Il mondo di Guatri
2026/20
I principi da difendere
Severità degli studi, correttezza nei concorsi, educazione e formazione
Vi sono temi ricorrenti nella scrittura di Guatri, che esprimono amarezza e senso di impotenza rispetto a un corso di eventi che lui, come altri appassionati difensori del diritto e del merito, hanno tentato di combattere, a cominciare da Gino Zappa per arrivare a Giordano Dell’Amore, Sergio Vaccà e ad altri loro colleghi.
Zappa affronta, fin dall’inizio, il tema della severità negli studi:
Gino Zappa era un docente molto severo. Credeva fermamente nella serietà degli studi e quindi i suoi esami erano durissimi; chi non sapeva non li poteva superare. Implacabile, annotava su un libretto 10/30. Così fu dai suoi esordi bocconiani, negli anni ’20, quando il rettore Sraffa e il dottor Palazzina si resero conto che era sorto uno scoglio, prima del tutto inesistente, che a prima vista apparve eccessivo. Poi tutti capirono (come scrive Marzio Romani) la sua capacità di essere “crivello” dell’Università, che ne teneva alto il livello qualitativo mediante una dura selezione; e nel contempo “glutine” in quanto elemento aggregante di giovani studiosi, forgiati alla dura disciplina della ricerca e dell’insegnamento.
Prosegue Guatri:
Anche noi, suoi giovani collaboratori, fummo permeati dalla convinzione che la serietà degli esami fosse parte essenziale di una missione, vissuta come un dovere fondamentale. Questa impronta derivata dal Maestro, il costume alla severità degli esami, non mi lasciò per tutta la vita. Quando, come conseguenza del ’68, anche in Bocconi, negli anni ’70, si manifestò l’appannamento della severità degli esami, mi trovai presto spiazzato rispetto al modo in cui giudicavano i miei giovani collaboratori del tempo … Il costume che gradualmente si diffuse ovunque di rendere gli esami facili, le votazioni sempre elevate, di non segnare sul libretto le bocciature, non fu mai da me condiviso; a tutto ciò, anche quando ricoprii cariche accademiche, mi opposi finché fu possibile.
A Gino Zappa, che lascia la Bocconi nel 1951, succede, con il consenso generale, Giordano Dell’Amore: nella linea del Maestro, sostiene attivamente i concetti di severità degli studi (e di selezione delle prove d’esame), ma anche di riconoscimento del solo merito nei giudizi di nomina e di carriera dei docenti, battendosi duramente contro le ingiustizie e i favoritismi nei concorsi, specialmente contro le cosiddette “mafie universitarie”.
Molto nota ma poco efficace nei risultati è la relazione di minoranza[170] con cui Dell’Amore, il 9 gennaio 1952, attacca duramente una candidatura, già approvata dalla maggioranza, criticando i contenuti del materiale presentato, caratterizzati da inconcludenza, mancanza di metodo scientifico, di ordine logico e da sconclusionatezza. E conclude la sua relazione auspicando che «sia risparmiata all’università italiana l’umiliazione di annoverare nel proprio seno un titolare così manifestamente immaturo». Guatri riporta che «il Prof. Dell’Amore è pienamente consapevole delle amarezze che gli procurerà questa energica presa di posizione, ma egli è convinto che, prima ancora di riformare la scuola, occorre moralizzare il costume universitario».
Sulla stessa linea era Giovanni Ferrero che, rigoroso nel metodo e nel merito, «si doleva che i posti messi a concorso fossero tanti: ciò agevolava comportamenti non commendevoli e permetteva che persone non meritevoli ottenessero la cattedra»[171]; così lo ricorda Pellegrino Capaldo: «Ricordava con orgoglio quando, a metà degli anni ’60, fu membro della commissione giudicatrice di un concorso per una materia specialistica. Egli era convinto che nessuno dei candidati fosse meritevole e propose di chiudere il concorso senza vincitori. Inizialmente trovò l’ostilità di tutti ma poi, con le sue pacate e profonde argomentazioni, convinse tutti e l’esito fu quello da lui voluto».
Ma questo concorso, passato alla storia come “il concorso che mandò la terna in bianco”, Guatri lo ricorda «molto bene» perché era membro della stessa commissione: «Colui che Ferrero faticò di più a convincere fui proprio io. Mi trovavo, infatti, in una posizione ben più difficile della sua e degli altri: avevo un ottimo candidato, seppure non specialista di quella strana materia (che non aveva alcun “specialista”). Mi convinse, infine, l’idea che si dovesse dare una dimostrazione di severità perché nel nostro paese il lassismo stava sempre più prendendo piede. Ma fu una goccia nel mare: era impossibile combattere contro le trame di quei commissari sempre più proclivi a quei “comportamenti non commendevoli”».
