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Il mondo di Guatri

2026/8

Alfonso Garagiola

Ha scelto da ragazzo di fare il “medico di famiglia”. C’è riuscito in modo superlativo: studiando, innovando, operando sempre con grande umanità

Da giorni, caro professore, mi parla di Alfonso Garagiola, che è stato per oltre quarant’anni il suo “medico di famiglia”. La morte di sua moglie ha naturalmente risvegliato in Lei molti ricordi legati alle frequentissime visite professionali che egli le faceva, dopo che una disgraziata trasfusione di sangue infetto le aveva pesantemente compromesso la salute. In particolare, ha posto l’accento sulle cure originali e appropriate che il dottor Garagiola ha saputo mettere a punto riuscendo a far superare, in condizioni di salute accettabili, gli 83 anni alla sua Lina.

Non avrei mai pensato, caro Ermes, di parlare di Alfonso Garagiola (foto a p. 223) proprio nei giorni seguenti la perdita di mia moglie Lina.

A Lina egli aveva, con le sue cure attente e intelligenti, protratto la vita di decenni. Quando, per le ripetute trasfusioni (in una primaria clinica milanese!), Lina contrasse l’epatite in forma grave (cosiddetta C1), il dottor Garagiola trovò un rimedio che, almeno all’epoca, muoveva i primi passi: con l’interferone le protrasse la vita per decenni, restituendola gradualmente a una vita “normale”.

Di ciò Lina e io, con tutti i nostri figli, gli serbiamo una riconoscenza imperitura. Garagiola aveva verso di Lei una grande pazienza; passava ore e ore al suo letto per ascoltare attento i suoi racconti, le descrizioni dei malanni (in parte veri, in parte immaginari, forse): la confortava, la convinceva su come curarsi ecc.

Quando nel 1964 ci trasferimmo da via Sismondi 6 a via Massena 18, Lina andò disperatamente alla ricerca di un “medico di famiglia” affidabile. Una cortese amica le suggerì di “provare” col dottor Alfonso Garagiola avvertendo peraltro che era ricercatissimo (e da “vecchia” cliente si diede da fare per convincerlo: ottenne il risultato desiderato e di ciò le saremo sempre grati).

Alfonso Garagiola fu per tutti noi un medico impareggiabile. Anch’io, sempre indaffarato (qualche volta all’eccesso), mi recavo periodicamente nel suo studio di via Sanzio 35, dove mi visitava meticolosamente: quando serviva l’intervento di uno specialista (dal cardiologo al dermatologo, all’urologo, al chirurgo...) mi indirizzava a medici di alta capacità (e nel contempo non esosi: fu anche sempre attento a questo aspetto). Facevo il suo nome: mi ricevevano subito e mi seguivano con grande attenzione.

Alfonso Garagiola è stato il medico di tutta la famiglia: ha conosciuto uno per uno i miei figli e per tutti mi ha dato (e ha dato loro) consigli. Qualche volta mi rimproverava garbatamente di essere, verso taluni di loro, troppo... prodigo. «Sta bene aiutarli, ma non in tali misure: devono capire che occorre impegnarsi... Essere così indulgente è eccessivo...».

A lui confidavo tutti i miei problemi: di me conosceva tutto, nel bene e nel male.

Avete avuto, Lei e il dottor Garagiola, un ormai piuttosto raro privilegio: avere per tutta la vita una sola moglie, sposata giovane e solo per amore. La signora Garagiola Pirocchi è anche un’ottima scrittrice: risponde al vero che Lei ha cercato di ottenere per la casa editrice bocconiana Egea il libro A mio figlio Federico scritto dalla signora?

Con Alfonso Garagiola abbiamo effettivamente avuto in comune una (oggi sempre più rara) condizione: una sola moglie per tutta la vita. Per lui, Marisa Pirocchi, una milanese, ma che visse la giovinezza a Nese, in provincia di Bergamo; per me, Lina Fusa, una veneta di Vicenza. La sola differenza importante è però che Lina mi ha lasciato... morendo prima di me.

Garagiola sposò per amore la sua Marisa. Ricordo quanto fosse felice il giorno in cui presentammo, alla libreria dell’Università Bocconi in via Sarfatti, il libro bellissimo A mio figlio Federico[89]. Era felice per il luogo scelto e per le brevi parole con le quali presentai il libro, che ancor oggi giudico di alto livello artistico e di grande interesse umano. Se lo avessi saputo per tempo, l’avremmo certo pubblicato con Egea, la casa editrice della Bocconi.

Proprio oggi ho letto, caro professore, la lettera che, a sua richiesta, le ha inviato la signora Marisa e ho visto brillare qualche lacrima nei suoi occhi. Cosa l’ha commosso in modo così evidente?

Quella lettera, caro Ermes, è troppo bella per costringerla in una breve risposta. Non a caso mi ha fatto piangere. Non solo è dolcissima, tenera, commovente, ma, da vera scrittrice qual è, Marisa Garagiola Pirocchi ha scritto pagine di altissimo livello. In un certo senso, riprendono il discorso di A mio figlio Federico, che si interrompe con le parole: «Il giorno dopo sono andata a sposarmi» (Riquadri 1 e 2).

