. Questo accadde sempre, anche quando al Nord gli auguri per l’onomastico caddero in disuso: neanche i miei figli se ne ricordavano...
Conservo uno scritto (Riquadro 1) nel quale il figlio Adolfo presenta, di Salvatore Sassi, alcuni tratti salienti della vita, del carattere, degli interessi culturali e professionali.
Professore, in varie occasioni ha raccontato di sue esperienze non proprio positive vissute con personaggi del Meridione; soprattutto con esponenti del mondo politico o comunque investiti di responsabilità (e poteri) nell’ambito della pubblica amministrazione o nella gestione di fondi pubblici.
Altrettanto spesso ha avuto parole di elogio, e non di rado anche d’ammirazione, per personalità meridionali del mondo accademico, dello studio, della ricerca...
Ho più volte scritto, nel corso della vita, che vedevo negli aziendalisti napoletani un’“oasi felice” nel Sud d’Italia: in essa si formò, a partire dal professor Domenico De Minico, una “scuola” seria e impegnata, che generò risultati e docenti di alto livello, come invece altrove, nel “deserto meridionale”, era molto difficile incontrare. Tra gli allievi di De Minico almeno due, che conobbi bene, erano di altissimo livello: Salvatore Sassi e Domenico Amodeo (che frequentai per molti anni come sindaco di Banca d’Italia).
Riquadro 1 La vita di Salvatore Sassi
Salvatore Sassi nacque il 5 settembre 1909 a Napoli. Il padre Adolfo era un famoso chimico; la madre, Maria Malinconico, nipote del noto pittore, era una donna di estrema intelligenza tutta dedita alla cura della famiglia. Salvatore Sassi, sin da giovane, fu indirizzato verso gli studi magistrali perché a quei tempi permettevano un più facile e immediato inserimento nel mondo del lavoro, ma nonostante ciò volle seguire la sua passione e si diplomò in Ragioneria. Nel 1930 a soli 21 anni conseguiva la laurea in Economia all’Università di Napoli con una brillante tesi dal titolo «Crisi dell’armamento».
(...) Salvatore Sassi ha ricoperto ruoli importanti: era sindaco dell’Alitalia (e amava scherzare sul fatto di non aver mai viaggiato in aereo); era revisore dei conti della Titanus all’epoca del film Gattopardo e quindi amico di attori come Alain Delon e Claudia Cardinale. Intorno agli anni Settanta fu contattato da diversi partiti politici per candidature mai accettate; collaborava a una serie di riviste economiche.
Era profondamente attento al giornalismo economico nazionale e ammiratore del Sole 24 Ore. A livello nazionale intravide nel Corriere della Sera – che non considerava soltanto espressione dell’industria milanese o della meneghinità autentica – la più viva voce italiana e vi scorgeva un aggancio alle correnti di pensiero più vivo dell’Europa, del mondo germanico e anglosassone, che mancavano certamente al provinciale giornalismo d’opinione napoletana. Riguardo al giornalismo napoletano, privilegiava il grande impegno della rivista Nord e Sud, diretta per molti anni da Compagna, che si faceva alfiere di molte battaglie meridionaliste.
(...) La sua cultura non fu soltanto economica. Aveva passione per la storia dell’arte, interessi politici e storici, soprattutto per la storia contemporanea; era anche un grande bibliofilo. Tra l’altro, era ammiratore e profondo conoscitore della penisola sorrentina, di Ravello, di Sorrento, e si mostrava incantato nella contemplazione dei loro spettacoli meravigliosi; in particolare conosceva tutti i risvolti della storia di Ravello, era profondo ammiratore di Monte Faito, coniugava l’amore per il paesaggio marino con quello per il paesaggio montano.
