Il mondo di Guatri
2026/8
Aldo De Maddalena
Allievo di Armando Sapori, appassionato studioso di storia dell’economia, ebbe difficoltà a diventare ordinario della sua Università per una storia di (non) amore
Professore, che accadde nel maggio 2009 nel suo ufficio di vicepresidente della Bocconi? (Nel nostro programma di lavoro c’è oggi la figura del professor Aldo De Maddalena. Il professor Guatri – che deve aver lungamente rimuginato in attesa del mio arrivo sul suo collega ed amico – mi accoglie con un rapido saluto e comincia subito, nervosamente, a raccontare.)
Il 6 maggio 2009 si tenne, nella piccola sala riunioni annessa al mio ufficio di vicepresidente (al secondo piano di via Sarfatti 25 dell’Università Bocconi), il Consiglio dell’Istituto Javotte Bocconi-Associazione Amici della Bocconi. Erano presenti, dice il verbale: «i Consiglieri: il professor Luigi Guatri (presidente), il dottor Gavino Manca, i professori: Mario Monti, Tancredi Bianchi, Aldo De Maddalena, Angelo Provasoli. Assente giustificato il dottor Enrico Tomaso Cucchiani».
Nell’ufficio di segreteria a fianco, dove lavorava la mia segretaria Anna Gigante, sedeva in attesa la signora Mariele (Maria Adele Buccellati), moglie affettuosa di Aldo. Da tempo lo seguiva ovunque, non lo lasciava mai solo.
La riunione si svolse regolarmente; furono trattati i diversi argomenti e, constatato l’esaurimento dell’ordine del giorno, Aldo scoppiò inaspettatamente in un pianto dirotto e ci disse: «Devo dimettermi: ho 89 anni, non posso più fare nulla». Noi tutti, sbigottiti e addolorati, cercammo per qualche minuto di confortarlo e rassicurarlo. Poi, con alcuni amici, andammo nel mio studio dove, un poco alla volta, Aldo si riprese. Lo accompagnammo, sostenuto dalla moglie, all’ascensore e lo salutammo affettuosamente: non lo vedemmo più.
Il 2 agosto, mentre ero ad Arenzano, mi giunse la ferale notizia: Aldo era deceduto. Con mia moglie Lina chiamammo un autista e corremmo a Milano (in queste ultime estati è successo più di una volta). Le esequie si celebrarono alla basilica di San Nazario Maggiore, alle ore 9 del 5 agosto. Giungemmo con un po’ di ritardo (con mia moglie Lina era un fatto normale: la puntualità le fu sempre sconosciuta...) e trovammo posto a fatica in una chiesa colma di amici, allievi, colleghi ai quali ci unimmo per un ultimo doloroso addio. All’amico di una vita: addio!
Un mese dopo le sue dimissioni, il 9 giugno 2009, l’Assemblea dell’Istituto Javotte aveva nominato, come successore di Aldo De Maddalena, il suo allievo prediletto: Marzio A. Romani. Nel verbale si legge:
In merito al secondo punto all’ordine del giorno, il presidente comunica all’assemblea che il professor Aldo De Maddalena, per ragioni di salute, si è dimesso dalla carica di consigliere in data 6 maggio 2009. Il professor Luigi Guatri ringrazia il professor De Maddalena, consigliere dall’ottobre 1990, per il contributo dato nel corso di un periodo ventennale. Informa i presenti che il Consiglio tenutosi prima dell’assemblea ha deciso di proporre la nomina, in sua sostituzione, del professor Achille Marzio Romani che già si occupa dell’archivio storico dell’Università. La nomina viene approvata all’unanimità.
È evidente, professore, che il ricordo degli avvenimenti che hanno reso particolarmente drammatici gli ultimi giorni del suo collega, così consapevole che il suo viaggio terreno si stava concludendo, Le procurano ancor oggi una grande emozione. Lei stimava il professor De Maddalena e gli era affezionato; parlare di Lui, anche per fare il nostro libro, è un modo per rendergli omaggio. Vogliamo ricordarne le origini e la carriera?