Riquadro 1 Da A mio figlio Federico

Ma, si sa, ero la prima figlia e la prima nipote. La nonna lo diceva sempre mi ghe voeuri un gran ben a tut i me neudt, ma a la mia Marisin... e poi si perdeva con lo sguardo in una specie di lontana, inaccessibile beatitudine, che io quando la guardavo mi sentivo anch’io come in una nuvola di madreperla. Lei dichiarava la sua preferenza apertamente, senza il minimo ritegno, quasi come un vanto; tanto, chi la conosceva bene sapeva che il suo cuore era pieno d’amore e del suo amore ce n’era per tutti, senza misure, né grandi né piccole.

Anch’io l’ho amata immensamente e quando sono stata più grande e lei ha cominciato a invecchiare, ho pregato Dio che ce la lasciasse il più a lungo possibile, prima per me, poi per i miei figli e poi per tutti quelli che sarebbero venuti dopo di loro. Sognarmela eterna avrei voluto! Io, i primi anni della mia vita li ho vissuti più a Nese che a Milano perché la mia nonna era felicissima di tenermi, prima me e la mia balia e poi me da sola. (p. 5)

(...) La nonna lo diceva sempre «l’importante è fare il proprio dovere» e io lo facevo, non solo perché lo diceva lei, ma proprio perché me ne ero fatta una mia convinzione personale. Mi sembrava che, per legge naturale, ogni cosa dovesse essere conquistata con uno sforzo e mi pareva anche giusto. Per questo studiavo con impegno, perché quello era il mio dovere. Anche se certi esami non mi interessavano minimamente – organica, farmaceutica I, farmaceutica II, bromatologia... – cose che facevo una fatica a mettermi in testa tutte quelle formule assurde... tutti quei CH3 che andavano da tutte le parti, che volavano via dalla mia testa come moscerini, tutte quelle reazioni stupide e inutili – chissà poi se anche i professori le sapevano? Forse no, infatti poi non te le chiedevano mai, ma tu però dovevi saperle lo stesso. La farmaceutica non era proprio il mio interesse, né primario, né secondario, né terziario... io pensavo a “realizzare la mia personalità”, a leggere, a chiacchierare con le amiche, a imparare tutto quello che potevo e tutto quello che non potevo; volevo mettere le mani e il cervello insieme: la maglia, il ricamo, la sartoria e aggiustare il ferro da stiro – non ci riuscivo quasi mai – e rifare gli abat jour della famiglia. (p. 152)

(...) E dalla finestra socchiusa venivano delle ventate leggere di aria tiepida... era primavera... come un soffio sottile e sfumato che portava il profumo dei tigli di via Benedetto Marcello; un profumo che ti entrava nelle narici e ti invadeva tutta l’anima. Profumo di decotto di tiglio, quello che mi faceva la nonna quando ero piccola. Lo faceva così bene, denso, biondo, scuro, con dentro una cucchiaiata di miele filante. (p. 153)

(...) Il Giorgetto, non era poi quel gran tipo che sembrava e per di più fuori corso tutti e due da un bel po’. Quando lui ha cominciato a venire a casa mia a preparare gli esami, sua madre deve aver pensato che io volessi accalappiarlo (“accalappiare un marito” era ritenuto allora il fine primario di tutte le ragazze per bene) e questo doveva essere poco perché io ero una povera diavola al loro confronto, anche se abitavo in una bella casa... ma poi, quando ha visto che gli esami gli andavano bene e alla fine è anche riuscito a laurearsi, allora mi ha fatto una telefonata storica e mi ha detto «Signorina, Giorgio le deve la laurea». A quel punto lì, forse non le sarebbe neanche spiaciuto tanto che io lo accalappiassi, ma io non ci pensavo proprio.

Anche la mia mamma che ci vedeva sempre insieme per gli esami e all’università, un giorno, forse solo per sondare il terreno, mi ha detto «Magari, quando sposerai il Giorgio...» ma io le ho risposto subito precipitosamente «Ma io non voglio mica sposarlo, veh!». Al momento lei è sembrata delusa, ma poi è tornata serena. Credo che il Giorgetto non piacesse molto neanche a lei. Io sognavo l’amore e aspettavo un uomo di ben altra levatura. (pp. 154-155) (...) Non parliamo poi del mio impatto con l’Università! Istituti sparpagliati per tutta la città: le chimiche da una parte, al capolinea del tram, Farmacologia in centro, in un vecchissimo palazzo pieno di antri oscuri e nel punto più oscuro dell’antro stava piazzato l’unico microscopio a disposizione dei circa quattrocento che eravamo. Quando riuscivi a metterci l’occhio per un secondo, era già tanto. Molti avevano un microscopio a casa loro, si portavano a casa le polveri e le studiavano là. Io non avevo nessun microscopio e le polveri le ho solo potute immaginare. Per fortuna avevo molta fantasia. Prima di orientarti ci mettevi tre mesi e sempre con la paura di quelli che ti volevano fare il papiro, che naturalmente erano anche quelli di sesso maschile. La segreteria era da un’altra parte ancora; quella la conoscevo perché ci ero andata a iscrivermi. (p. 156)