(...) Intellettuale, poliedrico ed eclettico, comprese, con geniale intuizione, che la trasposizione della scienza e dell’esperienza professionale era viatico di uno strumento di varietà nell’esercizio della professione e nella costruzione di un più vivo mondo del lavoro. In quest’ottica la sua collaborazione col Banco di Napoli e con l’Isveimer finanche la sua azione e la trasformazione della SME [Società Meridionale di Elettricità, N.d.A.] in Enel. L’aggancio fra il mondo napoletano e romano, dal punto di vista della scienza, ha visto in Salvatore Sassi come rifuggire da ogni provincialismo in una visione unitaria, anche se legato a un pluralismo di esperienze nel concerto economico nazionale.
(...) Salvatore Sassi, fra l’altro, era convinto che il dirigente dell’età contemporanea e di uno Stato moderno dovesse essere plasmato nelle facoltà di Economia e Commercio, Giurisprudenza e Scienze politiche; mentre nella tradizione universitaria precedente al Novecento era stato plasmato negli studi giuridici (...).
E da un Maestro (con la M maiuscola) come Sassi non potevano che derivare allievi di valore. Ricordo, tra gli altri, Stefano Ecchia, Lucio Fiore, Emilio De Tommasi. E proprio agli scritti di Lucio Fiore e di Stefano Ecchia lascio il compito di tratteggiare la figura del loro Maestro (Riquadro 2).
Caro professore, Lei è sempre documentatissimo ed estrae dal suo inesauribile archivio materiale molto interessante, ma ora può raccontarmi come ha conosciuto e come ha lavorato con Salvatore Sassi?
Ho incontrato per la prima volta Sassi a Napoli nel 1952, quando volli personalmente informarlo che lo avrei sostituito per l’anno accademico 1952/53, come professore incaricato alla cattedra di Tecnica industriale e commerciale a Genova, cattedra cui egli era stato chiamato per l’anno accademico 1951/52, dopo la vittoria nel concorso a cattedra.
Era un gesto di cortesia, che egli apprezzò molto. Io giovanissimo (25 anni!) desideravo informarlo del programma che avrei svolto, anche per raccordarlo al suo (a Genova era l’epoca del grande Aldo Amaduzzi, uno dei migliori allievi di Zappa a Cà Foscari).
Iniziò così un rapporto che durò a lungo e ben presto si estese alle nostre famiglie. Mi trattò – pur così giovane – subito da amico e da collega: non volle saperne che gli dessi del Lei né di interferire sul mio programma a Genova.
Gli raccontai dell’esperienza professionale che avevo da poco iniziato nello Studio Antonelli a Milano, circostanza che apprezzò molto. Anch’egli considerava utile, come fece per gran parte della vita (fino ai 70 anni), l’esperienza professionale (che è l’“esperimento” di noi aziendalisti). E in questo campo iniziammo presto una stretta collaborazione.
Riquadro 2 Salvatore Sassi nel ricordo degli allievi Fiore ed Ecchia
Sono certo di interpretare il comune sentimento, non solo mio, ma anche dei colleghi che con me hanno avuto il privilegio di essere annoverati fra i suoi allievi, evocando il ricordo – per me sempre vivo – dell’attrazione e del fascino che su di noi esercitava la sua parola, non solo allorquando, sorreggendoci con paterna sollecitudine nel nostro percorso di studi e di carriera, formava la sua Scuola accademica, ma anche le tante volte in cui, attraverso l’evocazione e la valutazione critica di fatti, eventi, situazioni o persone, ci apriva la mente a una dimensione umana e culturale che trascendeva i confini dell’accademia.
(...) Per noi allievi, Egli era un Maestro che non ci guidava solo nella conoscenza delle tematiche scientifiche, ma anche nella formazione dello stile di condotta e della coscienza morale. Possiamo ben dire che Egli condivise con noi il suo Spirito, trasmettendoci, di là dalle conoscenze scientifiche tratte dai suoi lavori, le Sue curiosità intellettuali, i Suoi molteplici interessi conoscitivi e il suo impegno civile.
