Il mondo di Guatri
2026/20
Guatri, Spadolini, Monti
La Bocconi entra nel futuro
Tre persone molto diverse tra di loro per carattere, interessi, attitudini, ma legate da una profonda considerazione l’una per l’altra, espressa in molte occasioni nel corso di lunghi anni di collaborazione. Personalità da “leggere” in continuità perché hanno rappresentato il passaggio della Bocconi all’era moderna, con la scomparsa dei personaggi storici che l’avevano guidata per decenni, da Javotte Bocconi e Furio Cicogna ai grandi Maestri del sapere, Demaria[118] e Zappa[119], con gli allievi che ne hanno tramandato gli insegnamenti, sino al confronto con i grandi mutamenti degli anni Settanta: la contestazione studentesca, la chiusura della Facoltà di Lingue, il rischio di dissesto economico dell’Università e la necessità di creare nuove relazioni utili ad arginarne il declino.
Il tutto in un sistema-paese sconvolto tra terrorismo, rivendicazioni sociali, tensioni politiche, dissesti finanziari, con le grandi riforme che incidono profondamente sulla cultura, il lavoro e l’organizzazione della vita: dallo Statuto dei lavoratori alla costituzione delle Regioni, al divorzio, all’aborto, alla riforma sanitaria e a quella dell’università, che aprì le porte a un numero di studenti considerevolmente maggiore e, soprattutto, molto determinati a diventare protagonisti del mutamento[120].
Su questo, Guatri, alla sua prima relazione come rettore, all’inaugurazione dell’anno accademico 1985/86, segnala il rischio di un abbassamento del livello qualitativo del servizio offerto in presenza di una dilatazione numerica del numero degli studenti; la sua considerazione è condivisa e raccoglie adesioni, tra cui quella di Riccardo Varaldo che, nell’esaminare le cause del “decadimento” della ricerca economico-aziendale di quegli anni, indica anche «l’incontrollata espansione dell’accesso all’istruzione universitaria seguita al 1968. Il palese squilibrio registratosi tra la crescente domanda di nuova docenza e l’insufficiente offerta di candidati con un adeguato background scientifico ha portato inevitabilmente a un rapido abbassamento del livello di qualificazione del corpo docente e di riflesso sugli studi aziendali»[121].
La Bocconi non fa politica, è istituzione di alta cultura e formazione, assiste sgomenta al divenire degli eventi, tra cui l’incriminazione di Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia e membro del Consiglio di amministrazione dell’università, e l’arresto di Mario Sarcinelli, direttore generale di Banca d’Italia e laureato di prestigio della Bocconi.
Tra il 1974 e il 1976, intervengono in università i primi cambiamenti: a Giovanni Spadolini, per il prestigio del suo cursus honorum sul fronte culturale, accademico, giornalistico e politico, viene offerta prima la vicepresidenza quindi, alla morte di Furio Cicogna, la presidenza; Luigi Guatri, ancora giovane di età ma non di esperienza e conoscenza del mondo accademico, economico e professionale dell’Italia in quel momento, accetta – come già raccontato – il ruolo di Consigliere delegato, con l’ampia responsabilità di risanare la Bocconi e di dotarla degli strumenti necessari ad assicurarle quella indipendenza di pensiero, di insegnamento e di scelta che era il mandato dei fondatori. Ancora nella fase di crescita, ma “sotto osservazione”, è Mario Monti, laureato con Di Fenizio e discepolo fedele di Demaria nei contenuti, nei comportamenti e nella visione di lungo periodo. Guatri, come scriverà lo stesso Monti, lo «terrà d’occhio» portandolo successivamente al ruolo di rettore e, quindi, a quello di presidente. Sarà questa triade che, nell’ultimo quarto del Ventesimo secolo, trasformerà la Bocconi in un punto di riferimento internazionale.
E questa triade sarà legata, negli anni della loro collaborazione, da grande rispetto reciproco e da una pudica forma di affetto: tanto Spadolini è “un grandioso affabulatore” (come molta stampa lo definisce con simpatia) capace di improvvisare, con indiscutibile autorevolezza e competenza, straordinari interventi su qualunque argomento, quanto Guatri è di pochissime parole, con uno sguardo sempre tra l’assente e il curioso, una forte e silenziosa attenzione agli aspetti umani del mondo che lo circonda e pronto a entrare, a sorpresa, nel merito di situazioni complesse con rapidità ed efficacia risolutiva; e Monti raccoglie le qualità di entrambi in termini di sensibilità alle situazioni sociali e politiche, capacità di gestione di relazioni complesse, pensiero sempre proiettato in avanti; come gli altri due, totalmente devoto alla “causa” Bocconi come filo conduttore di una vita.
