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Il mondo di Guatri

2026/8

Gaetano Trapani

Imprenditore napoletano geniale ma stravagante, subì molti attacchi. Renato Vallanzasca gli rapì una figlia per chiedere un riscatto miliardario. Fui un suo strenuo difensore

Come accadde con il professor Salvatore Sassi, partenopeo, lei professor Guatri provò molta simpatia per l’imprenditore napoletano Gaetano Trapani. Lo salvò da un fallimento certo, lo seguì per molti anni cercando di mettere ordine in un impero con molti problemi, affrontò al suo fianco le più disparate situazioni di crisi, finì per diventare un suo sincero amico e ne ricavò ammirazione e affetto davvero “imperituri”. Cominciò la sua solidale battaglia a fianco di Gaetano Trapani con un exploit davvero eccezionale, attuato per salvare da un clamoroso crac la Helene Curtis, società del gruppo che faceva capo all’imprenditore, finita in un eccezionale e pericoloso “disordine amministrativo”.

In quell’occasione adottò una linea che non solo salvò (temporaneamente) la Helene Curtis facendola ammettere all’amministrazione straordinaria ma “fece scuola” permettendo al ministero dell’Industria di modificare i criteri per definire i parametri di ammissione all’amministrazione straordinaria. Come le venne questa idea?

La Helene Curtis Sas era una società del gruppo di Gaetano Trapani (Figura 1), che nella primavera del 1981 venne a trovarsi in difficoltà finanziarie[78]. Poteva essere un caso di amministrazione straordinaria (ex legge 3 aprile 1979 n. 95, detta “Legge Prodi”)[79]?.

Figura 1 Il Gruppo di Gaetano Trapani

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Ero stato nominato commissario straordinario nel 1980 (il secondo in ordine di tempo) e quindi conoscevo bene i problemi della procedura. Fu in quest’occasione che Gaetano Trapani (detto “Nino” alla napoletana) mi chiese di occuparmi del caso della Helene Curtis. Ebbi così occasione di conoscerlo personalmente, ma naturalmente lo conoscevo di fama poiché di lui si era largamente occupata la stampa per il rapimento della figlia Emanuela organizzato da Renato Vallanzasca.

Gaetano Trapani venne nel mio studio professionale di via Massena 12/7 (dove ho lavorato per 44 anni) per chiedermi di occuparmi dei problemi della Helene Curtis, società in accomandita semplice che gestiva un grande stabilimento in via Primaticcio 154 a Milano, dava lavoro a 800 persone, possedeva marchi noti nel campo della cosmetica e dei prodotti tricologici (vendeva ogni anno un milione di confezioni del suo Fixogel).

Le difficoltà, a quanto ricordo, consistevano principalmente in rilevanti debiti bancari, in 8 miliardi di contributi non versati e in una serie di minori debiti. Per fare un esempio: persino Gina Lollobrigida, diva a quei tempi popolarissima, che Trapani con una geniale trovata di marketing aveva nominato presidente della società, non riceveva i suoi emolumenti.

C’era poco da stare allegri: sembrava fosse giunto il momento di “portare i libri in tribunale” e dichiarare fallimento...

Studiai la situazione: per quanto a prima vista incredibile, la Helene Curtis possedeva tutti i parametri previsti ex lege per rientrare nel novero delle “grandi aziende in crisi”, salvo uno: l’indebitamento bancario!

Mi venne un’idea, cui nessuno fino ad allora aveva pensato: includere nelle passività bancarie le tratte allo sconto presso banche. Fino ad allora nessuno ci aveva riflettuto in quanto, all’epoca, le cambiali e le tratte allo sconto bancario non venivano iscritte al passivo del bilancio, bensì nei conti d’ordine (oggi scomparsi), venivano cioè iscritte sia all’attivo sia al passivo, ma al di fuori dello stato patrimoniale vero e proprio.

Mi recai a Roma, al ministero dell’Industria in via Veneto e sottoposi il caso sia al responsabile dell’ufficio (l’ottima dottoressa Marazzi, che da sola si occupava della Legge Prodi) sia al ministro in carica, l’onorevole Altissimo: la mia idea venne accolta (e da allora sempre applicata). In tal modo la Helene Curtis rientrò pienamente nei parametri e poté essere ammessa alla procedura dal Tribunale fallimentare di Milano.

Un notevole successo: come reagì Gaetano Trapani?

Trapani ne fu entusiasta: mi disse subito che mi sarebbe stato sempre grato per tutta la vita (frase che nel tempo mi ripeté più volte); e per ringraziarmene volle, a tutti i costi, che mi recassi una volta a casa sua (la grande ed elegantissima villa in via dei Loredan 1 a Milano: una zona, allora elegantissima, prossima allo stadio Meazza).

Lì conobbi Hilde, la seconda moglie del mio ospite e le figlie, Emanuela e Roberta. La colazione, servita da camerieri in divisa su un tavolo apparecchiato con posate d’oro, offriva un’idea di straordinaria ricchezza.

In un brillante articolo sul Corriere della Sera del 29 gennaio 1977, che ho ritrovato nel mio archivio, Leonardo Vergani illustra con efficace prosa giornalistica com’era quella villa.

Ecco alcuni brani dello scritto del bravissimo Vergani:

Dalla scala semicircolare con il corrimano in velluto rosso potrebbe scendere Fred Astaire, cilindro e bastone. I bagni hanno rubinetti dorati a forma di cigno, i salotti sono carichi di mobilia elaborata, tutto è un po’ stile assiro-milanese con innesti orientali perché Nino Trapani è anche console generale dell’India. Broccati, porta di vetro con ghirigori in ferro battuto.