(...) Di lui restano, alla Scienza, gli scritti, testimonianza del suo ingegno, e agli allievi l’esempio della sua dedizione allo studio, con la quale Egli – che sapeva tanto – ci ha trasmesso l’insegnamento secondo il quale “sapere di non sapere” costituisce il presupposto fondamentale di ogni progresso della conoscenza. A me, e a tutti quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo, ne resta anche il rimpianto.
(...) Salvatore Sassi aveva un carisma complesso, che imponeva a noi tutti un quasi timoroso e reverenziale rispetto nei suoi confronti, tanto da far accettare senza riserva persino certe sue celebri “pedanterie” (ricordo le innumerevoli ricognizioni fisiche, da parte mia e di Cirillo, con cadenza mensile o addirittura quindicinale, dei libri e delle riviste presenti nella biblioteca dell’Istituto di Tecnica Bancaria da Lui diretto. Mentre, di converso, l’onestà profondamente radicata nei suoi comportamenti, persino nei dettagli più trascurabili, e la benevolenza che, pur attraverso il filtro di una riservatezza che lo facevano apparire quasi scostante, dimostrava a chi considerava “persona dabbene”, valevano a guadagnargli un affetto vero.
(...) Un gentiluomo del tempo antico. Così definivo il professore con le persone con le quali avevo occasione di parlare di lui. E una volta glielo dissi anche, sicuro che non l’avrebbe presa come una piaggeria, perché mi conosceva bene. Conosceva bene i suoi allievi, in particolare noi quattro, che ha avuto la soddisfazione di vedere tutti in cattedra, ognuno con proprie caratteristiche, certamente molto diverse l’uno dall’altro, ma con la base comune di conoscenze e competenze e di approccio ai problemi e anche alla vita che ci venivano sì dalle lezioni e dai libri di un simile Maestro, ma anche dai colloqui con l’Uomo.
Grande studioso ma anche versatile e intraprendente professionista che agiva sul campo. Ben presto vi ritrovaste assieme per collaborare attivamente nella gestione di una promettente impresa che aveva scelto di insediare uno stabilimento industriale nei pressi dell’aeroporto napoletano di Capodichino...
Nel 1956 la SIC (Société Industrielle des Compteurs, società francese, con sede principale a Parigi), che possedeva il 100% della SIM (Società Italiana Misuratori SpA), pensò di creare a Napoli una nuova società, la Società Meridionale Contatori SpA, con stabilimento nei pressi dell’aeroporto di Capodichino. Fui invitato ad assumerne la presidenza, che tenni per molti anni. Sassi ne fu il consulente: interveniva a tutte le assemblee, che si tenevano a Napoli, presso lo stabilimento; manteneva i rapporti con l’Isveimer e con le banche locali, interessate a finanziare l’interessante iniziativa industriale.
La sua opera divenne preziosa e i soci francesi mi ringraziarono più volte che l’avessi loro presentato.
Lei, professore, non perdeva occasione per “collaborare” con il suo amico ma lo faceva perché sapeva di camminare sul velluto: era certo che assieme all’uomo dal grande garbo sarebbe stato apprezzato il grande professionista...
Ricordo qualche aspetto curioso di questo rapporto. Le assemblee annuali (o periodiche), sempre convocate presso la sede napoletana, erano fissate per le ore 11. Noi “milanesi”, viaggiando in vagone letto, giungevamo sempre puntuali (ovvero 10 o 15 minuti prima dell’ora fissata). Lo stesso valeva per i francesi. Il professor Sassi giungeva tranquillamente verso le 12/12.30, come fosse la cosa più naturale. Un po’ alla volta tutti si abituarono; così che il ritardo (che a Milano avrebbe stupito tutti) divenne “normalità”. Poi, verso le 14/14.30, si andava tutti a pranzo in uno dei locali caratteristici della città, nei pressi di Castel dell’ovo; e l’Hotel Vesuvio divenne il nostro albergo.