(...) Improvvisamente sono scoppiata a piangere. Non piangevo da quando era morto il papà. Piangevo come se fossi disperata per qualche grande dolore, con i singhiozzi che si accavallavano e mi toglievano il fiato, con le lacrime che non riuscivo a frenare e mi bagnavano le mani e il vestito... io stessa non sapevo perché piangevo e mi disperavo maggiormente perché non mi potevo spiegare. Avrei voluto dire che certamente piangevo di felicità, ma non potevo perché solo il pensiero mi commuoveva ancora di più. Avevo paura che la mamma si preoccupasse, che pensasse male, che fossi pentita, che avrei cambiato idea... volevo dirle che no, che io ero felicissima... e cercavo di calmarmi senza riuscirci. Invece lei, con il suo sublime intuito, aveva capito prima di me perché piangevo. Senza dire niente, si è seduta sulla poltrona, mi ha steso una mano e con l’altra si batteva su una gamba per invitarmi. Io ho lasciato che mi prendesse la mia e mi sono seduta sulle sue ginocchia, sempre piangendo. Lei mi ha circondata con le sue braccia. Lei non diceva niente. Io piangevo sempre. Lei non diceva niente, un po’ mi batteva dolcemente sul dorso e un po’ mi accarezzava. Io ho pianto tutte le mie lacrime, a lungo, a lungo, per tanto tempo, non so più quanto... non avevo parole... ero diventata piccola come quando lei mi cullava... La nonna era di là. Certamente aveva sentito tutto, ma non si era mossa. Il giorno dopo sono andata a sposarmi. (pp. 173-174)

Riquadro 2 «Alfonso dottore» di Marisa Pirocchi Garagiola

In tempo di guerra, quando a causa dello sfollamento abitava a Como in una piccola villa con giardino e pollaio, ed era studente di medicina, non potendo ancora fare nulla per alleviare i mali degli umani – che naturalmente non si fidavano di lui – si sfogava con le galline (della cui fine si doveva incaricare prima che fossero messe in padella) e per non farle soffrire, le anestetizzava con l’etere, così poteva esercitare una funzione che avesse almeno una qualche attinenza con la sua futura professione.

Suo padre che era un farmacista convinto, in un momento in cui la voglia di divertirsi che si ha a diciotto anni stava prevalendo sulla voglia di studiare, aveva minacciato suo figlio esortandolo, se non si fosse impegnato di più, a cambiare facoltà e iscriversi a farmacia, una laurea di meno studio e sicuramente più remunerativa in tempi brevi.

Lui, che aveva sempre detto, fin da ragazzino, che da grande avrebbe fatto “il dottore”, aveva preso questa “lavata di testa” come un’offesa gravissima da parte di suo padre, che sembrava voler distorcere i suoi sogni futuri verso una professione ben diversa da quella che lui aveva in mente. Comunque la “lavata di testa” deve essere stata salutare.

Tornato a Milano, dove abitava con i suoi genitori in piazza Wagner e laureatosi, aveva cominciato subito, con quella frenesia che metteva in ogni cosa che voleva ottenere, a cercare di fare il medico; trovato uno studio in via Lazzaretto, l’aveva preso in affitto per un anno, senza minimamente pensare all’ubicazione dello stesso e sulla porta aveva apposto un cartello:

Dott. ALFONSO GARAGIOLA

Medico chirurgo Orario di ricevimento:

8.30-12.30 14-19.30

Nonostante la generosissima disponibilità, quasi nessuno si presentava in quell’ambulatorio tanto che lui aveva pensato di pregare alcune sue parenti che abitavano in zona di occupare almeno per qualche ora la sala d’attesa altrimenti deserta e quelle, ben felici, vi venivano ogni giorno a sferruzzare e a chiacchierare piacevolmente. Ma clienti niente.

Quella era una zona densa di popolazione già accudita dai moltissimi medici che vi abitavano da anni; lui comunque si è sempre vantato di non essere mai più stato lasciato da quei pochissimi – da contarsi su una mano – che ha continuato per anni a visitare a casa loro anche se per fare questo doveva attraversare tutta la città.

Nel frattempo però era diventato il dottore del cuore delle amiche delle amiche delle amiche della sua mamma, alcune delle quali teneramente e rispettosamente lo chiamavano “el dutur de piasa Wagner“ (con la “gn” pronunciata all’italiana), un appellativo del quale ha sempre sorriso compiaciuto, come di un imprimatur popolare, ma significativo.

L’esperienza negativa di via Lazzaretto aveva insegnato che bisognava rivolgersi a una zona in espansione, anche se meno prestigiosa.

Il prestigio a lui non interessava, gli interessava “fare il dottore”!

E, prima in via delle Viole e poi in via Inganni, ha cominciato a farlo sul serio, quando gli si presentavano patologie di tutti i tipi e di tutte le gravità, comprese quelle che esigevano la sua presenza solo perché avevano litigato marito e moglie e non si sapeva come risolvere il problema.

Quelli sono stati gli anni in cui si è fatto una grande esperienza “sul campo”. Di ogni “caso” che gli si presentava, lui se ne faceva carico totalmente; per risolverlo era disposto a riprendere i libri in mano al fine di riempire le lacune che gli studi universitari non avevano colmato, non senza consultare gli specialisti del caso dei quali affermava di avere approfittato sempre per carpirne “conoscenza” a piene mani.

