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Il mondo di Guatri

2026/20

“L’economia aziendale è morta. Viva l’economia aziendale”

Possibili nuovi rilevanti sviluppi dell’economia aziendale

Non si può ri-scrivere la vita di Guatri con le sue parole senza dare uno spazio specifico al tema a cui ha dedicato attenzione nei suoi ultimi anni, e cioè la vitalità dell’economia aziendale, la Scuola che ha contribuito a far conoscere il nome della Bocconi nel mondo e che lui considera la “stella polare” della sua vita di docente, ricercatore e professionista. Così, seguendo lo sviluppo della Bocconi e i piani strategici che si susseguono, arricchiti dalla nascita dello IAC-International Advisory Council (siamo nel 2008), sviluppa riflessioni in particolare per quanto riguarda la nuova organizzazione didattica, l’offerta formativa e l’internazionalizzazione, indicata nei piani come priorità, pur nella coscienza della tradizione, ed esprime il suo disagio:

Un aspetto che non posso tacere perché tocca il mio animo ed è contrario a tutta la mia storia accademica è quello che appare come il ridimensionamento (se non l’annullamento) dell’economia aziendale. Lo si deduce da molti aspetti. Leggo, per esempio, le missioni enunciate per i nuovi dipartimenti di Accounting, Finanza e Management. In tutta la nostra storia queste aree scientifiche sono state fortemente legate da un filo rosso per il fatto di essere inquadrate nell’Economia aziendale: di questo non si trova più cenno… se si esaminano le scelte strategiche delle grandi università europee con le quali dobbiamo confrontarci, si nota che nessuna di esse ha scelto la strada di introdurre il modello anglosassone nella propria struttura, nei programmi dei corsi, nella pedagogia, nella ricerca; e, soprattutto, nessuno ha scelto di rinunciare alla propria tradizione scientifica e didattica, e, con ciò, proprio alle radici e alla propria storia.

Argomentazioni rafforzate da Demattè e da lui svolte in una lettera inviata ai vertici dell’Università, che Guatri assume a sostegno delle sue preoccupazioni. Su questo punto, ricorda Brugger, «Demattè ha scritto delle pagine molto belle contro la miopia del puro ossequio a modelli nati in altri contesti»[176].

Ma Guatri non dimentica l’invito, anzi la raccomandazione di Ugo Caprara, di scrivere la storia dell’economia aziendale perché «sei l’unico, tra tutti quelli del passato e del presente, che disponga delle capacità intellettuali culturali, morali per assolvere tale incarico»[177]. Così, anni dopo, tira le fila di tanto pensare e invita alcuni tra i più significativi economisti aziendali dell’epoca a riflettere insieme su cosa è stata l’economia aziendale, come si è trasformata e con quali prospettive si pone, nell’epoca attuale, rispetto alla profonda mutazione del contesto e alla vitalità delle altre discipline.

Punto di partenza è ovviamente Zappa, il Maestro per eccellenza, che nei suoi decenni di attività di studioso, docente e direttore dell’Istituto di Ricerche Tecnico-Commerciali e di Ragioneria della Bocconi aveva trasformato la ragioneria nella «nuova disciplina dell’economia aziendale e, con il suo approccio innovativo, aveva fatto esplodere le tradizionali dottrine contabili di inizio secolo in una miriade di insegnamenti volti a indagare i diversi aspetti della vita aziendale. La specializzazione, tesa a conciliare rigore teorico e necessità pratiche, non aveva tuttavia fatto perdere di vista problemi e metodi comuni all’intera disciplina, facendo sì che i differenti percorsi di ricerca restassero inviluppati nella più ampia cornice dell’economia aziendale». Principio ribadito con fermezza da Caprara secondo cui è «realtà ineluttabile che l’azienda sia unità, e perciò lo studio di sue parti o aspetti particolari assume pienezza di significato e validità concettuale solo se l’unità ne è il leitmotiv». A questo proposito, elogia quanto scritto da Guatri nel secondo numero della rivista Finanza Marketing Produzione, del 1983[178]:

I giovani studiosi debbono rendersi conto che qualificarsi come cultori, in senso esclusivo, di marketing, o di finanza, o di organizzazione o di strategia o così via, è riduttivo della loro dignità scientifica. Essi devono aspirare, in primo luogo, a essere Economisti di azienda e solo in via subordinata, come manifestazione dell’approfondimento di particolari rami della disciplina, assumere altre qualificazioni.

