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Il mondo di Guatri

2026/20

Nascere a Trezzo, nel 1927

La provincia, nel bene e nel male

Luigi Guatri nasce nel 1927 a Trezzo sull’Adda, un paesino della bergamasca che, tanti anni dopo, diventerà città e gli conferirà la cittadinanza onoraria. Della nascita a Trezzo Guatri parla volentieri, perché lì sono le radici della sua ampia e articolata famiglia[1].

E per i Guatri del ’900 bisogna risalire al nonno, Giuseppe, che, secondo la testimonianza che ne fa l’amico trezzese Romano Tinelli nei suoi libri[2], faceva il bidello nella scuola di piazza Trivelli, a Trezzo, e durante la Prima guerra mondiale, preoccupato di portare in salvo i suoi ragazzini quando gli aeroplani austriaci andavano a bombardare la centrale elettrica, vicina alla scuola, «passava correndo di classe in classe “gridando sottovoce” per non farsi sentire dal pilota “che se no ci bombardava anche noi” … e diceva: “Ssssst! Giò, giò, scuculis gio sóta al bonch”».

E da Giuseppe, capostipite del ’900, arrivano sette figli tra cui Edmondo, padre di Luigi, che, con la moglie Rosa Cereda[3], ne genererà a sua volta cinque; tra questi, i due figli maschi, Luigi e Beppe, che avranno cinque figli a testa, con un numero progressivamente complicato di nipoti e bisnipoti. Tutti (sempre testimonianza del Tinelli!) «intelligentissimi, valentissimi e appassionati studenti» che si esprimeranno con importanti carriere professionali e imprenditoriali ma anche con “carriere” nel campo religioso: “la Severina” diventerà suora di clausura come Madre Carmela del Gesù Nazareno, per molti anni abbadessa: «Per me, per tutti noi familiari Ella era il vero tramite con Dio. Anche nei momenti meno felici e più dolorosi sapevamo di poter contare sulla sua intermediazione. Nelle crisi di coscienza e nei momenti bui dell’anima, Ella era il sicuro faro luminoso, il più sicuro punto di riferimento». E c’è anche Norberto, nipote “della Rinaldina”, poi vicerettore del seminario di Venegono, che ha scritto volumi sul rito ambrosiano ed è stato, in questo campo, il più ascoltato esperto del cardinal Tettamanzi. È considerato “la gloria della famiglia” tanto che, parlando di lui, i parenti si sussurrano l’un l’altro “Questo qui è un altro Luigi!”».

È una grande famiglia, quella dei Guatri, allargata nei rapporti di parentela e nelle generazioni: manterranno stretti legami per tutta la vita sia tra quelli che rimangono sia con quelli che emigrano, dall’Argentina alla Francia o solo fino a Milano. Ne seguiranno con orgoglio i successi e piangeranno insieme i morti che via via arrivano, per l’età o per incidenti.

Su questo senso del territorio (non in senso politico) sostenuto da una forte cultura della solidarietà e del rispetto reciproco, di matrice cattolica, si costruiranno amicizie destinate a durare tutta la vita: Tancredi Bianchi, “l’amico di sempre”[4], Rino Invernizzi («A 15-16 anni» confessa Guatri «si è sempre rivoluzionari. Io[5] ero il capo riconosciuto, e Rino era sempre con me»)[6], Giuseppe Antonio Banfi[7] («È parte dei caravaggini che rimasero miei amici nel tempo. Mi parlava sempre in bergamasco»).

L’Italia soffre il primo dopoguerra e assiste alla nascita e all’affermazione del regime fascista, con importanti cambiamenti politici, sociali, economici. Mentre a livello internazionale si registrano importanti progressi tecnologici – come l’istituzione del primo servizio telefonico transatlantico tra USA e Gran Bretagna –, il 1927 in Italia vede l’introduzione della Tassa sul celibato (per incentivare il matrimonio e la natalità); la Carta del Lavoro (che definisce i principi fondamentali del corporativismo, del sindacalismo fascista e della politica economica del regime); la nascita dell’EIAR, che con programmi radiofonici sia informativi che di intrattenimento svolge un ruolo non marginale di propaganda del regime; la nascita dell’Opera Nazionale Balilla per «l’assistenza e l’educazione fisica e morale della gioventù» e, soprattutto, le leggi che trasformarono l’ordinamento giuridico italiano in senso fascista.