Premetto che ho rinfrescato la memoria rileggendomi il saggio di Marzio A. Romani, Storia di uno storico: Aldo De Maddalena, 1920-2009, e che quanto segue si basa largamente su di esso, con il consenso dell’autore ovviamente. Dal saggio risulta che Aldo (foto a p. 217) nacque a Cocquio Trevisago (in provincia di Milano) il 10 novembre 1920 da Federico e da Piera Bentivoglio e, a conclusione del ciclo di studi primari e secondari, nell’ottobre del 1939, si iscrisse alla Bocconi, l’università commerciale milanese che avrebbe contribuito non poco a esaltarne le doti di “primo della classe”.
In quell’ateneo, allora estremamente selettivo, egli completò i suoi studi con una media di poco inferiore al 30, nonostante il periodo 1941/43 lo vedesse militare in zona di guerra e di operazioni e l’inverno del 1944 rifugiato politico in Svizzera. Si sarebbe laureato nel giugno del 1944 col massimo dei voti e la lode, con una tesi dal titolo: Il mercato d’arte in Firenze nel Quattrocento. Scrive Romani:
La tesi permise al giovane De Maddalena di incontrare sulla sua strada la storia, grazie a un Maestro – Armando Sapori – che, dopo averlo spinto a confrontarsi su di un tema alquanto complesso e allora poco frequentato quale il rapporto arte-economia, e averlo seguito nella stesura dell’elaborato, lo indusse a perseverare negli studi accogliendolo come assistente volontario presso l’Istituto di Storia Economica nell’anno accademico 1944/45. In quell’Istituto sarebbe rimasto sino al 1955; cioè fino alla vigilia del concorso a cattedra.
La vita di un apprendista accademico era, se non più difficile, certamente più stentata di quella odierna. La Bocconi di quei tempi non aveva le disponibilità di oggi e nel contempo la prematura morte del padre aveva privato la sua famiglia dei mezzi per sovvenirne ulteriormente gli studi. Per fortuna Aldo De Maddalena, come tutti i giovani usciti dal conflitto, non aveva grandi esigenze e in Bocconi aveva trovato un alleato e un amico prezioso in Girolamo Palazzina.
(...) Fausto Pagliari, il mitico bibliotecario della Bocconi, stava invecchiando e necessitava di un valido collaboratore. Aldo De Maddalena sarebbe stato preso in carico dalla biblioteca con il grado di vicedirettore e per due anni si sarebbe buttato a corpo morto sui libri accrescendo le sue conoscenze e affinando la sua sensibilità di storico in fieri, grazie al quotidiano contatto con i classici della storiografia e a quello con il bizzarro ma coltissimo direttore, acquisendo fra l’altro la bella abitudine – che non l’avrebbe mai più abbandonato – di schedare gli articoli più innovativi di volta in volta apparsi sulle principali riviste storiche italiane e straniere; cosa che gli permetteva di essere sempre al corrente degli sviluppi della nostra disciplina e che suscitava in molti colleghi ammirazione mista a una certa invidia.
(...) Tutto ciò avveniva senza che egli rinunziasse a coltivare l’altra sua grande passione: il pianoforte; vivendo, talora drammaticamente, quella che, credo, fosse la maggiore contraddizione della sua vita – vale a dire l’incapacità di scegliere sino in fondo fra Clio ed Euterpe, fra storia e musica. Alla fine, come sappiamo, fu la storia a prevalere; rimase tuttavia in lui l’insoddisfazione per la decisione presa; ma lo stesso, credo, sarebbe avvenuto se avesse fatto la scelta opposta.
(...) Alla fine degli anni Quaranta, grazie anche agli ottimi rapporti che Giovanni Demaria aveva conservato con il mondo americano, la fondazione Rockefeller invitò negli USA alcuni fra i più promettenti giovani bocconiani: Francesco Brambilla, Innocenzo Gasparini e Aldo De Maddalena. Il primo approdò alla New York University, il secondo si spinse in California, mentre il terzo si mosse fra John Hopkins, Harvard, Filadelfia, i National Archives e la Libreria del Congresso di Washington. Là avrebbe soggiornato per un anno e raccolto i materiali necessari per comporre il saggio: La politica commerciale estera degli Stati Uniti dal 1789 al 1812, che fu pubblicato nel 1953 come secondo volume della collana di studi dell’Istituto di Storia Economica di Armando Sapori.