(...) Si ritorna nell’ingresso ingombro di trofei floreali, di azalee: «Sono più di cento mazzi, questo me l’ha mandato il mio consiglio di fabbrica».

Fuori è calata la nebbia e si attraversa il giardino, meravigliandosi che la piscina sia rettangolare e non a forma di cuore. Emanuela, Vallanzasca ti domandava come vivi? «No, lui lo sapeva che vivo bene in una grande casa. Sapeva tutto. Ma a lui importavano solo i soldi. Non lo odio, ho solo paura».

Diventa ovvio a questo punto del suo racconto, caro professore, citare un detto popolare: «non è tutto oro quel che luce»...

Già, in realtà Trapani “galleggiava” su un mare di debiti. Poco dopo dal ministero dell’Industria mi fu chiesto di indicare una terna di professori di Milano “adeguati” alla funzione di commissario straordinario: da quella terna di nomi fu scelto Stefano Podestà, già mio allievo dell’Università di Parma e alla Bocconi, del quale in seguito rispettai l’assoluta indipendenza, come sul piano etico era mio dovere (ma Trapani, anche se io gliene parlavo sempre bene, per lui non ebbe mai particolare simpatia).

Trapani gestiva le sue imprese industriali con molta disinvoltura e con altrettanto pressappochismo ma – ricco, con moglie e due giovani figlie – diventò un bersaglio ideale per la malavita che, in quegli anni, era molto attiva. Il bandito Renato Vallanzasca, “specializzato” in operazioni di questo genere, approfittò della situazione e rapì la giovane Emanuela chiedendo un riscatto miliardario. Non si seppe mai quanto dovette pagare Nino Trapani per riavere la figliola. Lei, professore, ne sa qualcosa e, comunque, può aver influito sul dissesto Trapani il salasso imposto da Vallanzasca?

È noto che tra i rapimenti di Renato Vallanzasca c’è stato quello della figlia di Nino Trapani, Emanuela (foto a p. 222).

Lo stesso Vallanzasca, collaborando con un giornalista[80], ne ha raccontato tutti i dettagli; meno uno, che ancora non è noto e che il “bandito” non rivela: l’importo del riscatto. Molti giornali hanno fatto congetture (tutte inesatte) su questo non secondario particolare che io, per ragioni professionali, ricordo benissimo.

Fra i miliardi di lire, che furono la prima richiesta, e la cifra pattuita direttamente da Vallanzasca con Nino Trapani, e che è stata effettivamente pagata, c’è una sostanziosa differenza: sempre di miliardi[81].

Ecco come il Vallanzasca-scrittore ricorda le battute conclusive sul riscatto e la sua consegna[82]:

Quella sera, al telefono, si presentò Vallanzasca: «Sono Renato» ma Nino Trapani non si fidava. A quel nome, nelle settimane precedenti, era abituato a collegare una voce diversa: «Non ti credo! Tu chi sei? Io voglio parlare con Renato, quello con cui ho sempre trattato». Finché non si convinse, sentendo che dall’altro capo del filo, accanto al «nuovo Renato», poteva sentire la voce del «vecchio Renato».

Feci la mia richiesta. Definitiva e non trattabile. Nino mi rispose: «A Renà, comportati da uomo quale sei. Non chiedermi l’impossibile. E non dimenticare che se è vero che tu sei in possesso di una merce che per me ha un valore inestimabile, è altrettanto vero che quella è merce che posso comprare solo io...». Il discorso non faceva una grinza, ma rimaneva il fatto che ero io ad avere il coltello dalla parte del manico.

«Non ho intenzione di spremerti come un limone, anche se potrei farlo. Se sei furbo, come credo, dovresti capire che non sto bluffando. A ogni modo, questo è l’ultimo contatto. Quando avrai la somma pattuita, metti questo annuncio sul Corsera...». Gli dettai un breve testo e chiusi la comunicazione.

(...) Una sera, lasciata troppo libera, Emanuela fuggì dalla casa di via Alessi, in cui era prigioniera. «Quando me ne accorsi mi buttai giù dal letto e cominciai a cercare Emanuela in ogni angolo della casa. Fino a quando, sceso al piano di sotto, non vidi la porta di ingresso aperta. Era spalancata. «C..., se n’è andata». Ero imbestialito. Ma con me stesso. Il cervello si mise a girare a mille. Non era ancora l’una di notte. Mi attaccai al telefono e chiamai Rossano Chochis: «Ross, vieni subito! Manù è scappata. Vedo di andarla a riprendere».

Salii in ascensore mezzo nudo con un fagotto di vestiti in mano, le armi nell’altra. Mi infilai in una macchina e presi la strada che portava alla villa dei Trapani. Ero certo che sarebbe stata la prima cosa che avrebbe pensato di fare, anche perché la distanza tra le due abitazioni era maledettamente breve. La villa era immersa nel silenzio. Per quel che si poteva vedere, le luci all’interno erano spente. Sembrava assolutamente tutto tranquillo. Forse ce l’avevo fatta. Doveva aver perso tempo alla ricerca di un taxi. E me lo auguravo anche per lei. Non sarei stato costretto ad andarmela a riprendere a casa.

