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Il mondo di Guatri

2026/8

Giovanni Ferrero

Studioso puro, si è concentrato sulla ricerca. Fedelissimo al Maestro Pietro Onida. Siamo stati grandi amici

Anche per questa terza edizione di Li ho visti così abbiamo approfondito, professore, alcuni casi di “vite parallele” da Lei individuate soprattutto con altri membri del corpo accademico e con amici di gioventù. Credo che ormai sia noto a tutto il mondo che Lei si diletta nel cercare di collegare i casi della sua vita a quelli dei suoi amici sino a determinare appunto dei parallelismi. Oggi abbiamo programmato di parlare di Giovanni Ferrero, che Lei conobbe quando giovanissimo docente insegnava all’ateneo di Parma e che sembra tagliato su misura per corroborare la sua teoria delle “vite parallele”.

Esatto, con Giovanni (per gli amici: Gianni) Ferrero (foto a p. 221), abbiamo fino a un certo punto percorso due vite parallele: egli torinese purosangue (nato a Poirino nel 1926); io milanese purosangue (nato a Trezzo sull’Adda nel 1927). Lei, caro Ermes, ha sottolineato che uno dei miei hobby mi porta a cercare di identificare le vite parallele. Ho preparato due documenti, frutto dei miei studi in materia: una tabella che evidenzia una serie di curiose analogie fra la mia attività nelle università e quella di Giovanni Ferrero (particolarmente evidenti nel periodo tra la fine degli anni Quaranta e la fine degli anni ottanta) e un riquadro che riassume la vita accademica del mio amico[55].

Tabella 1 I “parallelismi”

Giovanni Ferrero

Luigi Guatri

Laurea

Università di Torino con Pietro Onida 26/11/1948

Università Bocconi con Gino Zappa 5/7/1949

Assistente del Maestro

Università di Torino (Onida) a.a. 1948/49

Università Bocconi (Zappa) a.a. 1949/50

Cattedra

Università di Parma (Ragioneria) novembre 1962

Università di Parma (Tecnica commerciale e industriale) dicembre 1960

Ritorno alla scuola di origine

Università di Torino 1965

Università Bocconi 1969

Impegni nella scuola di origine

Preside di Facoltà (1971/72); membro del CUN (1983/86)

Consigliere delegato (1974/99); Rettore (1984/89) Vicepresidente in carica

Gianni, colpito da un primo infarto agli inizi degli anni Settanta, si riprese abbastanza bene, tanto da durare senza grossi problemi per una decina d’anni ancora. Ma un secondo e più severo insulto ne stronca la fibra il 14 novembre 1992. Il cordoglio è generale e tocca profondamente non solo gli amici, ma tutta l’Accademia italiana.

Quasi un anno dopo Lei volle partecipare a ogni costo – malgrado non fosse in perfetta forma fisica – a un convegno degli economisti d’azienda che si teneva a Torino. Da Genova raggiunse la città con un piccolo aereo e riuscì a portare il suo omaggio alla memoria dell’amico scomparso ma rischiò molto nel volo di ritorno, a causa di una bufera di vento...

Nel settembre 1993, in occasione dell’annuale convegno dell’AIDEA (Associazione Italiana degli Economisti d’Azienda) mi recai – in qualità di presidente della “Commissione Premi”[56] – a Torino per conferirgli in memoriam il premio della Fondazione Gallioli (presieduta da Silvio Tronchetti Provera, padre dell’odierno presidente del Consiglio della Pirelli & C., Marco).

Riquadro 1 La vita accademica di Giovanni Ferrero

- 22 giugno 1926: nasce a Poirino, in provincia di Torino;

- 26 novembre 1948: si laurea in Economia e Commercio avendo come relatore il prof. Pietro Onida;

- anno accademico 1948/49: svolge le funzioni di assistente volontario alla cattedra di Ragioneria generale applicata;

- nel novembre 1962 è chiamato a coprire la II Cattedra di Ragioneria dellUniversità di Parma dove, con decorrenza dal 1° novembre 1963, è nominato professore straordinario di Ragioneria;

- il 1° novembre 1965 è chiamato allUniversità degli Studi di Torino, facoltà di Economia e Commercio;

- dal 1971 al 1976 è preside della facoltà di Economia e Commercio di Torino;

- dal 1983 al 1986 è membro del CUN;

- muore a Torino, il 14 novembre 1992.

 

Quell’estate del 1993 era stata per me difficilissima: i gravi problemi della Montedison post-Gardini avevano lasciato su di me tracce profonde, che non riuscivo a superare[57]. Perciò mi ero attardato ad Arenzano al di là del solito periodo estivo.

Ma non potevo mancare a Torino, al convegno AIDEA, per ricordare Giovanni Ferrero. Poiché non ero in grado di affrontare un trasferimento in auto, organizzai un viaggio che si rivelò alla fine anche un’avventura. Noleggiai da Genova (aeroporto Colombo, a pochi chilometri da Arenzano) un aereo privato e, accompagnato dalla fidata Anna Gigante, atterrai in 15 minuti all’aeroporto di Torino Caselle. Mi presentai all’assemblea AIDEA e consegnai – con un breve discorso che rivelava tutte le mie difficoltà – il premio al figlio Fabrizio, che mi ringraziò commosso.

Chiusa la cerimonia, ripartimmo subito da Caselle per Genova. Ma qui si era scatenata una bufera di vento (non rara in Liguria) e l’atterraggio divenne avventuroso. Il comandante dell’aereo era dubbioso, ma io insistetti per l’atterraggio: che alla fine – dopo che per una decina di minuti eravamo stati, come un fuscello nell’aria, sbattuti da ogni parte – riuscì bene. Scesi da quell’aereo pallido, affaticato, ma nel contempo felice: ero riuscito a portare il mio ricordo all’amico Gianni!

A Parma, professore, ha trascorso un periodo (dal 1962 al 1965) felice: non solo perché Lei e i suoi colleghi eravate giovani ma perché avevate in comune esperienze, aspirazioni, ideali, che vi affratellavano e vi facevano tutti naturalmente e facilmente amici. Ha qualche nostalgia per gli anni di Parma?

Quando Carlo Masini nel 1962 passò alla cattedra di Ragioneria alla Bocconi, rimasi l’unico aziendalista: proposi senza indugio ai sette membri della nostra “piccola” facoltà parmense il nome di Giovanni Ferrero. Quel giovane allievo di Onida piaceva a tutti (anche al mio amico economista Franco Feroldi, che aveva ben conosciuto Pietro Onida alla Cattolica di Milano). Fu subito chiamato e in breve s’integrò perfettamente con noi.

Personalmente, lo incontravo per la prima volta, ma ben conoscevo “il valore” dei suoi scritti (oltre, naturalmente, al Maestro severo e giusto). Avevamo all’incirca gli stessi anni, credevamo egualmente nell’importanza della ricerca e della docenza (non mancavamo mai alle nostre lezioni), alla serietà degli esami.

La vera differenza era che Gianni dedicava a Parma più tempo: sia perché doveva seguire due corsi (primo e secondo anno di Ragioneria) e io uno solo (Tecnica industriale e commerciale di terzo anno); sia perché io mantenevo in quegli anni altri impegni accademici (alla Bocconi, al Politecnico di Milano, per breve tempo anche alla Cattolica, dove Tommaso Zerbi mi voleva come ordinario), sia e forse soprattutto professionali. In breve, Ferrero si fermava per tre giorni ogni settimana; io arrivavo, con macchine velocissime, da Milano per un’ora di lezione alle 16.30 di ogni martedì e per due ore (9-11) al mercoledì. E poi ripartivo subito per Milano.