Allora, quando la gente pensava agli ospedali come a dei lazzaretti dove, entrando, si poteva solo languire senza speranza e quando la gente non aveva soldi sufficienti per pagarsi una clinica privata, lui si prendeva spesso la responsabilità di curare “a casa” malattie gravi come gli infarti, le epatiti o altro, non tanto per eccessivo spirito missionario, ma proprio perché se ne sentiva capace.

Fare il medico di famiglia, quello era il suo orgoglio. Mai avrebbe voluto fare lo specialista, lo riteneva un lavoro troppo routinario per lui, troppo specifico, addirittura noioso... Diceva sempre: curare sempre occhi o nasi o pance o ossa... gli avrebbe impedito di indagare le persone nella loro affascinante complessità, come lui voleva fare.

In quel periodo la Topolino era stata il suo strumento di lavoro per gli spostamenti, sostituita dopo un certo tempo dalla 600 bicolore (!).

Quando io lho conosciuto lui possedeva la 600 bicolore e con quella mi ha accompagnata una sera per presentarmi ai suoi genitori. La sua mamma si era messa in vedetta dietro i vetri della finestra del primo piano della loro casa per vedere in anticipo la futura nuora e quando ha visto scendere dalla 600 bicolore una stangona vergognosamente truccata, coi capelli ossigenati, i tacchi a spillo e un abito assolutamente inadeguato, si è messa le mani nei capelli e disperata ha chiamato in soccorso suo marito, che daltra parte non avrebbe potuto cambiare le cose, dicendogli «O Signur, per Carità... ven chi a vedè, Ovidio... ven chi a vedè...». Per fortuna la 600 bicolore aveva gli stessi colori, ma non era quella di suo figlio.

Noi ci siamo conosciuti durante una gita con amici per andare a fare il bagno sul lago di Garda.

Lui stava su un materassino gonfiabile mentre io e la mia amica F. cercavamo di esibire le nostre abilità natatorie. Dopo un po, visto che lui era sempre là a galleggiare spavaldamente un po più al largo, ho detto alla mia amica «Quello là deve saper nuotare benissimo; forse non si vuole immergere perché non ci vuole umiliare». Invece lui non sapeva nuotare per niente e se il materassino si fosse rovesciato sarebbero stati guai seri.

Dopo tre mesi ci siamo sposati (io gli ho insegnato a nuotare e lui mi ha insegnato a sciare) e siamo andati ad abitare in via Raffaello Sanzio e lì ha trasferito, a piano terra, il suo studio che sarebbe stato quello definitivo.

Io lavoravo alla Ormonoterapia Richter (una consociata della Lepetit) presso la direzione tecnica e lho fatto con molto piacere e soddisfazione fino a quando sono nati i nostri gemelli; a quel punto ho smesso senza rimpianti e ho fatto la mamma a tempo pieno.

Questa nascita straordinaria e assolutamente inattesa aveva suscitato grande sorpresa e compiacimento tra tutti i suoi pazienti che ne venivano a conoscenza, molti dei quali, mi diceva lui ridendo, esprimevano entusiasmo a un punto tale come se lo apprezzassero ancora di più come medico, visto che era stato capace di fare due figli in una volta sola!

Quando è nato Federico, il nostro terzo figlio, la casa di via Sanzio era diventata troppo piccola e ci siamo trasferiti in affitto in via Pallavicino, una strana casa, piena di fascino e di trabocchetti, senza scala di accesso raggiungibile per alcuni anni solo con un vecchio montacarichi (adatta unicamente per una matta come me, anzi per due matti come noi perché, dopo parecchie reticenze iniziali, anche lui lha amata molto) e labbiamo abitata per più di trentanni.

Quella casa ha visto scorrere la nostra vita costellata di tanti eventi, dolci, amari, grandi, piccoli e piccolissimi, ha visto i Natali, le riunioni di famiglia, le feste e i lutti, le torte di compleanno e le malattie, le novantanove candeline per mia suocera della cui longevità suo figlio si vantava sempre giustamente e orgogliosamente... e ha visto me perennemente in atteggiamento di attesa... attesa di lui che non arrivava mai.

Se dopo cena dovevamo uscire con gli amici, lui rientrando in ritardo, afferrava due fette di prosciutto dal piatto di portata, se le mangiava in piedi in fretta e furia e poi, per non perdere altro tempo, la tazzina del caffè che si beveva con me in ascensore, la lasciava su una mensola dell’atrio a piano terra, come un segnale per dimostrare la sua impossibilità a rispettare orari più confacenti, nonostante la buona volontà e senza minimamente preoccuparsi dello stupore o della disapprovazione dei condomini. Evitare un gesto solo perché sarebbe stato contrario al conformismo della gente, quello non lo avrebbe fatto mai. Quello era il suo stile.

Se quella casa, durante tutti quegli anni, è sempre stata animata da una quantità di persone, parenti, amici, conoscenti e pazienti lo si deve al fatto che quella era “la casa del dottore”, dove a lui si riconosceva quel certo carisma che andava anche oltre la sua professionalità ma che proprio a causa della sua professionalità si era meritato.

Nel 1998 abbiamo acquistato l’appartamento di via Rasori.