Rimasi in macchina, a fari spenti e motore acceso, in una stradina da cui riuscivo a controllare l’ingresso della villa. Finché non vidi arrivare un primo taxi che tirò dritto, quindi un secondo. Sgommai e gli fui subito addosso.

Ero furioso. Ma più che con Emanuela, con me stesso. Cominciai a chiederle del tassista. Ero certo che non potesse non aver notato la stranezza di quella ragazzina caricata in piena notte a piedi nudi e con indosso solo una vestaglia. Manù mi disse: «Non ho parlato di niente. Sennonché ero senza soldi e che l’avrei pagato una volta a casa». Ora, piangeva. Non so dire se fosse terrorizzata. So solo che il suo era un pianto sommesso. Diedi un pugno al cruscotto che andò in pezzi, quasi come la mia mano.

(...) Nino Trapani, intanto, aveva messo insieme i soldi del riscatto e pubblicato l’annuncio sul Corriere. Non sapevo neppure io se dire: «finalmente...». Ma arrivato quel giorno, la sera stessa, come d’accordo, chiamai il cavaliere del lavoro, dottor Nino Trapani, nell’abitazione dell’onorevole Bucalossi, ex sindaco di Milano.

A parte le sue lamentele su quali salti mortali avesse dovuto fare per raggranellare – sì, usò proprio il termine “raggranellare” – quell’enorme cifra, era tutto a posto. E questo nonostante il blocco dei beni impostogli dalla magistratura. Come stabilito, il fratellastro di Manù era pronto a partire in qualsiasi momento per il luogo che avremmo indicato. Evidentemente, Nino aveva capito con chi aveva a che fare. Anche perché si limitò a informarsi su come stava Manù, ma non si preoccupò di chiedermi la prova che fosse viva, come invece aveva fatto in precedenza.

(...) Me ne tornai a casa agitato da emozioni opposte e mi buttai sul letto. Tra tanta gente che non valeva una lira, ero andato a portar via figlia e soldi a una famiglia di persone straordinarie.

Tuttavia desidero, pur mantenendo per ragioni di etica professionale il riserbo, affermare in questa occasione che non fu la cifra pagata come riscatto a Vallanzasca quella che determinò la montagna di debiti che portò la Helene Curtis al dissesto finanziario. Fu, se vogliamo, una piccola parte. Trapani aveva, da persona tenace, trattato bene e aveva finito per “stroncare” perfino Vallanzasca, costringendolo a una specie di “resa”, come (a quanto risulta) non accadde negli altri casi.

Dopo il rientro della giovane Emanuela in seno alla famiglia, tornò in primo piano la Helene Curtis: quali risultati furono raggiunti nei primi anni dell’amministrazione straordinaria?

Secondo le norme di legge, l’amministrazione straordinaria della Helene Curtis era andata estendendosi alle società controllate: Valentino Parfums, Germain Monteil, Cristian Jacques, Rometra, Zuccherifici Meridionali.

L’impegno per il commissario, Stefano Podestà, divenne sempre più pesante. Infatti, Podestà, che non era particolarmente noto per la sua pazienza, resistette solo fino al 1986; in quell’anno lasciò l’incarico a un nuovo commissario straordinario, il dottore commercialista milanese Arrigo Schilke (con studio in Milano, via Frua 18).

Ma già Trapani aveva perso la “fiducia” in Podestà, come più volte mi scrisse (precisando tuttavia che continuava a collaborare, in quanto io gliene garantivo il valore e l’assoluta correttezza: non dimentichiamo che, da buon napoletano, era anche un po’ sospettoso)[83].

Tra i miei documenti dell’epoca, ho ritrovato una lettera affettuosa che Trapani mi scrisse di suo pugno il 23 novembre 1984 (ancora in piena epoca Podestà), che forse apriva la stagione dei concordati fallimentari per chiudere la procedura (Riquadro 1).

L’amministrazione straordinaria doveva, a un certo punto, trovare una conclusione (i piani dei commissari non potevano andare avanti all’infinito). Per la verità, con Gualtiero Brugger (altro validissimo bocconiano, allievo di Giorgio Pivato, che fu per me per molti anni un collaboratore prezioso nella professione) avevamo studiato alla Giuseppe Redaelli e figlio modi raffinati per uscirne, con piani convincenti[84]. Ma forse in Helene Curtis le condizioni erano diverse; e forse il professor Podestà intendeva seguire altre vie.

Resta il fatto che la “stagione” per la “battaglia” dei concordati fallimentari si aprì solo nel 1986, col dottor Arrigo Schilke.

Riquadro 1 Lettera del 23 novembre 1984

dr. Nino Trapani

VIA DEI LOREDAN 1

20151 MILANO

TEL. 404.27.41

Venerdì 23 novembre 1984

Carissimo Prof. Guatri,

Animato da sentimenti di profonda gratitudine, mi viene spontaneo il desiderio di indirizzarLe queste poche righe per ringraziarLa dal profondo del cuore per la sensibilità e la ferma decisione con cui ieri sera ha dimostrato di voler rendere giustizia alle mie aspettative, ai tanti bocconi amari mandati giù e alle mie amarezze per lo stato di incertezze perdurato in questi ultimi 3 anni.

All’uscita del suo ufficio è venuto spontaneo commentare con Giorgio Penatti la rapidità e la felice predisposizione a trovare soluzioni ai maggiori ostacoli; si è detto – lì per lì – di essere stati fortunati di averLa trovata in stato di grazia nonostante infastidito da sintomi di malanno di stagione.

