Il mondo di Guatri
2026/20
“Una proposta singolare…”
Cambiare vita: da docente a manager
Il rientro di Guatri in Bocconi come professore ordinario coincide con un periodo particolarmente importante dell’università, tra gli anni Sessanta e Settanta[38]:
Si realizzò un cambio generazionale a differenti livelli. Zappa era già uscito da tempo di scena; ma ora era la volta di Palazzina, di Croccolo, di Sapori. Della vecchia guardia rimasero solo Demaria e Dell’Amore (che però era più giovane del grande economista) ed entrarono alcuni giovani cattedratici … Ma, soprattutto, quello fu il momento in cui gli studenti diventarono un soggetto politico; il momento in cui smisero di tacere e cominciarono a farsi sentire … Almeno sino alla fine del rettorato Sapori[39], non accadde quasi niente; ma non v’è dubbio che il clima era profondamente cambiato all’interno dell’Università… Dell’Amore divenne Rettore in un periodo molto tribolato; fu posto alla testa dell’Università nel momento in cui iniziava la contestazione studentesca, costringendo il corpo docente a interrogarsi sul futuro della Bocconi.
Furono così prese decisioni significative: in primo luogo, la chiusura della Facoltà di Lingue, che rispondeva al desiderio di riportare ordine nella vita universitaria, turbata da continue contestazioni e occupazioni e, anche, al bisogno di «concentrare tutte le risorse nella Facoltà di Economia, scelta che poi si dimostrò, nel tempo, molto proficua»[40].
Guatri è appena arrivato da Parma e non ha seguito, se non in modo indiretto, i sommovimenti che si stanno verificando; partecipa però, attivamente, con Dell’Amore, Pivato e Masini, e l’aiuto di Roberto Ruozi e Vittorio Coda, alla formulazione di un piano che prevede la divisione della tradizionale «laurea monolitica in Economia e commercio» in due corsi di laurea, uno in Economia aziendale e uno in Economia politica: «Quella fu l’innovazione fondamentale, di notevole importanza e di grande seguito. E venne assunta da molte altre facoltà di Economia negli anni successivi». Accanto a questa decisione, un’altra viene preparata con coraggio: il ripensamento del Corso serale per dirigenti d’azienda. Nato nel 1954, il Corso ha incontrato notevole successo (anche perché è stato sostenuto dal vigore di Dell’Amore che ha chiamato a raccolta i più noti esperti dei vari settori del management italiano) ma nel corso degli anni Sessanta è diventato gradualmente obsoleto, più per problemi di modalità e di strumenti di insegnamento che non di contenuti: manca una didattica interattiva e partecipativa, così come la discussione dei casi, secondo le regole ormai affermatesi nelle business school anglosassoni[41]. Spiega Guatri: «La presa di coscienza che il modello formativo fino a quel momento adottato risultava inadeguato a soddisfare la domanda di formazione proveniente da aziende e da istituzioni pubbliche e private, indussero il Consiglio Direttivo a sospendere per un anno il corso» (siamo nel 1970) impegnandosi, con il coinvolgimento di Vittorio Coda e Roberto Ruozi, a procedere alla riprogettazione radicale e innovativa dello stesso. Il loro sforzo verrà, di lì a poco, supportato dal contributo di Claudio Demattè, rientrato dagli Stati Uniti, dopo una stimolante esperienza in una business school d’oltreoceano: esperienza che sa (e proprio in questo sta il suo massimo merito) adattare alla realtà italiana. Il gruppo di lavoro viene allargato a docenti specificamente competenti nelle diverse aree (controllo, organizzazione, marketing, strategia, produzione, finanza), per «ampliare l’offerta culturale ad attività volte a consentire lo sviluppo e la diffusione di una cultura direzionale rispondente ai bisogni delle aziende operanti nel paese e … a favorire la formazione dei laureati all’esercizio del management in un contesto ambientale dinamico, che richiede sempre maggiori capacità di gestire situazioni in cambiamento e sviluppo». Iniziative che troveranno un unico coordinamento in seno a una Scuola superiore di Direzione Aziendale - SDA, dotata dell’autonomia e della flessibilità necessarie a operare nel campo della formazione aziendale «ma in una logica di autofinanziamento, che obbligava la nuova scuola a confrontarsi con il mercato, a indirizzare le risorse su iniziative che presentassero possibilità di successo e a compiere massicci investimenti nella formazione del capitale umano»[42].
Nasce così la SDA: Dell’Amore ne è stato il sostenitore, Demattè il massimo realizzatore. Ma ne sarà soprattutto «il trascinatore negli anni successivi, portandola a successi insperati mediante la costruzione di un “modello originale” che non fu una copia delle business school anglosassoni. L’avvio del Master in direzione aziendale, il primo in Italia, fu in realtà una delle iniziative più forti della SDA, anche questa volta con l’appoggio incondizionato di Dell’Amore, che lo sostenne da par suo davanti al Consiglio di amministrazione (nel quale, in quell’anno, anch’io ero entrato come Consigliere delegato)»[43]. È significativo che, per il lancio del Master, Guatri scelga personalmente i docenti più giovani, “aspiranti” alla carriera accademica: tra questi, Enrico Valdani, poi ordinario di Economia e gestione delle imprese, “messo in cattedra” da Guatri che lo ha sempre indicato tra i migliori dei suoi allievi.
Si affronta anche il tema della ricerca «che stava faticosamente mutando da fatto personale dei docenti a processo organizzato e quindi dotato di mezzi propri (fino ad allora nessun docente della Bocconi era mai stato dotato di una lira per scopi di ricerca)». Allo storico Istituto sulle Borse Valori dedicato alla memoria di Lorenzetti, si aggiunge lo IEFE – Istituto di Economia delle Fonti di Energia, fortemente voluto da Dell’Amore che ne affida la direzione a Guatri e, in progressione, molti altri centri di ricerca (si veda il capitolo 5)[44].
Sono tutti segnali del progressivo coinvolgimento di Guatri in processi decisionali che vanno oltre il ruolo del professore ordinario. Due fatti però segnano in modo profondo i primi anni Settanta: il primo è la morte di Roberto Franceschi[45], un evento tragico per tutta l’università che Guatri vive profondamente, con dolore, anche sul piano personale: «È doloroso pensare che la nostra Università, nata per aiutare i giovani a crescere e maturare, possa essere diventata il luogo dove un giovane perde la vita. Fu una ferita profonda per il nostro Ateneo ed è ancora doloroso parlarne».