Al telegramma con cui l’Istituto Javotte gli comunica la decisione di nominarlo presidente, Spadolini[122] risponde, accettando, con queste parole:
L’unanime designazione mi onora altamente quale testimonianza di stima da parte dell’organismo che vigila sulle sorti di questo glorioso Istituto universitario, che è riuscito a salvare la sua insostituibile libertà nel corso del nostro secolo, esempio altissimo di quel pluralismo universitario troppo poco diffuso nel nostro paese.
Questi principi, sempre accompagnati dalle considerazioni sulla necessità di un bilancio indipendente da organismi esterni e sponsorizzazioni “pericolose”, ritornano in tutti gli interventi di Spadolini, che Guatri registra e segnala con profonda convinzione e condivisione[123]:
Principi sempre ribaditi e poi verificati nella loro applicazione e nelle conseguenze che portano nei comportamenti e nello sviluppo della nostra università: principi che si ricollegano alle idee che avevano animato, all’inizio del secolo, i fondatori della Bocconi, che egli rielaborava e precisava nel corso del tempo. Lasciava poi a noi di tradurli in strategie operative, ma tutti sanno quanto sia rilevante, in un qualsiasi organismo pubblico o privato, specialmente se destinato a produrre servizi di alta qualità, definire correttamente la missione da svolgere, gli obiettivi da realizzare, i criteri generali da seguire per tale scopo.
Saranno queste le persone che manterranno con fermezza le posizioni per l’università e il Paese: Giovanni Spadolini è uomo di Stato, senatore della Repubblica, e questo sarà il suo messaggio forte in tutte le occasioni che si presenteranno. Guatri è uomo di silenzio e di soluzioni e porterà in salvo la Bocconi difendendone l’autonomia da qualunque ingerenza; Mario Monti, ordinario in Università di Economia politica, ma già con importanti incarichi di responsabilità in istituzioni bancarie e imprese, firmerà i manifesti in difesa di Baffi e Sarcinelli con esponenti della più autorevole cultura economica.
Di Spadolini, Guatri amava ricordare l’elogio funebre scritto da Montanelli[124], che da buon toscano aveva descritto su Il Giornale «lo Spadolini istituzionale e monumentale, con quel sorriso da bambino timido». Sorriso che non nascondeva la compiaciuta (e nota!) vanità delle posizioni raggiunte e, nel contempo, il desiderio di calore umano, di rapporti diretti, semplici, “normali”. Racconta Guatri:
Una volta all’anno Giovanni Spadolini veniva in casa mia, a Milano, per il pranzo annuale. Era accompagnato dalla sua scorta, che si schierava davanti all’edificio suscitando interrogativi tra i condomini e i passanti. Voleva che fossero presenti, oltre a mia moglie Lina, tutti i miei cinque figli. Per l’occasione mia moglie, sapendo quanto il presidente amasse il cibo, preparava un pranzo raffinato durante il quale egli chiedeva ai ragazzi di fargli delle domande. Qualcuno di loro accennava timidamente un intervento … ed egli coglieva la palla al balzo rispondendo dettagliatamente, e lungamente … Si passava poi in salotto per il caffè e la scena durava per un’altra ora almeno. Lui usciva poi felice da via Massena.
Allo stesso modo Guatri ricordava con commozione l’omelia del Cardinal Martini, pronunciata in ricordo di Spadolini all’inaugurazione dell’anno accademico 1994/95, il primo dopo la sua scomparsa, avvenuta pochi mesi prima:
Egli ha saputo guardare oltre, con discrezione e con umiltà. E invita tutti noi ad allargare lo sguardo il più possibile, al di là dei nostri confini, per trovare quell’orizzonte che ci permette di operare, che vi permetterà di operare, in questo anno accademico, con verità e speranza.
E Guatri, nella stessa occasione, si congeda dall’amico Spadolini con poche sentite parole:
Caro presidente Spadolini, caro amico Giovanni, ti assicuriamo che ottimismo e volontà non verranno mai meno in noi. Ti assicuriamo che i principi che hai trasmesso in noi saranno per lungo tempo la nostra guida.