Ho riflettuto molto su questo stato di grazia e analizzando con pensiero sereno i fatti, ho finito per concludere che da quanto ho sentito ma soprattutto da quello che non ha detto, ma che ho letto nei suoi occhi e nei pochi secondi di talune sue pause, che lei era animato soprattutto (se non unicamente) dal desiderio di premiare tutte le speranze e le fiduciose attese di chi ha sempre creduto nel suo animo buono e al sentimento di reciproco fraterno sentimento di simpatia e di fiduciosa solidarietà che col tempo – nonostante i contrattempi e i bocconi amari – si è andato rinsaldando la nostra amicizia fondata sulla stima reciproca.

Quindi, grazie di cuore a nome mio e dei miei cari.

Oggi – dopo ieri sera – mi sento animato non da speranze ma dalla stessa fiducia nell’avvenire di quando avevo vent’anni!

Affettuosamente, mi creda

Nino Trapani

 

Lei, professore, non usa giri di parole e parla di battaglie: si preannunciava dunque l’arrivo di un periodo denso di difficoltà e di contestazioni?

Il clima non era dei migliori e le cose non marciavano come avrebbero dovuto e potuto. Al fianco di Gaetano Trapani raccolsi una schiera di legali di alto livello e di specialisti fallimentari, tra i quali l’indimenticabile avvocato Giuseppe Prisco (che fu tra l’altro noto per la vicepresidenza dell’Inter all’epoca di Angelo Moratti e per la presidenza dell’Associazione degli Alpini[85]).

Tra gli specialisti fallimentari chiamai Rosa Montanari, per decenni fedele collaboratrice del grande fallimentarista dottor Cuneo (prematuramente scomparso). Più tardi, davanti al crescere delle difficoltà, dovuto all’opposizione di Schilke, feci intervenire anche il famoso professor Mario Casella, il grandissimo amministrativista romano Giuseppe Guarino e il grande amico e apprezzatissimo legale avvocato Mario Adornato. Uno schieramento formidabile! Ma non bastò.

Lei ha messo in campo in quell’occasione un vero esercito di specialisti: a leggere il testo redatto dal commissario straordinario e inviato al ministero dell’Industria, c’era davvero da temere che, quantomeno, si volessero alterare gli equilibri...

Tra le polverose carte, risalenti a oltre 25 anni fa, ho ritrovato negli archivi del mio studio professionale un parere presentato il 21 luglio 1986 dal commissario straordinario Arrigo Schilke al ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato in ordine alle richieste formulate da Nino Trapani affinché venissero autorizzate le procedure di concordato fallimentare per le società Germain Montel, Christian Jacques, Valentino Parfums, Rometra, Cosmefin (presentate il 20 marzo 1986) e Helene Curtis (presentata il 14 maggio 1986).

Il parere Schilke, pur accurato, è redatto in un linguaggio quasi ottocentesco, assolutamente desueto ai nostri giorni (anche per chi ha avuto come Maestro Gino Zappa, che scriveva in stile ottocentesco ma che era anche nato nel 1879!). Vale la pena di riportarne alcune parti (Riquadro 2).

Riquadro 2 Il parere Schilke

Notazioni di ordine generale

Non pare opportuno affrontare ex professo lo stimolante problema se nell’ambito di una procedura di amministrazione straordinaria, in presenza di un programma che lo preveda, sia compatibile la proposizione da parte del debitore di un concordato.

La dottrina in ordine a tale questione è divisa, ma è a conoscenza del commissario che nella prassi sia già stato realizzato, avendo il ministero autorizzato altri concordati.

Ulteriore problema, di cui non si ritiene doversi far carico, è quello concernente la compatibilità con gli scopi della procedura, introdotta a favore di un gruppo di società, di proposte di concordato solo per alcune e non per tutte le società; è, in effetti, questa la fattispecie che ci occupa, in quanto rimangono fuori dalle previsioni del programma le società Zuccherifici Meridionali SpA, Industria Saccarifera Eraclea SpA, Metalcans SpA. (p. 2)

(...) È principio ovvio, in quanto presente nel nostro ordinamento, quello secondo cui le società proponenti il concordato debbono autorizzare i propri organi amministrativi con deliberazioni all’uopo assunte, sia che si tratti di società di capitali, che di persone.

Tale imprescindibile formalità non è stata assolta, né al commissario sono pervenute richieste di convocare le assemblee sul punto.

Ancora è principio generale che vuole che l’assuntore medesimo esponga con quali modalità intenda adempiere al concordato, illustrando naturalmente le sue disponibilità a garanzie.

Nulla di tutto ciò è stato portato a conoscenza del commissario, che formula il suo meditato parere in base allo stato della conoscenza. (p. 3).

Considerazioni conclusive

Non vi è alcun dubbio che le proposizioni avanzate dal Dott. Trapani sono, in linea di principio e asetticamente considerate, di gran lunga favorevoli e per la sopravvivenza dell’azienda, considerata nel suo complesso (ivi compreso dunque l’effetto occupazionale), e per il ceto creditorio rispetto alla vendita di parte del complesso aziendale e a una liquidazione attuata dalla procedura.

Sennonché le proposizioni appaiono, qual castello di carte, assolutamente sfornite di agganci con la realtà: le garanzie sono di ammontare di gran lunga inferiore a quelle che prevedibilmente dovranno essere prestate, le società assuntrici si presentano particolarmente fragili sotto il profilo patrimoniale, i soli dati di riferimento, già forniti, assolutamente inidonei a perseguire quegli scopi che si propongono.