Su un piano completamente diverso, il secondo fatto traumatico è l’emergere di problemi economici per l’Università: «Un problema che, fino ad allora, era stato sottovalutato. Anche nei documenti ufficiali appare tra le righe, appena accennato. Il fatto è che cominciò a farsi sentire il deterioramento dei ricavi, che da vari anni non si adeguavano all’inflazione, mentre i costi erano cresciuti ben più dell’inflazione. Nel 1974 le difficoltà economiche diventarono rilevanti; nessuno all’esterno lo sapeva e anche io conobbi la situazione solo quando mi fu chiesto di assumere la carica di Consigliere delegato».
Alcuni tentativi per arginare la situazione sono già in corso, e il presidente dell’università Cicogna presenta al Consiglio di facoltà una «soluzione radicale: in primo luogo, l’approvazione di un nuovo prodotto didattico di grande qualità e di sicuro richiamo, che avrebbe rappresentato il mezzo per un rilancio della Bocconi: il corso di laurea in Discipline Economico-Sociali (DES), proposto dal presidente di Facoltà Innocenzo Gasparini, che crede con entusiasmo nelle sue qualità attrattive. È un corso full time, con contenuti e regole proprie, di alto livello che, così come la SDA, è espressione della volontà di nuove sperimentazioni didattiche. SDA e DES si possono considerare due esperienze sinergiche, che rappresentano un momento di crescita per tutta la Bocconi e un punto di riferimento per l’intero sistema universitario italiano». In secondo luogo, una nuova “politica di sponsorizzazioni” con la ricerca di mecenati che dall’esterno soccorrano l’università. Ma sono (come sono sempre) tempi difficili per i mecenati e l’invito è raccolto da Roberto Calvi[46] (allora presidente del Banco Ambrosiano) che si impegna a un’elargizione di cinquecento milioni l’anno (tre volte gli introiti delle tasse studentesche dell’epoca), che rappresentano un contributo decisivo al bilancio della Bocconi. Su questa proposta in Consiglio di Facoltà si alza «solo una esile voce in opposizione, del più giovane e inesperto dei presenti, l’ultimo arrivato»: ovviamente Guatri, il quale più tardi ricorderà che «visto il programma del DES, di alta qualità ma destinato certamente a produrre nuove perdite, la debolezza strutturale della Bocconi non ne avrebbe tratto alcun giovamento e, rimediando solo con una grande contribuzione privata (sia pure concessa senza alcuna condizione) avremmo messo a rischio la nostra indipendenza». Nonostante l’opposizione di Guatri, però, l’apporto di Calvi viene approvato perché «non si poteva fare altro». E il contributo annuale comincia ad arrivare, portando sollievo al bilancio Bocconi. «E questo» precisa Guatri «senza mai chiedere nulla in cambio. Devo riconoscere che Calvi non influenzò in nulla la politica della Bocconi: diede, ma non pretese alcunché». E su Calvi, Guatri chiude subito il discorso: «Su quella esperienza non amo dilungarmi per le terribili vicende personali del banchiere»: rispetto umano, discrezione professionale, eleganza istituzionale[47].
Guatri, nonostante la sua contestazione, viene chiamato da Cicogna che gli chiede di accertare la situazione finanziaria reale della Bocconi affidandogli la presidenza di una Commissione finanziaria e di relazioni pubbliche[48]. Della Commissione fanno parte un rappresentante della Bocconi (De Maddalena), una rappresentanza dell’Associazione industriali (Guido Isolabella e Sergio Pampuro), una rappresentanza della Confederazione generale del commercio (Ferdinando Schiavoni e Giordano Ercolessi) nonché una rappresentanza dell’Associazione Nazionale delle Aziende di Credito (Luigi Chiaraviglio e Mario Veneziani): dunque i rappresentanti del mondo più vicino alla Bocconi per cultura e interessi. Insieme, si impegneranno «a seguire da vicino i problemi finanziari dell’Università, fungere da organo di collegamento con le maggiori imprese che operano nei vari settori economici della vita del paese e proporre le soluzioni più idonee ad assicurare una sufficiente tranquillità economica per gli anni futuri».
Neanche il contributo di Calvi però è sufficiente, e Furio Cicogna, presidente della Bocconi, chiama ancora una volta Guatri: «Mi fece una proposta singolare: entrare nel Consiglio di amministrazione della Bocconi e prendere in mano la situazione», cioè diventare il Consigliere delegato, una carica fino ad allora tradizionalmente ricoperta da un non accademico. «Devo dire» confessa Guatri «che non me l’aspettavo affatto. Rispondere non fu facile: in fondo si trattava, per me, di trasferire parte del non molto tempo di cui disponevo (anche per rilevanti impegni professionali) dall’attività di docente a quella di manager».
Comunque, la richiesta di Cicogna «non è proposta che si possa rifiutare» e Guatri, dopo averci pensato per quarantott’ore, accetta, in nome di quell’amore per la Bocconi che rappresenta la barra direzionale di tutta la sua vita. Nel Consiglio di amministrazione dell’8 novembre 1974 vengono prese decisioni che segneranno il futuro della Bocconi: entrano nel Consiglio, per la prima volta, Giovanni Spadolini, designato dal Ministero della Pubblica Istruzione, Roberto Calvi, Innocenzo Gasparini e lo stesso Guatri (designati dall’Istituto Javotte); vengono nominati vicepresidente Spadolini e Consigliere delegato Luigi Guatri; viene nominato rettore Gianguido Scalfi, fino ad allora prorettore, per l’anno accademico 1974/75, e indicato Innocenzo Gasparini quale rettore per l’anno successivo (1975/76).
E siccome Guatri è sempre Guatri, individua subito e sottolinea due problemi: il primo è togliersi dalla necessità di avvalersi di contributi esterni («Dovevamo liberarcene il più presto possibile per non correre il rischio, con il passare del tempo, di esserne condizionati»). L’altro è l’esigenza di disporre di un piano strategico decennale. Ma su questa proposta, Cicogna non lo segue: «Faccia pure, anche se, in un mondo come quello di oggi, in cui è difficile fare previsioni anche a un solo anno di distanza, non vedo come si possa fare una previsione per il lungo termine». Per Guatri, «non si tratta di fare previsioni bensì programmazione, che è un’altra cosa» e questo rimarrà un punto fermo nella conduzione dei vari ruoli che, dal 1974, dovrà svolgere per la sua Bocconi.