Alfonso, durante la sua vita, aveva spesso ripetuto di non temere la morte, quasi che questa affermazione dovesse diventare il coronamento della sua vita umana e professionale e lo ha dimostrato quando, dopo avere appreso il responso della risonanza magnetica che lo condannava inesorabilmente, prima di comunicarlo a me e ai miei figli, ha tenuto per sé la notizia per più di una settimana perché non voleva turbare l’atmosfera gioiosa di quei giorni in cui avevamo presso di noi i nostri nipotini.

Da noi ha preteso solo che non ne facessimo una tragedia e non facessimo di lui una vittima. Una cosa che non sopportava era di essere compassionato.

Si è occupato, con il chirurgo e gli specialisti, di organizzare lintervento che avrebbe dovuto subire, volendone conoscere minuziosamente in anticipo tutti i particolari, come se il suo tumore cerebrale non fosse stato il suo ma quello di un altro; in seguito ha accettato di sottoporsi alla radioterapia ma ha rifiutato risolutamente la chemioterapia perché la sua esperienza dettava che sarebbe stata inutile per il suo caso.

Quando è tornato dallospedale, sentendo che la sua lucidità gliene dava ancora modo, ha ripreso a vedere i suoi pazienti e lo ha fatto fino a quando lui stesso ha deciso che era ora di smettere.

E di diventare lui stesso paziente.

Non voglio parlare di mio marito dal punto di vista professionale, ma voglio dire ciò che più di tutto io apprezzavo in lui: la sua continua ricerca per scoprire quel nesso che doveva esistere, diciamo così, tra corpo e anima dei suoi pazienti come se, per curarne il corpo, dovesse prima catturarne lanima.

Per quanto riguarda me, sono effettivamente nata a Milano dove mio padre, che era primo cugino – “cugino povero” – dellallora senatore Antonio Pesenti gestiva la sede milanese della società Italcementi.

Ho però trascorso lunghi periodi della mia infanzia e della mia adolescenza presso i miei nonni materni a Nese – mio nonno vi dirigeva un cotonificio della società Valle Ticino – e, in seguito, lo sfollamento e tutte le mie successive vacanze di ragazza nella villa “la Cardea” (perduta più tardi per dolorose vicende familiari) che era stata acquistata dopo la morte di mio nonno, sempre a Nese.

Inoltre, mio padre era nato in Abruzzo per combinazione, ma era bergamasco per parte di madre.

A Bergamo ho tuttora molti parenti con cui intrattengo festosi e affettuosi rapporti e quando mi reco da loro, nonostante lo stravolgimento avvenuto in tanti anni, mi torna la nostalgia della mia terra bergamasca, del profumo delle sue colline e la cosiddetta gorga del dialetto che ancora si sente nel loro italiano di oggi, mi commuove profondamente.

Per tutto questo, mi va benissimo che mi si chiami una “bergamasca di Nese” anche se sarebbe più appropriato una “milanese di Nese”.

Per quanto riguarda i miei figli, Alberto ha scelto di studiare Medicina con gran gioia di suo padre (che addirittura avrebbe voluto altri “tre dottori” in famiglia). Andrea ha fatto architettura, è sposato e ha due figli maschi. Federico non è sposato e vive tuttora con me.

Quali siano stati i rapporti con il loro papà, mi piacerebbe farlo dire a loro, non sta a me dirlo. Certamente, quando lui si è ammalato, il loro affetto si è materializzato nel dargli cura, attenzione, presenza, delicatezza e tutto quanto si può dare, come meglio non avrebbero potuto; questo sì posso dirlo.

 

Dopo questa lunga e illuminante parentesi della signora Garagiola riprendiamo, caro professore, la nostra intervista. Lei ama sottolineare d’aver vissuto con Alfonso Garagiola, così come con molti coetanei, una “vita parallela”: il suo amico era nato nel luglio del 1926, lei nel settembre del 1927; ambedue avete lavorato per tutta la vita senza sosta e con successo: lui come medico di famiglia, Lei come accademico e professionista “di fama” nel campo dell’economia aziendale. Garagiola ha lavorato fino a 81 anni; lei – che va per gli 85 – si dedica senza sosta a molteplici attività (è noto che ancor oggi trascorre anche alla domenica mattina alcune ore nel suo studio professionale). Infine Garagiola, per conservarsi in forma, ha giocato al tennis fino a oltre 80 anni, Lei gioca ancora a golf.

Ma anche le vite parallele hanno una conclusione. Il dottor Garagiola trascorse un anno terribile quando, fra il luglio 2007 e l’ottobre 2008, fu colpito da una malattia inesorabile che in poco più di un anno lo portò alla morte. E fu una fine consapevole sin nei minimi particolari, molto dolorosa e tuttavia vissuta con la curiosità propria dello studioso e del ricercatore che era stato per tutta la vita.

Il 2007/08 è stato per Alfonso Garagiola l’annus horribilis. Agli inizi di quell’anno, mentre camminava, cadde due volte a terra. Può succedere a tutti ma il figlio Alberto, per il modo in cui era accaduto, ebbe dei dubbi e gli chiese di sottoporsi a esami. Il massimo esperto in materia era il professor orso Bugiani (primario dell’Istituto di Neurologia “Carlo Besta” a Milano), genovese di origine. Al termine della visita fu costretto a emettere la diagnosi peggiore: si trattava di un cancro alla testa. Decise subito per un intervento (che appariva disperato) che, purtroppo, risultò inutile: si trattava di una delle forme peggiori e irrimediabili! La sopravvivenza, di solito, poteva essere di un anno o poco più.