Guatri commenta anche, con amarezza:

Quello che vi è di più stupefacente è che i “superstiti dell’economia” aziendale (dopo che molti sono usciti dai ruoli o sono scomparsi o sono emigrati in altre università) sembrano, negli ultimi anni, aver abbandonato la via indicata dal Maestro, che assume l’economia aziendale come stella polare. Consentendo ad alcuni loro allievi (o senza opporsi ad essi con il necessario vigore), nel nome di obiettivi spesso illusori, di dimenticare le gloriose origini della scuola che fece grande (anche nel campo bancario) il nome della Bocconi. Solo se sapranno fare altrettanto, dimostrando che l’oblio delle loro radici non fu personalismo ma vero progresso, la mia preoccupazione si dimostrerà priva di fondamento. E spero che così possa avvenire, anche se mi sento assalire da molti dubbi.

Queste diventano le basi di partenza per la risposta al quesito posto da Guatri a colleghi e allievi: è l’economia aziendale “lettera morta”, capace di indicare un tipo di ricerca ormai classico ma non più viva negli atenei italiani e nell’esperienza dell’attività economica delle imprese?

Si sviluppa un dibattito articolato, che affronta i temi sollevati da Guatri da angolazioni diverse: il significato dell’economia aziendale e dei suoi contenuti; il rapporto con le «tante discipline aziendalistiche» nate intorno al filone originale; il rapporto tra economia aziendale ed economia, tra economia aziendale e management, tra ricerca e criteri di valutazione introdotti dalla riforma universitaria che rischiano di condizionarne metodo e risultati; tra ricerca e operatività viva delle aziende e delle imprese.

I contributi sono importanti, densi di analisi e proposte, anche problematiche e comunque espressione di una visione proiettata nel lungo periodo, portatrice delle diverse impostazioni culturali e scientifiche. Ne esce un libro straordinario, che dimostra come l’economia aziendale possa contare su un ampio e vivo numero di qualificati sostenitori (che è, in fondo, la risposta alla richiesta di Guatri).

Per trasmettere un’idea della ricchezza di questi contributi, se ne citano di seguito alcuni, segnalando in nota le indicazioni per una consultazione parziale o una lettura completa di tutti.

In linea con le riflessioni di Guatri è Mario Massari, che si ri-propone la domanda posta da Guatri: «Gli studiosi di strategia, accounting, finanza possono riconoscersi in alcuni dei principi fondamentali degli aziendalisti delle prime generazioni?». E la risposta si collega a due principi essenziali del contributo al pensiero economico della scuola italiana di economia aziendale[179]:

Il primo riguarda la visione unitaria dei fenomeni relativi all’impresa, per cui elementi come il tasso di crescita del fatturato, le politiche di investimento, le scelte di remunerazione non possono essere apprezzate disgiuntamente dai modelli di proprietà e di governance. Il secondo riguarda l’atteggiamento pragmatico che deve caratterizzare l’impostazione dell’attività scientifica e la valutazione dell’utilità dei suoi risultati … il che significa che solo la conoscenza diretta e profonda dei fenomeni oggetto di studio costituisce il prerequisito per impostare una proficua attività di ricerca.