In quell’unica serata in cui ci ritrovavamo, si pranzava all’Hotel Jolly Stendhal, nel pieno centro della città, dove parlavamo a lungo; e così divenimmo sempre più amici; più tardi con altri colleghi, lo trascinavamo in un cinema dove concludevamo la serata.

A volte passeggiavamo un poco per le vie di quella bellissima città (finché Gianni rimase a Parma, non mi lasciai mai trascinare in impegni professionali locali; cosa che invece accadde quando partì, con l’amministrazione controllata della Elettrodomestici Salamini nel 1967)[58].

Gianni, più di una volta, mi chiese amichevolmente se non “abusassi” troppo, con questo frenetico dinamismo, delle mie forze. Gli davo pienamente ragione, ma di fatto non lo ascoltavo.

In quegli anni vi siete dedicati con passione non solo alla docenza ma anche all’organizzazione logistica della facoltà di Economia a Parma avendo, soprattutto, l’obiettivo di ottenere maggiori spazi in previsione di un più ampio afflusso di studenti e quindi dell’apertura di un maggior numero di corsi di studio...

All’arrivo di Gianni a Parma, la nostra piccola facoltà si trovava ancora nell’unica sede centrale della storica università parmense (nata nel XII secolo). Noi occupavamo poche aule e pochissimi uffici: gli spazi erano ristrettissimi, si lavorava “gomito a gomito” (solo il preside, il compianto Eugenio Levi[59], aveva un piccolo ufficio proprio).

Ma, proprio in quegli anni (1962/66), fu deciso che la facoltà di Economia e Commercio (che in pochi anni si era fatta un “buon nome”, così che il numero degli allievi era cresciuto rapidamente) costruisse una sede propria, a non più di 600-700 metri di distanza, appena al di là degli storici “giardini della Pilotta” (la reggia di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma e Piacenza: da ciò la “regalità” di Parma, capitale del ducato).

Si cominciò dal progetto e (naturalmente) ci fu la battaglia per la destinazione degli spazi: io e Gianni rappresentavamo gli “aziendalisti”. Chiedemmo che ci fossero assegnati spazi adeguati per tre istituti (oltre ai nostri, Economia Aziendale e Tecnica Industriale e delle Ricerche di Mercato, ottenemmo anche gli spazi per Tecnica Bancaria e Professionale, dove pochi anni dopo arrivò Ettore Lorusso, naturalmente bocconiano, che ancora però si esprimeva con l’accento barese, la città dove era nato).

Poi, con l’aiuto degli architetti, distribuimmo gli spazi (aule, uffici direzionali, uffici per docenti ecc.), fissandone persino le dimensioni. Una fatica non da poco. Quando alla fine tutto fu pronto, Ferrero ritornò a Torino (dove andò per sostituire Edoardo Petix, il docente siciliano “ternato” con Ferrero, che a Torino peraltro si era visto poche volte; “fortunatamente” sottolineavano quelli che avevano letto le sue pubblicazioni[60]).

Tuttavia qualche punta di attrito esisteva: niente di personale, certamente, ma sul piano intellettuale, della ricerca scientifica, vi divideva una diversa visione di strumenti o metodologie da usare nell’attività professionale. E questo divario, nella pratica, si traduceva – per esempio – in un difficile equilibrio tra l’amicizia “vera e incondizionata” e la fedeltà al Maestro Pietro Onida...

Ho sentito molte volte Gianni pronunciare frasi come queste: «Siamo perfettamente d’accordo su tutto» (l’allusione era ai concetti fondamentali dell’economia aziendale); «le nostre idee si sposano perfettamente» ecc. ecc. In realtà, se fossimo andati a fondo, ciò non avrebbe corrisposto al vero. Ma non mi sentivo di dirgli chiaramente che su alcune idee basilari non eravamo affatto d’accordo: eppure non ce lo dicemmo mai esplicitamente, la nostra amicizia prevaleva su tutto (erano i nostri scritti a parlare per noi, e talvolta dicevano addirittura il contrario).

Le faccio un esempio per tutti: il libro che Ferrero dedica nel 1967 alle valutazioni d’impresa[61]. L’opera mette in luce, pur con i vincoli e le titubanze che i maestri dell’economia aziendale all’epoca suggerivano (tra i quali il suo Maestro, Pietro Onida), l’intento di iniziare un discorso di quantificazione. Ma non ho mai pienamente compreso se questa impostazione dipendesse da vero convincimento o, piuttosto, dal desiderio di non disconoscere i miei primi tentativi di approfondire questo tema (espressi nel mio libretto sull’avviamento), tanto profondo era il sentimento di stima e di amicizia che ci legava.

Devo rilevare, professore, che si sta accalorando come certamente accadeva ai tempi di Parma e che riaffiora tutta la sua vis polemica: mi sembra che abbia voglia di togliersi un (vecchissimo e ancora pesante) sassolino dalla scarpa (a questo punto il mio intervistato pesca fra le carte della scrivania un suo libro, intitolato 50 anni di valutazioni aziendali[62], con una pagina evidenziata da un segnalibro, me lo mostra e riprende)...

Riguardo al tema del tasso e della necessaria distinzione tra tasso senza rischio e maggiorazioni per i rischi, Ferrero afferma che la tesi è validamente sostenuta

con il rigore che distingue coloro i quali, con lodevole tenacia, tentano la via della “quantificazione” nell’ambito delle ricerche aziendali, ormai mature per varcare i confini della tradizionale “analisi descrittiva” pura e semplice.

Come si nota, da ogni tentativo di “quantificazione”, secondo lo spirito prevalente all’epoca, si prendono... cautelativamente le distanze (bisogna evitare, a ogni costo... l’orrore di una qualsiasi formula!). Infatti il mio amico sottolinea subito dopo che «la scelta si basa su mere convenzioni».

Le leggo ora la pagina che Ferrero scrisse su questo specifico argomento:

L’accennato procedimento, del resto – poiché tende a configurare un “modello quantitativo” di determinazione del saggio di capitalizzazione – non può che riflettere il carattere analitico della valutazione non soltanto del rischio d’impresa, ma anche del saggio in base al quale si perviene al calcolo del “valor capitale” dei redditi presunti futuri. Sennonché, la valutazione analitica di questo saggio implica la scomposizione in parti costitutive dell’unitario rischio di impresa di per se stesso concettualmente suscettibile soltanto di osservazione globale: ed è appunto in questo “frantumare” ciò che per sua natura è inscindibile che si deve ricercare l’origine del rilevato carattere convenzionale del procedimento in oggetto.

D’altro lato, la valutazione globale del rischio d’impresa – qualunque sia lo scopo che orienta la valutazione medesima – non è neanch’essa immune dalle arbitrarie ipotesi che rendono convenzionali i corrispondenti computi; e nemmeno può prescindere dall’analisi tendente a considerare – se non “quantificare” – le diverse circostanze di manifestazione del rischio che incombe sul sistematico processo di produzione per il mercato.

Tutto ciò è in linea con l’idea-base che la valutazione del “capitale economico” sia una pura astrazione, cioè qualcosa di non fattibile nella pratica. Infatti:

Da queste considerazioni deriva che il capitale economico d’impresa – come valore logicamente derivabile dalla capitalizzazione economica del flusso di redditi connesso alla dinamica futura – non è suscettibile di coerente determinazione se non in astratto.