Ma per le sue grandi capacità tutto gli veniva perdonato. In quegli anni il bocconiano Carlo Dessy[51] era socio e consigliere delegato di una società di rilievo, la Dumont SpA, produttrice di televisori. Un giorno mi chiese di incontrare Sassi della cui consulenza aveva bisogno e questi ci invitò nella sua villa a Posillipo. Qui parlammo a lungo; e di ciò Dessy mi fu sempre grato: gli avevo presentato, mi disse, il «più grande esperto finanziario di Napoli».
Esperto finanziario certamente e notoriamente valido visto che gli venne affidato il compito di curare il passaggio allo Stato delle aziende elettriche del Gruppo SME allorché, giusto mezzo secolo fa, venne creata l’Enel...
Scrisse il figlio Adolfo, nella premessa al libro del padre (pubblicato postumo) Alcide De Gasperi e il periodo asburgico[52] (foto a p. 221):
Nel 1962, in coincidenza con la costituzione dell’Enel, viene nominato amministratore provvisorio di tutte le aziende elettriche del Gruppo SME, con il compito di curarne il trasferimento al predetto ente di Stato, per il quale curerà, in prosieguo di tempo, ancora una volta in veste di amministratore provvisorio, anche gli adempimenti amministrativi connessi con la successiva nazionalizzazione delle attività elettriche dell’Ente Autonomo Volturno.
Il rapporto professionale con l’Enel proseguirà poi, per circa un ventennio, fino al momento della cessazione dell’attività professionale di Salvatore Sassi, con le prestazioni di consulenza da Lui rese in relazione al contenzioso instauratosi con le imprese elettriche nazionalizzate.
Anche Lei, professore, si occupò a lungo delle pratiche relative al conferimento all’Enel di aziende elettriche private?
È vero: chiamato proprio da Salvatore Sassi, anch’io partecipai attivamente al quasi ventennio del contenzioso delle aziende elettriche nazionalizzate. Fui consulente tecnico per l’Enel in molte cause (esclusa quella relativa a Edison, visto che avevo con l’azienda precedenti rapporti professionali, che m’avrebbero potuto mettere in difficoltà). Ricordo bene quando Enrico Pizzi, capo dell’ufficio legale e Segretario del consiglio, mi chiamò per propormi quanto Sassi già mi aveva chiesto di fare e che io avevo accettato. L’avvocato Pizzi si dolse molto; ma gli dissi che «era arrivato in ritardo».
Cominciarono in tal modo i viaggi, sempre più frequenti, a Roma, miei e dei miei collaboratori (tra i quali mio fratello Beppe e il ragioniere Francesco Comotti), per discutere, spesso alla presenza dello stesso Sassi, di ogni singola società; e si prendevano le decisioni.
Una ventina d’anni sono un ben lungo periodo: quante ne faceste di queste consulenze?
In realtà, ci dovemmo occupare di quasi tutte le società nazionalizzate (esclusa la Edison e le sue controllate). Nei miei archivi, pur dopo alcuni decenni, ho ritrovato – mentre cercavo materiale per questa intervista – diverse consulenze tecniche.
Fu certamente un periodo impegnativo e, per Lei, anche pesante poiché non le è mai piaciuto molto viaggiare. Per quanto tempo ha dovuto fare la spola da Milano con Roma e, soprattutto, con Napoli?
Con una notevole frequenza, ovviamente, per i circa vent’anni della nazionalizzazione e poi, negli ultimi decenni, molto più di rado, soprattutto dopo il ritiro di Sassi.
Fino a quel momento, la facoltà di Economia di Napoli era un piccolo edificio in via Partenope, dove era l’Istituto di Tecnica Bancaria diretto da Salvatore Sassi ch’egli, da piazza S. Pasquale – dove abitava – poteva tranquillamente raggiungere, con una breve passeggiata in uno scenario incantevole (lo stesso che si “godeva” anche dall’edificio di via Partenope).