«In realtà» sottolinea Guatri «ciò che mancava era proprio la capacità di immaginare obiettivi precisi e di formalizzare, tradurre le strategie in piani. Le decisioni erano prese sulla base di intuizioni personali. Era necessario invece elaborare dei piani; e studiare dei piani vuol dire coinvolgere le persone, compresi i docenti, farle partecipare alle scelte per il futuro. E siccome chi fa un piano deve poi realizzarlo, deve stare molto attento a ciò che propone. Nacque così l’idea di studiare le strategie per il futuro. Ed è questo l’apporto nella conduzione dell’università del quale mi sento più orgoglioso: forse perché i piani ebbero in genere successo (e di questo il merito va a molte persone)»[49].
La programmazione è un principio a cui Guatri si è allenato da tempo, a cominciare dal PRALT - Organismo permanente di studio della programmazione a lungo termine delle aziende (con particolare riferimento al mercato comune) di cui Guatri diventa il direttore scientifico[50]. La partenza è un’analisi approfondita della letteratura sul Long Range Planning e sulle sue modalità di applicazione nelle aziende, ricerca che porta Guatri in giro per gli Stati Uniti tra università, istituti ed enti di ricerca; il risultato è la convinzione che «la programmazione a lungo termine va vista come un processo di razionalizzazione delle scelte, sia che l’azienda voglia anticipare e reagire ai mutamenti nell’ambiente causati da fattori esterni, sia che voglia identificare e sviluppare quei mutamenti che essa stessa può determinare. In questo senso, la programmazione a lungo termine diventa strategica, che significa porre continuamente in discussione la posizione dell’azienda nei confronti dei mutamenti sempre più rapidi e complessi che si verificano nell’ambiente in cui essa opera».
Al PRALT lavorano, da angolazioni diverse, numerosi docenti della Bocconi (tra cui Adalberto Predetti, Carlo Masini, Roberto Ruozi, Sergio Vaccà) che sviluppano conoscenze avanzate sia sul fronte delle basi macroeconomiche della programmazione a lungo termine, sia sulle tecniche della programmazione a livello microeconomico, sia infine sulle implicazioni e interazioni tra progresso tecnologico e programmazione di lungo periodo. «L’impossibilità di prevedere accuratamente il futuro in un arco di tempo relativamente lungo non costituisce una remora all’attività di pianificazione: ciò che conta è non giungere impreparati alle diverse eventualità che possono verificarsi» conclude Guatri: posizione ben lontana dalle considerazioni di Furio Cicogna!
Nel giro di un anno, viene a mancare Cicogna e Giovanni Spadolini, il 22 gennaio 1976, assume la carica di presidente del Consiglio di amministrazione; in Consiglio, il Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi prende la parola per rivolgere a Spadolini espressioni «non solo di rallegramento ma soprattutto di ringraziamento per la prova di coraggio, sensibilità e dedizione dimostrata nell’accettare la presidenza dell’ateneo. Indubbiamente la Bocconi si trova in un momento storico difficile per una serie di ragioni e circostanze ad essa estranee ma sono certo che il nuovo presidente designato sarà all’altezza dei suoi compiti e saprà tenere alti i valori dell’economia privata, in cui i maggiori esponenti della Bocconi hanno sempre creduto e che purtroppo, negli ultimi anni, si sono indeboliti»[51]. Diventa rettore Gianguido Scalfi[52], fine giurista e uomo «tutto d’un pezzo», poco portato a mediazioni e compromessi, che soffre i momenti pesanti della contestazione studentesca e lascia, dopo poco più di un anno, il posto a Innocenzo Gasparini, «il grande mediatore». Si completa così la squadra che traghetta la Bocconi da azienda sostanzialmente di tipo familiare a impresa, oltre che università: «Lo diventa per necessità» sottolinea Guatri: «Il bilancio non regge più: bisogna quindi cambiare i criteri, e anche per questo, probabilmente, la mia idea di una gestione più di tipo manageriale che familiare, che coinvolga più persone, ha successo. È stata la necessità a farla passare». E Romani commenta: «Spadolini, con il suo carattere forte, Gasparini con la sua grande capacità di mediazione, rappresentano, con Guatri, la squadra vincente». Commenta Guatri: «Gasparini riuscì a controllare la contestazione, e questo fu senza dubbio il suo apporto fondamentale. Io di quelle vicende non mi sono mai occupato, se le sbrigava interamente Gasparini, e anche Spadolini aveva grande fiducia in questa sua capacità»[53]:
Con Spadolini ebbi dall’inizio un rapporto molto franco: gli illustrai la difficile situazione in cui versava l’università e gli prospettai una ipotesi di piano a medio termine (che avevo discusso, con incontri riservati in casa mia, con alcuni più giovani colleghi, tra i quali ricordo Roberto Ruozi, Vittorio Coda, Claudio Demattè). La linea strategica che proposi fu quella di ripristinare, con un graduale ma sensibile aumento dei contributi richiesti agli studenti (e con il supporto di un’adeguata comunicazione, di un miglioramento di tutti i nostri «prodotti culturali», dell’introduzione del «numero chiuso» di iscrizione, ecc.) l’equilibrio del bilancio e di conservare per il momento i contributi dei privati, ma rendendoli in quattro o cinque anni «non più necessari». Spadolini accettò con entusiasmo il progetto: non vedeva l’ora che potessimo «contare solo su noi stessi» … Spadolini fu attento al bilancio dell’Università fin quando (poco prima della misteriosa scomparsa di Roberto Calvi) gli annunciai che quei «contributi» non erano più necessari: da quel momento al bilancio non si sarebbe mai più accennato!