In quel periodo Alfonso mostrò la sua fibra d’acciaio. Non lasciò mai il suo posto di lavoro (il suo studio, i suoi pazienti); continuò a lavorare come se nulla fosse.

Quando, in quel periodo, mi recavo in via Sanzio 35 (dove lo vedevo ancora con la cicatrice nella testa), mi rattristavo profondamente. Ma anch’io stavo al gioco: mi comportavo... come se nulla fosse. Si parlava solo dei miei (modesti) malanni, mai del suo (gravissimo).

Meglio di quanto potrei fare io racconta della dolorosa fine di Alfonso il figlio Alberto, anch’egli medico, che ha diagnosticato per primo il male del padre e che poi ha seguito da vicino l’evolversi della malattia. Le consegno, caro Ermes, degli scritti di Alberto in cui descrive gli ultimi giorni del padre (Riquadro 3) e come egli abbia volontariamente e con tanta passione vissuto l’attività del medico di famiglia (Riquadro 4).

Riquadro 3 «Il male inesorabile del 2007-2008» di Alberto Garagiola

Nel luglio 2007, proprio mentre si festeggiava il suo compleanno con parenti e amici nella casa di Agra, venne colpito da una crisi di debolezza posturale che agli accertamenti successivi si rivelò una malattia a prognosi infausta.

Dopo aver superato l’intervento chirurgico con postumi di lieve menomazione visiva e motoria, volle ancora riprendere a fare alcune visite che portò a termine con fatica ma con lucidità e coerenza. Intorno a novembre/ dicembre 2007 volle effettuare una sorta di passaggio di consegne nei miei confronti rianalizzando insieme alcuni tra i casi che conosceva meglio e che aveva seguito quasi esclusivamente fino a quel periodo. Tra gli altri anche il percorso clinico dei coniugi Guatri.

Nei successivi mesi di malattia, durante il 2008, volle sempre tenersi informato sulle vicende dei suoi pazienti e nonostante il progredire dei suoi disturbi che gli provocavano notevole ottundimento riuscì ad accogliere le notizie con estrema lucidità dimostrando anche di essere sempre focalizzato sui “suoi casi“ di cui ricordava con straordinaria precisione moltissimi elementi.

Per papà l’amore per il suo lavoro era così forte che riuscì a darmi qualche consiglio anche nelle fasi avanzate della malattia per la quale volle essere informato di tutto. Anche nei primi periodi subito dopo essere stato operato e durante le ultime apparizioni che fece allo studio, raccontò sempre a tutti con grande dignità quali erano le sue prospettive, senza scoraggiarsi minimamente.

Riquadro 4 Alfonso Garagiola nei ricordi del figlio Alberto

Ho vaghi ma intensi ricordi delle descrizioni sentite (allora non ero ancora nato) a proposito dei primi ambulatori di Alfonso giovane medico, nelle realtà della medicina di famiglia verso la fine degli anni Cinquanta; a quei tempi ogni sanitario che esercitava la medicina generale, e non aveva incarichi specialistici, doveva occuparsi veramente di un po’ di tutto.

Per inciso: nella formazione professionale post-laurea, Alfonso aveva acquisito anche le specialità in malattie del sangue e ricambio (oggi chiamate ematologia ed endocrinologia) e in malattie dell’apparato digerente (oggi gastroenterologia) che all’epoca si potevano ottenere contemporaneamente. Lo scibile medico di allora era assai limitato in confronto a quello contemporaneo.

Non esistendo a quell’epoca una rete assistenziale per le emergenze (pronto soccorso) e mancando una vera rete ambulatoriale per la specialistica, il medico di famiglia doveva far fronte a ogni problema, basandosi quasi solo sulle sue conoscenze ed era spesso spinto ad affrontare problematiche cliniche o azioni di intervento medico (medicazioni, suture, steccature per fratture non complicate, tamponamenti per emorragie, drenaggi di ascessi) in modo quasi pionieristico.

In certi casi l’agire del medico dipendeva in parte da conoscenze dirette teoriche o acquisite sul campo e in parte da un modo di operare legato alla necessità e urgenza del caso ed era in qualche modo quasi empirico.

Il lavoro di Alfonso cominciò proprio a contatto con realtà difficili, in ambulatori periferici e in quartieri popolari ove il livello di istruzione mediamente basso non facilitava certamente l’iter clinico-diagnostico. All’epoca non vi era una vera e propria cartella clinica e non esisteva ancora il concetto di prevenzione per cui l’attività assistenziale era volta quasi solo a risolvere i problemi emergenti.

Tuttavia ricordo che papà mi raccontava che fin dai primi tempi era solito annotare e tenere un archivio scritto sui trattamenti o eventi positivi del lavoro o anche di contatti collegiali secondo lui validi e istruttivi. Dopo alcuni ambulatori periferici tenuti per poco tempo, il primo ambulatorio che raggiunse un certo avviamento fu quello in via Inganni ove, in pochi anni, egli accumulò un pacchetto numeroso di assistiti che gli avrebbe garantito una posizione lavorativa solida e con prospettive altamente probabili di ulteriore crescita professionale e di fiducia nel rapporto con i pazienti che gli dimostravano sempre maggiore attaccamento.

