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Il mondo di Guatri

2026/17

Introduzione

Il 19 settembre di quest’anno compirò 90 anni. Un traguardo cui siamo giunti in pochi. Proprio in quel giorno presenterò al convivio organizzato a Milano il libro Amarcord, titolo di ispirazione felliniana.

Il libro è, direttamente o indirettamente, anche un’immagine della mia vita, partendo dal 1945 quando, a 18 anni, m’iscrissi come studente all’Università Bocconi, alla quale sono sempre stato legato da un vero affetto. Diceva scherzando (ma non troppo) mia moglie Lina: “Io sono la seconda moglie, poiché la prima è la Bocconi”.

Vengo da una famiglia modesta: mio padre era un impiegato di una società elettrica del Gruppo Edison, che cominciò la vita lavorativa presso la Centrale idroelettrica di Trezzo sull’Adda (la cittadina dove sono nato e alla quale tornerò nella tomba di famiglia, dove i miei cari defunti mi attendono).

Questo libro è fatto di grandi personaggi (a cominciare dal mio Maestro, Gino Zappa), di eventi professionali e di altre manifestazioni della mia vita. Ricordo ancora quanto mio padre Edmondo udì da Gino Zappa durante la discussione della mia tesi di laurea alla Bocconi (luglio 1949): “Questa tesi è non solo un titolo valido per la libera docenza, ma per la cattedra”. La tesi fu anche il mio primo libro (L’economia della aziende cotoniere, uscito nel 1950 con Giuffrè). Mio padre – che aveva fatto sacrifici per consentirmi di studiare alla Bocconi – ne fu felice fino alle lacrime.

Sono sempre stato orgoglioso: da quando raggiunsi la maggior età non volli più dipendere economicamente da nessuno. Sono giunto al punto di rifiutare che mio padre mi aiutasse economicamente anche nel corso degli studi bocconiani (borse di studio, lavoretti ecc.). Sono sempre stato ligio al dovere, come mi aveva insegnato il mio Maestro. Giunsi al punto, quando sedevo per gli esami di Ragioneria a fianco di Zappa, di bocciare una mia compagna di classe, che si era presentata impreparata. Zappa mi disse, in quell’occasione, che “avevo fatto il mio dovere”. Il metro d’esame “rigido” rimase sempre una mia caratteristica. Tanto che quando nelle università italiane il “metro” s’accorciò, faticavo a esaminare al fianco dei miei collaboratori e allievi, che attribuivano voti più elevati e quindi non omogenei coi miei. Finché decisi di assistere agli esami solo sorvegliando.

Scrive Tancredi Bianchi:

 

La contestazione studentesca però alla fine peggiorò il livello della scuola italiana, che i politici non vollero più selettiva, ma giudicata efficiente se il numero dei promossi era oltre il novanta per cento. I tumulti degli studenti avevano ottenuto la rinuncia al vaglio del merito. Con la conseguenza che giungere a un diploma o alla laurea è reputato un diritto collegato all’iscrizione ai corsi e i giovani dimenticano che «nessun pasto è gratis». Ovvio, nella vita avranno successo quelli che in ogni caso sarebbero stati indicati come i migliori, ma gran parte dei giovani finisce con l’essere scontenta avendo cancellato dal proprio vocabolario morale parole come impegno, fatica, disciplina, ordine, rispetto, tradizione, messa a frutto dei talenti avuti in dono[1].

 

La conseguenza di ciò sono anche i concorsi universitari “truccati”, ai quali mi sono opposto finché ho potuto, col massimo impegno e qualche volta malgrado le minacce.

* * *

La prima parte del libro presenta illustri personaggi che mi sono stati maestri o amici nella mia vita, a cominciare da Gino Zappa cui ho già accennato, e da Ugo Caprara, il mio secondo Maestro all’Università Bocconi, che aveva di me una grande stima; di ciò gli sarò sempre grato.