In effetti, il primo bilancio di cui si occupa Guatri (anno accademico 1973/74) chiude con una perdita di 99,9 milioni (nonostante il contributo di 500 milioni versato da Calvi); in compenso, cominciano a crescere lentamente le tasse studentesche, ogni anno verificate e concordate con gli studenti grazie al paziente e straordinario lavoro del rettore Gasparini, coadiuvato da Salvatore Grillo, direttore dell’ISU nonché direttore del Pensionato Bocconi, interlocutore unico e insostituibile per le migliaia di studenti che ha visto transitare nei suoi cinquant’anni di Bocconi. Con il bilancio dell’anno accademico 1977/78 per la prima volta si arriva al pareggio, che viene confermato nel 1979/80, sempre senza contare il contributo di Calvi. In realtà, confessa Guatri, «si trattava di un equilibrio solo formale, perché si accumulavano riserve latenti», riserve che lui saprà far fruttare con una gestione accurata e innovativa, applicando le sue competenze professionali: è quella che lui chiama «gestione dinamica della liquidità»[54].
Guatri ammette sinteticamente che «si è trattato di un processo lungo e faticoso. Per me, che avevo altri pesanti impegni di docenza e professionali, svolgere la funzione di Consigliere delegato non era facile». A questo si aggiunge la considerazione che «come era in uso a quei tempi, la remunerazione era solo simbolica: 10.000 lire l’anno, all’incirca il compenso di un giorno di lavoro professionale. Ma per noi (la regola valeva anche per il rettore) non era questione di soldi: lo sentivamo come un dovere».
Ancora una volta, emerge la sua straordinaria capacità di «semplificazione» dei problemi (di qualunque tipo essi siano) gestiti e portati a soluzione con lucidità, velocità e dedizione: ogni problema affrontato come un’incombenza normalissima che non può non essere risolta. E per chi lavora accanto a lui, ricorda uno dei suoi allievi, «basta stargli vicino e lavorare nella sua scia, guardando e seguendo le sue indicazioni: e tutto magicamente si snoda, si risolve».
Il documento finale presentato da Guatri al Comitato esecutivo viene accolto con soddisfazione, portando alla costituzione di un piccolo gruppo di studio con il compito di predisporre una «articolata proposta globale». La proposta verrà approvata dal Consiglio di amministrazione il 28 marzo 1977 e costituirà la matrice di tutte le riforme attuate nel quinquennio successivo.
Di questo successo, e del tacito sollievo per essersi liberato della figura di Calvi, Spadolini parla orgogliosamente ancora anni dopo, nel suo intervento all’inaugurazione dell’anno accademico 1993/94, come di un «risultato conseguito grazie alla graduazione delle tasse e ai sacrifici che la Bocconi ha saputo imporre con equità per restare una università libera, sottratta a tutti i condizionamenti e a tutte le pericolose sponsorizzazioni». E questo, per usare le parole di Libero Lenti «le ha consentito di trasformarsi da una specie di salotto della borghesia milanese in un crogiolo dove si fondono e si mescolano giovani di ogni provenienza sociale»[55].
Enrico Valdani, uno degli allievi a lui più vicini, commenterà: «Guatri è il professore che, all’inizio degli anni ’70, ha avuto il coraggio di chiedere, per la prima volta in Italia, alle famiglie, di essere disposte a investire per l’apprendimento di qualità dei propri figli. Con tale decisione ha salvato la Bocconi»[56].
Secondo il principio più volte teorizzato da Guatri, «se hai qualcosa di urgente da fare, dallo a chi è già carico di lavoro: per liberarsene, lo risolverà rapidamente», nel 1981, tra un incarico professionale, gli impegni di Consigliere delegato e la docenza, arriva anche la nomina a direttore dell’Istituto di Economia delle Aziende Industriali e Commerciali[57], incarico che Giorgio Pivato abbandona per raggiunti limiti di età oltre che per motivi di salute. Nel periodo della sua direzione, Guatri annota con compiacimento di aver «portato in cattedra ben dodici allievi»[58] (si veda il capitolo 6).
Tra le iniziative di cui si sente orgoglioso, c’è anche l’aver creato una collaborazione sistematica dell’Istituto, a partire dal 21 aprile 1992, con Il Giornale di Indro Montanelli. L’Istituto era una delle più importanti istituzioni bocconiane, e in quel periodo annoverava centrotrenta tra docenti e ricercatori e ben sei centri di ricerca[59]. L’inizio della collaborazione è descritto da Guatri con precisione: «L’oggetto principale della nostra collaborazione riguarderà l’anticipazione, in forme sintetiche e in versione adatta a un pubblico anche non specialista, degli studi che stanno per essere presentati nei libri, nelle riviste, nei working papers, nelle relazioni e convegni ecc. In generale, gli strumenti che usiamo per la diffusione alla comunità scientifica ed ai manager dell’elaborazione dottrinale e delle analisi empiriche in atto nell’Istituto». A sua volta, Montanelli annuncia con orgoglio ai suoi lettori la collaborazione con la Bocconi perché la considera «un partner ideale»[60]:
PER CAPIRNE DI Più, di Indro Montanelli
Di economia, devo confessarlo, non mi intendo granché. Alla riunione quotidiana con i miei giornalisti, il punto più basso di comprensione si raggiunge quando parla il collega delle pagine economiche. Tassi che vanno su e giù, banche che “ritoccano il prime rate”, aziende che lanciano Opa e si uniscono in misteriose “joint venture”. Gli altri caporedattori e il sottoscritto ascoltiamo in religioso silenzio. Non capiamo e ci affidiamo, fideisticamente, alla professionalità dei nostri inviati nel mondo degli affari. Credo che molti lettori siano nella mia identica situazione. Beninteso, non è che ci sfuggano i grandi movimenti dell’economia. Anzi, più passano gli anni, più è migliorata la divulgazione in questo campo. E all’economia dedichiamo molto spazio nelle nostre pagine. Ma spesso è uno spazio riservato a quella parte di lettori, per fortuna numerosa, che fa l’imprenditore o il professionista. E che con l’economia ha a che fare tutti i giorni. Perciò dobbiamo fare di più, avvicinare più persone al mondo dell’economia perché è attraverso la comprensione dei fatti economici che ciascuno di noi può migliorare la propria vita, capire dove sta andando il Paese e anticipare le decisioni importanti; acquistare una casa, o investire in una certa azienda, o scegliere una strada professionale piuttosto che un’altra. Per andare un po’ al di là della pura cronaca finanziaria daremo dunque ai lettori un quadro sulle nuove teorie economiche. Perciò abbiamo chiesto la collaborazione dell’Università Bocconi di Milano che da questo mese fornirà il suo contributo di esperienza nella divulgazione economica. Devo dire che la Bocconi è in questa iniziativa un “partner” ideale. Come noi è “laica”. Come noi ama l’efficienza. E come noi crede nell’imprenditore e nell’iniziativa privata. Il “sistema paese” di cui tanto si parla, spesso a sproposito, si fa anche così, offrendo le colonne di un giornale a docenti che si battono per aumentare la cultura economica della gente. L’esperimento è avviato: cari lettori, buone lezioni.