In quel periodo dei primi anni Sessanta, con la nascita mia e di mio fratello Andrea (gemelli) e quindi del terzo figlio Federico, le responsabilità del sostegno familiare diventavano importanti; tuttavia Alfonso ebbe il coraggio di dare una svolta rischiosa, anche se ben calcolata, alla sua vita professionale. Fece rilevare lo studio da un collega fidato (suo stretto amico da sempre nonché compagno di studi superiori e universitari) e lasciò via Inganni per trasferirsi in via Sanzio 35 e ricominciare “da zero assistiti” (si intende proprio così poiché nella nuova sede non subentrava ad alcun collega).

Poiché spesso la fortuna aiuta gli audaci, Alfonso ebbe il conforto di veder arrivare al suo studio, in relativamente poco tempo, un flusso notevole di pazienti che lo avevano conosciuto durante un periodo di assistenza come medico fiduciario dei dipendenti Pirelli; inoltre fu anche raggiunto da alcuni volonterosi assistiti della zona precedente che, anche se abitavano lontani, erano disposti a sobbarcarsi anche un bel viaggetto pur di ritrovare un medico che era diventato per loro un punto di riferimento.

Bisogna ricordare che il periodo tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta rappresentò, per la medicina generale, un momento di transizione assai rilevante grazie alla formazione delle prime strutture di pronto soccorso, all’organizzazione di divisioni specialistiche ospedaliere sempre più differenziate, alla comparsa del servizio assistenziale della guardia medica per i festivi: eventi tutti che incisero, di riflesso, sul lavoro del medico di famiglia. Ricordo che quando ero piccolo papà era spesso chiamato in piena notte (con il risveglio anche della famiglia) con una frequenza di una, due uscite per settimana, senza possibilità di recupero il giorno seguente. O che, quando si partiva per i week-end, bisognava sempre tornare presto con gran dispiacere di mia mamma, poiché papà poteva essere chiamato a espletare lavoro assistenziale anche nei giorni festivi.

In una zona più centrale e con una popolazione in espansione (numerosi palazzi del quartiere nascevano o erano appena stati costruiti nel quartiere di via Frua), papà cominciò un percorso lavorativo di ulteriore crescita professionale e umana, che grazie a un non comune spirito di iniziativa personale e a un’infaticabile attività documentativa lo portò a estendere sempre di più il gruppo di assistiti e di conoscenze.

Ho molti ricordi di come papà “osava” contattare gli specialisti, direttamente a casa o in ospedale, per avere chiarimenti e stabilire relazioni professionali e collegiali nell’ottica di un’assistenza sempre più aderente ai bisogni dei pazienti o alle problematiche diagnostiche anche difficili e non alla sua portata. Attraverso questo minuzioso lavoro di contatti e di relazioni, spesso recandosi direttamente in ospedale o in clinica, aveva la possibilità di apprendere moltissimo e di farsi accettare per successivi contatti. Altro aspetto che voglio sottolineare era l’enorme esperienza che Alfonso si era costruito grazie alla sua costante e metodologica attenzione alla semeiologia clinica (ossia la parte riguardante l’obiettività e gli aspetti pratici della visita del paziente), un po’ per necessità agli inizi della professione quasi priva degli ausili diagnostici e laboratoristici, ma anche per costanza applicativa mantenuta per lungo corso. Alcune di queste manovre papà le praticò assiduamente e con sempre maggiore sicurezza durante tutta la sua vita professionale durata ben 54 anni (era nato nel 1926 e si era laureato a 26 anni nel 1952 o 1953). Quando ero agli ultimi anni del liceo (fine anni Settanta) rammento che aveva eseguito qualche volta a malati affetti da tumore una manovra, la toracentesi (ossia l’aspirazione di liquido dal cavo pleurico pungendo la parete toracica) che oggi viene fatta solo in ospedale, da personale esperto e con le manovre di asepsi. Ma erano altri tempi! Oggi nessun medico di famiglia mette più un catetere vescicale eppure Alfonso aveva la mano anche in quello!

Un insegnamento molto valido che mi trasmise quando studiavo medicina e vedevo le prime immagini radiologiche fu: «Ricordati che si guarda sempre prima la lastra e poi il referto». Questa forma sistematica di “doppio controllo” dopo quello del radiologo gli fu propizia in almeno due casi che ricordo, per i quali l’indagine era stata interpretata come non patologica dallo specialista radiologo pur avendo invece un quadro sottostante prognosticamente rilevante.

Parallelamente al paziente accumulo di esperienza clinica, papà ebbe modo, attraverso la consultazione diretta ed epistolare con gli specialisti, di accrescere sempre più il patrimonio di conoscenze teoriche (non di rado venendo a conoscere alcuni trattamenti innovativi o alcune tecniche diagnostiche proprio nelle fasi più precoci della loro diffusione e applicazione estensiva). Grazie alla sua scrupolosità e puntigliosità nella raccolta delle indagini anamnestiche esercitò anche come medico fiduciario delle Assicurazioni Generali per un quindicennio, fino agli inizi degli anni Novanta, occupandosi di effettuare le visite per idoneità lavorativa. Nel tempo Alfonso riuscì ad avvicinarsi a diversi e numerosi “grandi specialisti“ con i quali il consulto, effettuato con la presentazione diretta del caso e i quesiti relativi, evitava aspetti dispersivi e inconcludenti. La passione per il suo lavoro lo spinse a frequentare regolarmente incontri di aggiornamento serali anche prima che divenissero obbligatori per legge e pure in vacanza era solito portarsi le “sue pagine” di approfondimento medico.