Da Fausto Pagliari, sia lui che gli altri compagni d’avventura, avevano avuto precise istruzioni: una volta giunti negli USA dovevano darsi da fare per provvedere a far fronte “possibilmente gratis” alle inesauste e inesauribili richieste di opere (manuali, trattati, saggi, opuscoli, riviste, giornali) che mancavano alla biblioteca che, nonostante gli enormi privilegi goduti in periodo fascista – grazie ai rapporti che la Bocconi aveva a suo tempo instaurato con la Serena Foundation e la Italo-America Society – soprattutto in periodo bellico, aveva visto ridursi notevolmente il flusso delle entrate libresche dal paese dei dollari.
(...) Un anno dopo la sua chiamata, nel novembre del 1958, De Maddalena raggiunse il suo più ambito traguardo, sposando la donna della sua vita. Da Gino Luzzatto, scapolone impenitente e decano degli storici economici italiani, ebbe una lettera di felicitazioni della quale non resisto alla tentazione di trascrivere alcune righe: «Caro De Maddalena, comincio dalla cosa più importante e simpatica: i rallegramenti e gli auguri per l’eroica decisione presa; dico eroica perché, se non c’è il colpo di fulmine, ci si lascia vincere un po’ dalla pigrizia e molto dall’attaccamento alla mamma, e di rinvio in rinvio si arriva agli ottanta senza averne fatto nulla. Pur non essendo mai stati contrari al matrimonio».
Ma qui è forse il momento di aprire una piccola parentesi su chi vi parla: proprio in quei secondi anni Cinquanta, mi iscrissi all’università a Parma, frequentando solo episodicamente, poiché avevo nel contempo cominciato a insegnare in una scuola media superiore. Diedi con regolarità gli esami riportando votazioni non elevate ma non mediocri e, giunto al terzo anno, nei giorni liberi dall’insegnamento, cominciai a seguire con una certa assiduità alcuni corsi, fra i quali quello di Storia economica, tenuto da un giovane professore milanese dai capelli già bianchi, che incantava gli studenti con la sua didattica vivace e innovativa e la sua capacità di far rivivere il passato, anche quando si trattava di temi ostici, quali quelli relativi alle Finanze del ducato di Mantova all’epoca di Guglielmo Gonzaga (titolo del libro che aveva pubblicato da poco e che aveva proposto quale parte monografica del suo corso).
Giunto al momento di scegliere la tesi, è a lui che mi rivolsi ed egli, che in quei mesi frequentava l’archivio di stato a Mantova – dove, chiuso il capitolo sulle finanze gonzaghesche, stava raccogliendo i materiali per uno studio sull’arte della lana e della seta nel Cinquecento e Seicento[21] – fu ben lieto di assegnarmela. E fu proprio lui a iniziarmi alla ricerca archivistica e ad aprirmi le porte di un mondo non solo sconosciuto, ma neanche immaginato: quello degli uomini del passato, celati dietro ai documenti, e del dialogo con gli stessi che le fonti rendevano possibile. Si tratta di un piacere che non mi avrebbe più abbandonato, divenendo addirittura una ragione di vita.
Ma torniamo ad Aldo De Maddalena, il protagonista di questa vicenda, che a Parma sarebbe ben presto divenuto uno dei leader della neonata facoltà di Economia, della quale sarebbe stato anche preside per un biennio, riuscendo a far completare la nuova e prestigiosa sede posta a fianco del parco ducale, e dove avrebbe creato la sua scuola, circondandosi di allievi entusiasti e devoti.
Naturalmente De Maddalena ambiva tornare a insegnare a Milano, alla Bocconi; ma i tempi non erano ancora maturi per quel passo. Gli venne invece un invito da Torino, che accettò. Lì sarebbe rimasto due anni, affrontando il ’68 in una città difficile e in una facoltà altrettanto difficile; ma lì gli si sarebbero aperte le porte di alcune prestigiose istituzioni scientifiche e della Rivista Storica Italiana, e il cuore all’amicizia di Franco Venturi e degli altri membri del comitato scientifico della rivista stessa (Furio Diaz, Arnaldo Momigliano, Leo Valiani, Giuseppe Recuperati)[22].