Ma si avvicinano per Guatri i tempi per un’altra «proposta singolare»: alla fine del mandato rettorale di Innocenzo Gasparini, durato per ben nove anni, Spadolini avrebbe dovuto sentire i professori ordinari e i membri del Consiglio di amministrazione in ordine alla scelta del nuovo rettore. «In realtà» racconta Guatri «consultò solo se stesso e, chiamatomi d’urgenza, mi chiese se mi sentivo di “fare il Rettore” a condizione di tenere anche il posto di Consigliere delegato. Gli chiesi una settimana di tempo per riflettere. Mi accordò 24 ore. Anche se per me fu una scelta delicata e difficile, alla fine gli diedi una risposta positiva». Spadolini evidentemente conosceva bene la capacità di Guatri di adattare il tempo in modo funzionale agli impegni crescenti, metodo che Guatri aveva ammirato, divertito, in Dell’Amore, parlando della sua «rigidità prussiana nell’organizzazione della giornata»[61].
Così, il 24 novembre 1984, il Consiglio di amministrazione nomina Guatri rettore dell’Università Bocconi per l’anno accademico 1985/86.
«La funzione rettorale» ricorda Guatri «è sempre stata una funzione collegiale. Per me la collegialità si limitò alla nomina di due prorettori, Roberto Ruozi e Sergio Vaccà. Cominciammo con una riunione settimanale, sempre al mattino. Un po’ alla volta mi resi conto della scarsa o nulla utilità, perciò gli incontri si diradarono». E Guatri si concentra sulla cosa che più gli sta a cuore: «un piano di rafforzamento delle basi culturali, pedagogiche e amministrative dell’Università, al fine di rendere un servizio sempre più qualificato alla comunità nazionale. Una condotta, un’etica che, nelle nostre intenzioni e nelle nostre speranze, non dovrebbe conoscere involuzioni ma essere consolidata e affinata». È il messaggio che Guatri affida alle sue Relazioni all’Inaugurazione degli anni accademici, sia la prima del 1985/86 sia quelle degli anni successivi, e che sarà il leitmotiv del suo rettorato. Sottolineando i sempre più elevati livelli di efficienza operativa dell’Università, non risparmia una raccomandazione, che rivela ancora una volta la sua sensibilità al contesto sociale, culturale e istituzionale in cui l’università si muove e a una visione di concorrenza positiva, basata (se così si può dire) sulla collaborazione[62]:
Il conseguimento di sempre più elevati livelli di efficienza operativa, se da un lato può indurci a non celare la nostra soddisfazione, per altro verso non deve suscitare in noi ingiustificati, e inevitabilmente paralizzanti, sentimenti di orgoglio. Non dobbiamo invece sottacere il fatto che i positivi commenti dei risultati da noi raggiunti nascono per lo più da una giustapposizione: la nostra immagine è solitamente posta a confronto con quella offerta da istituzioni analoghe inserite nelle strutture pubbliche. Ed è appena il caso di rammentare quanto codeste istituzioni abbiano a soffrire per la mancanza di mezzi e a causa dei rigidi vincoli formali e delle restrizioni burocratiche, donde le mortificanti condizioni in cui sono obbligate a operare.
La Relazione è per Guatri (come avviene tradizionalmente) l’occasione per fare il punto su risultati e programmi, e questi si sintetizzano in poche parole: il “Piano Bocconi 2000”, che lo stesso Guatri definisce «il primo tentativo completo di programmazione a lungo termine di una università italiana. La programmazione però» ammonisce Guatri «non ha senso se, contemporaneamente, non è, in primo luogo, verifica dell’aderenza dei programmi ai fini dell’ente a cui sono stati assegnati e, contemporaneamente, coinvolgimento nei programmi di coloro che sono chiamati a realizzarli affinché siano partecipi e consapevoli dei comuni sforzi».
Una prima ipotesi di piano Guatri l’aveva già formulata negli anni Settanta, con l’aiuto di Roberto Ruozi e Vittorio Coda, coinvolgendo Demattè per la parte SDA. Ora il compito era facilitato dal fatto che lui stesso ricopriva anche la carica di rettore; coinvolge ancora Vittorio Coda e Roberto Ruozi, che «con la sua eccezionale capacità decisionale e la sua franchezza, ha dato un contributo importante alla felice conclusione della vicenda. Ma non solo. Ha anche studiato e avviato – dando concreta dimostrazione di quella capacità di fare piani strategici, quindi di lungo periodo – la riforma universitaria, addirittura prima che essa prendesse corpo a livello ministeriale»[63].
In quanto rettore, crea il Gruppo per il coordinamento e la programmazione coinvolgendo le varie anime della Bocconi: facoltà, SDA, dipartimenti, istituti e centri di ricerca, studenti. Tra i direttori di istituto, anche Mario Monti, in quel periodo a capo dell’Istituto di Economia (al quale sarebbe poi toccato il compito di rendere operativo il Piano). Dice Guatri: «Non era possibile separare la mia funzione di Consigliere delegato (che ho mantenuto per 25 anni) da quella di rettore, poiché le due cose si sono sovrapposte. Quello che posso dire è che, mettendo insieme le due cariche, ebbi la possibilità di operare più speditamente, ad esempio sulla pianificazione del futuro. In quei cinque anni, dopo aver imparato un poco il mestiere di rettore, riuscii a completare quel progetto a lungo termine che la Bocconi oggi sta realizzando. Ora che il progetto volge ad esaurimento, è il momento di fare un altro piano che interessi il prossimo decennio»[64].
Il Piano diventa “Piano Bocconi 2000” e investe tutti gli aspetti dell’Università: la didattica, con l’offerta al pubblico di nuovi prodotti culturali di sicuro livello qualitativo nell’ambito delle discipline economiche; la ricerca, che deve potersi svolgere in assoluta libertà sia a livello individuale che in forma collettiva organizzata; lo sviluppo di spazi e infrastrutture adeguate al crescere della domanda. Nucleo centrale del Piano è l’attenzione allo sviluppo dei rapporti internazionali, che, anche grazie al lavoro del mio “ministro degli esteri” Carlo Secchi, porta alla definizione di tre specifici accordi: con la UADE di Buenos Aires, il LIMI di Leningrado e la Hitotsubashi University di Tokyo[65].