Anche Gualtiero Brugger affronta direttamente uno dei nodi cruciali sollevati da Guatri[180]:

Da anni si discute in Bocconi del mutato equilibrio tra economisti e aziendalisti. Il problema a mio giudizio è serio perché non tocca solo gli aspetti numerici ma anche quelli qualitativi. Temo infatti che la specie degli aziendalisti sia in lento ma inesorabile declino e che un giorno, se non si cambieranno tempestivamente le regole, avranno il compito di preparare a carriere aziendali, o professionali, docenti che pubblicano su riviste di alta fascia ma che non hanno mai messo piede in una azienda, che non ne conoscono i problemi o i modi operativi, che non sono in grado di dare al management alcun contributo di pensieri utile all’azione pratica.

Brugger si sofferma a illustrare come siano mutati i metodi di ricerca con i conseguenti rischi di far prevalere il metodo sul merito:

Vedo indebolirsi in molti giovani colleghi i caratteri degli aziendalisti: compressi da metodi di ricerca non congeniali e da regole di carriera basate su risultati raggiunti in quel modo, influenzati da frequentazioni internazionali che li omologano ad altre culture ma di fatto li rendono stranieri in patria, il loro sviluppo avviene ormai in modo molto simile agli economisti.

Riccardo Varaldo nota quanto «negli ultimi decenni, si sia affievolito l’impegno di ricerca teorica volta all’evoluzione scientifica e dottrinale della disciplina» e quanto l’influenza degli studi di management statunitensi abbia contribuito a far avanzare approcci accademici mirati a singole funzioni aziendali, «secondo una visione molto limitata e distorsiva dell’effettiva portata scientifica del management. Si è così passati dall’oggetto di studio “azienda” … a un oggetto di studio circoscritto a singole funzioni, che ha portato a far dimenticare il connotato unitario degli studi aziendalistici». Varaldo, inoltre, stigmatizza «la mancata capacità degli economisti aziendali di penetrare, con metodo e sistematicità, nel modus operandi e organizzativo delle realtà operative, privandosi della possibilità di acquisire un patrimonio di conoscenze empiriche con cui verificare il valore dei modelli teorici e far scaturire ipotesi e idee per un ulteriore sviluppo». Dall’altro lato, «molte imprese italiane stanno vivendo una fase di precarietà per ritardi e difetti di adattamento del loro modus operandi alle sfide del nuovo contesto competitivo, e questo senza una visione strategica, che è uno dei mali più gravi che accusano le imprese italiane. Su questo handicap dovrebbero riflettere gli economisti aziendali per capire come poter svolgere una funzione culturale e formativa, qualificando e potenziando le modalità di trasferimento alle imprese delle conoscenze prodotte con l’attività di ricerca»[181].

Per Pellegrino Capaldo, l’economia aziendale studia l’impresa solo dal di dentro, ossia nei suoi meccanismi e nelle sue regole di funzionamento, ma non si occupa del mondo esterno, del quadro di riferimento istituzionale che è assunto come una variabile indipendente. Ma l’economia deve muovere dall’assunto che l’azienda è lo strumento attraverso il quale gli uomini soddisfano alcuni loro fondamentali bisogni. Di conseguenza, «bisogna forgiare le aziende sui loro bisogni. Come disciplina umanistico-sociale, l’economia aziendale ha bisogno di un quadro di riferimento socio-politico a maglie abbastanza larghe, che le consenta di portare il contributo della sua progettualità. Ma questo quadro non può essere semplicemente il capitalismo: bisogna dare conto di come si è venuto storicamente configurando con le sue innegabili ambiguità. Quello che bisogna dare all’economia aziendale è quello proprio di uno stato moderno, retto da una democrazia liberale. E in questo contesto, porsi come disciplina che studia, nelle sue diverse configurazioni, l’azienda come strumento organizzato per la produzione di beni e di servizi; più semplicemente, la disciplina che studia i modelli organizzativi della produzione», con tutto il bagaglio di significati economici, sociali, sindacali, culturali che questo comporta[182].