Il paese è povero, il lavoro è duro e scarseggia, la scuola non è per tutti: il padre di Luigi, Edmondo, è uno dei pochi abitanti di Trezzo ad aver studiato: «Dalla sua intelligenza era stato colpito il prevosto del paese … che aveva fatto in modo che potesse studiare per i cinque anni del ginnasio in una scuola cattolica, il collegio degli Artigianelli di Brescia». Ma, dopo il ginnasio, Edmondo ha dovuto interrompere gli studi: la famiglia aveva bisogno del suo lavoro. Anche se in modo approssimativo, ha appreso una materia del tutto nuova per quegli anni, l’elettrotecnica, che gli consente di essere assunto presso la Centrale di Trezzo sull’Adda, del gruppo Edison: fu, come lavoro, la sua scelta di vita.

Ma la scuola continua a essere per pochi: anni dopo, ricorda Guatri «alla fine della quinta elementare dovetti sostenere a Treviglio (a cinque chilometri di distanza) l’esame di ammissione alla scuola media. Una prova, ai tempi, non agevole, che decideva (a parte il censo che, da solo, tagliava fuori dall’80 al 90 per cento dei licenziati della scuola elementare) della possibilità o meno di continuare gli studi».

Una realtà che viene descritta nel film L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, uno tra gli amici della giovinezza che Guatri stima di più[8].

Il fascismo è intorno e sullo sfondo, ma non intacca il sistema di valori fondanti della comunità trezzese: «La nostra vita a Trezzo è, in quegli anni, quella di una normale e tranquilla famiglia: per noi figli un ambiente ideale nel quale potemmo formarci senza alcun trauma o scossa»[9] ricorda Guatri. E aggiunge: «Papà era molto vicino agli ambienti cattolici e, quindi, anche al Partito Popolare. Solo più tardi si iscrisse al fascismo, quando tutti dovettero aderire, pena la possibilità di lavorare e, più tardi, di iscrivere i figli alle scuole medie pubbliche. In realtà, quando prevalse il fascismo, si estraniò del tutto dalla vita politica. Dobbiamo passare agli anni ’50 perché vi tornasse brevemente, e senza troppa convinzione, a Treviglio, candidandosi in una lista socialdemocratica per le elezioni comunali».

Ma la guerra incombe e Guatri la evoca con asciutta precisione: «Il 10 giugno 1940 scoppiò la guerra. Gli altoparlanti ci avvertirono che stava per parlare Benito Mussolini. Il Duce, tra gli applausi (non di tutti, però) pronunciò il fatidico discorso “un’ora segnata dal destino … batte nel cielo della nostra Patria…”». E commenta: «La guerra ha segnato tutta la mia giovinezza. Per diversi anni non potemmo muoverci da Treviglio. Allora avevo sedici anni, e non ebbi alcun problema. Ma diversi amici, anche di pochi anni maggiori di me, ne ebbero parecchi. Molti partirono per la guerra o si diedero alla macchia come partigiani o si nascosero sotto terra o nei solai: fatto sta che, in un modo o nell’altro, persero la vita». E ancora: «Il 25 luglio 1943 cadde il fascismo. Da un giorno all’altro scomparvero i distintivi che ne contraddistinguevano l’appartenenza. Dalla quasi unanimità dei consensi si giunse quasi a zero, in un sol giorno. Alcuni gerarchi fascisti furono ricercati e picchiati (a Treviglio nessuno fu ucciso, come accadde altrove)».