Così concepito, il valore economico del capitale d’impresa è certamente, nel suo assoluto teorico, una configurazione ideale lontana dalla pratica operante.

In conclusione: se la stima del capitale economico è una pura astrazione, che cosa mai può fare la “pratica”, che deve definire delle grandezze? A questa domanda non si può dare, sul piano puramente descrittivo, alcuna risposta[63].

Avete vissuto anni di avventure intellettuali e di passione incardinati sulla ricerca e sulle “scuole di pensiero” che a volte si contrapponevano con tenacia e magari con virulenza, come è accaduto fra i discepoli dei due grandi Zappa e Onida. Che cosa li divideva?

Ho tentato più volte, in questi ultimi decenni, di spiegare i nostri comportamenti, diversi (anche se solo in parte) nei confronti dei nostri due Maestri.

  1. Pietro Onida è praticamente contemporaneo di Giovanni Ferrero (tenuto conto della diversa durata della loro vita): il primo nasce in provincia di Sassari nel 1902 e muore nel 1982; il secondo nasce in provincia di Torino nel 1926 e muore nel 1992. L’uno e l’altro furono espressione di gran parte del Novecento;
  1. Gino Zappa, il mio Maestro, nasce a Milano nel 1879; nel 1951, diventato cieco, si ritira a Venezia e non esce più dalla sua casa sul Canal Grande, dove qualche volta andai a fargli visita per una decina d’anni; io nasco in provincia di Milano nel 1927 e mi laureo con Lui nel 1949, divenendone per due anni assistente effettivo in Bocconi[64].

Sia Onida sia Zappa (Maestro che egli ha sempre onorato) furono sempre refrattari a formule e “modelli” (cioè alle impostazioni “quantitative”) che dilagavano nel mondo: sia Il reddito d’impresa (scritto negli anni Venti) sia il testo fondamentale di Onida L’economia d’azienda (1960) sono privi di qualsiasi notazione quantitativa, sono cioè “descrittivi” per scelta.

Ferrero che ha sempre a fianco il suo Maestro («che fu sempre refrattario a rotture traumatiche») lo seguì con piena convinzione su questa strada.

Io, che ho perso presto il mio Maestro e che credo a fondo che la scienza possa progredire solo con l’innovazione (portando avanti e anche, se del caso, contraddicendo le tesi dei Maestri, pur riconoscendone sempre la grandezza), non ho remore a incamminarmi verso “il nuovo”[65].

Professore, mi ha sempre detto di avere una grande ammirazione per il professor Pellegrino Capaldo di Roma. Vogliamo oggi parlare anche di lui, che fu il miglior amico di Giovanni Ferrero?

Pellegrino Capaldo fu effettivamente il migliore amico di Ferrero. Lo dimostra, se ce ne fosse la necessità, la commossa commemorazione che si svolse a Torino il 22 settembre 2007, a quindici anni dalla scomparsa[66].

Conobbi Gianni, all’inizio del 1961. Il Prof. Onida aveva appena lasciato Torino per Roma (il 1° novembre 1960); io, laureato da poco, mi accingevo a fare il concorso per assistente ordinario.

Gianni veniva spesso a Roma per parlare con il suo maestro al quale era molto legato. E poi in quel periodo era sotto concorso per ordinario, un concorso che nell’opinione di tutti lo avrebbe visto sicuro vincitore. Ricordo ancora il primo incontro con lui. Eravamo all’Istituto di piazza Borghese.

Quel palazzetto di Piazza Borghese a Roma lo ricordo anch’io: era la vecchia sede della facoltà di Economia e Commercio. Ed è uno dei ricordi sgraditi della mia vita. Fui nominato commissario per la libera docenza di una strana materia (Tecnica delle ricerche di mercato) voluta all’epoca dal “potente” professor Antonio Renzi. Con il quale io ero membro (credo voluto dallo stesso Renzi) della commissione di cui faceva parte anche il grande statistico Pierpaolo Luzzatto-Fegiz[67]. La contesa, all’epoca, era tra aziendalisti (che volevano la materia come propria) e gli statistici (che erano dell’opinione contraria). Quanti viaggi tra Milano e Roma per una contesa... senza senso: infatti, la materia esigeva entrambi i punti di vista. Ma Renzi non sentiva ragioni: voleva a tutti i costi che solo gli aziendalisti (meritevoli o meno poco importava) ottenessero il riconoscimento; che, al contrario, agli statistici andava negato (meritevoli o meno) a ogni costo. Un modo singolare di fare giustizia.

Io, appena trentacinquenne, mi trovavo nel mezzo della singolare contesa e qualche volta – quando a mio avviso ne era il caso – sostenevo l’aziendalista di turno: Renzi si compiaceva e sia alla partenza di quel giorno sia al ritorno successivo a Roma mi faceva accompagnare alla stazione in macchina dall’autista. Quando, al contrario, colpito dai ragionamenti del grande Luzzatto-Fegiz, mostravo comprensione per lo statistico di turno, lasciava che chiamassi un taxi (e lo stesso al ritorno per la seduta successiva). Ma torniamo a Pellegrino Capaldo, che redasse scritti interessanti sull’amico Ferrero: ho scelto alcuni brani dai suoi lucidi interventi[68]:

Qual è la connotazione del lavoro scientifico di Ferrero? Secondo me è quella, per così dire, del conservatore illuminato che si muove nel solco della tradizione ma è attento al “nuovo”, senza essere filoneista, e ricusa il “vecchio” solo dopo averlo passato al setaccio ed essersi reso conto che non ha più nulla da dare. E così il conservatore illuminato finisce, spesso, per innovare più di tanti dichiarati progressisti. Ferrero si è mosso con grande intelligenza nel solco della tradizione; ha lavorato su molte idee-guida, su molti concetti-base della nostra disciplina e li ha affinati, li ha torniti, puntualizzati, precisati.

Concordo pienamente con Pellegrino Capaldo. Che poche pagine più in là prosegue dicendo[69]:

Ferrero è stato un vero maestro. Lo dimostra il rimpianto e l’affetto dei suoi allievi a distanza di 15 anni dalla sua scomparsa. L’affetto era ricambiato. Gianni mi parlava spesso dei suoi allievi. Li conosceva in profondità, conosceva di tutti le inclinazioni e le attitudini. Sicché accadeva che, parlando di possibili temi di ricerca, egli indicava i suoi diversi allievi che avrebbero potuto studiarli. Come tutti i veri maestri non imponeva ma consigliava, suggeriva.

Dei molti allievi di Ferrero, desidero menzionarne uno, Flavio Dezzani, che ha fatto molto per la Ragioneria, facendo onore al Maestro. Ricordo tra i suoi lavori, tutti di alto livello e spesso rivolti al mondo operativo (anche da ciò il loro successo editoriale), il recente manuale sugli IAS-IRFS. Con le sue 2.700 pagine Dezzani ha messo alla portata di tutti (consulenti, commercialisti, manager, amministratori di società ecc.) una materia ardua e lontana dalla nostra cultura. Di ciò gli va reso merito, con l’augurio che presto possiamo annoverarlo tra gli autori dell’unica casa editrice accademica: l’Egea bocconiana che ancora presiedo.

Prosegue Capaldo[70]:

Ferrero era maestro anche in un altro senso. Era molto attento alle sorti dei nostri studi. Si doleva, a volte, che i posti messi a concorso fossero tanti: ciò che agevolava comportamenti non commendevoli e permetteva che persone non meritevoli ottenessero la cattedra. Ricordava con orgoglio quando, a metà degli anni Sessanta, fu membro della commissione giudicatrice di un concorso per una materia specialistica. Egli era convinto che nessuno dei candidati fosse meritevole e propose di chiudere il concorso senza vincitori. Inizialmente trovò l’ostilità di tutti ma poi, con le sue profonde e pacate argomentazioni, convinse tutti e l’esito fu quello da lui voluto.