La stessa deferenza, amichevole ma rigorosa, è sempre stata propria dell’atteggiamento di Guatri verso Mario Monti, presidente dell’ateneo dalla scomparsa di Spadolini. Due le costanti ricordate da Giovanni Pavese, Consigliere delegato dal 1999 al 2008: la prima è la raccomandazione «Niente aumento di costi», e questo assomiglia, e non stranamente, ai molti episodi di parsimonia di Girolamo Palazzina raccontati da Guatri in diverse pagine dei suoi libri[125]; la seconda è l’assoluto rispetto nei confronti di Mario Monti: «Tutto quello che abbiamo concordato va bene, a condizione che sia preventivamente d’accordo il Presidente». Conclude Pavese: «Quando condivideva una proposta o una soluzione, non c’era bisogno di scrivere o firmare nulla. L’unica condizione era sempre la solita: “Se approva il Presidente”».
E lo stesso Guatri riconosce: «Sono sempre stato un grande estimatore dell’opera di Monti, quindi ho concorso alla sua nomina a Rettore e poi a Presidente di questa Università, e sono convinto di avere dato un contributo importante alla Bocconi con queste scelte. Questo è il mio intimo convincimento»[126].
Da par suo, mai avaro di riconoscimenti non solo formali ma anche sostanziali, in tutte le sedi che lo consentivano, Mario Monti in una unica occasione si consente la debolezza di rivelare il rapporto profondo che da sempre lo lega al prof. Guatri: la soggezione, sentimento nato in tempi lontani, quando gli capitava di vedere «da lontano quel personaggio che, veloce di passo, parco di parole, schivo nei modi, aveva in mano il destino dell’università … E, dopo quarant’anni, la soggezione non è diminuita, ma si è intrecciata con altre dimensioni di un rapporto che si è via via arricchito: reale colleganza, profonda fiducia reciproca, rispettosa ma vera amicizia. Ma la soggezione rimane…». E questo con lo stupore e anche la commozione di chi li ha conosciuti entrambi.
Si riporta il testo di Mario Monti, all’epoca presidente dell’Università Bocconi, tratto dal libro Luigi Guatri, visto da vicino, 2017.
Guatri, la Bocconi e la mia soggezione
Nei confronti di Luigi Guatri ho sempre provato una particolare soggezione. Questa è nata negli anni Settanta quando, giovane assistente e poi docente alla Bocconi, mi capitava qualche volta di vedere da lontano quel personaggio che – veloce di passo, parco di parole, schivo nei modi – aveva in mano il destino dell’Università. Autorevolissimo Consigliere delegato, Guatri era l’uomo chiave tra il Presidente Giovanni Spadolini e il Rettore Innocenzo Gasparini, del quale ero allievo.
Dopo oltre quarant’anni, devo confessarlo, la mia soggezione non è diminuita. Si è intrecciata con le altre dimensioni di un rapporto che si è via via arricchito: reale colleganza, profonda fiducia reciproca, rispettosa ma vera amicizia. Ma la soggezione rimane. Mi sono chiesto tante volte il perché.
Credo che la ragione sia questa. Benché non vi siano mai state tra noi né affinità nelle discipline coltivate in Università, né comunanza di percorsi professionali fuori dall’Università, né uno stesso modo di rapportarci, ad esempio, alla vita delle aziende o ai dibattiti di stampa o alle politiche pubbliche, il Prof. Guatri evidentemente osservava la mia attività e silenziosamente si formava un’opinione su di me. Silenziosamente perché, anche a causa della scarsa frequentazione reciproca nei primi lustri di quello che sarebbe con il tempo diventato un fortissimo sodalizio, raramente esprimeva commenti e mai che io ricordi – ma me ne ricorderei! – critiche.
Fu in poche ma decisive occasioni – decisive per la vita della Bocconi, ma anche per la mia – che Guatri derogò al silenzio e manifestò il suo pensiero sulla mia persona o sulle responsabilità che sarei stato chiamato ad assumere nella nostra Università.