Il massimo dell’ignominia, come lo definisce Guatri, è il Manifesto della razza, pubblicato dal regima fascista nel 1938, con cui inizia in Italia la discriminazione anti-ebraica che, negli anni della guerra (e con l’impulso dei nazisti di Hitler) porterà alla deportazione nei lager e allo sterminio di milioni di innocenti vittime. Il Manifesto viene presentato ai ragazzi nelle scuole: «Quando riuscimmo a capirne il significato, ne fummo inorriditi: dell’Olocausto non sapemmo però nulla per molti anni, fino alla fine della guerra». Tutto ciò lascia nell’animo di Guatri un segno indelebile, per tutta la vita: «Mi è rimasta impressa una espressione che sintetizza l’ignominia della persecuzione degli ebrei: Wie viel Stücke? (quanti pezzi?) dove il “pezzo” è una persona umana di razza ebraica (uomo o donna, giovane o vecchio, non importa). Tanto che sia uomo o donna non conta nulla, non merita di vivere! Ammassati senza cibo e acqua in vagoni ferroviari, senza servizi sanitari di qualsiasi genere: questi erano i viaggi verso i lager che duravano settimane. Molti già morivano nel viaggio; gli altri erano destinati ai forni crematori. Venivano sfruttati il più possibile per il lavoro ed erano già condannati a morte. L’Olocausto, si è saputo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, è costato sei milioni di morti. Chi ha vissuto quel periodo (1938-1945) sa bene come la stragrande maggioranza degli italiani fosse contraria. Anche se noi non conoscevamo (e chi l’avrebbe potuto supporre?) la dimensione dell’Olocausto»[10].

Così cresce Luigi e, nella tranquilla comunità trevigliese, è già “il Guatri”, come non cessa di ricordare il suo amico Rino Invernizzi, uno dei suoi preziosi “amici per la vita”.

1

Luigi Guatri, I Guatri del Novecento, Milano, Egea, 2011.

2

Luigi Guatri, Nostalgia. Storia di un ragazzo di Trezzo sull’Adda, Milano, Egea, 2016, capitolo 2, pp. 13-14; Luigi Guatri, I miei primi novant’anni, Milano, Egea, 2018, capitolo 4, pp. 61-70.

3

Nostalgia, op. cit., capitolo 2, pp. 21-23.

4

AAVV, Scritti in onore di Luigi Guatri: Atti della presentazione 21 novembre 1988, Aula Magna Bocconi, Milano, Bocconi Comunicazione, 1989, “Intervento del Professor Tancredi Bianchi”, pp. 28-32; Luigi Guatri, Li ho visti così 2, Milano, Egea, 2010, capitolo “Tancredi Bianchi”, pp. 57-84; Nostalgia, op. cit., capitolo 5, pp. 111-127; I miei primi…, op. cit., capitolo 1, pp. 25-29; Luigi Guatri, Amarcord, Milano, Egea, 2017, capitolo “L’antica amicizia con Tancredi Bianchi”, pp. 273-75; Luigi Guatri, Hanno scritto su di me… (con squarci della mia vita in “Bocconi”), capitoli “Tancredi Bianchi” e “Mario Monti”, pp. 59-68.

5

Luigi Guatri, NdR.

6

Nostalgia, op. cit. capitolo 7, pp. 248-53; Luigi Guatri, Vite vissute, Milano, Egea, 2013, capitolo “Rino Invernizzi”, pp. 87-103.

7

Vite vissute, op. cit., capitolo “Giuseppe Antonio Banfi”, pp. 33-46; Nostalgia, op. cit. capitolo 7, pp. 170-77.

8

I miei primi…, op. cit., capitolo 12, pp. 217-24.

 

9

Nostalgia, op. cit., capitolo 2, pp. 21-23; I miei primi…, op. cit., capitolo 3, pp. 43-60; Hanno scritto…, op. cit., Dedica, pp. 1-3.

 

10

I miei primi…, op. cit., capitolo 2, pp. 31-42; Nostalgia, op. cit., capitolo 2, pp. 16-17.