Questo episodio lo ricordo molto bene, poiché ero uno dei membri di quella commissione (che, come si disse, “mandò la terna in bianco”). Colui che Ferrero più faticò a convincere fui proprio io. Mi trovavo, infatti, in una posizione ben più difficile della sua e degli altri: avevo un ottimo candidato, seppure non specialista di quella strana materia (che non aveva alcuno “specialista”): il mio candidato, ottimo studioso di ragioneria, era Luigi Selleri (allievo di Masini, che poco più avanti vinse il concorso di ragioneria).

Mi convinse, infine, l’idea che si dovesse dare una dimostrazione di severità, poiché nel nostro Paese il lassismo stava sempre più prendendo piede. Ma fu una goccia nel mare: era impossibile combattere contro le “trame” di commissari sempre più proclivi a quei «comportamenti non commendevoli». Con l’ausilio di Sergio Vaccà combattemmo (anche col ricorso a relazioni di minoranza) una battaglia disperata. Alla fine vista l’inutilità dei nostri sforzi abbandonammo. Ma il peggio doveva ancora venire: con le promozioni ope legis, con l’abbandono della classica “terna”, coi concorsi a base locale ecc. ecc. E il decadimento continua ancora oggi. Quando – mi chiedo – ci si deciderà a tornare seri e a discutere solo di merito?

Vogliamo parlare delle coincidenze e delle diversità tra i professori Ferrero e Capaldo? Quali sono, professore, i punti coincidenti e quelli divergenti tra i due migliori allievi di Onida?

Giovanni Ferrero e Pellegrino Capaldo, davvero i migliori allievi di Pietro Onida (a Torino il primo; a “La Sapienza” di Roma il secondo), convergono pienamente su diversi principi, ma sono “personaggi” diversissimi per altri aspetti.

Credono fermamente nella serietà degli studi e nell’impegno accademico, convergono sui valori dell’etica; sono rappresentanti di primo piano degli innovatori del periodo post-zappiano. Entrambi, inoltre, sia pure in modi diversi, non credono nella “quantificazione” dell’economia aziendale: non si trova una sola “formula” nei loro libri (come in Zappa, come in Onida).

Ferrero ha una produzione scientifica densissima (Riquadro 2); Capaldo scrive meno (Riquadro 3), con uno stile del tutto personale e raffinato.

Di Giovanni Ferrero studioso ad alto livello, ho già detto all’inizio dell’intervista. Del pari ho sempre riconosciuto in Capaldo uno studioso insigne: lo prova quanto di lui ho scritto nell’arco della mia vita. E mi riesce agevole spiegarlo[71].

Anche Capaldo – come Ferrero – è parte della ristretta pattuglia di intelligenti innovatori dell’economia aziendale del cinquantennio post-zappiano, che hanno “portato avanti” la disciplina, rinnovandola in più aspetti, pur nella «fedeltà alla loro semenza»[72].

Riquadro 2 Pubblicazioni di Giovanni Ferrero

1950 – «La determinazione di indici per il confronto dei tempi di lavorazione», Note di economia aziendale, ottobre-novembre

1952 – «La determinazione di indici di attività per l’organizzazione delle vendite», Note di economia aziendale, marzo; «La costruzione di indici di penetrazione dei mercati», Note di economia aziendale, giugno; L’albergo. Organizzazione, gestione, rilevazioni statistiche contabili, Giuffrè, Milano

1953  Il significato di alcuni indici di tempestivo realizzo dei crediti, Giuffrè, Milano

1954  L’efficienza segnaletica degli indici di disponibilità determinabili in sede di analisi finanziaria del bilancio di esercizio, Giuffrè, Milano; Contabilità e statistica aziendale, Giuffrè, Milano; «Volume delle vendite e frazionamento dei rischi», Note di economia aziendale, dicembre

1955  L’autoassicurazione nell’economia e nelle rilevazioni d’impresa, Giuffrè, Milano

1956 – «La determinazione di un complesso indice di situazione finanziaria», Note di economia aziendale, gennaio-febbraio

1957 – «La selezione della clientela e altri strumenti di configurazione economica», Note di economia aziendale, gennaio

1958  La clientela nell’analisi delle vendite, Giuffrè, Milano

1959  Espressività e struttura del bilancio d’esercizio (introduzione all’analisi di bilancio), Giuffrè, Milano

1961  Le analisi di bilancio, Giuffrè, Milano

1963 – «La ricognizione delle scorte d’esercizio nelle inventariazioni di magazzino», Note di economia aziendale, dicembre

1964 – «Bilanci astratti e bilanci concreti nelle loro mutue relazioni», Studi e ricerche della Facoltà di Economia di Parma

1965 – «Cuenta y assento por partida doble en la contabilidad de Almacen», Tecnica economica, enero-febrero-marzo

1966 – «Scorte d’esercizio e rischi d’impresa», in Scritti in memoria di Gaetano Corsani, Colombo Cursi, Pisa

1974 – «L’autofinanziamento d’esercizio», Banche e banchieri, n 9

1977  Contabilità generale, Giuffrè, Milano

1979  Manuale delle analisi di bilancio, Giuffrè, Milano

1980  Impresa e management, Giuffrè, Milano

1981  Finanza aziendale, Giuffrè, Milano

1982 – «Composit model of management system analysis», Rivista di economia aziendale

1983 Contabilità e bilancio d’esercizio, Giuffrè, Milano; Manuale di amministrazione alberghiera, Giuffrè, Milano

1984 Il controllo finanziario nelle imprese, Giuffrè, Milano

Riquadro 3 Pubblicazioni di Pellegrino Capaldo

1965  La programmazione aziendale, Giuffrè, Milano

1967  Capitale proprio e capitale di credito nel finanziamento d’impresa, Giuffrè, Milano

1973  Il bilancio dello Stato nel sistema della programmazione economica, Giuffrè, Milano

1995  Scritti sparsi di Pellegrino Capaldo, Giuffrè, Milano

Le aziende non profit tra Stato e mercato, CLUEB, Bologna

1998  Reddito, capitale e bilancio di esercizio, Giuffrè, Milano

 

Perché cinquantennio? Il “periodo zappiano” nasce con l’insegnamento di Gino Zappa all’Università Bocconi e a VeneziaCà Foscari a partire dagli anni Venti del secolo scorso. L’opera fondamentale zappiana è Il reddito d’impresa, che fu pubblicata per una parte nel 1920 e completata nel 1929[73]. Il periodo “zappiano”, nella mia ottica, si conclude con l’opera di Pietro Onida Economia d’azienda (Utet, 1960). Proprio nel 1960 Capaldo si laurea a “La Sapienza” con Onida, di cui diviene assistente di ruolo nel 1961, alla cui cattedra succede nel 1970, a soli 31 anni. Quando, nel 1998, Pellegrino Capaldo pubblicò Reddito, capitale e bilancio di esercizio con Giuffrè credo di essere stato tra i primi a rendermi conto di quanto l’opera fosse innovativa e di altissimo livello scientifico. Infatti, immediatamente, sul numero di settembre 1998 della rivista da me diretta, La valutazione delle aziende, lo feci oggetto di un ampio commento (di ben quattro pagine, cosa per me inconsueta). Sono assolutamente convinto di aver visto bene, nonostante l’irruzione pochi anni dopo degli IASIFRS (cioè dei principi contabili internazionali, di pretta marca anglosassone) che non hanno consentito all’opera di emergere come e quanto avrebbe meritato, costringendo le più grandi aziende a spostare l’attenzione su urgenze operative immediate (e in parte anche nefaste).