La UADE è un’università privata specializzata nella formazione di dirigenti di impresa: fondata nel 1962 su iniziativa della Camera de sociedades anonimas, con seimila studenti, ottomila laureati e un istituto di ricerca economica, è alla ricerca di partnership internazionali che l’aiutino ad ampliare la sua visione culturale. César Marzagalli, ex industriale e manager di origini piemontesi, presidente e poi rettore per oltre un decennio, stipula, il 14 settembre 1988, un accordo con l’università Bocconi, finalizzato «non solo a un interscambio di docenti e studenti, ma anche all’approfondimento della ricerca nell’ambito dell’organizzazione di impresa e all’orientamento della politica economica». Agli impegni indicati nell’accordo si aggiungono poi numerosi viaggi, di Guatri e di suoi collaboratori, «per portare segni di collaborazione e amicizia della Bocconi, per tenervi seminari, per presentare miei libri in spagnolo e perfino per ricevere onorificenze!». Ma, precisa Guatri, «Marzagalli non volle mai che facessimo tra Bocconi e UADE un contratto “tipo Pietroburgo” (come all’epoca di Gorbaciov): disse con chiarezza che avrebbe desiderato ogni nostro aiuto, ma che “intendeva pagare il giusto prezzo”, e così fece»[66].
«Con il LIMI di Leningrado avevo sottoscritto, il 20 luglio 1989, come Rettore e Consigliere delegato, un accordo con Stanislav P. Merkuriev, rettore dell’Università di Leningrado, con obiettivi di ricerca e di organizzazione di corsi di management e di contabilità (in URSS, dopo 70 anni, era stata dimenticata anche la partita doppia!). Spadolini mi aveva chiesto di definire positivamente quella trattativa, anche quando gli avevo detto “guarda che la bozza di contratto che i russi ci hanno sottoposto consiste, negli aspetti economici, in questa curiosa combinazione: tutti i costi sono nostri e tutti i ricavi sono loro”. “Ma dobbiamo pur aiutare Gorbaciov” fu la sua risposta! Nell’anno seguente Gorbaciov, in visita in Italia, volle incontrarsi con l’intero corpo accademico bocconiano, riunito in toga, al Castello Sforzesco per ringraziare della nostra collaborazione. Spadolini era raggiante!»[67]. Ricorda ancora Guatri: «Quando, nel 2010, sono tornato a Leningrado (ormai San Pietroburgo) ho cercato invano il LIMI. Ho potuto osservare de visu, peraltro, che in sua vece esistevano business school assai bene organizzate, quasi che 70 anni di storia del comunismo non fossero mai esistiti. In effetti, nelle visite guidate si parlava solo di zar».
Sempre nel 1989, la visita in Giappone promossa in collaborazione con il Ministero degli Esteri giapponesi, mirata al «consolidamento e all’ampliamento dei rapporti già esistenti con il mondo culturale, istituzionale e imprenditoriale del Paese asiatico. La visita di spicco, nell’ambito di un fitto calendario di lavori, è quella al rettore dell’Università Hitotsubashi, con la firma di un accordo di scambio di docenti e studenti».
A latere, scelta innovativa per il sistema universitario italiano, due particolari iniziative: la creazione di Bocconi Comunicazione[68], per tradurre missione e strategie della Bocconi in messaggi verso i suoi pubblici interni ed esterni; e, sull’esempio delle maggiori università americane, la casa editrice Egea[69], in joint venture con Giuffrè, per dare voce alle ricerche e ai contenuti scientifici prodotti in Bocconi come contributo allo sviluppo della società[70]. Di questa iniziativa Guatri è particolarmente orgoglioso e la cita spesso come esempio di innovazione e di felice risultato (tanto è vero che pubblicherà tutti i suoi libri proprio con Egea)[71].
Guatri considera il periodo del rettorato «forse il maggior contributo da me offerto alla Bocconi» e, considerando chiuso il suo mandato nel 1989, sceglie di tornare ai suoi studi e alla docenza, pur mantenendo la carica di Consigliere delegato. Tra i molti saluti di commiato e gli elogi sui suoi cinque anni di rettorato – una situazione totalmente anomala perché mai, né in Bocconi né nel sistema universitario italiano, si era vista una confluenza di ruoli e responsabilità così innovativa e così riuscita nei contenuti e nei risultati – è significativo il messaggio di Giorgio Pivato, grande amico di Guatri ma, prima ancora, uno dei suoi grandi Maestri[72]:
La posizione di un Rettore dell’Università è molto delicata, esposta come è all’occhialuto giudizio del Consiglio di amministrazione, dei colleghi, degli studenti, dei terzi esterni. Non sono certo il primo ad ammirare la dedizione e l’efficienza della tua gestione rettorale. Ad essa hanno corrisposto non solo un forte tasso di crescita del nostro ateneo, ma anche vigorosi impulsi ai rapporti con il mondo esterno, italiano e internazionale: e ciò con vantaggio per le conoscenze delle relative realtà fenomeniche. Voglio sottolineare il fatto che, dopo i precedenti timidi approcci di contatti con altri paesi, svoltisi a partire da dieci anni or sono, nel quadriennio del tuo rettorato hai delineato un efficace programma di internazionalizzazione della Bocconi … Così come non possono essere dimenticati i progetti allo studio di nuovi corsi di laurea, fra i quali i prossimi previsti per manager pubblici. Si potrà così sperare che la gestione degli enti pubblici venga ispirata ai più efficienti e aggiornati criteri che reggono con successo la conduzione delle aziende private. Tenuto conto di tutto, noi ti siamo riconoscenti per i preziosi contributi che hai generosamente profuso come persona, come docente ed autore di scritti di gran pregio, e come reggitore della nostra Bocconi.