Girolamo Palazzina: è stato in Bocconi per 51 anni. Con cariche volutamente tenute di basso profilo, di fatto con grandi responsabilità e grandi poteri, anche in tempi difficilissimi. Anche quando, per l’età avanzata, non poté più ricoprire alcun incarico, non uscì mai dall’edificio di via Sarfatti (dove abitava un piccolo appartamento) e tenne sempre vivi i rapporti coi laureati bocconiani. Qualche volta, quando ricoprivo cariche importanti, mi telefonava “Caro Guatri, domani verrà da lei il dottor X: è bocconiano, devo aggiungere altro?”.

Carlo Azeglio Ciampi. Una figura importante per l’Italia e per l’Europa. L’ho conosciuto quando (per 10 anni) ho partecipato alle sedute del Consiglio superiore della Banca d’Italia. L’ho incontrato anche da Presidente della Repubblica quando ci fece visita in Bocconi per ricordare il senatore Giovanni Spadolini (che fu anche presidente della Bocconi).

Umberto Veronesi. Grande medico, grande chirurgo è stato il massimo esperto e organizzatore della lotta contro il cancro in Italia. Dall’infanzia in cascina alla facoltà di medicina (110 e lode), alla trincea di via Veneziani, all’ultima frontiera costruita a sua immagine e somiglianza: lo IEO di via Ripamonti a Milano. Con Umberto, che ho conosciuto bene, abbiamo anche scritto un libro, L’Italia che abbiamo trovato, quella che lasciamo. La dimostrazione emblematica di quanto Milano amasse Veronesi è il pianto disperato col quale il sindaco Sala lo salutò nella cerimonia funebre laica a Palazzo Marino.

Victor Uckmar. Victor se ne è andato da poco, a 90 anni. Il 7 dicembre 2016 nella chiesa della Pineta di Arenzano tutti gli amici lo hanno pianto. Quella chiesa è stata, per molti anni, il nostro punto d’incontro domenicale per la messa delle 10.30. Negli ultimi tempi, da quando non ci vedeva, ero il suo accompagnatore su per i gradini che conducono all’altare per ricevere l’eucarestia. Quel giorno, quando la figlia Francesca ha commemorato il padre, mi ha preso un groppo alla gola. Mi sono messo a piangere. Non accadeva più da quando era morta mia moglie Lina.

Indro Montanelli. Straordinario e indomito giornalista, è stato prima un “mito” e più tardi un amico. Quando dirigeva Il Giornale raggiunse con la nostra Università (con l’Istituto di economia delle aziende industriali e commerciali, da me diretto) un accordo di collaborazione. In tale occasione così si espresse sulla Bocconi: “Come noi è laica. Come noi ama l’efficienza. E come noi crede nell’imprenditore e nell’iniziativa privata”.

Luigi Caccia Dominioni. È morto a quasi 103 anni ed è stato un grande dell’architettura. L’ho conosciuto molto bene. È stato l’architetto che ha progettato le mie due principali case di Milano, in tempi diversi. La prima in via Sismondi (detto il “palazzo delle Cartiere Binda”), che si eleva “a gradini” per 7-8 piani, affacciati sul Tennis Club Lombardo (costruito dalla Generale Immobiliare). Sulla terrazza al sesto piano hanno a lungo giocato i miei figli (allora bambini). Il secondo palazzo di trova in via Massena 18 ed è uno dei suoi capolavori: qui abito tuttora all’ottavo piano: un grande appartamento di 400 mq, oggi divenuto (per me ormai solo) troppo grande.

Enrico Cuccia. I miei rapporti professionali con Enrico Cuccia (e con Mediobanca) sono durati circa vent’anni. Si conclusero quando, come presidente del Collegio sindacale di Gemina, mi rifiutai di approvare il bilancio suscitando nella stampa italiana un putiferio. Che certamente non piacque a Cuccia. Abbiamo sempre avuto un rapporto di reciproca stima, anche se un po’ freddo. Non ho mai creduto nell’affermazione che qualcuno gli attribuisce, “i professori … sono utilissimi a farci capire che si deve fare il contrario di quello che predicano”. Cuccia era una persona per bene: ad esempio, quando si rese conto chi fosse Michele Sindona, gli divenne nemico.

* * *

La seconda parte del libro verte su vicende della mia vita universitaria e professionale e si apre con la questione cui ho accennato sopra dei concorsi universitari “truccati”.