Non mancarono tuttavia altri incarichi interessanti nella città partenopea...
A Napoli fui alcune volte – con altri colleghi milanesi – nel 1987 per perizie valutative delle importanti partecipazioni del Banco di Napoli. Qui incontrammo il professor Ferdinando Ventriglia, mio coetaneo, all’epoca direttore generale. Ventriglia aveva alle spalle, dopo un iniziale periodo da giovane assistente di Economia politica (alla facoltà di via Partenope), una lunga permanenza a Roma (al Banco di Roma, in Banca d’Italia) al ministero del Tesoro, con quel singolare e per certi versi “grande” professore che fu Giuseppe Palomba (che pure conobbi bene).
Quando entravamo al Banco di Napoli al “Rettifilo” (via Roma) bastava dicessimo all’usciere: «Abbiamo appuntamento col professore!» e tutti scattavano e solennemente venivamo accompagnati all’ufficio del direttore generale, dove eravamo ricevuti con grande garbo dalla segretaria, che subito ci annunciava.
A proposito, mentre di recente cercavo nel mio archivio – come già detto – documenti per questa intervista ho ritrovato il testo della valutazione del 15 dicembre 1987. Quel documento porta il titolo «Valutazione delle partecipazioni del Banco di Napoli» e fu opera congiunta mia e dei professori Alberto Bertoni e Matteo Mattei Gentili.
È bene ricordare che il Banco di Napoli aveva partecipazioni in vari campi e per importi ingenti: anche se espressi in lire appaiono, ancor oggi, di tutto rispetto. Tra le principali: Isveimer al 44,8%; IMI al 4,3%; SEM, l’Editrice del giornale Il Mattino, al 100%; la FIME, Finanziaria Meridionale, al 67%; Banca d’Italia al 6,33% (il Banco di Napoli, prima dell’Unità d’Italia, era una banca di emissione!); Istituto Enciclopedia Italiana al 20%; BN Factoring al 100% ecc. ecc. (il valore totale delle partecipazioni fu stabilito in 5.892 miliardi di lire; e la quota del Banco in 1.063 miliardi).
Fin che fu possibile, cercai di approfittare di quegli sporadici viaggi a Napoli per salutare l’amico Salvatore Sassi, che da tempo si era però estraniato dal mondo professionale: con grande piacere lo trovavo sempre lucido, quasi giovanile, amico affezionato.
Ricorda, professore, in quale anno ha compiuto il suo ultimo viaggio sino a Napoli?
L’ho compiuto nel 2009 e mi sono recato a Napoli per il convegno annuale dell’AIDEA (Associazione Italiana degli Aziendalisti). Mi ci recai con mia figlia Fiorella; naturalmente prendemmo posto all’Hotel Vesuvio. Ma ormai Salvatore Sassi non c’era più. Per la prima volta vidi il grande palazzo dell’Università Federico II: mi piacque molto meno della facoltà di via Partenope.
Quella volta venne a prenderci all’Hotel Vesuvio un altro studioso napoletano pure di grande livello: Lucio Sicca, diventato dopo l’epoca Sassi la riprova – per me – che Napoli rimaneva sempre una validissima «isola nel deserto del Sud»[53]. In quella occasione lessi queste poche righe, che certo sarebbero piaciute a Salvatore Sassi:
Illustri amici accademici,
considero un onore, che accetto di tutto cuore, la nomina a socio onorario dell’Accademia Italiana di Economia Aziendale.
L’Economia aziendale, fin da quando nel 1949 entrai nel corpo docente della Bocconi come assistente “effettivo” di Gino Zappa, è stata la “stella polare” della mia vita.
Questa Accademia è oggi il riferimento più importante per difendere la nostra storia e le nostre radici culturali. Esse anche in tempi di “internazionalizzazione” non debbono mai essere dimenticate; poiché perdere le proprie “radici” equivale a perdere la propria “anima”. Ma voi, cari colleghi, certamente quest’ultima la difenderete strenuamente!