Ma per Guatri è motivo di commozione il saluto che gli rivolge il presidente Spadolini[73]:
Desidero salutare un amico, e mi riferisco al rettore Luigi Guatri, che si accinge a congedarsi. Una persona che, con responsabilità, si è impegnata in un processo di crescita, di ammodernamento e di adeguamento della nostra università ad una società che cambiava profondamente e che richiedeva strumenti di confronto e di libertà. Egli è stato fedele agli ideali sui quali si fonda la nostra libera università e ne ha difeso l’autonomia, ne ha incoraggiato il perfezionamento in tutte quelle fasi che costituiscono il nucleo essenziale nella formazione di giovani capaci di affrontare la vita professionale in una società sempre più complessa. Per questo sono certo di interpretare il sentimento di tutti voi nell’augurargli nuovi successi per quella causa che ci unisce: la causa della libertà dell’insegnamento come condizione per la libertà delle coscienze.
Il passaggio dal rettorato Guatri al nuovo rettore sarà rapido, in stile Spadolini, con una variazione: questa volta Spadolini non si consulta solo con se stesso, ma chiede il parere di Guatri, che pronuncia un solo nome: Mario Monti. E così viene deciso, nel segno della continuità, come scrive il Corriere della Sera[74], interpretando un sentire comune sia interno che esterno all’università: «Guatri non nasconde la certezza di poter stabilire con Monti, già da tempo membro del Consiglio di amministrazione, una collaborazione altrettanto feconda quanto quella a suo tempo instaurata con Gasparini (con Spadolini presidente allora e oggi) e grazie alla quale furono poste le premesse della Bocconi attuale».
Presto si dovrà decidere una nomina ancora più importante: quella del presidente della Bocconi, per la morte inaspettata di Spadolini, nell’agosto 1994. Ancora una volta, Guatri riveste un ruolo determinante: alla proposta di Monti di assumere il ruolo che fu di Spadolini, risponde «senza esitazioni: questa carica si addice meglio a te» e, verificata l’approvazione di Emanuele Dubini (presidente dell’Istituto Javotte), assicura a Monti che, per qualche anno, manterrà la carica di Consigliere delegato, svolgendo nel frattempo il ruolo di vicepresidente: «Mi sono detto spesso, nella ormai mia lunga vita, che se qualcosa di buono ho fatto per la Bocconi, questo fu proprio la decisione di portare Monti alla presidenza dell’università Bocconi».
Ovviamente, Guatri non si mette a riposo. Aumenterà in modo significativo la sua attività di studio e ricerca ma rimarrà il referente insostituibile per la continuità della visione e della missione dell’università, facendo propria la sintesi efficace di Spadolini: «Una università libera, sullo sfondo di un ordinamento centralistico e integralmente napoleonico. Una università laica, nell’ispirazione dei fondatori e nella scelta delle stesse discipline. Una università destinata a vivere di vita propria, con il principio della fondazione. Una università di élite, che comprendeva poche decine di iscritti all’inizio ed è arrivata a cinquemila aspiranti nell’ultimo anno. Una storia indipendente dalle mode e dalle passioni politiche».
L’esperienza del “Piano Bocconi 2000”, straordinaria nel metodo e nei risultati, diventerà una costante nella vita della Bocconi, con una continuità a scadenza decennale: il primo (sostanzialmente il secondo) viene avviato nell’anno accademico 2002/2003, e affidato allo stesso Guatri (nonostante si schernisca lamentando di avere ormai settantasette anni e di non avere più le forze, finendo comunque per accettare, non senza un certo compiacimento), che accetta a condizione di essere affiancato da un giovane qualificato ed esperto docente nel ruolo di coordinatore. La scelta ricade su Angelo Provasoli (professore ordinario di Metodologie e determinazioni quantitative d’azienda) che, con un intenso impegno di un paio di anni, porta a termine il compito affidatogli e diventa automaticamente il candidato ottimale al ruolo di futuro rettore[75].
La scelta di Guatri di tornare a occuparsi di ricerca, la vera passione della sua vita, è testimoniata negli anni successivi da una ricca produzione di libri e articoli, che ancora una volta lasciano il segno nella cultura aziendalistica e nelle modalità di lavoro della professione. Per conquistare più tempo per i suoi studi, Guatri lascia in progressione la maggior parte dei suoi impegni, a partire dalla carica di Consigliere delegato dell’Università, nel 1999. Accetta, però, contestualmente, la posizione di vicepresidente, il che lo costringerà a re-intervenire per “coprire” particolari momenti di difficoltà dell’ateneo: prima, per sopperire all’infelice scelta della persona chiamata a sostituirlo come amministratore delegato[76]. Poi, quando Mario Monti viene nominato Presidente del Consiglio dei Ministri, nel novembre 2011, sospendendosi dal suo ruolo di presidente dell’Università, spetta a Guatri sostituirlo in tutti i compiti della presidenza, tra cui la nomina del nuovo rettore, nel 2012 (che, lontano dallo stile Spadolini, verrà nominato con ampia consultazione dei docenti).
Sul fronte professionale, Guatri lascia inoltre tutti gli impegni nelle società quotate e non quotate a partire dall’assemblea di approvazione del bilancio 2011, mantenendo solo la presidenza onoraria di Vittoria Assicurazioni e la presidenza del Collegio sindacale della RHIFM del suo amico Jost Reinhold[77].
Nel 2005 viene nominato presidente dell’Istituto Javotte Bocconi - Associazione Amici della Bocconi, l’ente che presiede alla governance dell’Università e, dal 2009, assume la presidenza di Egea, la casa editrice di cui l’Istituto Javotte è azionista insieme all’Università[78]. Con la collaborazione di Gavino Manca, vicepresidente, Guatri elabora un documento formale dell’Istituto, “La missione” approvato dal Consiglio di amministrazione del 21 ottobre 2008[79]:
L’Istituto Javotte si pone come il principale punto di riferimento delle scelte strategiche e di governance dell’Università, in coerenza con lo spirito animatore dei fondatori e facendo tesoro dell’importante patrimonio culturale acquisito nel tempo. Creare una istituzione volta a formare classi dirigenti in grado di contribuire alla crescita di un Paese moderno e aperto al confronto internazionale: questo è stato, e rimane, il grande obiettivo posto all’università, perseguito con successo in oltre un secolo, che mantiene finora piena validità. Risorsa prima e fondamentale dell’Università è il suo patrimonio culturale, frutto dell’impegno di tante persone che vi hanno profuso le loro migliori intelligenze, offrendo rilevanti contributi al progresso delle scienze economiche, giuridiche e sociali. Compito e responsabilità dell’Istituto Javotte è quello di mantenere viva la memoria di un impegno preso verso il paese e di una esperienza educativa che rappresenta la migliore garanzia verso il futuro, e di vegliare affinché tale impegno sia realizzato nel modo più efficace. Dalla sua Fondazione, l’Istituto Javotte sostiene l’Università in varie forme, con un marcato orientamento a favore dei giovani in una fase delicata e impegnativa della loro esistenza. La conferma e il rafforzamento di tale funzione, anche attraverso l’arricchimento e la diversificazione delle fonti di sostegno, sono resi necessari dai crescenti fabbisogni di investimento indotti dalle sfide del cambiamento e della complessità anche nel mondo dell’educazione.