Il periodo più difficile per la Bocconi: la vicepresidenza di Roberto Calvi. Roberto Calvi è stato uno studente della Bocconi nel periodo fascista; a motivo della guerra (in Russia) non riuscì a laurearsi. Io lo conobbi come importante mecenate e nella veste di vicepresidente. Con me e con la Bocconi fu sempre corretto. Mi è rimasta indelebile nella mente la richiesta che fece, 20-25 giorni prima di scomparire a me, a Victor Uckmar e ad Ariberto Mignoli, di studiare in 15 giorni una nuova organizzazione del suo gruppo, che vedesse al vertice la Toro Assicurazione e il Banco Ambrosiano come società controllata. Fu l’ultimo incontro con lui. Quando si alzò e già aveva aperto la porta per uscire, si voltò e mi chiese: “Professore, i 500 milioni di quest’anno sono arrivati alla Bocconi?”. Scomparve e non lo rivedemmo più.

Il caso più sconcertante della mia vita accademica: l’arresto di Giordano Dell’Amore. Dell’Amore è stato uno dei “grandi” bocconiani. Dopo il ritiro di Zappa divenne per quasi trent’anni il sostenitore e il punto di riferimento di tutti gli aziendalisti. Nella linea del Maestro ha sempre sostenuto i concetti di severità degli studi e il riconoscimento del solo merito nei giudizi di nomina alla cattedra universitaria. Aveva di me un’alta stima: fino al punto di chiedermi di partecipare nel 1952 (avevo 25 anni) a un concorso a cattedra: mi votò per il primo posto nella “terna”. La sua fine fu ingiusta e drammatica: arrestato per un grave errore giudiziario, ne morì. Mentre tutti gli altri coimputati furono assolti. Quando rimembro quegli eventi provo sempre un profondo dolore.

I secondi cinquant’anni della Bocconi nel ricordo di un protagonista. Una lunga intervista fattami da Marzio Romani che praticamente ripercorre tutta la mia vita in Bocconi.

Enimont: l’incarico più difficile della mia vita professionale. All’inizio mi sembrò un onore che i presidenti di ENI (Reviglio) e di Montedison (Gardini) mi avessero designato congiuntamente a presiedere il Collegio sindacale di Enimont, ma fu un onore pagato troppo caro. Il Collegio era composto da 5 membri; oltre a me 2 erano nominati da ENI e 2 da Montedison. Sempre gli uni contro gli altri, in modo da lasciare a me ogni decisione. Ma quel che è peggio è che anche gli amministratori (divisi a metà tra ENI e Montedison) non raggiungevano quasi mai un’intesa e si rimettevano al Collegio sindacale.

Cinquant’anni di valutazioni aziendali. Il tema delle valutazioni aziendali è stato per molto tempo caratterizzato dal rispetto formale, in dottrina, di pochi assiomi (del tipo: il valore dell’azienda dipende dalla sua capacità di reddito, oppure dai flussi di cassa che genererà in futuro) e dalla sostanziale inettitudine della stessa teoria a mettere a disposizione dei pratici una serie di validi strumenti operativi. Tanto che la pratica ha dovuto spesso andare per proprie strade, costruendo procedimenti basati sull’intuito e sull’empirismo. Ma, proprio perché tali, privi di reale capacità di dimostrazione e di convincimento; e talvolta frutto di mere convenzioni.

Fin dalla prima edizione (1981) del libro La valutazione delle aziende il mio tentativo è stato di gettare un ponte tra le due opposte sponde, caratterizzate da scarsa reciproca comprensione, fino al punto dell’incomunicabilità. In questo sono stato per certo molto agevolato dall’aver potuto esaminare, con la mentalità di studioso, una grande mole di casi pratici. Ciò è accaduto in connessione all’intensificarsi in Italia dei processi di acquisizione e fusione di imprese (piuttosto rari fino a pochi anni or sono) e all’affermarsi in campo finanziario di nuovi operatori, nuovi prodotti, nuovi modi di distribuzione, nuovi mercati. Il che ha generato la crescente necessità di conoscere i più attendibili valori attribuibili al capitale delle imprese. Del resto, proprio per questi motivi, il tema, che per decenni era rimasto confinato tra le curiosità di pochi ricercatori e di pochi professionisti, è diventato di generale interesse. E ancor più lo sarà per il futuro. In queste pagine presento l’introduzione al mio libro, 50 anni di valutazioni aziendali. Dal pionierismo all’internazionalizzazione, pubblicato nel 2006 con Università Bocconi Editore.