Uno degli elementi di coesione fra Lei e il professor Sassi è stato senza dubbio lo studio, in costante evoluzione con il crescere del mondo industriale, delle situazioni di crisi delle imprese. Anche il suo collega Sassi infatti si occupò a lungo e in maniera approfondita di questo argomento...
Aveva solo 31 anni Salvatore Sassi quando, nel 1940, scrisse un libro, dal titolo Il sistema dei rischi d’impresa, che riscosse, nel mondo aziendalista di quei tempi, apprezzamenti presto diffusi in tutto il Paese. Un libro che ottenne, anche all’Università Bocconi, vaste adesioni dagli aziendalisti dell’epoca zappiana. L’opera fu pubblicata dalla casa editrice Vallardi (Milano, 1940[54]) nella collana dei Commercialisti nell’economia corporativa (ossia all’inizio della guerra, quando eravamo ancora in epoca fascista: una collocazione temporale che non influenzò minimamente il lavoro di Sassi).
Quest’opera, dalla quale ho tratto alcuni passi significativi (Riquadro 3) porterà l’autore – dopo il periodo bellico e il successivo quinquennio durante il quale i concorsi furono sospesi – alla conquista della cattedra. Trovo, non senza stupirmi, nell’ultimo brano, sottolineato il concetto di “approssimazione” nelle stime aziendali: concetto che si affermerà, con forza, solo cinquantasessanta anni più tardi.
Riquadro 3 Brani significativi tratti da Il sistema dei rischi d’impresa di Salvatore Sassi
Se la determinazione obiettiva – nel suo significato consueto – si dovesse riferire, nelle imprese, alla compiuta formazione dei casi di rischio, essa certo non potrebbe condursi, perché non appaiono le particolarità del processo aziendale – che a quella formazione attivamente partecipano – riducibili a espressioni matematiche. E, allora, non resterebbe che intendere la determinazione obiettiva riferita alle sole condizioni – specialmente esterne – che talvolta possono osservarsi in base a “frequenze” o a “probabilità”: ma s’identificherebbe con il nostro complesso concetto di valutazione, ma della valutazione potrebbe tutt’al più costituire uno dei fattori d’indagine. (p. 73)
(...) In tema di elementi obiettivi, bisogna, invero, tenere nel massimo conto la considerazione che i fattori esterni, partecipanti alla formazione dei tipici rischi d’impresa, risultano talvolta estranei ai calcoli di probabilità; mentre, anche quando essi possono apparire indagabili con i procedimenti matematici, non sempre forniscono notizie veramente utili all’apprezzamento aziendale. (p. 74)
(...) Il criterio della “misurabilità” appare (...) nel suo significato consueto, inapplicabile al campo dei rischi d’impresa; ma quest’affermazione non poggia soltanto sui motivi strettamente matematici, in base ai quali il caso singolo si manifesta alquanto alieno dai riferimenti alle indicazioni di “probabilità”, sibbene sull’osservazione economica delle altre condizioni complesse e mutevoli, che sono a base di un corretto procedimento estimativo nelle imprese. (p. 75)
(...) La confermata impossibilità di misura matematica dei rischi d’impresa non vuole però svuotare d’interesse i procedimenti economici di apprezzamento: anche qui vale ripetere che un’accurata approssimazione è già atta, nella relatività che tutto circonda, a offrire una maggiore fiducia all’esplicarsi della funzione aziendale. (p. 77)
Per chiudere possiamo ricordare un’altra opera del professore partenopeo – dal titolo La vita di una banca attraverso i suoi bilanci. Il Banco di Roma dal 1980 al 1993 – che ebbe notevole eco.
Sulla rivista bocconiana Finanza Marketing e Produzione, all’epoca da me diretta, scrissi nel 1986 una recensione di questo pregevolissimo lavoro esprimendo il mio più vivo apprezzamento. Eccole alcuni passi di quello scritto (Riquadro 4) che ho recuperato per Lei e per i lettori.