Nel frattempo, a Milano, altri amici si davano da fare per aprirgli la strada; Innocenzo Gasparini e Francesco Brambilla in primis, mentre Ariberto Mignoli e Mario Romani tenevano per supplenza il corso di Storia economica in attesa del suo ritorno. Ritorno che sarebbe avvenuto con l’incarico conferitogli nel 1969 – in parallelo con la chiamata alla facoltà di Giurisprudenza della Statale di Milano – dove fu inserito nel comitato tecnico incaricato di dar vita al corso di laurea in Scienze politiche – e con la titolarità della cattedra e la direzione dell’Istituto di Storia Economica alla Bocconi, nel 1972.
Continua il racconto di Marzio Romani:
La storia di quegli anni è lunga, tormentata e complessa; mi limito a ricordare che fu proprio il profondo e civile impegno dei giovani ordinari della Bocconi ad avviare il coraggioso rinnovamento dei corsi di laurea, il mutamento della didattica e la ripresa della ricerca; in uno con la decisione di incrementare le tasse d’iscrizione, offrendo in cambio agli studenti adeguati servizi. Si trattò di tutta una serie di scelte che avrebbero ridato all’università milanese l’indiscusso primato fra le facoltà economiche... non solo italiane.
Gli anni Settanta, con il ritorno a casa, il trasloco da via Felice Casati a via Francesco Sforza, la presenza dolce e rassicurante di Mariele, accompagnato dall’affetto dei figli, Cecilia e Jacopo, in uno con la ripresa di tono dell’intera Università Bocconi – senza dimenticare la spinta proveniente da studenti estremamente intelligenti e motivati e l’affetto di un piccolo gruppo di allievi devoti e curiosi – furono altrettanti elementi che diedero stabilità e felicità ad Aldo e lo spinsero a impegnarsi a fondo nella ricerca e nell’insegnamento e ad ampliare la sua presenza all’interno dell’accademia a livello sia nazionale che internazionale; così come l’entusiastica partecipazione degli studenti del DES (il corso di laurea in Discipline Economiche e Sociali, istituito nel 1974) e i numerosi corsi di storia allora impartiti lo stimolarono a dar vita ogni anno a tutta una serie di seminari della durata di più giorni, durante i quali i discepoli e gli studenti ebbero il privilegio di confrontarsi con alcuni fra i maggiori specialisti della storia economica e della storia tout court: Fernand Braudel, Witold Kula, Roberto Lopez, Alberto Tenenti, Pierre Goubert, Maurice Aymard, Peter Mathias, Domenico Sella, Jean François Bergier, Franco Venturi, Furio Diaz, Giuseppe Galasso, Marino Berengo, Peter Burke per non fare che alcuni nomi. Risalgono inoltre a quell’epoca alcuni contributi scientifici fondamentali del nostro come: Rural Europe, Moneta e mercato nel ’500 e Prezzi e mercedi a Milano dal 1701 al 1860.
Due altri eventi, in particolare, sembrano sottolineare i momenti positivi di questo periodo: la chiamata di De Maddalena, nel 1972, a far parte del comitato scientifico internazionale di storia economica F. Datini, allora presieduto da Fernand Braudel (...) e la proposta fattagli nel 1974 da Peter Mathias di entrare, a titolo personale, a far parte dello Scientific Committee della International Association of Economic History.
È proprio nel corso delle periodiche riunioni dei due comitati scientifici che andò crescendo e rafforzandosi l’amicizia con Fernand Braudel, che De Maddalena aveva già conosciuto in occasione degli Studi Sapori – e soprattutto quella con Alberto Tenenti, con il quale avrebbe intrattenuto un lungo, intenso, affettuoso rapporto, fatto di amicizia, di solidarietà e di stima.
Con i due egli avrebbe condotto lunghe battaglie per salvaguardare l’Istituto Italiano di Storia Economica Francesco Datini e l’Economic History Association da ingerenze di natura non scientifica. Battaglie non sempre vinte, come dimostra per esempio una lettera dell’aprile 1978 che De Maddalena inviò allo storico francese e a ottone Magistrali annunciando loro le sue “dimissioni irrevocabili” da vicepresidente e da membro del comitato scientifico dell’Istituto di Prato.