In sintesi, professore, quali sono le tesi del professor Capaldo a proposito dei criteri di stima del reddito d’esercizio?

Nell’opera del 1998 Capaldo individua due logiche fondamentali in tema di criteri di stima del reddito d’esercizio, che denomina di tipo “A” e “B”. La prima è la logica del rinvio dei costi; la seconda dell’anticipazione dei ricavi[74]. Il Riquadro 4 le sintetizza.

Riquadro 4 La logica del rinvio dei costi (tipo “A” e “B”)

La logica di tipo “A” (del rinvio dei costi) guarda al futuro (ai ricavi, ai costi, ai margini) al solo fine “di verificare se è possibile, se è giustificato, il trasferimento del costo al futuro esercizio”.

La rinviabilità dei costi (considerati globalmente o per categorie: soluzione quest’ultima che ne agevola l’applicazione) deve soddisfare la condizione dell’equilibrio economico, cioè la possibilità in futuro di ottenere una congrua remunerazione dal capitale investito; solo in particolari casi la condizione (nominale) è quella del pareggio.

La logica di tipo “B” (dell’anticipazione dei ricavi) serve ad anticipare, a favore dell’esercizio, i probabili esiti delle operazioni in atto. Perciò è agevole comprendere che, alla radice della nozione di reddito secondo la logica dell’anticipazione dei ricavi, vi è il medesimo paradigma concettuale che troviamo alla base della nozione di valore dell’impresa o di capitale economico dell’impresa.

Entrambe le nozioni, infatti, si basano sull’anticipazione delle “attese” di ricavi e di margini futuri; ne deriva, pertanto, che l’iter della loro determinazione non può che essere, almeno in parte, simile.

Possiamo allora concludere che, concepito secondo la logica dell’anticipazione dei ricavi, il reddito di periodo è dato dall’incremento subito, in quel medesimo periodo, dal valore dell’impresa. Ne consegue che la determinazione di questo tipo di reddito passa attraverso la valutazione dell’impresa come complesso economico in funzionamento.

Molto importanti sono i giudizi che l’autore esprime sulla logica di tipo “B” (che è la seconda nozione-limite, in opposizione a quella di tipo “A”).

La soluzione di tipo “B” offre la nozione di reddito più espressiva, più completa e meglio rispondente a quello che potremmo definire il senso comune di intendere e di percepire il reddito. Se, infatti, in un dato periodo, il valore dell’impresa, in assenza di variazioni di capitale estranee alla gestione, è cresciuto, viene naturale concludere che quell’accrescimento è dovuto al prodursi di un reddito e, al tempo stesso, ne misura l’entità.

Del resto, la stessa definizione, correntemente adottata e in precedenza ricordata, che vede nel reddito “l’incremento che subisce il capitale per effetto della gestione”, assume significato compiuto solo se il reddito è inteso nell’accezione in esame, perché solo in tal caso si fa riferimento a una configurazione di capitale (qual è il capitale economico dell’impresa) ben precisa e dotata di autonomo significato. In qualunque altro caso, con qualunque altra accezione di reddito, quella definizione, come sappiamo, risulta nominalistica; si risolve in un circolo vizioso perché fa riferimento a una configurazione di capitale, il cosiddetto capitale di gestione o di funzionamento, che è grandezza indeterminata e, in sé, priva di significato. La nozione di reddito qui considerata è la più espressiva e completa perché, puntando sulla variazione del valore dell’impresa, riesce a inglobare il passato e il futuro; riesce a ricondurre a unità fatti di gestione già accaduti e fatti di probabile manifestazione futura. Essa, inoltre, consente di superare o almeno di semplificare fortemente, il problema della cosiddetta competenza, che sappiamo essere il fulcro della determinazione del reddito di periodo.

La nozione di reddito “B”, che pure ha caratteristiche di completezza e di grande espressività, presenta però anche un alto grado di volatilità, che discende dalle incertezze connaturate alla previsione dei redditi attesi e alla soggettività di scelta dei tassi di attualizzazione: «Ciò che la rende di difficile utilizzazione in rapporto ad alcune ricorrenti finalità di ordine pratico».

Altre configurazioni di reddito

Occorre allora esplorare la possibilità di costruire altre configurazioni di reddito, secondo logiche che si collochino in posizione, per così dire, intermedia tra le due logiche limite fin qui esaminate. Occorre, in altre parole, verificare se esista lo spazio per costruire nozioni di reddito che, da un lato, restino saldamente ancorate alla realtà e, dall’altro, siano aperte ad anticipare, entro certi limiti e sempre con vigile prudenza, le aspettative di frutti futuri. A nostro parere, questo spazio esiste.

Riteniamo possibile, infatti, configurare nozioni di reddito che, dosando opportunamente fatti e aspettative, siano capaci di dare ciò che, per motivi opposti, non riescono a dare né il reddito “A” (perché basato su criteri eccessivamente prudenti) né il reddito “B” (perché, al contrario, basato su criteri non sufficientemente prudenti).

Non pensiamo, in verità, a nozioni alternative alla “A” e alla “B”. Pensiamo piuttosto a ulteriori nozioni che si integrino con la “A” e con la “B” in modo da formare un sistema volto, tra l’altro, a esaminare da varie angolazioni, o, se si preferisce, a monitorare, la gestione aziendale nei suoi andamenti economico-finanziari e, più in generale, nelle sue performance. Da ciò la proposta di diverse varianti al reddito di tipo “A” tra le quali (nella versione A3) è «il reddito basato sull’estensione della rinviabilità dei costi degli elementi immateriali». È una nozione che differisce dalla “A” perché, diversamente da questa, non limita il rinvio dei costi degli elementi immateriali a quelli specificamente sostenuti per l’acquisto di cespiti suscettibili di autonomo realizzo, ma lo estende a tutta la cosiddetta produzione immateriale.

Un altro sbocco è la ricerca di logiche intermedie tra la “A” e la “B”. Tra queste viene dall’autore dedicata particolare attenzione al Risultato Economico Integrato (REI), il quale: «Si differenzia dalla “A” perché non rinuncia in principio (come invece fa questa) ad attualizzare frutti attesi; analogamente, si differenzia dalla “B” perché non attualizza tutti i frutti attesi: si limita ad attualizzare solo quelli che si possono considerare economicamente già maturati. In questo senso, il REI è una configurazione molto utile intorno alla quale conviene continuare a lavorare».

* Il concetto del REI (Risultato Economico Integrato) era stato definito dal professor Guatri nel 1997 con la formula:

REI = RN +P + BI

In cui:

RN = reddito normalizzato (ed eventualmente, in presenza di contesti inflazionistici, depurato dagli effetti distorsivi dellinflazione, cioè degli utili illusori);

P = variazione (nel periodo) delle plusvalenze o minusvalenze contabilmente inespresse

su alcune categorie di beni e su poste contabili del passivo;

BI = variazione (nel periodo) dello stock di beni immateriali, cioè differenza tra la somma dei valori di tali beni allinizio e alla fine del periodo.

Si veda L. Guatri, Valore e Intangibles nella misura della performance aziendale, Egea, Milano, 1997.