In altre parole, se le minime condizioni cui si è fatto cenno trovassero concreta realizzazione, l’ipotesi concordataria – ancorché fortemente penalizzante il ceto creditorio chirografario – sarebbe decisamente più auspicabile per una chiusura della procedura. Altrimenti appare una semplice esercitazione.

In conclusione quindi, il parere del commissario sulle proposte di concordato avanzate dal Dott. Trapani è, allo stato, negativo. (p. 25)

 

Stile a parte, sgomenta – fa persino paura – il documento del commissario straordinario. Si ha netta la sensazione che ci sia un giudizio già emesso che, con una piroetta finanziario-contabile, sopravvanza ogni considerazione logica e realistica, butta a mare imprese che hanno comunque risorse, gioca con 800 posti di lavoro...

Sul documento originale del parere Schilke si trovano annotazioni a mano di Trapani che appaiono singolari. Ad esempio: a fianco dell’elenco delle passività della Helene Curtis, confrontando i dati della procedura e quelli contenuti nelle proposte di concordato scrive: «Chi, se non la procedura ha fornito questi dati?».

Significative, tuttavia, tra queste grandezze a confronto le “spese future di procedura”, che le domande di concordato indicano in 100 milioni di lire e la procedura in ben 600 milioni di lire! Qui Trapani voleva certamente affermare che la procedura non poteva continuare... per molti anni.

Il 27 luglio 1986 il ministero dell’Industria (sei giorni dopo il parere di Schilke) accorda l’autorizzazione a presentare le domande di concordato fallimentare, per tutte le società, ma con l’esclusione di Helene Curtis, fissandone il termine al 30 settembre.

Due telex inviati (come era in uso all’epoca) al ministero dell’Industria richiamano alla mia memoria fatti e persone di cui conservo ricordi indelebili (Riquadro 3).

Riquadro 3 I telex inviati al ministero dell’Industria alla cortese attenzione della gent.ma Dott.ssa A. Marazzi

30 settembre, ore 13.18

 

URGENTE

Riferimento autorizzazione codesto ministero in data 29/7/1986 a presentare entro il 30/9 domanda di concordato società Cosmefin, Rometra, Valentino Parfums, Christian Jacques, Germaine Monteil, si segnala che le non avvenute assemblee dei soci (convocate dal commissario straordinario 30 e 31 ottobre) rendono allo stato impresentabili tali domande al Tribunale di Milano. Trattandosi di incombenze non di competenza del richiedente, che si trova in tal modo impossibilitato alla presentazione delle domande, si chiede di voler prorogare il termine suddetto dal 30/9 al 5/11/1986. Ringrazio e porgo i migliori saluti.

Prof. Luigi Guatri, nellinteresse di G. Trapani e Cosmesis

***

URGENTE

In riferimento allautorizzazione accordata da codesto ministero alla presentazione di domande di concordato per le società:

  • Valentino Parfums SpA
  • Germaine Montel Sas
  • Christian Jacques Sas
  • Cosmefin
  • Rometra

il cui termine è stato prorogato al 5 novembre 1986 si fa presente quanto segue.

Da notizie recentemente avute risultano pendenti presso il Tribunale di Milano le seguenti richieste (tardive) di ammissione al passivo di società interessate ai concordati:

  • credito vantato da Helene Curtis contro Germaine Monteil per L.
  • 1.391.875.618
  • credito vantato da Germaine Monteil contro Valentino Parfums per L.
  • 1.067.123.979
  • credito vantato da Helene Curtis contro Christian Jacques per L.
  • 1.056.612.236
  • credito vantato da Germaine Monteil contro Christian Jacques per L.
  • 2.667.228.399
  • credito vantato da Germaine Monteil contro Christian Jacques per L.
  • 243.809.648.

Vari giudici del Tribunale di Milano stanno assumendo decisioni in ordine alle richieste ammissioni.

Fino a che le sentenze non saranno note, non risulta possibile decidere se le proposte di concordato siano da confermare nelle condizioni già proposte o debbano essere modificate per aderire alla diversa realtà che si è creata, più o meno favorevole per le diverse società.

Solo se a tutte le società (compresa Helene Curtis) fosse stata consentita la presentazione di domande di concordato, le variazioni accennate sarebbero state ininfluenti nel loro complesso (salvo una redistribuzione interna dei valori). Ma la esclusione di Helene Curtis rende la nuova situazione anche complessivamente diversa.

Per questi motivi chiediamo a codesto ministero di voler accordare un’ulteriore proroga alla presentazione delle domande, fino a che le sentenze del Tribunale siano note (salvo che il commissario straordinario rinunci alle proposte insinuazioni tardive, o comunque salvo diversi accordi).

In via indicativa, sulla base delle notizie disponibili, chiediamo che il termine sia spostato al 31.12 del corrente anno.

Prof. Luigi Guatri e avv. Giuseppe Prisco nell’interesse di G. Trapani e Cosmesis.

 

Come aveva previsto, e certamente sperato, l’aiuto ricevuto da Rosa Montanari è risultato davvero prezioso nel delicato lavoro di stesura delle domande di concordato fallimentare...