A partire dal 2018 lascia la vicepresidenza dell’Università, che lo nomina presidente onorario; lascia anche la presidenza dell’Istituto Javotte, mantenendo il ruolo di membro vitalizio insieme alla carica di presidente onorario dell’Istituto.
A dicembre 2024, considerando troppo impegnativo l’incarico, chiederà di esserne esonerato.
AAVV, Storia di una libera università. Volume terzo: L’Università Commerciale Luigi Bocconi dal 1845 a oggi, Egea, Milano, 2002, capitolo “I secondi cinquant’anni nel ricordo di un protagonista”, pp. 479-97.
Grandi personaggi…, op. cit., capitolo “Armando Sapori”, pp. 109-112.
Storia di una libera…, op. cit., vol. III, capitolo “I secondi cinquant’anni nel ricordo di un protagonista”, pp. 479-97.
Una vita…, op. cit., capitolo 2, pp. 7-8.
Nostalgia, op. cit., capitolo 5, p. 91.
Ivi., capitolo 5, pp. 92-93.
I miei primi…, op. cit., capitolo 5, p. 82.
Roberto Franceschi (Milano 1952-1973) era uno studente della Bocconi, leader del Movimento Studentesco; durante uno scontro con la polizia, fu colpito da un proiettile e morì dopo una settimana di coma. In sua memoria nel 1996 si è costituita la Fondazione Franceschi, attiva nel campo degli studi e della divulgazione sui diritti umani e la mondialità; è ricordato inoltre da una lapide all’ingresso dell’Aula Maggiore della Bocconi e da un monumento sul luogo della sparatoria, tra via Bocconi e via Sarfatti.
Amarcord, op. cit., capitolo “Il ‘periodo difficile’ per la Bocconi: la vicepresidenza di Roberto Calvi”, pp. 144-55; Nostalgia, op. cit., capitolo 6, p. 139.
Nostalgia, op. cit., capitolo 6, p. 139.
Storia di una libera università. Volume quarto: L’Università commerciale Luigi Bocconi dal 1968 al 2022, capitolo “Fra contestazione e riforme”, pp. 84-85.
Storia di una libera…, op. cit., vol. III, capitolo “I secondi cinquant’anni nel ricordo di un protagonista”, p. 487.
I miei primi…, op. cit., capitolo 13, pp. 236-42.
Nostalgia, op. cit., capitolo 7, pp. 253-67.
Ivi, capitolo 5, pp. 99-104.
Una vita…, op. cit., capitolo 4, pp. 18-23; Storia di una libera…, op. cit., vol. III, capitolo “I secondi cinquant’anni nel ricordo di un protagonista”, p. 489.
I miei primi…, op. cit., capitolo 10, pp. 186-90; Una vita…, op. cit., capitolo 4, pp. 21-22, capitolo 7, p. 51, Allegato 2. “I bilanci dell’Università Bocconi”, pp. 83-134.
I miei primi…, op. cit., capitolo 10, p. 190.
Luigi Guatri, visto…, op. cit., capitolo “Enrico Valdani”, p. 251.
Una vita…, op. cit., capitolo 3, p. 15.
I miei primi…, op. cit., capitolo 10, p. 182.
Amarcord, op. cit., capitolo “Indro Montanelli”, pp. 83-84.
Li ho visti così 2, op. cit., capitolo “Indro Montanelli”, p. 335.
I miei primi…, op. cit., capitolo 10, pp. 190-96.
Una vita in Bocconi, op. cit., capitolo 5, p. 32; Relazione all’inaugurazione dell’anno accademico 1985/86, 1986/87, 1987/88, 1988/89 e 1989/90.
Storia di una libera…, op. cit., vol. III, capitolo “I secondi cinquant’anni nel ricordo di un protagonista”, p. 495.
Ibidem.
I miei primi…, op. cit., capitolo 10, pp. 193-96.
Li ho visti così 1, capitolo “César Marzagalli”, pp. 143-54.
Li ho visti così 1, capitolo “Giovanni Spadolini”, p. 111.
Una vita…, op. cit., capitolo 5, p. 36; Storia di una libera università..., op. cit., vol. IV, capitolo “Il Piano Bocconi 2000” p. 112, capitolo “La Bocconi e la comunicazione”, p. 121, capitolo “L’Istituto Javotte Bocconi - Associazione Amici della Bocconi”, p. 757.
Ivi, capitolo 8, p. 53.
Una vita…, op. cit., capitolo 5, pp. 26-40; I miei primi…, op. cit., capitolo 10, pp. 190-97.
Una vita…, op. cit., capitolo 6, pp. 53.
Scritti in onore…, op. cit., “Intervento del Professor Giorgio Pivato”, pp. 16-17.
Storia di una libera…, op. cit., vol IV, capitolo “1989/1994”, p. 152.
Dino Messina, «Lavoreremo per la Bocconi del Duemila», Corriere della Sera, 31 ottobre 1989.
Luigi Guatri, visto…, op. cit., capitolo “Angelo Provasoli”, pp. 194-95.
Fu il periodo di Gianemilio Osculati; I miei primi…, op. cit., capitolo 10, p 202; Una vita…, op. cit., capitolo 6, p. 45.
Li ho visti così 2, capitolo “Jost Reinhold”, p. 219.
Una vita…, op. cit., capitolo “Egea, la casa editrice”, p. 133, capitolo “L’Istituto Javotte Bocconi - Associazione Amici della Bocconi”, p. 758.
Storia di una libera…, op. cit., vol. IV, capitolo “L’Istituto Javotte Bocconi – Associazione Amici della Bocconi”, p. 751.