 

Ha scelto un lungo brano, molto dotto e certamente di agevole lettura per gli addetti ai lavori. Potrebbe fornirmi una versione più comprensibile per i non specialisti?

Ci soccorrono due apporti dello stesso autore contenuti nella prefazione e nel paragrafo conclusivo dell’opera sulla attendibilità del bilancio; in essi Capaldo spiega a quali risultati è giunto con i suoi studi e in che cosa consistono.

Si legge nella prefazione:

Negli studi economico-aziendali, fino alla metà degli anni Sessanta reddito e bilancio erano considerati un tutt’uno. Il bilancio era visto come mezzo per la determinazione del reddito, e lo studio di esso si confondeva con lo studio del reddito d’esercizio analizzato nella sua natura, nelle sue caratteristiche, nell’estrema varietà dei possibili criteri di determinazione.

La “funzione pubblica” del bilancio e, per certi aspetti, anche la sua “funzione legale” erano pressoché ignorate. Dominava, allora, la distinzione tra bilancio interno e bilancio ufficiale, dove il primo costituiva il “vero” bilancio e il secondo era poco più che un rituale di poca rilevanza pratica. Anche gli scritti più notevoli in materia avevano a oggetto – implicitamente – il bilancio interno, ovvero il capitale e il reddito, e ignoravano la disciplina giuridica del bilancio. Se vi facevano qualche accenno, era solo per sottoporla a una critica frettolosa e sommaria e per imputarle scarso rispetto della complessità dei fatti aziendali.

Ricordo molto bene quel periodo, durato almeno fino al 1974. Infatti, nei primi anni Settanta fu necessario che l’Accademia facesse udire forte la propria voce per ottenere dal Parlamento la modifica di un articolo del codice civile (l’unica fonte normativa, all’epoca) affinché si stabilisse l’obbligatorietà del conto profitti e perdite a “costi, ricavi e rimanenze”. Ci volle, insomma, “del bello e del buono” per ottenere che ciò che da cinquant’anni Gino Zappa insegnava nelle aule della Bocconi e di Cà Foscari fosse finalmente accolto.

Anche il paragrafo finale, «L’attendibilità del bilancio economico», è denso di idee e proposte (come, del resto, lo è l’intero capitolo finale). Chiede:

Come si esprime complessivamente un giudizio sull’attendibilità del bilancio d’esercizio, così che non ne emerga “un reddito inesistente”, bensì un reddito “realmente conseguito”, nel senso che la sua distribuzione non pregiudichi l’integrità del capitale e la continuità dell’impresa?

Ai fini di un consapevole giudizio sull’attendibilità del bilancio non basta la verifica dell’attendibilità dei singoli dati. Occorre altro: occorre, in particolare, verificare che quelle che abbiamo chiamato le grandi sintesi del bilancio, patrimonio netto e risultato economico d’esercizio, siano rispettivamente:

-           non superiore al valore economico dell’impresa;

-           “realmente conseguito”, ovvero distribuibile senza compromettere l’integrità del capitale e la continuità dell’impresa.

Dopo avere esaminato gli studi e le innovazioni proposte dai nostri personaggi torniamo alle loro attività di normali cittadini. Cosa ricorda della loro vita professionale?

Capaldo e Ferrero sono “personaggi” molto diversi anche in campi diversi ma non meno importanti delle loro attività. Pellegrino Capaldo è stato un banchiere ad alto livello; ed è da sempre un professionista di primo piano (il suo studio di via Parigi 11 a Roma è un punto di riferimento importante non solo nella capitale, ma ovunque); Giovanni Ferrero non è mai uscito dai recinti, pur nobili, dell’Accademia.

Di Capaldo banchiere ho alcuni rilevanti ricordi. Divenuto nel 1987 presidente della Cassa di Risparmio di Roma, portò a conclusione l’acquisto dall’IRI del pacchetto di controllo del Banco di Santo Spirito e del Banco di Roma, di cui divenne presidente. In quella veste mi chiese, a titolo professionale, interventi che riguardavano la banca. Tra i miei più nitidi ricordi è l’acquisizione, previo mio parere di valutazione, di Interbanca. Un’attiva merchant bank, di medie dimensioni (ma all’epoca seconda solo a Mediobanca) situata in corso Venezia 56 a Milano (a 200 metri dallo storico palazzo Bocconi, oggi proprietà dell’Istituto Javotte Bocconi-Amici della Bocconi, l’ente che “regge”, in rappresentanza del fondatore, le sorti dell’Università Bocconi, che ho l’onore di presiedere). Di Interbanca, Capaldo mi pregò di diventare, post-acquisizione, il presidente del collegio sindacale. Carica che tenni a lungo (anche dopo la cessione dalla Banca di Roma a Banca Antonveneta), finché Emilio Zanetti, presidente di Banca Popolare di Bergamo, mi pregò nel 2000 di assumere la carica di presidente del collegio dei sindaci di Centrobanca, istituto concorrente[75].

Sono a lungo rimasto in dubbio se ricordare od omettere il “caso” SGR (Società Gestione del Realizzo), di cui Capaldo credo abbia molto sofferto: venne sottoposto a inchiesta giudiziaria per un piano concepito con intelligenza e assoluta correttezza. Sennonché mi sono ricordato di quanto avevo scritto nel primo volume di questo libro su Giordano Dell’Amore:

Quante volte è accaduto, nel nostro Paese, che i docenti migliori e più rappresentativi di Economia aziendale, una volta o l’altra lungo l’arco della vita, si siano sentiti rimproverare da critici superficiali e malevoli di essere caduti in errore[76]?

Anch’io ho provato in prima persona quanto siano dure queste prove: con la fairness opinion rilasciata alla Finanziaria Centro Nord contenente una stima del 1989 (quattordici anni prima del dissesto di Parmalat), basata su un piano della McKinsey, la massima società di consulenza nel mondo[77].

Forse di tutto ciò non avrei scritto se (forse un segno del destino) proprio oggi 10 dicembre 2010 – mentre mi trovo a Casa de Campo – i giornali italiani non avessero pubblicato la notizia che il processo Parmalat si è concluso in primo grado. Come prevedevo, da quando scrissi Tutt’altro che confidenziale sono passati altri sei anni (allora avevo 78 anni) e sono finalmente liberato da assurdi sospetti, a 84 anni solo perché Dio ha voluto che oggi fossi ancora qui: ma chi poteva prevederlo allora?

Pellegrino Capaldo ha dedicato notevoli energie non solo alla finanza ma anche all’attività politica, partecipando ai lavori delle Commissioni parlamentari e presentando interessanti proposte in materia economico-finanziaria...

È giusto ricordare che Capaldo è anche un “politico”. La sua recente (21 maggio 2010) lectio magistralis «Per un profilo politico-economico dell’impresa sociale: realtà, potenzialità e regolazione normativa» ne è la chiara dimostrazione. Come lo è, del resto, l’intelligente proposta sulla “privatizzazione” di metà del debito pubblico italiano apparsa sul Corriere della Sera del 25 gennaio 2011: una delle molte proposte interessanti apparse su quelle colonne in questo difficile periodo. Non è, ovviamente, un politico di professione, ma partecipa attivamente a diverse attività politiche, operando con convinzione per il bene del Paese. In conclusione Pellegrino Capaldo è un “personaggio” poliedrico, con interessi diffusi in diversi campi, nei quali mette a disposizione, con assoluto disinteresse, la sua straordinaria intelligenza. In ciò è un vero “figlio” del suo Maestro.