ACBGroup. Oggi ne sono il presidente onorario, ma ne sono stato, all’inizio, il presidente. Allora la nostra sede si trovava in un bel palazzo della “vecchia” Milano, in via Mascheroni. Il progetto era stato steso da me nell’estate del 2000 mentre ero in vacanza ai Caraibi (a Casa de Campo, Santo Domingo).

* * *

Chiude il libro una parte dedicata ad alcuni ricordi su di me espressi da amici, colleghi e personalità, nonché sullo sport, che ha sempre avuto un ruolo importante nella mia vita. 

In questa ultima parte non poteva mancare Tancredi Bianchi. Se vi è un amico che, quando lo leggo, mi commuove è lui, “l’amico di una vita”. Siamo quasi coetanei (10 mesi di differenza: 1927 io, 1928 Tancredi). La nostra conoscenza è tale che, in questo 2017 abbiamo scritto due libri che hanno quasi lo stesso titolo: Ricordi e Amarcord. Due titoli simili, anche se di contenuti diversissimi e non concordati. Come e perché Tancredi ed io siamo stati “amici da una vita” lo spiega lo stesso Tancredi nel libro Luigi Guatri, visto da vicino che molti amici, allievi e familiari mi hanno dedicato nel 2015, in occasione dei miei 88 anni:

 

Giocammo insieme, la prima volta, nel giardino di villa Banfi a Caravaggio. Eravamo poco più che bambini; oltre tre quarti di secolo fa. A quell’età, poco prima della Seconda guerra mondiale, la vita di provincia era semplice, sobria, e ci si divertiva con giochi che oggi non si praticano più. Poi, Luigi andò a Treviglio poiché suo padre, funzionario della società Orobia di elettricità, fu incaricato di dirigere quella sede.

Ci ritrovammo così alla scuola media inferiore presso l’Istituto tecnico G. Oberdan di Treviglio. Luigi iscritto un anno avanti, giacché ci separano pochi mesi, ma lui è nato nel settembre 1927 e io nel giugno 1928.

Luigi, sempre eccellente negli studi, abbreviò il percorso della scuola media superiore. Era a quel tempo concesso, a chi conseguiva una media di profitto di otto decimi, di poter anticipare l’esame di diploma di un anno. Così l’amico Guatri divenne «ragioniere» a diciott’anni, nel 1945. Io mi diplomai nel 1947.

Anch’io sostenni l’esame di ragioneria con Zappa e fui promosso con i massimi voti. Luigi era già nelle commissioni esaminatrici e naturalmente avvertì Zappa che ci legava l’amicizia. Dopo il mio esame, Zappa lo tranquillizzò: la votazione assegnatami era meritata.

Luigi approdò presto, come in tutte le tappe della sua vita, al traguardo della cattedra in Bocconi, e si impegnò per risanare i conti dell’Ateneo. Tutti i bocconiani gli sono, per questo, debitori. Io per qualche tempo peregrinai tra Venezia, Pisa e poi Roma, dopo avere conseguito, primo ternato, nel 1964, il traguardo di professore alla cattedra in Tecnica bancaria.

Ci incontravamo nella vita privata. Fu testimone alle mie nozze (19 settembre 1953, che era il giorno del suo ventiseiesimo compleanno) e io alle sue (24 aprile 1954). Amici, con le consorti altrettanto amiche. E mi fece più volte intendere di puntare su un mio trasferimento alla Bocconi, la nostra Università. Traguardo che raggiunsi nel 1978. Fu presente alla mia ultima lezione, il 19 maggio 2000, e abbracciandomi commosso al termine, mi disse: “Ti ringrazio per quanto hai fatto per la Bocconi”. L’amicizia ha influito molto sul giudizio.

 

1

Tancredi Bianchi, Ricordi, Egea, 2017, p. 77.