Prosegue sempre Marzio Romani:
In quegli anni la Bocconi, in anticipo sull’università italiana, istituì il ruolo dei professori associati; cosa che mi consentì di lasciare Parma per Milano e dove, dopo il concorso a cattedre del 1980 – nel quale De Maddalena era uno dei commissari – e dopo una breve parentesi anconetana, fui chiamato ad affiancarlo. Da quel momento la nostra collaborazione si sarebbe fatta più intensa: lavorammo assieme a un soggetto, pubblicato successivamente negli studi in onore di Pierre Goubert[23] e la cosa probabilmente funzionò perché – individualista com’era – mi coinvolse nella storia del Credito Bergamasco[24], nell’aggiornamento della Storia di Milano voluta dalla Fondazione Treccani, nella monumentale Storia economica e sociale di Bergamo e, infine, nei tre volumi della Storia dell’Università Bocconi che ci avrebbe visti (anche Marco Cattini nel frattempo era approdato a Milano) impegnati sino al 2002.
La partecipazione al comitato scientifico dell’Associazione internazionale di storia economica durò un ventennio – e fu proprio per dargli un supporto di tipo istituzionale all’interno della stessa che, nell’ottobre del 1984, assieme a pochi altri colleghi italiani, costituimmo, a Urbino, la Società italiana degli storici dell’economia (della quale egli sarebbe divenuto presidente). Essa si concluse, infine, con la presidenza da lui assunta dell’Associazione internazionale in occasione del XI Congresso, che De Maddalena organizzò proprio a Milano e proprio alla Bocconi, nell’estate del 1994; nella preparazione del quale, con mio grande stupore, egli dimostrò insospettate doti organizzative.
Nelle conclusioni dell’allocuzione conclusiva, letta alla Scala di fronte al fior fiore della storiografia mondiale il 18 settembre 1994, egli lasciò quello che mi sembra una sorta di messaggio finale (testamento scientifico), proponendo una sua visione del futuro della storia economica volta a riportare società e cultura al centro della riflessione storico-economica e reindirizzare la disciplina su corretti binari metodologici, aprendo vieppiù la storia economica alla storia tout court, senza indulgere ai richiami, pur fascinosi ma ingannatori, di altre metodologie volte a restringerne gli orizzonti.
Racconta ancora Romani:
Il trionfale successo ottenuto dalla manifestazione fu, in qualche misura, un adeguato suggello all’attività accademica del professore che, da quel momento, prese congedo definitivo dalla sua università; pur conservando incarichi di responsabilità in seno al Consiglio di Amministrazione della stessa prima e in quello dell’Istituto Javotte Bocconi-Associazione amici della Bocconi in seguito. Il congedo dall’università fu, per certi versi, anche congedo dalla storia economica: da quel momento De Maddalena avrebbe praticamente tagliato i ponti con l’accademia, conducendo una vita molto ritirata e dedicandosi soprattutto all’amata musica.
Lo avrei incontrato un’ultima volta a casa sua in una calda giornata della metà di luglio, nella cameretta che gli serviva da studio. Era già molto malato, tuttavia era ancora estremamente lucido e presente. Parlammo a lungo di molte cose e alla fine, nel congedarmi, mi abbracciò lungamente e mi sussurrò alcune parole. Quel che mi disse e come me lo disse mi lasciarono pensare che il suo fosse un commiato – o meglio un addio – e che lui ne fosse perfettamente consapevole. Non l’avrei più rivisto.
Col professor De Maddalena si conosceva ben fin dal 1950. È così?
Sì, quando, dopo la chiamata di Gino Zappa ad assistente effettivo dell’Università Bocconi, entrai nel corpo docente (avevo iniziato a insegnare nell’anno accademico 1949/50), fui ammesso – per la colazione delle 12,30 – al tavolo dei docenti e dirigenti più spesso presenti in Università: tra i più assidui erano Aldo De Maddalena, Francesco Brambilla, Tullio Bagiotti, Fausto Pagliari (il mitico direttore della Biblioteca di via Sarfatti 25)[25].
Professor Guatri, il professor De Maddalena ha frequentato, come docente, ben cinque università italiane e Lei lo ha incrociato in quasi tutte: è stato un peregrinare volontario o una necessità in attesa della cattedra?
Due documenti di fonti ufficiali dell’Università Bocconi (lo stato di servizio e l’annesso curriculum vitae) consentono di ricostruire con esattezza la sua vita accademica, che lo vide docente a Genova, dal 1951 al 1956, a Parma, dal 1956 al 1967, a Torino, dal 1967 al 1969, a Milano, facoltà di Giurisprudenza dell’Università Statale, dal 1969 al 1971 e, infine, alla Bocconi, dal 1971 all’uscita dai ruoli, nel 1994.