1

Tratto dallo scritto di L. Puddu (p. 116) nel libro Ricordando Giovanni Ferrero (a cura di R. Allio, G. Caligaris, Giappichelli Editore, Torino, 2009).

2

Se ben ricordo, gli altri membri erano Carlo Scognamiglio, che due anni dopo divenne presidente del Senato della Repubblica, e Pellegrino Capaldo, l’amico più di tutti vicino a Gianni Ferrero.

3

Si veda Li ho visti così 1, p. 249 (23 luglio 2003: funerale dell’ingegner Cagliari, suicidatosi in carcere; nella stessa mattina suicidio di Raul Gardini). Ma già a fine giugno, una domenica sera, l’avvocato Pizzi, inappuntabile segretario del Consiglio di Montedison, mi aveva telefonato dicendomi che prima dell’assemblea del lunedì successivo il Consiglio doveva riunirsi per modificare il bilancio che alle 10 doveva essere sottoposto all’assemblea ecc. ecc.

4

Si veda Li ho visti così 1, pp. 297 e ss.

5

Eugenio Levi, matematico illustre (dal quale appresi alla Bocconi, da studente, la matematica finanziaria e attuariale) ci lasciò, tra il rimpianto generale, a soli 53 anni.

6

Scrive P. Capaldo (Ricordando Giovanni Ferrero, op. cit., pp. 129 e ss.): «Fu un concorso tormentato che durò alcuni anni. Onida mi raccontava tutte le fasi preliminari, tutti i tentativi di trovare un accordo che tardava a venire, sicché a un certo punto la commissione, su pressione del ministro, dovette riunirsi. Onida poteva far pienamente conto solo su Masini e, dunque, si sentiva una minoranza anche se probabilmente non lo era perché gli altri commissari a cominciare da Giannessi erano disponibili al dialogo. Ma lui era piuttosto rigido perché – convinto delle sue opinioni che aveva maturato attraverso l’attenta lettura delle opere di tutti i candidati – voleva, come si diceva allora, “fare lui la terna” e non riusciva ad accettare che gli altri avessero idee almeno in parte diverse dalle sue. La posizione di Onida era all’incirca questa: Ferrero è nettamente il miglior candidato, su di lui non si discute; adesso cominciamo a discutere sugli altri. Onida riteneva di non dover pagare alcun prezzo per Ferrero: di qui un braccio di ferro che durò alcuni giorni. A parte Gianni su cui effettivamente erano tutti d’accordo, le cose non andavano come Onida riteneva che dovessero andare. Dal canto mio assistevo a intermittenza ai lavori della commissione perché, con l’accordo di tutti, aiutavo Masini a scrivere i verbali con una vecchia macchina manuale che solo io sapevo far funzionare. L’atmosfera era elettrica: si alternavano momenti di calma apparente e momenti di grande tensione. No, non c’erano parolacce, se è questo che volete sapere; ma giudizi taglienti sì e tanti; anzi più erano feroci e più venivano espressi con tono lieve e in modi anche eleganti. Ricordo un anziano membro della commissione che, incrociandomi nelle scale della facoltà mi disse: “Ragazzino senti un po’; mi pare che Onida abbia molta simpatia per te. Perché non provi a fargli capire come stanno le cose? Egli vuole Ferrero e certamente lo avrà, perché Ferrero è molto bravo e lo vogliono tutti. Ma per il resto si deve rendere conto che non può insistere, le scelte non può farle lui. Cerca di farglielo capire”. Naturalmente mi guardai bene dall’impicciarmi e non ne parlai con Onida. Qualche giorno dopo, commentando il concorso, Onida mi disse: “Per dare a Ferrero quello che gli spettava ho dovuto ingoiare due rospi: uno sia pur a fatica l’ho digerito; l’altro credo che non lo digerirò mai. E poi come se non bastasse, hanno preteso che noi dessimo almeno un voto anche agli altri due. Ma io – sia chiaro – non gliel’ho dato; gliel’ho fatto dare da Masini”».

7

G. Ferrero, La valutazione economica del capitale d’impresa, Giuffrè, Milano, 1967.

8

L. Guatri, 50 anni di valutazioni aziendali, Università Bocconi Editore, Milano, 2006.

9

Il commento è tratto, con semplificazioni e aggiustamenti da ivi, pp. 58 e ss.

10

Si veda Li ho visti così 1, pp. 1-32.

11

Non diversamente si presenta il tabù del “costo del prodotto” (che Zappa, contro l’evidenza del mondo operativo nazionale e internazionale, negò sempre). Ferrero, come Onida, non si discostava da questo concetto. In proposito, credo sia doveroso riprendere una citazione di Li ho visti così 1 (p. 23): «A questo punto devo ricordare che I costi di azienda furono letti pagina per pagina da Zappa e con lui discussi. Egli, pur non condividendone alcune conclusioni, non solo li accettò, ma li volle pubblicati nella collana bocconiana (allora diretta da Dell’Amore, suo successore). Credo che questo chiaramente serva a sfatare la leggenda della rigida chiusura della Scuola zappiana; e dimostri quanto la critica, purché sostenuta da validi argomenti, vi fosse pienamente accettata. Il Maestro, lo ricordo con commozione, scrisse nel 1955 ad Aldo Amaduzzi: “Appartengono alla mia Scuola soltanto coloro che, avendo percorso con me i primi passi, sanno procedere oltre i limiti da me raggiunti”».

12

Ricordando Giovanni Ferrero, op. cit., pp. 129 e ss.

13

In occasione della morte, nel 1989, Diego de Castro così lo ricorda nell’articolo «Un leader mitteleuropeo» pubblicato sul giornale Il piccolo di Trieste: «Pierpaolo Luzzatto Fegiz era una personalità – e non un “personaggio” – che aveva acquisito le caratteristiche di leader. Lo sarebbe divenuto in qualunque campo avesse operato perché la sua intelligenza era polivalente e la sua personalità si era formata per diverse cause.

La prima causa va ricercata nella sua origine. Anche se si autodefiniva come “borghese mitteleuropeo” era, in realtà, un rampollo di ricca famiglia borghese italiana di Trieste, che allevava i propri figli con educazione austroungarica, anche se era irredentista e odiava l’impero asburgico. Le generazioni che avevano preceduto la nostra e la nostra stessa avevano assimilato la forma mentis di un Paese che aveva raggiunto un livello di civiltà e di rispetto delle personalità umane, quale mai si era riscontrato, in quel tempo o successivamente, in altri Stati. Il rispetto di ogni essere umano, per umile che fosse, il senso di giustizia e di equità che ci avevano inculcato, l’abitudine di odiare la menzogna persino nel campo delle denunce fiscali, l’obbligo di adeguare la nostra condotta ad alcuni valori fondamentali includevano però anche l’inconveniente di renderci sinceri, onesti e candidi e di credere che gli altri fossero come noi.

Solo tra noi statistici, Pierpaolo Luzzatto Fegiz seppe anche indirizzare il suo sapere scientifico verso la realtà pratica. Nel 1946 fondò la Doxa, il cui successo è a tutti noto, mentre noto non è lo scetticismo che noi, cultori della materia, avevamo nei riguardi del suo tentativo».

14

Ricordando Giovanni Ferrero, op. cit., p. 131.

15

Ivi, p. 134.

16

Ivi, p. 134.

17

Faccio prevalentemente riferimento, nell’esposizione, al contributo che ho dedicato nel Liber Amicorum, a lui dedicato in occasione del settantesimo compleanno.