Nella sua prima relazione come Rettore (all’VIII Giornata Bocconiana, il 19 ottobre 1985), riferendo della mia nomina a Direttore dell’Istituto di Economia politica dopo l’improvvisa scomparsa nel gennaio di quell’anno del Prof. Gasparini – il cui straordinario contributo alla Bocconi aveva sottolineato all’inizio della relazione – Guatri ebbe per me parole («… è uno studioso che fa onore alla Bocconi e certamente destinato a prestigiosi traguardi») che colpirono molto me e probabilmente anche gli altri ascoltatori. Venendo da lui, uomo di poche parole e che in quel momento concentrava su di sé i poteri di Rettore e di Consigliere delegato, quell’apprezzamento era certamente inteso a rafforzare la mia posizione nel Corpo docente.
Nel 1989, avendo Guatri preannunciato il proprio intento di lasciare dopo cinque attivissimi anni la carica di Rettore con la fine di quell’anno accademico, dentro e fuori la Bocconi si svilupparono speculazioni piuttosto vivaci su chi gli sarebbe succeduto. Già da qualche tempo il Presidente Spadolini e il Rettore Guatri mi avevano confidato la loro intenzione di promuovere la mia nomina a Rettore (lasciandomi certo lusingato, ma anche parecchio stordito perché i miei interessi e forse le mie attitudini mi spingevano verso la politica economica e le questioni europee, più che verso una responsabilità accademica, ma dopo una lunga riflessione mi dissi disponibile). Guatri veniva spesso interrogato dalla stampa ma riteneva non opportuno esprimersi, tra l’altro perché il Consiglio di amministrazione, al quale competeva la nomina, si sarebbe riunito solo negli ultimi giorni dell’anno accademico. Ma un giorno decise di mettere fine alle speculazioni. All’ennesimo giornalista, superando se stesso in concisione, rispose semplicemente: «Io voterò per Monti». Venendo da lui, fu la fine di ogni incertezza.
Il 4 agosto 1994, dopo aver assicurato alla Bocconi per quasi vent’anni una guida illuminata e molto autorevole, morì il Presidente Giovanni Spadolini, lasciando un grande vuoto non solo nel mondo delle istituzioni e della politica (era stato Senatore a vita, Presidente del Consiglio, Presidente del Senato e più volte Ministro), ma anche nella nostra Università. Il Prof. Guatri e io partecipammo commossi, il 6 agosto a Roma, in una giornata torrida, al funerale del nostro compianto Presidente nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva.
Congedandoci dopo il funerale, Guatri mi invitò ad andarlo a trovare a Seefeld, in Austria, dove sarebbe tornato per riprendere la vacanza estiva. Lì mi recai qualche giorno dopo da Silvaplana, in Svizzera, dove anch’io mi trovavo per le vacanze. Con noi erano le nostre mogli, Lina ed Elsa, che dopo poco si appartarono.
Il Prof. Guatri era allora non solo Consigliere delegato della Bocconi, ma anche Vice Presidente dell’Istituto Javotte Bocconi Manca di Villahermosa (Presidente era Emanuele Dubini, con il quale ci consultammo telefonicamente), cioè dell’Ente al quale compete il potere di nominare il Presidente del Consiglio di amministrazione della Bocconi, oltre a un certo numero di Consiglieri. Guatri desiderava consigliarsi con me sulla difficile scelta del successore di Giovanni Spadolini, nella mia qualità sia di Rettore in carica, sia di membro vitalizio del Consiglio del suddetto Istituto Javotte.
Prospettai a Guatri quella che pareva a me – ma, ne ero certo, anche a molti altri esponenti del mondo bocconiano – la soluzione naturale e più valida, e cioè che lo stesso Guatri, la figura che con maggiore continuità sul piano economico-finanziario e su quello accademico aveva da decenni contribuito in modo decisivo allo sviluppo della Bocconi, ne assumesse la presidenza. Ma il Prof. Guatri era di un’opinione diversa, che sostenne e argomentò con pacata fermezza. Per quel ruolo, egli riteneva che fossi più adatto io.
Della piacevole cena che seguì, in compagnia delle nostre mogli, ricordo in particolare un’eccellente trota al burro fuso, pescata nel locale lago, e una riflessione svoltasi tra me e me. Anche in questa occasione dopo quella del rettorato – mi dicevo – questo personaggio che sembra un po’ freddo e distante, entra con le sue certezze a modificare la mia vita, mi indica – e mi offre – traguardi altissimi che non sono i miei, o che non credevo potessero esserlo. In quell’agosto 1994 pensavo di concludere con il quinto anno di rettorato il mio servizio alla Bocconi. Mi era stata preannunciata dal Governo la designazione a membro della Commissione europea a far tempo dal gennaio 1995. Ma adesso Guatri mi proponeva, niente meno, che di diventare Presidente della Bocconi: la più bella e grande responsabilità che un bocconiano possa immaginare, ma per la quale mi sentivo impreparato e forse poco motivato. E poi, rinunciare all’impegno a Bruxelles per l’Europa...