Ancor oggi il ricordo del grande e certosino lavoro eseguito anche per il caso Trapani dalla signora Montanari, mi fa ricordare – per lo stile e il ritmo – quello che distingueva lo studio del commercialista Cuneo. Lo avevamo citato, come lei Ermes ricorderà, per il primo volume de Li ho visti così, trattando del “personaggio” Gerolamo Gianni scrivendo[86]:

(...) vorrei completare il racconto di questa dolorosa vicenda, ricordando come all’epoca lavorava il commercialista Cuneo. Egli partecipava di giorno a riunioni informative, raccoglieva i dati che gli fornivamo, sentiva i nostri consigli, contattava quando ne era il caso il presidente del tribunale fallimentare; a sera inoltrata, dopo le 21, cominciava a stendere un’ampia e documentata istanza per il tribunale per questa o quella società: per le 7 del mattino successivo il documento era pronto e alle 9 ci veniva sottoposto; ed era perfetto. E così per settimane...

Povero, grande amico Cuneo: aveva poco più di cinquant’anni quando apprendemmo che era stato colpito da un infarto e che non c’era più. Milano perse il suo più grande fallimentarista.

Ma so benissimo che – negli anni Settanta – accanto al dottor Cuneo lavorava, con lo stesso ritmo, la sua fidatissima collaboratrice, la ragioniera Rosa Montanari. Mi ricordai di lei e la pregai di collaborare con la “squadra” che sosteneva Nino Trapani per le domande di concordato fallimentare.

Ho ritrovato, sempre nei polverosi faldoni del tempo, una lettera di Rosa Montanari... naturalmente scritta la domenica (il ritmo di lavoro era sempre lo stesso!) dallo studio di Cuneo di corso di Porta Vittoria 12, situato a pochi metri dal Tribunale, con un allegato denso di annotazioni (Riquadro 4).

Da questa serie di annotazioni, si può dedurre che le domande di concordato “stanno in piedi” se riguardano tutte le società, compresa Helene Curtis, in quanto tutti i debiti e crediti reciproci si compensano; ma senza Helene Curtis la compensazione piena non vi è più e dunque l’equilibrio (a meno di pesanti garanzie esterne) viene a mancare.

È in questo contrasto, i cui effetti sono decisivi, che si svolge il gioco tra chi (Trapani) vuole al più presto chiudere le amministrazioni straordinarie e chi non lo vuole; o forse vuole essere più sicuro degli esiti dei concordati, appesantendo le garanzie richieste.

Proprio da queste posizioni inizierà presto una dura e sempre più confusa battaglia, una guerra... senza senso, che genererà una grande confusione, della durata di anni, compreso lo sfacelo (anche materiale) del grande stabilimento di via Primaticcio: 800 dipendenti finirono sul lastrico; e perfino le opere murarie caddero a pezzi.

Riquadro 4 Lettera e note di Rosy Montanari sui concordati del 28 settembre 1986

Egregio Professore,

Le invio le quattro bozze delle proposte di concordato di cui si è discusso sabato.

Esse risentono naturalmente dellestrema ristrettezza del tempo a disposizione che non ha consentito il doveroso controllo dei dati contabili e dello stato delle procedure, nonché una circostanziata e dettagliata motivazione delle proposte.

Allego promemoria sulle carenze più evidenti.

Mi scuso per la scritturazione a mano, ma... è domenica! Con i più cordiali saluti.

Rosy Montanari

Note per il prof. Guatri

  • Le faccio notare che è pendente una tardiva nella procedura Christian Jacques per L. 2.667.228.399 da parte di Helene Curtis; una tardiva nella procedura C. J. per L. 243.809.648 da parte di Germain Monteil; una tardiva nella procedura Valentino per L. 1.067.123.979 da parte di Germain Monteil. Quindi il passivo di Christian Jacques (per quanto conosco) aumenterebbe di L. 2.911 milioni, Valentino (per quanto conosco) aumenterebbe di L. 2.123 milioni
  • Ho indicato il capitale Cosmesis in L. 10 miliardi (senza precisare che è già interamente versato perché so che a oggi ciò non si è ancora verificato)
  • Occorre ottenere dal commissario la rinuncia, come Rometra, al rimborso delle obbligazioni Cosmefin (non dimenticando che il commissario di Cosmefin si identifica nella stessa persona)
  • Si è dato per esigibile il credito verso Helene Curtis (prededucibile). Per quando è previsto il pagamento? Mi sono limitata a dire che è liquido ed esigibile
  • Ho affermato (prego confermare) che Rometra, Cosmefin e Christian Jacques sono da tempo inattive e che non hanno dipendenti
  • Nella proposta Christian Jacques ho indicato Cosmefin come assuntore-garante senza liberazione del debitore principale. Nelle altre, come d’accordo l’ho indicata come garante.

 

Era questo lo scopo della Legge Prodi? Non lo era certamente: se si fosse seguita, fin dall’inizio, la logica dei piani studiati con Brugger nella Redaelli non si sarebbe mai giunti a ciò! In questa battaglia, nonostante tutto, fui sempre al fianco di Gaetano Trapani (e della sua famiglia).

A questo punto non restava altro da fare che un bel ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale, nella speranza di ottenere una corretta interpretazione dei fatti...

Ci rivolgemmo per questo delicato passaggio a uno dei migliori specialisti, Giuseppe Guarino. Lo conoscevo bene poiché in Banca d’Italia ero stato per dieci anni al suo fianco nel collegio dei sindaci (1981/91); era l’epoca di Carlo Azeglio Ciampi governatore. In quel decennio divenimmo amici. Qualche volta, pur assolutamente rispettosi dell’Istituzione, alla quale ci eravamo affezionati, ci scambiavamo battute su alcuni “riti” (che pure hanno un loro significato, sia pure simbolico).