18

L’espressione è tratta dalla lectio magistralis «Considerate la vostra semenza» tenuta da Tancredi Bianchi il 1° dicembre 2009 all’Università Bocconi: «La semenza è l’Economia di azienda, come fu investigata e professata dalla Scuola dello Zappa e dei suoi epigoni».

19

Anche se l’atto di nascita dell’economia aziendale è spesso considerata la prolusione «Tendenze nuove negli studi di Ragioneria» pronunciata a Cà Foscari per l’inaugurazione dell’anno accademico 1926/27.

20

I concetti sono in parte ripresi dalla recensione sopracitata nella rivista La valutazione delle aziende (1998).

21

Si veda Li ho visti così 2, pp. 205 e ss.

22

Li ho visti così 1, p. 69. Il libro continua (pp. 69-70): «o addirittura di essere aggrediti da magistrati inetti o male informati da “esperti” incapaci (si pensi al caso di Antonio Confalonieri, tra i grandi studiosi di banca, condannato solo perché a tal punto capace ed esperto che “non poteva non sapere”: mentre è oggi dimostrato – ma ahimè troppo tardi! – che proprio non sapeva nulla (…) Queste critiche (che quando si spostano sul piano della giurisdizione mettono a repentaglio l’onore, la libertà e anche la vita delle persone) in molti, in troppi casi non corrisposero affatto al vero!

Perfino il più grande, Gino Zappa, si sentì rimproverare, come lui stesso ricorda, “da un critico allora giovane, aspro e sempre ostile, già mio allievo al Magistero di Venezia, di avere plagiato un’opera di un autore tedesco”. Un’affermazione inaudita e soprattutto “falsa”, come il Maestro ebbe puntualmente a dimostrare (a distanza di molti decenni non se n’era ancora dimenticato!).

Egli così scrisse sulla “critica trascurata”, prendendo spunto da quei fatti nelle ispirate pagine della prefazione a Le produzioni, la sua ultima opera: “Abbiamo tuttavia trascurato i giudizi avventati della critica inetta e di proposito malevola, ‘a garrir pronta, invalida a generare’”».

23

Alcuni passi sul tema, tratti da Li ho visti così 2 (pp. 291 e ss.), meritano di essere riproposti.

«Anche lei fu chiamato in qualche modo in causa per il caso Parmalat allorché gli inquirenti credettero d’intravvedere una connessione fra una sua “opinione valutativa” della Parmalat di 16 anni prima e il dissesto?

Poco tempo prima dell’incontro con Roveraro ero stato chiamato a Parma dalla Guardia di Finanza, che voleva sentirmi come “persona informata sui fatti”: il tema era, appunto, Parmalat Finanziaria; appuntamento alle ore 10. Mi recai a Parma la sera prima, accompagnato dal mio giovane assistente Marco Villani.

(...) In quella sede mi fu solo chiesto (da un – credo – tenente della Guardia di Finanza, al cui fianco era seduto un “consulente tecnico” che mi disse di avere studio a Misano Adriatico nei pressi di Rimini), se nel 1989 avessi redatto per la società Finanziaria Centro Nord una relazione di stima sulla vecchia Parmalat, s’intende riferita all’epoca, cioè a 16 anni prima. Risposi affermativamente e tutto sembrò finire lì.

Ma non fu così. Nella primavera del 2005, del tutto inaspettatamente, mi fu notificato dalla Procura di Parma un avviso di “conclusione delle indagini preliminari” (il cosiddetto 415 bis), in cui mi veniva contestata la partecipazione (a mezzo di quella stessa “opinione valutativa” del 1989) al dissesto di Parmalat Finanziaria. Ma la mia opinione valutativa era, lo voglio ripetere, di 16 anni precedente!

Dopo aver letto la comunicazione, ricordò almeno di che si trattasse?

La circostanza aveva dell’incredibile, a prima vista. Ne informai il collega bocconiano Alberto Alessandri, che mi disse subito che la cosa andava presa sul serio e che avrei fatto bene a ricercare nei miei archivi tutta la documentazione, se ancora esistente (l’obbligo di conservare i documenti, com’è noto, è di 10 anni; qui ne erano passati 16). Fu solo una fortunata circostanza che mi consentì di ritrovare i polverosi faldoni giacenti in uno scantinato (...).

Professore, i giornali pubblicarono naturalmente la notizia del suo strampalato “coinvolgimento” nell’affare Parmalat: quali reazioni registrò in quell’occasione?

Da quando la stampa aveva dato notizia del fatto che il mio nome era comparso in quel “415 bis” della Procura di Parma (un articolo del codice di procedura penale che non avevo mai sentito nominare) molti amici e colleghi mi telefonarono per esprimermi incredulità (talvolta irritazione) e mi invitarono a smentite sui giornali. Ne fui però sconsigliato: per ottenere un risultato positivo, che i fatti avrebbero sicuramente fatto emergere, era preferibile non irritare nessuno, tanto meno a mezzo stampa.

Fu così che, a fine luglio 2005, quando mi recai per la vacanza estiva a Casa de Campo, portai con me i voluminosi “faldoni” ritrovati nello scantinato. E lì, nella mia oficina scrissi un libretto (pubblicato, ma mai diffuso) dal titolo Tutt’altro che confidenziale (...).

Quel libretto riportava in copertina un istogramma a colori, che era da solo più che idoneo a spiegare come la fairness opinion riferita al 30 giugno 1989 (e datata 15 febbraio 1990) non potesse trovare alcun motivo di critica. L’istogramma è formato da cinque rettangoli (paralleli all’asse delle ordinate) la cui altezza esprime un valore (o prezzo) attribuito da fonti diverse nel periodo 1988/93 a Parmalat.

Da esso si desume “a vista” (lo può “leggere” anche un non esperto) che la fairness opinion (datata 15 febbraio 1990) di 733 miliardi di lire era tutt’altro che “compiacente”. Tanto più che, con l’inflazione ancora forte degli anni ottanta, l’offerta Kraft dell’anno prima, resa omogenea, corrispondeva, in lire 1989, a 770 miliardi di lire, cioè era addirittura superiore.

Inoltre, la valutazione di Akros del 1990 (basata su multipli di società comparabili, come sempre fanno le merchant bank) era di 1.000 miliardi di lire; quella di UBS, del 1993, in vista di un finanziamento, era di 1.497 miliardi di lire; il valore implicito di Borsa del luglio 1993 era addirittura di 1.620 miliardi di lire! Dov’era la “compiacenza”? Un assoluto mistero.

(...) “Prosciolto”. Che bello dev’essere stato il risveglio con l’sms, d’una sola parola, di suo figlio Giorgio!

In quella parte finale del luglio 2007 mi trovavo a Casa de Campo per le ferie. Alle 6 del mattino sentii bussare con violenza alla porta della mia camera. Mi alzai e una trafelata Anna Gigante mi mostrò sul telefonino un sms appena pervenuto da mio figlio Giorgio. Era composto da una sola parola: “Prosciolto!” (...).

(...) Le prove più dure dell’esperienza professionale (specialmente se subite ingiustamente) possono essere di sprone a nuove ricerche: esse costituiscono “esperimenti” che non si dimenticano, poiché vissuti “sulla propria pelle” (si ricordi che “l’esperienza professionale è il nostro esperimento”). Non a caso, nell’autunno dello stesso anno 2007 in cui si concluse per me l’esperienza di Parmalat, pubblicai con Egea il libro La qualità delle valutazioni. Una metodologia per riconoscere e misurare l’errore (...)».