Ma l’appoggio del Prof. Guatri aiuta di solito a sopportare i pesi che egli, nell’interesse della Bocconi, assegna a questo o a quello. La sua disponibilità ad assumere, quale Vicepresidente dell’Università, i compiti amministrativi che io non avrei potuto svolgere in quanto Commissario mi consentì di diventare nel settembre 1994 Presidente della Bocconi e nel gennaio 1995 Commissario europeo.
Anche molti anni dopo, quando nel novembre 2011 venni chiamato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal voto del Parlamento alla funzione di Presidente del Consiglio, in un momento così difficile ebbi almeno il sollievo che, pur dovendomi io sospendere dalla Presidenza della Bocconi per incompatibilità, la nostra Università avrebbe potuto avvalersi ancora una volta del Vicepresidente Guatri, che aveva accettato di farsi carico temporaneamente del compito di presiedere il Consiglio di amministrazione.
Ho deciso di cogliere l’occasione di questo breve scritto, destinato a un libro con cui la comunità bocconiana vuole festeggiare il nostro grande Prof. Guatri, per spiegare proprio al festeggiato perchè ho ancora soggezione di lui.
Tu, caro Luigi, ogni tanto entri nella mia vita, ne prendi il comando, mi assegni obiettivi che tu – nella tua imprudente generosità – consideri alla mia portata. E io, da venticinque anni, cerco di fare quello che tu avevi stabilito che io dovessi fare! Come si fa, caro Luigi, a non avere ancora soggezione di te?
Li ho visti così 2, op. cit., capitolo “Giovanni Demaria”, pp. 32-57.
Li ho visti così 1, op. cit., capitolo “Gino Zappa”, pp. 1-32.
Lo Statuto dei Lavoratori, o più precisamente la Legge 20 maggio 1970, n. 300 “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento” è tuttora la base del diritto del lavoro vigente in Italia. Le Regioni italiane quali enti territoriali pubblici dotati di autonomia furono costituite con la legge 16 maggio 1970, n. 281 e rese operative con decreti attuativi due anni dopo. Introdotto legalmente in Italia nel 1970, il divorzio fu al centro di un referendum abrogativo nel 1974, che ne confermò invece a larga maggioranza l’istituzione. Il diritto all’aborto, legalizzato con la Legge 194 nel 1978, fu sottoposto a un referendum abrogativo ma confermato da quasi il 90% degli elettori. Il Servizio Sanitario Nazionale fu istituito nel 1978 con l’intento di rendere la sanità un bene pubblico. La riforma universitaria, infine, fu il frutto delle proteste studentesche del 1968-’69 e fu istituita con la Legge 11 dicembre 1969, n. 910 (nota come “Legge Codignola”) a completamento della riforma scolastica che aveva istituito la media unificata nel 1962. L’accesso alle facoltà universitarie fu liberalizzato: qualsiasi diploma di scuola secondaria superiore ottenuto dopo un corso di cinque anni e relativo esame (“esame di maturità”, anch’esso sottoposto a riforma) dava accesso a tutti i corsi di laurea, mentre prima ciò era possibile solo con la maturità classica; quella scientifica dava accesso a tutte le facoltà tranne Lettere e Filosofia, quella magistrale solo a Magistero mentre gli istituti tecnici davano accesso solo a Ingegneria.
Economia aziendale…, op. cit., capitolo “L’economia aziendale italiana a una svolta”, p. 91.
Li ho visti così 1, op. cit., capitolo “Giovanni Spadolini”, pp. 101-108.
Nostalgia, op. cit., capitolo 7, pp. 253-67.
Ivi, capitolo 7, p. 266.
Uno per tutti, Amarcord, op. cit., capitolo “Girolamo Palazzina”, pp. 41-42.
Amarcord, op. cit., capitolo “I secondi cinquant’anni della ‘Bocconi’: l’intervista di Marzio A. Romani”, p. 207.