Il passare degli anni non sembra risolvere il problema se il 24 settembre 2016 con un articolo di Sergio Rizzo e, il 2 marzo 2017, con un articolo di Gianna Fragonara, il Corriere della Sera si occuperà con ampiezza di situazioni eclatanti di nepotismi nelle università di Bari e di Roma[172]. Guatri commenta:
Ricordo nitidamente, ma anche con tristezza, le battaglie combattute con Sergio Vaccà su terne di vincitori per i quali fosse data prevalenza al merito. Una battaglia, in questo nostro paese, disperata e forse inutile perché dove prevale il nepotismo, non può prevalere la giustizia. Noi ci occupavamo di concorsi e di elezioni dei commissari solo in prossimità dei concorsi, poi per anni, d’altro (fare ricerche, scrivere...) mentre altri nostri colleghi (specie al Centro-Sud) non si occupavano sostanzialmente d’altro che predisporre alleanze, in vista di reciproci favori: insomma, di sostenere a tutti i costi i loro allievi. Qualche volta, con Sergio Vaccà, provavamo a fare i conti: “Tanti voti a Milano, tanti a Genova, a Venezia, a Torino ecc. Forse possiamo raggiungere la maggioranza”. Invano! chi aveva lavorato per questo obiettivo per anni, alla fine prevaleva e noi andavamo nelle commissioni a condurre battaglie disperate!».
Il problema, perché come tale viene riconosciuto, è ripetutamente affrontato a livello politico, con battaglie in Parlamento su molteplici proposte di riforma universitaria, combattute a livello di emendamenti, che finiscono per lasciare ampie sacche di insoddisfazione.
* * *
Strettamente legato al tema della severità degli studi è quello dell’educazione dei giovani[173] su cui Guatri scrive: «A ogni livello (scuole elementari, medie, licei) l’educazione dei giovani è un problema serio. Come dichiara Platone ne La Repubblica, l’impronta iniziale che una persona riceve dall’educazione segna anche tutta la sua condotta successiva».
Ancorché si tratti di citazioni lontane nel tempo, la malinconia di Guatri nel non riconoscere quei criteri di severità nella formazione dei giovani che sono stati i capisaldi della sua formazione richiama il vivace dibattito odierno (che si potrebbe chiamare direttamente polemica) su cosa, e come, dovrebbero studiare i ragazzi, in tempi di tecnologia sempre più invasiva.
Ma non è nel carattere di Guatri non attivarsi per mettere a disposizione quello che lui ha imparato e sperimentato.
Racconta infatti che, nel periodo di avvio della sua attività professionale nello studio Antonelli, subito coinvolto in cessioni e liquidazioni, dalle Industrie Binda al cotonificio Bellora, nel lavoro era supportato da due giovani e bravissime segretarie, Enrica e Piera. Quest’ultima «…la ricordo molto bene: nei primissimi anni ’60 le dettai, di sabato e domenica, un lungo Trattato di Ragioneria, destinato a diffondere negli istituti tecnici commerciali superiori il pensiero zappiano. Lo stenografò impeccabilmente: allora non esistevano altri mezzi per procedere molto celermente. Credo che nessuno avrebbe saputo farlo meglio!».
Al di là delle bravissime segretarie, e anche della “dettatura al sabato e alla domenica” (cosa forse un po’ difficile da replicare oggi!), il racconto fa emergere l’attenzione, si può dire la passione, di Guatri per l’insegnamento, a cui dedica una riflessione commossa[174]:
L’insegnamento è stato una ricchezza e un’emozione: da un lato, il confronto con stuoli di giovani ansiosi di scoprire il mondo, la volontà di trasmettere loro qualcosa di quello che si è studiato e sperimentato per anni, la curiosità di ascoltare e imparare da loro; e, dall’altro lato, l’emozione, e la fortuna, di scoprire che c’è qualcuno che sa partire da dove tu sei arrivato, che ha la capacità di sviluppare ulteriormente il tuo pensiero, coltivarlo e portarlo avanti.
Amarcord, op. cit., capitolo “Concorsi universitari ‘truccati’”, pp. 140-43.
Nostalgia, op. cit., capitolo 7, p. 215.
Amarcord, op. cit., capitolo “Concorsi universitari ‘truccati’”, pp. 137-43.
Economia aziendale, op. cit., capitolo “La quantificazione dell’economia aziendale”, p. 18.
I miei primi..., op. cit., capitolo 6, p. 115.