Severino Salvemini sottolinea la necessità di un nuovo sapere specifico e distintivo e auspica «un ripensamento del modello aziendale, oggi decisamente incongruo rispetto al fabbisogno contemporaneo di competitività. La mancanza di aziende che concettualizzano e diffondono buone pratiche e la deriva dei giovani aziendalisti un po’ troppo globalizzati e troppo teorici rappresentano fenomeni minacciosi per il nostro sistema di imprese e anche per un campo di studio che non può essere lasciato alla totale mercè di economisti macro, abili nell’elaborare policies di ampio respiro ma certamente un po’ apprendisti stregoni, nell’osservare e commentare le dimensioni più micro dell’azienda»[183].

Anche Salvio Vicari si interroga sulla rilevanza dell’economia aziendale, che da tempo è oggetto di dibattito all’interno della comunità internazionale e italiana secondo cui le discipline manageriali hanno un effetto limitato sul funzionamento delle organizzazioni, dato comprovato, tra l’altro, dalla «percentuale irrilevante dei managers e dei consulenti che leggono con regolarità la letteratura accademica»[184]. E, prosegue Vicari, «se si radicasse l’idea che le università e le business school producono ricerca irrilevante e di conseguenza insegnano teorie del tutto inutili, la disciplina del management ne avrebbe un danno duraturo. La ricerca ha la sua ragion d’essere esclusivamente nel contributo a migliorare le performance delle imprese e la qualità del loro operato. Senza rilevanza, diventa legittima la domanda sul perché dovrebbe esistere la ricerca in campo manageriale».

Dalla sua lunga esperienza di docente di economia d’azienda, unita a una specifica conoscenza del mondo del management, Vittorio Coda riconosce l’ansia di legittimazione dell’economia aziendale all’interno della scienza economica ma sottolinea che «questo richiede un rinnovato impegno degli economisti d’azienda in ricerche utili a ridefinire una identità scientifica forte; a costruire la consapevolezza dell’economia aziendale come parte fondamentale dell’economia, in quanto portatrice di conoscenze utili per il governo e la gestione non soltanto delle aziende-organizzazioni ma anche dei sistemi economici, nella problematica generale del rinnovamento economico-sociale che richiede anche competenze di general management. E questo sostenuto da una forte passione civile, che apre alla collaborazione con chiunque persegue l’obiettivo di servire il bene delle aziende, delle istituzioni e del Paese e genera tensione a mantenere dritta la barra del timone su questo obiettivo»[185].

Come scrive Guatri, «solo i traguardi difficili sono suscitatori di tensioni morali e di impegno, che portano spesso a risultati di rilievo»[186]. E questo traguardo è la più intensa eredità che il Maestro lascia ai suoi allievi e colleghi.

1

Economia aziendale…, op. cit., capitolo “L’economia aziendale è morta. Viva l’economia aziendale”, pp. 299-324.

2

Grandi personaggi…, op. cit., capitolo “Aldo De Maddalena”, p. 65; Storia di una libera…, op. cit., vol. IV, capitolo “2008/2012”, p. 305.

3

Amarcord, op. cit., capitolo “Ugo Caprara”, p. 31.

4

Li ho visti così 1, op. cit., capitolo “Ugo Caprara”, pp. 42-44.

5

Economia aziendale…, op. cit., capitolo “L’eredità della scuola italiana di economia aziendale”, p. 215.

6

Ivi, capitolo “Passato e futuro dell’economia aziendale”, p. 252.

7

Ivi, capitolo “L’economia aziendale italiana a una svolta”, pp. 84-101.

8

Ivi, capitolo “L’economia aziendale oggi”, pp. 103-120.

9

Ivi, capitolo “L’economia aziendale italiana tra internazionalità e produzione di senso”, p. 279.

10

Ivi, capitolo “Le discipline manageriali sul banco degli imputati: verso un ripensamento?”, p. 289.

11

Ivi, capitolo “Un grattacielo di cui si sono poste le fondamenta e costruiti i primi piani”, p. 67.

12

I miei primi…, op. cit., capitolo 6, pp. 119-22.