Il curriculum vitae è per stralci riportato nel Riquadro 1. In quegli anni ci incontrammo più volte:
- all’Università di Genova, alla facoltà di Economia, dove dal 1954 al 1959 fui professore incaricato di varie materie, chiamato proprio da Aldo De Maddalena[26];
- all’Università di Parma, dove fui chiamato come vincitore di cattedra nell’anno accademico 1960/61 e dove rimasi fino alla chiamata in Bocconi nel 1969.
Con Aldo ci incontrammo negli angusti spazi riservati alla neonata facoltà di Economia e Commercio presso la sede centrale dell’Università: eravamo in 7 titolari di cattedra.
Riquadro 1 Stralci dal curriculum vitae di Aldo De Maddalena
Si è laureato in Scienze economiche presso la facoltà di Economia e Commercio dell’Università Commerciale “Luigi Bocconi” nel febbraio 1944.
Membro della Fondazione Rockefeller, ha soggiornato, per ricerche e seminari, tra il 1949 e il 1951, in diverse università statunitensi (John Hopkíns, Harvard, Chicago, Philadelphia ecc.) e ha lungamente esplorato i National Archives presso la Library of Congress a Washington.
Ha condotto ricerche e tenuto conferenze, lezioni, seminari, in Francia, presso il Collège de France, la Sorbona, l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, in un periodo compreso fra il 1965 e il 1983; in Inghilterra, presso le Università di Oxford e di Keele (1977, 1979, 1981); in Svizzera, presso l’Università di Ginevra (nel 1982); in Spagna; in Austria ecc.
Nel 1954 ha conseguito la libera docenza e nel 1956 ha vinto il concorso alla cattedra di Storia economica.
Assistente e incaricato presso l’Università Commerciale “L. Bocconi” di Milano (1944/55) e vicedirettore della Biblioteca della medesima Università dal 1946 al 1948, è stato titolare di Storia economica presso le Università statali di Genova (facoltà di Economia, 1951/56), di Parma (facoltà di Economia, 1957/67, e ivi anche preside dal 1964 al 1966), di Torino (facoltà di Economia, anni accademici 1967/68 e 1968/69), di Milano (facoltà di Giurisprudenza, 1969/70, ove è stato incaricato di organizzare la facoltà di Scienze politiche, ufficialmente riconosciuta nel 1970).
Incaricato di Storia economica presso l’Università Commerciale “L. Bocconi” di Milano nel 1969/70, nell’anno accademico successivo vi è stato chiamato come titolare della cattedra di Storia economica e come direttore dell’annesso Istituto.
Nel corso di quegli anni fu costruita la nuova sede della facoltà di Economia a 600-700 metri di distanza, appena al di là degli storici giardini della Pilotta (la reggia di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma e Piacenza)[27]. Con l’ausilio di Giovanni Ferrero mi occupai, in ogni dettaglio, dei tre Istituti aziendali, che rappresentano una parte importante di quel nuovo edificio. Aldo vi ebbe una parte marginale...
I guai cominciarono quando il grande matematico Eugenio Levi (pure bocconiano), che era il preside della facoltà di Economia all’Università di Parma, morì a soli 53 anni e Aldo (nel 1964) fu pregato di assumere la presidenza della facoltà.
Il suo temperamento focoso rese tutto più difficile. Ricordo – come fosse ieri – che il giorno dell’inaugurazione ufficiale della nuova sede della facoltà urlava con forza di non volere la partecipazione del presidente dei dottori commercialisti di Parma (che credeva – senza farlo – di scrivere di storia economica). Dovetti faticare per calmarlo (e non fu impresa agevole) ricordandogli che costui rappresentava un ordine professionale e non se stesso.
Da quel momento ogni riunione del Consiglio di facoltà divenne problematica. Con Levi non ci rendevamo conto che vi fossero problemi; con Aldo tutto diventava drammatico. Fu un sollievo per tutti – lo confesso – quando nel 1967 fu chiamato all’Università di Torino.
Professore, che cosa significa questa strana vicenda del dissidio col Maestro, il professor Sapori?