Uno di questi era la votazione del Consiglio Superiore sulle proposte avanzate dal direttorio (governatore, direttore generale, due vicedirettori). Tutte le votazioni erano al 100% per le proposte del direttorio: le pochissime volte in cui si trovava un “no” in luogo di un “sì” (o viceversa), commentavamo tra noi: «Qualcuno ha frainteso la domanda, invertendone il senso». Durante le verifiche semestrali dei conti, presente uno stuolo di dirigenti, ponendo a confronto forme diverse dello stesso stato patrimoniale e conto economico (o similmente chiamati), commentavamo: «Le fotocopie coincidono perfettamente», ecc. ecc.

Allo studio del professor Guarino (in piazza Borghese 3 a Roma, proprio di fronte all’allora facoltà di Economia e Commercio) si rivolgevano tutte le grandi società e gli enti che avevano problemi col TAR: egli era il maggior amministrativista del Foro romano, ma i clienti gli giungevano da tutta l’Italia.

Il ricorso al TAR del Lazio redatto dal professor Guarino è esemplare. Ripercorre tutte le tappe degli errori compiuti:

Se i dati contenuti nelle proposte di concordato fossero stati inesatti, egli doveva correggerli (d’altro lato, da dove venivano, se non dall’amministrazione straordinaria i dati contabili? Trapani non poteva averli inventati: infatti «erano stati puntualmente desunti dai dati di bilancio che lo stesso commissario straordinario aveva fornito» (...).

i sarebbe stata una concreta prospettiva alternativa, in quanto era stata già autorizzata la cessione della società e il commissario avrebbe già proceduto alla stipula del preliminare di vendita in favore di terzi.

(... ) Il ministro dichiara di non autorizzare il concordato in quanto esisteva una concreta ipotesi alternativa in base alla autorizzazione data il 30.4.1985 per la cessione della Helene Curtis e in particolare per il fatto che il commissario aveva già proceduto alla stipula del preliminare di vendita.

La proposta di concordato per l’Helene Curtis era stata formulata dal dottor Trapani in data 14.5.1986. Il ministro aveva autorizzato la cessione della società in data 30.4.1986.

In punto di fatto: è poi inesatto che il commissario fosse già addivenuto alla stipula del preliminare di vendita, in quanto a pagina 11 della relazione si affermava diversamente che la cessione di azienda

«già perfezionata nella trattativa» era stata «temporaneamente sospesa in attesa delle decisioni sulle proposte di concordato presentate».

Il ministro quindi ha equivocato tra il perfezionamento della trattativa e la stipula del preliminare. Non solo il preliminare non era stato sottoscritto, ma non avrebbe potuto essere sottoscritto perché lo stesso commissario aveva riconosciuto l’opportunità di sospendere tale procedura in attesa delle decisioni sul concordato.

Poi l’improvvisa cessione dell’Helene Curtis a Buontempo e Valentino: con quali, drammatiche, conseguenze?

Su la Repubblica del 22 novembre 1986 apparve un articolo puntuale:

Un’altra azienda commissariata in base alla Legge Prodi ha trovato compratori: ieri il commissario del gruppo Helene Curtis, Arrigo Schilke, ha annunciato il perfezionamento, autorizzato dal ministero dell’Industria, della vendita dell’azienda a un gruppo che fa capo agli imprenditori napoletani Eugenio Buontempo e Mario Valentino.

Gli acquirenti hanno assicurato il mantenimento dell’occupazione nell’azienda di cosmesi per 150 dipendenti e la continuazione dell’attività imprenditoriale, avendo già stipulato accordi in tal senso con la società statunitense proprietaria del marchio.

Il gruppo è stato commissariato nell’agosto del 1981. Con l’acquisto della casa di cosmetici, Eugenio Buontempo e Mario Valentino sbarcano a Milano. I due imprenditori napoletani da quasi quattro anni sono legati da un rapporto politico-imprenditoriale. In politica risultano accomunati dalla simpatia verso il Partito socialista. Negli affari li unisce la Siport (Società italiana per i porti turistici), che punta alla costruzione di 20.000 posti barca da realizzare nelle più importanti località turistiche del Mezzogiorno. Li ritroviamo in coppia anche nella Aviolinee del Sole, una società di trasporto aereo.

La coppia Buontempo-Valentino è in realtà una strana coppia. Mario Valentino ha un nome noto nel campo della moda, con una specializzazione nell’abbigliamento in pelle e possiede una rete di negozi sia in Italia che all’estero. Il fatturato annuo della sua società si aggira sugli 80 miliardi di lire.

Se Valentino si limita a professare una “simpatia socialista”, Buontempo va oltre l’attestato. È intimo di Claudio Signorile, leader della sinistra del PSI e ministro dei Trasporti. Negli ultimi tempi ha stretto buoni rapporti anche con Martelli ed è membro dell’assemblea nazionale socialista. Buontempo nasce costruttore edile. In provincia di Napoli sta ultimando la costruzione di 2.000 alloggi nati in seguito al terremoto. A Pozzuoli si è aggiudicato il mercato ittico. Si è aggiudicato anche alcune commesse del piano per le Ferrovie dello Stato.