Alfonso voleva così bene ai suoi pazienti che era sempre disposto a seguirli a domicilio o in ospedale o anche nei posti di vacanza! Quando venne meno l’incarico come medico di famiglia per i raggiunti limiti di età (70 anni), continuò a esercitare infaticabilmente l’attività di medico dicendo che avrebbe lavorato fino a 80 anni e poi avrebbe smesso (ma nessuno gli ha mai creduto). Infatti, anche dopo il mio subentro, arrivava allo studio negli orari più diversi e ritrovando i suoi assistiti di una volta incrociava battute e distribuiva commenti rassicuranti a tutti.

Alfonso aveva sempre goduto di buona salute e raggiunto un’età considerevole senza disturbi importanti, forse aiutato anche da un aspetto costituzionale non comune vista la longevità dei fratelli e di sua madre, che era morta a quasi 100 anni). Fino alla primavera del 2007 giocava ancora a tennis con gli amici, sport che, iniziato molto tardi, aveva praticato con costanza per quarant’anni una o due volte alla settimana e che per lui era un diversivo irrinunciabile nonostante le levatacce per recarsi sul campo alle 7,30!

 

Professor Guatri, mi vuol raccontare come avvenne che Lei e la signora Lina siete diventati un “lascito” quando, alla fine del 2007, il dottor Garagiola trasmise – con precisione scientifica – al figlio Alberto la documentazione clinica che vi riguardava e l’incarico di seguirvi, da allora in avanti, per ogni necessità medica?

Nel dicembre 2007, sentendo ormai prossima la fine (in questo caso: quanto... è duro essere medici e capire esattamente ciò che sta accadendo!), il dottor Garagiola convocò prima me e poi, separatamente, mia moglie nello studio di via Sanzio. Ci sedemmo di fronte a lui e al figlio Alberto. Sul tavolo pose le annotazioni di decenni, che elencavano e spiegavano le nostre magagne storiche.

Le spiegò dettagliatamente, chiedendoci talvolta precisazioni (o fornendone lui stesso): consegnò il tutto ad Alberto, che da quel momento sarebbe divenuto il nostro medico.

A me, separatamente, confidò: «Per Alberto sarà facile continuare con lei; meno facile sarà con sua moglie» (sottointendeva: Ella non troverà più nessuno disposto a passare ore e ore al suo letto per ascoltarla!). L’episodio delle “consegne” è l’emblema della forza, del coraggio, della dedizione alla professione medica: quanti altri l’avrebbero fatto?

La stessa considerazione fu fatta – e me la esternò più volte – dal professor orso Bugiani, il suo medico curante nell’annus horribilis, quando ebbe frequenti incontri con me e con mia moglie (quest’ultima si era presa cura delle sorti del figlio di una sfortunata collaboratrice domestica, colpito da una grave forma epilettica)[90].

Una toccante testimonianza dell’umanità e generosità con la quale il “medico di famiglia” ha sempre operato è stata offerta dal parroco della chiesa di Santa Maria Segreta (nella quale si sono svolte le esequie del dottor Garagiola), quando ha pronunciato l’omelia. Le sue parole, professore, l’hanno colpita in modo particolare: perché?

Alfonso Garagiola mancò venerdì 25 ottobre 2008 nella casa di via Rasori, tra il cordoglio generale.

Il 28 ottobre del 2008 si tennero nella chiesa di Santa Maria Segreta in piazza Tommaseo a Milano le sue esequie. In quell’occasione il parroco officiante pronunciò un’omelia toccante. Prendendo spunto dalla parabola del buon samaritano che «seppe farsi prossimo per soccorrere il viandante ferito», definì Alfonso Garagiola un medico “popolare” del rione, sempre disposto ad aiutare il prossimo in difficoltà e senza mezzi.

Quando gli segnalavo qualche persona in ristrettezze che aveva bisogno di cure – ha testimoniato il parroco – il medico Garagiola non esitava a dirmi: me lo mandi allo studio (oppure: passerò io a vederlo...): s’intende gratuitamente.

Ho cercato più volte di avere il testo dell’omelia (avremmo potuto riprodurla con le altre testimonianze), ma il parroco l’aveva pronunciata “a braccio” e non ne aveva il testo scritto. Tuttavia le sue parole sono nel cuore di tutti i presenti, come la commozione vivissima che suscitò e che è rimasta nei miei più cari ricordi.

1

M. Pirocchi, A mio figlio Federico, Edizione Meridiana, Firenze, 2005.

2

In realtà, la collaboratrice ucraina Katia era stata assunta, da mia figlia Fiorella, come “badante” di mia moglie negli ultimi anni, avvertendola però di non usare mai con la mamma il termine “badante” perché «Le direbbe subito che non ne ha bisogno».