È un fatto. Quando nel 1967 Aldo De Maddalena lascia l’Università di Parma, non viene chiamato (com’era di rito) alla Bocconi, ma passa all’Università di Torino. Quale ne è mai la ragione? Questo fatto Marzio Romani, nella sua mirabile narrazione della “figura” del Maestro, ha il pudore di non spiegarlo. Ma molti di noi, amici e colleghi di Aldo, la verità la conosciamo. Nel 1967 era ancora Rettore della Bocconi (lo era sin dal 1952) Armando Sapori, il grande storico senese, che era stato, come Lei ricorda, il Maestro di Aldo.
Sapori s’illude che Aldo sposi la sua unica figlia, ch’egli adora, ma della quale Aldo non è per nulla innamorato. Perciò lo delude, pur senza alcuna colpa (so bene – direttamente da Lui – che non s’è mai impegnato, né ha generato equivoci). Ma il Rettore Sapori gli sbarra la strada: è per questa ragione che Aldo, da Parma, si trasferisce a Torino e alla “sua” Bocconi arriva solo nel 1969, prima con un incarico e poco dopo (1972) come ordinario e direttore dell’Istituto di Storia Economica. Anche i grandi Maestri (leggi: Armando Sapori) hanno, evidentemente, debolezze umane.
L’amore, infine, trionfa: non le sembra la conclusione di una bellissima favola?
Lo è. Nel 1958 Aldo sposa – come scrive nel suo ricordo del “Maestro” Marzio Romani – «la donna della sua vita»: Maria Adele Buccellati. La dolce Mariele ha otto anni meno di lui; un rapporto “ideale”, ma soprattutto lo amerà profondamente tutta la vita: fino alla scomparsa, nel 2009. Anche il rapporto tra le età ha il suo “peso”: Aldo cessa di vivere con Mariele che l’assiste amorevolmente. È quanto non è successo a me: ero sposato con Lina da 56 anni, ma (contro le “statistiche”) mi ha lasciato solo (anche se Lina aveva la mia stessa età: entrambi siano nati nel 1927).
Si veda A. De Maddalena, “L’industria tessile a Mantova nel ’500 e all’inizio del ’600. Prime indagini”, Studi in onore di Amintore Fanfani, vol. IV, Giuffrè, Milano, 1962, pp. 607-653.
Nel comitato scientifico della rivista sarebbe rimasto sino alla morte, giungendo alla vicepresidenza e pubblicando sulla stessa alcuni saggi di grande respiro, quali: «Il mondo rurale italiano nel Cinque e Seicento. Rassegna di studi recenti. Gli aspetti strettamente agricoli» (RSI, 1964, II, pp. 349-426);
«Uomini e monete preindustriali: personaggi in cerca d’autore» (RSI, 1975, II, pp. 217-241); «“Excolere vitam per artes”. Giovanni Antonio Orombelli, mercante “auroserico” milanese del Cinquecento» (RSI, 1976, I, pp. 10-39); «A Milano nei secoli XVI e XVII: da ricchezza “reale” a ricchezza “nominale”» (RSI, 1977, III-IV, pp. 539-561); «Vespri e mattutino in una società preindustriale. Un saggio fondamentale sulla Lombardia spagnola e qualche divagazione feudalistica» (RSI, 1981, III, pp. 559-614); «Il fiorino e il quattrino» (RSI, 1983, I, pp. 135-149); «Spazi, tempi e diversità socio-culturali» (RSI, 1995, II, pp. 269-288).
«Vivre à côté du Roi: Premières expériences et émotions de Louis Gonzague à la Cour de France (1549)», in AA.VV., La France d’ancien régime. Etudes réunies en l’honneur de Pierre Goubert, Toulouse, Société de Démographie Historique – Privat, 1985, pp. 443-452.
A. De Maddalena, M.A. Romani, I primi cent’anni del Credito Bergamasco, 1893-1990, Pizzi, Bergamo, 1991.
Su Fausto Pagliari e, più in generale, sulla “mensa dei bollini”, si veda Li ho visti così 1, pp. 133 e ss.
Si veda in questo volume il capitolo dedicato a Giorgio Pivato.
Si veda in questo volume il capitolo dedicato a Giovanni Ferrero (pp. 117 e ss.).