Punta al trasporto aereo. Punta all’acquisto della Flotta Lauro. Possiede il secondo quotidiano di Napoli e il Quotidiano di Lecce. Con l’acquisto della Helene Curtis e con l’aiuto di Valentino è entrato nel settore cosmetico. Adesso marcia deciso verso Milano, la capitale della finanza e degli affari.

Quali furono i risultati della nuova gestione di Helene Curtis ribattezzata Fox Europe SpA?

Purtroppo mai “cessione” risultò tanto infelice. Infatti a otto anni di distanza, pur avendo ridotto i dipendenti (dagli iniziali 800) a 150, «nel giugno 1994 – scrive il Corriere della Sera – la ex Helene Curtis, divenuta Fox Europe SpA fu dichiarata fallita; e ugualmente fallita fu dichiarata la società proprietaria dello stabilimento [di via Primaticcio, N.d.A.], la Costruzione Immobiliare Srl.

Tutto andò in pezzi; lo stabilimento di via Primaticcio, abbandonato, fu occupato da abusivi: nel 1995 prese addirittura fuoco. Solo nel 1999 il curatore fallimentare poté annunziare – è sempre il Corriere della Sera che lo scrive – che erano iniziati i lavori per il risanamento dell’edificio (che anni dopo fu acquisito dalla società francese L’oreal).

Veramente “brillante” fu, dunque, l’idea di opporsi ai concordati; e di vendere ai due napoletani! La storia della distruzione della Helene Curtis è un esempio concreto di ciò che le amministrazioni straordinarie ex lege Prodi non avrebbero mai dovuto fare. Furono commessi errori incredibili!

Per Nino Trapani le cose andarono sempre peggio, non solo sul piano degli affari (fu arrestato per bancarotta fraudolenta) ma anche per la salute. Come si è conclusa la parabola discendente dell’imprenditore partenopeo ricco, fantasioso, creativo, che aveva “raggranellato” un impero industriale ma che non aveva tempo (o voglia) di gestire i particolari noiosi della quotidianità?

Seguirono gli anni della decadenza. Il 13 giugno 1989, dopo i mancati concordati fallimentari, Nino Trapani fu accusato di bancarotta fraudolenta e venne arrestato. Scrive la Repubblica del 14 giugno 1989:

L’imprenditore, che ha 66 anni, era ancora in pigiama quando alle 10,30 il sottufficiale dei carabinieri ha bussato alla porta della sua grande villa nel quartiere milanese di San Siro per notificargli il mandato di cattura. Trapani era convalescente per un’operazione alla gola subita 20 giorni fa.

Con le carte polverose dei primi anni Novanta ricostruisco con amarezza le ultime traversie di Gaetano Trapani. Infatti i suoi indirizzi passano dalla villa di via dei Loredan 1 (dove emergeva la sua “ricchezza”) al residence Principessa Clotilde (dove vedo indirizzata una lettera dello studio legale Mario Casella del 1991), a Sesto Calende (Va), via Molino 8 (dove è indirizzata una lettera di Salvatore d’Amora, noto fallimentarista milanese pure del 1991).

Dopo la sua morte, le figlie Emanuela e Roberta, in segno di gratitudine hanno continuato a inviarmi gli auguri natalizi.

1

Tra le società del gruppo di Trapani si trova – con un certo stupore per chi non conosce la storia del personaggio – la Rometra SpA, che si occupa di lotterie. Occorre in proposito ricordare, come fece Leonardo Vergani sul Corriere della Sera del 29 gennaio 1977 (sul quale si tornerà più avanti), che: «Il nonno [di Nino Trapani, N.d.A.] fu l’inventore della Tombola Nazionale che da Napoli conquistò l’Italia, il padre gestiva per conto dello Stato la lotteria di Tripoli, lui, sempre per conto dello Stato, gestisce quelle di Agnano, di Merano, di Capodanno e di Monza».

2

Sull’amministrazione straordinaria si veda Li ho visti così 1, pp. 279 e ss.

3

C. Bonini, R. Vallanzasca, Il fiore del male: bandito a Milano, Marco Tropea Editore, Milano, 2009.

4

Di più – questa intrusione è del povero intervistatore – non sono riuscito a farmi dire dal professore, più tenace nel suo riserbo professionale di un frate appena uscito dal confessionale.

5

C. Bonini, R. Vallanzasca, op. cit., pp. 146 e ss.

6

In una lettera (“personale”) del 31 luglio 1984 mi scriveva: «Caro Professore, preoccupato che l’operazione Naggi possa esser fuorviata dal prof. P. (nella cui leale collaborazione mi riesce sempre difficile credere) e quindi non approdi ai risultati desiderati, intendo chiarirle qui il mio pensiero, per avere il conforto della sua opinione e il suo intervento, che io considero determinante per la sua realizzazione».

7

Si veda in Li ho visti così 1 la “figura” di Alberto Redaelli (pp. 279 e ss.). In quell’occasione avevamo studiato una “logica del piano di risanamento” che, applicato puntualmente da Brugger, portò alla fine a soddisfare tutti i creditori e rimborsare agli azionisti oltre 36 milioni di euro.

8

Era uno dei pochissimi ufficiali della Divisione “Julia” distrutta nella “ritirata del Don” durante la guerra in Russia; la stessa ritirata dove cadde prigioniero, a 21 anni, il fratello Letiziano di mia moglie Lina, che morì in un campo di concentramento in Siberia.

9

Li ho visti così 1, p. 277.