Riquadro 4 Dalla recensione di La vita di una banca attraverso i suoi bilanci. Il Banco di Roma dal 1980 al 1993
È per me vero motivo d’orgoglio presentare quest’opera di Salvatore Sassi, uno dei massimi cultori delle discipline aziendali nel nostro Paese. Un’opera che delinea un’ampia e penetrante analisi dell’attività del Banco di Roma nel periodo che va dalla fondazione, avvenuta nel 1980, fino al 1993.
In relazione al periodo oggetto di indagine, il saggio attiene al ciclo “privatistico” della vita dell’Istituto, conclusosi con l’intervento dell’IRI e con il passaggio da un orientamento gestionale spiccatamente partecipativo (tipicamente condizionato dall’assistenza finanziaria alle aziende partecipate) a una gestione più propriamente di banca. Tanto che la motivazione in forza della quale l’indagine non è stata estesa agli esercizi successivi al 1993 si ritrova, siccome rileva l’A. nella premessa introduttiva del saggio, nella considerazione che tale esercizio «rappresentò lo “spartiacque” tra due tempi storici dell’esistenza del Banco»: così segnando, insieme con la conclusione della fase “privatistica” dell’Istituto, il superamento del ricordato orientamento gestionale di tipo partecipativo. Il saggio, pur assumendo, in relazione al carattere retrospettivo dell’indagine con esso condotta, un notevole valore anche storiografico, sviluppa una trattazione spiccatamente economico-aziendale, che trova il suo supporto documentale nei bilanci dell’Istituto e nelle inerenti relazioni consiliari e sindacali, nonché nei libri degli inventari. (p. 188)
(...) L’iniziale sviluppo, fino alla crisi economica degli anni Novanta, l’attività del Banco nel successivo periodo di ripresa, fino alla vigilia del primo conflitto mondiale, e le vicende di gestione del periodo bellico e della successiva crisi bancaria rappresentano i tre periodi – discriminati in relazione alle particolari caratteristiche delle condizioni ambientali e dalla vita dell’Istituto – nei quali l’A. ha suddiviso l’articolazione espositiva dell’indagine. E ha delineato per ciascuno di essi, con rigorosa analisi interpretativa, i profili economici e le variazioni quantitative, qualitative e strutturali dei mezzi propri, della provvista, degli impieghi, delle partecipazioni azionarie, dei crediti di firma, della liquidità, dei costi e dei ricavi. (p. 188) (...) Il lavoro di Salvatore Sassi si pone nel solco di una sicura tradizione di studi aziendali dell’Ateneo napoletano, della quale conferma pienamente – anche nella particolare ottica storica assunta nell’occasione – la validità dei contributi al progresso delle nostre discipline. (p. 189)
Ricordo le passeggiate per mostrarmi le “antiche” bellezze di Napoli: palazzi antichi e scrostati, cortili fatiscenti, vie tortuose e mal lastricate: “bellezze” che faticavo a capire.
Si veda in questo libro pp. 87 e ss.
S. Sassi, Alcide De Gasperi e il periodo asburgico, Aracne Editrice, Roma, 2007. Il brano citato è tratto dalle pp. 18 e ss.
Con Lucio Sicca ho scritto anche un libro: Strategie, leve del valore, valutazione delle aziende (Egea, Milano, 2000). Con lui e con l’adorabile moglie Pupa divenimmo amici e furono anche nostri ospiti a Casa de Campo. Con mia moglie li rivedemmo a Milano nel 2010, ci fecero visita in via Massena 18, alla vigilia della nostra partenza per Casa de Campo, da cui Lina non è più tornata (si veda in questo libro pp. 193 e ss.).
Poi ripubblicato da Il Mulino, Bologna, 1986. È a questa edizione che fanno riferimento i brani presentati nel Riquadro 3.